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03/04/2026

Dietrofront su Transizione 5.0. Anzi, il governo Meloni aumenta i sussidi alle aziende

Dopo giorni di tensione altissima, culminati in quello che per gli industriali era una sorta di “tradimento”, il governo ha fatto dietrofront: il tavolo di confronto svoltosi il 31 marzo presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy si è concluso con il reintegro delle risorse che il decreto Fisco aveva stornato dal piano Transizione 5.0, aumentate tra l’altro di altri 200 milioni.

Da cosa era nato il problema? Dal fatto che c’erano 7.417 imprese rimaste “esodate” dagli incentivi promessi, anche se avevano già speso per investimenti previsti dal piano in digitalizzazione ed efficientamento energetico, confidando nelle rassicurazioni del governo. Tutto era precipitato quando il 27 marzo il Consiglio dei ministri aveva deciso una sforbiciata drastica sugli stanziamenti per i crediti d’imposta, ridotti da 1,3 miliardi a soli 537 milioni.

Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, aveva giustificato il taglio con il mutato contesto internazionale e la necessità di dirottare fondi verso l’emergenza (energetica in primis) scatenata dall’aggressione all’Iran in Medio Oriente. Ma la spiegazione non aveva convinto Confindustria, che aveva subito alzato la voce contro un esecutivo che, è evidente, è lì per rappresentare gli interessi delle imprese.

L’incontro svoltosi tra il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, il viceministro dell’Economia Maurizio Leo e i vertici delle associazioni datoriali ha subito ricomposto la frattura. Non solo vengono ripristinati i fondi previsti in manovra, ma vi si aggiungono ulteriori 200 milioni di euro, per un totale di 1,5 miliardi di nuova dotazione.

Grazie a questi fondi, le imprese potranno recuperare il 90% del credito d’imposta richiesto per i beni strumentali e il 100% per quanto riguarda gli impianti a fonti rinnovabili e la formazione, inizialmente esclusi dal decreto Fisco. È stato inoltre rimosso il vincolo che limitava gli incentivi ai soli prodotti made in Europe, ampliando la platea dei beni acquistabili.

Il governo, dunque, ha giocato al rialzo per ammansire i propri settori sociali di riferimento. Sommando la “vecchia” Transizione 5.0 (ora rifinanziata a 4,25 miliardi totali) e la nuova versione basata sull’iperammortamento per il triennio 2026-2028 (dotata di circa 9,8 miliardi), il pacchetto complessivo per le imprese raggiunge la cifra di 14 miliardi di euro.

Il viceministro Leo ha inoltre assicurato tempi brevi per i decreti attuativi, e intanto i vertici di Confindustria e Assolombarda applaudono. Resta però l’incognita del futuro. L’intero sistema industriale si deve confrontare con il pericolo di shock economico derivante dai prezzi dell’energia, e dall’insicurezza che provoca la guerra sia nei consumi sia negli investimenti.

Non si può, però, fare finta di niente di fronte alla doppia responsabilità di governo e imprese. Queste ultime continuano a drenare sussidi su sussidi, mentre i salari sono fermi da trent’anni. Eppure, la crescita economica raggiunge i pochi decimi di punto. La ricchezza ha visto una forte concentrazione verso poche mani. Insomma, l’imprenditoria italiana non solo è fallimentare, ma è anche parassitaria.

C’è poi l’esecutivo Meloni che continua a modificare le regole in corsa, e che inoltre segue ossequiosamente le imposizioni della gabbia creata dai trattati europei. In sostanza, si prepara a fare ulteriori regali ai padroni d’azienda, tagliando ulteriori servizi pubblici. Da decenni è tutta la classe dirigente che rimane a galla strozzando i lavoratori, senza nemmeno offrire una programmazione industriale al passo con i tempi. Di fronte alla crisi strutturale che viviamo, allora, appare chiaro che serve un’alternativa sistemica.

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