Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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03/04/2026

Dietrofront su Transizione 5.0. Anzi, il governo Meloni aumenta i sussidi alle aziende

Dopo giorni di tensione altissima, culminati in quello che per gli industriali era una sorta di “tradimento”, il governo ha fatto dietrofront: il tavolo di confronto svoltosi il 31 marzo presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy si è concluso con il reintegro delle risorse che il decreto Fisco aveva stornato dal piano Transizione 5.0, aumentate tra l’altro di altri 200 milioni.

Da cosa era nato il problema? Dal fatto che c’erano 7.417 imprese rimaste “esodate” dagli incentivi promessi, anche se avevano già speso per investimenti previsti dal piano in digitalizzazione ed efficientamento energetico, confidando nelle rassicurazioni del governo. Tutto era precipitato quando il 27 marzo il Consiglio dei ministri aveva deciso una sforbiciata drastica sugli stanziamenti per i crediti d’imposta, ridotti da 1,3 miliardi a soli 537 milioni.

Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, aveva giustificato il taglio con il mutato contesto internazionale e la necessità di dirottare fondi verso l’emergenza (energetica in primis) scatenata dall’aggressione all’Iran in Medio Oriente. Ma la spiegazione non aveva convinto Confindustria, che aveva subito alzato la voce contro un esecutivo che, è evidente, è lì per rappresentare gli interessi delle imprese.

L’incontro svoltosi tra il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, il viceministro dell’Economia Maurizio Leo e i vertici delle associazioni datoriali ha subito ricomposto la frattura. Non solo vengono ripristinati i fondi previsti in manovra, ma vi si aggiungono ulteriori 200 milioni di euro, per un totale di 1,5 miliardi di nuova dotazione.

Grazie a questi fondi, le imprese potranno recuperare il 90% del credito d’imposta richiesto per i beni strumentali e il 100% per quanto riguarda gli impianti a fonti rinnovabili e la formazione, inizialmente esclusi dal decreto Fisco. È stato inoltre rimosso il vincolo che limitava gli incentivi ai soli prodotti made in Europe, ampliando la platea dei beni acquistabili.

Il governo, dunque, ha giocato al rialzo per ammansire i propri settori sociali di riferimento. Sommando la “vecchia” Transizione 5.0 (ora rifinanziata a 4,25 miliardi totali) e la nuova versione basata sull’iperammortamento per il triennio 2026-2028 (dotata di circa 9,8 miliardi), il pacchetto complessivo per le imprese raggiunge la cifra di 14 miliardi di euro.

Il viceministro Leo ha inoltre assicurato tempi brevi per i decreti attuativi, e intanto i vertici di Confindustria e Assolombarda applaudono. Resta però l’incognita del futuro. L’intero sistema industriale si deve confrontare con il pericolo di shock economico derivante dai prezzi dell’energia, e dall’insicurezza che provoca la guerra sia nei consumi sia negli investimenti.

Non si può, però, fare finta di niente di fronte alla doppia responsabilità di governo e imprese. Queste ultime continuano a drenare sussidi su sussidi, mentre i salari sono fermi da trent’anni. Eppure, la crescita economica raggiunge i pochi decimi di punto. La ricchezza ha visto una forte concentrazione verso poche mani. Insomma, l’imprenditoria italiana non solo è fallimentare, ma è anche parassitaria.

C’è poi l’esecutivo Meloni che continua a modificare le regole in corsa, e che inoltre segue ossequiosamente le imposizioni della gabbia creata dai trattati europei. In sostanza, si prepara a fare ulteriori regali ai padroni d’azienda, tagliando ulteriori servizi pubblici. Da decenni è tutta la classe dirigente che rimane a galla strozzando i lavoratori, senza nemmeno offrire una programmazione industriale al passo con i tempi. Di fronte alla crisi strutturale che viviamo, allora, appare chiaro che serve un’alternativa sistemica.

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29/05/2025

Il presidente di Confindustria chiede un piano industriale europeo

Il 27 maggio Confindustria ha svolto la sua assemblea annuale. Sul palco bolognese hanno sfilato la ministra dell’Università Anna Maria Bernini, il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin, il ministro degli Esteri Antonio Tajani, e ovviamente anche Giorgia Meloni, a dimostrazione della stretta connessione tra la classe dirigente del paese e i ‘prenditori’ italiani.

Ma nel pieno della crisi industriale continentale e della transizione dei suoi sistemi produttivi verso un’economia di guerra, l’evento è diventato una lente per leggere i nodi della UE. Innanzitutto perché vi era presente anche la presidente del Parlamento Europeo, Roberta Metsola, che ha elogiato il made in Italy, e poi anche Palazzo Chigi.

“Un particolare riconoscimento alla leadership della presidente Meloni, per aver contribuito a mantenere l’Italia al centro delle decisioni europee e per aver insistito su soluzioni di buon senso”. Probabile che il riferimento non fosse solo alla dimensione economica, ma anche e soprattutto a quella geopolitica, con il governo che prova a tenere il piede nelle due staffe di Washington e Bruxelles.

La stessa presidente del Consiglio ha ricordato il ruolo svolto nel promuovere il dialogo tra le due sponde dell’Atlantico. E tuttavia Meloni non ha lasciato senza critiche la UE, con stoccate mirate che sembrano indicare la volontà di approfittare della kermesse di Confindustria per fare campagna elettorale tra il proprio riferimento sociale – quello degli imprenditori.

La leader di Fratelli d’Italia ha infatti affermato che bisogna “avere il coraggio di contestare e correggere un approccio ideologico alla transizione energetica”, sottolineando il fatto le filiere green sono controllate dalla Cina. Una campagna elettorale più o meno a costo zero rispetto ai rapporti con Bruxelles, dato che la Commissione Europea sta già nettamente rivedendo le normative sulla sostenibilità per venire incontro alle esigenze dell’economia di guerra.

“Ancora oggi non riesco a capire il senso strategico di fare una scelta del genere”, ha detto. Insomma, più un invito a creare una UE forte nella competizione globale, e al diavolo l’ambiente o le condizioni di vita di lavoratori e pensionati, che poco si adeguano al profitto. In questa direzione vanno infatti anche le parole spese sulle barriere commerciali interne.

“Il costo medio per vendere un bene tra gli Stati dell’Unione Europea equivale a una tariffa di circa il 45%, rispetto al 15% stimato per il commercio interno negli Stati Uniti”, ha detto Meloni, “per non parlare dei servizi, dove la tariffa media stimata arriva al 110%”. Anche Metsola ha ribadito che la UE “deve abbattere le barriere, non alzare ostacoli”.

Una grande sintonia tra Roma e Bruxelles, dunque, anche se rimane sul piatto il problema dei costi dell’energia, su cui Meloni ha voluto spendere parole di rassicurazione. Tutti insieme, questi temi sono stati toccati anche dal presidente di Confindustria, che ha chiesto al governo un intervento assai sostanzioso.

“Per tutto questo – ha detto Orsini – pensiamo ad un sostegno agli investimenti di 8 miliardi di euro l’anno per i prossimi 3 anni. Ancora meglio se avessimo un orizzonte temporale di 5 anni”. Parliamo di una cifra in media un poco più bassa di quella che è stata spesa ogni anno per il reddito di cittadinanza, ma in questo caso nessuno si azzarda a dire che sono sussidi per scansafatiche...

Sulla linea di Meloni e Metsola, anche per Orsini la cornice di questa iniziativa rimane quella del mercato comunitario: “serve un piano industriale straordinario europeo, basato su investimenti e abbattimento degli oneri burocratici”. E qui arriva però anche la richiesta di un profondo cambiamento delle regole europee.

“Comprendiamo che l’Europa debba spendere di più e meglio per la propria difesa. Ma la guerra commerciale va affrontata con la stessa determinazione e con investimenti straordinari altrettanto necessari”
, aggiungendo che “non è possibile che l’unica eccezione per sforare il Patto di Stabilità sia relativa alla spesa per la difesa”.

“Se questo non accade, avremo dato ragione a chi non vuole un’Europa né più unita, né più forte”, ha concluso Orsini. Dai discorsi fatti a Bologna si capisce che tra vertici europei, italiani e dell’imprenditoria nazionale c’è una sostanziale intesa nell’orizzonte della costruzione di una UE come attore a tutto tondo della competizione globale.

Quello che Confindustria ha voluto mettere in chiaro è che però le regole di un tempo non sono più adatta a questa nuova fase storica. Per quanto ciò sia evidentemente vero, c’è da capire quanta leva possiede davvero il tessuto produttivo italiano, rappresentato da Meloni, nel promuovere questi cambiamenti nei consessi che contano, quelli di Bruxelles.

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22/05/2025

Confindustria chiede a Enel un po’ di “patriottismo” e di non pensare solo ai profitti

L’uomo in foto è Antonio Gozzi, presidente di Federacciai e responsabile del Piano Mattei per Confindustria nazionale. Per qualcuno ne sarebbe stato anche la nuova guida, quando l’anno scorso venne poi scelto Emanuele Orsini, ma ad ogni modo ha ottenuto anche un’altra delega non di poco conto: quella di consigliere per l’autonomia strategica europea.

Insomma, è una voce che pesa nel sistema imprenditoriale italiano, e domenica scorsa ha deciso di rispondere alle indiscrezioni riportate da Repubblica, secondo cui dentro la dirigenza Enel ci sarebbe ormai un’insofferenza tale agli attacchi sui costi eccessivi dell’energia che qualcuno sta valutando di andarsene da Confindustria.

“Rompere non è nell’interesse di nessuno”, ha detto Gozzi, che chiede agli operatori del settore “un gesto patriottico”. Ha poi aggiunto: “il punto di equilibrio non può essere il profitto delle utility, ma la salvaguardia del sistema produttivo nazionale”. Sentire un dirigente di Confindustria dire che non si può pensare solo al profitto di fronte a un problema sistemico fa capire la gravità della crisi delle imprese.

Quello dei prezzi dell’energia Orsini lo ha definito il problema per eccellenza delle aziende italiane, e lo ha denunciato recentemente anche Draghi. L’associazione imprenditoriale ha espresso parere molto negativo sul decreto Bollette approvato dal Senato a fine aprile, lamentando il fatto che nessuna delle sue proposte è stata ascoltata.

Le attività energivore accusano i produttori di energia di speculare sulle loro necessità, facendo danno a tutto l’apparato manifatturiero nazionale. A loro volta, i produttori di energia hanno ricordato ai comparti energivori che già ricevono un sussidio pubblico da 2 miliardi di euro all’anno.

A fare le spese degli alti costi, però, sono anche le piccole e medie imprese, come afferma il delegato di Confindustria per l’energia Aurelio Regina: “nel 2024 il prezzo all’ingrosso dell’elettricità in Italia è stato dell’84% più alto rispetto alle altre grandi manifatture europee, con un costo extra per le imprese di 6 miliardi. È un tema di competitività”.

L’amministratore delegato di Enel, Flavio Cattaneo, aveva ricordato che la sua compagnia ha ridotto di molto i prezzi, in favore di tutti, ma ricordando appunto che “Confindustria rappresenta tutti gli associati”, ovvero anche l’Enel stessa: insomma, questi attacchi non vanno molto a genio a uno dei principali operatori del settore elettrico.

È bene dunque spendere un paio di parole su questa dura dialettica a distanza tra Gozzi e Cattaneo. Primo, perché non capita tutti i giorni sentire un rappresentante delle imprese rendere palese che la ricerca del profitto a tutti i costi, a lungo andare, crea scompensi irrisolvibili che fanno male all’intero sistema-paese.

Certo, lo ha affermato in maniera strumentale per garantire ulteriori sconti alle imprese. Ma c’è stata poi la denuncia reciproca da parte dei produttori di energia, che hanno svelato i 2 miliardi all’anno che gli energivori prendono dallo stato. Il re è nudo: il mondo imprenditoriale che tanto si lamenta degli scansafatiche, e ai tempi del reddito di cittadinanza, campa di sussidi.

Sussidi e rendita sulle grande infrastrutture creato negli anni di un sistema industriale misto pubblico-privato. Un altro tema di scontro è, ad esempio, il rinnovo delle concessioni idroelettriche, su cui Gozzi annuncia “anche noi consumatori parteciperemo con consorzi di energivori”, sfidando le tradizionali società che fino a ora hanno avuto in gestione le centrali.

Ma è altrettanto interessante sottolineare come, con leggerezza, un grande operatore come Enel venga dato per incline a lasciare Confindustria. Tutto ciò fa pensare a come, ormai, i consessi che contano non sono più quelli del capitalismo italiano, ma sono probabilmente altrove. Che sia stato proprio il delegato all’autonomia strategica europea a rispondere a queste voci fa capire dove.

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23/11/2020

USA - Scuole chiuse, ristoranti aperti e disastro sanitario

Mentre nel nostro paese abbiamo visto il lamento di una parte dei ristoratori, anche stellati, che dall’inizio di questo nuovo lockdown light, pregano di riaprire a tutti i costi per ricominciare a fare profitti, alla faccia delle centinaia di morti giornaliere per coronavirus, negli Stati Uniti la situazione del settore sembra essere molto più grave.

Anzitutto, i ben pochi fondi dati ai locali hanno costretto questi, una volta “estintisi”, a continuare a lavorare anche durante lo scoppio del secondo picco pandemico, arrivando addirittura ad essere considerati una priorità rispetto alle scuole e ai centri di formazione, che invece hanno chiuso subito.

Il simbolo di questo modus operandi è il sindaco di New York, Bill De Blasio, che mentre ad inizio settimana aveva ordinato di chiudere le scuole, dopo pochi giorni affermava che il consumo dei pasti “al chiuso” nei bar e nei ristoranti sarebbe stato fermato entro una o due settimane!

É stato dimostrato che questi luoghi, per chi ci lavora e per chi ci mangia, sono i più pericolosi. Come riporta l’articolo che qui abbiamo tradotto:

«Un recente studio del Centro per il Controllo delle Malattie e la Prevenzione ha scoperto che pazienti positivi al Covid in 11 cliniche avevano il doppio delle possibilità di aver mangiato in un ristorante di recente rispetto a coloro i quali erano risultati negativi. E una nuova ricerca pubblicata su Nature ha rivelato che certi tipi di impresa – ristoranti, palestre, hotel e luoghi di preghiera – sono luoghi di eventi molto contagiosi, con ristorante in pieno servizio categorizzati come “particolarmente rischiosi”. Quattro volte di più rispetto alle palestre, infatti.»

Dati conosciuti, ma l’american way of life antepone il profitto alla salute, nonostante quest’approccio sviluppi una retro-azione negativa sulla possibilità – a parte le grandi corporations – di realizzarli.

Il fatto che solo ora, con un’ecatombe pari a quasi un “11 settembre” ogni giorno, si stia pensando a far chiudere questo tipo di attività perché moltiplicano la diffusione del virus fa riflettere sul declino razionale degli Stati Uniti.

Un paese ormai allo sbando, dove la “libertà individuale” – nel suo senso deteriore, ossia irresponsabile verso gli altri – è quasi sempre stata anteposta al bene collettivo.

Ne è una dimostrazione il fatto che per il “Giorno del Ringraziamento” lo US Centers for Disease Control and Prevention ha rilasciato una nuova guida raccomandando di non mettersi in viaggio in un giorno di festa in cui milioni di cittadini statunitensi si incontrano con amici e parenti. Nessun divieto, quindi, neanche nel pieno del secondo picco pandemico, ma solo “consigli”.

Ma c’è di più. Scott Atlas, il consigliere incaricato da Trump per l’emergenza Coronavirus, noto sostenitore dell’“immunità di gregge”, ha esortato gli americani a resistere alle restrizioni che diversi governatori dei vari Stati – come il Michigan o la California – hanno promosso!

La situazione è catastrofica, lo dicono i numeri, e con un fine settimana di festa che rischia di essere un incredibile vettore del contagio, forse è più facile agganciarsi al vuoto simulacro della normalità che affrontare la realtà.

Il 20 novembre ci sono stati quasi 200 mila casi di nuovi contagi di Covid-19 – 198.537 per la precisione – erano stati quasi 190 mila il giorno prima, con i decessi quotidiani che sfiorano le 2.000 unità al giorno.

Un aumento dei contagi del 67% rispetto a 14 giorni fa, e del 63% rispetto ai decessi, un nuovo record nel pieno del secondo picco pandemico, in cui gli Stati Uniti, con più di 12 milioni e centomila contagiati detengono il record mondiale.

La crisi sanitaria, con un sistema ospedaliero prossimo al collasso – più di 80 mila ricoveri per il Covid-19 – dimostra platealmente il fallimento di un modello di tutela che si somma alla crisi sociale. L’ultimo report sui nuovi “disoccupati” che hanno fatto domanda per l’indennità riferisce di 742 mila persone. Da marzo, coloro che ricevono una qualche forma di compensazione – e non è il totale dei disoccupati reali – sono più di 20 milioni: un ordine di grandezza paragonabile solo alla Grande Crisi del 1929.

Come riporta l’articolo che qui abbiamo tradotto, nella sola ristorazione sono stati persi 2,3 milioni di posti di lavoro.

In aggiunta a questo, democratici e repubblicani da mesi non riuscono a mettersi d’accordo sul pacchetto di aiuti – i primi vorrebbero fossero pari a 3 mila miliardi di dollari – che hanno permesso di “tamponare” da marzo gli effetti della crisi sui soggetti più vulnerabili, ma finiscono con quest’anno solare.

Ma non è l’unico dissidio tra le due formazioni, tenendo conto che il Segretario del Tesoro Steven Mnuchin, a differenza di quanto sosteneva la FED, questo venerdì non ha voluto rinnovare tutta una serie di sostegni economici alle imprese attraverso differenti tipologie di prestito – gli emergency credits programs – per una quota pari a 455 milioni di dollari, che permettevano soprattutto alle piccole-medie imprese di avere quel supporto finanziario indispensabile per attraversare la pandemia.

Con la sua non-vittoria, Trump si lascia alle spalle un paese lacerato, dove l’assenza di una presenza forte dello Stato nella vita economica dei cittadini ha aumentato a dismisura la precarietà, non solo lavorativa, ma addirittura esistenziale.

Ci sono bagliori di questa rinnovata coscienza, di cui l’articolo è un riflesso, della necessità di un ruolo dello Stato sia come vettore delle garanzie sociali, sia come attore politico che prenda decisioni a tutela della salute pubblica.

Numerose inchieste sostengono che, tra le fila di chi ha appoggiato i democratici, le parole d’ordine più progressiste siano prevalenti: dalla giustizia razziale al “green new deal”, dal salario minimo a 15 dollari l’ora al medicare for all, cioè l’assistenza sanitaria universale gratuita.

Nonostante questo, sin da subito l’establishment democratico ha attaccato la sinistra.

La negazione della realtà non è semplicemente l’ideologia fondante delle milizie pro-Trump, che vediamo marciare in questi giorni su Washington, né dei neoliberisti che non riescono a trovare una figura che riesca a rompere energicamente con l’Amministrazione Trump, per via della loro totale mancanza di impegno sociale.

È l’essenza stessa di una società che, non avendo gli strumenti per agire scientificamente nella vita quotidiana per risolvere le proprie contraddizioni, continua a porre il profitto come priorità, nonostante si stiano accumulando tutte le prove per dimostrare che è autodistruttivo.

Una sorta di eterogenesi dei fini, simboleggiata dal fatto che gli Stati che per primi hanno tolto le restrizioni, sono stati i più colpiti dalla seconda ondata di contagio.

Buona lettura.

*****

Gli americani si stanno rendendo conto di cosa succede quando il governo federale non riesce a provvedere alla sicurezza economica durante una crisi sanitaria: individui, imprese e leader locali prendono decisioni pericolose, in un tentativo inutile di salvare le proprie attività e i propri stili di vita.

Da un punto di vista della salute pubblica, è ovvio che gli Stati dovrebbero far chiudere bar e ristoranti. Queste aziende sono particolarmente pericolose per quel che riguarda la diffusione del COVID: nella parte anteriore del locale, i clienti siedono gomito a gomito, togliendosi le mascherine per mangiare e parlare; nella parte anteriore, i lavoratori stanno stretti spalla a spalla, preparando cibo, i piatti, mixando drink o lavando le stoviglie.

Questo mette i clienti a rischio, e i camerieri, i cuochi e i baristi ancora di più. Questo rischio è reso ancora più intenso dal clima freddo, che ha reso impraticabile mangiare e bere fuori all’aperto in gran parte del paese.

Un recente studio del Centro per il Controllo delle Malattie e la Prevenzione ha scoperto che pazienti positivi al Covid in 11 cliniche avevano il doppio delle possibilità di aver mangiato in un ristorante di recente rispetto a coloro i quali erano risultati negativi.

E una nuova ricerca pubblicata su Nature ha rivelato che certi tipi di impresa – ristoranti, palestre, hotel e luoghi di preghiera – ospitano eventi ad altissimo rischio di contagio, con i ristoranti categorizzati come “particolarmente rischiosi”. Quattro volte di più rispetto alle palestre, infatti.

Gli amministratori locali conoscono questi dati; e anche le imprese. Ma la realtà è che i “soggetti economici” ostacolano qualsiasi misura di sicurezza e il governo federale non ha fatto nulla, fin dalla primavera, quando il Paycheck Protection Program ha cancellato debiti delle imprese che non potevano essere ripagati, solo per tenerle in piedi.

I soldi sono finiti da un pezzo, e nessuna politica federale pubblico-sanitaria aggressiva o stimoli estesi ha prolungato quei benefit. Come risultato, tanti Stati e governi locali hanno dovuto prendere la decisione di lasciare aperti i ristoranti o farli riaprire a capacità ridotta. Non abbastanza per riportare il settore all’autosostentamento, ma più che abbastanza per continuare a far diffondere il virus.

Per tenere in sicurezza clienti e lavoratori, le imprese stesse hanno montato cupole simili a igloo dove mangiare, installato sistemi di ventilazione, riconvertito le loro operazioni – tutti investimenti onerosi che potrebbero essere inutili.

La situazione è esiziale soprattutto per i ristoranti. Ad agosto, la spesa dei consumatori in questo settore ammontava ad un terzo in meno rispetto all’anno passato, e la National Restaurants Associations stima che piccoli locali giapponesi, ristoranti stellati e qualsiasi cosa nel mezzo, perderanno quest’anno circa 240 milardi di dollari di fatturato.

Circa 2,3 milioni di posti di lavoro nel settore ristorazione sono evaporati e un ristorante su sei ha chiuso, definitivamente o a lungo termine. Due ristoranti su cinque dichiarano che non ce la faranno a reggere per altri sei mesi, se le attuali condizioni continueranno (e si stanno aggravando!).

La situazione è ovvia: salviamo i governi statali e locali. Salviamo i ristoranti e i bar. Salviamo i lavoratori. Salviamo tutti. Messo più succintamente: in questa strana e terribile pandemia, lo stimolo economico è uno strumento di salute pubblica trascurato che migliora lo schema decisionale per tutti gli attori, dai proprietari di casa ai lavoratori, dalle aziende agli impiegati pubblici.

Cominciamo con gli individui. La pandemia ha dimostrato quel che già si sapeva: salario e ricchezza hanno un ruolo protettivo per quel che riguarda la salute. Avere dei risparmi da cui poter attingere o uno stipendio considerevole su cui poter far affidamento significa avere la possibilità di dire “no” ad un’uscita di casa per andare a lavorare in un ristorante all’aperto o in un turno di notte, di sabato, presso un locale fin troppo affollato.

Avere un aumento di 600 dollari sul tuo assegno di disoccupazione o 1.200 dollari subito nelle proprie tasche, significa poter rifiutare un lavoro a contatto col pubblico se hai delle malattie preesistenti, o di andartene da un posto di lavoro dove le persone si rifiutano di mettersi le mascherine. Più stimolo diretto per le famiglie ora significa prendere migliori decisioni durante questo massacro.

Lo stesso vale per le imprese. Salvare bar e ristoranti permetterebbe loro di rimanere chiusi o di sopravvivere facendo solo asporto. Dare assegni a palestre e centri per lo yoga permetterebbe loro di ospitare meno clienti, aiutarli ad installare sistemi di ventilazione o altre misure di sicurezza.

A livello statale e locale, questa logica si applica ancora: la spesa federale allevierebbe la pressione sugli amministratori locali a riaprire sbrigativamente imprese rischiose, procurerebbe loro soldi da investire in materiali per la sanificazione, hotel per la quarantena, spazio per ospitare i senza tetto, migliori strumenti per il tracciamento del contagio, classi scolastiche più ampie, ecc.

Dato il rischio che pone il consumo all’interno dei locali, un decreto mirato per aiutare ristoranti e bar avrebbe senso: il Restart Act e il Restaurant Act sono entrambe opzioni che girano per il Congresso, così lo stimolo senza restrizioni di massa.

Soldi a famiglie, aziende, città e stati non aiuterebbero solamente un’economia ripresa e una ripresa lenta. Aiuterebbero a far finire la pandemia.

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18/04/2020

600 euro indirizzati male

La pandemia ha imposto al Governo italiano di prendere delle misure a tutela di chi, a causa del lockdown, ha subito un danno economico. La più nota è l’assegnazione di un sussidio da 600 euro ai lavoratori autonomi o di particolari categorie. Un provvedimento giusto, nato con le migliori intenzioni, ma che presenta delle storture, forse non casuali.

Ha destato molto scalpore il fatto che alcune centinaia di notai abbiano fatto domanda per il sussidio. Chiunque sia passato per lo studio di un notaio fa molta fatica ad immaginare come sia possibile che qualcuno di loro dichiari meno di 50.000 euro (il tetto di reddito per i beneficiari). Questo comunque è un aspetto che riguarda l’agenzia tributaria e sul quale non si può rinfacciare nulla al Governo. Oltretutto quello dei notai è anche un caso estremamente marginale.

Molto più diffuso è invece un altro problema, quello dei liberi professionisti iscritti a più di un ente di previdenza, cui non viene concesso il sussidio di 600 euro. La cosa ha una sua logica, che però è sbagliata: si vuole evitare che qualcuno prenda il sussidio due volte, ma si finisce per escludere i più poveri.

I professionisti iscritti a più di un ente di previdenza di norma sono quelli economicamente più deboli, dei veri “lavoratori atipici”. Sono quelli che, con la libera professione, non riescono ad arrivare a fine mese e quindi arrotondano lavorando anche per delle imprese (o viceversa, dei lavoratori che arrotondano con la partita IVA). Dei lavoratori che collaborano con diverse imprese che adoperano forme contrattuali differenti.

Per fare degli esempi concreti, si tratta di avvocati, psicologi, medici, infermieri, biologi, ecc. Per scongiurare che qualcuno prenda due volte i sussidi basterebbe imporre che si possano prendere solo da un ente.

Invece, negando il sussidio a quelli iscritti a più di un ente, si favoriscono i ricchi a dispetto dei meno abbienti. A quelli affermati (o garantiti) che vivono solo grazie alla libera professione è erogato il sussidio, mentre a quelli costretti alla flessibilità del lavoro è negato ogni aiuto.

A questo, si aggiunge un altro paradosso. Molti liberi professionisti sono evasori fiscali, mentre un lavoratore iscritto a due enti previdenziali, almeno in uno (quello da dipendente) paga tutte le tasse. Quindi un precario costretto a due lavori, che paga molte tasse e che fatica ad fine mese non riceverà nulla, mentre un ricco libero professionista che dichiara meno di 50.000 euro (e magari ne evade diverse altre centinaia) potrà accedere al sussidio.

Questa assurda stortura deve essere immediatamente rimossa (con effetto retroattivo), ma ci costringe a riflettere sul tema della rappresentanza.

Il nuovo mercato del lavoro spesso ci ha reso “imprenditori di noi stessi”, delle monadi senza rappresentanza e senza tutele. Gli iscritti a più di un ente di previdenza, nel luogo di lavoro da dipendente, possono essere tutelati dai sindacati, mentre per le mansioni svolte come libero professionista, potrebbero essere rappresentati dagli ordini professionali. Però la maggior parte degli ordini professionali sono in mano alle élite e si guardano bene dal fare gli interessi dei lavoratori precari.

Tuttavia non è detto che anche i sindacati facciano gli interessi dei lavoratori, basti guardare a cosa hanno fatto i confederali negli ultimi 30 anni. La più recente schifezza della CGIL è di voler abbattere (almeno nel settore spettacolo) il tetto dei 50.000 euro per i beneficiari dei 600 euro. In una fase in cui a molti lavoratori precari (lavoratori poveri) viene negato ogni sussidio, la CGIL si preoccupa di estenderlo ai più ricchi.

Va nuovamente preso atto che gli ordini professionali e i sindacati confederali non fanno gli interessi dei lavoratori precari, ma solo delle élite e del potere.

Il Governo si deve quindi rivolgere alle rappresentanze più genuine del nuovo e complesso mondo del lavoro. Solo così si potrà garantire l’equità e si potranno gettare le basi per far ripartire il sistema produttivo del Paese.

Fonte

24/09/2018

“Prima i tedeschi!”, e ci scopriamo migranti come gli altri...

Sembrava l’uovo di Colombo del reazionario senza cervello: siamo in difficoltà? Ci sono pochi soldi in cassa? Dobbiamo rispettare i parametri di Maastricht? Allora togliamo qualcosa a qualcuno e inventiamoci una bella guerra tra poveri... “Prima gli itagliani!”

Il problema delle idee stupide è che possono venire in testa proprio a tutti. E l’idea più stupida che possa venire in testa a un governo di un paese di emigranti – che proprio negli ultimi due anni sono stati più degli immigrati da altri paesi, tutti sbrigativamente apostrofati un tempo come extracomunitari, ora più brutalmente come negri – è proprio quella di aprire la stagione globale del “ognuno a casa sua”.

Non sorprende, dunque, che lo stesso virus maligno abbia rapidamente attecchito anche in Germania, dove le vittime di questo atteggiamento sono tutti i cittadini “non tedeschi”, a prescindere dal colore della pelle. Dunque anche gli italiani.

Radio Colonia, una emittente cittadina in lingua italiana, visto l’alto numero di connazionali presenti in quel territorio, ha mandato in onda la testimonianza di una donna italiana convocata dall’Ufficio per gli immigrati che le ha dato una sorta di ultimatum.

“Mi hanno comunicato che avevo quindici giorni di tempo, visto che non potevo provvedere a me stessa, per trovare un lavoro: altrimenti mi avrebbero rimpatriato e avrebbero pure pagato il viaggio a me e alle bambine, se non fossi stata in grado di poterlo pagare io”. A raccontare la vicenda è un’immigrata italiana che si è trasferita in Germania nel 2013 e, dopo aver smesso di lavorare in seguito a una gravidanza, è andata a chiedere il sussidio sociale. Dopo tre mesi di attesa è stata convocata dall’Ufficio per gli immigrati che le ha dato l’ultimatum.

La stessa cosa sta avvenendo però in molte altre zone del paese. Sono in molti ad aver avuto comunicazioni simili, prima a voce e poi per lettera. Le minacce di espatrio nei confronti di italiani che non lavorano o non lo stanno cercando, secondo Radio Colonia, sono almeno un centinaio soprattutto nel Nord Reno-Westfalia. E riguardano, riferiscono esponenti dei patronati intervistati dalla Radio, anche situazioni di grave difficoltà, come donne in avanzato stato di gravidanza.

Alla base di questo fenomeno c’è una legge di due anni fa, che ha elevato da cinque anni a tre mesi il periodo di permanenza in Germania che consente di accedere ai sussidi sociali. Dietro questa legge c’è la volontà di ridimensionare uno stato sociale ritenuto troppo generoso che attraeva troppi ‘stranieri’ europei i quali – facendo leva sul principio della libera circolazione – sfruttavano il sistema in una dimensione che a Berlino era giudicata eccessiva.

Una volta fatta la legge, dunque, è cominciata a cascata la pioggia dei “regolamenti” delle singole amministrazioni locali. Nell’aprile scorso, una circolare del Job Center che regola l’applicazione della legge del 2016 (modificata nel 2017), stabilisce che chi si trasferisce in Germania con lo scopo di trovare lavoro ha tempo sei mesi, al termine dei quali scade la libertà di circolazione e i dati vengono inviati all’Ufficio stranieri. A questo punto occorre dimostrare che la ricerca di lavoro continua. In caso contrario si rischia l’espulsione.

E in questo caso la legge non distingue tra cittadini dell’Unione Europea (“comunitari”) e extracomunitari, ma solo tra tedeschi e non. Prima gli alemanni!, insomma.

Il primo a lamentarsene, qui da noi, è stato il sottosegretario agli Esteri, Ricardo Merlo (una “c” sola, all’iberica), trevigiano, ovviamente leghista, fondatore del Maie (Movimento Associativo Italiani all’Estero). Ma invece di denunciare la logica malata della guerra tra poveri, il sottosegretario ha scelto la solita via del servitore italico: “Chi è che difende davvero l’Unione Europea? Chi lavora per proteggerne i confini o chi starebbe preparandosi a cacciare dal proprio Paese cittadini europei?”

Avevamo sempre detto e scritto che l’“euroscetticismo” di Lega e Cinque Stelle era una posa ad effetto, per attirare simpatie popolari nel tempo in cui ogni abitante di questo paese si è accorto che il far parte di questa Unione neoliberista lo sta impoverendo ogni giorno che passa. Ora c’è anche la confessione del leghista: “ma come, noi vi stiamo facendo da cani da guardia nei confronti del Sud del mondo e voi ci trattate come loro?”.

Gli aspetti paradossali sono comunque numerosi. La Germania è il paese più ricco della Ue, quello che ha ridisegnato nella crisi – e proprio “grazie” alle politiche di austerità – le filiere produttive di tutta Europa. Presenta da anni un surplus di bilancio enorme, cui corrisponde il deficit crescente degli altri paesi, specie quelli mediterranei. Potrebbe insomma agevolmente investire, aumentare i salari e mantenere gli alti livelli di welfare che l'avevano caratterizzata nel dopoguerra.

Ma è sempre un errore ragionare in termini geopolitici, come se un paese fosse un’entità unitaria. La Germania, è vero, potrebbe spendere molto di più, ma i padroni tedeschi non sono la Germania. Per loro il problema – esattamente come quelli italiani o “globali” – è incrementare i propri profitti e le proprie rendite, non quello di garantire uno sviluppo equilibrato e la coesione sociale.

Perciò anche nella ricca Germania si comincia a dire che “i soldi sono pochi, togliamo qualcosa agli immigrati”.

Solo che lì, e non da ora, “gli immigrati” siamo anche noi, tra gli altri...

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13/08/2014

Germania, ultima meta del disoccupato europeo

Quant'è grave la crisi? Un indice grossolano ma infallibile è dato dalle richieste di sussidio. Caccia difficile, di questi tempi, quando tutti gli stati "poveri" vanno tagliando proprio questa voce di spesa. Ma il "mercato comune" europeo ha creato anche qualche discrepanza "positiva", temporanea, certo, ma che viene sfruttata al meglio da chi deve ricorrere a questa estrema ancora di salvezza.

In Germania, uno dei pochi paesi in cui ancora resiste il sussidio generalizzato di disoccupazione di lungo corso, chiamano 'Hartz IV' quelli che ne usufruiscono. In testa alla classifica, per nazionalità, ci sono ovviamente i tedeschi, che giocano in casa. Ma tra gli stranieri, al secondo posto arriviamo noi: oltre 66 mila 'Hartz IV' sono, stando ai dati forniti dall'Agenzia federale del lavoro, italiani. Un numero che colloca chi arriva dall'Italia in cerca di una occupazione e poi si trova a dover far ricorso al welfare tedesco, al secondo posto dopo i polacchi (80 mila), e prima dei greci (43 mila).

Il dato si può incrociare con altri numeri interessanti: tanto per ripetere quanto sia attraente per i giovani dei paesi in crisi del Sud Europa la cosiddetta «locomotiva», nonostante il «raffreddore» dovuto alle attuali incertezze geopolitiche. La Germania si conferma il paese con una disoccupazione giovanile (sotto i 25 anni) inferiore alla media europea, il 7,8%. E in questa favorevole condizione del mercato, sempre più europei dell'est e del sud trovano impiego: nel giro di un anno, dal maggio 2013 al maggio 2014, il numero degli immigrati che, provenienti da Grecia, Italia, Spagna, Portogallo e dai paesi dell'est, ha trovato lavoro sul suolo tedesco è salito a 1,25 milioni. L'anno precedente era 1,07 milioni.

A maggio, inoltre, 521.000 persone provenienti da Grecia, Portogallo, Italia e Spagna erano tenuti a una assicurazione sociale o impegnati in una piccola occupazione. Rispetto all'anno precedente questo dato - si legge in un rapporto dell'agenzia del lavoro - è aumentato sopra la media, e cioè del 7% (di 34 mila unità).

Per gli italiani che ancora non ce l'hanno fatta, c'è appunto Hartz IV. Il nome viene dall'economista che mise a punto il famoso pacchetto di riforme dell'agenda 2010 di Gerhard Schroeder, permettendo un'autentica svolta alla Germania: da paese con i salari più alti d'Europa a "mercato del lavoro duale", condannando soprattutto i giovani alla precarietà dei "mini-job" (con salari da fame) ed, appunto, all'eventuale sussidio di disoccupazione se non riesci a trovare un lavoro schiavistico neanche in queste modo.

Il complesso sistema di nuove norme, entrato in vigore nel 2005, prevede fra l'altro che chi è disoccupato da più di un anno percepisca un sussidio statale, comunque vincolato alla ricerca del lavoro, pena il taglio dei fondi. Nel 2014 questa indennità è salita - per 6,1 milioni di residenti in Germania - da 382 a 391 euro per i single (le coppie ricevono 353 euro a testa).

Questa cifra niente affatto folle è comunque più di reddito zero; e molti sono emigrati in Germania contando su questa esile ciambella di salvataggio.

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08/07/2014

Egitto, Sisi si piega al FMI

di Michele Paris

A poche settimane dall’elezione alla presidenza dell’Egitto, l’ex generale Abdel Fattah al-Sisi ha annunciato un’iniziativa richiesta da tempo dagli ambienti finanziari internazionali e dal business indigeno. La graduale eliminazione dei sussidi statali per i prodotti energetici ha causato l’immediata impennata dei prezzi dei carburanti, colpendo duramente le fasce più povere della popolazione e provocando manifestazioni di protesta che potrebbero rapidamente allargarsi nel prossimo futuro.

Nonostante fosse nell’aria, la misura è scattata a sorpresa nella notte tra sabato e domenica e rientra nel piano del regime per ridurre il deficit pubblico di 48 miliardi di lire egiziane (4,94 miliardi di euro), in modo da portarlo al 10% del PIL. Il totale dei sussidi che saranno cancellati ammonta a 44 miliardi di lire egiziane, equivalenti a circa 4,5 miliardi di euro.

Da un giorno all’altro, così, gli egiziani hanno visto aumentare il prezzo della benzina per i mezzi di trasporto fino al 78% e il gasolio del 64%. I più colpiti sono stati però i proprietari di auto con impianti a gas, poiché in questo caso gli aumenti sono stati addirittura del 175%. Tra i maggiori consumatori di gas per auto figurano i tassisti egiziani che, infatti, hanno dato vita nel fine settimana a proteste improvvisate, disperse con gas lacrimogeni dalla polizia, soprattutto al Cairo ma anche a Suez e Ismailia.

L’effetto dei sussidi va ad aggiungersi poi a un altro recentissimo decreto firmato da Sisi che aumenta le tasse su tabacco e alcolici, nonché più in generale a un’inflazione in costante aumento, soprattutto per i beni alimentari.

Per finanziare i sussidi nel settore energetico e per i beni alimentari, l’Egitto spende ogni anno circa un terzo del bilancio pubblico. Vista la loro entità, i sussidi sono tradizionalmente criticati dagli ambienti di potere nazionali ed esteri perché considerati uno spreco di denaro pubblico e una distorsione intollerabile del mercato.

I principali media, inoltre, continuano a sostenere che i prezzi artificialmente bassi di alcuni beni di prima necessità favoriscono in larga misura i cittadini più benestanti, i quali oltretutto non ne avrebbero nemmeno bisogno. I sussidi statali, in realtà, nonostante riguardino anche le aziende, consentono agli egiziani che appartengono alle classi più disagiate di sopravvivere a fronte di livelli drammatici di povertà e di disoccupazione.

Quella annunciata domenica è comunque solo la prima fase di un progetto che, nel caso dovesse andare in porto, prevede la rimozione di tutti i sussidi del settore energetico in un periodo dai tre ai cinque anni. Secondo quanto affermato in maniera improbabile dal primo ministro egiziano, Ibrahim Mehleb, le risorse così risparmiate potranno essere spese dal governo nel settore sanitario e in quello dell’educazione.

Implementati per alleviare la povertà e contenere le tensioni sociali, i sussidi statali in Egitto non erano mai stati toccati nei tre decenni dell’era Mubarak, mentre della loro eliminazione si è iniziato a discutere dopo la rivoluzione del 2011.
Il presidente eletto tra le fila dei Fratelli Musulmani, Mohamed Mursi, aveva negoziato un prestito da 4,8 miliardi di dollari con il Fondo Monetario Internazionale (FMI), a patto che l’Egitto procedesse con un piano di austerity che comprendeva, appunto, la riduzione dei sussidi.

Con l’economia in caduta libera e il malumore crescente tra la popolazione, la questione del taglio dei sussidi non è stata però affrontata in maniera concreta e il prestito del FMI è rimasto congelato. La decisione presa settimana scorsa dal regime non è ufficialmente legata ai negoziati col Fondo, anche se il ministro delle Finanze, Hany Kadri, ha affermato che l’Egitto avrebbe ora diritto ad accedere al prestito perché sta adottando “riforme più dure” di quelle richieste dal FMI.

La decisione di Sisi ricorda invece quella presa nel gennaio 1977 dall’allora presidente egiziano Anwar al-Sadat. In quell’occasione, l’eliminazione dei sussidi per i beni alimentari di prima necessità - su richiesta del FMI e della Banca Mondiale - fece scoppiare la protesta di centinaia di migliaia di egiziani delle classi più povere, ai quali il regime rispose con l’intervento dell’esercito. Dopo giorni di scontri e un’ottantina di morti, fu solo il ripristino dei sussidi a riportare l’ordine nel paese nordafricano.

I timori per una nuova esplosione di rabbia tra la popolazione pervadono anche oggi la classe dirigente egiziana. La recente elezione a presidente con una percentuale schiacciante, nonostante l’astensionismo di massa, deve avere però convinto Sisi di essere sufficientemente forte da far digerire a decine di milioni di persone un drastico aumento del costo della vita.

Meno sicuri sono apparsi al contrario quasi tutti i partiti politici egiziani. Se quelli di ispirazione liberista hanno tiepidamente applaudito l’iniziativa, pur criticando le modalità con cui la soppressione di alcuni sussidi è stata frettolosamente implementata, altre formazioni di sinistra hanno bocciato la decisione del governo.

L’atteggiamento critico di questi ultimi partiti appare tuttavia poco più di una manovra politica, dal momento che essi avevano in gran parte appoggiato il colpo di stato militare guidato da Sisi nel luglio dello scorso anno, contribuendo a promuovere l’immagine “democratica” dell’ex generale nonostante fosse più che evidente la natura contro-rivoluzionaria del colpo di mano ai danni del presidente eletto Mursi.

L’offensiva del nuovo regime contro i lavoratori e i poveri egiziani, d’altra parte, conferma ancora una volta come il golpe portato a termine poco più di un anno fa non abbia rappresentato in nessun modo un’azione volta a difendere le conquiste rivoluzionarie del 2011.

Al contrario, la manovra dei militari - appoggiata dagli Stati Uniti e dai loro alleati in Occidente - si era resa necessaria per bloccare sul nascere una nuova mobilitazione popolare e riportare una qualche stabilità nel paese, così da procedere con le richieste del capitalismo domestico e internazionale. In questa prospettiva, la soppressione dei sussidi statali è solo la prima delle “riforme” che il nuovo governo ha in serbo per la popolazione egiziana.

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