All’inizio di questa settimana la Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni del Parlamento Europeo ha dato via libera alla nuova proposta del Regolamento Rimpatri, che dopo un breve passaggio in plenaria diventerà oggetto di trattative del trilogo, cioè di Strasburgo con Consiglio e Commissione Europei.
L’obiettivo dichiarato dalla Commissione, che ha presentato il testo ormai un anno fa, è quello di creare un sistema comune sul tema tra tutti i membri UE, e rendere le espulsioni dei migranti irregolari più rapide ed efficaci. Tuttavia, per le organizzazioni umanitarie e gli esperti delle Nazioni Unite, il progetto profuma di “modello americano”, evocando le controverse pratiche dell’ICE statunitense.
Il cuore della riforma risiede in una netta stretta sulle procedure. Tra le misure più contestate figurano i cosiddetti “hub di rimpatrio”: centri di espulsione situati al di fuori del territorio dell’Unione, dove i richiedenti asilo respinti verrebbero trasferiti in attesa del volo di ritorno.
A questo si aggiunge la possibilità di trattenere i migranti fino a due anni, qualora le autorità lo ritengano necessario per garantire l’esecuzione del provvedimento. Significa, dunque, un ampliamento sproporzionato dei poteri di polizia, e un salto di qualità nel modello securitario di gestione dei confini che è diventato ormai un tratto distintivo delle politiche di Bruxelles, per le quali Roma (col centrosinistra e col centrodestra) è stata l’avanguardia.
Oltre alla militarizzazione promossa tramite Frontex, che più volte è stata accusata di aver sostanzialmente partecipato a respingimenti illegali, tale modello si è fondato sull’esternalizzazione degli ingressi, affidata a milizie e trafficanti di esseri umani che usano il lager come strumento base di gestione dei flussi. Pagando “modiche” cifre, la UE si è assicurata di poter usufruire di manodopera a basso costo, senza dover mantenere direttamente sul proprio territorio la questione sociale di tante persone in cerca di un futuro.
Ora, questo sistema fa un salto di qualità ulteriore. All’inizio di febbraio, circa settanta ONG hanno sottoscritto un appello per denunciare il rischio che il nuovo regolamento apra a perquisizioni in abitazioni private (anche senza mandato giudiziario in alcuni contesti), a raid della polizia in spazi pubblici, uffici e rifugi umanitari, all’utilizzo massiccio di tecnologie di sorveglianza e identificazione biometrica e, infine, persino alla profilazione razziale, basata sull’aspetto fisico, sulla lingua e sulla religione.
In sostanza, viene data una cornice legale a un metodo di gestione del tema migratorio che è molto simile alla prassi di azione dell’ICE, negli Stati Uniti. In questo modo, viene poi ristretto il diritto al ricorso per migranti e richiedenti asilo, tutelando ulteriormente le decisioni delle autorità europee, in un quadro di forte criminalizzazione dei flussi migratori.
La Commissione Europea respinge fermamente il paragone con l’agenzia federale statunitense. Un portavoce ha chiarito a Euronews che la proposta non prevede l’obbligo per i servizi pubblici di denunciare i migranti, né autorizza irruzioni indiscriminate. “Il testo è pienamente compatibile con i diritti fondamentali”, assicurano da Bruxelles, sottolineando la presenza di forti garanzie per i rimpatriandi.
Ma diverse voci autorevoli la pensano in maniera opposta. Il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa ha espresso riserve su questa riforma, e anche 16 tra relatori speciali, esperti indipendenti e gruppi di lavoro delle Nazioni Unite hanno inviato una lettera congiunta all’UE, avvertendo che il regolamento potrebbe minare i diritti umani fondamentali e isolare ulteriormente le comunità vulnerabili.
Del resto, sono state modificate le norme sui paesi d’origine o terzi considerati sicuri, proprio per facilitare le espulsioni, anche nei casi in cui il diritto alla protezione internazionale andrebbe garantito. In generale, i regolamenti che costituiscono il nuovo Patto su migrazione e asilo hanno portato alla costruzione di un muro giuridico per tenere migranti e richiedenti asilo alle frontiere dell’UE, facilitando la loro espulsione sbrigativa.
Il “modello Ruanda” inaugurato da Boris Johnson, o quello dell’ICE trumpiana (ma a cui ha dato avvio il “democratico” Obama) sono stati largamente criticati, anche da esponenti UE. Ora si rivela la natura totalmente propagandistica delle critiche, mentre si cerca di far passare in silenzio provvedimenti che delineano condizioni persino peggiori. Il tutto, pronti a gestire gli ingressi tramite criminali, a seconda delle necessità di profitto del capitale su base continentale.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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14/03/2026
28/12/2025
New York - “Proteggiamo i nostri vicini dall’ICE”
Da poco ha smesso di nevicare; è il momento più bello in città quando la coltre è ancora immacolata e noi pedoni procediamo seguendo uno le orme dell’altro. Così avvolti nel gelido candore attraversiamo il parchetto del quartiere per raggiungere l’entrata della metropolitana, dove staziona una donnina anziana, imbacuccata e sorridente. Offre una busta di plastica trasparente che contiene un pieghevole informativo e un fischietto e a tutti dice “Proteggiamo i nostri vicini dall’ICE”.
Il suono è lo stesso, ice, ma non si riferisce a pericolosi lastroni di ghiaccio, bensì a qualcosa di ben più letale: l’Immigration and Custom Enforcement, la famigerata agenzia deputata al controllo dell’immigrazione che dall’avvento di Trump al governo sta traumatizzando le città americane.
Il volantino è un vero e proprio mini-manuale di istruzioni. Dice come riconoscere un agente dell’ICE e come comportarsi. La cosa più importante è essere pronti a raccogliere informazioni. Quanti sono. Che cosa fanno. Dove e in che direzione si muovono. Come sono vestiti. Se indossano il passamontagna e il giubbotto anti proiettile. Orario dell’avvistamento. Che equipaggiamento portano (armi, manette, bastoni, ecc.). Se si è in sicurezza, cioè se loro non ti vedono, fare foto e video. Infine inoltrare i dati raccolti al network del quartiere (di cui è dato il numero in hotline).
La sezione dedicata al fischietto è commovente e meriterebbe un posto al museo dadaista (se esistesse). Illustra due codici. Codice Numero 1: bwee! bwee! bwee! Soffiare a ripetizione significa: l’ICE è stato avvistato in zona, state allerta. Codice Numero 2: bweeeeeeeeeeeeeeeeeeee !!! Emettere un suono forte e continuativo significa l’ICE sta effettuando un arresto – massima allerta e pronti ad attivare il servizio legale, di cui ovviamente il manuale fornisce il numero.
Come me anche gli altri passanti ritirano entusiasti il kit anti ICE. Mi chiedo se avremo mai l’occasione e la freddezza di usarlo. Non lo so. Non nascondo che mi piacerebbe assistere alla scena di un gruppo di cittadini che armati di fischietti riescono a gabbare gli energumeni dell’ICE e proteggere i loro vicini di casa, di negozio, di strada.
Perché queste sono le vittime di ICE: il signore gentile che ti saluta mentre spazza la strada dalle foglie, la signora che pulisce le scale del condominio e ti fa la cortesia di raccogliere il tuo pacco mentre sei in vacanza, la ragazza che serve ai tavoli della tua trattoria preferita, il ragazzo che ti shakera alla perfezione la margarita al cocktail bar dell’angolo, il garzone che ti porta la spesa a casa, la mamma del nuovo amichetto di tuo figlio e così via; uomini, donne, famiglie uguali e mischiate a milioni di altre, che da un anno a questa parte vivono nel terrore di essere scoperte come migranti irregolari.
So bene che la propaganda anti-immigrazione italiana e non solo racconta che gli Stati Uniti a causa del lassismo dei democratici (che sono sì lassi e infingardi, ma per altro) sono stati invasi da milioni di immigrati, ovviamente brutti, sporchi e cattivi e che il governo Trump finalmente fa quello che anche da noi si dovrebbe fare, ossia rimandarli a casa loro. Peccato che ciò non corrisponda al vero e che questa sia casa loro.
La maggior parte dei braccati dall’ICE vive stabilmente negli Stati Uniti da molti anni, anche trenta o quaranta, lavora, produce reddito, paga le tasse, affitta case, guida una macchina, possiede conti in banca e manda i figli (americani) a scuola. Capite dunque che cosa significa la frase della signora: “Proteggiamo i nostri vicini”?
Forse qualche lettore si starà chiedendo perché queste persone non si regolarizzano. In Italia tanti da irregolari trovano un lavoro con contratto e iniziano un faticoso, lungo e difficile percorso di regolarizzazione che nel tempo, e purtroppo solo per pochi, se è loro desiderio investire il proprio futuro nel Belpaese, li porterà alla naturalizzazione. Negli Stati Uniti non è così.
Forse sarà un retaggio puritano, ma se hai commesso l’errore di far scadere il visto d’ingresso non puoi riscattarti; devi andartene dal Paese. Per la verità c’è un modo legale per iniziare da capo il percorso di immigrazione: arruolarsi! O tu clandestino o tuo figlio/a, appena raggiunta la maggiore età, potete scegliere la via dell’esercito e andare a morire per una patria che non vi voleva.
Non credo che avrò mai la soddisfazione di assistere alla messa in fuga degli agenti dell’ICE sul campo e so che alla tv come sui giornalacci continueranno a giustificare la caccia al clandestino come giusta e necessaria, ma so anche che c’è un umanità nuova e sveglia, che avanza e aumenta di giorno in giorno, che silenziosamente si organizza per resistere, per aiutarsi l’un l’altro, per sostenere i propri membri più deboli e in difficoltà.
So anche che il fenomeno dei quartieri contro l’ICE non è un’eccezione di Brooklyn e di New York City perché è stato eletto Mamdani, dato che si sta diffondendo a macchia d’olio nelle principali città del Paese. Nel sud della California, tartassata dall’ICE e pure dalla Guarda Nazionale, gruppi di cittadini hanno preso l’abitudine di appostarsi di fronte a grandi magazzini, come Office Depot, Target ecc., così se l’ICE viene avvistata c’è tempo di avvisare i lavoratori dentro il negozio.
L’emergenza sveglia l’essere umano; l’emergenza fa nascere la comunità, la ricompatta. Non importa se non avremo mai l’occasione di usare il fischietto e probabilmente continueremo a essere impotenti davanti alle scorribande dell’ICE. Ma sappiamo che non lo saremo per sempre e possedere quel fischietto, tenerlo nella borsetta o in tasca, rappresenta la possibilità di riscatto di un intero gruppo sociale, anzi di più, della comunità umana che fa onore al nome che porta e rifiuta la barbarie, che si ribella a chi vuole farci tornare indietro, in una società rozza e brutale.
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Il suono è lo stesso, ice, ma non si riferisce a pericolosi lastroni di ghiaccio, bensì a qualcosa di ben più letale: l’Immigration and Custom Enforcement, la famigerata agenzia deputata al controllo dell’immigrazione che dall’avvento di Trump al governo sta traumatizzando le città americane.
Il volantino è un vero e proprio mini-manuale di istruzioni. Dice come riconoscere un agente dell’ICE e come comportarsi. La cosa più importante è essere pronti a raccogliere informazioni. Quanti sono. Che cosa fanno. Dove e in che direzione si muovono. Come sono vestiti. Se indossano il passamontagna e il giubbotto anti proiettile. Orario dell’avvistamento. Che equipaggiamento portano (armi, manette, bastoni, ecc.). Se si è in sicurezza, cioè se loro non ti vedono, fare foto e video. Infine inoltrare i dati raccolti al network del quartiere (di cui è dato il numero in hotline).
La sezione dedicata al fischietto è commovente e meriterebbe un posto al museo dadaista (se esistesse). Illustra due codici. Codice Numero 1: bwee! bwee! bwee! Soffiare a ripetizione significa: l’ICE è stato avvistato in zona, state allerta. Codice Numero 2: bweeeeeeeeeeeeeeeeeeee !!! Emettere un suono forte e continuativo significa l’ICE sta effettuando un arresto – massima allerta e pronti ad attivare il servizio legale, di cui ovviamente il manuale fornisce il numero.
Come me anche gli altri passanti ritirano entusiasti il kit anti ICE. Mi chiedo se avremo mai l’occasione e la freddezza di usarlo. Non lo so. Non nascondo che mi piacerebbe assistere alla scena di un gruppo di cittadini che armati di fischietti riescono a gabbare gli energumeni dell’ICE e proteggere i loro vicini di casa, di negozio, di strada.
Perché queste sono le vittime di ICE: il signore gentile che ti saluta mentre spazza la strada dalle foglie, la signora che pulisce le scale del condominio e ti fa la cortesia di raccogliere il tuo pacco mentre sei in vacanza, la ragazza che serve ai tavoli della tua trattoria preferita, il ragazzo che ti shakera alla perfezione la margarita al cocktail bar dell’angolo, il garzone che ti porta la spesa a casa, la mamma del nuovo amichetto di tuo figlio e così via; uomini, donne, famiglie uguali e mischiate a milioni di altre, che da un anno a questa parte vivono nel terrore di essere scoperte come migranti irregolari.
So bene che la propaganda anti-immigrazione italiana e non solo racconta che gli Stati Uniti a causa del lassismo dei democratici (che sono sì lassi e infingardi, ma per altro) sono stati invasi da milioni di immigrati, ovviamente brutti, sporchi e cattivi e che il governo Trump finalmente fa quello che anche da noi si dovrebbe fare, ossia rimandarli a casa loro. Peccato che ciò non corrisponda al vero e che questa sia casa loro.
La maggior parte dei braccati dall’ICE vive stabilmente negli Stati Uniti da molti anni, anche trenta o quaranta, lavora, produce reddito, paga le tasse, affitta case, guida una macchina, possiede conti in banca e manda i figli (americani) a scuola. Capite dunque che cosa significa la frase della signora: “Proteggiamo i nostri vicini”?
Forse qualche lettore si starà chiedendo perché queste persone non si regolarizzano. In Italia tanti da irregolari trovano un lavoro con contratto e iniziano un faticoso, lungo e difficile percorso di regolarizzazione che nel tempo, e purtroppo solo per pochi, se è loro desiderio investire il proprio futuro nel Belpaese, li porterà alla naturalizzazione. Negli Stati Uniti non è così.
Forse sarà un retaggio puritano, ma se hai commesso l’errore di far scadere il visto d’ingresso non puoi riscattarti; devi andartene dal Paese. Per la verità c’è un modo legale per iniziare da capo il percorso di immigrazione: arruolarsi! O tu clandestino o tuo figlio/a, appena raggiunta la maggiore età, potete scegliere la via dell’esercito e andare a morire per una patria che non vi voleva.
Non credo che avrò mai la soddisfazione di assistere alla messa in fuga degli agenti dell’ICE sul campo e so che alla tv come sui giornalacci continueranno a giustificare la caccia al clandestino come giusta e necessaria, ma so anche che c’è un umanità nuova e sveglia, che avanza e aumenta di giorno in giorno, che silenziosamente si organizza per resistere, per aiutarsi l’un l’altro, per sostenere i propri membri più deboli e in difficoltà.
So anche che il fenomeno dei quartieri contro l’ICE non è un’eccezione di Brooklyn e di New York City perché è stato eletto Mamdani, dato che si sta diffondendo a macchia d’olio nelle principali città del Paese. Nel sud della California, tartassata dall’ICE e pure dalla Guarda Nazionale, gruppi di cittadini hanno preso l’abitudine di appostarsi di fronte a grandi magazzini, come Office Depot, Target ecc., così se l’ICE viene avvistata c’è tempo di avvisare i lavoratori dentro il negozio.
L’emergenza sveglia l’essere umano; l’emergenza fa nascere la comunità, la ricompatta. Non importa se non avremo mai l’occasione di usare il fischietto e probabilmente continueremo a essere impotenti davanti alle scorribande dell’ICE. Ma sappiamo che non lo saremo per sempre e possedere quel fischietto, tenerlo nella borsetta o in tasca, rappresenta la possibilità di riscatto di un intero gruppo sociale, anzi di più, della comunità umana che fa onore al nome che porta e rifiuta la barbarie, che si ribella a chi vuole farci tornare indietro, in una società rozza e brutale.
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15/12/2025
La Corte d’Appello di Torino libera Mohamed Shahin. Smontato il teorema Piantedosi
L’imam di Torino, Mohamed Shahin potrà tornare libero. Era stato arrestato e poi deportato dal 24 novembre nel lontanissimo Centro di permanenza per il rimpatrio di Caltanissetta perché destinatario di un provvedimento di espulsione firmato di persona dal ministro degli Interni Matteo Piantedosi.
Nel decreto di espulsione firmato da Piantedosi per “motivi di sicurezza dello Stato e di prevenzione del terrorismo”, l’imam veniva descritto come “portatore di un’ideologia fondamentalista e di chiara matrice antisemita”, oltre a sottolinearne il “ruolo di rilievo in ambienti dell’islam radicale” e rapporti con indagati per terrorismo, da lui sempre negati.
La Corte di Appello di Torino si è pronunciata oggi per la cessazione del trattenimento dell’imam accogliendo uno dei ricorsi presentati dagli avvocati di Mohamed Shahin, i quali hanno sostenuto, anche alla luce di nuova documentazione, che non sussistono elementi che possono far parlare di sicurezza per lo Stato o per l’ordine pubblico. Il che significa lo smantellamento del teorema Piantedosi.
Shahin era finto nel mirino del ministro dopo alcune frasi pronunciate nel corso di una manifestazione per la Palestina in cui aveva definito gli attacchi di Hamas del 7 ottobre come un atto di resistenza e “non una violenza” dopo anni di occupazione israeliana a Gaza e in Cisgiordania.
I suoi avvocati, oltre a smentire tali accuse, hanno anche ricordato che, se rimandato in Egitto, Mohammed Shahin avrebbe rischiato la vita in quanto oppositore del regime di al Sisi.
I giudici della Corte di Appello di Torino, dopo avere esaminato i “nuovi elementi emersi”, hanno escluso “la sussistenza di una concreta e attuale pericolosità”. Inoltre hanno sottolineato che Shahin è da 20 anni in Italia, dove sono nati e cresciuti i suoi due figli di 9 e 12 anni, ed è “completamente incensurato”.
Fra i “nuovi elementi” che erano stati presentati dagli avvocati dell’imam figuravano l’archiviazione immediata, da parte della procura di Torino, di una denuncia per le frasi che Shahin aveva pronunciato lo scorso ottobre durante la manifestazione per la Palestina e che, secondo lo stesso rapporto della Digos, non configuravano reato.
In queste settimane di reclusione nel Cpr di Caltanissetta, a Torino e in altre città si sono tenute decine di manifestazioni di solidarietà e si erano moltiplicati gli appelli per la liberazione di Shahin. Tra questi ultimi c’era anche quello del vescovo di Pinerolo, Derio Olivero, il quale in un video ha definito l’imam come un “uomo di dialogo”.
La posizione di Shahin, seppur libero di tornare a casa, resta estremamente complicata: all’imam torinese a è stato infatti revocato il permesso di soggiorno. Contro questa decisione pende un ricorso al Tar di Torino, mentre la sua richiesta di asilo è attualmente pendente al tribunale di Caltanissetta.
Fonte
Nel decreto di espulsione firmato da Piantedosi per “motivi di sicurezza dello Stato e di prevenzione del terrorismo”, l’imam veniva descritto come “portatore di un’ideologia fondamentalista e di chiara matrice antisemita”, oltre a sottolinearne il “ruolo di rilievo in ambienti dell’islam radicale” e rapporti con indagati per terrorismo, da lui sempre negati.
La Corte di Appello di Torino si è pronunciata oggi per la cessazione del trattenimento dell’imam accogliendo uno dei ricorsi presentati dagli avvocati di Mohamed Shahin, i quali hanno sostenuto, anche alla luce di nuova documentazione, che non sussistono elementi che possono far parlare di sicurezza per lo Stato o per l’ordine pubblico. Il che significa lo smantellamento del teorema Piantedosi.
Shahin era finto nel mirino del ministro dopo alcune frasi pronunciate nel corso di una manifestazione per la Palestina in cui aveva definito gli attacchi di Hamas del 7 ottobre come un atto di resistenza e “non una violenza” dopo anni di occupazione israeliana a Gaza e in Cisgiordania.
I suoi avvocati, oltre a smentire tali accuse, hanno anche ricordato che, se rimandato in Egitto, Mohammed Shahin avrebbe rischiato la vita in quanto oppositore del regime di al Sisi.
I giudici della Corte di Appello di Torino, dopo avere esaminato i “nuovi elementi emersi”, hanno escluso “la sussistenza di una concreta e attuale pericolosità”. Inoltre hanno sottolineato che Shahin è da 20 anni in Italia, dove sono nati e cresciuti i suoi due figli di 9 e 12 anni, ed è “completamente incensurato”.
Fra i “nuovi elementi” che erano stati presentati dagli avvocati dell’imam figuravano l’archiviazione immediata, da parte della procura di Torino, di una denuncia per le frasi che Shahin aveva pronunciato lo scorso ottobre durante la manifestazione per la Palestina e che, secondo lo stesso rapporto della Digos, non configuravano reato.
In queste settimane di reclusione nel Cpr di Caltanissetta, a Torino e in altre città si sono tenute decine di manifestazioni di solidarietà e si erano moltiplicati gli appelli per la liberazione di Shahin. Tra questi ultimi c’era anche quello del vescovo di Pinerolo, Derio Olivero, il quale in un video ha definito l’imam come un “uomo di dialogo”.
La posizione di Shahin, seppur libero di tornare a casa, resta estremamente complicata: all’imam torinese a è stato infatti revocato il permesso di soggiorno. Contro questa decisione pende un ricorso al Tar di Torino, mentre la sua richiesta di asilo è attualmente pendente al tribunale di Caltanissetta.
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15/11/2025
La COP30 espelle la delegazione di Israele
La delegazione israeliana è stata espulsa dall’assemblea della COP30. Le proteste di fronte alla sede di Belem in Brasile e il boicottaggio espresso dalla maggioranza delle delegazioni hanno cacciato i rappresentanti del genocidio a Gaza. La notizia è stata censurata dalla stampa di Netanyahu.
La Commissione Onu per gli affari economici e finanziari ha votato a stragrande maggioranza una risoluzione che riconosce il diritto inalienabile del popolo palestinese alla sua terra e alle risorse idriche, considerando nulle e violazioni del diritto internazionale tutte le annessioni compiute da Israele. La bozza di risoluzione è stata avanzata dal gruppo 77 e dalla Cina. Hanno votato contro soltanto otto Paesi (Usa, Israele, Argentina e vari staterelli minuscoli), mentre 152 hanno votato a favore, compresi tutti i Paesi dell’UE e il Canada. 12 gli astenuti.
Secondo il portavoce Unicef “Israele sta impedendo l’ingresso a Gaza di beni essenziali, tra cui siringhe per vaccini e biberon. Dallo scorso agosto sono state trattenute 938.000 confezioni di latte in polvere pronto all’uso. Ciò significa che circa un milione di bottiglie di latte potrebbero raggiungere i bambini che soffrono di diversi livelli di malnutrizione. Le restrizioni all’ingresso di forniture umanitarie essenziali, come kit per la maternità, frigoriferi a energia solare, pezzi di ricambio, generatori e materiali per la depurazione dell’acqua stanno ostacolando gravemente gli sforzi umanitari nel settore”.
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La Commissione Onu per gli affari economici e finanziari ha votato a stragrande maggioranza una risoluzione che riconosce il diritto inalienabile del popolo palestinese alla sua terra e alle risorse idriche, considerando nulle e violazioni del diritto internazionale tutte le annessioni compiute da Israele. La bozza di risoluzione è stata avanzata dal gruppo 77 e dalla Cina. Hanno votato contro soltanto otto Paesi (Usa, Israele, Argentina e vari staterelli minuscoli), mentre 152 hanno votato a favore, compresi tutti i Paesi dell’UE e il Canada. 12 gli astenuti.
Secondo il portavoce Unicef “Israele sta impedendo l’ingresso a Gaza di beni essenziali, tra cui siringhe per vaccini e biberon. Dallo scorso agosto sono state trattenute 938.000 confezioni di latte in polvere pronto all’uso. Ciò significa che circa un milione di bottiglie di latte potrebbero raggiungere i bambini che soffrono di diversi livelli di malnutrizione. Le restrizioni all’ingresso di forniture umanitarie essenziali, come kit per la maternità, frigoriferi a energia solare, pezzi di ricambio, generatori e materiali per la depurazione dell’acqua stanno ostacolando gravemente gli sforzi umanitari nel settore”.
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28/10/2025
USA - Fermato un giornalista britannico. Criticava Israele
Un noto giornalista e analista politico britannico, Sami Hamdi, è stato arrestato domenica mattina all’aeroporto internazionale di San Francisco dall’Ice, l’Agenzia federale per il controllo dell’immigrazione.
A rendere nota la notizia è Lettera 43, la quale riferisce che si tratta di una misura di ritorsione per le sue critiche a Israele nel contesto della guerra a Gaza, espresse durante un tour di conferenze negli Stati Uniti.
In un comunicato, l’associazione Council on American-Islamic Relations (Cair) ha definito la detenzione “un affronto alla libertà di parola” e chiesto il suo rilascio immediato.
La portavoce del Dipartimento per la Sicurezza interna, Tricia McLaughlin, ha confermato il fermo su X: “Il suo visto è stato revocato, ed è in custodia dell’Ice in attesa di rimpatrio”. Ha aggiunto che, “sotto la presidenza Trump, chi sostiene il terrorismo o minaccia la sicurezza nazionale non potrà lavorare né visitare questo Paese”.
Sami Hamdi, è il direttore di un centro di analisi geopolitica – The International Interest – ma è anche un volto noto di emittenti come Sky News. Sabato scorso era intervenuto al gala del Cair di Sacramento e avrebbe dovuto parlare il giorno successivo in Florida.
Il padre di Hamdi, Mohamed El-Hachmi Hamdi, ha scritto in un post su X che suo figlio “non ha alcuna affiliazione” con nessun gruppo politico o religioso. “La sua posizione sulla Palestina non è allineata con alcuna fazione lì, ma piuttosto con il diritto del popolo alla sicurezza, alla pace, alla libertà e alla dignità. È, semplicemente, uno dei giovani sognatori di questa generazione, desideroso di un mondo con più compassione, giustizia e solidarietà”, ha aggiunto il genitore a sua volta rifugiato politico tunisino in Gran Bretagna.
Secondo Al Jazeera, la sua detenzione avviene in un contesto più ampio che vede le autorità USA bloccare l’ingresso nel paese a voci palestinesi e filo-palestinesi.
A giugno, due palestinesi, Awdah Hathaleen e suo cugino Eid Hathaleen, sono stati respinti allo stesso aeroporto di San Francisco e deportati in Qatar. Settimane dopo, Awdah sarebbe stato ucciso da un colono israeliano nella Cisgiordania occupata.
L’opinionista di estrema destra e sostenitrice di Trump, Laura Loomer, che si è pubblicamente definita una “orgogliosa islamofoba” e “sostenitrice dei bianchi”, ha immediatamente festeggiato di aver avuto un ruolo nella detenzione di Hamdi.
La vicenda si inserisce in un clima di crescente repressione contro le voci critiche verso Israele negli USA. Dallo scorso gennaio, l’amministrazione Trump ha avviato un giro di vite sull’immigrazione, revocando visti e deportando attivisti e giornalisti filo-palestinesi. Pochi giorni fa, il giudice federale William G. Young, ha definito incostituzionale la politica di detenzione per motivi d’opinione, ma la Casa Bianca ha annunciato che continuerà ad applicarla.
Fonte
A rendere nota la notizia è Lettera 43, la quale riferisce che si tratta di una misura di ritorsione per le sue critiche a Israele nel contesto della guerra a Gaza, espresse durante un tour di conferenze negli Stati Uniti.
In un comunicato, l’associazione Council on American-Islamic Relations (Cair) ha definito la detenzione “un affronto alla libertà di parola” e chiesto il suo rilascio immediato.
La portavoce del Dipartimento per la Sicurezza interna, Tricia McLaughlin, ha confermato il fermo su X: “Il suo visto è stato revocato, ed è in custodia dell’Ice in attesa di rimpatrio”. Ha aggiunto che, “sotto la presidenza Trump, chi sostiene il terrorismo o minaccia la sicurezza nazionale non potrà lavorare né visitare questo Paese”.
Sami Hamdi, è il direttore di un centro di analisi geopolitica – The International Interest – ma è anche un volto noto di emittenti come Sky News. Sabato scorso era intervenuto al gala del Cair di Sacramento e avrebbe dovuto parlare il giorno successivo in Florida.
Il padre di Hamdi, Mohamed El-Hachmi Hamdi, ha scritto in un post su X che suo figlio “non ha alcuna affiliazione” con nessun gruppo politico o religioso. “La sua posizione sulla Palestina non è allineata con alcuna fazione lì, ma piuttosto con il diritto del popolo alla sicurezza, alla pace, alla libertà e alla dignità. È, semplicemente, uno dei giovani sognatori di questa generazione, desideroso di un mondo con più compassione, giustizia e solidarietà”, ha aggiunto il genitore a sua volta rifugiato politico tunisino in Gran Bretagna.
Secondo Al Jazeera, la sua detenzione avviene in un contesto più ampio che vede le autorità USA bloccare l’ingresso nel paese a voci palestinesi e filo-palestinesi.
A giugno, due palestinesi, Awdah Hathaleen e suo cugino Eid Hathaleen, sono stati respinti allo stesso aeroporto di San Francisco e deportati in Qatar. Settimane dopo, Awdah sarebbe stato ucciso da un colono israeliano nella Cisgiordania occupata.
L’opinionista di estrema destra e sostenitrice di Trump, Laura Loomer, che si è pubblicamente definita una “orgogliosa islamofoba” e “sostenitrice dei bianchi”, ha immediatamente festeggiato di aver avuto un ruolo nella detenzione di Hamdi.
La vicenda si inserisce in un clima di crescente repressione contro le voci critiche verso Israele negli USA. Dallo scorso gennaio, l’amministrazione Trump ha avviato un giro di vite sull’immigrazione, revocando visti e deportando attivisti e giornalisti filo-palestinesi. Pochi giorni fa, il giudice federale William G. Young, ha definito incostituzionale la politica di detenzione per motivi d’opinione, ma la Casa Bianca ha annunciato che continuerà ad applicarla.
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08/09/2025
USA - La sentenza di San Francisco sui migranti dà mano libera a Trump
La Nona Corte d’Appello federale di San Francisco ha autorizzato l’amministrazione Trump a porre fine allo Status di Protezione Temporanea (TPS) per circa 63.000 migranti provenienti da Honduras, Nicaragua e Nepal. Una misura che annulla la precedente sospensione ordinata da un giudice di primo grado e che apre la strada a possibili espulsioni e perdita dei permessi di lavoro. La decisione è arrivata all’unanimità, senza motivazioni dettagliate, confermando che la partita giudiziaria resta aperta ma che, nell’immediato, il governo ha campo libero.
Una questione economica e sociale
Il TPS, nato per accogliere persone colpite da guerre, disastri naturali o crisi umanitarie, ha garantito per anni a decine di migliaia di migranti la possibilità di lavorare negli Stati Uniti. Molti sono occupati in settori essenziali: edilizia, sanità, assistenza sociale, servizi. La loro esclusione improvvisa dal mercato del lavoro rischia di generare una doppia frattura. Da un lato, famiglie intere perdono reddito e stabilità, con il rischio di tornare in Paesi ancora segnati da fragilità strutturali. Dall’altro, gli Stati Uniti si privano di una manodopera che, in molti casi, colma carenze sistemiche. Le imprese e le comunità locali, specie in alcuni Stati del Sud e della West Coast, potrebbero pagare un prezzo economico tangibile.
Dimensione politica e strategica
Per Trump, la stretta sul TPS non è solo una misura amministrativa: è un messaggio politico. La sua campagna ha sempre legato immigrazione e sicurezza nazionale, parlando di “invasione” e “avvelenamento del sangue” americano. La decisione della Corte gli consente di mostrare ai suoi elettori di avere strumenti concreti per limitare la presenza migratoria. In un contesto elettorale polarizzato, la linea dura sull’immigrazione diventa un elemento identitario che distingue l’America trumpiana da quella liberal.
La sfida legale e istituzionale
La battaglia giudiziaria però non è finita. Gli avvocati dei migranti e la National TPS Alliance contestano la legalità della decisione, denunciando discriminazioni razziali e violazioni dell’Administrative Procedure Act. La mancanza di motivazioni scritte da parte della Corte d’Appello apre spazi di ulteriore contenzioso. Ma intanto, la tempistica è cruciale: la protezione per i nepalesi è già scaduta, mentre quella per honduregni e nicaraguensi scadrà a settembre. Molti rischiano di finire senza tutele proprio nel mezzo della campagna elettorale, trasformando la loro condizione in un simbolo della lotta politica.
Implicazioni geopolitiche e regionali
L’impatto non si limita agli Stati Uniti. Honduras e Nicaragua sono Paesi già attraversati da instabilità politica ed economica, e la perdita delle rimesse inviate dai migranti rischia di aggravare le crisi locali. Per Washington, questo significa anche indebolire la stabilità dei propri vicini centroamericani, con possibili nuove ondate migratorie. È un paradosso: la misura pensata per ridurre l’immigrazione rischia, nel medio periodo, di aumentarne la pressione. Inoltre, la decisione manda un segnale chiaro: gli Stati Uniti intendono ridefinire i criteri dell’accoglienza, subordinandoli sempre più a logiche interne e meno a obblighi internazionali.
Conclusione
La vicenda del TPS mostra come l’immigrazione resti al centro della politica americana, non solo come questione sociale ma come terreno di scontro strategico, elettorale e geopolitico. Trump ottiene una vittoria giudiziaria che rafforza la sua narrativa, ma gli effetti economici e regionali potrebbero rivelarsi controproducenti. L’America, ancora una volta, dimostra di concepire l’immigrazione non come una risorsa da governare ma come una minaccia da contenere. Eppure, dietro i numeri e le sigle giuridiche, ci sono lavoratori, famiglie e comunità che hanno contribuito alla società americana e che ora rischiano di essere sacrificati sull’altare della politica.
Fonte
Una questione economica e sociale
Il TPS, nato per accogliere persone colpite da guerre, disastri naturali o crisi umanitarie, ha garantito per anni a decine di migliaia di migranti la possibilità di lavorare negli Stati Uniti. Molti sono occupati in settori essenziali: edilizia, sanità, assistenza sociale, servizi. La loro esclusione improvvisa dal mercato del lavoro rischia di generare una doppia frattura. Da un lato, famiglie intere perdono reddito e stabilità, con il rischio di tornare in Paesi ancora segnati da fragilità strutturali. Dall’altro, gli Stati Uniti si privano di una manodopera che, in molti casi, colma carenze sistemiche. Le imprese e le comunità locali, specie in alcuni Stati del Sud e della West Coast, potrebbero pagare un prezzo economico tangibile.
Dimensione politica e strategica
Per Trump, la stretta sul TPS non è solo una misura amministrativa: è un messaggio politico. La sua campagna ha sempre legato immigrazione e sicurezza nazionale, parlando di “invasione” e “avvelenamento del sangue” americano. La decisione della Corte gli consente di mostrare ai suoi elettori di avere strumenti concreti per limitare la presenza migratoria. In un contesto elettorale polarizzato, la linea dura sull’immigrazione diventa un elemento identitario che distingue l’America trumpiana da quella liberal.
La sfida legale e istituzionale
La battaglia giudiziaria però non è finita. Gli avvocati dei migranti e la National TPS Alliance contestano la legalità della decisione, denunciando discriminazioni razziali e violazioni dell’Administrative Procedure Act. La mancanza di motivazioni scritte da parte della Corte d’Appello apre spazi di ulteriore contenzioso. Ma intanto, la tempistica è cruciale: la protezione per i nepalesi è già scaduta, mentre quella per honduregni e nicaraguensi scadrà a settembre. Molti rischiano di finire senza tutele proprio nel mezzo della campagna elettorale, trasformando la loro condizione in un simbolo della lotta politica.
Implicazioni geopolitiche e regionali
L’impatto non si limita agli Stati Uniti. Honduras e Nicaragua sono Paesi già attraversati da instabilità politica ed economica, e la perdita delle rimesse inviate dai migranti rischia di aggravare le crisi locali. Per Washington, questo significa anche indebolire la stabilità dei propri vicini centroamericani, con possibili nuove ondate migratorie. È un paradosso: la misura pensata per ridurre l’immigrazione rischia, nel medio periodo, di aumentarne la pressione. Inoltre, la decisione manda un segnale chiaro: gli Stati Uniti intendono ridefinire i criteri dell’accoglienza, subordinandoli sempre più a logiche interne e meno a obblighi internazionali.
Conclusione
La vicenda del TPS mostra come l’immigrazione resti al centro della politica americana, non solo come questione sociale ma come terreno di scontro strategico, elettorale e geopolitico. Trump ottiene una vittoria giudiziaria che rafforza la sua narrativa, ma gli effetti economici e regionali potrebbero rivelarsi controproducenti. L’America, ancora una volta, dimostra di concepire l’immigrazione non come una risorsa da governare ma come una minaccia da contenere. Eppure, dietro i numeri e le sigle giuridiche, ci sono lavoratori, famiglie e comunità che hanno contribuito alla società americana e che ora rischiano di essere sacrificati sull’altare della politica.
Fonte
27/06/2025
Siria - Al Shara caccia le formazioni palestinesi e stringe i rapporti con Israele
Dall’ascesa al potere del nuovo autoproclamato governo siriano, guidato da Ahmad Al-Shara, nel marzo 2025, i rapporti tra Damasco e le organizzazioni palestinesi storicamente presenti sul territorio, stanno subendo un cambiamento radicale che mette in discussione decenni di tolleranza e convivenza. Se in passato la presenza palestinese in Siria dipendeva dall’accettazione dello stato ospitante, oggi si assiste ad un progressivo smantellamento di questo equilibrio. Durante il periodo al potere del presidente scomparso Hafez al Assad – padre del presidente Bashar Assad deposto lo scorso dicembre dai miliziani jihadisti – i profughi e le organizzazioni politiche e militari palestinesi furono accolte sul territorio siriano e nonostante non abbiano mai raggiunto una piena cittadinanza, hanno partecipato alla vita economica e sociale della Siria, diventandone parte integrante.
Diversa è la situazione attuale: le autorità siriane hanno avviato una stretta senza precedenti, ordinando lo smantellamento di basi militari, sedi politiche e canali mediatici legati ai gruppi della resistenza palestinese. Prima della caduta del governo di Bashar Al Assad si stima che sul territorio siriano operassero circa venti organizzazioni palestinesi, alcune delle quali con una presenza sia politica che militare. Negli ultimi mesi molti esponenti di queste organizzazioni sono fuggiti all’estero a causa della crescente repressione, mentre altri sono stati “rinnegati” dalle stesse formazioni palestinesi nel tentativo, probabilmente, di “normalizzare” i rapporti con l’attuale governo di Damasco. Fonti palestinesi in Siria riferiscono che fra coloro che si presume abbiano cercato rifugio in Libano vi siano i leader di Fatah Al-Intifada, As-Sa’iqa e della Brigata Al–Quds.
Secondo quanto riportato dal magazine online libanese The Cradle e dal quotidiano Al-Akhbar, già pochi giorni dopo la caduta del governo di Bashar al-Assad, il nuovo regime siriano avrebbe richiesto lo scioglimento immediato di tutte le formazioni armate palestinesi in Siria.(1) Una misura presentata come parte di un progetto di “unità nazionale”, simile a quanto avvenuto con la creazione dell’esercito unificato che ha portato, il 29 gennaio 2025, allo scioglimento formale del gruppo Hayat Tahrir al-Sham (HTS). Tuttavia, al di là della narrativa ufficiale, il provvedimento sembra rispondere piuttosto alla volontà di impedire alle organizzazioni palestinesi di utilizzare il territorio siriano come base per qualsiasi attività contro Israele.
Le dichiarazioni del presidente Al-Shara’ rilasciate in un’intervista pochi giorni dopo il suo insediamento come nuovo autoproclamato presidente della Siria riportano la seguente affermazione: “Nessuna potenza straniera in Siria rappresenterà una minaccia per altri paesi”. (2) Un messaggio che sembra rivolgersi direttamente allo Stato di Israele. In parallelo, infatti, si sono intensificati i segnali di un riavvicinamento tra i due paesi: per la prima volta da decenni, il governo siriano avrebbe espresso pubblicamente, anche attraverso i media internazionali, la volontà di riconciliarsi con lo Stato Ebraico e di valutare un’eventuale adesione agli Accordi di Abramo.
In questo contesto le attuali politiche del governo siriano sembrano inserirsi in una strategia regionale più ampia, dove il disarmo e la marginalizzazione dei gruppi palestinesi appaiono come strumenti funzionali a nuovi equilibri di potere. Un equilibrio in cui Israele potrebbe occupare un ruolo centrale. Difficile pensare che non vi sia una coincidenza temporale tra l’intensificarsi della repressione interna e la pubblicazione, da parte degli Stati Uniti, di una lista di condizioni da soddisfare per ottenere un allentamento delle sanzioni economiche contro Damasco.
Secondo la rivista saudita con sede a Londra Al Majalla una delle condizioni imposte al governo di Ahmed Al -Shara includeva un “annuncio pubblico ufficiale che proibisse tutte le milizie e le attività palestinesi e l’espulsione dei loro membri per calmare le preoccupazioni israeliane” (3) oltre all’accettazione che gli Stati Uniti possano colpire, all’interno del territorio siriano, chiunque ritengano una minaccia alla propria sicurezza.
Alla luce di questo scenario non sorprende vedere per le strade di Damasco cartelloni pubblicitari che ritraggono Donald Trump accanto al presidente Al – Shara’, celebrando la presunta fine delle sanzioni economiche contro la Siria, come un passo verso un nuovo futuro. Quelle stesse sanzioni imposte dall’amministrazione americana nel 2019 attraverso il Caesar Act e che oggi la propaganda occidentale e siriana proclama come in fase di revoca.
Il 20 giugno, la notizia della chiusura di tutti gli uffici del FPLP-Comando Generale ha confermato ciò che da mesi il governo siriano cerca di attuare: ridurre drasticamente lo spazio politico e operativo dei movimenti palestinesi in Siria, trasformandole in realtà subordinate. Secondo fonti citate dai quotidiani Asharq al–Awsat e Al-Akhbar anche la sede di Radio Al-Quds e l’ospedale Umayya sarebbero stati chiusi. A seguito dell’arresto, avvenuto il 5 maggio 2025 e del successivo rilascio, il segretario generale del FPLP-CG, Talal Naji avrebbe lasciato la Siria. Arresto avvenuto secondo il quotidiano Al-Akhbar senza una dichiarazione ufficiale che motivasse le ragioni di una detenzione di sei ore. (4) Talal Naji sarebbe stato prelevato dalle forze di sicurezza in un’ imboscata nei pressi della sua abitazione, nel quartiere di Mezzeh a Damasco.
Il fermo di Talal Naji era stato preceduto da altri arresti di esponenti della Jihad islamica palestinese: Khaled Khaled e Yasser Al-Zafri, rei, secondo il governo di Damasco di aver mantenuto relazioni con Teheran. Prima della partenza di Talal Naji, anche altri due dirigenti del movimento sarebbero stati convocati e interrogati per un’intera giornata dai servizi di sicurezza siriani, lasciando intuire un cambiamento profondo: la Siria, che per decenni ha rappresentato un rifugio per i gruppi palestinesi, sta oggi ridefinendo i propri equilibri interni ed esterni.
Secondo fonti palestinesi le nuove autorità siriane avrebbero inoltre preso il controllo di diverse sedi e uffici appartenenti a gruppi palestinesi e congelato i relativi conti bancari. Al contrario, il governo Al -Shara’, avrebbe aperto ufficialmente i canali diplomatici con l’Autorita Nazionale Palestinese (ANP) riconoscendola come rappresentante ufficiale del popolo palestinese in Siria.
Sempre secondo quanto riportato dal giornale Asharq al–Awsat l’amministrazione di Damasco avrebbe nominato l’ufficiale palestinese- siriano di Hay’at Tahrir Al-Shams, Basil Ayoub, noto con il soprannome di Abu Abdul Rahmam Al Shami, per supervisionare i dossier delle fazioni palestinesi e condurre un’indagine volta ad individuare e perseguire tutti gli individui o gruppi ritenuti responsabili di presunti crimini di guerra commessi durante il governo di Bashar Al Assad. Tra i compiti di Basil Ayoub vi sarebbe anche l’ordine, rivolto ai gruppi palestinesi, di consegnare tutte le armi e gli equipaggiamenti militari, limitandone così le attività a interventi esclusivamente “umanitari” e di “soccorso”. Basil Ayoub non è un semplice funzionario governativo ma una figura formatasi all’interno del jihadismo siriano e ora reintegrata, come molti altri, nel nuovo progetto politico di Ahmed Al-Shara’. È del 2 giugno la notizia riportata dall’agenzia Reuters, secondo cui gli Stati Uniti avrebbero concesso il loro benestare al piano della nuova leadership siriana di incorporare migliaia di ex ribelli jihadisti nell’esercito Nazionale, fra cui elementi che, durante la guerra siriana, avrebbero fatto parte dell’Esercito Siriano Libero. (5)
All’interno di questo nuovo scenario, l’immagine del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina – CG risulta oggi particolarmente controversa tra i palestinesi che vivono stabilmente in Siria. L’appoggio che il movimento fornì al governo di Bashar Al Assad durante la guerra siriana lo pone attualmente al centro di numerosi dibattiti, anche all’interno della comunità palestinese di Damasco, nonostante il ruolo storico dell’organizzazione nella lotta contro Israele. Il FPLP-CG divenne noto alle cronache nel 1985 per “l’Accordo Jibril”, quando Israele liberò 1150 detenuti palestinesi, fra cui il leader spirituale di Hamas Ahmed Yassin, in cambio di tre soldati Israeliani catturati dal FPLP-CG nel 1982 durante la guerra in Libano.
La tomba del leader storico del movimento Ahmed Jibril, morto nel 2021 e sepolto all’interno del cimitero (Old Martyrs’ Cemetery) nel campo profughi di Yarmouk, è stata intenzionalmente divelta, nella notte del 6 giugno 2025 e sfregiata con la scritta: “che la tua anima sia maledetta”. Un segnale preoccupante che potrebbe evidenziare le profonde divisioni ideologiche che sembrano esarcerbasi all’interno della galassia palestinese in Siria come riflesso di una frattura già emersa durante la guerra siriana, e che oggi si manifesta in un clima di caccia al “colpevole”. Anche all’Interno del campo profughi di Yarmouk si registrano episodi che riflettono una campagna di accuse ed intimidazioni, dove persone che ammettono o sono costrette ad ammettere, di aver appoggiato il governo di Bashar Al Assad si trovano costrette alla fuga. In questo stesso clima i casi di persone scomparse durante il conflitto siriano vengono sistematicamente ricondotte alle responsabilità del precedente governo, contribuendo così al consolidarsi di una narrazione parziale e semplificata che esclude la complessità di quello che è stata la guerra siriana e la pluralità degli attori coinvolti.
Non risulta chiara, in questo contesto, la decisione del governo siriano de facto di riabilitare figure come Fadi Saqr, ex comandante della milizia filogovernativa National Defence Force (NDF), il cui nome è stato più volte associato ad uccisioni, arresti e torture. Saqr è ritenuto responsabile di uccisioni extragiudiziali, e arresti arbitrari, in particolare nel famigerato posto di blocco di Yarmouk e nel contesto del massacro della fossa di Tadamon (Hafrat al-Tadamon). Questa decisione sembra stia registrando una forte ondata di indignazione popolare contro il governo, soprattutto da parte della popolazione palestinese.
Note
1) HTS official order Palestinian resistance factions to disarm, close bases in Syria: report” The Cradle 13/12/2024
2) Jolani: Syria wont’t be used as a launchpad for attacks on Israel” – The Times 16/12/2024
3) Le otto richieste degli Stati Uniti alla Siria – quali sono e come ha risposto Damasco”. Al – Maj Alla 19/04/2025
4) Uncertain Future for the PFLP-GC in Post Assad Syria” – Asharq Al- Awsat 06/05/2025 “Dopo i leader della Jihad le autorità della Sharia trattengono temporaneamente il segretario generale del FPLP-CG” – Al-Akhbar 05/05/2025
5)US gives nod to Syria to bring Foreign Jihadist ex- rebels into army” – Reuters 02/06/2025
Fonte
Diversa è la situazione attuale: le autorità siriane hanno avviato una stretta senza precedenti, ordinando lo smantellamento di basi militari, sedi politiche e canali mediatici legati ai gruppi della resistenza palestinese. Prima della caduta del governo di Bashar Al Assad si stima che sul territorio siriano operassero circa venti organizzazioni palestinesi, alcune delle quali con una presenza sia politica che militare. Negli ultimi mesi molti esponenti di queste organizzazioni sono fuggiti all’estero a causa della crescente repressione, mentre altri sono stati “rinnegati” dalle stesse formazioni palestinesi nel tentativo, probabilmente, di “normalizzare” i rapporti con l’attuale governo di Damasco. Fonti palestinesi in Siria riferiscono che fra coloro che si presume abbiano cercato rifugio in Libano vi siano i leader di Fatah Al-Intifada, As-Sa’iqa e della Brigata Al–Quds.
Secondo quanto riportato dal magazine online libanese The Cradle e dal quotidiano Al-Akhbar, già pochi giorni dopo la caduta del governo di Bashar al-Assad, il nuovo regime siriano avrebbe richiesto lo scioglimento immediato di tutte le formazioni armate palestinesi in Siria.(1) Una misura presentata come parte di un progetto di “unità nazionale”, simile a quanto avvenuto con la creazione dell’esercito unificato che ha portato, il 29 gennaio 2025, allo scioglimento formale del gruppo Hayat Tahrir al-Sham (HTS). Tuttavia, al di là della narrativa ufficiale, il provvedimento sembra rispondere piuttosto alla volontà di impedire alle organizzazioni palestinesi di utilizzare il territorio siriano come base per qualsiasi attività contro Israele.
Le dichiarazioni del presidente Al-Shara’ rilasciate in un’intervista pochi giorni dopo il suo insediamento come nuovo autoproclamato presidente della Siria riportano la seguente affermazione: “Nessuna potenza straniera in Siria rappresenterà una minaccia per altri paesi”. (2) Un messaggio che sembra rivolgersi direttamente allo Stato di Israele. In parallelo, infatti, si sono intensificati i segnali di un riavvicinamento tra i due paesi: per la prima volta da decenni, il governo siriano avrebbe espresso pubblicamente, anche attraverso i media internazionali, la volontà di riconciliarsi con lo Stato Ebraico e di valutare un’eventuale adesione agli Accordi di Abramo.
In questo contesto le attuali politiche del governo siriano sembrano inserirsi in una strategia regionale più ampia, dove il disarmo e la marginalizzazione dei gruppi palestinesi appaiono come strumenti funzionali a nuovi equilibri di potere. Un equilibrio in cui Israele potrebbe occupare un ruolo centrale. Difficile pensare che non vi sia una coincidenza temporale tra l’intensificarsi della repressione interna e la pubblicazione, da parte degli Stati Uniti, di una lista di condizioni da soddisfare per ottenere un allentamento delle sanzioni economiche contro Damasco.
Secondo la rivista saudita con sede a Londra Al Majalla una delle condizioni imposte al governo di Ahmed Al -Shara includeva un “annuncio pubblico ufficiale che proibisse tutte le milizie e le attività palestinesi e l’espulsione dei loro membri per calmare le preoccupazioni israeliane” (3) oltre all’accettazione che gli Stati Uniti possano colpire, all’interno del territorio siriano, chiunque ritengano una minaccia alla propria sicurezza.
Alla luce di questo scenario non sorprende vedere per le strade di Damasco cartelloni pubblicitari che ritraggono Donald Trump accanto al presidente Al – Shara’, celebrando la presunta fine delle sanzioni economiche contro la Siria, come un passo verso un nuovo futuro. Quelle stesse sanzioni imposte dall’amministrazione americana nel 2019 attraverso il Caesar Act e che oggi la propaganda occidentale e siriana proclama come in fase di revoca.
Il 20 giugno, la notizia della chiusura di tutti gli uffici del FPLP-Comando Generale ha confermato ciò che da mesi il governo siriano cerca di attuare: ridurre drasticamente lo spazio politico e operativo dei movimenti palestinesi in Siria, trasformandole in realtà subordinate. Secondo fonti citate dai quotidiani Asharq al–Awsat e Al-Akhbar anche la sede di Radio Al-Quds e l’ospedale Umayya sarebbero stati chiusi. A seguito dell’arresto, avvenuto il 5 maggio 2025 e del successivo rilascio, il segretario generale del FPLP-CG, Talal Naji avrebbe lasciato la Siria. Arresto avvenuto secondo il quotidiano Al-Akhbar senza una dichiarazione ufficiale che motivasse le ragioni di una detenzione di sei ore. (4) Talal Naji sarebbe stato prelevato dalle forze di sicurezza in un’ imboscata nei pressi della sua abitazione, nel quartiere di Mezzeh a Damasco.
Il fermo di Talal Naji era stato preceduto da altri arresti di esponenti della Jihad islamica palestinese: Khaled Khaled e Yasser Al-Zafri, rei, secondo il governo di Damasco di aver mantenuto relazioni con Teheran. Prima della partenza di Talal Naji, anche altri due dirigenti del movimento sarebbero stati convocati e interrogati per un’intera giornata dai servizi di sicurezza siriani, lasciando intuire un cambiamento profondo: la Siria, che per decenni ha rappresentato un rifugio per i gruppi palestinesi, sta oggi ridefinendo i propri equilibri interni ed esterni.
Secondo fonti palestinesi le nuove autorità siriane avrebbero inoltre preso il controllo di diverse sedi e uffici appartenenti a gruppi palestinesi e congelato i relativi conti bancari. Al contrario, il governo Al -Shara’, avrebbe aperto ufficialmente i canali diplomatici con l’Autorita Nazionale Palestinese (ANP) riconoscendola come rappresentante ufficiale del popolo palestinese in Siria.
Sempre secondo quanto riportato dal giornale Asharq al–Awsat l’amministrazione di Damasco avrebbe nominato l’ufficiale palestinese- siriano di Hay’at Tahrir Al-Shams, Basil Ayoub, noto con il soprannome di Abu Abdul Rahmam Al Shami, per supervisionare i dossier delle fazioni palestinesi e condurre un’indagine volta ad individuare e perseguire tutti gli individui o gruppi ritenuti responsabili di presunti crimini di guerra commessi durante il governo di Bashar Al Assad. Tra i compiti di Basil Ayoub vi sarebbe anche l’ordine, rivolto ai gruppi palestinesi, di consegnare tutte le armi e gli equipaggiamenti militari, limitandone così le attività a interventi esclusivamente “umanitari” e di “soccorso”. Basil Ayoub non è un semplice funzionario governativo ma una figura formatasi all’interno del jihadismo siriano e ora reintegrata, come molti altri, nel nuovo progetto politico di Ahmed Al-Shara’. È del 2 giugno la notizia riportata dall’agenzia Reuters, secondo cui gli Stati Uniti avrebbero concesso il loro benestare al piano della nuova leadership siriana di incorporare migliaia di ex ribelli jihadisti nell’esercito Nazionale, fra cui elementi che, durante la guerra siriana, avrebbero fatto parte dell’Esercito Siriano Libero. (5)
All’interno di questo nuovo scenario, l’immagine del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina – CG risulta oggi particolarmente controversa tra i palestinesi che vivono stabilmente in Siria. L’appoggio che il movimento fornì al governo di Bashar Al Assad durante la guerra siriana lo pone attualmente al centro di numerosi dibattiti, anche all’interno della comunità palestinese di Damasco, nonostante il ruolo storico dell’organizzazione nella lotta contro Israele. Il FPLP-CG divenne noto alle cronache nel 1985 per “l’Accordo Jibril”, quando Israele liberò 1150 detenuti palestinesi, fra cui il leader spirituale di Hamas Ahmed Yassin, in cambio di tre soldati Israeliani catturati dal FPLP-CG nel 1982 durante la guerra in Libano.
La tomba del leader storico del movimento Ahmed Jibril, morto nel 2021 e sepolto all’interno del cimitero (Old Martyrs’ Cemetery) nel campo profughi di Yarmouk, è stata intenzionalmente divelta, nella notte del 6 giugno 2025 e sfregiata con la scritta: “che la tua anima sia maledetta”. Un segnale preoccupante che potrebbe evidenziare le profonde divisioni ideologiche che sembrano esarcerbasi all’interno della galassia palestinese in Siria come riflesso di una frattura già emersa durante la guerra siriana, e che oggi si manifesta in un clima di caccia al “colpevole”. Anche all’Interno del campo profughi di Yarmouk si registrano episodi che riflettono una campagna di accuse ed intimidazioni, dove persone che ammettono o sono costrette ad ammettere, di aver appoggiato il governo di Bashar Al Assad si trovano costrette alla fuga. In questo stesso clima i casi di persone scomparse durante il conflitto siriano vengono sistematicamente ricondotte alle responsabilità del precedente governo, contribuendo così al consolidarsi di una narrazione parziale e semplificata che esclude la complessità di quello che è stata la guerra siriana e la pluralità degli attori coinvolti.
Non risulta chiara, in questo contesto, la decisione del governo siriano de facto di riabilitare figure come Fadi Saqr, ex comandante della milizia filogovernativa National Defence Force (NDF), il cui nome è stato più volte associato ad uccisioni, arresti e torture. Saqr è ritenuto responsabile di uccisioni extragiudiziali, e arresti arbitrari, in particolare nel famigerato posto di blocco di Yarmouk e nel contesto del massacro della fossa di Tadamon (Hafrat al-Tadamon). Questa decisione sembra stia registrando una forte ondata di indignazione popolare contro il governo, soprattutto da parte della popolazione palestinese.
Note
1) HTS official order Palestinian resistance factions to disarm, close bases in Syria: report” The Cradle 13/12/2024
2) Jolani: Syria wont’t be used as a launchpad for attacks on Israel” – The Times 16/12/2024
3) Le otto richieste degli Stati Uniti alla Siria – quali sono e come ha risposto Damasco”. Al – Maj Alla 19/04/2025
4) Uncertain Future for the PFLP-GC in Post Assad Syria” – Asharq Al- Awsat 06/05/2025 “Dopo i leader della Jihad le autorità della Sharia trattengono temporaneamente il segretario generale del FPLP-CG” – Al-Akhbar 05/05/2025
5)US gives nod to Syria to bring Foreign Jihadist ex- rebels into army” – Reuters 02/06/2025
Fonte
28/01/2025
Colombia - La risposta di Petro ai ricatti statunitensi
Il presidente colombiano, Gustavo Petro, ha risposto al messaggio inviato dal suo omologo statunitense, Donald Trump, sul ritiro dei visti a tutti i funzionari governativi colombiani e alla famiglia presidenziale e sull’aumento delle tariffe a causa del rifiuto di Bogotà di accogliere due aerei con colombiani deportati.
Nel suo account X, Gustavo Petro ha espresso la sua totale disapprovazione nei confronti della politica di rimpatri forzati dei migranti proposta dall’amministrazione Trump annunciando l’uso dell’aereo presidenziale per il rimpatrio dignitoso dei cittadini colombiani ed aggiungendo che la Colombia non ha nessuna paura delle sue sanzioni.
Poi la “deportazione” è andata avanti lo stesso (i rapporti di forza sono quelli che sono, e non si gioca sulla pelle di chi è vittima di un ricatto yankee).
Di seguito il testo integrale della risposta di Gustavo Petro a Donald Trump.
Nel suo account X, Gustavo Petro ha espresso la sua totale disapprovazione nei confronti della politica di rimpatri forzati dei migranti proposta dall’amministrazione Trump annunciando l’uso dell’aereo presidenziale per il rimpatrio dignitoso dei cittadini colombiani ed aggiungendo che la Colombia non ha nessuna paura delle sue sanzioni.
Poi la “deportazione” è andata avanti lo stesso (i rapporti di forza sono quelli che sono, e non si gioca sulla pelle di chi è vittima di un ricatto yankee).
Di seguito il testo integrale della risposta di Gustavo Petro a Donald Trump.
*****
Trump, a me non piace molto viaggiare negli Usa, è un po’ noioso, ma confesso che ci sono cose per cui ne vale la pena. Mi piace andare nei quartieri neri di Washington. Lì ho visto un’intera rissa nella capitale americana tra neri e i latini con le barricate, che mi sembravano stupidi, perché dovrebbero unirsi. Confesso che mi piacciono Walt Withman, Paul Simon, Noam Chomsky e Miller. Confesso che Sacco e Vanzetti, che hanno il mio sangue, nella storia degli Stati Uniti, sono memorabili e li seguo. Sono stati assassinati con la sedia elettrica, dai fascisti che sono negli Stati Uniti così come nel mio paese.
Non mi piace il tuo petrolio, Trump, perchè distruggerà la specie umana a causa dell’avidità. Magari un giorno, davanti a un sorso di Whisky, che accetto nonostante la mia gastrite, potremo parlarne francamente, ma è difficile perché voi mi considerate una razza inferiore e io non lo sono, e nemmeno lo è nessun colombiano. Quindi se conosci qualcuno che è testardo, sono io, punto. Con la sua forza economica e la sua arroganza il tuo paese può tentare un colpo di stato come ha fatto con Allende. Ma muoio nella mia legge, ho resistito alla tortura e resisto a te. Non voglio schiavisti accanto alla Colombia, ne avevamo già tanti e ci siamo liberati. Ciò che desidero accanto alla Colombia sono gli amanti della libertà. Se non puoi accompagnarmi, andrò da qualche altra parte.
La Colombia è il cuore del mondo e tu non l’hai capito, questa è la terra delle farfalle gialle, della bellezza di Remedios, ma anche dei colonnelli Aurelianos Buendía ed io sono uno di loro, forse l’ultimo. Mi ucciderai, ma sopravviverò nella mia città che è prima della tua, nelle Americhe. Siamo il popolo dei venti, delle montagne, del Mar dei Caraibi e della libertà.
Non ti piace la nostra libertà, okay. Non stringo la mano agli schiavisti bianchi. Stringo la mano agli eredi libertari bianchi di Lincoln e ai contadini bianchi e neri degli Stati Uniti, sulle cui tombe ho pianto e pregato su un campo di battaglia, al quale sono arrivato, dopo aver camminato attraverso le montagne della Toscana italiana e dopo essermi salvato io stesso dal covid.* Sono gli Stati Uniti e davanti a loro mi inginocchio, davanti a nessun altro. Fammi presidente e le Americhe e l’umanità risponderanno.
La Colombia ora smette di guardare al nord, guarda il mondo, il nostro sangue viene dal sangue del Califfato di Córdoba, la civiltà di allora, dai romani latini del Mediterraneo, la civiltà di allora, che fondarono la repubblica, la democrazia ad Atene. Il nostro sangue ha reso gli schiavi neri resistenti da te.
La Colombia è stato il primo territorio libero d’America, prima di Washington, di tutta l’America, lì mi rifugio nei suoi canti africani. La mia terra è quella dell’oreficeria esistente al tempo dei faraoni egiziani, e dei primi artisti al mondo a Chiribiquete.
Non ci dominerai mai. Si oppone il guerriero che ha cavalcato le nostre terre, gridando libertà e il cui nome è Bolívar. Il nostro popolo è un po’ timoroso, un po’ timido, è ingenuo e gentile, amante, ma saprà conquistare il Canale di Panama, che ci avete preso con la violenza. A Bocas del Toro, l’attuale Panama ed ex Colombia, giacciono duecento eroi provenienti da tutta l’America Latina, che tu hai assassinato.
Alzo una bandiera e, come ha detto Gaitán, anche se rimarrò solo, continuerà ad essere innalzata con la dignità latinoamericana che è la dignità dell’America, che il suo bisnonno non conosceva, e il mio sì, signor Presidente, un immigrato negli Stati Uniti.
Il suo bloqueo non mi spaventa; perché la Colombia, oltre ad essere il paese della bellezza, è il cuore del mondo. So che ami la bellezza come me, non mancarle di rispetto e ti donerà la sua dolcezza. DA OGGI LA COLOMBIA È APERTA AL MONDO TUTTO, A BRACCIA APERTE SIAMO COSTRUTTORI DI LIBERTÀ, VITA E UMANITÀ. Mi informano che metterai una tariffa del 50% sull’importazione dei nostri frutti del lavoro umano negli Stati Uniti, farò lo stesso anche io.
Possa il nostro popolo piantare il mais scoperto in Colombia e nutrire il mondo.
Fonte
27/01/2025
La Colombia si arrende alle minacce di Trump e alla deportazione dei migranti
Il presidente colombiano Gustavo Petro ha infine ceduto. Le minacce di Donald Trump sono servite ad ottenere tutto ciò che gli Stati Uniti avevano annunciato in merito alla deportazione dei migranti nel territorio dell’America Latina. La Colombia era sembrata disposta a rischiare una crisi commerciale con gli Usa pur di rifiutare il rientro dei migranti “trattati in modo non dignitoso”. Dopo il diniego, Trump aveva annunciato misure drastiche, tra cui tariffe e restrizioni sui visti.
Le minacce del tycoon erano sembrate serie: oltre a una tariffa d’emergenza del 25% sulle importazioni colombiane, che sarebbe salita al 50%, il presidente americano aveva annunciato anche un divieto di viaggio, la revoca dei visti e sanzioni contro funzionari colombiani, i loro familiari e sostenitori. Trump aveva dichiarato, tramite il suo social network Truth Social, che non avrebbe tollerato il comportamento ostativo della Colombia, accusando il governo di violare gli impegni internazionali riguardo alla deportazione dei migranti. Petro aveva prontamente risposto, minacciando di colpire le merci americane con tariffe punitive fino al 50%.
Ma l’impasse diplomatica si è risolta più rapidamente del previsto, con l’annuncio del ministro degli Esteri colombiano, Luis Gilberto Murillo, che la Colombia avrebbe accettato i migranti deportati dagli Stati Uniti. La Casa Bianca ha confermato che il governo colombiano ha accettato tutte le condizioni imposte da Trump, incluso l’ingresso illimitato dei deportati senza ritardi né limitazioni, anche tramite voli militari statunitensi.
Mentre la questione era ancora aperta, Trump aveva pubblicato sui social una foto ironica e aggressiva di se stesso con un cappello da fedora, accanto a un cartello con quattro lettere: FAFO, in un chiaro messaggio di sfida verso il governo colombiano.
Fonte
Le minacce del tycoon erano sembrate serie: oltre a una tariffa d’emergenza del 25% sulle importazioni colombiane, che sarebbe salita al 50%, il presidente americano aveva annunciato anche un divieto di viaggio, la revoca dei visti e sanzioni contro funzionari colombiani, i loro familiari e sostenitori. Trump aveva dichiarato, tramite il suo social network Truth Social, che non avrebbe tollerato il comportamento ostativo della Colombia, accusando il governo di violare gli impegni internazionali riguardo alla deportazione dei migranti. Petro aveva prontamente risposto, minacciando di colpire le merci americane con tariffe punitive fino al 50%.
Ma l’impasse diplomatica si è risolta più rapidamente del previsto, con l’annuncio del ministro degli Esteri colombiano, Luis Gilberto Murillo, che la Colombia avrebbe accettato i migranti deportati dagli Stati Uniti. La Casa Bianca ha confermato che il governo colombiano ha accettato tutte le condizioni imposte da Trump, incluso l’ingresso illimitato dei deportati senza ritardi né limitazioni, anche tramite voli militari statunitensi.
Mentre la questione era ancora aperta, Trump aveva pubblicato sui social una foto ironica e aggressiva di se stesso con un cappello da fedora, accanto a un cartello con quattro lettere: FAFO, in un chiaro messaggio di sfida verso il governo colombiano.
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24/01/2025
Il Messico replica ai diktat di Trump. I migranti preparano la resistenza alla deportazione
Il dialogo tra il governo messicano di Claudia Sheinbaum e quello degli Stati Uniti guidato da Trump è iniziato con la telefonata tra il nuovo segretario di Stato americano, Marco Rubio, e il ministero degli Esteri messicano, Juan Ramón de la Fuente.
Questo primo contatto tra le amministrazioni di Sheinbaum e Trump avviene nel bel mezzo di un clima di crescente tensione bilaterale, a seguito delle dichiarazioni e delle prime misure adottate dal neopresidente statunitense.
Trump ha firmato decreti per modificare il nome del Golfo del Messico (che si applica però solo alla costa degli Stati Uniti, ndr), per dichiarare i cartelli della droga come “organizzazioni terroristiche” e per chiudere completamente il confine meridionale ai migranti privi di documenti.
La presidente messicana, Claudia Sheinbaum, ha assicurato che il governo della sua nazione difenderà la sua indipendenza, la sua sovranità e i suoi cittadini di fronte agli ordini esecutivi firmati dal presidente Donald Trump, il giorno del suo insediamento.
“Per quanto riguarda i decreti firmati oggi dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, dovete tenere presente che il Messico difenderà sempre la sua sovranità e indipendenza come principio massimo”, ha detto Claudia Sheinbaum in una conferenza stampa nella quale ha riferito anche sull’installazione di centri di assistenza, al fine di accogliere i messicani che verranno espulsi dagli Stati Uniti. Ha anche assicurato che il governo del Messico “proteggerà sempre i connazionali che si trovano negli Stati Uniti e la nazione messicana agisce nel quadro della sua Costituzione e delle sue leggi”.
In merito al decreto Dichiarazione di emergenza nazionale sul confine meridionale degli Stati Uniti firmato dal magnate statunitense lunedì scorso, la presidentessa messicana, riferendosi ai Protocolli di protezione dei migranti (MPP) firmati da Trump dopo il suo insediamento, ha affermato che “non è una misura nuova”, dal momento che il presidente li aveva varati già nel suo primo mandato presidenziale nel dicembre 2018.
La presidentessa ha poi letto le disposizioni del decreto Restoring Names that Honor American Greatness e ha sottolineato che il presidente degli Stati Uniti chiamerà il Golfo del Messico il “Golfo d’America sulla sua piattaforma continentale”, il che significa che per il Messico e per il mondo continuerà a mantenere il nome comune con cui è conosciuto.
Per quanto riguarda il decreto di designazione dei cartelli e di altre organizzazioni come organizzazioni terroristiche straniere e organizzazioni terroristiche globali appositamente indicate come tali, il capo del governo del Messico ha affermato che il regolamento stabilisce che “gli Stati Uniti hanno due settimane per studiare la legislazione su ciò che chiamerebbero organizzazione terroristica”.
In questo modo, il capo dello Stato ha sottolineato che gli Stati Uniti possono agire all’interno del loro territorio e in conformità con i loro regolamenti. Mentre “il Messico difenderà sempre la sua sovranità e indipendenza e ciò che cercherà sarà il coordinamento con il paese del nord”.
La popolazione immigrata negli USA è sulle spine a causa dell’arrivo di Trump. Resumen Latinoamericano riferisce che la rete consolare del Messico negli Stati Uniti ha organizzato forum in tutto il paese per sapere come prepararsi con l’arrivo di Trump. Le associazioni preparano con gli avvocati manuali di autodifesa legale.
In questi forum vengono promosse le figure dei ‘promotori della comunità’, ma ad oggi non è stato tenuto alcun corso o workshop per prepararsi a questa situazione. Si dice anche che i consolati libereranno risorse per gli avvocati che possono consigliare le persone detenute, ma non c’è nulla di concreto. Alla domanda su quanto e dove possono controllare i fondi, la risposta rimane nell’aria “verranno rilasciati quando necessario”.
Le comunità di migranti affermano che l’amministrazione Trump prenderà di mira coloro che hanno già ordini di espulsione in atto o coloro che sono in carcere, ma temono incursioni in scuole e ospedali.
A New York il consolato messicano sta incontrando chiese e centri comunitari per ottenere un feedback da queste comunità. Parlano di tutto quello che faranno, ma non esiste ancora una famosa applicazione in tempo reale per allertare la comunità dei migranti. Quello che sta attualmente funzionando è il programma FINABIEN che si concentra sull’invio di rimesse in Messico attraverso la banca Bienestar, tuttavia non è stato ampiamente diffuso tra la popolazione migrante.
La gente difficilmente stenta ancora a immagina la deportazione, sa però che se tornerà dovrà ricominciare da zero.
Fonte
Questo primo contatto tra le amministrazioni di Sheinbaum e Trump avviene nel bel mezzo di un clima di crescente tensione bilaterale, a seguito delle dichiarazioni e delle prime misure adottate dal neopresidente statunitense.
Trump ha firmato decreti per modificare il nome del Golfo del Messico (che si applica però solo alla costa degli Stati Uniti, ndr), per dichiarare i cartelli della droga come “organizzazioni terroristiche” e per chiudere completamente il confine meridionale ai migranti privi di documenti.
La presidente messicana, Claudia Sheinbaum, ha assicurato che il governo della sua nazione difenderà la sua indipendenza, la sua sovranità e i suoi cittadini di fronte agli ordini esecutivi firmati dal presidente Donald Trump, il giorno del suo insediamento.
“Per quanto riguarda i decreti firmati oggi dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, dovete tenere presente che il Messico difenderà sempre la sua sovranità e indipendenza come principio massimo”, ha detto Claudia Sheinbaum in una conferenza stampa nella quale ha riferito anche sull’installazione di centri di assistenza, al fine di accogliere i messicani che verranno espulsi dagli Stati Uniti. Ha anche assicurato che il governo del Messico “proteggerà sempre i connazionali che si trovano negli Stati Uniti e la nazione messicana agisce nel quadro della sua Costituzione e delle sue leggi”.
In merito al decreto Dichiarazione di emergenza nazionale sul confine meridionale degli Stati Uniti firmato dal magnate statunitense lunedì scorso, la presidentessa messicana, riferendosi ai Protocolli di protezione dei migranti (MPP) firmati da Trump dopo il suo insediamento, ha affermato che “non è una misura nuova”, dal momento che il presidente li aveva varati già nel suo primo mandato presidenziale nel dicembre 2018.
La presidentessa ha poi letto le disposizioni del decreto Restoring Names that Honor American Greatness e ha sottolineato che il presidente degli Stati Uniti chiamerà il Golfo del Messico il “Golfo d’America sulla sua piattaforma continentale”, il che significa che per il Messico e per il mondo continuerà a mantenere il nome comune con cui è conosciuto.
Per quanto riguarda il decreto di designazione dei cartelli e di altre organizzazioni come organizzazioni terroristiche straniere e organizzazioni terroristiche globali appositamente indicate come tali, il capo del governo del Messico ha affermato che il regolamento stabilisce che “gli Stati Uniti hanno due settimane per studiare la legislazione su ciò che chiamerebbero organizzazione terroristica”.
In questo modo, il capo dello Stato ha sottolineato che gli Stati Uniti possono agire all’interno del loro territorio e in conformità con i loro regolamenti. Mentre “il Messico difenderà sempre la sua sovranità e indipendenza e ciò che cercherà sarà il coordinamento con il paese del nord”.
La popolazione immigrata negli USA è sulle spine a causa dell’arrivo di Trump. Resumen Latinoamericano riferisce che la rete consolare del Messico negli Stati Uniti ha organizzato forum in tutto il paese per sapere come prepararsi con l’arrivo di Trump. Le associazioni preparano con gli avvocati manuali di autodifesa legale.
In questi forum vengono promosse le figure dei ‘promotori della comunità’, ma ad oggi non è stato tenuto alcun corso o workshop per prepararsi a questa situazione. Si dice anche che i consolati libereranno risorse per gli avvocati che possono consigliare le persone detenute, ma non c’è nulla di concreto. Alla domanda su quanto e dove possono controllare i fondi, la risposta rimane nell’aria “verranno rilasciati quando necessario”.
Le comunità di migranti affermano che l’amministrazione Trump prenderà di mira coloro che hanno già ordini di espulsione in atto o coloro che sono in carcere, ma temono incursioni in scuole e ospedali.
A New York il consolato messicano sta incontrando chiese e centri comunitari per ottenere un feedback da queste comunità. Parlano di tutto quello che faranno, ma non esiste ancora una famosa applicazione in tempo reale per allertare la comunità dei migranti. Quello che sta attualmente funzionando è il programma FINABIEN che si concentra sull’invio di rimesse in Messico attraverso la banca Bienestar, tuttavia non è stato ampiamente diffuso tra la popolazione migrante.
La gente difficilmente stenta ancora a immagina la deportazione, sa però che se tornerà dovrà ricominciare da zero.
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30/10/2024
Israele mette fuorilegge un’agenzia dell’Onu. Tel Aviv è in guerra con il mondo
Continua la guerra di Israele contro il mondo. Dopo che le forze armate israeliane hanno fatto sette volte il tiro al bersaglio contro le postazioni del contingente UNIFIL in Libano, adesso il Parlamento israeliano (Knesset) ha approvato una legge che mette al bando l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi (Unrwa) dal condurre “qualsiasi attività” o fornire qualsiasi servizio all’interno di Israele.
Il voto è stato approvato con 92 voti a favore e 10 contrari. È prevista poi una votazione su una seconda legge che interrompe i legami diplomatici con l’Unrwa.
La legislazione non entrerà in vigore immediatamente, ma tra 60-90 giorni dopo che il ministero degli Esteri israeliano avrà notificato all’ONU la decisione della Knesset.
Israele ha tre mesi per determinare i mezzi e il personale che assumerà le responsabilità attualmente gestite dall’Unrwa, anche a Gerusalemme Est e a Gaza.
L’Unrwa denuncia il voto “scandaloso” del Parlamento israeliano che ha messo al bando le sue attività nel Paese.
“È scandaloso che un Paese membro delle Nazioni Unite cerchi di smantellare un’agenzia dell’Onu che è il più importante fornitore di operazioni umanitarie a Gaza”, ha dichiarato la portavoce dell’Unrwa Juliette Touma.
Come hanno scritto una trentina di giuristi italiani e stranieri in un appello lanciato in questi giorni: “La misura è colma. Riteniamo che i tempi siano più che maturi per l’applicazione nei confronti di Israele dell’art. 6 della Carta delle Nazioni Unite, il quale prevede che “un Membro delle Nazioni Unite che abbia persistentemente violato i principi enunciati nel presente Statuto può essere espulso dall’Organizzazione da parte dell’Assemblea generale su proposta del Consiglio di Sicurezza”.
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Il voto è stato approvato con 92 voti a favore e 10 contrari. È prevista poi una votazione su una seconda legge che interrompe i legami diplomatici con l’Unrwa.
La legislazione non entrerà in vigore immediatamente, ma tra 60-90 giorni dopo che il ministero degli Esteri israeliano avrà notificato all’ONU la decisione della Knesset.
Israele ha tre mesi per determinare i mezzi e il personale che assumerà le responsabilità attualmente gestite dall’Unrwa, anche a Gerusalemme Est e a Gaza.
L’Unrwa denuncia il voto “scandaloso” del Parlamento israeliano che ha messo al bando le sue attività nel Paese.
“È scandaloso che un Paese membro delle Nazioni Unite cerchi di smantellare un’agenzia dell’Onu che è il più importante fornitore di operazioni umanitarie a Gaza”, ha dichiarato la portavoce dell’Unrwa Juliette Touma.
Come hanno scritto una trentina di giuristi italiani e stranieri in un appello lanciato in questi giorni: “La misura è colma. Riteniamo che i tempi siano più che maturi per l’applicazione nei confronti di Israele dell’art. 6 della Carta delle Nazioni Unite, il quale prevede che “un Membro delle Nazioni Unite che abbia persistentemente violato i principi enunciati nel presente Statuto può essere espulso dall’Organizzazione da parte dell’Assemblea generale su proposta del Consiglio di Sicurezza”.
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12/10/2024
Lo stato di Israele va espulso dalle Nazioni Unite: ormai le condizioni sono mature
L’attacco deliberato e criminale alla Brigata Sassari e agli altri contingenti internazionali dell’Unifil costituisce una nuova inaudita tappa del percorso di Netanyahu verso la distruzione dei popoli dell’area che hanno avuto la disgrazia di vivere nella prossimità di Israele, di quella della pace mondiale e della propria autodistruzione, oggi più vicina che mai.
Sono apprezzabili le parole del ministro Crosetto nel momento in cui definisce l’attacco un crimine di guerra e garantisce che l’Unifil non accetterà ricatti e minacce e continuerà ad adempiere il suo mandato, così come afferma che l’Italia non prende ordini da Israele.
Occorre però vigilare attentamente affinché tale impegno sia adempiuto e soprattutto occorre sottolineare la contraddittorietà di tale presa di posizione col costante sostegno accordato, nei fatti, dal governo Meloni ai crimini israeliani, che ovviamente diventa ancora più paradossale nel momento in cui le armi fornite dall’Occidente – e anche in misura notevole dal complesso militare-industriale italiano – si rivolgono contro i militari italiani.
L’impressione è purtroppo quella che la presa di posizione di Crosetto sia destinata a non produrre conseguenze di rilievo, dato anche il silenzio di altre autorità dello Stato italiano come la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e lo stesso Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, un improvvido understatement che va giudicato con tutta la severità possibile data la gravità dell’affronto recato all’Italia e dei pericoli per la pace mondiale.
L’Unifil deve restare sul terreno e anzi deve essere rafforzata e dotata di attrezzature e armamenti adeguati che la mettano in condizione di rispondere efficacemente ad ogni attacco israeliano, così come vanno avviate le procedure per installare una analoga forza militare di protezione a Gaza e in Cisgiordania per garantire finalmente la vita e la sicurezza del popolo palestinese che ha pagato finora un tremendo contributo di sangue e continua a pagarlo ogni giorno in termini di civili uccisi, mutilati e che muoiono di fame, di sete e per la mancanza di medicine ed altri generi essenziali, negati dall’occupazione genocida.
Al cuore di questa guerra che ogni giorno si estende di più e minaccia ormai concretamente la pace mondiale c’è la violazione del diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese derivante dalla vergognosa impunità accordata da oltre cinquant’anni ai governi israeliani, che si sono costantemente fatti beffe del diritto internazionale e delle Nazioni Unite e oggi le attaccano brutalmente, dichiarando “persona non grata” il Segretario generale Guterres e bombardando le sue Forze di pace, compreso il fior fiore delle Forze armate italiane.
Alla luce di tali comportamenti criminali protratti e ripetuti nel tempo sono maturate le condizioni per l’espulsione di Israele dalle Nazioni Unite. A norma dell’art. 6 della Carta, ricordo, “un Membro delle Nazioni Unite che abbia persistentemente violato i principi enunciati nel presente Statuto può essere espulso dall’Organizzazione da parte dell’Assemblea generale su proposta del Consiglio di Sicurezza”.
È tuttavia chiaro che gli Stati occidentali presenti nel Consiglio di sicurezza, a partire dagli Stati Uniti, colpevoli complici delle imprese criminali di Netanyahu, interporranno il loro deleterio veto a una proposta del genere, impedendo ancora una volta il corretto funzionamento dell’organizzazione internazionale e l’applicazione del diritto internazionale.
Ma sarebbe ugualmente importante che l’Assemblea generale delle Nazioni Unite votasse una risoluzione in questo senso, dando libera e significativa espressione all’esecrazione nei confronti di Israele che proviene ormai dalla grande maggioranza degli Stati oltre che dalla stragrande maggioranza dell’opinione pubblica internazionale.
A una tale dichiarazione di principio dovrebbe conseguire l’adozione di sanzioni ai sensi dell’art. 41 e, qualora queste ultime risultassero insufficienti, si potrebbe avviare un’azione militare multilaterale ai sensi del successivo art. 42, realizzando così a pieno il percorso procedurale contemplato dal Capo VII della Carta per porre fine a minacce e violazioni della pace e della sicurezza internazionale.
L’adozione di misure del genere da parte dell’Assemblea generale e di un ampio numero di Stati tra loro coordinato rappresenta oggi un’iniziativa necessaria in un momento di grave pericolo per la pace mondiale, determinato dalla politica criminale di Netanyahu, determinato a scatenare la guerra mondiale nucleare pur di evitare il redde rationem e l’inevitabile galera, ma anche dall’altrettanto criminale complicità degli Stati occidentali, con in testa gli Stati Uniti, oggi guidati da un personaggio come Biden che ormai è l’ombra di se stesso e quindi l’ombra di un’ombra.
Non mancano del resto significativi precedenti nella prassi internazionali successiva alla Seconda guerra mondiale, come soprattutto la risoluzione “Uniting for peace”, adottata dall’Assemblea generale di fronte all’inazione del Consiglio di Sicurezza.
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Sono apprezzabili le parole del ministro Crosetto nel momento in cui definisce l’attacco un crimine di guerra e garantisce che l’Unifil non accetterà ricatti e minacce e continuerà ad adempiere il suo mandato, così come afferma che l’Italia non prende ordini da Israele.
Occorre però vigilare attentamente affinché tale impegno sia adempiuto e soprattutto occorre sottolineare la contraddittorietà di tale presa di posizione col costante sostegno accordato, nei fatti, dal governo Meloni ai crimini israeliani, che ovviamente diventa ancora più paradossale nel momento in cui le armi fornite dall’Occidente – e anche in misura notevole dal complesso militare-industriale italiano – si rivolgono contro i militari italiani.
L’impressione è purtroppo quella che la presa di posizione di Crosetto sia destinata a non produrre conseguenze di rilievo, dato anche il silenzio di altre autorità dello Stato italiano come la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e lo stesso Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, un improvvido understatement che va giudicato con tutta la severità possibile data la gravità dell’affronto recato all’Italia e dei pericoli per la pace mondiale.
L’Unifil deve restare sul terreno e anzi deve essere rafforzata e dotata di attrezzature e armamenti adeguati che la mettano in condizione di rispondere efficacemente ad ogni attacco israeliano, così come vanno avviate le procedure per installare una analoga forza militare di protezione a Gaza e in Cisgiordania per garantire finalmente la vita e la sicurezza del popolo palestinese che ha pagato finora un tremendo contributo di sangue e continua a pagarlo ogni giorno in termini di civili uccisi, mutilati e che muoiono di fame, di sete e per la mancanza di medicine ed altri generi essenziali, negati dall’occupazione genocida.
Al cuore di questa guerra che ogni giorno si estende di più e minaccia ormai concretamente la pace mondiale c’è la violazione del diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese derivante dalla vergognosa impunità accordata da oltre cinquant’anni ai governi israeliani, che si sono costantemente fatti beffe del diritto internazionale e delle Nazioni Unite e oggi le attaccano brutalmente, dichiarando “persona non grata” il Segretario generale Guterres e bombardando le sue Forze di pace, compreso il fior fiore delle Forze armate italiane.
Alla luce di tali comportamenti criminali protratti e ripetuti nel tempo sono maturate le condizioni per l’espulsione di Israele dalle Nazioni Unite. A norma dell’art. 6 della Carta, ricordo, “un Membro delle Nazioni Unite che abbia persistentemente violato i principi enunciati nel presente Statuto può essere espulso dall’Organizzazione da parte dell’Assemblea generale su proposta del Consiglio di Sicurezza”.
È tuttavia chiaro che gli Stati occidentali presenti nel Consiglio di sicurezza, a partire dagli Stati Uniti, colpevoli complici delle imprese criminali di Netanyahu, interporranno il loro deleterio veto a una proposta del genere, impedendo ancora una volta il corretto funzionamento dell’organizzazione internazionale e l’applicazione del diritto internazionale.
Ma sarebbe ugualmente importante che l’Assemblea generale delle Nazioni Unite votasse una risoluzione in questo senso, dando libera e significativa espressione all’esecrazione nei confronti di Israele che proviene ormai dalla grande maggioranza degli Stati oltre che dalla stragrande maggioranza dell’opinione pubblica internazionale.
A una tale dichiarazione di principio dovrebbe conseguire l’adozione di sanzioni ai sensi dell’art. 41 e, qualora queste ultime risultassero insufficienti, si potrebbe avviare un’azione militare multilaterale ai sensi del successivo art. 42, realizzando così a pieno il percorso procedurale contemplato dal Capo VII della Carta per porre fine a minacce e violazioni della pace e della sicurezza internazionale.
L’adozione di misure del genere da parte dell’Assemblea generale e di un ampio numero di Stati tra loro coordinato rappresenta oggi un’iniziativa necessaria in un momento di grave pericolo per la pace mondiale, determinato dalla politica criminale di Netanyahu, determinato a scatenare la guerra mondiale nucleare pur di evitare il redde rationem e l’inevitabile galera, ma anche dall’altrettanto criminale complicità degli Stati occidentali, con in testa gli Stati Uniti, oggi guidati da un personaggio come Biden che ormai è l’ombra di se stesso e quindi l’ombra di un’ombra.
Non mancano del resto significativi precedenti nella prassi internazionali successiva alla Seconda guerra mondiale, come soprattutto la risoluzione “Uniting for peace”, adottata dall’Assemblea generale di fronte all’inazione del Consiglio di Sicurezza.
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20/03/2024
L’Egitto si prepara all’esodo palestinese
A febbraio, su ordine delle forze armate egiziane, un’area di 16 chilometri quadrati lungo il confine con Gaza è stata spianata. In corso anche la costruzione di una barriera in cemento. Il Cairo nega, ma il timore è che il paese si prepari all’arrivo di centinaia di migliaia di sfollati palestinesi.
Dai gabbiotti di cemento lungo il muro che separa Gaza dall’Egitto due soldati egiziani fanno segno di non scattare foto ai mezzi da lavoro. Al valico di Rafah, accanto all’ingresso per i camion umanitari, c’è una ruspa. Altri mezzi si intravedono nei campi vicini.
Appena un chilometro a sud del valico, a inizio febbraio è scomparsa un’intera zona agricola: un rettangolo imperfetto, quattro chilometri per quattro, per un totale di 16 km quadrati, alla frontiera. È come se la tagliasse in due: un pezzo corre lungo l’estremo sud di Gaza, un altro pezzo lungo il territorio israeliano.
Le immagini, disponibili grazie a Copernicus, cuciono insieme tre mondi antitetici: il Sinai semidesertico, militarizzato da un decennio di regime di al-Sisi; il sud di Israele, tasselli di campi coltivati e kibbutz, ognuno di un verde diverso; e Gaza, puntini confusi di grigio, agglomerati urbani e macerie.
Quella spianata non c’era. È comparsa un mese fa, se ne è accorta la Sinai Foundation for Human Rights. Il 14 febbraio scorso ha riportato di lavori per la costruzione di un’area isolata da un muro, «tra il valico di Rafah e quello di Kerem Shalom a est e tra i villaggi di Qoz Abo Raad e el-Masora a ovest», «per l’accoglienza di rifugiati palestinesi nel caso di un esodo di massa».
A darne conto sono fonti interne alle ditte impegnate nei lavori, commissionati dalla Abnaa Sinai for Construction & Building, società che avrebbe ricevuto l’appalto direttamente dall’autorità edile delle forze armate egiziane.
A circondare i 16 km quadrati di terra spoglia sarà un muro di cemento alto sette metri, con sicurezza rafforzata, la stessa che si vede già nel Sinai del nord: da ottobre più checkpoint, più soldati.
Il Wall Street Journal cita fonti egiziane: la zona cuscinetto potrebbe ospitare 100mila persone. Probabilmente molte di più: Rafah si sviluppa su 64 km quadrati e oggi di sfollati ne ospita 1,5 milioni.
L’area egiziana al confine con Gaza il 5 gennaio, prima dei lavori (ESA/Copernicus/Sentinel-2).
L’area di 16 km² in Egitto, al confine con Gaza, fotografata dal satellite il 29 febbraio, dopo i lavori.
A disposizione, a volerlo prevedere, c’è anche New Rafah, città fantasma: palazzine vuote, 10mila appartamenti destinati alle famiglie egiziane cacciate dalla vecchia Rafah che al-Sisi ha svuotato a colpi di sgomberi e bulldozer. Le palazzine si incontrano lungo la strada, in mezzo al deserto.
Al valico i funzionari presenti ci dicono che no, quei lavori e quei bulldozer servono ad allargare le strade per migliorare il flusso degli aiuti in ingresso a Gaza e che l’area spianata servirà da hub umanitario per stoccare gli aiuti, ospitare gli autisti, gestire la logistica. Un progetto di cui però le organizzazioni umanitari non hanno mai sentito parlare.
Il Presidente al-Sisi smentisce da sempre, da quando è iniziata l’offensiva via terra israeliana a fine ottobre, che ha spinto verso sud la stragrande maggioranza dei gazawi: l’Egitto non si prenderà carico dei rifugiati palestinesi, di una seconda Nakba 75 anni dopo la prima.
Al-Sisi lo ha ripetuto domenica alla presidente del consiglio Meloni e alla presidente della Commissione Ue von der Leyen: «L’Egitto rigetta lo sfollamento forzato di palestinesi nelle proprie terre».
Quella spianata dice altro: che Il Cairo si prepara «al worst case scenario, allo scenario peggiore di un’espulsione di massa da Gaza», le parole usate da una fonte diplomatica italiana.
Il 22 febbraio il Fondo monetario internazionale, che con il regime egiziano è impegnato da anni in un braccio di ferro su prestiti in cambio di riforme lacrime e sangue per un popolo già in miseria, aveva parlato di un «pacchetto di sostegno molto ampio» per affrontare le sfide economiche a partire dalle pressioni che giungono da Gaza.
Tre giorni dopo, il 25, ad Al Arabiya, il direttore del dipartimento del Fmi per il Medio Oriente, Jihad Azour, ha pensato fosse meglio precisare: non ci sarebbero legami tra l’aumento del prestito e la minacciata offensiva israeliana su Rafah.
I palestinesi, da parte loro, insistono: non ce ne andiamo. Dal Cairo ce lo ripete Basel Sourani del Palestinian Center for Human Rights: «Nonostante gli illegali ordini di evacuazione israeliani, bombe e fame, 400mila palestinesi sono riusciti a rimanere a nord. Ci sono migliaia di persone oggi in Egitto, ma ce ne sono molte di più dentro Gaza».
Circa 15mila i gazawi entrati in questi mesi in territorio egiziano, pochissimi: uscire è una lotteria, e si paga caro, 5mila dollari a testa.
È vero però che Gaza non c’è più: «Il 70% delle infrastrutture e delle case è distrutto», dice Adnan Abu Hasna, portavoce di Unrwa a Gaza. Un luogo invivibile ma anche lui si dice sicuro: «Facendone un posto inadatto alla vita possono trasferire 2-300mila persone, ma ne resterebbero due milioni che non accetteranno di andarsene».
Fonte
Dai gabbiotti di cemento lungo il muro che separa Gaza dall’Egitto due soldati egiziani fanno segno di non scattare foto ai mezzi da lavoro. Al valico di Rafah, accanto all’ingresso per i camion umanitari, c’è una ruspa. Altri mezzi si intravedono nei campi vicini.
Appena un chilometro a sud del valico, a inizio febbraio è scomparsa un’intera zona agricola: un rettangolo imperfetto, quattro chilometri per quattro, per un totale di 16 km quadrati, alla frontiera. È come se la tagliasse in due: un pezzo corre lungo l’estremo sud di Gaza, un altro pezzo lungo il territorio israeliano.
Le immagini, disponibili grazie a Copernicus, cuciono insieme tre mondi antitetici: il Sinai semidesertico, militarizzato da un decennio di regime di al-Sisi; il sud di Israele, tasselli di campi coltivati e kibbutz, ognuno di un verde diverso; e Gaza, puntini confusi di grigio, agglomerati urbani e macerie.
Quella spianata non c’era. È comparsa un mese fa, se ne è accorta la Sinai Foundation for Human Rights. Il 14 febbraio scorso ha riportato di lavori per la costruzione di un’area isolata da un muro, «tra il valico di Rafah e quello di Kerem Shalom a est e tra i villaggi di Qoz Abo Raad e el-Masora a ovest», «per l’accoglienza di rifugiati palestinesi nel caso di un esodo di massa».
A darne conto sono fonti interne alle ditte impegnate nei lavori, commissionati dalla Abnaa Sinai for Construction & Building, società che avrebbe ricevuto l’appalto direttamente dall’autorità edile delle forze armate egiziane.
A circondare i 16 km quadrati di terra spoglia sarà un muro di cemento alto sette metri, con sicurezza rafforzata, la stessa che si vede già nel Sinai del nord: da ottobre più checkpoint, più soldati.
Il Wall Street Journal cita fonti egiziane: la zona cuscinetto potrebbe ospitare 100mila persone. Probabilmente molte di più: Rafah si sviluppa su 64 km quadrati e oggi di sfollati ne ospita 1,5 milioni.
L’area egiziana al confine con Gaza il 5 gennaio, prima dei lavori (ESA/Copernicus/Sentinel-2).
L’area di 16 km² in Egitto, al confine con Gaza, fotografata dal satellite il 29 febbraio, dopo i lavori.
A disposizione, a volerlo prevedere, c’è anche New Rafah, città fantasma: palazzine vuote, 10mila appartamenti destinati alle famiglie egiziane cacciate dalla vecchia Rafah che al-Sisi ha svuotato a colpi di sgomberi e bulldozer. Le palazzine si incontrano lungo la strada, in mezzo al deserto.
Al valico i funzionari presenti ci dicono che no, quei lavori e quei bulldozer servono ad allargare le strade per migliorare il flusso degli aiuti in ingresso a Gaza e che l’area spianata servirà da hub umanitario per stoccare gli aiuti, ospitare gli autisti, gestire la logistica. Un progetto di cui però le organizzazioni umanitari non hanno mai sentito parlare.
Il Presidente al-Sisi smentisce da sempre, da quando è iniziata l’offensiva via terra israeliana a fine ottobre, che ha spinto verso sud la stragrande maggioranza dei gazawi: l’Egitto non si prenderà carico dei rifugiati palestinesi, di una seconda Nakba 75 anni dopo la prima.
Al-Sisi lo ha ripetuto domenica alla presidente del consiglio Meloni e alla presidente della Commissione Ue von der Leyen: «L’Egitto rigetta lo sfollamento forzato di palestinesi nelle proprie terre».
Quella spianata dice altro: che Il Cairo si prepara «al worst case scenario, allo scenario peggiore di un’espulsione di massa da Gaza», le parole usate da una fonte diplomatica italiana.
Il 22 febbraio il Fondo monetario internazionale, che con il regime egiziano è impegnato da anni in un braccio di ferro su prestiti in cambio di riforme lacrime e sangue per un popolo già in miseria, aveva parlato di un «pacchetto di sostegno molto ampio» per affrontare le sfide economiche a partire dalle pressioni che giungono da Gaza.
Tre giorni dopo, il 25, ad Al Arabiya, il direttore del dipartimento del Fmi per il Medio Oriente, Jihad Azour, ha pensato fosse meglio precisare: non ci sarebbero legami tra l’aumento del prestito e la minacciata offensiva israeliana su Rafah.
I palestinesi, da parte loro, insistono: non ce ne andiamo. Dal Cairo ce lo ripete Basel Sourani del Palestinian Center for Human Rights: «Nonostante gli illegali ordini di evacuazione israeliani, bombe e fame, 400mila palestinesi sono riusciti a rimanere a nord. Ci sono migliaia di persone oggi in Egitto, ma ce ne sono molte di più dentro Gaza».
Circa 15mila i gazawi entrati in questi mesi in territorio egiziano, pochissimi: uscire è una lotteria, e si paga caro, 5mila dollari a testa.
È vero però che Gaza non c’è più: «Il 70% delle infrastrutture e delle case è distrutto», dice Adnan Abu Hasna, portavoce di Unrwa a Gaza. Un luogo invivibile ma anche lui si dice sicuro: «Facendone un posto inadatto alla vita possono trasferire 2-300mila persone, ma ne resterebbero due milioni che non accetteranno di andarsene».
Fonte
22/02/2024
L’Unione Africana mette definitivamente alla porta Israele
Una anticipazione dell’aria che tirava c’era già stata a febbraio del 2023 quando la delegazione israeliana era stata messa alla porta dalla conferenza dell’Unione Africana ad Addis Abeba.
Adesso l’Unione Africana ha ritirato definitivamente lo status di membro osservatore di cui Israele godeva all’interno dell’organizzazione, e così Tel Aviv è stata permanentemente bandita dall’istituzione.
“La guerra nella Striscia di Gaza ha messo fine a questa discussione”, riferisce il corrispondente di Le Monde da Addis Abeba, Noé Hochet Bodin.
“Il dossier relativo all’accreditamento di Israele è chiuso”, ha detto un alto funzionario dell’Unione Africana.
Ebba Kalondo, portavoce del presidente della Commissione dell’Unione Africana, ha affermato che “Israele non è invitato a partecipare al vertice”.
“Dopo un decennio di sforzi diplomatici e due anni dopo l’accreditamento, Tel Aviv è ora permanentemente bandita dall’istituzione”, afferma il rapporto.
“Gaza è stata completamente annientata e il suo popolo è privato di tutti i suoi diritti”, ha detto sabato il portavoce della Commissione dell’Unione Africana, Moussa Faki Mahamat, aggiungendo che “condanna l’operazione israeliana (guerra a Gaza), che non ha precedenti nella storia dell’umanità”.
Faki ha continuato dicendo che “il popolo palestinese deve godere della sua piena libertà e del suo stato indipendente e sovrano”.
Il leader africano ha inoltre dichiarato il suo totale sostegno al Sudafrica nella sua posizione, che chiede alla Corte Internazionale di Giustizia di ordinare a Israele di fermare il suo genocidio a Gaza.
Ironia della sorte, era stato proprio Faki, che nel 2022 aveva concesso a Israele lo status di membro osservatore, anche se, secondo quanto riferito, senza consultare i membri del più grande organismo politico africano. Una forzatura esplosa poi nel febbraio del 2023 quando la delegazione israeliana era stata messa alla porta dal vertice dell’Unione Africana. Il genocidio dei palestinesi a Gaza ha reso quella decisione definitiva.
Fonte
Adesso l’Unione Africana ha ritirato definitivamente lo status di membro osservatore di cui Israele godeva all’interno dell’organizzazione, e così Tel Aviv è stata permanentemente bandita dall’istituzione.
“La guerra nella Striscia di Gaza ha messo fine a questa discussione”, riferisce il corrispondente di Le Monde da Addis Abeba, Noé Hochet Bodin.
“Il dossier relativo all’accreditamento di Israele è chiuso”, ha detto un alto funzionario dell’Unione Africana.
Ebba Kalondo, portavoce del presidente della Commissione dell’Unione Africana, ha affermato che “Israele non è invitato a partecipare al vertice”.
“Dopo un decennio di sforzi diplomatici e due anni dopo l’accreditamento, Tel Aviv è ora permanentemente bandita dall’istituzione”, afferma il rapporto.
“Gaza è stata completamente annientata e il suo popolo è privato di tutti i suoi diritti”, ha detto sabato il portavoce della Commissione dell’Unione Africana, Moussa Faki Mahamat, aggiungendo che “condanna l’operazione israeliana (guerra a Gaza), che non ha precedenti nella storia dell’umanità”.
Faki ha continuato dicendo che “il popolo palestinese deve godere della sua piena libertà e del suo stato indipendente e sovrano”.
Il leader africano ha inoltre dichiarato il suo totale sostegno al Sudafrica nella sua posizione, che chiede alla Corte Internazionale di Giustizia di ordinare a Israele di fermare il suo genocidio a Gaza.
Ironia della sorte, era stato proprio Faki, che nel 2022 aveva concesso a Israele lo status di membro osservatore, anche se, secondo quanto riferito, senza consultare i membri del più grande organismo politico africano. Una forzatura esplosa poi nel febbraio del 2023 quando la delegazione israeliana era stata messa alla porta dal vertice dell’Unione Africana. Il genocidio dei palestinesi a Gaza ha reso quella decisione definitiva.
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09/07/2023
Tunisia - Centinaia di profughi africani espulsi nella terra di nessuno al confine con la Libia
Le forze della sicurezza tunisine hanno espulso centinaia di neri africani da Sfax verso la regione di confine con la Libia, il giorno successivo all’uccisione di un cittadino tunisino durante violenti scontri nella città sud-orientale del paese. La polizia ha sparato gas lacrimogeni nel tentativo di sedare i combattimenti. Una casa abitata da africani sub-sahariani è stata data alle fiamme in risposta all’uccisione, secondo quanto riferiscono i social media.
Un raid avvenuto domenica scorsa a Sfax, la seconda città più popolosa della Tunisia, ha provocato 48 arresti e lo sgombero di centinaia di persone da parte dei militari verso la regione di confine tra Tunisia e Libia. A riferirlo è l’ONG Alarm Phone, che sostiene le persone in difficoltà che attraversano il Mediterraneo.
Le forze di sicurezza tunisine hanno picchiato i profughi africani, gettando il loro cibo e spaccando i loro telefoni, ha denunciato Lauren Seibert, una ricercatrice sui diritti dei rifugiati e dei migranti presso Human Rights Watch.
Secondo quanto riferito, i profughi sono stati lasciati sul lato libico del confine, ma sono fuggiti di nuovo in Tunisia dopo aver incontrato uomini armati.
“Questi migranti e richiedenti asilo sono bloccati in una zona di confine chiusa e militarizzata tra Tunisia e Libia”, ha dichiarato la Seibert. “Abbiamo informato le agenzie delle Nazioni Unite, ma le autorità tunisine non hanno ancora concesso loro l’accesso per aiutare queste persone”.
A partire da mercoledì, il numero di bloccati al confine tra Tunisia e Libia è aumentato tra 400 e 500, secondo le testimonianze inviate a Human Rights Watch.
I filmati inviati al gruppo per i diritti umani mostrano un numero enorme di persone, tra cui molti bambini, nell’area di confine militarizzata. Uno dei video mostra persone costrette a dormire la notte per terra nel deserto.
Nelle ultime settimane i tunisini a Sfax hanno organizzato manifestazioni di protesta contro la presenza dei profughi. La città costiera è un punto di accesso chiave all’Europa per molte persone che tentano di attraversare il Mediterraneo.
Il presidente tunisino Kais Saied ha affermato che la Tunisia non sarà responsabile dell’arresto dell’immigrazione irregolare verso l’Europa e “rifiuta di essere un luogo di transito o di insediamento per i migranti”.
A febbraio, Saied aveva sostanzialmente avanzato la chiave di lettura della minaccia della “sostituzione etnica” in Tunisia. “Dall’inizio del secolo c’è un piano criminale per cambiare la struttura demografica della Tunisia, e ci sono partiti che hanno ricevuto ingenti somme di denaro dopo il 2011 per l’insediamento di immigrati clandestini dall’Africa sub-sahariana”.
Diversi commentatori hanno paragonato il commento di Saied sulla “sostituzione etnica”, alle note teorie del complotto secondo cui i bianchi in Europa verrebbero via via sostituiti dai migranti stranieri, provenienti principalmente dall’Africa e dal Medio Oriente. Il discorso del presidente tunisino è stato approvato pubblicamente dal leader della estrema destra francese Eric Zemmour.
Appare piuttosto evidente che la Tunisia punti ad ottenere dall’Unione Europea i finanziamenti che gli sono stati negati dal Fmi, ma in cambio deve fungere da guardiano per bloccare i flussi di migranti africani che si imbarcano dalle coste tunisine verso le coste europee, e quella italiana in particolare. Che lo faccia con brutalità, così come viene richiesto di fare in Libia, non sembra disturbare molto le coscienze in Europa. Così come il fatto che il presidente tunisino Sayed sia ancora al potere sulla base di un colpo di stato istituzionale.
Fonte
Un raid avvenuto domenica scorsa a Sfax, la seconda città più popolosa della Tunisia, ha provocato 48 arresti e lo sgombero di centinaia di persone da parte dei militari verso la regione di confine tra Tunisia e Libia. A riferirlo è l’ONG Alarm Phone, che sostiene le persone in difficoltà che attraversano il Mediterraneo.
Le forze di sicurezza tunisine hanno picchiato i profughi africani, gettando il loro cibo e spaccando i loro telefoni, ha denunciato Lauren Seibert, una ricercatrice sui diritti dei rifugiati e dei migranti presso Human Rights Watch.
Secondo quanto riferito, i profughi sono stati lasciati sul lato libico del confine, ma sono fuggiti di nuovo in Tunisia dopo aver incontrato uomini armati.
“Questi migranti e richiedenti asilo sono bloccati in una zona di confine chiusa e militarizzata tra Tunisia e Libia”, ha dichiarato la Seibert. “Abbiamo informato le agenzie delle Nazioni Unite, ma le autorità tunisine non hanno ancora concesso loro l’accesso per aiutare queste persone”.
A partire da mercoledì, il numero di bloccati al confine tra Tunisia e Libia è aumentato tra 400 e 500, secondo le testimonianze inviate a Human Rights Watch.
I filmati inviati al gruppo per i diritti umani mostrano un numero enorme di persone, tra cui molti bambini, nell’area di confine militarizzata. Uno dei video mostra persone costrette a dormire la notte per terra nel deserto.
Nelle ultime settimane i tunisini a Sfax hanno organizzato manifestazioni di protesta contro la presenza dei profughi. La città costiera è un punto di accesso chiave all’Europa per molte persone che tentano di attraversare il Mediterraneo.
Il presidente tunisino Kais Saied ha affermato che la Tunisia non sarà responsabile dell’arresto dell’immigrazione irregolare verso l’Europa e “rifiuta di essere un luogo di transito o di insediamento per i migranti”.
A febbraio, Saied aveva sostanzialmente avanzato la chiave di lettura della minaccia della “sostituzione etnica” in Tunisia. “Dall’inizio del secolo c’è un piano criminale per cambiare la struttura demografica della Tunisia, e ci sono partiti che hanno ricevuto ingenti somme di denaro dopo il 2011 per l’insediamento di immigrati clandestini dall’Africa sub-sahariana”.
Diversi commentatori hanno paragonato il commento di Saied sulla “sostituzione etnica”, alle note teorie del complotto secondo cui i bianchi in Europa verrebbero via via sostituiti dai migranti stranieri, provenienti principalmente dall’Africa e dal Medio Oriente. Il discorso del presidente tunisino è stato approvato pubblicamente dal leader della estrema destra francese Eric Zemmour.
Appare piuttosto evidente che la Tunisia punti ad ottenere dall’Unione Europea i finanziamenti che gli sono stati negati dal Fmi, ma in cambio deve fungere da guardiano per bloccare i flussi di migranti africani che si imbarcano dalle coste tunisine verso le coste europee, e quella italiana in particolare. Che lo faccia con brutalità, così come viene richiesto di fare in Libia, non sembra disturbare molto le coscienze in Europa. Così come il fatto che il presidente tunisino Sayed sia ancora al potere sulla base di un colpo di stato istituzionale.
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25/11/2018
Libano - Migliaia di rifugiati siriani espulsi con la forza
di Roberto Prinzi
Qualche giorno fa venti rifugiate siriane nella città libanese di Arsal (al confine con la Siria) hanno abortito inaspettatamente. I sospetti sono subito caduti sull’acqua inquinata: l’infrastruttura nell’area è stata danneggiata lo scorso mese a causa delle pesanti piogge che hanno colpito il Paese dei Cedri e che hanno distrutto le tende in cui vivono i rifugiati (circa 100mila nella zona).
Le condizioni umanitarie dei siriani in Libano – un milione ufficialmente, oltre 1,5 milioni nella realtà, più di uno ogni 4 libanesi – destano da anni le preoccupazioni delle organizzazioni umanitarie e dell’Unhcr. Guardati con sospetto, quando non con astio, da molti libanesi perché ritenuti fardelli sociali che gravano su un Paese che già annaspa (non ha ancora un governo e ha un debito pubblico pari a più del 150% del Pil) ed emarginati dalle autorità locali che sui loro corpi costruiscono consenso politico, gran parte dei rifugiati siriani sono considerati in Libano «non-persone».
Possono lavorare in certi settori (edilizia e agricoltura), ma devono ottenere dei permessi se vogliono essere impiegati in altri settori. Facile a dirsi, quasi impossibile averli: il 73% di loro non ha i permessi di residenza necessari a ottenere quelli di lavoro. Per anni il problema è stato bypassato lavorando illegalmente. Ovviamente a un prezzo elevato: nessuna sicurezza e tutela da parte dei datori di lavoro e, soprattutto, salari bassi che hanno scatenato la rabbia di molti lavoratori libanesi che si sentono scavalcati dalla manodopera a basso costo siriana.
E se per anni sono stati mal digeriti dal mondo politico locale, ora che la guerra siriana sembra delineare un quadro più chiaro con il governo siriano vittorioso, l’atteggiamento di Beirut si è fatto molto più intransigente. L’obiettivo – più volte ripetuto dal ministro degli esteri a interim Bassil – è «riportarli a casa». E nei fatti diverse migliaia di loro (si stima tra le 55mila e le 90mila) sono già tornati in Siria.
Se una parte lo ha fatto volontariamente, molti altri sono stati di fatto costretti a ritornare a causa delle politiche delle autorità libanesi. Beirut usa il pugno di ferro sapendo bene i rischi dell’operazione: a inizio mese Moin Merehbi, il ministro ad interim libanese per gli affari dei rifugiati, ha detto che almeno venti rifugiati sono stati uccisi da Damasco una volta tornati a casa.
Ma il timore dei siriani è anche rappresentato dai gruppi jihadisti e salafiti attivi nelle aree in cui un tempo vivevano. Unhcr e governi occidentali hanno più volte ribadito che è troppo presto per discutere un loro ritorno su larga scala dato che non ci sono ancora le condizioni di sicurezza per poterlo effettuare. Appelli che però cadono nel vuoto all’interno del cinico mondo politico libanese.
E se il Paese dei Cedri vive da sei mesi una impasse politica a causa dei suoi settarismi, la mano della repressione prosegue a pieno regime. Poco importa: dopo tutto qui si tratta di «non-persone».
Fonte
Qualche giorno fa venti rifugiate siriane nella città libanese di Arsal (al confine con la Siria) hanno abortito inaspettatamente. I sospetti sono subito caduti sull’acqua inquinata: l’infrastruttura nell’area è stata danneggiata lo scorso mese a causa delle pesanti piogge che hanno colpito il Paese dei Cedri e che hanno distrutto le tende in cui vivono i rifugiati (circa 100mila nella zona).
Le condizioni umanitarie dei siriani in Libano – un milione ufficialmente, oltre 1,5 milioni nella realtà, più di uno ogni 4 libanesi – destano da anni le preoccupazioni delle organizzazioni umanitarie e dell’Unhcr. Guardati con sospetto, quando non con astio, da molti libanesi perché ritenuti fardelli sociali che gravano su un Paese che già annaspa (non ha ancora un governo e ha un debito pubblico pari a più del 150% del Pil) ed emarginati dalle autorità locali che sui loro corpi costruiscono consenso politico, gran parte dei rifugiati siriani sono considerati in Libano «non-persone».
Possono lavorare in certi settori (edilizia e agricoltura), ma devono ottenere dei permessi se vogliono essere impiegati in altri settori. Facile a dirsi, quasi impossibile averli: il 73% di loro non ha i permessi di residenza necessari a ottenere quelli di lavoro. Per anni il problema è stato bypassato lavorando illegalmente. Ovviamente a un prezzo elevato: nessuna sicurezza e tutela da parte dei datori di lavoro e, soprattutto, salari bassi che hanno scatenato la rabbia di molti lavoratori libanesi che si sentono scavalcati dalla manodopera a basso costo siriana.
E se per anni sono stati mal digeriti dal mondo politico locale, ora che la guerra siriana sembra delineare un quadro più chiaro con il governo siriano vittorioso, l’atteggiamento di Beirut si è fatto molto più intransigente. L’obiettivo – più volte ripetuto dal ministro degli esteri a interim Bassil – è «riportarli a casa». E nei fatti diverse migliaia di loro (si stima tra le 55mila e le 90mila) sono già tornati in Siria.
Se una parte lo ha fatto volontariamente, molti altri sono stati di fatto costretti a ritornare a causa delle politiche delle autorità libanesi. Beirut usa il pugno di ferro sapendo bene i rischi dell’operazione: a inizio mese Moin Merehbi, il ministro ad interim libanese per gli affari dei rifugiati, ha detto che almeno venti rifugiati sono stati uccisi da Damasco una volta tornati a casa.
Ma il timore dei siriani è anche rappresentato dai gruppi jihadisti e salafiti attivi nelle aree in cui un tempo vivevano. Unhcr e governi occidentali hanno più volte ribadito che è troppo presto per discutere un loro ritorno su larga scala dato che non ci sono ancora le condizioni di sicurezza per poterlo effettuare. Appelli che però cadono nel vuoto all’interno del cinico mondo politico libanese.
E se il Paese dei Cedri vive da sei mesi una impasse politica a causa dei suoi settarismi, la mano della repressione prosegue a pieno regime. Poco importa: dopo tutto qui si tratta di «non-persone».
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24/09/2018
“Prima i tedeschi!”, e ci scopriamo migranti come gli altri...
Sembrava l’uovo di Colombo del reazionario senza cervello: siamo in difficoltà? Ci sono pochi soldi in cassa? Dobbiamo rispettare i parametri di Maastricht? Allora togliamo qualcosa a qualcuno e inventiamoci una bella guerra tra poveri... “Prima gli itagliani!”
Il problema delle idee stupide è che possono venire in testa proprio a tutti. E l’idea più stupida che possa venire in testa a un governo di un paese di emigranti – che proprio negli ultimi due anni sono stati più degli immigrati da altri paesi, tutti sbrigativamente apostrofati un tempo come extracomunitari, ora più brutalmente come negri – è proprio quella di aprire la stagione globale del “ognuno a casa sua”.
Non sorprende, dunque, che lo stesso virus maligno abbia rapidamente attecchito anche in Germania, dove le vittime di questo atteggiamento sono tutti i cittadini “non tedeschi”, a prescindere dal colore della pelle. Dunque anche gli italiani.
Radio Colonia, una emittente cittadina in lingua italiana, visto l’alto numero di connazionali presenti in quel territorio, ha mandato in onda la testimonianza di una donna italiana convocata dall’Ufficio per gli immigrati che le ha dato una sorta di ultimatum.
“Mi hanno comunicato che avevo quindici giorni di tempo, visto che non potevo provvedere a me stessa, per trovare un lavoro: altrimenti mi avrebbero rimpatriato e avrebbero pure pagato il viaggio a me e alle bambine, se non fossi stata in grado di poterlo pagare io”. A raccontare la vicenda è un’immigrata italiana che si è trasferita in Germania nel 2013 e, dopo aver smesso di lavorare in seguito a una gravidanza, è andata a chiedere il sussidio sociale. Dopo tre mesi di attesa è stata convocata dall’Ufficio per gli immigrati che le ha dato l’ultimatum.
La stessa cosa sta avvenendo però in molte altre zone del paese. Sono in molti ad aver avuto comunicazioni simili, prima a voce e poi per lettera. Le minacce di espatrio nei confronti di italiani che non lavorano o non lo stanno cercando, secondo Radio Colonia, sono almeno un centinaio soprattutto nel Nord Reno-Westfalia. E riguardano, riferiscono esponenti dei patronati intervistati dalla Radio, anche situazioni di grave difficoltà, come donne in avanzato stato di gravidanza.
Alla base di questo fenomeno c’è una legge di due anni fa, che ha elevato da cinque anni a tre mesi il periodo di permanenza in Germania che consente di accedere ai sussidi sociali. Dietro questa legge c’è la volontà di ridimensionare uno stato sociale ritenuto troppo generoso che attraeva troppi ‘stranieri’ europei i quali – facendo leva sul principio della libera circolazione – sfruttavano il sistema in una dimensione che a Berlino era giudicata eccessiva.
Una volta fatta la legge, dunque, è cominciata a cascata la pioggia dei “regolamenti” delle singole amministrazioni locali. Nell’aprile scorso, una circolare del Job Center che regola l’applicazione della legge del 2016 (modificata nel 2017), stabilisce che chi si trasferisce in Germania con lo scopo di trovare lavoro ha tempo sei mesi, al termine dei quali scade la libertà di circolazione e i dati vengono inviati all’Ufficio stranieri. A questo punto occorre dimostrare che la ricerca di lavoro continua. In caso contrario si rischia l’espulsione.
E in questo caso la legge non distingue tra cittadini dell’Unione Europea (“comunitari”) e extracomunitari, ma solo tra tedeschi e non. Prima gli alemanni!, insomma.
Il primo a lamentarsene, qui da noi, è stato il sottosegretario agli Esteri, Ricardo Merlo (una “c” sola, all’iberica), trevigiano, ovviamente leghista, fondatore del Maie (Movimento Associativo Italiani all’Estero). Ma invece di denunciare la logica malata della guerra tra poveri, il sottosegretario ha scelto la solita via del servitore italico: “Chi è che difende davvero l’Unione Europea? Chi lavora per proteggerne i confini o chi starebbe preparandosi a cacciare dal proprio Paese cittadini europei?”
Avevamo sempre detto e scritto che l’“euroscetticismo” di Lega e Cinque Stelle era una posa ad effetto, per attirare simpatie popolari nel tempo in cui ogni abitante di questo paese si è accorto che il far parte di questa Unione neoliberista lo sta impoverendo ogni giorno che passa. Ora c’è anche la confessione del leghista: “ma come, noi vi stiamo facendo da cani da guardia nei confronti del Sud del mondo e voi ci trattate come loro?”.
Gli aspetti paradossali sono comunque numerosi. La Germania è il paese più ricco della Ue, quello che ha ridisegnato nella crisi – e proprio “grazie” alle politiche di austerità – le filiere produttive di tutta Europa. Presenta da anni un surplus di bilancio enorme, cui corrisponde il deficit crescente degli altri paesi, specie quelli mediterranei. Potrebbe insomma agevolmente investire, aumentare i salari e mantenere gli alti livelli di welfare che l'avevano caratterizzata nel dopoguerra.
Ma è sempre un errore ragionare in termini geopolitici, come se un paese fosse un’entità unitaria. La Germania, è vero, potrebbe spendere molto di più, ma i padroni tedeschi non sono la Germania. Per loro il problema – esattamente come quelli italiani o “globali” – è incrementare i propri profitti e le proprie rendite, non quello di garantire uno sviluppo equilibrato e la coesione sociale.
Perciò anche nella ricca Germania si comincia a dire che “i soldi sono pochi, togliamo qualcosa agli immigrati”.
Solo che lì, e non da ora, “gli immigrati” siamo anche noi, tra gli altri...
Fonte
Il problema delle idee stupide è che possono venire in testa proprio a tutti. E l’idea più stupida che possa venire in testa a un governo di un paese di emigranti – che proprio negli ultimi due anni sono stati più degli immigrati da altri paesi, tutti sbrigativamente apostrofati un tempo come extracomunitari, ora più brutalmente come negri – è proprio quella di aprire la stagione globale del “ognuno a casa sua”.
Non sorprende, dunque, che lo stesso virus maligno abbia rapidamente attecchito anche in Germania, dove le vittime di questo atteggiamento sono tutti i cittadini “non tedeschi”, a prescindere dal colore della pelle. Dunque anche gli italiani.
Radio Colonia, una emittente cittadina in lingua italiana, visto l’alto numero di connazionali presenti in quel territorio, ha mandato in onda la testimonianza di una donna italiana convocata dall’Ufficio per gli immigrati che le ha dato una sorta di ultimatum.
“Mi hanno comunicato che avevo quindici giorni di tempo, visto che non potevo provvedere a me stessa, per trovare un lavoro: altrimenti mi avrebbero rimpatriato e avrebbero pure pagato il viaggio a me e alle bambine, se non fossi stata in grado di poterlo pagare io”. A raccontare la vicenda è un’immigrata italiana che si è trasferita in Germania nel 2013 e, dopo aver smesso di lavorare in seguito a una gravidanza, è andata a chiedere il sussidio sociale. Dopo tre mesi di attesa è stata convocata dall’Ufficio per gli immigrati che le ha dato l’ultimatum.
La stessa cosa sta avvenendo però in molte altre zone del paese. Sono in molti ad aver avuto comunicazioni simili, prima a voce e poi per lettera. Le minacce di espatrio nei confronti di italiani che non lavorano o non lo stanno cercando, secondo Radio Colonia, sono almeno un centinaio soprattutto nel Nord Reno-Westfalia. E riguardano, riferiscono esponenti dei patronati intervistati dalla Radio, anche situazioni di grave difficoltà, come donne in avanzato stato di gravidanza.
Alla base di questo fenomeno c’è una legge di due anni fa, che ha elevato da cinque anni a tre mesi il periodo di permanenza in Germania che consente di accedere ai sussidi sociali. Dietro questa legge c’è la volontà di ridimensionare uno stato sociale ritenuto troppo generoso che attraeva troppi ‘stranieri’ europei i quali – facendo leva sul principio della libera circolazione – sfruttavano il sistema in una dimensione che a Berlino era giudicata eccessiva.
Una volta fatta la legge, dunque, è cominciata a cascata la pioggia dei “regolamenti” delle singole amministrazioni locali. Nell’aprile scorso, una circolare del Job Center che regola l’applicazione della legge del 2016 (modificata nel 2017), stabilisce che chi si trasferisce in Germania con lo scopo di trovare lavoro ha tempo sei mesi, al termine dei quali scade la libertà di circolazione e i dati vengono inviati all’Ufficio stranieri. A questo punto occorre dimostrare che la ricerca di lavoro continua. In caso contrario si rischia l’espulsione.
E in questo caso la legge non distingue tra cittadini dell’Unione Europea (“comunitari”) e extracomunitari, ma solo tra tedeschi e non. Prima gli alemanni!, insomma.
Il primo a lamentarsene, qui da noi, è stato il sottosegretario agli Esteri, Ricardo Merlo (una “c” sola, all’iberica), trevigiano, ovviamente leghista, fondatore del Maie (Movimento Associativo Italiani all’Estero). Ma invece di denunciare la logica malata della guerra tra poveri, il sottosegretario ha scelto la solita via del servitore italico: “Chi è che difende davvero l’Unione Europea? Chi lavora per proteggerne i confini o chi starebbe preparandosi a cacciare dal proprio Paese cittadini europei?”
Avevamo sempre detto e scritto che l’“euroscetticismo” di Lega e Cinque Stelle era una posa ad effetto, per attirare simpatie popolari nel tempo in cui ogni abitante di questo paese si è accorto che il far parte di questa Unione neoliberista lo sta impoverendo ogni giorno che passa. Ora c’è anche la confessione del leghista: “ma come, noi vi stiamo facendo da cani da guardia nei confronti del Sud del mondo e voi ci trattate come loro?”.
Gli aspetti paradossali sono comunque numerosi. La Germania è il paese più ricco della Ue, quello che ha ridisegnato nella crisi – e proprio “grazie” alle politiche di austerità – le filiere produttive di tutta Europa. Presenta da anni un surplus di bilancio enorme, cui corrisponde il deficit crescente degli altri paesi, specie quelli mediterranei. Potrebbe insomma agevolmente investire, aumentare i salari e mantenere gli alti livelli di welfare che l'avevano caratterizzata nel dopoguerra.
Ma è sempre un errore ragionare in termini geopolitici, come se un paese fosse un’entità unitaria. La Germania, è vero, potrebbe spendere molto di più, ma i padroni tedeschi non sono la Germania. Per loro il problema – esattamente come quelli italiani o “globali” – è incrementare i propri profitti e le proprie rendite, non quello di garantire uno sviluppo equilibrato e la coesione sociale.
Perciò anche nella ricca Germania si comincia a dire che “i soldi sono pochi, togliamo qualcosa agli immigrati”.
Solo che lì, e non da ora, “gli immigrati” siamo anche noi, tra gli altri...
Fonte
08/01/2018
La lista nera di Israele contro il boicottaggio, c'è anche BDS Italia
di Chiara Cruciati
La firma è quella del ministro degli Affari Strategici israeliano, Gilad Erdan. La mente è il governo Netanyahu, protagonista di una stretta durissima, ormai iniziata da tempo, nei confronti di individui e associazioni legati al movimento Bds, Boicottaggio Disinvestimento e Sanzioni, in tutto il mondo.
Ieri il ministro ha reso pubblica la lista nera, venti organizzazioni i cui membri saranno banditi da Israele e, di conseguenza, dai Territori Palestinesi Occupati, raggiungibili solo attraverso confini controllati da Tel Aviv: le associazioni statunitensi Afsc (American Friends Service Committee), Amp (American Muslims for Palestine), Code Pink, Jvp (Jewish Voice for Peace), Nsjp (National Students for Justice in Palestine), Uscpr (US Campaign for Palestinian Rights); le europee Afps (Association France Palestine Solidarité), Bds France, Bds Italia, Eccp (The European Coordination of Committees and Associations for Palestine), Foa (Friends of al-Aqsa), Ipsc (Ireland Palestine Solidarity Campaign), Norge Palestinakomitee (The Palestine Committee of Norway), Pgs Palestinagrupperna i Sverige (Palestine Solidarity Association in Sweden), Psc (Palestine Solidarity Campaign), War on Want, Bds Kampagne; il Bds Cile; il Bds Sudafrica e il Bnc, il Bds National Committee, fulcro della chiamata al boicottaggio nel 2005.
Il blocco agli ingressi inizierà il primo marzo e, come si può leggere dalla lista, comprende anche voci storiche della solidarietà al popolo palestinese e associazioni ebraiche. Come Jewish Voice for Peace, con le sue 70 filiali e 15mila membri. E poi le femministe di Code Pink e i quaccheri di Asfc. Infine, i gruppi Bds di mezza Europa.
La nuova misura segue ad anni di svolta nell’approccio israeliano al Bds: inizialmente considerato poco pericoloso, un fastidio ma nulla di più, da tempo Tel Aviv investe milioni di dollari in contro-narrazione nel tentativo di ripulire l’immagine israeliana all’estero seriamente intaccata dalle champagne del Bds. Ma soprattutto va all’attacco, con leggi ad hoc dirette a colpire le organizzazioni che promuovono il boicottaggio, sia in casa – dove la chiamata al boicottaggio è vietata e punita con multe e mancati finanziamenti – che all’estero.
“Le organizzazioni di boicottaggio hanno bisogno di sapere che lo Stato di Israele agirà contro di loro e non permetterà loro di entrare nel suo territorio per danneggiare i suoi cittadini – ha detto il ministro Erdan – Siamo passati dalla difesa all’offesa”.
Sentita da Nena News, la “filiale” italiana del Bds parla di “lista di proscrizione”: “La pubblicazione di questa lista è parte di una crescente campagna di intimidazione e di repressione contro il movimento internazionale Bds da parte di Israele che ha investito 50 milioni di dollari per attività anti-Bds, anche illegali, in tutto il mondo – ci dicono da Bds Italia – Impedire l’ingresso agli attivisti dei movimenti dei diritti umani non è una novità della politica del governo israeliano, che la persegue da anni in modo arbitrario o contro ogni regola internazionale. Con questa lista di proscrizione, Israele rende solo più esplicito ed evidente il regime di discriminazione in base alle idee politiche e aumenta il livello di repressione, applicata in primis contro i palestinesi e ora contro chi sostiene i diritti umani dei palestinesi tramite il movimento nonviolento del Bds”.
Anche le altre organizzazioni coinvolte reagiscono: “Si tratta del tentativo disperato di far tacere un movimento crescente che svela le responsabilità di Israele nel sistematico abuso dei diritti palestinesi e le persistenti violazioni del diritto internazionale”, dice il direttore esecutivo di War on Want, Asad Rehman, che invita il governo britannico a condannare l’attacco a difensori di diritti umani. “La lista nera dimostra chiaramente quanto Israele voglia soffocare le legittime voci di dissenso – aggiunge Ismail Patel, di Friends of al Aqsa – Invece che cambiare le disastrose politiche di occupazione, Israele si occupa di campagne di abuso contro chiunque osi criticare il suo disumano trattamento dei palestinesi”.
Parla di mossa che non sorprende Rebecca Vilkomerson, direttrice di Jewish Voice for Peace: “Non ci faremmo bullizzare da questi tentativi di punirci per una posizione politica di principio che vede aumentare il numero di sostenitori ebrei e non ebrei in tutto il mondo”.
In realtà politiche di espulsione di persone legate al Bds erano già in atto: nel corso dell’ultimo anno numerosi attivisti sono stati bloccati all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv. Tra loro Isabel Phiri, membro del World Council of Churches. È di marzo dello scorso anno la legge che autorizza le autorità di confine a bloccare l’ingresso nel paese di persone che promuovono il boicottaggio dello Stato di Israele.
Fonte
La firma è quella del ministro degli Affari Strategici israeliano, Gilad Erdan. La mente è il governo Netanyahu, protagonista di una stretta durissima, ormai iniziata da tempo, nei confronti di individui e associazioni legati al movimento Bds, Boicottaggio Disinvestimento e Sanzioni, in tutto il mondo.
Ieri il ministro ha reso pubblica la lista nera, venti organizzazioni i cui membri saranno banditi da Israele e, di conseguenza, dai Territori Palestinesi Occupati, raggiungibili solo attraverso confini controllati da Tel Aviv: le associazioni statunitensi Afsc (American Friends Service Committee), Amp (American Muslims for Palestine), Code Pink, Jvp (Jewish Voice for Peace), Nsjp (National Students for Justice in Palestine), Uscpr (US Campaign for Palestinian Rights); le europee Afps (Association France Palestine Solidarité), Bds France, Bds Italia, Eccp (The European Coordination of Committees and Associations for Palestine), Foa (Friends of al-Aqsa), Ipsc (Ireland Palestine Solidarity Campaign), Norge Palestinakomitee (The Palestine Committee of Norway), Pgs Palestinagrupperna i Sverige (Palestine Solidarity Association in Sweden), Psc (Palestine Solidarity Campaign), War on Want, Bds Kampagne; il Bds Cile; il Bds Sudafrica e il Bnc, il Bds National Committee, fulcro della chiamata al boicottaggio nel 2005.
Il blocco agli ingressi inizierà il primo marzo e, come si può leggere dalla lista, comprende anche voci storiche della solidarietà al popolo palestinese e associazioni ebraiche. Come Jewish Voice for Peace, con le sue 70 filiali e 15mila membri. E poi le femministe di Code Pink e i quaccheri di Asfc. Infine, i gruppi Bds di mezza Europa.
La nuova misura segue ad anni di svolta nell’approccio israeliano al Bds: inizialmente considerato poco pericoloso, un fastidio ma nulla di più, da tempo Tel Aviv investe milioni di dollari in contro-narrazione nel tentativo di ripulire l’immagine israeliana all’estero seriamente intaccata dalle champagne del Bds. Ma soprattutto va all’attacco, con leggi ad hoc dirette a colpire le organizzazioni che promuovono il boicottaggio, sia in casa – dove la chiamata al boicottaggio è vietata e punita con multe e mancati finanziamenti – che all’estero.
“Le organizzazioni di boicottaggio hanno bisogno di sapere che lo Stato di Israele agirà contro di loro e non permetterà loro di entrare nel suo territorio per danneggiare i suoi cittadini – ha detto il ministro Erdan – Siamo passati dalla difesa all’offesa”.
Sentita da Nena News, la “filiale” italiana del Bds parla di “lista di proscrizione”: “La pubblicazione di questa lista è parte di una crescente campagna di intimidazione e di repressione contro il movimento internazionale Bds da parte di Israele che ha investito 50 milioni di dollari per attività anti-Bds, anche illegali, in tutto il mondo – ci dicono da Bds Italia – Impedire l’ingresso agli attivisti dei movimenti dei diritti umani non è una novità della politica del governo israeliano, che la persegue da anni in modo arbitrario o contro ogni regola internazionale. Con questa lista di proscrizione, Israele rende solo più esplicito ed evidente il regime di discriminazione in base alle idee politiche e aumenta il livello di repressione, applicata in primis contro i palestinesi e ora contro chi sostiene i diritti umani dei palestinesi tramite il movimento nonviolento del Bds”.
Anche le altre organizzazioni coinvolte reagiscono: “Si tratta del tentativo disperato di far tacere un movimento crescente che svela le responsabilità di Israele nel sistematico abuso dei diritti palestinesi e le persistenti violazioni del diritto internazionale”, dice il direttore esecutivo di War on Want, Asad Rehman, che invita il governo britannico a condannare l’attacco a difensori di diritti umani. “La lista nera dimostra chiaramente quanto Israele voglia soffocare le legittime voci di dissenso – aggiunge Ismail Patel, di Friends of al Aqsa – Invece che cambiare le disastrose politiche di occupazione, Israele si occupa di campagne di abuso contro chiunque osi criticare il suo disumano trattamento dei palestinesi”.
Parla di mossa che non sorprende Rebecca Vilkomerson, direttrice di Jewish Voice for Peace: “Non ci faremmo bullizzare da questi tentativi di punirci per una posizione politica di principio che vede aumentare il numero di sostenitori ebrei e non ebrei in tutto il mondo”.
In realtà politiche di espulsione di persone legate al Bds erano già in atto: nel corso dell’ultimo anno numerosi attivisti sono stati bloccati all’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv. Tra loro Isabel Phiri, membro del World Council of Churches. È di marzo dello scorso anno la legge che autorizza le autorità di confine a bloccare l’ingresso nel paese di persone che promuovono il boicottaggio dello Stato di Israele.
Fonte
24/02/2017
Trump, pugno di ferro contro i migranti
di Michele Paris
Con l’adozione di due decreti da parte del dipartimento per la Sicurezza Interna americano, l’amministrazione Trump questa settimana ha accelerato la stretta sull’immigrazione “illegale”, fornendo alle agenzie preposte gli strumenti concreti per una campagna di detenzioni e deportazioni di massa che potrebbe colpire pesantemente milioni di individui e le loro famiglie.
I due provvedimenti emanati martedì sono il corollario di altrettanti “ordini esecutivi” firmati in precedenza da Trump relativi sempre alla questione migratoria. Le nuove linee guida non nascono dal nulla, ma partono dai presupposti fissati dall’amministrazione Obama, fino ad ora di fatto la più dura nei confronti degli immigrati, per ampliare lo scopo della legislazione in vigore.
In altre parole, Trump ha spazzato via le restrizioni formali alle deportazioni a tappeto degli “irregolari” presenti sul suolo americano che aveva stabilito il suo predecessore. A dare l’idea del clima che si respirerà negli Stati Uniti a partire dai prossimi giorni è stato il portavoce della Casa Bianca, Sean Spicer, il quale nel presentare i due decreti del dipartimento per la Sicurezza Interna ha annunciato che “chiunque si trovi qui illegalmente potrà essere soggetto a deportazione in qualsiasi momento”.
Viste le ovvie implicazioni logistiche e le resistenze alle nuove politiche di ampie fasce della popolazione, Spicer e l’amministrazione Trump hanno allo stesso tempo cercato di attenuare parzialmente i toni. Se, però, la Casa Bianca ha invitato a evitare manifestazioni di panico nelle comunità dei migranti, le misure draconiane che si annunciano potrebbero risultare di natura relativamente limitata soltanto in questa prima fase.
I piani per il tentativo di deportare tutti o buona parte dei circa 11 milioni di immigrati senza documenti che vivono negli Stati Uniti saranno infatti implementati dopo che il governo federale avrà creato l’infrastruttura logistica necessaria a portare a termine questo obiettivo. L’espulsione di un numero così alto di persone dal territorio americano è vincolata cioè a misure che richiedono mesi o forse anni per essere messe in pratica, come il reclutamento di migliaia o decine di migliaia di nuovi agenti e la costruzione di una vasta rete di strutture detentive.
La prima modifica alla normativa esistente riguarda il profilo degli immigrati esposti al rischio deportazione. Le regole stabilite da Obama prevedevano già la possibilità teorica di deportare tutti gli “irregolari”, ma nella pratica agli agenti dell’ICE (“Immigration and Customs Enforcement”) era garantita ben poca discrezione, poiché la priorità doveva essere per i casi ritenuti più urgenti, come quelli relativi a criminali o membri di gang.
Ora, invece, queste distinzioni cesseranno di esistere e, nella prima fase del programma, gli agenti dell’immigrazione avranno la facoltà di valutare a piacimento quali siano gli individui da espellere tra quelli che hanno un qualsiasi precedente penale, sono accusati o sospettati di avere commesso un crimine o, ancora, che hanno presumibilmente “abusato” di servizi pubblici.
Non solo: il decreto del dipartimento per la Sicurezza Interna parla anche della possibilità di arrestare o deportare tutti coloro che siano sospettati di avere “violato le leggi sull’immigrazione”. Per l’amministrazione Trump, le stime massime del numero di soggetti esposti a questi provvedimenti potrebbero arrivare addirittura a 15 milioni. Un numero così alto ha fatto ipotizzare a molti che il governo intenda colpire prima poi anche i possessori della “carta verde”, ovvero stranieri residenti legali e in maniera permanente.
Trump
intende inoltre modificare la pratica di rilasciare negli Stati Uniti
immigrati “irregolari” fermati appena superato il confine americano in
attesa che le loro domande di asilo siano prese in considerazione.
Questa procedura richiede spesso alcuni anni e al termine di essa gli
individui interessati possono essere difficilmente reperibili.
Con la nuova legislazione, al contrario, i rilasci cesseranno e gli immigrati dovranno essere spediti in centri detentivi oppure espulsi verso l’ultimo paese di provenienza, quasi sempre il Messico, anche se di diversa nazionalità. Questa norma potrebbe essere considerata però incostituzionale, assieme a un’altra che prevede un processo rapido di deportazione senza la sentenza di un giudice, da applicare a immigrati che si trovano in America anche per periodi di tempo ben superiori alle due settimane, considerati ancora “in transito” da una sentenza della Corte Suprema.
Particolarmente crudele e insensata è poi la misura che potrebbe rendere soggetti a deportazione gli immigrati “irregolari” che si adoperano per organizzare l’ingresso negli Stati Uniti dei loro figli. Dal momento che i genitori spesso pagano degli intermediari per il viaggio dei figli, essi potrebbero essere accusati di facilitare il traffico illegale di persone.
Grande preoccupazione tra gli immigrati ha suscitato anche l’ipotesi di revocare il cosiddetto DACA (“Deferred Action for Childhood Arrivals”), cioè il programma adottato da Obama che garantisce una certa protezione a circa 750 mila “irregolari” giunti negli USA da bambini.
L’intervento di questa settimana di Trump lo ha lasciato ufficialmente inalterato, ma l’ordine di deportazione dallo stato di Washington che ha colpito nei giorni scorsi un 23enne di origine messicana con i requisiti per restare in America sembra avere messo in discussione anche questa salvaguardia.
Un punto centrale della strategia anti-migratoria dell’amministrazione Trump è infine quello dell’aumento massiccio degli agenti deputati all’implementazione delle nuove regole, con il dipartimento per la Sicurezza Interna che conta di assumere almeno 15 mila persone nei prossimi due anni. In parallelo, la Casa Bianca ha tutta l’intenzione di riattivare un piano, parzialmente accantonato da Obama a causa degli abusi che aveva generato, per coinvolgere nelle politiche persecutorie nei confronti dei migranti le forze di polizia locali e statali.
La brutalità e la latitudine delle misure per la lotta agli “irregolari” previste da questi primi provvedimenti adottati dalla nuova amministrazione Repubblicana appaiono decisamente spropositate rispetto alla reale minaccia rappresentata dal fenomeno migratorio negli Stati Uniti.
La giustificazione per questo pugno di ferro sarebbe da collegare a un presunto dilagare della criminalità nelle città americane a causa dell’afflusso di milioni di immigrati “clandestini”. Questa tesi ha però basi del tutto irrazionali ed è stata smentita da numerosi studi che indicano come gli immigrati senza documenti siano meno propensi a commettere crimini rispetto a coloro che hanno status di cittadini.
Non solo, mentre la percentuale di “irregolari” in America è aumentata a ritmi sostenuti nell’ultimo decennio, quella dei crimini violenti è andata nella direzione esattamente opposta. Per citare ulteriori dati, anche la popolazione carceraria negli USA è costituita da una percentuale minore di immigrati rispetto a quella che questi ultimi rappresentano nel paese in generale.
Di
questa realtà, la classe dirigente americana, inclusa l’amministrazione
Trump, è perfettamente al corrente. La strategia è perciò quella di
alimentare paure e odio nei confronti della parte più vulnerabile e
indifesa della società per scopi ben precisi.
Il primo è quello di distogliere l’attenzione della grande maggioranza della popolazione dai veri problemi, legati alla crisi strutturale del capitalismo e alle esplosive disuguaglianze sociali, e dai veri responsabili di essi. Il secondo, che sta distinguendo in maniera chiarissima il nuovo presidente, è la creazione di strutture da stato di polizia in previsione di una crescente opposizione popolare.
Ciò è possibile solo attraverso la formazione di una base di sostegno di orientamento ultra-reazionario, se non apertamente fascista, stimolata appunto da leggi come quelle più recenti sull’immigrazione, ma anche, ad esempio, da provvedimenti e dichiarazioni anti-islamiche o volte a compiacere la destra cristiana. Tutte queste iniziative, e altre ancora di uguale natura, sono state infatti prese dal neo-presidente Trump fin dal suo ingresso alla Casa Bianca poco più di un mese fa.
Con l’adozione di due decreti da parte del dipartimento per la Sicurezza Interna americano, l’amministrazione Trump questa settimana ha accelerato la stretta sull’immigrazione “illegale”, fornendo alle agenzie preposte gli strumenti concreti per una campagna di detenzioni e deportazioni di massa che potrebbe colpire pesantemente milioni di individui e le loro famiglie.
I due provvedimenti emanati martedì sono il corollario di altrettanti “ordini esecutivi” firmati in precedenza da Trump relativi sempre alla questione migratoria. Le nuove linee guida non nascono dal nulla, ma partono dai presupposti fissati dall’amministrazione Obama, fino ad ora di fatto la più dura nei confronti degli immigrati, per ampliare lo scopo della legislazione in vigore.
In altre parole, Trump ha spazzato via le restrizioni formali alle deportazioni a tappeto degli “irregolari” presenti sul suolo americano che aveva stabilito il suo predecessore. A dare l’idea del clima che si respirerà negli Stati Uniti a partire dai prossimi giorni è stato il portavoce della Casa Bianca, Sean Spicer, il quale nel presentare i due decreti del dipartimento per la Sicurezza Interna ha annunciato che “chiunque si trovi qui illegalmente potrà essere soggetto a deportazione in qualsiasi momento”.
Viste le ovvie implicazioni logistiche e le resistenze alle nuove politiche di ampie fasce della popolazione, Spicer e l’amministrazione Trump hanno allo stesso tempo cercato di attenuare parzialmente i toni. Se, però, la Casa Bianca ha invitato a evitare manifestazioni di panico nelle comunità dei migranti, le misure draconiane che si annunciano potrebbero risultare di natura relativamente limitata soltanto in questa prima fase.
I piani per il tentativo di deportare tutti o buona parte dei circa 11 milioni di immigrati senza documenti che vivono negli Stati Uniti saranno infatti implementati dopo che il governo federale avrà creato l’infrastruttura logistica necessaria a portare a termine questo obiettivo. L’espulsione di un numero così alto di persone dal territorio americano è vincolata cioè a misure che richiedono mesi o forse anni per essere messe in pratica, come il reclutamento di migliaia o decine di migliaia di nuovi agenti e la costruzione di una vasta rete di strutture detentive.
La prima modifica alla normativa esistente riguarda il profilo degli immigrati esposti al rischio deportazione. Le regole stabilite da Obama prevedevano già la possibilità teorica di deportare tutti gli “irregolari”, ma nella pratica agli agenti dell’ICE (“Immigration and Customs Enforcement”) era garantita ben poca discrezione, poiché la priorità doveva essere per i casi ritenuti più urgenti, come quelli relativi a criminali o membri di gang.
Ora, invece, queste distinzioni cesseranno di esistere e, nella prima fase del programma, gli agenti dell’immigrazione avranno la facoltà di valutare a piacimento quali siano gli individui da espellere tra quelli che hanno un qualsiasi precedente penale, sono accusati o sospettati di avere commesso un crimine o, ancora, che hanno presumibilmente “abusato” di servizi pubblici.
Non solo: il decreto del dipartimento per la Sicurezza Interna parla anche della possibilità di arrestare o deportare tutti coloro che siano sospettati di avere “violato le leggi sull’immigrazione”. Per l’amministrazione Trump, le stime massime del numero di soggetti esposti a questi provvedimenti potrebbero arrivare addirittura a 15 milioni. Un numero così alto ha fatto ipotizzare a molti che il governo intenda colpire prima poi anche i possessori della “carta verde”, ovvero stranieri residenti legali e in maniera permanente.
Con la nuova legislazione, al contrario, i rilasci cesseranno e gli immigrati dovranno essere spediti in centri detentivi oppure espulsi verso l’ultimo paese di provenienza, quasi sempre il Messico, anche se di diversa nazionalità. Questa norma potrebbe essere considerata però incostituzionale, assieme a un’altra che prevede un processo rapido di deportazione senza la sentenza di un giudice, da applicare a immigrati che si trovano in America anche per periodi di tempo ben superiori alle due settimane, considerati ancora “in transito” da una sentenza della Corte Suprema.
Particolarmente crudele e insensata è poi la misura che potrebbe rendere soggetti a deportazione gli immigrati “irregolari” che si adoperano per organizzare l’ingresso negli Stati Uniti dei loro figli. Dal momento che i genitori spesso pagano degli intermediari per il viaggio dei figli, essi potrebbero essere accusati di facilitare il traffico illegale di persone.
Grande preoccupazione tra gli immigrati ha suscitato anche l’ipotesi di revocare il cosiddetto DACA (“Deferred Action for Childhood Arrivals”), cioè il programma adottato da Obama che garantisce una certa protezione a circa 750 mila “irregolari” giunti negli USA da bambini.
L’intervento di questa settimana di Trump lo ha lasciato ufficialmente inalterato, ma l’ordine di deportazione dallo stato di Washington che ha colpito nei giorni scorsi un 23enne di origine messicana con i requisiti per restare in America sembra avere messo in discussione anche questa salvaguardia.
Un punto centrale della strategia anti-migratoria dell’amministrazione Trump è infine quello dell’aumento massiccio degli agenti deputati all’implementazione delle nuove regole, con il dipartimento per la Sicurezza Interna che conta di assumere almeno 15 mila persone nei prossimi due anni. In parallelo, la Casa Bianca ha tutta l’intenzione di riattivare un piano, parzialmente accantonato da Obama a causa degli abusi che aveva generato, per coinvolgere nelle politiche persecutorie nei confronti dei migranti le forze di polizia locali e statali.
La brutalità e la latitudine delle misure per la lotta agli “irregolari” previste da questi primi provvedimenti adottati dalla nuova amministrazione Repubblicana appaiono decisamente spropositate rispetto alla reale minaccia rappresentata dal fenomeno migratorio negli Stati Uniti.
La giustificazione per questo pugno di ferro sarebbe da collegare a un presunto dilagare della criminalità nelle città americane a causa dell’afflusso di milioni di immigrati “clandestini”. Questa tesi ha però basi del tutto irrazionali ed è stata smentita da numerosi studi che indicano come gli immigrati senza documenti siano meno propensi a commettere crimini rispetto a coloro che hanno status di cittadini.
Non solo, mentre la percentuale di “irregolari” in America è aumentata a ritmi sostenuti nell’ultimo decennio, quella dei crimini violenti è andata nella direzione esattamente opposta. Per citare ulteriori dati, anche la popolazione carceraria negli USA è costituita da una percentuale minore di immigrati rispetto a quella che questi ultimi rappresentano nel paese in generale.
Il primo è quello di distogliere l’attenzione della grande maggioranza della popolazione dai veri problemi, legati alla crisi strutturale del capitalismo e alle esplosive disuguaglianze sociali, e dai veri responsabili di essi. Il secondo, che sta distinguendo in maniera chiarissima il nuovo presidente, è la creazione di strutture da stato di polizia in previsione di una crescente opposizione popolare.
Ciò è possibile solo attraverso la formazione di una base di sostegno di orientamento ultra-reazionario, se non apertamente fascista, stimolata appunto da leggi come quelle più recenti sull’immigrazione, ma anche, ad esempio, da provvedimenti e dichiarazioni anti-islamiche o volte a compiacere la destra cristiana. Tutte queste iniziative, e altre ancora di uguale natura, sono state infatti prese dal neo-presidente Trump fin dal suo ingresso alla Casa Bianca poco più di un mese fa.
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