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domenica 25 novembre 2018

Libano - Migliaia di rifugiati siriani espulsi con la forza

di Roberto Prinzi

Qualche giorno fa venti rifugiate siriane nella città libanese di Arsal (al confine con la Siria) hanno abortito inaspettatamente. I sospetti sono subito caduti sull’acqua inquinata: l’infrastruttura nell’area è stata danneggiata lo scorso mese a causa delle pesanti piogge che hanno colpito il Paese dei Cedri e che hanno distrutto le tende in cui vivono i rifugiati (circa 100mila nella zona).

Le condizioni umanitarie dei siriani in Libano – un milione ufficialmente, oltre 1,5 milioni nella realtà, più di uno ogni 4 libanesi – destano da anni le preoccupazioni delle organizzazioni umanitarie e dell’Unhcr. Guardati con sospetto, quando non con astio, da molti libanesi perché ritenuti fardelli sociali che gravano su un Paese che già annaspa (non ha ancora un governo e ha un debito pubblico pari a più del 150% del Pil) ed emarginati dalle autorità locali che sui loro corpi costruiscono consenso politico, gran parte dei rifugiati siriani sono considerati in Libano «non-persone».

Possono lavorare in certi settori (edilizia e agricoltura), ma devono ottenere dei permessi se vogliono essere impiegati in altri settori. Facile a dirsi, quasi impossibile averli: il 73% di loro non ha i permessi di residenza necessari a ottenere quelli di lavoro. Per anni il problema è stato bypassato lavorando illegalmente. Ovviamente a un prezzo elevato: nessuna sicurezza e tutela da parte dei datori di lavoro e, soprattutto, salari bassi che hanno scatenato la rabbia di molti lavoratori libanesi che si sentono scavalcati dalla manodopera a basso costo siriana.

E se per anni sono stati mal digeriti dal mondo politico locale, ora che la guerra siriana sembra delineare un quadro più chiaro con il governo siriano vittorioso, l’atteggiamento di Beirut si è fatto molto più intransigente. L’obiettivo – più volte ripetuto dal ministro degli esteri a interim Bassil – è «riportarli a casa». E nei fatti diverse migliaia di loro (si stima tra le 55mila e le 90mila) sono già tornati in Siria.

Se una parte lo ha fatto volontariamente, molti altri sono stati di fatto costretti a ritornare a causa delle politiche delle autorità libanesi. Beirut usa il pugno di ferro sapendo bene i rischi dell’operazione: a inizio mese Moin Merehbi, il ministro ad interim libanese per gli affari dei rifugiati, ha detto che almeno venti rifugiati sono stati uccisi da Damasco una volta tornati a casa.

Ma il timore dei siriani è anche rappresentato dai gruppi jihadisti e salafiti attivi nelle aree in cui un tempo vivevano. Unhcr e governi occidentali hanno più volte ribadito che è troppo presto per discutere un loro ritorno su larga scala dato che non ci sono ancora le condizioni di sicurezza per poterlo effettuare. Appelli che però cadono nel vuoto all’interno del cinico mondo politico libanese.

E se il Paese dei Cedri vive da sei mesi una impasse politica a causa dei suoi settarismi, la mano della repressione prosegue a pieno regime. Poco importa: dopo tutto qui si tratta di «non-persone».

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