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24/11/2018

Erosione grillina

Più passano i mesi e più si fa insistente la domanda: quando finirà questo governo? Non si tratta di un interrogativo azzardato. Ci sono molti segnali di uno scontro quotidiano sempre più cruento tra le parti che compongono l’esecutivo, nonostante esso goda di circa il 60% del favore popolare e nonostante l’imbarazzante assenza di un’opposizione che riesca a proporre delle alternative politiche a breve o a medio termine.

Molte cose sono cambiate dal voto del 4 Marzo. Subito dopo le elezioni Di Maio si presentava come un leader legittimato dal 32% dei voti e parlava apertamente di politica dei “due forni”, un accenno alla possibilità di servirsi dei voti del centrosinistra o del centrodestra in base a chi gli era più congeniale per portare avanti il proprio programma. Ad oggi invece la situazione è mutata: abbiamo assistito al poderoso balzo in avanti della Lega, passata secondo i sondaggi dal 17% al 32% e che ha staccato il Movimento 5 Stelle (dato al 26%), ex primo partito d’Italia, di ben 6 punti percentuali.[1]

Non si tratta di un caso, anzi è il frutto di una accorta politica portata avanti da Matteo Salvini. Per spiegare tale successo tattico, occorre analizzare le radici di due forze politiche che, aldilà di alcune forzate semplificazioni tanto di moda sui giornali, sono in realtà profondamente diverse. Da un lato troviamo un partito che è diretta espressione del padronato e di quei ceti imprenditoriali del Nord Italia che si sentono minacciati dagli effetti della globalizzazione e che, per rilanciarsi, auspicano un ripiegamento su un piano nazionale, con tutto ciò che ne consegue a livello fiscale (flat tax) e ideologico-sociale (contrasto dell’immigrazione). Dall’altro abbiamo un movimento che da sempre si è decantato come “antisistema”, trovando proprio per questo un consenso di massa in quel meridione che, dall’unità d’Italia in poi, è stato abbandonato a sé stesso, utilizzato come serbatoio clientelare e metodicamente sfruttato proprio da quei ceti imprenditoriali del nord con cui dopo le elezioni si è deciso, in assenza di alternative, di stringere un’alleanza. Con le ovvie difficoltà che tale scelta costringe ad affrontare.

Contratto di governo vuol dire infatti compromesso di governo. Era scritto nero su bianco e ne abbiamo già parlato, evidenziando al tempo la disinvoltura con cui il M5S ha scelto di liquidare il problema irrisolto della questione meridionale.[2]

Per prima cosa quindi Di Maio e soci hanno rinunciato ad essere un partito meridionalista, a rivendicare cioè le istanze dei milioni di cittadini che costituiscono la loro vera e propria fortuna elettorale. Per di più, nell’attuale condizione, non possono staccare la spina ad un esecutivo in cui sono costretti ogni giorno a subire, essenzialmente per una certa smania di governo, per l’impazienza di dimostrare al popolo italiano che il cambiamento da loro professato si avvererà, sarà reale e tangibile. Così facendo si sono esposti agli attacchi di un cinico Salvini che invece ha perfettamente compreso la situazione e i rapporti di forza, e passa i mesi a capitalizzare il risultato e ad erodere l’alleato politico, facendo leva sulle sue contraddizioni sia interne, con sussulti dentro al gruppo parlamentare, sia rispetto alla base elettorale. Come osserva Dante Barontini, in un articolo apparso su Contropiano:
E’ nella logica delle cose di potere. I Cinque Stelle, forti del loro 30% il 4 marzo, hanno preteso per sé ministeri fondamentali per realizzare una linea di politica economica in qualche misura diversa dal recente passato (Lavoro, Sviluppo economico, Infrastrutture, ecc). Ma sono tutte postazioni da cui – se anche riuscissero a mettere in campo un’idea vincente, cosa che non si è ancora vista – si producono risultati sul medio-lungo periodo. Qualche anno, diciamo, se tutto va bene.

Al contrario, Salvini può giostrare mediaticamente un ministero in cui non mette materialmente mai piede, ma da cui fa partire quotidianamente uno sgombero, un blocco di navi, una carica di polizia. Cose che danno un senso di “governo del fare” anche se, in effetti, si tratta di cazzatine a costo zero, di breve durata anche sul piano comunicativo (ogni giorno, non per caso, Matteo 2 se ne deve inventare una…).
E Salvini non rinuncia alla residua libertà d’azione che gli fornisce il contratto di governo per lanciarsi in vere e proprie invasioni di campo, volte a mettere in difficoltà gli alleati proprio sui loro temi prioritari. Il segretario federale della Lega ha infatti ribadito costantemente di essere favorevole al TAV, palesato un certo disprezzo per i temi ambientali tradizionalmente cari ai 5 Stelle, rinviato la riforma della prescrizione voluta dal ministro Bonafede, avversato esplicitamente una politica di salvaguardia del meridione insistendo sull’utilità del gasdotto TAP, fino all’ultima provocazione riguardante la necessità di un maggior numero di inceneritori in Campania, che guarda caso è proprio la regione d’origine di Di Maio.

I 5 stelle hanno accusato il colpo, per via di un capo politico molto meno dinamico e muscolare del leghista, non d’impatto come era invece Beppe Grillo, per la timidezza delle misure finora approvate e, come già ricordato, per la natura stessa dei ministeri da essi occupati.

Ciò nonostante ancora reggono. È oggettivamente difficile veder sfumare nel breve termine quei numeri da Democrazia Cristiana collezionati al sud, in parte grazie al fatto che proprio il meridione è un terreno molto meno permeabile alla propaganda leghista rispetto al resto d’Italia, dove il Carroccio ha invece fagocitato tutto. Una buona parte dei meridionali ricorda ancora le sparate di Salvini e di Bossi contro i “terroni”. Speriamo che per ora questo basti.

Dinanzi all’attuale panorama politico dunque, che fare? In Italia abbondano quelle opposizioni miopi che, nel dare a tutti etichette di “fascista” e “populista”, non comprendono il riallineamento politico in corso, che per ora si è manifestato come dialettica parlamentare e governativa. Non stiamo assistendo ad una semplice litigiosità o incapacità di governare. Il voto del 4 Marzo ha segnato una rivolta di quelle classi sociali che sono state vittime della globalizzazione, nel sud in particolare. Ora, quell’alleanza di classe concretizzatasi dopo il voto si sta incrinando, orientandosi sempre più al servizio degli interessi del capitale italiano. L’obiettivo da seguire è stato indicato nel Documento Politico della Conferenza Nazionale FGCI, “Interpretare per Cambiare”, che recita:
Occorre, in più, porre all’ordine del giorno l’obiettivo politico della rottura del magma eclettico rappresentato dal Movimento 5 Stelle, la cui esistenza nelle condizioni attuali rappresenta un blocco per ogni sviluppo di proposte politiche di alternativa di sistema. Occorre, a questo fine, lavorare sulle contraddizioni, denunciare continuamente i provvedimenti socialmente più odiosi ed ingiusti che questo governo adotta ed adotterà, esasperare le contraddizioni tra istanze giuste di rinnovamento e di una nuova politica che esistono in quel movimento affinché esse esplodano.
Ovvero si palesa davanti ai nostri occhi la necessità di sventrare il Movimento 5 Stelle, un enorme contenitore di forze popolari e volontà di riscatto, con un consenso di massa riconducibile in buona parte ai delusi del centrosinistra, ma allo stesso tempo un partito politico liquido, contraddittorio, miope, dotato di idee deboli e tutte interne al sistema capitalistico, per rilanciare in Italia un’opposizione prima, una forza di governo poi, che sia veramente rivoluzionaria, di classe, comunista.

Molto dipende dal nostro ruolo. Rinunciare a tale compito equivale a scegliere lo scenario peggiore: un’egemonia di Salvini o un intervento delle istituzioni europee che, percepite come nemico esterno, permetteranno nuovamente a questa maggioranza di ricompattarsi.

Note:
 
[1] https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/11/20/sondaggi-la-lega-stacca-il-m5s-piu-6-per-cento-sorpresa-in-lombardia-il-no-alle-infrastrutture-penalizza-anche-i-5-stelle/4778831/

[2] È bene rinfrescare la memoria e rileggere il paragrafo integrale del contratto di governo in cui si parla di Meridione.

Con riferimento alle Regioni del Sud, si è deciso, contrariamente al passato, di non individuare specifiche misure con il marchio “Mezzogiorno”, nella consapevolezza che tutte le scelte politiche previste dal presente contratto (con particolare riferimento a sostegno al reddito, pensioni, investimenti, ambiente e tutela dei livelli occupazionali) sono orientate dalla convinzione verso uno sviluppo economico omogeneo per il Paese, pur tenendo conto delle differenti esigenze territoriali con l’obiettivo di colmare il gap tra Nord e Sud.

Fonte

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