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giovedì 29 novembre 2018

Il governo dei like, nel paese che muore

Il DL Sicurezza è stato convertito in legge, com’era prevedibile, grazie al voto di fiducia, il terzo richiesto dal governo gialloverde. Da oggi il Paese è meno sicuro e meno libero: la quasi totale cancellazione della protezione umanitaria, la cessazione di ogni politica d’integrazione e accoglienza nei confronti dei richiedenti asilo determineranno, necessariamente, un aumento dei cosiddetti irregolari.

Nessun essere umano è irregolare, ma usiamo quest’espressione per indicare che il DL convertito va nella direzione opposta a quella dichiarata sin dal nome, cioè la realizzazione di una maggiore sicurezza per tutte e tutti. Lo fa consapevolmente: in un Paese dove, per fortuna, il numero di reati come furti, rapine e omicidi è in costante diminuzione, è necessario mantenere una quota di persone in condizione di marginalità sociale per alimentare, in assenza di qualunque provvedimento concreto, l’unica benzina del consenso governativo: la paura.

Un sentimento coltivato con pazienza, negli anni passati, da maggioranze di ogni colore politico (da Cofferati a Minniti, passando per Maroni, veniamo da almeno un ventennio Law & Order), per beceri scopi di campagna elettorale sui soggetti più deboli e fragili, oggi fa viaggiare la Lega, il partito più a destra dell’emiciclo, su percentuali di consenso a doppia cifra. In questo contesto la ricerca di conferme è parossistica e quotidiana, fatta di foto di ruspe, dichiarazioni truci e commenti osceni sui canali social.

Sotto la paura niente. Il DL Sicurezza, oltre ad aumentare l’insicurezza, diminuisce il lavoro: la stretta delle regole su protezione umanitaria e sistema SPRAR, unita alla riduzione dei fondi per l’accoglienza, comporterà un aumento della disoccupazione tra tutte le professionalità coinvolte nel sistema, dagli insegnanti agli operatori sanitari, dagli psicologi agli assistenti materiali, senza contare chi provvede – in condizioni regolari – al funzionamento dei centri.

Continueranno a prosperare, invece, i CAS, il lato oscuro dell’accoglienza, lì dove negli anni sono emersi scandali, corruzione, opacità amministrativa, legami con la criminalità organizzata. Meno sicurezza, meno lavoro, più criminalità, proprio nei giorni in cui il rapporto UNESCO su Educazione e Immigrazione denuncia che le donne e gli uomini lasciati a sciupare le proprie giornate, spesso chimicamente sedati, dietro le reti e i cancelli dei nostri centri, sono una generazione perduta, una vera e propria catastrofe umana. Meno lavoro quindi, e se protesti perché il lavoro lo hai perso, perché non hai come arrivare a fine mese, grazie al DL Sicurezza rischi la galera perché, facendo un balzo indietro di 20 anni, il blocco stradale è stato reso di nuovo reato penale.

Se non funziona l’uomo nero, ci sono le favole per addormentare. Il reddito dei grillini è quella più di moda: una vera e propria farsa comica, dove il re fanfarone inizia promettendo 780 euro per tutte e tutti e finisce per regalare soldi alle imprese che, magnanimamente, assumono, magari tenendo qualcuno a nero, di riserva, come abbiamo imparato a fare nell’azienda di papà. Qualcuno che se si fa male viene invitato a non denunciare, perché nel paese che muore il sindacato più grande, invece di difenderti, ti suggerisce di tacere. L’altra favoletta è quella che racconta che chi ha lavorato tutta una vita può andare in pensione; in realtà ti concederanno qualche anno, che però dovrai pagare in busta paga. Se tutto andrà bene.

Se tutto andrà bene, appunto. Sì, perché le favolette si basano sulla leggenda dell’opposizione frontale alle leggi dei cattivoni della finanza. Un abbaiare da cani da pastore, in grado di spaventare solo le pecore, che si trasforma in un guaito davanti ai lupi dell’Unione Europea, o ai padroni locali che hanno puntato i piedi e ottenuto, in finanziaria, tutto ciò che volevano. Il gioco maschile a chi ce l’ha più lungo è finito con i due testosteronici vicepremier che abbassano la testa e che dicono che sì, insomma, il deficit si può correggere al ribasso, tagliando i già ridicoli provvedimenti sociali.

La prevedibile resa arriva, però, a guerra già dichiarata, con l’asta dei BTP andata quasi deserta e il rischio di non riuscire a rifinanziare la spesa senza alzare i tassi d’interesse sul debito. Gli speculatori esultano, i padroni europei e italiani anche, a piangere è il popolo... sì, ma quale?

Altro che populismo. Il popolo gialloverde non esiste. Non esiste un popolo tout court, se per popolo intendiamo un insieme di individui che si trasforma in una collettività. Esiste una massa di singoli spaesati, atomizzati, a cui è stato insegnato che l’unico interesse da perseguire è quello individuale. Un “popolo” che tale non è, che ha smesso di credere nel futuro. Un “popolo” che invecchia tanto e male, mentre nel Paese non si fanno più figli, e quelli già nati che, per età e attitudine, possono andare via stanno scappando.

Un vero e proprio esodo, che ha fatto tornare la bilancia migratoria a livelli che non si vedevano da trent’anni, che ha fatto perdere alle regioni del Sud il primato delle più feconde, che ci riporta a scenari profondamente tristi. Un paese vecchio non si rinnova e non innova, si chiude e non accoglie, non ha speranza nel futuro: la risposta del governo è la solita pretesa di decidere del corpo delle donne, mentre la risposta reale si chiama asili, diritti, riconoscimento delle nuove famiglie, libertà di autodeterminarsi e decidere del proprio futuro.

Un altro finale. Abbiamo il compito di scriverlo, davvero. Se ci siamo avventurati in questa follia è perché non abbiamo nessuna intenzione di stare a guardare il declino, mangiando pop-corn andati a male. Abbiamo deciso di detronizzare il cineoperatore e bruciare le pellicole di questa orrenda sceneggiata.

Abbiamo deciso di aprire porte e finestre di questo cinema da quattro soldi in cui ci hanno rinchiuso e far entrare aria, persone, speranza, futuro. Vogliamo accogliere e non respingere, e far lavorare i nostri migliori giovani nell’accoglienza.

Vogliamo diritti, lavoro, sicurezza per tutte e tutti, senza badare alle carte d’identità e al colore della pelle. Vogliamo mescolarci allegramente con chi arriva, nel rispetto dell’unica, vera tradizione multisecolare italiana, quella dell’integrazione. Vogliamo togliere i soldi a chi se li è presi in questi anni, e restituirli a coloro a cui sono stati rubati.

È per tutto questo che da quando siamo nati animiamo le piazze, le case del popolo, le strade del nostro paese; siamo l’unica vera opposizione a questo governo triste e cattivo e non abbiamo nessuna intenzione di fermarci. C’è un’Italia diversa e migliore, nascosta ma non annichilita, che a Giugno, a Ottobre, a Novembre ha mostrato le crepe nella macchina del consenso governativa. Noi abbiamo deciso di allargare le crepe e far crollare il castello.

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