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domenica 25 novembre 2018

Il teatrino tra Conte e Juncker: “cederemo, ma che resti tra noi”

Il rapporto tra Unione Europeo e governo gialloverde si dipana tra asprezze verbali (ascrivibili ormai soltanto a Salvini, ma con molta recita) e cedimenti sostanziali (le misure relative a reddito di cittadinanza e “quota 100” saranno molto limate, fin quasi a scomparire).

Un gioco diplomatico a beneficio di telecamere ed elettorato, che ha raggiunto il culmine dell’ipocrisia ieri con l’incontro tra Jean-Claude Juncker e Giuseppe Conte.

Al di là delle chiacchiere, il punto sostanziale è uno: Conte ha fatto appello all’articolo 126 dei Trattati, che consente di mantenere “secretate” le raccomandazioni formali che l’Ecofin dovrà prendere a gennaio (su indicazione del “governo” europeo). In pratica, la Commissione deciderà – in base a un’applicazione rigida dei trattati – che l’Italia nel 2019 merita l’apertura della procedura di infrazione perché non ha accolto le “raccomandazioni” della stessa Commissione. Ma non si saprà ufficialmente, almeno per qualche mese.

In questo modo entrambe le parti potranno continuare a recitare il ruolo che si sono scelte, arrivando così alle elezioni europee senza che nessuno perda la faccia davanti ai propri referenti. Ossia l’elettorato italiano (per Salvini e Di Maio), e i mercati finanziari (per la Commissione).

Chiaro, però, che soprattutto i mercati non si accontenteranno delle sole chiacchiere. Dunque il deficit finale italiano – ora previsto al 2,4% – dovrà diminuire sensibilmente, in modo da convincere gli operatori che il governo italiano ha ceduto alle richieste. Ma questa stessa “rettifica” dei saldi finali potrà avvenire “in corso d’opera”, ovvero in primavera, quando molte delle misure più pesanti in termini di spesa pubblica dovranno essere materialmente applicate (ma “svuotate”).

Politicamente, per la maggioranza di governo, è una boccata d’ossigeno che consente di svoltare la fine d’anno ed evitare il rischio – aleggiante da alcune settimane – che Sergio Mattarella possa creare ostacoli o addirittura non firmare la legge di stabilità perché non rispetta l’art. 81 (revisionato all’unanimità, Lega compresa), quello che obbliga al pareggio di bilancio.

Ma l’orizzonte temporale non va molto al di là di quella data. Subito dopo, infatti, Lega e M5S avranno necessità di “far vedere” che almeno una piccola parte delle promesse elettorali è stata messa in cantiere. E si aprirà lo scenario più complicato, perché anche l’Unione Europea pretenderà di vedere rispettate le “assicurazioni” fornite da Conte – e soprattutto dal ministro dell’economia, Tria – nell’incontro di ieri.

In pratica, si aprirà il tira-e-molla su “quanto” reddito di cittadinanza erogare (in cifra netta e in platea interessata), e “quanti” saranno i lavoratori che effettivamente potranno servirsi della “quota 100”. La scrittura di queste norme – per abbassare quel 2,4% di indicato scritto sulla carta a una cifra meno preoccupante – dovrà necessariamente vedere la cancellazione pressoché completa di quanto promesso agli elettori.

E’ soprattutto il “reddito di cittadinanza” a rischiare di sparire completamente. Per quanto sia stato disegnato come misura di workfare (obbligo al lavoro, non sostegno al reddito), infatti, è in controtendenza rispetto alla “quota 100”.

Di fatto, la “finestra” temporanea di esenzione dalla legge Fornero farebbe uscire dalla produzione un numero più o mano rilevante di lavoratori anziani e qualificati (dipenderà appunto dal disegno effettivo della “quota” e dall’entità delle penalizzazioni previste per i lavoratori che dovessero decidere di usufruirne). Ma già ora le imprese del Nord sono in difficoltà nel trovare manodopera corrispondente alle esigenze produttive.

Il “rimpiazzo” degli anziani in uscita può dunque avvenire solo grazie a una massiccia emigrazione interna, da Sud a Nord, come negli anni ‘50 e ‘60. Ma, se venisse dato un “reddito di cittadinanza” troppo sostanzioso, molti degli “emigrandi” potrebbero scegliere di restare nel Mezzogiorno.

A questo punti si comincia a vedere concretamente come i due programmi elettorali di Lega e M5S, che sembravano magicamente combaciare, rispondendo a domande sociali opposte... siano effettivamente in contraddizione. Ponendo dunque le basi perché almeno uno dei due contraenti del “contratto di governo” sia costretto – ma dopo le elezioni europee, ci mancherebbe... – a perdere la faccia con il grosso dei propri elettori. Ossia i disoccupati e precari del Sud.

Davanti a uno scenario come questo c’è uno spazio infinito per un’opposizione sociale e politica antagonista minimamente dotata di intelligenza politica. Tanto più che la parte giocata da quella che ancora – insopportabilmente – l’establishment definisce “sinistra” viene in queste ore efficacemente sintetizzata dall’ex speranza greca, Alexis Tsipras: «È meglio che facciate oggi quel che comunque vi faranno fare domani. Se invece avete un’altra idea, be’, allora good luck».

Una vera tigre dell'”alternativa”...

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