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venerdì 23 novembre 2018

Il governo “anti-europeo” si prepara alla resa

La tragedia, spiegava il più grande dei filosofi, è scontro tra due ragioni. Ossia tra due soggetti (individuali, collettivi, popolari, ecc.) che hanno una ragione fortissima da affermare o difendere, completamente opposta a quella antagonista. E con quella incomponibile.

Nella finta contrapposizione tra governo gialloverde e Unione Europea abbiamo invece lo scontro tra due torti. Da un lato c’è infatti un insieme raccogliticcio di vecchi marpioni fascio-democristiani e absolute beginners miracolati elettoralmente dalla crisi di credibilità dell’establishment; dall’altra una masnada navigata di tecnoburocrati, senza più appartenenza nazionale, al servizio di un disegno che ha come centro motore gli interessi di due paesi: Francia e Germania. Più la seconda che la prima.

Il gioco immaginato dalla “banda nazionale” era in fondo abbastanza semplice: raccontiamo un po’ di cazzate sulla crescita (così diminuisce anche il deficit), contrattiamo un altro giro di flessibilità sui conti (l’hanno concesso ai governi del Pd e di Berlusconi, perché non dovrebbero continuare?) e diamo ai nostri elettori un “sentore” di novità positiva sui temi per cui ci hanno votato: legge Fornero, reddito di cittadinanza, flat tax, eliminazione di un po’ di arretrati fiscali, ecc.

Non avevano tenuto conto del deterioramento generale dei rapporti dentro l’Unione Europea, della sensibile frenata dell’economia europea e della crisi contemporanea delle leadership nei due paesi-guida: Macron e Merkel sono ai minimi della popolarità, e la seconda sta già preparando il suo addio alla politica.

Capita che l’indebolimento di un organismo costringa a indurire i suoi comportamenti, negando quei margini che – in condizioni migliori – non costituirebbero un problema. La Commissione europea uscente (il “governo” della Ue), non sapendo esattamente come sarà composta la prossima (che non dipenderà tanto dalle elezioni di maggio, quanto dai mutamenti di governo in diversi paesi, a partire da Italia e Austria, che dovranno indicare i propri “nuovi commissari”), non ha altra scelta che mostrarsi ligia ai trattati sottoscritti. Senza deviare di un millimetro da quanto lì previsto.

Sia chiaro: un margine politico ampio esiste comunque. Il trattamento riservato alla manovra di bilancio italiana non è stato affatto uguale a quello adottato per manovre con sforamenti simili (Francia, Spagna, Portogallo, ecc). Ma questa maggiore “cattiveria” non dipende affatto dalla sbrasonate di Salvini e dal paraculeggìo di Giggino Di Maio.

Come consigliano i maestri del pensiero materialista, se vuoi capire qualcosa follow the money.

Un brevissimo elenco dei problemi economici e diplomatici di cui si parla pochissimo sui media italiani può aiutare ad orizzontarsi (ringraziando Giuseppe Masala per averne suggeriti alcuni).

a) La Germania ha chiuso il terzo trimestre con una crescita negativa, -0,2%, che è peggio dello zero fatto registrare dall’Italia.

b) Le banche spagnole sono quasi tutte molto esposte a causa della gravissima crisi turca e dei paesi latino americani (maxi-prestiti che difficilmente rientreranno).

c) Il sistema produttivo tedesco è sottoposto a un sistematico attacco giudiziario da parte degli USA (Deutsche Bank, Bayer-Monsanto, case automobilistiche per il diesel-gate).

d) La stessa Deutsche Bank risulta al centro del più grande scandalo di riciclaggio della storia bancaria europea. Circa 150 miliardi di dollari di fondi sospetti provenienti dalla Russia e transitati tra il 2007 e il 2015 dalla filiale estone della Danske Bank, sarebbero stati gestiti dalla filiale statunitense della Deutsche Bank AG. Il valore azionario della più grande banca tedesca si è più che dimezzato nell’ultimo anno.

e) La Renault è sotto attacco giudiziario giapponese; l’amministratore delegato Carlos Ghosn è stato arrestato a Tokyo e licenziato in patria. E’ evidente che i nipponici vogliono riprendersi Nissan prima che gli americani mettano i dazi sulle auto europee.

f) Brexit; la May pare non abbia la maggioranza per far passare l’accordo di separazione con la Ue. E la Spagna dichiara di non volerlo ratificare se non sarà applicato alla frontiera con Gibilterra lo stesso trattamento che ha avuto l’Irlanda sul confine con l’Ulster (merci europee e britanniche continuerebbero a passare come se fossero “comunitarie” pur se sottoposte a regimi fiscali e regolamentari differenti);

g) Centinaia di siti archeologici greci – tra cui il Palazzo di Minosse a Creta e il Museo Bizantino di Salonicco – verranno conferiti al Fondo TAIPED del ministero delle Finanze greco per essere privatizzati (ma Tsipras è “di sinistra”, dicono gli imbecilli).

Potremmo andare avanti a lungo, ma il discorso ci sembra chiaro. Alle spalle dei tecnoburocrati che ripetono ossessivamente sempre le stesse formule economiche (con effetti quasi comici in bocca a Valdis Dombrovskis, che è di formazione un fisico) c’è una galassia in disfacimento. O quantomeno in fortissima crisi.

Non stanno molto meglio i “nostri” temporanei governanti, incaricati di risollevare (o salvaguardare) gli interessi deboli delle piccole-medie imprese nazionali (quelle che non ce la fanno a competere sul mercato globale), regalando ai più poveri l’impressione – soltanto quella – che qualcuno pensi a loro.

Due torti che non trovano una composizione. Ma che esprimono poteri di ben diversa caratura. E non c’è alcun dubbio che, alla fine del braccio di ferro, saranno i piccoli nazionalisti di casa nostra a cedere. Lo sanno anche loro, tanto da incaricare il povero Giuseppe Conte di preparare fin d’ora il “pianetto b”: se ci darete sanzioni, chiederemo di rateizzarle. Come con Equitalia, insomma.

La tragedia richiede grandezza, e qui nessuno ha la statura...

Il quadro appare fosco anche agli analisti più accorti. A voi l’editoriale di Guido Salerno Aletta, su Milano Finanza di ieri.
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Il robot europeo

Non c’è peggior cieco di chi tiene apposta gli occhi ben chiusi, per scommessa, solo per dar prova di conoscere la strada da percorrere, senza mai guardarsi intorno: non solo va a sbattere lui, ma fa cadere anche chi vorrebbe condurre per mano.

La Commissione europea non vuole prendere atto della realtà: l’Italia si trova ancora oggi, a dieci anni dall’inizio della crisi del 2008, nelle circostanze contrarie di carattere eccezionale, che sono previste dal Fiscal Compact per derogare all’obiettivo di raggiungere l’equilibrio strutturale del bilancio secondo il calendario previsto e di ridurre di 1/20 l’anno la percentuale del debito pubblico eccedente il 60% del pil.

Basta guardare alla situazione del pil reale italiano di quest’anno, rispetto a quella del 2007: siamo l’unico Paese dell’Eurozona, insieme alla Grecia che è stata massacrata dalla Troika, ad essere ancora ad un livello più basso di quello di partenza. Nel 2007, il pil reale italiano era di 1.687 miliardi di euro. Alla fine di quest’anno, se tutto andrà bene, sarà ancora di 1.613 miliardi. Le previsione del Fmi ci accreditano nel 2019 di 1.630 miliardi. Siamo sotto di 5 punti di pil reale quest’anno, e lo saremo ancora di 4 punti percentuali il prossimo. E’ una situazione di drammatica avversità, non riscontrata neppure dopo le due Guerre mondiali. Basta vedere il confronto con i nostri concorrenti: Francia +10%, Germania +15%, Belgio +11%, Spagna +6%. Financo il Portogallo ci ha superato con il +1%.

Tutti hanno fatto deficit in questi anni, ma nessuno ha fatto avanzo primario ad eccezione dell’Italia e della Germania. Ma quest’ultima ha beneficiato di tassi di interesse da sempre più bassi sul debito e soprattutto del crollo del rapporto euro/dollaro indotto dal Qe: è una economia dopata, cresciuta attraverso l’avanzo strutturale del commercio con l’estero. Quello italiano, molto più recente, si è basato sulla deflazione salariale indotta dalle manovre pesantemente recessive adottate dal 2012 in avanti.

L’Italia si è distinta per rigore, adottando una politica del risanamento fondata sulla adozione di un saldo primario positivo, e tendenzialmente crescente, del bilancio pubblico: questo ha frenato la crescita dell’economia reale, impedendo di conseguenza anche la riduzione del rapporto debito/pil. Si è imposta una costante emorragia di risorse dall’economia reale: una quota consistente delle entrate fiscali viene utilizzata per pagare gli interessi sul debito, mentre il deficit serve solo a pagarne la quota che residua.

Siamo afflitti da bassa crescita per questo unico motivo: il drenaggio continuo di risorse fiscali che dura pressoché ininterrottamente dal 1992. Il Paese è ormai stremato.

Il Fiscal Compact, per quanto improntato ad una logica di ferreo rigore e certamente lontanissimo da una impostazione keynesiana, non ha potuto evitare di accogliere le regole elementari del buon senso: non si possono adottare politiche fiscali deflattive in un contesto economico già di per sé negativo. Ha introdotto il concetto di “circostanze eccezionali”, che consentono una deroga alla applicazione delle regole su deficit e debito, in particolare nel caso di “periodi di grave recessione economica”. Sulla base di questo principio sono state previste in sede applicativa le cosiddette clausole di flessibilità per condizioni macroeconomiche avverse.

Sostenere, come ha fatto la Commissione, che nel 2019 le condizioni macroeconomiche dell’Italia non presentano alcuna criticità in quanto comunque l’economia tenderebbe a crescere, e che per questo motivo l’Italia non ha diritto a vedersi applicate le deroghe previste dal Fiscal Compact, significa negare la realtà oggettiva della situazione.

Il Ministro italiano dell’economia Giovanni Tria ha più volte respinto la richiesta della Commissione di riformulare il bilancio, affermando che l’economia italiana è già in forte rallentamento: la manovra richiesta dalla Commissione, che consiste in una correzione strutturale dello 0,8% del pil, rappresenterebbe una sorta di suicidio per l’economia italiana.

L’operatore pubblico fornirebbe all’economia un impulso recessivo che si aggiungerebbe a quello già subito dall’economia mondiale per via della politica monetaria sempre più restrittiva in corso. La Fed, ormai da mesi, ritira mensilmente liquidità in dollari dalla circolazione, vendendo titoli del Tesoro statunitense, mentre la Bce si appresta a concludere nel prossimo novembre gli interventi del Qe.

L’Unione è un apparato robotizzato che va avanti a prescindere, senza neppure guardare alla realtà.

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