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mercoledì 28 novembre 2018

Mar d’Azov: sarà legge marziale in Ucraina

Petro Porošenko sembra poter cantare vittoria, pur se dimezzata, nell’operazione “stretto di Kerč”, in atto da mesi e che domenica scorsa lo ha visto azzardare una mossa alquanto rischiosa sulla scacchiera internazionale, anche se abbastanza prevista, che ha portato al più grave incidente militare degli ultimi quattro anni tra Russia e Ucraina. Tra le Cancellerie occidentali, come consueto, quelle est-europee sono le più solerti nel chiedere nuove sanzioni contro Mosca; più cautela a ovest, anche se il FMI, “osservando gli ultimi sviluppi, compresa l’introduzione della legge marziale”, accorderà a Kiev ulteriori 3,9 miliardi di dollari nel 2019.

Dunque, lunedì pomeriggio, dopo che l’ambasciatore ucraino a Berlino, Andrej Melnik, aveva esortato Germania, UE e NATO a inviare proprie navi nei mari Nero e d’Azov, il Consiglio di sicurezza ONU bloccava, con i voti contrari di USA Polonia, Svezia, Olanda, Gran Bretagna, Francia e Kuwait e quattro astenuti, l’ordine del giorno presentato da Mosca a proposito del deliberato sconfinamento delle unità ucraine nelle acque territoriali (lo scorso 8 novembre, Kiev ha portato il limite delle proprie acque da 12 a 24 miglia) russe; a favore si esprimevano solo Russia, Cina, Kazakhstan e Bolivia.

In serata, poi, con 276 voti a favore e 30 contrari, la Rada approvava il decreto presidenziale per l’introduzione della legge marziale, mentre nelle strade e di fronte ai consolati russi delle maggiori città ucraine, nazionalisti e neonazisti inscenavano manifestazioni a favore della guerra. Ieri, all’aeroporto di Kiev, espulsi decine di cittadini russi in arrivo dalla Bielorussia. Sulla costa di Mariupol, giovanissimi ospiti del locale orfanotrofio sono stati costretti a scavare trincee “in vista dell’aggressione russa”.

Di fatto, con i neonazisti del battaglione “Azov” che inscenavano di fronte alla Rada una nuova “majdan” contro l’eventuale rinvio delle elezioni presidenziali, la vittoria di Petro rimaneva mutilata dal ridimensionamento, da due mesi a uno, della durata inizialmente prevista per la legge marziale. Cosa è accaduto? Le frazioni di “AutoAiuto”, dei radicali di Oleg Ljaško e del “Fronte popolare” dell’ex premier Arsenij Jatsenjuk bloccavano lo speaker-nazista Andrej Parubij, impedendogli di mettere immediatamente in votazione il decreto presidenziale che, nella originaria formulazione, rischiava di rimandare sine die o cancellare le elezioni presidenziali. Urla, spintoni, sospensione della seduta, giochi sottobanco per trovare un compromesso che soddisfacesse tutti i pretendenti alla poltrona di primo golpista e confermasse la data (i tutori yankee e teutonici l’hanno ordinato a Petro) delle presidenziali al 31 marzo 2019.

Secondo il sito ucraino Strana.ua, il Ministro degli interni Arsen Avakov (sotto il cui controllo si trovano gli attivisti del “Corpo Nazionale”, la cosiddetta ala politica di “Azov”) avrebbe assicurato a Porošenko il voto della propria frazione parlamentare, in cambio della promessa del posto di premier dopo le elezioni.

Alla fine – non senza la farsa del “Corriere governativo” che pubblicava l’originario testo presidenziale, nella convinzione che la Rada lo avrebbe approvato senza variazioni – la scadenza della legge marziale veniva stabilita a fine dicembre e limitata alle regioni di Vinnitsa, Nikolaevsk, Kharkov, Sumi, Černigovsk, Odessa, Kherson, Zaporože, oltre alle aree delle regioni di Donetsk e Lugansk sotto controllo di Kiev: proprio quelle regioni in cui nel 2014 Porošenko raccolse il minimo di “simpatie” e che, come ricorda il pubblicista Armen Gasparian, negli anni ’40 più resistettero ai filonazisti di Stepan Bandera. Di fatto, non è ancora chiara la data dell’entrata di vigore: in teoria, già questa sera; in pratica, subito dopo il voto di lunedì, Parubij è volato a Bruxelles, forse a elemosinare il disco verde della UE, e si devono attendere le firme sua e di Petro in calce al decreto.

In concreto, l’introduzione della legge marziale in Ucraina rischia di accentuare ulteriormente i bombardamenti ucraini sul Donbass, particolarmente pesanti sulla DNR già dalla settimana scorsa e che ieri si sono intensificati anche contro la LNR, sui centri di Stakhanov, Kirovsk, Lugnask.

All’interno, il piano massimo di Porošenko sarebbe stato quello di annullare le elezioni; il piano minimo, di rinviarle o, comunque, di limitare, anche “legalmente”, una serie di diritti che la junta sta calpestando di fatto da cinque anni. L’articolo 19 della legge ucraina sulla legge marziale proibisce infatti espressamente lo svolgimento di elezioni, referendum, scioperi, manifestazioni e emendamenti alla Costituzione e il decreto approvato lunedì non chiarisce se Porošenko, alla fine dei 30 giorni, possa prolungarlo.

Nelle dieci regioni interessate, il coprifuoco consente di limitare i movimenti delle persone, vietare manifestazioni e attività dei partiti politici, sequestrare proprietà per le necessità dell’esercito, “epurare” funzionari locali indesiderati, reprimere tutte le formazioni armate che ai seggi potrebbero sostenere i partiti avversari del Presidente.

Da parte russa, l’eventuale completa chiusura dello stretto di Kerč, come risposta alle mosse ucro-occidentali, potrebbe rappresentare un duro colpo non solo per l’ex “padrone” del Donbass, l’oligarca Rinat Akhmetov (da anni, stabilmente primo nella classifica dei miliardari ucraini), ma anche per un settore vitale dell’export ucraino, dal momento che Mariupol, sul mar d’Azov, è uno dei maggiori centri industriali ucraini e il blocco dell’accesso al suo porto per le navi di Kiev fermerebbe l’export marittimo della metallurgia del paese. Il fatto è però che, essendo l’Ucraina, sin dagli anni ’90, praticamente priva di una propria flotta, quasi tutta l’esportazione avviene con vascelli stranieri e quindi l’eventuale chiusura dello stretto di Kerč, provocherebbe un conflitto con tutti quei paesi – in particolare Bulgaria, Turchia, Grecia, Italia e Spagna – le cui flotte mercantili trasportano le produzioni ucraine.

Ora, si chiede ritmeurasia.org, questi sono più o meno gli stessi paesi interessati al “Turkish stream-2” e a un alleggerimento delle sanzioni contro la Russia: è dunque a provocare uno scontro tra essi e Mosca che mirano le provocazioni ucraine? O anche a far saltare il prossimo previsto incontro Putin-Trump in Argentina, come ipotizza il leader del PCFR Gennadij Zjuganov?

In questo senso, il Cremlino ha definito lo sconfinamento ucraino di domenica scorsa “una provocazione molto pericolosa”. Giuridicamente, il mar d’Azov è un bacino interno di Russia e Ucraina, con reciproche garanzie di libero transito per vascelli, anche militari, di entrambi i paesi. Il passaggio di unità da guerra di paesi terzi è possibile solo previo accordo di entrambe le parti e Mosca ha più volte ribadito che non concederà il permesso a vascelli NATO.

La provocazione ucraina ha tutta l’aria di un tentativo di militarizzare il proprio settore del bacino, in vista di un accrescimento della presenza occidentale, già così crescente nel mar Nero e in prossimità delle frontiere sudoccidentali russe: uno degli snodi principali della fitta rete di gasdotti e oleodotti russi. Da questo punto di vista, si spiegano anche, insieme ai fattori militari, le fila con cui l’occidente manovra le mosse di Kiev: così come ha fatto sinora e farà anche il 31 marzo, Washington sceglierà a modo suo il prossimo presidente ucraino, che sia Porošenko o un’altra figura.

Di sicuro, gli “umori” finanziari russi hanno immediatamente risentito dell’accaduto: oltre alle conseguenze internazionali, Mosca prevede un nuovo giro di vite nelle sanzioni e, nell’immediato, un sensibile indebolimento del rublo, sullo sfondo della caduta del prezzo internazionale del petrolio.

Ultima nota di cui i nazigolpisti ucraini possono menar vanto in giro per il mondo – con quello che vale alle quotazioni politiche attuali – il sostegno dei fascioliberisti del PD che, nei loro commenti a uso e consumo dei banderisti ucraini, spaziano dai “milioni di morti del holodomor, alla “vera e propria battaglia navale” di domenica scorsa. E non trovano argomento migliore che portare a “fondamento” del proprio sostegno, l’esempio dell’ex repubblica sovietica della Georgia, il cui popolo, quanto a provocazioni antirusse e loro conseguenze, è tuttora memore dell’epoca dell’ex presidente (tuttora ricercato a Tbilisi) Mikhail Saakašvili. Evidentemente, al PD si sentono con lui in buona compagnia.

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