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venerdì 30 novembre 2018

Le molte facce della scuola assediano un governo inerte


“Siamo venuti a chiedere il conto al governo del cambiamento” ci dice un giovane studente marchigiano arrivato a Roma insieme ad altri per manifestare sotto il Miur. Giovanissimo ma con le idee chiare. Oggi il governo è praticamente sotto assedio da parte di tutte le componenti sociali di un mondo: quello della scuola.

Sotto al Miur ci sono gli insegnanti (di ruolo e precari) e gli studenti, sotto al ministero della Funzione Pubblica gli educatori (precari), sotto a Montecitorio il personale Ata, ossia quel personale non docente che manda avanti segreterie e manutenzione quotidiana (in larghissima parte ex Lsu, precari e sottopagati).

Il problema posto da questa giornata di mobilitazione sulla scuola non è, una volta tanto, il contrasto ai danni fatti dal governo di turno sulla scuola ma il fatto che nella manovra del governo sulla scuola c’è poco o niente. Eppure in campagna elettorale, soprattutto il M5S, aveva promesso l’abolizione della “Buona scuola” di Renzi. Ma tra le scarsissime righe dedicate alla scuola sia nel contratto di governo che nella manovra questo passo non c’è. Ci sono solo annunci di modifiche “a costo zero” (sull’obbligatorietà delle prove Invalsi agli esami di maturità e un ridimensionamento della contestata Alternanza Scuola Lavoro). Poi basta, a parte 39 milioni di tagli al capitolo di spesa sulla scuola.

Sotto al Miur i decibel della protesta sono altissimi. Gli studenti della campagna BastAlternanza danno valore aggiunto e decisivo alla protesta. Ce ne sono tanti delle scuole di Roma con le bandiere dell’Osa (Organizzazione Studentesca d’Alternativa) ma sono venuti in delegazioni più o meno numerose anche dalle Marche, dalla Toscana, dalla Campania e perfino dalla Sicilia e al megafono spiegano le loro ragioni.

L’Usb scuola che, convocando lo sciopero, ha creato la condizione per una giornata di mobilitazione generale e ci sono i precari della terza fascia, in pratica i “parìa” del mondo della docenza, quelli che sopravvivono con le supplenze nelle graduatorie d’istituto. I megafoni spiegano in una specie di speaker corner le ragioni della mobilitazione di oggi. Una delegazione di insegnanti e studenti verrà ricevuta dal Ministero e, come dice lo studente, “presenterà il conto” al governo su quello che c’è ma soprattutto su quello che manca sulla scuola.

Un esecutivo che non investe sulla pubblica istruzione (e che si guarda bene dal mettere mano ai generosissimi finanziamenti alle scuole private), è un governo più attento alla trappola dei sondaggi e del consenso immediato che con capacità di progettare un futuro per il paese. La sortita “piduista e liberista” di Salvini sull’abolizione del valore legale della laurea, ha fatto suonare l’allarme rosso anche tra gli studenti universitari. Noi Restiamo ha lanciato su questo un appello nazionale alla mobilitazione, soprattutto nelle università ritenute “di serie B” dai nuovi parametri di valutazione che selezionano non tanto il titolo di studio ma l’università in cui è stato preso. Con qualche malcelato retro pensiero razzista contro le università del Meridione.

Ma la scuola è un mondo, fatto di tante figure sociali, in larghissima parte bistrattate. Ci sono gli educatori che quotidianamente assistono gli alunni disabili. I tagli al sostegno e le esternalizzazioni del servizio hanno lasciato proliferare cooperative e precarietà, retribuzioni che gridano vendetta e insicurezza totale sulla continuità del lavoro. Pur dovendo differire lo sciopero, l’Usb ha convocato sempre questa mattina un loro presidio sotto Palazzo Vidoni

E poi ci sono i non docenti. Negli anni sono stati ridotti all’osso. Fondi per le assunzioni non ce ne sono mai e i buchi lasciati da chi se ne va (in pensione o all’altro mondo) approfondiscono le carenze in organico. Eppure si pretendono scuole pulite, anzi linde e pinte nonostante le infiltrazioni d’acqua, impianti elettrici a rischio, intonaci e tetti che crollano sulle classi. Non solo. La “semplificazione” ha invece triplicato le funzioni e gli obblighi di segreterie amministrative perennemente sotto organico e sotto stress. Nelle settimane scorse si era accesa una luce sulla stabilizzazione di queste lavoratrici e lavoratori, poi si è appannata e adesso rischia di spegnersi. Anche in questo caso lo sciopero dell’Usb ha consentito di convocare la manifestazione del personale Ata questa mattina sotto Montecitorio.

In compenso la scuola è diventata oggetto di una attenzione, niente affatto richiesta, delle misure sulla sicurezza. Non quella che serve a tutelare la salute e l’incolumità di studenti, insegnanti e non docenti, ma quella che spettacolarizza i blitz della polizia con o senza i cani, dentro e davanti le scuole alla “ricerca del crimine”, con risultati talmente ridicoli che dovrebbero portare rapidamente alla parola fine di questa allucinazione securitaria. Eppure mai come in questi ultimi anni (prima con Minniti, adesso con Salvini) gli studenti medi si trovano sotto pressione (e repressione) da parte della polizia. Assemblee, assembramenti ai cancelli, tentativi di occupazione, vedono l’intervento immediato e asfissiante della polizia. Una forma di deterrenza esplicita per far capire alle nuove generazione che devono e dovranno tenere la testa bassa anche se le classi dominanti non hanno da mettere sul piatto alcun futuro dignitoso per i giovani, anzi li stanno portando al di sotto e all’indietro rispetto alle aspettative dei loro genitori e dei loro nonni.

La complessa “questione della scuola” oggi si è materializzata in forma inaspettata, ancora al di sotto del grido necessario, ma in un settore finora rimasto sullo sfondo nell’agenda politica del paese, si è aperta una rottura portando in campo tutti i soggetti che, in un modo o nell’altro, fanno quotidianamente la scuola ossia un fattore centrale della società e della sua auspicabile emancipazione. Chi vuole portare indietro la ruota e gestire solo la regressione sociale del paese è stato avvisato.

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