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venerdì 16 novembre 2018

IRI, industria, programmazione economica. Il declino come progetto


L’inserto economico del “Corriere della Sera” ha ospitato, lunedì 12 novembre, un importante articolo di Riccardo Gallo dal titolo: “IRI, io ci sono stato, credetemi non si può rifare”.

L’autore è stato un protagonista della fase conclusiva del ciclo delle PPSS, prima come consigliere dell’Efim tra il 1985 e il 1990 e successivamente vicepresidente dell’IRI nel 1991: IRI trasformata in SPA l’anno successivo per l’avvio del piano di privatizzazioni.

Si è discusso molto in questi mesi d’intervento pubblico in economia e alcuni hanno proprio accennato alla ricostituzione di un soggetto tipo IRI, all’interno del quale concentrare le risorse di un rinnovata iniziativa pubblica in grado di avviare una ripresa di capacità industriale del Paese.

Rammentato il quadro generale nel quale ci stiamo muovendo caratterizzato dai vincoli europei, dall’enormità del debito pubblico e dalla presenza di un governo che, da un lato, si muove sul terreno dell’assistenzialismo (reddito di cittadinanza) e, dall’altro, di una nuova ondata di privatizzazioni (cioè in pieno regime di confusione), è il caso di riprendere alcuni temi sollevati nell’articolo di Gallo e di sviluppare contemporaneamente alcuni punti di discussione.

Nell’articolo Gallo ricostruisce la storia dell’IRI nelle sue tre fasi: dal 1933 l’istituzione voluta dal fascismo (affidandone però le sorti a un manager socialista come Beneduce) per reazione alla grande crisi del ’29 e per salvare le banche nazionali; nell’immediato dopoguerra quando l’ente fu mantenuto in vita e non sciolto (com’era stato deciso anche per l’ENI e il CONI, prima posti in liquidazione e poi ricostituiti) per realizzare le infrastrutture indispensabili ad uscire dal disastro della guerra. Così l’IRI gestì autostrade, telecomunicazioni, mezzi di trasporto terrestri, aerei e navali, sistemi di difesa, materiali da costruzione (cemento, acciaio) e credito (banche).

Poi dagli anni’70 la fase dello “scambio politico”, attraverso l’acquisizione d’imprese private realizzate in funzione clientelare rispetto alla politica.

Negli anni’80 le compensazioni delle perdite avvennero a spese dei contribuenti (ricordate i BOT a 3 mesi?) con la relativa esplosione del debito pubblico e all’inizio degli anni ’90, finiti i soldi dello Stato, dichiarati incostituzionali i prestiti, l’UE imposte di trasformare l’IRI in s.p.a.

Il governo a quel punto si vantò di aver privatizzato ma sostiene Gallo era tutta una finta.

Fin qui il Bignami ma l’articolo tocca un punto di grande interesse al riguardo del quale proprio oggi è necessario recuperare non soltanto una capacità riflessione ma anche di proposta e d’iniziativa politica.

La fase dello “scambio politico” infatti, si attuò in una condizione di totale assenza di un piano industriale per il Paese, mentre stavano verificandosi almeno quattro fenomeni concomitanti:

1) l’imporsi di uno squilibrio nel rapporto tra finanza ed economia verificatosi al di fuori di qualsiasi regola e sfuggendo a qualsiasi ipotesi di programmazione;

2) la perdita da parte dell’Italia dei settori nevralgici dal punto di vista della produzione industriale: siderurgia, chimica, elettromeccanica, elettronica. Quei settori dei quali a Genova si diceva con orgoglio “produciamo cose che l’indomani non si trovano al supermercato”;

3) a fianco della crescita esponenziale del debito pubblico si collocava nel tempo il mancato aggancio dell’industria italiana ai processi più avanzati d’innovazione tecnologica. Anzi si sono persi settori nevralgici in quella dimensione dove pure, si pensi all’elettronica, ci si era collocati all’avanguardia. Determinante sotto quest’aspetto la defaillance progressiva dell’Università con la conseguente “fuga dei cervelli” a livello strategico. Un fattore questo della progressiva incapacità dell’Università italiana di fornire un contributo all’evoluzione tecnologica del Paese assolutamente decisivo per leggere correttamente la crisi;

4) si segnalano infine due elementi tra loro intrecciati: la progressiva obsolescenza delle principali infrastrutture, in particolare le ferrovie ma anche autostrade e porti e un utilizzo del suolo avvenuto soltanto in funzione speculativa, in molti casi scambiando la deindustrializzazione con la speculazione edilizia e incidendo moltissimo sulla fragilità strutturale del territorio.

Sono questi, riassunti in una dimensione molto schematica, i punti che dovrebbero essere affrontati all’interno di quell’idea di riprogrammazione e intervento pubblico in economia completamente abbandonata dai tempi della “Milano da Bere” fino ad oggi.

Sarà soltanto misurandoci su di un’idea di progetto complessivo che si potrà tornare a parlare d’intervento e gestione pubblica dell’economia: obiettivo, però, che una sinistra rinnovata dovrebbe porre all’attenzione generale senza temere d'apparire “controcorrente”. La stessa questione del “deficit spending” andrebbe affrontata in questa dimensione.

Nel quadro di una resa ai meccanismi perversi di quella che è stata definita “globalizzazione” e dei processi dirompenti di finanziarizzazione dell’economia, “scambio politico” e assenza di una visione industriale hanno pesato in maniera esiziale sulle prospettive di crescita dell’Italia.

Oggi ancora una volta ci si sta muovendo in direzione osticamente contraria, recuperando il “peggio” degli anni passati: dall’assistenzialismo, alla subordinazione delle scelte al clientelismo elettorale arrivato, proprio in occasione delle elezioni del 4 marzo 2018, a codificare su scala di massa il “voto di scambio” ,come pure era già avvenuto su scala numericamente più modesta negli anni scorsi: ricordando “meno tasse per tutti” e il solito “milione di posti di lavoro”. Ma forse, da questo punto di vista, ci trovavamo ancor in una fase artigianale.

Oggi verrebbe da scrivere che siamo ben infilati dentro il tunnel.

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