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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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14/10/2024

Tavares chieda scusa? Piuttosto, Stellantis dia indietro i soldi pubblici

Venerdì 11 ottobre Carlos Tavares, amministratore delegato del gruppo Stellantis, si è presentato in audizione al Parlamento riguardo le prospettive della società che amministra. Sono mesi che la sua gestione fa acqua e che le promesse sui volumi di produzione e sull’occupazione in Italia non vengono rispettate.

Nonostante ciò, Tavares ha mostrato agli onorevoli delle commissioni Attività produttive della Camera e Industria del Senato tutta l’arroganza di cui è capace la “razza padrona” europea. Il manager ha chiesto nuovi “incentivi” per spingere gli acquisti di veicoli elettrici, perché non sarebbe possibile abbassare i costi di produzione in Italia.

Secondo Tavares, le opportunità offerte dall’Italia non sono competitive, in particolare per gli alti prezzi dell’energia. Altro risultato nefasto di una reazione a catena partita con la fallimentare politica guerrafondaia promossa da Bruxelles e Washington, un elemento da non dimenticare.

Da gennaio a oggi Stellantis si è sperticata in promesse e rassicurazioni continue verso il governo, affermando che l’obiettivo era la produzione di un milione tra auto e veicoli commerciali nel Bel Paese. I dati che abbiamo oggi parlano invece di un record negativo storico: meno di 400 mila vetture prodotte.

Il risultato si riflette anche sull’occupazione. Alla nascita di Stellantis, nel 2021, erano 53 mila i suoi addetti in Italia, mentre a fine 2023 si sono già ridotti di 10 mila unità. Si stima che quest’anno arriveranno, inoltre, oltre 3 mila nuovi esuberi e Mirafiori è ferma da un mese.

Questo scenario è così tragico che persino i politici che per anni hanno foraggiato la compagnia automobilistica si sono trovati nella spiacevole – per loro – situazione di dover criticare Stellantis. È da mesi che il ministro Urso porta avanti un braccio di ferro con Tavares, ora anche Calenda e Salvini hanno attaccato frontalmente il dirigente d’azienda.

Persino il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, ha tirato una stoccata al collega durante il convegno dei Giovani imprenditori a Capri. Ma le loro dichiarazioni fanno ridere di un riso amaro, soprattutto se si pensa che Salvini ha chiesto a Tavares di chiedere scusa, visto come ha “mal amministrato un’azienda storica italiana”.

Innanzitutto, bisogna dire che la FIAT non è un orgoglio nazionale, ma un affare di padroni indirizzato al profitto dei padroni. È vero che dagli anni Ottanta, con l’azionariato interno, i family day e altre trovate l’intento è stato quello di rappresentare l’azienda come una comunità unita, ma la verità è che tutto ciò era parte di una ristrutturazione produttiva finalizzata a contrastare le rivendicazioni dei lavoratori. Che nel frattempo venivano licenziati a decine di migliaia (erano oltre 200.000 a fine anni ’70).

La realtà era quella di un’impresa figlia di altri tempi, in cui la produzione e la valorizzazione avvenivano per lo più sui mercati nazionali. Ma quella logica è finita, così come i grandi agglomerati capitalistici si sono slegati dalle cornici nazionali e sono diventate le multinazionali che conosciamo oggi, e così Stellantis, che doveva essere un ‘campione’ del polo imperialistico europeo.

Diradata la nebbia della propaganda salviniana, rimane il fatto che lo Stato italiano ha effettivamente finanziato la grande azienda in ogni modo, sperando di trattenerla entro i suoi confini. Ma prima FCA e poi Stellantis hanno sostanzialmente preso i soldi e sono andate a produrre dove conveniva (come le leggi del mercato prescrivono).

E allora non è una questione di scusarsi, ma di ammettere il fallimento totale della classe politica nel suo intestardito asservimento al grande capitale e alla “narrazione dei mercati efficienti”. Stellantis ha fatto cassa e non ha rispettato uno solo degli impegni presi, e dunque non servono scuse, ma serve smettere di finanziarla e pretendere indietro i soldi.

Attivando, allo stesso tempo, una politica industriale e un intervento pubblico tali da compensare (o sostituire) la ritirata dei “privati” dal Paese.

Del resto, basta vedere un po’ di dati per capire che, senza lo Stato italiano, i vertici della Stellantis – e di FIAT/FCA prima di loro – non avrebbero potuto nemmeno fare il proprio lavoro. E non si parla solo di quegli stabilimenti, come Melfi o Termini Imerese, che non esisterebbero senza i finanziamenti pubblici. Ma di un intero “modello di sviluppo” che, per esempio, ha privilegiato il trasporto su gomma invece che su rotaia.

Davide Bubbico, docente in sociologia economica all’Università di Salerno, ha stimato che, tra il 1990 e il 2019, il 40% degli investimenti dichiarati dal gruppo (4 miliardi su 10) venivano da trasferimenti statali. Secondo il Registro nazionale aiuti di Stato, negli ultimi otto anni, tra cassa integrazione, agevolazioni e incentivi abbiamo pagato quasi 900 milioni di euro a FCA/Stellantis.

Intanto Stellantis, da gennaio 2021 a maggio 2024, ha distribuito 16,4 miliardi di dividendi agli azionisti, ed ha già annunciato che l’anno prossimo saranno più ricchi di quelli di quest’anno. Perché ce la si può prendere – giustamente – con Tavares, ma il nodo rimane il capitale, rimangono gli azionisti, rimane il modo di fare profitti privati a scapito della collettività.

Ora, tra il 2022 e il 2026 è già previsto che Stellantis riceva altri 2,6 miliardi di euro. Perché invece di chiedere delle scuse, non si fermano queste erogazioni? E magari si rimette in piedi un’industria pubblica, visto che alla fine il privato le sue attività non le può fare senza i soldi pubblici?

Non è affatto detto che serva fare una “auto di Stato”, ma sicuramente servono tante produzioni che ormai sono state delocalizzate, anche in settori strategici, e senza le quali il Paese è destinato al degrado.

Fonte

01/09/2024

Alle origini dell’industria pubblica nel Mezzogiorno

di Guglielmo Forges Davanzati

Il Dizionario Italiano De Mauro definisce luogo comune una “affermazione banale e diffusa, frase fatta”. Il luogo comune nasce da un pregiudizio, ovvero da un giudizio formulato prima di e indipendentemente dall’acquisizione di informazioni su una persona o su un evento. La discriminazione, razziale e di genere, è tipicamente una manifestazione di pregiudizio.

Il pregiudizio è nemico dell’efficienza perché porta a distribuire risorse secondo valutazioni che prescindono dal contributo effettivo che un individuo dà alla produzione, valutandolo sulla base di caratteristiche extra-economiche (razziali, sessuali). Lo storico israeliano Yuval Noah Harari – nel suo 21 lezioni per il XXI secolo del 2018 – ha correttamente osservato che “non esiste soluzione al problema dei pregiudizi umani che non sia la conoscenza”.

La questione delle cosiddette cattedrali del deserto (i “white elephants” per la pubblicistica inglese del periodo), secondo la definizione che ne diede Luigi Sturzo nel 1958 per denotare grandi e costose imprese finanziate dallo Stato in zone inadatte a ospitarle (Ilva di Taranto, le raffinerie ANIC a Gela e Valle del Basento e l’impianto chimico Montecatini a Brindisi, quelle principali) negli anni dell’intervento straordinario, avviato nei primi anni Cinquanta e definitivamente cessato nel decennio Novanta, si può far rientrare nel novero dei tanti luoghi comuni che riguardano le vicende economiche in generale e italiane in particolare.

Rileggere con il dovuto approfondimento la Storia di quegli interventi e delle idee economiche che li produssero è fondamentale per comprendere gli errori di politica economica che si stanno commettendo in Italia e nel Mezzogiorno da molti decenni.

Rispetto a quella esperienza, si sono cumulati tre luoghi comuni, che ne hanno decretato la damnatio memorie: le industrie di Stato localizzate nel Mezzogiorno in quegli anni furono molto costose; non ebbero nessuna ricaduta sullo sviluppo economico e civile dei territori nei quali erano localizzati; costituirono superflui “doppioni” delle imprese del Nord.

La teoria economica che portò all’intervento straordinario nel Mezzogiorno si fondò sulla convinzione che occorreva generare, come si disse, un big push di quella macroarea (una spinta derivante dall’azione pubblica, che contrastasse la spontanea tendenza di un’economia di mercato a produrre diseguaglianze regionali), che occorreva innanzitutto dotare il Sud di adeguate infrastrutture per poi procedere alla sua industrializzazione, mediante poli di sviluppo.

La ricerca storica su quella fase è ormai sufficientemente consolidata. Per chi fosse interessato ad approfondirla, si segnalano, fra gli altri, gli studi di Enrico Cerrito (La politica dei poli di sviluppo nel Mezzogiorno. Elementi per una prospettiva storica, Banca d’Italia – Quaderni di Storia Economica, Giugno 2010), di Vittorio Daniele e Paolo Malanima (Il divario Nord-Sud in Italia: 1861-2011. Rubbettino. 2011), di Amedeo Lepore (La Cassa per il Mezzogiorno e la Banca mondiale. Rubbettino , 2013), e di una, più recente, del sottoscritto e da Rosario Patalano dell’Università “Federico II” di Napoli (Public firms and regional divergences in Italy, in corso di pubblicazione).

Tutte convergono nel rilevare, dal punto di vista empirico, che gli anni dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno furono gli unici anni, per un periodo lungo (nel 1950 fu istituita la Cassa per il Mezzogiorno per arrivare alla sua abolizione negli anni Novanta) di significativa convergenza del Pil pro capite del Mezzogiorno rispetto al Centro-Nord.

Su fonte Banca d’Italia, si mostra che il più alto valore della convergenza (68% del Pil pro capite in volume) si ha nel 1975 e che il rapporto fra il Pil pro capite del Sud e quello del Nord si contrae significativamente dopo la fine dell’esperienza dell’intervento straordinario, giungendo a meno del 55% negli anni Duemila. Non è irrilevante considerare poi che le strutture pubbliche che operavano per l’intervento straordinario erano condotte da tecnici di elevata competenza.

I registri contabili degli Enti pubblici coinvolti in quella stagione mostrano che, rispetto al Pil, la spesa pubblica non fu eccezionalmente alta, come vuole, per contro, la vulgata contemporanea. Non furono poi solo cattedrali del deserto: gli effetti di spillover, ovvero diffusivi di imprenditorialità privata, ci furono e riguardarono in particolare alcuni settori più di altri, soprattutto quello meccanico.

Tutti gli studi citati concordano, inoltre, nel ritenere che i problemi – anche quelli del bilancio pubblico – iniziarono dopo la fine dell’esperienza dell’intervento straordinario e l’avvio delle privatizzazioni. Fu proprio a partire dalla dismissione dell’industria pubblica, nella svolta dei primi anni Novanta, che si manifestarono due problemi:

a) l’integrazione si sviluppò soprattutto in senso verticale, con le sedi industriali del Nord, soprattutto a causa del fatto che la progressiva riduzione dei costi di trasporto limitava gli effetti diffusivi locali e le economie di agglomerazione;

b) il progressivo emergere della questione ambientale, a partire soprattutto dagli anni Settanta, e, contestualmente, negli anni immediatamente successivi, la necessità del rispetto di vincoli di bilancio sempre più stringenti resero sempre più difficile il finanziamento della riconversione industriale con effetti meno impattanti sull’ambiente.

Se poi anche si trattò di “doppioni”, stando proprio all’impostazione liberista che si oppone al rafforzamento dell’economia mista in Italia e nel Mezzogiorno, è semmai proprio l’esistenza di una pluralità di imprese che, in territori anche diversi, operano nei medesimi settori, a produrre un aumento del grado di concorrenza e la concorrenza – ci viene insegnato – accresce il benessere sociale.

Il pregiudizio su quella esperienza ha portato, a partire soprattutto dalla svolta del 1992 in un processo ancora in atto, al più il più massiccio programma di privatizzazioni effettuato nell’ambito dei Paesi OCSE.

Un vasto programma di privatizzazioni che, a giudizio della storiografia più recente (p.e. le ricerche di Franco Amatori), ha privato il nostro Paese delle principali imprese impegnate nella fondamentale attività di ricerca e sviluppo (IRI generava più ricerca scientifica di tutto il settore privato italiano ancora negli anni Ottanta), limitando la capacità dell’economia italiana di generare endogenamente avanzamento tecnico, con effetti di segno negativo sulla dinamica della produttività del lavoro e sul tasso di crescita e, dunque, in definitiva, accrescendone la dipendenza (tecnologica, ma anche, per conseguenza, politica) dall’estero.

Fonte

23/04/2024

Guardare il dito dei sussidi cinesi o la Luna della transizione climatica?

Recentemente la Commissione Europea ha aperto un procedimento d’indagine contro le importazioni di veicoli elettrici provenienti dalla Cina, a causa dei sussidi di cui godrebbero i produttori localizzati all’interno di quel Paese.

Secondo l’accusa, il supporto governativo contribuirebbe a ridurre il prezzo dei veicoli esportati, determinando uno svantaggio competitivo per i produttori localizzati all’interno della UE. È importante osservare che i sussidi in questione sono accessibili a tutte le imprese operanti in Cina, incluse quelle di proprietà straniera, in accordo con la politica di apertura agli investimenti esteri praticata dal governo cinese.

Ad esempio, il secondo maggiore beneficiario degli incentivi all’acquisto di veicoli elettrici sul mercato cinese nel 2022 è stata Tesla e, tra i primi 10, compaiono le joint-venture di Volkswagen e General Motors. In definitiva, se è stata la cinese BYD a ricevere la stragrande maggioranza degli incentivi (Bickenbach et al. 2024: 13), è perché i consumatori cinesi hanno preferito di gran lunga i prodotti di quest’azienda.

Il successo di BYD è continuato nel 2023, dopo che gli incentivi all’acquisto di auto elettriche sul mercato cinese sono cessati, e adesso quest’azienda, come molte altre, si affaccia sul mercato europeo. BYD si avvale di un modello organizzativo di stampo neo-fordista, che privilegia l’integrazione verticale, e poggia sul network innovativo in cui è immersa, in cui il settore pubblico ha giocato un ruolo determinante attraverso investimenti mirati in termini di ricerca di base e applicata.

L’azienda controlla tutte le fasi della propria catena del valore: dalla tecnologia delle batterie ai microchip e persino alla proprietà delle miniere di litio e delle navi che trasportano le proprie auto (Gerbaudo, 2024). Quest’approccio si sta rivelando vincente, perché consente di gestire all’interno della propria organizzazione le incertezze tecnologiche e di mercato legate allo sviluppo di un prodotto con caratteristiche radicalmente nuove.

Al contrario, i produttori occidentali, che avevano abbandonato il modello fordista negli anni Ottanta, quando la competizione si era intensificata a causa della saturazione dei mercati occidentali, hanno tardato a comprendere che siamo entrati in una fase di rivoluzione tecnologica nei trasporti che richiede un approccio di trasformazione radicale rispetto al recente passato. Così oggi si trovano ad essere meno competitivi della concorrenza cinese (Wang et al., 2022).

L’indagine della Commissione rischia di condurre all’adozione di tariffe punitive nei confronti delle importazioni di veicoli elettrici provenienti dalla Cina. Alcuni esperti europeisti sottolineano, con un residuo di saggezza, che una misura di questo tipo sarebbe dannosa dal punto di vista economico, e suggeriscono piuttosto di intavolare trattative con il governo cinese per ottenere l’abolizione delle misure più sgradite (Bickenbach et al. 2024: 13).

In effetti, l’aumento delle tariffe danneggerebbe pesantemente i consumatori europei, limitandone la possibilità di acquistare beni che, nel contesto della transizione climatica, portano beneficio non solo ai diretti interessati ma alla società in generale.

Inoltre, le tariffe punitive rappresenterebbero un improvvido sostegno per un’industria automobilistica europea che è in netto ritardo sul piano degli investimenti per la transizione climatica e che invece potrebbe essere stimolata dalla concorrenza cinese a fare meglio.

In breve, le tariffe contro i veicoli elettrici cinesi costituirebbero un furto di benessere ai danni della collettività che metterebbe a rischio il raggiungimento degli obiettivi climatici da parte dell’UE.

Una volta acquisito che le tariffe anticinesi non sono una buona idea, resta tuttavia drammaticamente vero che, da una parte, milioni di posti di lavoro nell’industria automobilistica europea sono a rischio, e che, dall’altra, la crisi climatica incombe. Urge agire poiché i problemi si aggravano, giorno dopo giorno, mentre l’establishment europeo non sembra in grado di fronteggiare la situazione.

Che cosa dovrebbero fare la Commissione e i governi dei Paesi che compongono la UE?

Prima di rispondere a questa domanda, è opportuno formulare alcune precisazioni in merito alla valutazione occidentale delle politiche industriali cinesi. Uno studio americano recente (Di Pippo et al., 2022) collocava i sussidi industriali cinesi nel 2019 ad un livello pari a 1,73% del PIL. Nella comparazione condotta da questi autori, si tratterebbe di un livello fino a quattro volte superiore rispetto a quello di Stati Uniti, Francia e Germania, e questa differenza giustificherebbe l’accusa rivolta alla Cina di distorcere la competizione internazionale a proprio favore.

Andando ad analizzare i dati contenuti nel rapporto, risulta che il 45% dei sussidi (pari allo 0,77% del PIL) consisterebbe in benefici impliciti a favore delle industrie di stato, determinati dall’orientamento politico favorevole a questo settore da parte del Partito Comunista Cinese.

La parte maggioritaria di questi benefici (0,52% del PIL) è rappresentata da risparmi sugli interessi bancari, che si spiegano con la minore rischiosità dei crediti erogati verso le imprese pubbliche, favorite della garanzia implicita di salvataggio da parte del governo in caso di loro bancarotta.

È improprio assimilare questo risparmio ad un sussidio, perché un creditore, pubblico o privato, che eroghi il credito su basi competitive non può non tenere conto della diversa rischiosità dei propri debitori, ed è quindi perfettamente corretto che richieda un interesse minore alle imprese pubbliche. In pratica, questa voce dipende esclusivamente dall’esistenza di un grande settore di impresa pubblica in Cina.

La critica occidentale alla politica industriale cinese diviene così paradossale, perché la competitività cinese viene ricondotta all’esistenza di imprese pubbliche che dovrebbero, al contrario, essere la causa di una mancanza di competitività della Cina, stando ai canoni del liberismo occidentale secondo il quale solo ‘il privato’ può essere efficiente.

Secondo la stessa fonte, il supporto della Cina per le proprie imprese è molto maggiore di quello occidentale anche se ci limitiamo a considerare i soli sussidi diretti e gli sconti fiscali (0,76% del PIL nel 2019 contro 0,17% e 0,12% di Germania e USA).

Per valutare questa differenza si dovrebbe tenere conto del fatto che la Cina è ancora un’economia a medio reddito e che quindi le sue esigenze non sono perfettamente comparabili con quelle delle economie ricche. Inoltre, occorre considerare che la Cina è sottoposta ad uno strisciante embargo tecnologico da parte degli USA e quindi si trova obbligata a sviluppare rapidamente una propria base tecnologica indipendente.

Tralasciando questi aspetti, pur non secondari, possiamo evidenziare che la differenza di peso tra i sussidi cinesi e quelli di USA e Germania è nell’ordine dello 0,6% del PIL.

Considerando che nel 2022 la spesa militare in Germania era stata pari all’1,4% del PIL (non lontana dalla spesa cinese, pari all’1,6% nel 2022 e ridottasi all’1,5% nel 2023) e che il governo tedesco nel 2023 l’ha portata al 2% del PIL, sembra evidente che il livello più modesto dei sussidi industriali tedeschi si dovrebbe associare a decisioni sovrane di cui il governo cinese non porta ovviamente alcuna responsabilità.

Riguardo agli Stati Uniti, possiamo dire che, da una parte, i sussidi previsti dall’Inflation Reduction Act peseranno all’incirca per uno 0,28% annuo del PIL per il decennio 2022-2032, contribuendo a ridurre in modo significativo il gap rispetto alla Cina; e che, dall’altra, la spesa militare statunitense vale ben il 3,5% del PIL.

Per entrambi i Paesi occidentali esiste dunque potenzialmente la capacità fiscale per pareggiare i sussidi cinesi. Ne manca però la volontà, perché i governi occidentali preferiscono al momento finanziare la produzione militare a scapito di quella civile. Di questo, ovviamente, non si può ritenere responsabile il governo cinese.

Ecco che, in conclusione, risulta evidente come l’esperienza dello sviluppo economico cinese rappresenti un’importante opportunità per la transizione climatica in Europa, e non soltanto perché rende disponibili sul mercato veicoli elettrici competitivi, ma per motivazioni più generali e profonde.

Ad oggi la Cina è l’unica tra le principali aree economiche mondiali a collocarsi in modo convincente sul sentiero della neutralità climatica (Macheda, 2023). Avremmo quindi molto da imparare dalle politiche economiche di quel Paese. In particolare, se le imprese private cinesi, al contrario delle imprese europee, beneficiano di input a costi ridotti offerti loro dalle imprese pubbliche, è perché i governi dell’UE hanno smantellato quasi completamente la presenza pubblica nei settori industriali di base, mentre le residue imprese di proprietà statale seguono le medesime logiche di profitto dei monopoli privati.

La privatizzazione dei monopoli pubblici in Europa è andata di pari passo con lo smantellamento della capacità industriale interna, aprendo una fase economica in cui la rendita immobiliare e finanziaria hanno rappresentato il motore principale dell’accumulazione, la crescita dei consumi è stata soddisfatta prevalentemente da merci importate, gli investimenti industriali sono caduti ai minimi storici e la residua produzione manifatturiera è stata destinata principalmente all’esportazione.

Oggi questo modello si rivela insostenibile perché i Paesi europei si sono accorti di non possedere più la capacità industriale per realizzare quegli investimenti reali, a beneficio del mercato interno, che sono l’ingrediente indispensabile della transizione climatica.

È un fatto ben noto della storia industriale italiana che negli anni Sessanta la nazionalizzazione dell’Enel abbia realizzato l’obiettivo strategico di razionalizzare l’industria elettrica per ottenere quelle economie di scala che potessero ridurre i costi dell’elettricità a beneficio di un apparato industriale largamente privato, contribuendo in modo significativo al boom economico italiano.

In quel caso, il monopolista pubblico ha operato in modo efficiente non per massimizzare i propri profitti, ma per perseguire un obiettivo politico di interesse generale.

Le imprese pubbliche cinesi, in sostanza, non fanno niente di diverso da questo. Soltanto, lo fanno su grande scala e, per molti aspetti, lo fanno in modo molto più efficace, perché operano all’interno di un contesto istituzionale dove il governo persegue la massimizzazione del benessere sociale, e non quella dei profitti monopolistici privati.

Il governo cinese sta agendo con decisione e nel momento giusto, poiché la transizione climatica richiede un fortissimo aumento degli investimenti reali. Mc Kinsey ha stimato che per raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 servirà, a livello globale, un investimento annuale aggiuntivo di 3mila miliardi di dollari, pari a metà dei profitti annuali di tutte le imprese del mondo, e a un quarto di tutte le tasse pagate annualmente livello globale.

In pratica, gli investimenti reali annuali dovranno aumentare del 60% rispetto ad oggi e restare su questi livelli più alti per 30 anni.

Se questi sono i termini della sfida, mobilitare tutte le risorse necessarie per raggiungere lo scopo, come sta facendo il governo cinese, è la cosa giusta da fare. Ai fini della transizione climatica il problema non sono i sussidi cinesi troppo alti, ma i sussidi occidentali troppo bassi, e ancora di più l’incapacità politica dell’Occidente di mobilitare tutte le risorse della società intorno ad un obiettivo così importante e così chiaramente definito.

Al contrario, la classe dirigente europea ha deciso di impiegare le limitate risorse pubbliche per finanziare prioritariamente il riarmo conseguente alla propria politica estera orientata allo scontro.

La possibilità di perseguire una politica di pace è sempre a portata di mano: basta dimostrare di volerlo, aprendosi ad una cooperazione sincera con tutti i Paesi. Grazie alla cooperazione sarà sempre possibile affrontare e risolvere i problemi di sovrapproduzione industriale nei settori legati alle tecnologie verdi che potranno eventualmente determinarsi nel lungo periodo.

Ma, data la portata dell’impegno richiesto dalla transizione climatica, non ha senso parlare adesso di “eccesso di capacità produttiva” in questi settori. Infatti, secondo le stime dell’Agenzia internazionale per l’energia, la domanda globale di veicoli elettrici raggiungerà i 45 milioni di unità entro il 2030, aumentando di 4,5 volte rispetto al 2022, e la domanda annuale di capacità fotovoltaica aggiuntiva raggiungerà, nello stesso anno, 820 gigawatt, circa quattro volte il livello del 2022.

Date queste proiezioni sulla domanda, il compito principale dei governi è di contribuire alla massima espansione dell’offerta, non di creare ostacoli artificiali che ne rallentino la crescita.

Se la Commissione è giustamente preoccupata di tutelare i posti di lavoro nell’industria automobilistica europea, la soluzione migliore dal punto di vista economico è quella di aprirsi alla cooperazione, favorendo gli investimenti dei produttori cinesi sul territorio europeo e richiedendo, al tempo stesso una maggiore apertura cinese agli investimenti europei, in uno spirito di reciprocità, come il governo cinese sta chiedendo da anni. Gli autoveicoli prodotti localmente, grazie ai minori costi di trasporto, sarebbero più convenienti di quelli importati.

Inoltre, la realizzazione di collaborazioni e joint-venture tra produttori europei e cinesi attiverebbe quel travaso di conoscenze che è stato fondamentale in Cina per avviare lo sviluppo industriale e tecnologico, e che potrebbe fluire oggi in senso inverso, dalla Cina verso l’Europa, a beneficio della nostra transizione climatica.

In definitiva, una rinnovata presenza di imprese pubbliche efficienti nei settori industriali di base, il massimo supporto governativo per la transizione climatica, anche attraverso sussidi mirati, e una politica di cooperazione e di pace nel rispetto del diritto internazionale rappresentano oggi le chiavi per il successo industriale, per la transizione climatica e per la prosperità futura dell’umanità.

Saranno capaci i governi europei di comprenderlo?

Bibliografia

Bickenbach F. et al. (2024), Foul Play? On the Scale and Scope of Industrial Subsidies in China, Kiel Policy Brief, Aprile 2024.

DiPippo et al. (2022), Red Ink. Estimating Chinese Industrial Policy Spending in Comparative Perspective, Center for Strategic & International Studies, Maggio 2022.

Gerbaudo P. (2024), The Electric Vehicle Developmental State, Phenomenal World, Aprile 2024.

Macheda F. (2023). China’s Road towards Decarbonization: Unrealistic Promise or a Credible Commitment? Forum for Social Economics, 1–29.

Wang X., Zhao W., Ruet, J. (2022). Specialised vertical integration: the value-chain strategy of EV lithium-ion battery firms in China. International Journal of Automotive Technology and Management, 22(2), 178.

Fonte

06/08/2023

Lo stato innovatore in Italia

Di Simone Gasperin

Considerate la seguente serie di asserzioni. La scoperta del polipropilene, la plastica più prodotta al mondo, trova le sue radici presso un laboratorio di ricerca pubblico italiano. La principale azienda europea di semiconduttori (STMicroelectronics) fu sviluppata da un’impresa pubblica italiana. Lo standard di codifica digitale MPEG, da cui deriva l’MP3, fu elaborato dal centro di ricerca e sviluppo di un’impresa italiana delle telecomunicazioni a controllo statale (CSELT). La prima centrale a concentrazione solare al mondo a immettere elettricità in una rete nazionale fu progettata e costruita in Sicilia da imprese pubbliche (ENEL e Ansaldo). Un’impresa pubblica italiana sviluppò un modello commercializzabile di auto ibrida (Alfa Romeo 33 ibrida) quasi 10 anni prima di Toyota. Un’altra impresa pubblica italiana ideò il sistema di pagamento dinamico più utilizzato in Europa (Telepass).

Queste non sono farneticazioni di qualche eccentrico predicatore dello Speakers’ Corner di Hyde Park, bensì affermazioni veritiere. Infatti, anche il nostro Paese ha avuto un suo “Stato innovatore” e questo è stato perlopiù incarnato dalle imprese pubbliche, in particolare da quelle appartenenti all’IRI.

A dispetto della sua fama di “carrozzone”, negli anni Settanta l’IRI diventò il principale soggetto nazionale per la ricerca e l’innovazione. Pur rappresentando il 3% del PIL, nel 1992 l’IRI pesava per il 15% della ricerca e sviluppo nazionale (il 26% del settore delle imprese). Un valore cresciuto nel tempo rispetto al 4% del 1963. Le imprese IRI investivano più di quelle non-IRI nella R&S: a fine anni Ottanta l’intensità di ricerca (R&S su fatturato) delle imprese IRI era superiore al valore nazionale in tutti i settori comparabili. Inoltre, la R&S dell’IRI contribuiva al riequilibro territoriale, poiché nel Mezzogiorno pesava per circa il 40% del totale delle imprese.
Allo stesso tempo, l’attività di brevettazione dell’IRI era relativamente inferiore, con una media del 4,2% sul totale nazionale nel periodo 1969-1987. Ciò era in parte dovuto alla specializzazione dell’IRI in settori strutturalmente a bassa intensità di brevettazione, ma anche alla scelta di non ostacolare i flussi di conoscenza all’interno del sistema nazionale di innovazione. Questa peculiare “apertura” del sistema di ricerca e innovazione dell’IRI rispetto all’economia italiana è confermata anche dall’alto valore dei ricavi di R&S commissionata da terzi (circa il 40% di quanto spendesse l’IRI) e dalla diffusa messa a disposizione delle strutture di ricerca ad aziende non-IRI.

L’interazione pubblico-privata del sistema di ricerca IRI si fondava poi sul lavoro dei centri di ricerca “interaziendali” specificatamente creati dall’IRI (lo CSELT di Torino), accessibili a imprese terze e talvolta pure co-partecipati (il Centro Sperimentale Metallurgico di Castel Romano). Inoltre, negli anni Ottanta l’IRI lanciò i cosiddetti consorzi “Città-ricerche”, dei partenariati locali in nove città universitarie italiane fra IRI, Unioncamere, CNR, Università e imprese locali per favorire l’avvicinamento fra ricerca di base e applicazioni industriali.

Nel 1992 l’IRI disponeva di un “esercito” di circa 13 mila addetti nella ricerca, di cui quasi 8 mila ricercatori. Questi operavano in 114 laboratori aziendali, 7 centri specializzati (con 9 distaccamenti locali) e 9 consorzi “Città-ricerca” attivi in 16 regioni italiane. L’IRI aveva sviluppato un’infrastruttura nazionale di ricerca pubblica, aperta e coordinata dai piani quadriennali di gruppo per la R&S. Le successive privatizzazioni e lo smantellamento dell’ente pubblico gettarono in mare uno strumento per le politiche dell’innovazione unico nel nostro Paese. I principali centri di ricerca sono stati chiusi o fortemente ridimensionati, con il risultato che nel 2007 la spesa in R&S delle imprese italiane era inferiore a quella del 1991 (scesa dallo 0,64% allo 0,59% del PIL).
Dove si trova oggi in Italia lo Stato innovatore che in molti Paesi rimane centrale per la scoperta e la diffusione delle tecnologie? Forse sarebbe meglio chiedersi “se” vi si trova. Non c’è quella rete di agenzie pubbliche del governo federale USA che Mariana Mazzucato ha individuato come cruciali nell’emergere delle tecnologie dei semiconduttori, di internet, delle energie rinnovabili. Non esiste un sistema di ricerca applicata come quello tedesco degli Istituti Fraunhofer, centri pubblici per il trasferimento tecnologico in cui le imprese si scambiano conoscenza. Manca una tradizione dirigista-pianificatrice come quella che permane in Francia e che le permette di adottare decisioni coordinate con gli attori privati su settori e tecnologie strategici. È poi venuto meno uno Stato che realizza politiche nazionali di innovazione e ricerca attraverso società a controllo statale, come avviene ancora oggi nel caso delle imprese di Stato cinesi, ma in parte anche in Paesi come Svezia e Finlandia (con Vattenfall, LKAB e SSAB) per quanto riguarda la decarbonizzazione dell’industria siderurgica e in Danimarca rispetto allo sviluppo di un ecosistema industriale e infrastrutturale attorno all’industria eolica (orchestrato da Ørsted).

Le nostre attuali imprese a partecipazione statale pesano ancora molto per quanto riguarda la R&S nazionale, circa il 18% del totale delle imprese (stima sul 2018). Queste detengono tecnologie di notevole importanza per il sistema di innovazione nazionale. Leonardo è fra i pochi soggetti nazionali che ha investito nell’intelligenza artificiale, Eni possiede il più potente calcolatore industriale non governativo al mondo (l’HPC5) e sta investendo nella fusione nucleare, Enel detiene una tecnologia unica (celle fotovoltaiche a eterogiunzione) per il suo impianto di pannelli solari a Catania, Ansaldo Energia e Snam stanno investendo negli elettrolizzatori, Fincantieri nelle navi a idrogeno, Invitalia con DRI d’Italia nel preridotto per la siderurgia, Industria Italiana Autobus ha sviluppato l’unico autobus elettrico interamente italiano.

Ma come su altri aspetti, anche per quanto riguarda l’innovazione e la ricerca, ciascuna impresa gioca la sua partita. Non vi è una coordinazione o una messa a sistema delle attività di ricerca fra le imprese pubbliche. Ma nemmeno tra queste e la ricerca delle imprese private e delle strutture pubbliche (Università e altri enti pubblici di ricerca).

Non è un caso se fra le principali 1000 società europee per spesa in R&S, l’Italia ne conti solo 50 (incluse quelle con sede legale all’estero). Si tratta del 5% del totale, rispetto al 12% del peso del PIL italiano nell’Ue. Senza considerare le 285 della Germania, la Francia ne ha 149, la Svezia addirittura 152. Solo 9 società italiane investono più di 500 milioni di euro l’anno in R&S (fra cui Stellantis, che però ha in Italia solo una parte marginale delle attività di ricerca). Va notato come almeno 8 fra le prime 15 italiane siano (o siano state) imprese a partecipazione statale.
La lezione IRI ci ricorda l’importanza di una politica nazionale dell’innovazione e della ricerca, in cui le grandi imprese pubbliche giocano un ruolo essenziale. Un eventuale ente pubblico di coordinamento delle partecipate potrebbe facilitare i flussi di conoscenza fra le imprese e promuovere progetti di ricerca comuni. Ancora meglio, potrebbe propiziare la creazione di centri di ricerca applicata per il trasferimento tecnologico, particolarmente strategici per una struttura produttiva nazionale caratterizzata da piccole e medie imprese prive di risorse da investire in ricerca e innovazione. Sarebbe la dimostrazione, anche in un Paese imbevuto di retorica anti-statalista, che lo Stato innovatore può lavorare con e per il settore delle imprese, non contro di esso, ma solo se motivato da fini di interesse pubblico generale.

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13/06/2023

Un paese in declino, grazie a Confindustria e ai suoi servi

Ho visto la prima pagina de ilSole24Ore di ieri. Titolo: allarme competitività, produttività e innovazione giù.

Premetto che a me sta bene tutto, purché sia produzione. Ma mi dite che innovazione possono avere settori portanti dell’industria italiana quali arredo, alimentare, tessile, abbigliamento, calzature ecc?

Sono settori che occupano una parte non indifferente degli occupati industriali. In questi settori puoi fare solo innovazione di processo, non di prodotti, perché i prodotti sono quelli, peraltro richiesti dal mercato mondiale.

E per fare innovazione di processo devi mettere soldi sulla struttura dell'azienda, fare cioè investimenti. Che i padroni non fanno da 50 anni, basando tutto su salari bassi. E dunque diminuendo, tramite consumi inferiori, la domanda interna.

Puoi fare innovazione digitale, di macchinari, ma sul prodotto puoi fare ben poco.

Questi sono settori – a parte la mancata meccanizzazione dell’agricoltura – dove i proprietari hanno immensi patrimoni personali ma basano tutto sull’apporto pubblico, di vari enti, da centrali a periferici, per fare qualche investimento. Poi magari, come successo negli ultimi 40 anni, delocalizzi, ma poi ritorni perché nel frattempo i salari dei paesi dove sei andato sono cresciuti ai livelli nostri.

Ecco, basano tutto su bassi salari. Non abbiamo quasi più industria automobilistica, siderurgica, chimica, qualcosa di elettronica, ma per il resto subfornitura, con l’eccezione della meccanica strumentale.

Mi dite voi quale innovazione ci può essere? Si beano che stiamo arrivando a circa il 50% dei prodotti manifatturieri esportati all’estero, non capendo che è una tragedia, alla fine, perché se gli altri paesi si fermano, come la Germania, tu coli a picco.

Marcello de Cecco lo scrisse negli anni Novanta: le produzioni italiane di questi settori dovevano andare nei paesi emergenti, non da noi, noi dovevamo tenerci l’industria pubblica innovativa e all’avanguardia. Cassandra inascoltata.

Evidentemente presso molti italiani, come vedo, c’è il mito del Made in Italy. Evidentemente bestemmio. Ma mi chiedo: è possibile che i colossi del lusso francese nel 2023 – ripeto: 2023 – scelgano il nostro Paese, magari trasferendosi dall’Asia per la produzione di pelletteria, calzature e abbigliamento?

C’è qualcosa che non va in tutto ciò. Per vari motivi: i guadagni sono tutti delle multinazionali e dei loro proprietari come Arnault. Evidentemente in Toscana, dopo secoli, si sta assistendo alla fine della produzione artigianale di eccellenza per mettere questi lavoratori in complessi industriali, cosa ben analizzata da Marx nell’Ottocento a proposito del tessile.

È un bene? Io non credo. Poi, se si spostano dall’Asia in Italia è per i salari, ormai, al netto del costo della vita, i nostri sono più bassi dei loro e in più c’è la vicinanza e le capacità delle maestranze. Poi non lamentiamoci dei bassi salari, perché è questo modello produttivo che li porta.

Se ci fossero più aerospaziale, chimica fine, siderurgia, produzione automobilistica, elettronica, telecomunicazioni, farmaceutica che, a differenza di adesso, non sarebbe contoterzista ma attrice primaria nel mercato mondiale, non avremmo bassi salari, perché sono modelli basati ad alta intensità di ricerca e produttività.

Li abbiamo abituati troppo bene, questi presunti padroni in nome del Made in Italy. Una volta erano produzione di nicchia, ora primeggiano perché per il resto c’è il deserto.

Per quanto riguarda lo stesso turismo, è ad alta intensità di lavoro e bassa produttività, dove a guadagnarci sono pochi e anche questo modello si basa su bassi salari. Anche la Grecia ha il turismo, ma sfido qualcuno ad affermare che industrialmente sia un paese evoluto.

Confindustria, sin dal dopoguerra, voleva la fine dell’industria pubblica perché “concorreva” dando salari dignitosi rispetto ai loro. Ci sono voluti Carli, Ciampi, Draghi, Amato, Prodi e D’Alema per accontentarli.

Ed è stata la nostra fine.

Siamo in declino da decenni, quest’anno forse cresciamo dell’1,2%, ma che ce ne facciamo con un debito pubblico spaventoso, con servizi scadenti, con consumi a picco, con produttività totale dei fattori produttivi a zero da decenni?

E non si fa niente pur avendo una posizione finanziaria netta estera positiva per 105 miliardi, perché dobbiamo obbedire a Usa, Ue e Nato.

Ieri lo avevo scritto in un post, pubblicato da L’Antidiplomatico e da Contropiano. Solo adesso mi accorgo che l’editorialista Paolo Bricco de ilSole24Ore, l’unico che leggo di quel giornale, ha dedicato un pezzo ieri dal titolo “L’Italia non può vivere solo di turismo“.

Traccia un quadro allarmante dell’industria italiana, anche quella della meccanica strumentale, un tempo il nostro vanto, che ora è incapace di intercettare la domanda internazionale, a differenza di prima.

Ieri scrivevo che senza cognizione di causa nell’economia, dai vertici dello Stato ai quadri ministeriali, un Paese non può andare avanti. Ecco, lo scrive lo stesso Bricco in un passo che cito: “Quando si vuol fare qualcosa non si scorge una tecnocrazia pubblica di valore. Senza arrivare ad Alberto Beneduce e a Oscar Sinigaglia o a Fabiano Fabiani e Franco Reviglio“. Gente colta, capace, consapevole.

Oggi ho letto un post che diceva il giusto: “un paese senza acciaio cessa di esistere“. Per quanto riguarda la burocrazia di valore, essa ha a che fare con due fattori storici della Seconda Repubblica: le “riforme Bassanini”, che hanno distrutto la capacità di analisi e di azione del corpo burocratico, mettendo spesso gente poco colta; ma soprattutto la campagna d’odio di Brunetta nel 2009 quando disse che i pubblici erano tutti fannulloni.

Ecco, un paese è forte quando ha una burocrazia pubblica colta, di valore, tutelata, ben retribuita e al servizio del paese e non di cordate partitocratiche o di gruppi di interessi privati, o commistioni dei due campi.

Ecco, hanno distrutto lo Stato. E ne paghiamo tutti le conseguenze.

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08/12/2022

Lo Stato produttore di ultima istanza. Di nuovo...

Più dell’onor potè il digiuno... Estromesso con ludibrio oltre 30 anni fa dalla sfera produttiva, ora si torna ad invocare il ruolo dello Stato come produttore, ossia proprietario e gestore diretto di imprese industriali. A partire da quelle considerate per varie ragioni “strategiche”.

La svolta non è ancora avvenuta sul piano ideologico e “narrativo”. Nei talk show e negli articoli da quattro soldi prevalgono ancora i ripetitori impazziti di luoghi comuni neoliberisti, che urlano “sono le imprese a creare lavoro!”, “basta mettere soldi pubblici in imprese che il privato sa gestire meglio”, e falsi clamorosi dello stesso tipo.

Parlando per esempio di Alitalia – o della sua lontana erede, Ita – è di fatto proibito ricordare che era stata privatizzata nel 2008, al termine di una lunga stagione di gestioni scientemente fallimentari, che dovevano ridurne valore e peso internazionale in modo da favorire il suo assorbimento da parte di Air France (per un accordo risalente all’indomani degli accordi di Maastricht).

Quella privatizzazione fallì in pochi mesi, nonostante il dimezzamento degli stipendi e migliaia di licenziamenti, per l’incapacità totale dei “capitani coraggiosi” scovati da Berlusconi (Colaninno, Marcegaglia e altri psudo-campioni dell’imprenditoria nazionale).

Ma i successori arabi di Etihad, che pure non mancavano di soldi e competenza nel settore aereo (oltre che di salari ulteriormente dimezzati e altre migliaia di licenziamenti), non fecero meglio, fino a trascinarci alla situazione attuale.

Ossia con un paese ad alta attrazione turistica (anche per scelte miopi da mentecatti che hanno paura dello “sviluppo economico”), decine di aeroporti ricchi di traffico e nessun vettore nazionale in grado di raccogliere tanto “ben di dio”.

Il problema è però più generale e sistemico. Si è rotta la “globalizzazione” e dunque lo schema che sembrava vincente – privatizzare tutto e accogliere con politiche fiscali di estremo favore qualsiasi capitale internazionale, sia pur piratesco – da qualche tempo non funziona più (e in Italia ha sempre funzionato pochissimo).

La frammentazione del mondo – da unipolare a multipolare – il proliferare di “sanzioni”, alleanze, nemici reali o putativi, ecc., costringe a guardare il passaporto di chiunque si presenti per “intraprendere” qui da noi, e magari cacciare qualcuno cui avevamo venduto un pezzo decisivo del patrimonio industriale un tempo pubblico (è il caso della raffineria di Priolo, ex Agip, ora in mano ai “maledetti” russi di Lukoil).

Con il capitalismo italiano affetto più di sempre dalla sindrome del “braccino corto” – nessuna voglia di investire e rischiare, preferenza per i monopoli pubblici privatizzati, vedi Autostrade... – certe imprese hanno ormai dimensioni inaccessibili per i “prenditori” privati con passaporto nazionale.

E quindi, tra tensioni di guerra e seri rischi di restare a secco di prodotti indispensabili (dall’energia all’acciaio, ma la lista è lunghissima), è inevitabile che lo Stato sia riproposto, in condizioni di emergenza, come “produttore di ultima istanza”.

Non è un caso. Anche la Bce era stata costruita – persino statutariamente! – per non svolgere più la funzione strategica classica di una banca centrale (il “prestatore di ultima istanza”), nella stolida convinzione ideologica (o servile) che dovesse essere “il mercato” a decidere della vita e della morte sul debito pubblico emesso dagli Stati.

Poi venne la grande crisi finanziaria del 2008, il “socialismo per ricchi” degli Stati che furono obbligati a dissanguarsi (indebitarsi, tagliando altre spese future) per salvare gli speculatori della finanza, che ovviamente hanno usato quelle risorse per speculare immediatamente contro i propri “salvatori”...

Fin quando non toccò al principe del capitale finanziario internazionale, l’ex vicepresidente di Goldman Sachs issato prima al vertice di Banca d’Italia e poi della BCE (e di lì a Palazzo Chigi), pronunciare il famoso “whatever it takes” che restituiva – senza dirlo, ovvero senza cambiare in nulla la struttura della governance monetaria – alla banca centrale (un’istituzione pubblica, per quanto asservita agli interessi del capitale multinazionale) il ruolo di prestatore di ultima istanza.

Ora tocca anche alla produzione industriale. Ma attenzione! Questa spinta alla “nazionalizzazione” non ha nulla a che vedere con finalità sociali o di redistribuzione della ricchezza (che ovviamente deve essere prima, e da qualcuno, prodotta...).

Somiglia molto di più, e maledettamente da vicino, al keynesismo di guerra che quasi un secolo fa spinse nazismo tedesco e fascismo italiota sulla via del “produrre per competere” e quindi all’esplosione bellica.

A voi, intanto, questo articolo apparso, un po’ a sorpresa, su il manifesto.

*****

Lo Stato produttore di ultima istanza

Il contesto economico globale resta molto incerto. La fiammata inflazionistica sembra stabilizzarsi, si registra un primo rallentamento dei prezzi alla produzione (effetto anche di una domanda debole), le banche centrali non danno ancora segnali di inversione delle politiche monetarie restrittive, anche se si scorgono le prime crepe.

Gli scenari di guerra e le tensioni internazionali non sembrano in via di soluzione, mentre scenari recessivi vengono ipotizzati per questo inverno.

Di certo l’inflazione sta erodendo il potere d’acquisto delle classi popolari e medie, riducendo i debiti e favorendo i profitti. In questo orizzonte difficile emergano attori in grado di adottare politiche strutturali di respiro globale. I principali paesi del mondo si affidano a una logica autocentrata, difensiva. In tale ripiegamento si afferma un ritorno più incisivo dello Stato.

Più incisivo in quanto di una sua ritirata non si sarebbe potuto parlare neppure nella cosiddetta epoca neoliberista. Quando era protagonista nell’attivare e sostenere un modello definito in modo emblematico «keynesismo privatizzato».

Oggi il suo ruolo non può limitarsi a favorire unicamente logiche finanziarie, in quanto emerge l’urgenza di tornare a lubrificare direttamente la sfera produttiva.

Le ragioni sono molteplici. Dal ritorno della geopolitica, con il suo portato di spese militari e produzioni strategiche, fino a necessità più strettamente economiche e sociali. Non a caso tra i temi più scottanti sul tavolo del governo italiano ci sono proprio possibili interventi pubblici per soccorrere l’economia nazionale. Al netto di una certa confusione negli orientamenti politici e di spinte opposte o centrifughe il processo va in direzione di una qualche forma di ripubblicizzazione di alcuni gangli nevralgici.

Il primo è il ritorno dello Stato a ritmi accelerati nelle acciaierie. Il settore rappresenta un polmone per l’industria italiana a cui nessuno vuole rinunciare, ma al contempo i vari esperimenti di privatizzazione, da campioni nostrani (Ilva-Riva) fino ad arrivare alla grande multinazionale euro-indiana (AcelorMittal), hanno fallito.

Il secondo caso è il fascicolo Ita, ex compagnia di bandiera. Società che ha vissuto ripetuti passaggi di proprietà, anche in questo caso da cordate italiane a una Compagnia mediorientale, rimanendo in uno stato di crisi permanente tale da renderla in svendita continua.

Qua giocano fattori territoriali e nazionali, Milano o Roma, privata o pubblica. Certo che i grandi operatori europei (tedeschi e francesi in primis) ne abbasserebbero il rango, finendo per farle perdere il ruolo di compagnia di bandiera e indebolendo gli aeroporti italiani.

Per tale motivo il governo pare intenzionato a recuperare un ruolo da protagonista per le ferrovie italiane (Fs).

Infine c’è la raffineria di Priolo a Siracusa, un impianto che attualmente è in mano a una società russa, Lukoil, e che rischia la chiusura in relazione alla decisione europea di embargo ai prodotti russi. L’impianto garantisce il 20% della capacità di raffinazione per l’Italia.

Anche questo polo industriale assume un valore centrale per l’economia nazionale in tempi di crisi energetica. La soluzione che va prendendo campo è quella di un intervento pubblico per rilevare il 100% della proprietà, sulla falsariga di quanto accaduto in Germania con un’azienda riconducibile a Gazprom.

A ciò si può aggiungere il fatto che, in considerazione delle difficoltà registrate, il ritiro dello Stato da Monte dei Paschi dirada le sue tempistiche, lasciando in mano pubblica il quarto gruppo bancario italiano.

Da una parte il Governo rilancia il suo profilo liberista (non disturbiamo chi produce) dall’altra deve necessariamente intervenire proprio nelle attività produttive.

Il paese si avvia a recuperare una funzione statuale in economia come non si vedeva da tempo. Una tendenza che va affermandosi anche a livello internazionale. Qualcosa vorrà pur dire.

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26/10/2022

Cina - Brutte notizie per l’Occidente

È finita. La Cina non ne vuole più sapere. Andassero via dalle borse i capitali occidentali, crollasse l’indice azionario delle società cinesi quotate a Wall Street, parlassero della bolla immobiliare, gridassero “al lupo, al lupo” sull’autoritarismo rinnovato di Xi.

La Cina non segue il modello occidentale della carta finanziaria, l’asset inflation.

Era già deciso nel 2013, ma non vollero capire, in attesa di eventi diversi. Che non sono avvenuti.

Non so se ci sia stato un tentativo di colpo di stato, non so se volessero mettere in minoranza Xi e lui li ha fatti fuori. Non so tutto questo. Vedo semplicemente il risultato, che conferma quanto scrissi nel 2014.

Xi vuole imprese pubbliche floride, imprese private che stiano al loro posto, altrimenti, come con Alibaba, Baidu e Tencent sarà battaglia, una “terza gamba” tutta da costruire fatta di Pmi e artigiani.

In un contesto di produttività totale dei fattori produttivi che consenta un ulteriore balzo salariale ai fini interni. Si è fatto qualcosa in questi 5 anni in termini di salario sociale globale di classe, ma i cinesi, tutti, si aspettano una Riforma Sanitaria in senso universale.

Qualora Xi la facesse, i prossimi 5 anni saranno garantiti in termini di crescita, con beneficio dell’85% del mondo (fuori dell’Occidente euro-atlantico), visto che il mondo occidentale scappa e provoca.

E dunque addio capitali occidentali, trovatevi altri lidi, qui non fa per voi.

A dimostrazione immediata di quanto detto:

Le SOE centrali cinesi registrano ricavi stabili e crescita degli utili in gennaio-settembre.

PECHINO, 25 ottobre (Xinhua) – Le imprese statali (SOE) ad amministrazione centrale cinese hanno registrato una crescita costante delle entrate e dei profitti nei primi nove mesi di quest’anno, ha affermato martedì il principale regolatore dei beni statali del paese.

Le SOE centrali hanno incassato 29 trilioni di yuan (circa 4,05 trilioni di dollari USA) nel periodo gennaio-settembre. Periodo, in crescita del 10,9 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, ha affermato la Commissione statale per la supervisione e l’amministrazione dei beni dello Stato del Consiglio di Stato.

I profitti totali delle SOE centrali hanno raggiunto 2,1 trilioni di yuan durante il periodo, con un aumento del 5,7% su base annua.

Il margine di profitto operativo delle SOE centrali è stato del 7,2% nei primi nove mesi, rimanendo a un livello relativamente alto, secondo la commissione.

Durante i primi tre trimestri, gli investimenti in ricerca e sviluppo (R&S) delle SOE centrali sono aumentati del 17,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.

I dati di martedì hanno anche mostrato che la solvibilità complessiva delle SOE centrali è rimasta stabile. Alla fine di settembre, il rapporto debito/attivo medio delle società di capitali centrali si attestava al 64,8 per cento, in calo di 0,2 punti percentuali rispetto alla fine di agosto.

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25/10/2022

Le borse “sentono” la svolta cinese

Finalmente, dopo il Congresso del Pcc, sono usciti i dati del Pil cinese del terzo trimestre, rimandati – chissà perché, forse per non turbare i lavori del Congresso – di 10 giorni.

Il Pil trimestrale ha battuto le attese, 3,9% (era dato al 3,6%), la produzione industriale, anch’essa, ha battuto le attese (6,3 contro 4,6), le esportazioni hanno battuto le attese (5,7 contro 4,1).

Anche il surplus commerciale ha superato le previsioni e si attesta a 84 miliardi di dollari.

Le note dolenti riguardano semmai le importazioni, cresciute appena dello 0,3%, sotto le stime, e il tasso di disoccupazione, cresciuto dal 5,2 al 5,5%; mentre le vendite al dettaglio sono salite appena del 2,5% contro stime del 3,3%.

È evidente che la politica “zero covid” incide sul tasso di disoccupazione e sulle vendite al dettaglio, così come sull’import, e potrebbe creare tensioni sociali. Quasi un paradosso, visto che quella politica ha ridotto al minimo mondiale le perdite umane per la pandemia.

Non sono in vista al momento altri provvedimenti economici, visto che l’intero sistema cinese era completamente focalizzato sul Congresso e sulla resa dei conti.

Perché il nuovo assetto prefigura il nuovo tipo di rapporto tra strategia del Pcc e logiche dei mercati.

La Borsa di Shanghai ha perso lo 0,89% (francamente mi aspettavo di più) mentre il cambio yuan-dollaro è continuato a scendere. Segno che una parte dei capitali preferisce allontanarsi dalla Cina in questo momento.

La Borsa di Hong Kong ha perso quasi il 7%. La tendenza è del resto questa, da un anno a questa parte.

Ma se si vede la performance delle varie società si nota che i colossi pubblici perdono molto meno delle aziende high tech private. La prime, Bank of China, Cnooc, Sinomedical inc, ecc. perdono nell’ordine dell’1,5 - 2%. Molto meno della media delle multinazionali occidentali sui mercati statunitensi ed europei.

Le seconde – Alibaba, Tencent, Baidu, ecc. – sono invece sotto attacco da un anno e mezzo da parte del governo cinese, e perdono nell’ordine del 15-18%.

Ripeto, la tendenza è di medio periodo, ma si capisce bene chi sono i perdenti e i vincitori della resa dei conti cinese. È come se il capitalismo di stato iniziasse ad intravedere chance maggiori nei prossimi anni rispetto ai colossi privati, specie se innovativi e legati al mercato occidentale.

La svolta di Xi del 2013, tesa a preservare i colossi pubblici dalla privatizzazione accettando solo collocamenti parziali di quote di minoranza, segno (come scrivo nel libro Piano contro mercato), di controtendenza alla caduta del saggio di profitto, trova rispondenza nella borsa di Hong Kong di oggi.

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11/09/2022

Interrogarsi sulla natura del sistema politico-economico cinese

Rémy Herrera, economista e ricercatore al Centro di Economia della Sorbona (CNRS), e Zhiming Long, economista e professore all’Università Tshinghua di Pechino, sono autori di un testo molto interessante sul socialismo con caratteristiche cinesi: “La Cina è capitalista?”.

Questo libro, pubblicato in Italia da Marx21, affronta questioni contemporanee cruciali, tra cui la rinascita della Cina come una delle principali potenze del sistema internazionale, le cause di questa rinascita e dove essa si sta dirigendo. È un libro olistico e una lettura consigliata a chiunque sia interessato a questi temi. La principale questione sollevata dagli autori, che mette in discussione le teorie prevalenti in questo ambito, è che, nel contesto della crescita economica cinese, non va trascurato il ruolo della Cina maoista nel periodo 1949-1978. Gli autori sono innovativi nel modo in cui rompono con le correnti dominanti e nelle informazioni che aggiungono, avendo creato serie temporali di grafici per sostenere le proprie tesi.

Va ricordato che per quanto riguarda i dati statistici sulla Cina popolare non c’è nessun consenso o dato ufficiale sul periodo storico analizzato.

Il lavoro si articola in tre capitoli: in un primo capitolo, intitolato “Caratteristiche generali, elementi storici e confronti internazionali”, gli autori intendono familiarizzare i lettori con alcuni dati, informazioni e contestualizzazioni riguardanti la Cina contemporanea. In quanto tali, menzionano il fatto che la Cina è un paese geograficamente esteso, che ospita la più grande popolazione del mondo.

Rémy Herrera e Zhiming Long effettuano diversi confronti per presentare in profondità le caratteristiche principali di questo paese, riferendosi anche alla quantità e diversità delle risorse naturali di cui dispone la Repubblica Popolare Cinese, alle disparità tra le regioni interne e costiere e molti altri dati al fine di caratterizzarlo geograficamente.

Inoltre, gli autori contestualizzano questo Paese storicamente, in modo succinto e cogliendo i principali eventi che hanno spinto la Cina a realizzare una trasformazione economica senza precedenti nella storia dell'umanità. Trovano due ragioni essenziali per cui il popolo cinese si è sentito obbligato a portare avanti questo cambiamento: primo, il radicato sentimento di umiliazione nazionale, evidente nel XIX secolo e nelle guerre dell'oppio; secondo, lo scoppio della rivoluzione bolscevica del 1917 e la successiva penetrazione del marxismo-leninismo in Cina. Nel 1949 i comunisti vincono la guerra civile che, per gli autori, è la tappa fondamentale che permetterà a questo Paese di iniziare il suo percorso di sviluppo economico. Da quella data in poi la Repubblica Popolare Cinese è cambiata drasticamente. Sono stati elaborati i primi piani quinquennali, è avvenuto l'accentramento del potere nelle mani dello Stato-partito che ha prodotto un aumento della burocratizzazione. Si ricorda inoltre che il percorso inizialmente tracciato da Mao Zedong fu parzialmente interrotto con l'ascesa al potere di Deng Xiaoping. I segni di esaurimento per quanto riguarda l'economia pianificata erano evidenti e molti dei problemi che esistevano prima del 1949 continuarono a sussistere dopo la Rivoluzione. È in questo contesto che Deng Xiaoping cambierà lo scenario, e nel libro si dice che da allora il socialismo in Cina è gravemente arretrato.

Infine, per concludere questo primo capitolo, gli autori ci introducono a quella che è la tesi principale del libro: l'attuale potere e dinamismo della Repubblica Popolare Cinese non sono semplicemente il risultato della sua apertura alla globalizzazione e alla sua integrazione nel sistema mondiale capitalista. Per corroborare questa proposta per il dibattito economico sulla Cina contemporanea, hanno utilizzato diversi grafici comparativi che consentono di comprendere il dinamismo dell'economia cinese dal 1949, riferendosi al periodo successivo alla Rivoluzione, nel contesto delle economie socialiste, superiore a quanto tradizionalmente indicato dagli scienziati economici. Riguardo alla questione agraria, gli autori riferiscono che questo paese era e continua ad essere uno dei pochi paesi che garantisce l'accesso alla terra alla maggioranza delle sue masse contadine e, quindi, nell'analizzare la Cina, bisogna porre i contadini al centro del proprio studio. Si fanno anche dei confronti per quanto riguarda l'aspettativa di vita media con diversi paesi, come l'India, gli Stati Uniti d'America e l'Europa, ed è percepibile l'enorme sforzo profuso dalla Repubblica Popolare Cinese in questa materia, avendo un'aspettativa di vita media nel periodo 1950-1955 di 40 anni che passa a 74 anni nel 2010-2015.

La seconda parte di questo libro si intitola “L'enigma della crescita economica cinese”. Rémy Herrera e Zhiming Long, in questo capitolo, cercano di demistificare alcuni luoghi comuni sulla crescita economica cinese.

Secondo gli autori si parla di enigma perché il fenomeno della crescita economica di questo Paese è frutto di seri dibattiti all'interno del mondo accademico, da destra a sinistra, ed è un argomento sul quale non c'è consenso. Una delle idee, però, maggiormente accreditate su questo tema, soprattutto in Occidente, è il fatto che lo sviluppo cinese ha preso forza alla fine degli anni '70 come conseguenza dell'apertura del Paese all'esterno. Tuttavia, per gli autori, l'evoluzione della Cina in materia economica è in gran parte dovuta ai risultati raggiunti durante il periodo maoista, prima degli anni '70 e dell'ingresso della Cina nel sistema economico internazionale. Accettando la visione occidentale, secondo gli autori, accettiamo implicitamente che l'economia cinese sarebbe stata stagnante durante il periodo maoista e che avrebbe iniziato il suo processo di decollo solo dopo il 1978. Gli autori menzionano anche che l'accettazione di tale tesi escluderebbe tre realtà fondamentali: in primo luogo, che la Repubblica Popolare Cinese ha una storia millenaria, quindi è falso il dibattito che vede l’emergere sullo scenario internazionale di questo paese solamente 40 anni fa; secondo, che quando la Repubblica Popolare Cinese iniziò a superare la soglia della crescita del 10% del PIL negli anni '80, le istituzioni e le strutture essenziali del socialismo esistevano ancora; terzo, che il PIL cinese durante il periodo di Mao Zedong stava generalmente crescendo a un ritmo vertiginoso. Gli autori riferiscono che tra il 1970 e il 1980 il PIL cinese ha raggiunto il +6,8%, ovvero più del doppio di quello degli Stati Uniti nello stesso periodo. Gli autori analizzano anche diversi dati dell'Istituto Nazionale di Statistica di questo Paese (nel periodo 1952-2015), che dimostrano, ancora una volta, il ritmo accelerato con cui l'economia cinese stava già crescendo durante l'era maoista.

Oltre alla crescita del PIL in quest'epoca, gli autori hanno creato serie temporali di stock di capitale fisico e hanno scoperto che i tassi medi di crescita dello stock di capitale erano molto simili nei sottoperiodi 1952–1978 e 1979–2015. È quindi ancora una volta chiaro che l'accumulazione di capitale fisico non è un fenomeno recente nella Repubblica Popolare Cinese. Un altro dato di cui dobbiamo tenere conto, secondo gli autori, per quanto riguarda l'ascesa di questo Paese, sono le spese per l'istruzione e la ricerca. Sono state inoltre create serie storiche lunghe (1949-2015), poiché i dati statistici esistenti non consentono la determinazione precisa di queste problematiche. Pertanto, si ricorda che nel periodo 1949-1978 lo stock totale di risorse educative era del 4,19%, mentre nel periodo 1979-2015 era del 4,22%. Si può osservare, quindi, che questi valori sono molto vicini in questi due sottoperiodi, e che i primi sforzi in questo campo, che miravano alla massificazione dell'istruzione, sono stati determinanti per raggiungere i livelli di scolarizzazione presenti nella popolazione cinese oggi. Inoltre, per quanto riguarda le spese per ricerca e sviluppo, sebbene la Cina abbia integrato il sistema contabile internazionale per le attività di R&S solo nel 1986, ciò non significa che questo paese non le abbia fatte prima di tale data. Pertanto, in considerazione dei vincoli della mancanza di dati statistici, Rémy Herrera e Zhiming Long hanno ricompilato serie storiche originali e selezionato diverse masse di bilancio, provenienti da istituzioni pubbliche ed enti economici privati.

Secondo i calcoli degli autori, i tassi di crescita delle spese di R&S sono di circa il 14,5% nel periodo 1949–2015, con un ritmo medio di queste spese più elevato nel sottoperiodo 1949–1978. Lo sforzo iniziale, per costruire una base tecnologica, ha permesso alla Repubblica Popolare Cinese di diventare leader in diversi settori nell'ambito della quarta rivoluzione industriale nel mondo di oggi. Gli autori, in questo capitolo, individuano anche alcuni periodi di crisi dell'economia cinese. Molti di questi periodi sono giustificati da shock esterni, come l'anno 1962, quando l'economia cinese ha subito un calo del -9,2%, associato alle conseguenze della rottura dei rapporti con l'URSS, o la crisi dei mutui subprime (2007 - 2008).

L'ultimo capitolo del libro è intitolato “Sulla natura del sistema politico-economico cinese”. In primo luogo, gli autori contestualizzano l'opinione di alcuni marxisti su questo sistema. Alcuni lo chiamano neoliberismo con caratteristiche cinesi, altri affermano che le élite cinesi usano il mercato come strumento di governo. Tuttavia, con ampio consenso, diversi autori riferiscono che il sistema cinese rientra nella categoria del capitalismo di Stato.

Tuttavia, per Rémy Herrera e Zhiming Long, il sistema politico-economico cinese è un “socialismo di mercato”, e gli autori individuano 10 pilastri essenziali a sostegno di questa teoria: la persistenza di una pianificazione potente e modernizzata; una forma di democrazia politica; l'esistenza di servizi pubblici molto estesi; la proprietà della terra e delle risorse naturali che rimangono di dominio pubblico; forme diversificate di proprietà; una politica generale per aumentare le retribuzioni del lavoro; la dichiarata volontà di ricercare la giustizia sociale; una priorità data alla conservazione dell'ambiente; una concezione delle relazioni economiche tra Stati basata sul principio del vantaggio reciproco (win-win) e delle relazioni politiche tra Stati basate sul perseguimento sistematico della pace. Per avvalorare questi punti, gli autori li analizzano in modo più approfondito, come il ruolo delle aziende pubbliche nell'economia, enumerando alcuni aspetti positivi come il fatto che possono distribuire di più ai propri dipendenti o il fatto che le autorità hanno la possibilità di includerle più facilmente in progetti collettivi. A differenza delle società occidentali, quotate in borsa e orientate alla massimizzazione della distribuzione di dividendi ai loro proprietari privati, la maggior parte delle società pubbliche cinesi sono redditizie perché stimolano il resto dell'economia, ad esempio generando economie di scala che riducono i costi a tutti i livelli e che forniscono input a buon mercato garantendo condizioni di produzione competitive alle PMI cinesi, e sono orientate da interessi strategici superiori. Questo punto serve per smentire una bufala clamorosa, ovvero, quella secondo cui il successo delle esportazioni cinesi sarebbe trainato dal costo molto basso della manodopera locale. In realtà questi costi incidono su una percentuale molto piccola del totale dei prezzi dei prodotti cinesi esportati. I due studioso parlano di una media del 10%. Questi salari, indubbiamente bassi rispetto alla manodopera dei paesi capitalisticamente maturi, non compensano i costi per il trasporto verso i Paesi importatori. La vera carta vincente sono i minori costi dei fattori produttivi forniti dalle grandi imprese statali al resto dell'economia a prezzi bassi perché fissati amministrativamente o comunque sono fortemente controllati dallo Stato, come nel caso dei carburanti. Infine, all'interno di queste imprese statali è consentita la partecipazione, seppur limitata, dei dipendenti alla gestione attraverso il Consiglio di Vigilanza e il Congresso dei Lavoratori.

Inoltre, questo capitolo mette in evidenza anche un altro aspetto importante: il ruolo dei servizi pubblici estesi e della pianificazione economica. La stragrande maggioranza dei servizi sociali è nelle mani dello Stato cinese, in particolare beni considerati strategici come energia e infrastrutture. Anche la pianificazione, che, sebbene sia cambiata negli anni, è ancora molto pervasiva nella società cinese e nel sistema politico cinese, gioca un ruolo essenziale. Gli obiettivi sono stabiliti in anticipo e, successivamente, la loro materializzazione e attuazione vengono discusse. Questa realtà è per lo più controllata dal Partito Comunista Cinese, che fa queste scelte per conto dei cittadini cinesi, sebbene si applichi il principio della consultazione.

Per concludere si fa menzione del controllo del sistema bancario e dei mercati finanziari da parte dello Stato cinese. Gli autori sostengono che questi settori dovrebbero continuare ad essere contraddistinti, in futuro, da un carattere statale e pubblico. Rémy Herrera e Zhiming Long concludono il loro lavoro affermando che il regime del “socialismo di mercato” ha permesso alla Cina di riemergere nel sistema internazionale e che il periodo maoista è stato fondamentale per lo sviluppo economico della Cina. Per gli autori, la Cina è un paese non capitalista, ma con la presenza di capitalisti.

Fonte

20/10/2021

La Cina è a un punto di svolta?

di Michael Roberts[1]

Questa settimana si sono aggravati i problemi del debito che affliggono il mercato immobiliare cinese dopo il default di un’altra agenzia immobiliare causato dalle sue obbligazioni e dopo che Evergrande, il gruppo immobiliare più fortemente indebitato al mondo[2], ha protratto per un secondo giorno la sospensione delle sue azioni senza dare spiegazioni. Fantasia Holdings, un’agenzia di medie dimensioni, che solo poche settimane fa ha rassicurato gli investitori di non avere "problemi di liquidità", ha dichiarato in una presentazione effettuata in Borsa che lunedì "non ha effettuato il pagamento" di un'obbligazione da 206 milioni di $ in scadenza quel giorno, innescando un default formale. L'insolvenza si aggiunge ai timori che la crisi di Evergrande possa diffondersi includendo un numero elevato di agenzie immobiliari cinesi, che rappresentano gran parte del mercato obbligazionario asiatico ad alto rendimento.

Il 23 settembre Evergrande non ha pagato degli interessi su un'obbligazione off-shore, innescando una proroga di 30 giorni prima di un default formale, e non ha ancora fatto alcun annuncio in merito. Ma anche prima che la crisi del debito del China Evergrande Group mandasse in tilt il settore immobiliare del paese, le società immobiliari cinesi erano impegnate nel tentativo di guadagnare abbastanza per pagare gli interessi sul loro debito. Alla fine di giugno, secondo i calcoli di Reuters basati sui dati Refinitiv, la quota aggregata di copertura degli interessi dei 21 grandi gruppi immobiliari cinesi quotati a Hong Kong è sceso a 0,94, il peggior risultato da almeno un decennio[3].

Quota di copertura degli interessi dei gruppi immobiliari cinesi quotati a Hong Kong

In altre parole, il settore immobiliare privato cinese è ora composto da società "zombie" proprio come il 15-20% delle società nelle principali economie capitaliste[4]. La domanda ora è se le autorità cinesi consentiranno a queste aziende di fallire. All'inizio di quest'anno le azioni di Huarong, il più grande gestore di crediti inesigibili della Cina, sono state sospese per mesi dopo che la società ha ritardato i suoi rapporti finanziari prima di svelare finalmente una perdita record ad agosto. I ritardi hanno acceso un dibattito sulla misura in cui Pechino interverrà per aiutare le aziende in difficoltà.

Il settore immobiliare subisce pressioni da Pechino per ridurre la leva finanziaria dopo decenni di espansione guidata dal debito che ha contribuito ad alimentare la rapida crescita economica del paese. Le autorità finanziarie del governo hanno fissato tre "punti fermi" che le società finanziarie e immobiliari non possono superare. Nel 2020, la People's Bank of China e il Ministero dell’edilizia abitativa hanno annunciato di aver redatto nuove regole per il finanziamento destinato alle società immobiliari. I gruppi immobiliari che intendono rifinanziarsi vengono valutati rispetto a tre soglie:
1. un tetto del 70% delle passività sugli asset, esclusi gli anticipi su progettati contratti di vendita ;
2. un massimale del 100% sull'indebitamento netto del patrimonio netto;
3. un rapporto tra liquidità e indebitamento a breve termine pari ad almeno uno.
Le agenzie verranno classificate in base a quante soglie saranno violate e di conseguenza verrà limitato l’aumento del loro debito. Attualmente sono molte le grandi società immobiliari che si trovano in quella situazione.

Il governo si trova di fronte a un dilemma. Se consente ad Evergrande e ad altre società immobiliari di fallire, allora potrebbero non essere costruite milioni di case per le famiglie e le perdite subite dai finanziatori e dagli investitori in queste società potrebbero avere un effetto a cascata su tutta l'economia. D'altra parte, se le autorità dovessero salvare le società, allora la speculazione potrebbe continuare poiché il settore immobiliare potrebbe pensare di avere il sostegno del governo per tutti i propri progetti speculativi essendo "troppo grandi per fallire" – questo è il cosiddetto "rischio morale"[5]; lo stesso dilemma che hanno dovuto affrontare le autorità statunitensi nel 2008, quando i mercati immobiliari andavano a gonfie vele e gli istituti di credito ipotecario e le banche andarono a rotoli.

Molto probabilmente, il governo farà una cosa intermedia. Garantirà che le case promesse a 1,8 milioni di cinesi da agenzie del calibro di Evergrande saranno costruite rilevando i progetti; già le autorità locali si sono mosse per rilevare i progetti di Evergrande a livello locale. Allo stesso tempo, il governo centrale e la Banca Popolare Cinese consentiranno ad Evergrande di spostare il default sugli investitori e i detentori delle obbligazioni (in una certa misura). Se queste perdite si ripercuotono sul settore finanziario, il governo cinese avrà molto da fare per assorbire il colpo, come ha fatto in passato. Ad esempio, il debito di Evergrande pari a 300 miliardi di $ dovrebbe essere messo a confronto con il credito totale in essere della Cina pari a 50 trilioni di $, una cifra non molto grande. Inoltre, se il conto finale dovesse ricadere sullo stato e sulle banche statali, le riserve potrebbero digerire facilmente le perdite.

Il vero problema è che negli ultimi dieci anni (e anche prima) i leader cinesi hanno permesso una massiccia espansione degli investimenti improduttivi e speculativi da parte del settore capitalistico dell'economia. Nel tentativo di costruire abbastanza case e infrastrutture per la popolazione urbana in forte aumento, il governo centrale e quelli locali hanno lasciato il lavoro ai gruppi privati. Invece di costruire case in affitto, hanno optato per la soluzione del "libero mercato" dei gruppi privati che costruiscono per la vendita. In Cina, uno sviluppo simile a quello di Evergrande non era solo un capitalismo che faceva il suo mestiere, ma un capitalismo favorito dai funzionari governativi per i loro scopi. Pechino voleva case e i funzionari locali volevano guadagnarci, così i progetti di edilizia abitativa hanno contribuito a garantire entrambe le cose. Il risultato fu un aumento enorme dei prezzi delle case nelle principali città e una massiccia espansione del debito. In effetti, il settore immobiliare ha ormai raggiunto oltre il 20% del PIL cinese.

Questa crescita del settore immobiliare e di altre attività improduttive nella finanza e nei media di consumo ha caratterizzato il tasso di crescita annuale ufficiale della Cina. Poiché il settore produttivo dell'industria, della manifattura, delle comunicazioni hi-tech, ecc. cresceva più lentamente, le autorità si illudevano di poter affermare che erano stati raggiunti gli obiettivi di crescita del PIL reale del 6-8% annuo, ma ciò era dovuto sempre più al mercato immobiliare. Certo, le case devono essere costruite, ma come ha affermato tardivamente il presidente Xi, "le case servono per viverci, non per speculare”.

Il settore immobiliare della Cina in miliardi di Remimbi (prezzi 2010)

Non c'è modo di sottrarsi al fatto che verrà inferto un colpo immediato alla crescita a causa di Evergrande e dalle ripercussioni ad essa associate. La ripresa della Cina dalla crisi provocata dalla pandemia era già traballante, in parte a causa delle nuove epidemie della variante COVID che hanno causato mini blocchi, ma principalmente perché la crescita degli investimenti e del commercio è stata limitata dalla ripresa irregolare nelle principali economie capitaliste. Quindi la Cina sarà fortunata se raggiungerà un tasso del 2% per il resto di quest'anno.

Cina, previsioni del PIL reale, in percentuale

Ancora più preoccupante, anche se una spirale più caotica nel mercato immobiliare potrebbe essere evitata, la fine del modello immobiliare alimentato dal credito (o anche una sua riduzione) significherà una crescita inferiore. Questo è il problema. Gli "esperti occidentali della Cina" sono convinti o che la Cina stia per avere finalmente un'implosione finanziaria (qualcosa che si prevede quasi ogni anno negli ultimi 20 anni); o che l'economia entrerà in una fase di crescita bassa del 2-3% all'anno, di poco superiore alle economie capitaliste "mature".

Una delle ragioni che vengono avanzate è che la popolazione attiva sta diminuendo[6] (anzi, viene affermato che il tasso di fecondità della Cina sia ora inferiore a quello del Giappone) al punto che la popolazione si potrebbe dimezzare entro la fine del secolo. Un altro motivo molto diffuso tra gli esperti è che si sia esaurito il modello di crescita cinese guidato dagli investimenti e dalle esportazioni. Invece degli investimenti, la Cina dovrebbe ora fare affidamento sull'aumento dei consumi di massa, come negli Stati Uniti e nella maggior parte del G7, cosa che comporta una riduzione delle dimensioni dello stato attraverso le privatizzazioni ed aprire maggiormente l'economia ai "mercati di consumo". Inoltre, le esportazioni potrebbero non garantire più un grande contributo al tasso di crescita della Cina a causa delle barriere commerciali e tecnologiche erette dagli Stati Uniti e dai suoi alleati per isolare e frenare i progressi della Cina. Il governo cinese[7] ne è consapevole. Per questo la dirigenza di Xi parla di un modello di sviluppo a “doppia circolazione”[8], dove il commercio e gli investimenti all'estero si fondono con la produzione per il grande mercato interno.

Come ho sostenuto in un articolo precedente: “Dal 2009 gli investimenti lordi hanno superato in media il 47% del PIL; ma la crescita del PIL reale sta rallentando, quindi sta diminuendo il rendimento della produttività cinese sui nuovi investimenti (o la produttività dell'input di capitale). Già nel 2006, prima della crisi globale, occorrevano 2,9 unità di investimento per aumentare di 1 unità il PIL reale. Nel 2014, ce ne vogliono 6,6 unità, per cui la Cina, per sostenere una crescita del PIL reale del 7%, deve tornare al suo tasso medio della TFP [produttività totale dei fattori] di lungo termine di oltre il 2,5% all'anno”. Negli articoli precedenti[9] ho attaccato le argomentazioni degli esperti occidentali secondo cui la Cina sta per avere un crollo finanziario come quello del 2008 nelle maggiori economie capitaliste; o che il suo tasso di crescita si ridurrà quasi a zero a causa dei fallimenti del suo modello economico guidato dallo stato.

L’aumento del PIL reale dipende da due fattori: aumento delle dimensioni della forza lavoro e aumento della produttività della forza lavoro esistente. Se il primo rallenta o addirittura diminuisce, una crescita abbastanza rapida della produttività può compensare o addirittura superare il primo. La crescita della produttività dipende principalmente da maggiori investimenti di capitale in tecnologia; una tecnologia superiore che consente di risparmiare tempo di lavoro e una forza lavoro meglio addestrata in grado di fornirne di più in meno tempo. Il problema per la Cina da quel momento in poi è che al suo settore capitalista è stato permesso di espandersi (in modo "disordinato", afferma Xi) al punto in cui le contraddizioni della produzione capitalista stanno iniziando a danneggiare l'ascesa in precedenza spettacolare della Cina[10].

In effetti, l'appello di Xi alla "prosperità comune"[11] è un riconoscimento che il settore capitalista, tanto promosso dai leader cinesi (e dal quale ottengono molti vantaggi personali) è sfuggito di mano a tal punto da minacciare la stabilità del controllo del Partito Comunista. Prendiamo il commento del miliardario Jack Ma prima che venisse "rieducato" dalle autorità: “In Cina i consumi non vengono spinti dal governo ma dall'imprenditorialità e dal mercato. Negli ultimi 20 anni, il governo era molto forte. Ora si stanno indebolendo. È la nostra opportunità; è arrivato il nostro momento di entrare in scena, per vedere come l'economia di mercato, l'imprenditorialità, possano sviluppare il consumo reale.”The Guardian[12], 25 luglio 2019.

La profittabilità del settore capitalista è in calo da tempo, così come nelle maggiori economie capitaliste. Quindi i capitalisti cinesi hanno cercato maggiori profitti in settori improduttivi come quello immobiliare, il credito al consumo e i media: è lì che si trovano i miliardari. Questi settori oggi stanno esplodendo in faccia ai leader cinesi.

Cina: saggio di profitto interno
Dal grande balzo in avanti, alla “rivoluzione culturale”- dalla crisi industriale alla riforma di Deng- Dalla privatizzazione di alcune imprese statali alla Depressione globale

In Cina gli investimenti del settore statale sono sempre stati più solidi degli investimenti privati. La Cina è sopravvissuta, anzi ha prosperato, durante la Great Recession, non a causa di un aumento della spesa pubblica in stile keynesiano[13] verso il settore privato, come sostenevano alcuni economisti, sia in Occidente che in Cina, ma a causa degli investimenti diretti dello stato. Questi hanno svolto un ruolo cruciale nel mantenere la domanda aggregata, prevenire le recessioni e ridurre l'incertezza per tutti gli investitori. Quando in Cina rallentano gli investimenti nel settore capitalista, e di conseguenza rallenta o diminuisce la crescita dei profitti, interviene il settore statale.

Gli investimenti delle imprese statali sono cresciuti in maniera particolarmente rapida nel 2008-09 e nel 2015-16, quando è rallentata la crescita degli investimenti delle imprese private. Come ha mostrato David Kotz in un recente articolo[14]: “La maggior parte degli studi più recenti ignora il ruolo delle imprese statali nella stabilizzazione della crescita economica e nella promozione del progresso tecnico. Sosteniamo che le imprese statali stanno svolgendo un ruolo nel favorire la crescita in diversi modi. Le imprese statali stabilizzano la crescita nei periodi di recessione economica effettuando massicci investimenti, promuovono inoltre importanti innovazioni tecniche investendo in aree più a rischio del progresso tecnico. Inoltre, le imprese pubbliche adottano un approccio di alto livello nel trattare i lavoratori, che si dimostrerà favorevole alla transizione verso un modello economico più sostenibile. La nostra analisi empirica indica che in Cina le imprese statali hanno promosso la crescita a lungo termine e compensato l'effetto negativo del declino economico”.

Crescita annuale nominale degli investimenti delle imprese statali (linea punteggiata %) rispetto agli investimenti di quelle non statali (linea scura %) 2004-2017

Fonte NBS (2018)
Nota La crescita annuale nominale degli investimenti è la crescita degli investimenti mensili rispetto agli investimenti operati nello stesso mese dello scorso anno. Il grafico rappresenta l’andamento medio trimestrale della crescita annuale nominale.


Ciò che occorre non è un'ulteriore espansione del settore dei consumi aprendoli al "libero mercato", ma investimenti statali in tecnologia per stimolare l’aumento della produttività. Inoltre che gli investimenti del settore statale vengano diretti verso obiettivi ambientali e lontano dall'espansione incontrollata delle industrie di combustibili fossili che emettono carbonio. Come ha affermato Richard Smith: “I cinesi non hanno bisogno di uno standard di vita più elevato basato su un consumismo senza fine. Hanno bisogno di uno stile di vita migliore: aria, acqua e suolo puliti e non inquinati, cibo sicuro e nutriente, assistenza sanitaria pubblica completa, alloggi sicuri e di qualità, un sistema di trasporto pubblico incentrato sulle biciclette urbane e sui trasporti pubblici anziché su auto e tangenziali”. L'aumento dei consumi personali e la crescita dei salari seguiranno, come sempre, tali investimenti.

Ma ciò significa che è tempo per il governo cinese di tornare indietro verso investimenti statali e la pianificazione degli alloggi, della tecnologia e dei servizi pubblici coinvolgendo in tale pianificazione i lavoratori industriali e urbanizzati altamente qualificati della Cina. Sfortunatamente, i leader cinesi non vogliono alcun cambiamento in questa direzione, quindi continuerà a permanere il pericolo di un declino economico di lungo periodo.

Note

1) Tradotto da Antonio Pagliarone

2) https://thenextrecession.wordpress.com/2021/09/19/not-so-evergrande/

3) https://www.reuters.com/world/china/chinese-property-developers-ability-repay-debt-hits-decade-low-2021-10-04/

4) https://thenextrecession.wordpress.com/2017/01/23/beware-the-zombies/

5) Ossia la tendenza a perseguire i propri interessi a spese della controparte, confidando nell'impossibilità, per quest'ultima, di verificare la presenza di dolo o negligenza.

6) https://thenextrecession.wordpress.com/2021/05/23/china-demographic-crisis/

7) https://thenextrecession.wordpress.com/2021/08/08/chinas-crackdown-on-the-three-mountains/

8) Explainer: What we know about China's 'dual circulation' economic strategy https://www.weforum.org/agenda/2020/09/chinas-dual-circulation-economic-strategy/

9) https://thenextrecession.wordpress.com/2020/10/28/chinas-growth-challenge/

10) https://thenextrecession.wordpress.com/2021/08/08/chinas-crackdown-on-the-three-mountains/

11) https://thenextrecession.wordpress.com/2021/09/11/china-and-common-prosperity/

12) https://www.theguardian.com/world/2019/jul/25/china-business-xi-jinping-communist-party-state-private-enterprise-huawei

13) https://thenextrecession.wordpress.com/2018/08/06/chinas-keynesian-policies/

14) The Impact of State-Owned Enterprises on China's Economic Growth https://thenextrecession.files.wordpress.com/2021/10/kotz-on-state-enterprises.pdf

Fonte