Circa due anni fa era arrivata la riforma dell’arruolamento dei giovani ricercatori. Firmata da Francesco Verducci, allora vicepresidente PD della commissione Istruzione del Senato, in accordo con la ex ministra Messa, sembrava voler dare finalmente un po’ di stabilità ai precari dell’Accademia italiana.
In realtà, senza entrare nei tecnicismi di un settore la cui normazione è tutto fuorché lineare e logica, l’istituzione dei “contratti di ricerca”, della durata di due anni e pagati 35 mila euro l’anno lordi (a dispetto dei 25 mila degli assegnisti) e con maggiori garanzie per malattia e maternità nascondeva una grave insidia.
Infatti, pur garantendo un significativo aumento delle retribuzioni, ponendole più vicine a quelle europee rispetto a contratti e contrattini che spesso vengono rinnovati di anno in anno, i meccanismi di finanziamento e la povertà dei fondi pubblici avrebbe portato, di converso, a una forte stretta dei posti disponibili.
In pratica, o si sarebbe ulteriormente aperto il mondo della ricerca alle penetrazioni del privato (strada non facilmente percorribile, tra l’altro, per le materie umanistiche), oppure i pochi soldi a disposizione sarebbero stati redistribuiti su contratti di certo più vantaggiosi, ma di conseguenza banditi in minor numero.
È questa l’assurdità di un settore che, nelle varie forme di assunzioni previste, ha una mancanza di personale di oltre 40 mila unità per portare l’Italia alla media europea del rapporto docenti/studenti. Senza considerare che spesso a coprire queste mancanze sono poi i vincitori di dottorato.
I dottorandi sono figure ibride, all’ultimo livello della formazione universitaria ma proiettati anche verso l’insegnamento, ed è dunque giusto che si approccino alla didattica. Ma sono ormai diventati la manovalanza di un’università sottofinanziata e in crisi di organico.
L’XI rapporto dell’Associazione Dottorandi Italiani ha evidenziato lo stato di precarietà reddituale, lavorativa, ma anche personale e psicologica dei dottorandi. Oltre tre su quattro di loro sono poi espulsi dal mondo della ricerca, con un ricambio continuo che cristallizza la precarietà di tutto il settore.
Inoltre, l’indagine dell’Associazione, che ha raggiunto 7 mila dottorandi tra aprile e maggio 2023, ha segnalato come, a partire dal secondo anno del percorso dottorale, un dottorando su quattro lavora oltre le 45 ore settimanali, uno su due oltre 40 ore.
È il duro scontro tra le aspettative di una generazione che è stata cresciuta con l’idea che l’istruzione potesse ancora essere una via per l’emancipazione e il miglioramento delle proprie condizioni, e la realtà di un sistema in cui il lavoro intellettuale è diventato parte integrante di una catena di sfruttamento senza fine.
Questo lungo preambolo serviva a fare il punto – parziale – dello stato della ricerca italiana, alla luce dei cambiamenti intervenuti alla fine della scorsa legislatura. Ma la riforma Verducci, che già non solo non risolveva, ma anzi incancreniva alcune storture, non ha poi visto alcun decreto attuativo.
Il governo Meloni si prepara, oggi, a intervenire di nuovo sul tema, questa volta in maniera apertamente peggiorativa. La ministra Bernini ha affermato che uno schema di decreto è in pratica pronto, e che verrà reso pubblico dopo le elezioni europee.
Il lavoro preparatorio è stato svolto da un gruppo di lavoro di sette esperti, istituito lo scorso 5 ottobre. Alla sua guida vi era Ferruccio Resta, ex presidente della Conferenza dei Rettori italiani, che ha confermato di essersi ispirato al documento CRUI del 2021.
Pur dovendo aspettare la pubblicazione, i contenuti della bozza presentata all’ufficio legislativo interno e a quello del ministero dell’Economia sono già stati diffusi. Il “contratto nazionale” viene confermato (anche se, come detto, per ora esiste solo sulla carta), e vengono delineate altre cinque figure di contratto post-laurea.
Ovviamente i trattamenti sono molto diversi, ma si va dal “ricercatore aggiunto”, con contratto di sei anni ma che sconta le stesse problematiche del “contratto nazionale”, a borse di sei mesi, che rendono impossibile farsi un’idea sulle proprie prospettive di vita.
In sostanza, l’ulteriore frammentazione del panorama contrattuale di chi cerca di costruirsi un futuro nel mondo della ricerca non servirà a risolverne i problemi strutturali, ma solo a precarizzare ulteriormente le fasce entranti di questo mondo.
E come avviene oggi, probabilmente anche in futuro l’università italiana continuerà a reggersi sulla proroga degli assegni esistenti, come è già successo col decreto Milleproroghe alla fine dello scorso anno.
La prospettiva nell’Accademia rimane dunque quella di stipendi bassi, con pochi mesi per trovare il successivo contratto (magari pure lontano da casa), senza tempo per fare ricerca e solo quello per coprire i buchi di organico. Attendendo il giusto concorso e ‘l’allineamento dei pianeti’ affinché si trovi una stabilizzazione impossibile per la quasi totalità dei giovani che lavorano in questo mondo.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/06/2024
06/08/2023
Lo stato innovatore in Italia
Di Simone Gasperin
Considerate la seguente serie di asserzioni. La scoperta del polipropilene, la plastica più prodotta al mondo, trova le sue radici presso un laboratorio di ricerca pubblico italiano. La principale azienda europea di semiconduttori (STMicroelectronics) fu sviluppata da un’impresa pubblica italiana. Lo standard di codifica digitale MPEG, da cui deriva l’MP3, fu elaborato dal centro di ricerca e sviluppo di un’impresa italiana delle telecomunicazioni a controllo statale (CSELT). La prima centrale a concentrazione solare al mondo a immettere elettricità in una rete nazionale fu progettata e costruita in Sicilia da imprese pubbliche (ENEL e Ansaldo). Un’impresa pubblica italiana sviluppò un modello commercializzabile di auto ibrida (Alfa Romeo 33 ibrida) quasi 10 anni prima di Toyota. Un’altra impresa pubblica italiana ideò il sistema di pagamento dinamico più utilizzato in Europa (Telepass).
Queste non sono farneticazioni di qualche eccentrico predicatore dello Speakers’ Corner di Hyde Park, bensì affermazioni veritiere. Infatti, anche il nostro Paese ha avuto un suo “Stato innovatore” e questo è stato perlopiù incarnato dalle imprese pubbliche, in particolare da quelle appartenenti all’IRI.
A dispetto della sua fama di “carrozzone”, negli anni Settanta l’IRI diventò il principale soggetto nazionale per la ricerca e l’innovazione. Pur rappresentando il 3% del PIL, nel 1992 l’IRI pesava per il 15% della ricerca e sviluppo nazionale (il 26% del settore delle imprese). Un valore cresciuto nel tempo rispetto al 4% del 1963. Le imprese IRI investivano più di quelle non-IRI nella R&S: a fine anni Ottanta l’intensità di ricerca (R&S su fatturato) delle imprese IRI era superiore al valore nazionale in tutti i settori comparabili. Inoltre, la R&S dell’IRI contribuiva al riequilibro territoriale, poiché nel Mezzogiorno pesava per circa il 40% del totale delle imprese.
Allo stesso tempo, l’attività di brevettazione dell’IRI era relativamente inferiore, con una media del 4,2% sul totale nazionale nel periodo 1969-1987. Ciò era in parte dovuto alla specializzazione dell’IRI in settori strutturalmente a bassa intensità di brevettazione, ma anche alla scelta di non ostacolare i flussi di conoscenza all’interno del sistema nazionale di innovazione. Questa peculiare “apertura” del sistema di ricerca e innovazione dell’IRI rispetto all’economia italiana è confermata anche dall’alto valore dei ricavi di R&S commissionata da terzi (circa il 40% di quanto spendesse l’IRI) e dalla diffusa messa a disposizione delle strutture di ricerca ad aziende non-IRI.
L’interazione pubblico-privata del sistema di ricerca IRI si fondava poi sul lavoro dei centri di ricerca “interaziendali” specificatamente creati dall’IRI (lo CSELT di Torino), accessibili a imprese terze e talvolta pure co-partecipati (il Centro Sperimentale Metallurgico di Castel Romano). Inoltre, negli anni Ottanta l’IRI lanciò i cosiddetti consorzi “Città-ricerche”, dei partenariati locali in nove città universitarie italiane fra IRI, Unioncamere, CNR, Università e imprese locali per favorire l’avvicinamento fra ricerca di base e applicazioni industriali.
Nel 1992 l’IRI disponeva di un “esercito” di circa 13 mila addetti nella ricerca, di cui quasi 8 mila ricercatori. Questi operavano in 114 laboratori aziendali, 7 centri specializzati (con 9 distaccamenti locali) e 9 consorzi “Città-ricerca” attivi in 16 regioni italiane. L’IRI aveva sviluppato un’infrastruttura nazionale di ricerca pubblica, aperta e coordinata dai piani quadriennali di gruppo per la R&S. Le successive privatizzazioni e lo smantellamento dell’ente pubblico gettarono in mare uno strumento per le politiche dell’innovazione unico nel nostro Paese. I principali centri di ricerca sono stati chiusi o fortemente ridimensionati, con il risultato che nel 2007 la spesa in R&S delle imprese italiane era inferiore a quella del 1991 (scesa dallo 0,64% allo 0,59% del PIL).
Dove si trova oggi in Italia lo Stato innovatore che in molti Paesi rimane centrale per la scoperta e la diffusione delle tecnologie? Forse sarebbe meglio chiedersi “se” vi si trova. Non c’è quella rete di agenzie pubbliche del governo federale USA che Mariana Mazzucato ha individuato come cruciali nell’emergere delle tecnologie dei semiconduttori, di internet, delle energie rinnovabili. Non esiste un sistema di ricerca applicata come quello tedesco degli Istituti Fraunhofer, centri pubblici per il trasferimento tecnologico in cui le imprese si scambiano conoscenza. Manca una tradizione dirigista-pianificatrice come quella che permane in Francia e che le permette di adottare decisioni coordinate con gli attori privati su settori e tecnologie strategici. È poi venuto meno uno Stato che realizza politiche nazionali di innovazione e ricerca attraverso società a controllo statale, come avviene ancora oggi nel caso delle imprese di Stato cinesi, ma in parte anche in Paesi come Svezia e Finlandia (con Vattenfall, LKAB e SSAB) per quanto riguarda la decarbonizzazione dell’industria siderurgica e in Danimarca rispetto allo sviluppo di un ecosistema industriale e infrastrutturale attorno all’industria eolica (orchestrato da Ørsted).
Le nostre attuali imprese a partecipazione statale pesano ancora molto per quanto riguarda la R&S nazionale, circa il 18% del totale delle imprese (stima sul 2018). Queste detengono tecnologie di notevole importanza per il sistema di innovazione nazionale. Leonardo è fra i pochi soggetti nazionali che ha investito nell’intelligenza artificiale, Eni possiede il più potente calcolatore industriale non governativo al mondo (l’HPC5) e sta investendo nella fusione nucleare, Enel detiene una tecnologia unica (celle fotovoltaiche a eterogiunzione) per il suo impianto di pannelli solari a Catania, Ansaldo Energia e Snam stanno investendo negli elettrolizzatori, Fincantieri nelle navi a idrogeno, Invitalia con DRI d’Italia nel preridotto per la siderurgia, Industria Italiana Autobus ha sviluppato l’unico autobus elettrico interamente italiano.
Ma come su altri aspetti, anche per quanto riguarda l’innovazione e la ricerca, ciascuna impresa gioca la sua partita. Non vi è una coordinazione o una messa a sistema delle attività di ricerca fra le imprese pubbliche. Ma nemmeno tra queste e la ricerca delle imprese private e delle strutture pubbliche (Università e altri enti pubblici di ricerca).
Non è un caso se fra le principali 1000 società europee per spesa in R&S, l’Italia ne conti solo 50 (incluse quelle con sede legale all’estero). Si tratta del 5% del totale, rispetto al 12% del peso del PIL italiano nell’Ue. Senza considerare le 285 della Germania, la Francia ne ha 149, la Svezia addirittura 152. Solo 9 società italiane investono più di 500 milioni di euro l’anno in R&S (fra cui Stellantis, che però ha in Italia solo una parte marginale delle attività di ricerca). Va notato come almeno 8 fra le prime 15 italiane siano (o siano state) imprese a partecipazione statale.
La lezione IRI ci ricorda l’importanza di una politica nazionale dell’innovazione e della ricerca, in cui le grandi imprese pubbliche giocano un ruolo essenziale. Un eventuale ente pubblico di coordinamento delle partecipate potrebbe facilitare i flussi di conoscenza fra le imprese e promuovere progetti di ricerca comuni. Ancora meglio, potrebbe propiziare la creazione di centri di ricerca applicata per il trasferimento tecnologico, particolarmente strategici per una struttura produttiva nazionale caratterizzata da piccole e medie imprese prive di risorse da investire in ricerca e innovazione. Sarebbe la dimostrazione, anche in un Paese imbevuto di retorica anti-statalista, che lo Stato innovatore può lavorare con e per il settore delle imprese, non contro di esso, ma solo se motivato da fini di interesse pubblico generale.
Fonte
Considerate la seguente serie di asserzioni. La scoperta del polipropilene, la plastica più prodotta al mondo, trova le sue radici presso un laboratorio di ricerca pubblico italiano. La principale azienda europea di semiconduttori (STMicroelectronics) fu sviluppata da un’impresa pubblica italiana. Lo standard di codifica digitale MPEG, da cui deriva l’MP3, fu elaborato dal centro di ricerca e sviluppo di un’impresa italiana delle telecomunicazioni a controllo statale (CSELT). La prima centrale a concentrazione solare al mondo a immettere elettricità in una rete nazionale fu progettata e costruita in Sicilia da imprese pubbliche (ENEL e Ansaldo). Un’impresa pubblica italiana sviluppò un modello commercializzabile di auto ibrida (Alfa Romeo 33 ibrida) quasi 10 anni prima di Toyota. Un’altra impresa pubblica italiana ideò il sistema di pagamento dinamico più utilizzato in Europa (Telepass).
Queste non sono farneticazioni di qualche eccentrico predicatore dello Speakers’ Corner di Hyde Park, bensì affermazioni veritiere. Infatti, anche il nostro Paese ha avuto un suo “Stato innovatore” e questo è stato perlopiù incarnato dalle imprese pubbliche, in particolare da quelle appartenenti all’IRI.
A dispetto della sua fama di “carrozzone”, negli anni Settanta l’IRI diventò il principale soggetto nazionale per la ricerca e l’innovazione. Pur rappresentando il 3% del PIL, nel 1992 l’IRI pesava per il 15% della ricerca e sviluppo nazionale (il 26% del settore delle imprese). Un valore cresciuto nel tempo rispetto al 4% del 1963. Le imprese IRI investivano più di quelle non-IRI nella R&S: a fine anni Ottanta l’intensità di ricerca (R&S su fatturato) delle imprese IRI era superiore al valore nazionale in tutti i settori comparabili. Inoltre, la R&S dell’IRI contribuiva al riequilibro territoriale, poiché nel Mezzogiorno pesava per circa il 40% del totale delle imprese.
Allo stesso tempo, l’attività di brevettazione dell’IRI era relativamente inferiore, con una media del 4,2% sul totale nazionale nel periodo 1969-1987. Ciò era in parte dovuto alla specializzazione dell’IRI in settori strutturalmente a bassa intensità di brevettazione, ma anche alla scelta di non ostacolare i flussi di conoscenza all’interno del sistema nazionale di innovazione. Questa peculiare “apertura” del sistema di ricerca e innovazione dell’IRI rispetto all’economia italiana è confermata anche dall’alto valore dei ricavi di R&S commissionata da terzi (circa il 40% di quanto spendesse l’IRI) e dalla diffusa messa a disposizione delle strutture di ricerca ad aziende non-IRI.
L’interazione pubblico-privata del sistema di ricerca IRI si fondava poi sul lavoro dei centri di ricerca “interaziendali” specificatamente creati dall’IRI (lo CSELT di Torino), accessibili a imprese terze e talvolta pure co-partecipati (il Centro Sperimentale Metallurgico di Castel Romano). Inoltre, negli anni Ottanta l’IRI lanciò i cosiddetti consorzi “Città-ricerche”, dei partenariati locali in nove città universitarie italiane fra IRI, Unioncamere, CNR, Università e imprese locali per favorire l’avvicinamento fra ricerca di base e applicazioni industriali.
Nel 1992 l’IRI disponeva di un “esercito” di circa 13 mila addetti nella ricerca, di cui quasi 8 mila ricercatori. Questi operavano in 114 laboratori aziendali, 7 centri specializzati (con 9 distaccamenti locali) e 9 consorzi “Città-ricerca” attivi in 16 regioni italiane. L’IRI aveva sviluppato un’infrastruttura nazionale di ricerca pubblica, aperta e coordinata dai piani quadriennali di gruppo per la R&S. Le successive privatizzazioni e lo smantellamento dell’ente pubblico gettarono in mare uno strumento per le politiche dell’innovazione unico nel nostro Paese. I principali centri di ricerca sono stati chiusi o fortemente ridimensionati, con il risultato che nel 2007 la spesa in R&S delle imprese italiane era inferiore a quella del 1991 (scesa dallo 0,64% allo 0,59% del PIL).
Dove si trova oggi in Italia lo Stato innovatore che in molti Paesi rimane centrale per la scoperta e la diffusione delle tecnologie? Forse sarebbe meglio chiedersi “se” vi si trova. Non c’è quella rete di agenzie pubbliche del governo federale USA che Mariana Mazzucato ha individuato come cruciali nell’emergere delle tecnologie dei semiconduttori, di internet, delle energie rinnovabili. Non esiste un sistema di ricerca applicata come quello tedesco degli Istituti Fraunhofer, centri pubblici per il trasferimento tecnologico in cui le imprese si scambiano conoscenza. Manca una tradizione dirigista-pianificatrice come quella che permane in Francia e che le permette di adottare decisioni coordinate con gli attori privati su settori e tecnologie strategici. È poi venuto meno uno Stato che realizza politiche nazionali di innovazione e ricerca attraverso società a controllo statale, come avviene ancora oggi nel caso delle imprese di Stato cinesi, ma in parte anche in Paesi come Svezia e Finlandia (con Vattenfall, LKAB e SSAB) per quanto riguarda la decarbonizzazione dell’industria siderurgica e in Danimarca rispetto allo sviluppo di un ecosistema industriale e infrastrutturale attorno all’industria eolica (orchestrato da Ørsted).
Le nostre attuali imprese a partecipazione statale pesano ancora molto per quanto riguarda la R&S nazionale, circa il 18% del totale delle imprese (stima sul 2018). Queste detengono tecnologie di notevole importanza per il sistema di innovazione nazionale. Leonardo è fra i pochi soggetti nazionali che ha investito nell’intelligenza artificiale, Eni possiede il più potente calcolatore industriale non governativo al mondo (l’HPC5) e sta investendo nella fusione nucleare, Enel detiene una tecnologia unica (celle fotovoltaiche a eterogiunzione) per il suo impianto di pannelli solari a Catania, Ansaldo Energia e Snam stanno investendo negli elettrolizzatori, Fincantieri nelle navi a idrogeno, Invitalia con DRI d’Italia nel preridotto per la siderurgia, Industria Italiana Autobus ha sviluppato l’unico autobus elettrico interamente italiano.
Ma come su altri aspetti, anche per quanto riguarda l’innovazione e la ricerca, ciascuna impresa gioca la sua partita. Non vi è una coordinazione o una messa a sistema delle attività di ricerca fra le imprese pubbliche. Ma nemmeno tra queste e la ricerca delle imprese private e delle strutture pubbliche (Università e altri enti pubblici di ricerca).
Non è un caso se fra le principali 1000 società europee per spesa in R&S, l’Italia ne conti solo 50 (incluse quelle con sede legale all’estero). Si tratta del 5% del totale, rispetto al 12% del peso del PIL italiano nell’Ue. Senza considerare le 285 della Germania, la Francia ne ha 149, la Svezia addirittura 152. Solo 9 società italiane investono più di 500 milioni di euro l’anno in R&S (fra cui Stellantis, che però ha in Italia solo una parte marginale delle attività di ricerca). Va notato come almeno 8 fra le prime 15 italiane siano (o siano state) imprese a partecipazione statale.
La lezione IRI ci ricorda l’importanza di una politica nazionale dell’innovazione e della ricerca, in cui le grandi imprese pubbliche giocano un ruolo essenziale. Un eventuale ente pubblico di coordinamento delle partecipate potrebbe facilitare i flussi di conoscenza fra le imprese e promuovere progetti di ricerca comuni. Ancora meglio, potrebbe propiziare la creazione di centri di ricerca applicata per il trasferimento tecnologico, particolarmente strategici per una struttura produttiva nazionale caratterizzata da piccole e medie imprese prive di risorse da investire in ricerca e innovazione. Sarebbe la dimostrazione, anche in un Paese imbevuto di retorica anti-statalista, che lo Stato innovatore può lavorare con e per il settore delle imprese, non contro di esso, ma solo se motivato da fini di interesse pubblico generale.
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27/05/2022
Sulla lotta al Covid Cuba surclassa gli USA
– Cinque giorni consecutivi con la percentuale di test positivi da contagio da SARS- CoV- 2 inferiore all’1%.
– 12 giorni consecutivi senza decessi relazionati a COVID-19.
– 214 casi attivi al momento in tutta Cuba, oggi registrati 44 nuovi casi.
– 90% della popolazione vaccinata con schema completo.
– 97% della popolazione pediatrica dai 2 anni in su, vaccinata con un vaccino coniugato, Soberana02, sviluppato per la popolazione pediatrica. La maggior parte della popolazione pediatrica è stata vaccinata mesi fa prima dell’apertura delle scuole il 15 Novembre 2021.
– Diversi studi clinici per proteggere anche la popolazione sotto i 2 anni.
– Cinque diverse strategie di boost in corso, utilizzando i vaccini Abdala, SoberanaPlus e Soberana02, ed anche i candidati vaccinali Soberana01 e Mambisa.
– Ondate di Omicron decisamente in controllo.
– Uso della mascherina obbligatorio.
La Biotecnologia Pubblica e la Sanità Pubblica sono le concrete alternative per contrastare le diseguaglianze di cui il nostro sistema economico ha bisogno. Solo 1 persona su 6 è stata vaccinata nei Paesi a basso-medio reddito, mentre 3 persone su 4 sono state vaccinate nei Paesi più ricchi.
Il grafico in basso riporta i casi di COVID-19 per milione di abitanti nell’ultimo anno. La differenza nel controllare le ondate di Omicron in confronto con gli Stati Uniti è abbastanza evidente. Stati Uniti scelti nel grafico come confronto geografico, presenza di varianti Omicron e per ovvie ragioni politiche.
“Poveri”, sotto blocco economico da 60 anni, senza aver ricevuto neanche 1$ dalla Gates Foundation, che ha finanziato la ricerca su COVID-19 con 2 miliardi di dollari in ogni parte del Mondo, ma non a Cuba, per norme anti-terrorismo legate al blocco economico.
Fonte
– 12 giorni consecutivi senza decessi relazionati a COVID-19.
– 214 casi attivi al momento in tutta Cuba, oggi registrati 44 nuovi casi.
– 90% della popolazione vaccinata con schema completo.
– 97% della popolazione pediatrica dai 2 anni in su, vaccinata con un vaccino coniugato, Soberana02, sviluppato per la popolazione pediatrica. La maggior parte della popolazione pediatrica è stata vaccinata mesi fa prima dell’apertura delle scuole il 15 Novembre 2021.
– Diversi studi clinici per proteggere anche la popolazione sotto i 2 anni.
– Cinque diverse strategie di boost in corso, utilizzando i vaccini Abdala, SoberanaPlus e Soberana02, ed anche i candidati vaccinali Soberana01 e Mambisa.
– Ondate di Omicron decisamente in controllo.
– Uso della mascherina obbligatorio.
La Biotecnologia Pubblica e la Sanità Pubblica sono le concrete alternative per contrastare le diseguaglianze di cui il nostro sistema economico ha bisogno. Solo 1 persona su 6 è stata vaccinata nei Paesi a basso-medio reddito, mentre 3 persone su 4 sono state vaccinate nei Paesi più ricchi.
Il grafico in basso riporta i casi di COVID-19 per milione di abitanti nell’ultimo anno. La differenza nel controllare le ondate di Omicron in confronto con gli Stati Uniti è abbastanza evidente. Stati Uniti scelti nel grafico come confronto geografico, presenza di varianti Omicron e per ovvie ragioni politiche.
“Poveri”, sotto blocco economico da 60 anni, senza aver ricevuto neanche 1$ dalla Gates Foundation, che ha finanziato la ricerca su COVID-19 con 2 miliardi di dollari in ogni parte del Mondo, ma non a Cuba, per norme anti-terrorismo legate al blocco economico.
Fonte
28/02/2021
La Cina ha “sconfitto il virus” e guida la corsa al vaccino
La Cina ha concesso l’approvazione “condizionale” per un quarto vaccino anti-Covid-19 di produzione propria, ha dichiarato questo venerdì il Ministro della Scienza e della Tecnologia Wang Zhigang, secondo quanto riportato dall’agenzia stampa cinese Xinhua.
La Repubblica Popolare è quindi il Paese che ha prodotto in proprio il numero maggiore di vaccini approvati.
I vaccini cinesi sono usati non solo per la Repubblica Popolare, ma sono stati approvati anche da altri Stati in vari continenti e due dozzine di Paesi hanno firmato contratti di fornitura con la Cina.
Per certi versi, è una condizione condivisa dalla Russia, i cui eccellenti risultati di sicurezza ed efficacia dello Sputnik V sono stati certificati dalla prestigiosa rivista scientifica The Lancet.
Guarda caso non hanno ricevuto ancora l’autorizzazione delle autorità della UE, nonostante l’Ungheria lo abbia approvato già da fine gennaio e abbia già allora ribadito la volontà di procurasi un milione di dosi del vaccino prodotto dalla Sinopharm, che nel tempo ha approvato.
I vaccini dell’industria statale – sottolineiamo statale – Sinopharm sono distribuiti per esempio negli Emirati Arabi Uniti e nei Balcani, tra cui la Serbia, divenuto il primo Paese europeo ad usare un vaccino cinese, ed il Montenegro; mentre il governo bosniaco ha iniziato una contrattazione anche con Pechino.
Sinovac ha ricevuto ordini anche dalla Turchia e dal Brasile, mentre il vaccino della CanSino – sempre cinese – sta affrontando la Fase-3 dei test clinici in Pakistan e Messico.
Per una sorta di paradosso la Cina, avendo fermato prima di tutti il contagio, non aveva un numero sufficiente di persone su cui poter testare le differenti fasi cliniche che presuppongono un numero crescente di persone a rischio contagio; ha quindi dovuto ricorrere alla popolazione di altre nazioni. Questo ne ha rallentato inizialmente la corsa, ma il gap è stato presto colmato.
Secondo quanto riporta il quotidiano d’informazione in lingua inglese China Daily, il Paese: “ha adottato cinque approcci tecnologici diversi sviluppando i vaccini per il Covid-19. La Cina ora dispone di 17 vaccini che ha sviluppato da sé e che affrontano i test clinici, con 7 di questi che stanno affrontando la Fase-3″, ha affermato Wang in una conferenza stampa tenutasi a Pechino.
Il pacchetto curativo della Repubblica Popolare include anche “11 tra farmaci e metodi di trattamento nella sua diagnosi e per il piano di trattamento”, ha aggiunto Wang.
La UE è in grande difficoltà sui vaccini perché arrivano con il contagocce dalle multinazionali farmaceutiche con cui ha firmato contratti secretati, mentre alcuni attori dell’industria farmaceutica di primo piano europea hanno fallito completamente nella corsa al vaccino, si pensi al caso di Sanofi-Aventis.
Di fronte ai successi cinesi, russi e prossimamente cubani, la rete di relazioni commerciali atlantico-europee appare sempre più un evidente handicap, così come lo è la subordinazione alle catene del valore franco-tedesche, che limitano lo sviluppo di prodotti strategici per l’Italia.
Di seguito l'articolo con cui il quotidiano inglese The Guardian riportava gli aggiornamenti sullo sviluppo dei vaccini in Cina, pochi giorni fa.
La Repubblica Popolare è quindi il Paese che ha prodotto in proprio il numero maggiore di vaccini approvati.
I vaccini cinesi sono usati non solo per la Repubblica Popolare, ma sono stati approvati anche da altri Stati in vari continenti e due dozzine di Paesi hanno firmato contratti di fornitura con la Cina.
Per certi versi, è una condizione condivisa dalla Russia, i cui eccellenti risultati di sicurezza ed efficacia dello Sputnik V sono stati certificati dalla prestigiosa rivista scientifica The Lancet.
Guarda caso non hanno ricevuto ancora l’autorizzazione delle autorità della UE, nonostante l’Ungheria lo abbia approvato già da fine gennaio e abbia già allora ribadito la volontà di procurasi un milione di dosi del vaccino prodotto dalla Sinopharm, che nel tempo ha approvato.
I vaccini dell’industria statale – sottolineiamo statale – Sinopharm sono distribuiti per esempio negli Emirati Arabi Uniti e nei Balcani, tra cui la Serbia, divenuto il primo Paese europeo ad usare un vaccino cinese, ed il Montenegro; mentre il governo bosniaco ha iniziato una contrattazione anche con Pechino.
Sinovac ha ricevuto ordini anche dalla Turchia e dal Brasile, mentre il vaccino della CanSino – sempre cinese – sta affrontando la Fase-3 dei test clinici in Pakistan e Messico.
Per una sorta di paradosso la Cina, avendo fermato prima di tutti il contagio, non aveva un numero sufficiente di persone su cui poter testare le differenti fasi cliniche che presuppongono un numero crescente di persone a rischio contagio; ha quindi dovuto ricorrere alla popolazione di altre nazioni. Questo ne ha rallentato inizialmente la corsa, ma il gap è stato presto colmato.
Secondo quanto riporta il quotidiano d’informazione in lingua inglese China Daily, il Paese: “ha adottato cinque approcci tecnologici diversi sviluppando i vaccini per il Covid-19. La Cina ora dispone di 17 vaccini che ha sviluppato da sé e che affrontano i test clinici, con 7 di questi che stanno affrontando la Fase-3″, ha affermato Wang in una conferenza stampa tenutasi a Pechino.
Il pacchetto curativo della Repubblica Popolare include anche “11 tra farmaci e metodi di trattamento nella sua diagnosi e per il piano di trattamento”, ha aggiunto Wang.
La UE è in grande difficoltà sui vaccini perché arrivano con il contagocce dalle multinazionali farmaceutiche con cui ha firmato contratti secretati, mentre alcuni attori dell’industria farmaceutica di primo piano europea hanno fallito completamente nella corsa al vaccino, si pensi al caso di Sanofi-Aventis.
Di fronte ai successi cinesi, russi e prossimamente cubani, la rete di relazioni commerciali atlantico-europee appare sempre più un evidente handicap, così come lo è la subordinazione alle catene del valore franco-tedesche, che limitano lo sviluppo di prodotti strategici per l’Italia.
Di seguito l'articolo con cui il quotidiano inglese The Guardian riportava gli aggiornamenti sullo sviluppo dei vaccini in Cina, pochi giorni fa.
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Il vaccino cinese di Sinopharm efficace al 72.5%, secondo la compagnia
Il vaccino cinese di Sinopharm efficace al 72.5%, secondo la compagnia
La Cina si porta avanti con l’introduzione di due nuovi vaccini per il Covid nel processo di regolamentazione, uno della compagnia statale Sinopharm e l’altro dall’azienda privata CanSino, riporta AP.
Entrambi i vaccini sono stati sottoposti agli enti di controllo per l’approvazione questa settimana.
CanSino dichiara che gli enti cinesi stanno revisionando la richiesta per il vaccino, in archivio da mercoledì.
La sussidiaria di Sinopharm, l’Istituto di Wuhan per Prodotti Biologici, mercoledì ha annunciato di aver sottoposto la domanda domenica e che gli enti regolatori la stanno visionando.
La Cina ha già approvato due vaccini che sta già usando in una campagna di vaccinazioni di massa. Uno di questi è anch’esso della Sinopharm, ma è stato sviluppato dalla sua sussidiaria di Beijing. L’altro è il vaccino Sinovac.
Il vaccino della Sinopharm di Wuhan è efficace al 72,51%, dichiara la compagnia. Entrambi i vaccini di Sinopharm si basano su virus disattivati, una tecnologia tradizionale.
Il vaccino di CanSino è un vaccino monodose che si basa su un virus innocuo dell’influenza comune, l’adenovirus, il quale porta il gene della proteina Spike. La tecnologia è simile a quella dei vaccini di Astrazeneca e Johnson & Johnson, basati su diversi adenovirus.
Il vaccino di CanSino è efficace al 65,28%, ha dichiarato l’azienda mercoledì. Nessuna delle compagnie ha pubblicato i suoi dati in riviste scientifiche peer-reviewed.
Fonte
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