Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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01/09/2024

Alle origini dell’industria pubblica nel Mezzogiorno

di Guglielmo Forges Davanzati

Il Dizionario Italiano De Mauro definisce luogo comune una “affermazione banale e diffusa, frase fatta”. Il luogo comune nasce da un pregiudizio, ovvero da un giudizio formulato prima di e indipendentemente dall’acquisizione di informazioni su una persona o su un evento. La discriminazione, razziale e di genere, è tipicamente una manifestazione di pregiudizio.

Il pregiudizio è nemico dell’efficienza perché porta a distribuire risorse secondo valutazioni che prescindono dal contributo effettivo che un individuo dà alla produzione, valutandolo sulla base di caratteristiche extra-economiche (razziali, sessuali). Lo storico israeliano Yuval Noah Harari – nel suo 21 lezioni per il XXI secolo del 2018 – ha correttamente osservato che “non esiste soluzione al problema dei pregiudizi umani che non sia la conoscenza”.

La questione delle cosiddette cattedrali del deserto (i “white elephants” per la pubblicistica inglese del periodo), secondo la definizione che ne diede Luigi Sturzo nel 1958 per denotare grandi e costose imprese finanziate dallo Stato in zone inadatte a ospitarle (Ilva di Taranto, le raffinerie ANIC a Gela e Valle del Basento e l’impianto chimico Montecatini a Brindisi, quelle principali) negli anni dell’intervento straordinario, avviato nei primi anni Cinquanta e definitivamente cessato nel decennio Novanta, si può far rientrare nel novero dei tanti luoghi comuni che riguardano le vicende economiche in generale e italiane in particolare.

Rileggere con il dovuto approfondimento la Storia di quegli interventi e delle idee economiche che li produssero è fondamentale per comprendere gli errori di politica economica che si stanno commettendo in Italia e nel Mezzogiorno da molti decenni.

Rispetto a quella esperienza, si sono cumulati tre luoghi comuni, che ne hanno decretato la damnatio memorie: le industrie di Stato localizzate nel Mezzogiorno in quegli anni furono molto costose; non ebbero nessuna ricaduta sullo sviluppo economico e civile dei territori nei quali erano localizzati; costituirono superflui “doppioni” delle imprese del Nord.

La teoria economica che portò all’intervento straordinario nel Mezzogiorno si fondò sulla convinzione che occorreva generare, come si disse, un big push di quella macroarea (una spinta derivante dall’azione pubblica, che contrastasse la spontanea tendenza di un’economia di mercato a produrre diseguaglianze regionali), che occorreva innanzitutto dotare il Sud di adeguate infrastrutture per poi procedere alla sua industrializzazione, mediante poli di sviluppo.

La ricerca storica su quella fase è ormai sufficientemente consolidata. Per chi fosse interessato ad approfondirla, si segnalano, fra gli altri, gli studi di Enrico Cerrito (La politica dei poli di sviluppo nel Mezzogiorno. Elementi per una prospettiva storica, Banca d’Italia – Quaderni di Storia Economica, Giugno 2010), di Vittorio Daniele e Paolo Malanima (Il divario Nord-Sud in Italia: 1861-2011. Rubbettino. 2011), di Amedeo Lepore (La Cassa per il Mezzogiorno e la Banca mondiale. Rubbettino , 2013), e di una, più recente, del sottoscritto e da Rosario Patalano dell’Università “Federico II” di Napoli (Public firms and regional divergences in Italy, in corso di pubblicazione).

Tutte convergono nel rilevare, dal punto di vista empirico, che gli anni dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno furono gli unici anni, per un periodo lungo (nel 1950 fu istituita la Cassa per il Mezzogiorno per arrivare alla sua abolizione negli anni Novanta) di significativa convergenza del Pil pro capite del Mezzogiorno rispetto al Centro-Nord.

Su fonte Banca d’Italia, si mostra che il più alto valore della convergenza (68% del Pil pro capite in volume) si ha nel 1975 e che il rapporto fra il Pil pro capite del Sud e quello del Nord si contrae significativamente dopo la fine dell’esperienza dell’intervento straordinario, giungendo a meno del 55% negli anni Duemila. Non è irrilevante considerare poi che le strutture pubbliche che operavano per l’intervento straordinario erano condotte da tecnici di elevata competenza.

I registri contabili degli Enti pubblici coinvolti in quella stagione mostrano che, rispetto al Pil, la spesa pubblica non fu eccezionalmente alta, come vuole, per contro, la vulgata contemporanea. Non furono poi solo cattedrali del deserto: gli effetti di spillover, ovvero diffusivi di imprenditorialità privata, ci furono e riguardarono in particolare alcuni settori più di altri, soprattutto quello meccanico.

Tutti gli studi citati concordano, inoltre, nel ritenere che i problemi – anche quelli del bilancio pubblico – iniziarono dopo la fine dell’esperienza dell’intervento straordinario e l’avvio delle privatizzazioni. Fu proprio a partire dalla dismissione dell’industria pubblica, nella svolta dei primi anni Novanta, che si manifestarono due problemi:

a) l’integrazione si sviluppò soprattutto in senso verticale, con le sedi industriali del Nord, soprattutto a causa del fatto che la progressiva riduzione dei costi di trasporto limitava gli effetti diffusivi locali e le economie di agglomerazione;

b) il progressivo emergere della questione ambientale, a partire soprattutto dagli anni Settanta, e, contestualmente, negli anni immediatamente successivi, la necessità del rispetto di vincoli di bilancio sempre più stringenti resero sempre più difficile il finanziamento della riconversione industriale con effetti meno impattanti sull’ambiente.

Se poi anche si trattò di “doppioni”, stando proprio all’impostazione liberista che si oppone al rafforzamento dell’economia mista in Italia e nel Mezzogiorno, è semmai proprio l’esistenza di una pluralità di imprese che, in territori anche diversi, operano nei medesimi settori, a produrre un aumento del grado di concorrenza e la concorrenza – ci viene insegnato – accresce il benessere sociale.

Il pregiudizio su quella esperienza ha portato, a partire soprattutto dalla svolta del 1992 in un processo ancora in atto, al più il più massiccio programma di privatizzazioni effettuato nell’ambito dei Paesi OCSE.

Un vasto programma di privatizzazioni che, a giudizio della storiografia più recente (p.e. le ricerche di Franco Amatori), ha privato il nostro Paese delle principali imprese impegnate nella fondamentale attività di ricerca e sviluppo (IRI generava più ricerca scientifica di tutto il settore privato italiano ancora negli anni Ottanta), limitando la capacità dell’economia italiana di generare endogenamente avanzamento tecnico, con effetti di segno negativo sulla dinamica della produttività del lavoro e sul tasso di crescita e, dunque, in definitiva, accrescendone la dipendenza (tecnologica, ma anche, per conseguenza, politica) dall’estero.

Fonte

06/08/2023

Lo stato innovatore in Italia

Di Simone Gasperin

Considerate la seguente serie di asserzioni. La scoperta del polipropilene, la plastica più prodotta al mondo, trova le sue radici presso un laboratorio di ricerca pubblico italiano. La principale azienda europea di semiconduttori (STMicroelectronics) fu sviluppata da un’impresa pubblica italiana. Lo standard di codifica digitale MPEG, da cui deriva l’MP3, fu elaborato dal centro di ricerca e sviluppo di un’impresa italiana delle telecomunicazioni a controllo statale (CSELT). La prima centrale a concentrazione solare al mondo a immettere elettricità in una rete nazionale fu progettata e costruita in Sicilia da imprese pubbliche (ENEL e Ansaldo). Un’impresa pubblica italiana sviluppò un modello commercializzabile di auto ibrida (Alfa Romeo 33 ibrida) quasi 10 anni prima di Toyota. Un’altra impresa pubblica italiana ideò il sistema di pagamento dinamico più utilizzato in Europa (Telepass).

Queste non sono farneticazioni di qualche eccentrico predicatore dello Speakers’ Corner di Hyde Park, bensì affermazioni veritiere. Infatti, anche il nostro Paese ha avuto un suo “Stato innovatore” e questo è stato perlopiù incarnato dalle imprese pubbliche, in particolare da quelle appartenenti all’IRI.

A dispetto della sua fama di “carrozzone”, negli anni Settanta l’IRI diventò il principale soggetto nazionale per la ricerca e l’innovazione. Pur rappresentando il 3% del PIL, nel 1992 l’IRI pesava per il 15% della ricerca e sviluppo nazionale (il 26% del settore delle imprese). Un valore cresciuto nel tempo rispetto al 4% del 1963. Le imprese IRI investivano più di quelle non-IRI nella R&S: a fine anni Ottanta l’intensità di ricerca (R&S su fatturato) delle imprese IRI era superiore al valore nazionale in tutti i settori comparabili. Inoltre, la R&S dell’IRI contribuiva al riequilibro territoriale, poiché nel Mezzogiorno pesava per circa il 40% del totale delle imprese.
Allo stesso tempo, l’attività di brevettazione dell’IRI era relativamente inferiore, con una media del 4,2% sul totale nazionale nel periodo 1969-1987. Ciò era in parte dovuto alla specializzazione dell’IRI in settori strutturalmente a bassa intensità di brevettazione, ma anche alla scelta di non ostacolare i flussi di conoscenza all’interno del sistema nazionale di innovazione. Questa peculiare “apertura” del sistema di ricerca e innovazione dell’IRI rispetto all’economia italiana è confermata anche dall’alto valore dei ricavi di R&S commissionata da terzi (circa il 40% di quanto spendesse l’IRI) e dalla diffusa messa a disposizione delle strutture di ricerca ad aziende non-IRI.

L’interazione pubblico-privata del sistema di ricerca IRI si fondava poi sul lavoro dei centri di ricerca “interaziendali” specificatamente creati dall’IRI (lo CSELT di Torino), accessibili a imprese terze e talvolta pure co-partecipati (il Centro Sperimentale Metallurgico di Castel Romano). Inoltre, negli anni Ottanta l’IRI lanciò i cosiddetti consorzi “Città-ricerche”, dei partenariati locali in nove città universitarie italiane fra IRI, Unioncamere, CNR, Università e imprese locali per favorire l’avvicinamento fra ricerca di base e applicazioni industriali.

Nel 1992 l’IRI disponeva di un “esercito” di circa 13 mila addetti nella ricerca, di cui quasi 8 mila ricercatori. Questi operavano in 114 laboratori aziendali, 7 centri specializzati (con 9 distaccamenti locali) e 9 consorzi “Città-ricerca” attivi in 16 regioni italiane. L’IRI aveva sviluppato un’infrastruttura nazionale di ricerca pubblica, aperta e coordinata dai piani quadriennali di gruppo per la R&S. Le successive privatizzazioni e lo smantellamento dell’ente pubblico gettarono in mare uno strumento per le politiche dell’innovazione unico nel nostro Paese. I principali centri di ricerca sono stati chiusi o fortemente ridimensionati, con il risultato che nel 2007 la spesa in R&S delle imprese italiane era inferiore a quella del 1991 (scesa dallo 0,64% allo 0,59% del PIL).
Dove si trova oggi in Italia lo Stato innovatore che in molti Paesi rimane centrale per la scoperta e la diffusione delle tecnologie? Forse sarebbe meglio chiedersi “se” vi si trova. Non c’è quella rete di agenzie pubbliche del governo federale USA che Mariana Mazzucato ha individuato come cruciali nell’emergere delle tecnologie dei semiconduttori, di internet, delle energie rinnovabili. Non esiste un sistema di ricerca applicata come quello tedesco degli Istituti Fraunhofer, centri pubblici per il trasferimento tecnologico in cui le imprese si scambiano conoscenza. Manca una tradizione dirigista-pianificatrice come quella che permane in Francia e che le permette di adottare decisioni coordinate con gli attori privati su settori e tecnologie strategici. È poi venuto meno uno Stato che realizza politiche nazionali di innovazione e ricerca attraverso società a controllo statale, come avviene ancora oggi nel caso delle imprese di Stato cinesi, ma in parte anche in Paesi come Svezia e Finlandia (con Vattenfall, LKAB e SSAB) per quanto riguarda la decarbonizzazione dell’industria siderurgica e in Danimarca rispetto allo sviluppo di un ecosistema industriale e infrastrutturale attorno all’industria eolica (orchestrato da Ørsted).

Le nostre attuali imprese a partecipazione statale pesano ancora molto per quanto riguarda la R&S nazionale, circa il 18% del totale delle imprese (stima sul 2018). Queste detengono tecnologie di notevole importanza per il sistema di innovazione nazionale. Leonardo è fra i pochi soggetti nazionali che ha investito nell’intelligenza artificiale, Eni possiede il più potente calcolatore industriale non governativo al mondo (l’HPC5) e sta investendo nella fusione nucleare, Enel detiene una tecnologia unica (celle fotovoltaiche a eterogiunzione) per il suo impianto di pannelli solari a Catania, Ansaldo Energia e Snam stanno investendo negli elettrolizzatori, Fincantieri nelle navi a idrogeno, Invitalia con DRI d’Italia nel preridotto per la siderurgia, Industria Italiana Autobus ha sviluppato l’unico autobus elettrico interamente italiano.

Ma come su altri aspetti, anche per quanto riguarda l’innovazione e la ricerca, ciascuna impresa gioca la sua partita. Non vi è una coordinazione o una messa a sistema delle attività di ricerca fra le imprese pubbliche. Ma nemmeno tra queste e la ricerca delle imprese private e delle strutture pubbliche (Università e altri enti pubblici di ricerca).

Non è un caso se fra le principali 1000 società europee per spesa in R&S, l’Italia ne conti solo 50 (incluse quelle con sede legale all’estero). Si tratta del 5% del totale, rispetto al 12% del peso del PIL italiano nell’Ue. Senza considerare le 285 della Germania, la Francia ne ha 149, la Svezia addirittura 152. Solo 9 società italiane investono più di 500 milioni di euro l’anno in R&S (fra cui Stellantis, che però ha in Italia solo una parte marginale delle attività di ricerca). Va notato come almeno 8 fra le prime 15 italiane siano (o siano state) imprese a partecipazione statale.
La lezione IRI ci ricorda l’importanza di una politica nazionale dell’innovazione e della ricerca, in cui le grandi imprese pubbliche giocano un ruolo essenziale. Un eventuale ente pubblico di coordinamento delle partecipate potrebbe facilitare i flussi di conoscenza fra le imprese e promuovere progetti di ricerca comuni. Ancora meglio, potrebbe propiziare la creazione di centri di ricerca applicata per il trasferimento tecnologico, particolarmente strategici per una struttura produttiva nazionale caratterizzata da piccole e medie imprese prive di risorse da investire in ricerca e innovazione. Sarebbe la dimostrazione, anche in un Paese imbevuto di retorica anti-statalista, che lo Stato innovatore può lavorare con e per il settore delle imprese, non contro di esso, ma solo se motivato da fini di interesse pubblico generale.

Fonte

24/10/2021

Era meglio morire democristiani?

C’era una volta il Ministero delle partecipazioni statali. Venne istituito alla fine del 1956 su spinta soprattutto di Giovanni Gronchi, un democristiano di sinistra eletto l’anno prima al Quirinale – a sorpresa – con un’operazione condotta da Giulio Andreotti, che proprio di sinistra non era, e soppresso fra il 1993 e il 1994 dal governo più “tecnico” che politico di Carlo Azeglio Ciampi. Il quale fece chiudere materialmente quel dicastero da un altro “tecnico indipendente”, Paolo Baratta.

Eravamo ormai all’epilogo della cosiddetta Prima Repubblica, durante la quale per le partecipazioni statali era passata anche parte del finanziamento illegale dei partiti, ma che soprattutto era stato lo strumento principale del controllo pubblico sull’economia e sui servizi pubblici essenziali.

Che potevano così essere accessibili a “prezzi politici” ed ancora alla larga da privati senza scrupoli che hanno come unico fine esclusivo il perseguimento del massimo profitto.

Agli inizi degli anni Novanta, Romano Prodi, presidente dell’IRI, inizia lo smantellamento di un Ente che contava 500.000 dipendenti.

L’IRI controllava Alitalia, Autostrade, Finmeccanica, Fincantieri e Aeroporti di Roma, i quali saranno poi immessi sul mercato ad uno ad uno. L’IRI, ormai svuotato di ogni suo ramo, verrà messo in liquidazione il 28 giugno 2000.

Dopo è la volta del Credit (Credito Italiano), che godeva di ottima salute, dell’IMI e della Banca Commerciale Italiana (Comit). Succede tutto tra il 1993 e il 1994.

Nel luglio 1996 furono avviate le prime privatizzazioni dei servizi pubblici locali grazie alla costituzione di società per azioni in cui i Comuni possono partecipare solo con quote minoritarie. Il 16 aprile 1997 venne privatizzato l’Istituto San Paolo di Torino.

Nel gennaio 1998 il Parlamento liberalizza il commercio, abolendo licenze e regole sugli orari. Poi è la volta della liberalizzazione della telefonia fissa (febbraio 1998) e dell’energia elettrica, fino alla privatizzazione dell’ENEL (1999).

Nel 1999 sarà Massimo D’Alema a proseguire il disegno di Prodi approvando un disegno di legge che privatizza definitivamente i servizi pubblici locali. Tutte le aziende municipalizzate che erogano in regime di monopolio acqua, gas, elettricità, trasporti urbani, rifiuti urbani vengono trasformate in imprese private.

A maggio del 2000 si liberalizza il commercio del gas. Poi è la volta delle TV. La “legge” Maccanico apre alla privatizzazione della RAI e di fatto salva le reti televisive di Berlusconi.

Infine, sempre nel 1998 le Ferrovie dello Stato vengono smembrate per poi costituire RFI (Rete ferroviaria italiana, pubblica) e Trenitalia (privata). Stessa sorte toccherà alle Poste, che diventeranno SpA.

Ed ancora, nel 1998, con l’approvazione della famigerata legge sull’“autonomia scolastica” voluta dall’allora ministro della pubblica istruzione, Luigi Berlinguer (PD), iniziò l’aziendalizzazione della Scuola, disarticolando uno dei migliori sistemi scolastici del mondo (nato da una legge del 1859) e introducendo la parificazione tra scuole pubbliche e private.

L’idea di Prodi era quella di “smantellare il Paese pezzo per pezzo” (citazione da un suo celebre discorso pubblico del 17 gennaio 1998 in provincia di Lecce). E ci riuscì benissimo perché il più grande partito di “sinistra”(PDS-DS poi PD) e le tre principali organizzazioni sindacali gli fornirono quel sostegno politico e sociale senza il quale Prodi non avrebbe cavato un ragno dal buco.

E lo strumento principale di questa poderosa attività di smantellamento del sistema pubblico del paese fu, sicuramente, la “concertazione sociale” formalizzata nel Protocollo del 23 luglio 1993.

Nel 2012, il governo di Mario Monti, con il decisivo sostegno del PD e la tacita approvazione di CGIL, CISL e UIL, abbatté la sua pesante scure sulla sanità pubblica italiana con il “Decreto Cresci Italia” ed il “Decreto Balduzzi”: un salasso da 9,4 miliardi euro ai danni del Fondo sanitario spalmati dal 2012 al 2015, non a caso, avviati contestualmente alla frettolosa approvazione della Legge 1/2012 che ha introdotto in Costituzione il “principio del pareggio di bilancio”.

Venne così spianata la strada allo smembramento della medicina territoriale e del Servizio Sanitario Nazionale ed allo spostamento dell’offerta sanitaria verso le strutture sanitarie private in convenzione.

Intanto, al centro di questo snodo pubblico-privato i partiti che erano al governo delle Regioni, continuavano ad alimentare poderosamente i loro sistemi di potere proprio attraverso la gestione dei servizi sanitari dopo la riformulazione del Titolo V della Costituzione del 2001 che aveva introdotto la competenza concorrente di Stato e Regioni in materia di tutela della salute.

Dunque, se nel Cile fu Pinochet, in seguito al colpo di stato cruento del settembre 1973, a prendere contatto con diversi economisti appartenenti alla Scuola di Chicago – i cosiddetti Chicago boys, tra cui il fondatore della scuola Milton Friedman, e José Piñera – in Italia, dagli inizi degli anni novanta, gli alfieri delle riforme miranti alla deregolamentazione (deregulation), al conservatorismo fiscale, alla privatizzazione del patrimonio statale, ai tagli alla spesa sociale ed alle politiche liberiste aperte agli investimenti selvaggi dei mercati internazionali e delle multinazionali, sono stati, senza dubbio, i governi di “centro-sinistra”.

Dal dispiegamento di quella travolgente sistematica ondata neoliberista sul paese ad opera dei vari governi sia “tecnici” che politici in cui la “sinistra” svolse un ruolo centrale o comunque decisivo, la dicotomia destra-sinistra perse definitivamente qualsiasi relazione con il significato che gli avevamo attribuito in precedenza e prese forma qualcosa che affonda le proprie radici nelle vicende legate al conflitto politico e sociale degli anni settanta.

Oggi il nostro è un paese smembrato, privo di infrastrutture strategiche, con salari da fame e servizi pubblici sempre più costosi e inefficienti; un paese senza una visione strategica del proprio futuro; un paese senza speranze da cui i giovani migliori sono costretti a scappare per sfuggire ad una vita di stenti e di lavoretti precari; un paese in mano a padroni avidi e rentiers parassiti; un paese paralizzato da una burocrazia elefantiaca e da una magistratura in mano ai sistemi di potere e sempre più subalterna agli esecutivi di turno.

E tutto ciò lo si deve innanzitutto a quei governi di “centro-sinistra” che sono riusciti a fare le cose che un tempo chiamavamo “di destra”, prima e meglio della destra.

Si, perché, nel confronto tra le due destre, quella tecnocratica e quella plebiscitaria, ha sempre avuto la meglio la prima. Tecnicamente...

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19/09/2021

La “Strada sbagliata”. La distruzione dell’economia pubblica in Italia

Il libro di Duccio Valori – La strada sbagliata. Riflessioni per un’economia al servizio della società – è di straordinaria utilità per l’informazione e la discussione sulle sciagure nella storia recente del nostro paese. Lo è in particolare su quelle scelte che hanno portato a dolorose e insensate privatizzazioni dell’industria pubblica che hanno desertificato il sistema industriale in Italia, e di cui si stanno tuttora pagando le conseguenze in termini di licenziamenti, delocalizzazioni, crisi aziendali.

Se è vero che l’Italia è la seconda potenza manifatturiera d’Europa dopo la Germania, si è dimostrato chiaramente durante la pandemia sia la vulnerabilità/assenza del sistema industriale in molti settori sia la sua subalternità alle filiere produttive internazionali, in particolare quella tedesca.

Duccio Valori, scomparso nel 2017, è stato negli anni un alto dirigente in diverse industrie pubbliche: dall’Efim all’Egam, dall’Iri all’Eni. Dunque conosceva benissimo e da dentro quell’industria pubblica che dal 1992 è stata privatizzata e smantellata da tutti i governi, e con particolare zelanteria quelli di centro-sinistra.

Non a caso il libro inizia con una lettera/appello a Prodi durante il suo governo nel 2007, nella quale Duccio Valori chiedeva al Presidente del Consiglio ed ex presidente dell’Iri di non ripetere più gli errori già commessi con le prime dismissioni industriali dell’Iri e quindi di fermare le privatizzazioni (citando profeticamente Alitalia, Telecom e Autostrade). Quell’appello è diventato un articolo su Il manifesto e il libro ne contiene diciassette, più quasi altrettanti pubblicati su Altraeconomia.

Nei vari articoli e saggi di Duccio Valori scorrono le analisi e i commenti a vicende e vertenze industriali/sindacali che abbiamo conosciuto in questi trenta anni: dalla Fincantieri alla Fiat di Marchionne, dalla Ducati all’Alcoa.

In tutti gli articoli emerge come la distruzione industriale nel nostro paese realizzata dall’egemonia liberista e imposta dai diktat europei sul divieto degli “aiuti di Stato”, sia stata una strada sbagliata e dalla natura profondamente antisociale.

Le prefazione del libro è curata da Giorgio Cremaschi che ha conosciuto Valori nel 2007 durante la vertenza della Fincantieri. “Valori diede un contributo decisivo a quella vertenza scrivendo e fornendo direttamente argomenti che smontavano quella operazione borsistica che grazie a lui venne fermata”.

Il libro si chiude, emblematicamente, con un articolo inedito e dedicato alla necessità di mettere un freno ai mercanti di schiavi attraverso una “normalizzazione” dei flussi migratori che sottrarrebbe agli scafisti e ai trafficanti di persone le alte somme che i migranti pagano per arrivare in Italia e in Europa.

“Duccio Valori era la confutazione vivente che le ragioni dell’economia e della loro società fossero tra loro incompatibili. Egli al contrario continuamente dimostrava come fosse possibile e razionale un’economia al servizio della società e della giustizia sociale”, chiosa Cremaschi.

È dal 1992 che i governi che si sono succeduti hanno condotto e continuano a tenere il nostro paese sulla “strada sbagliata”, oggi più che ieri visti i pieni poteri di cui sembra disporre il governo Draghi.

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17/07/2020

Cassa Depositi Prestiti e Aspi: “questa non è una nazionalizzazione”

In un suo celebre quadro, il pittore surrealista belga René Magritte dipingeva una pipa con una sottointestazione che recitava “questa non è una pipa”, giocando sull’illusione provocata dalla relazione linguaggio-immagine di avere a che fare con l’oggetto pipa, quando in realtà si trattava solo di una rappresentazione, per definizione non “vera” (non si può fumare il quadro) della pipa stessa.

Analogamente si potrebbe titolare, come facciamo, sulla vicenda Stato-Autostrade-Benetton.

Partiamo dalla fine: Cassa depositi e prestiti (Cdp) non è la nuova Iri e Autostrade non è stata nazionalizzata, come peraltro “ammettono” sia la maggior parte dei quotidiani nazionali, sia le quotazioni in borsa della holding Atlantia, tornate ai valori pre-rischio revoca.

La questione ruota attorno al ruolo che ha assunto Cdp nel corso dell’ultimo venetennio e dell’iter che porterà la famiglia Benetton fuori da Autostrade per l’Italia (Aspi).

Partiamo dal secondo. Cdp dovrà sottoscrivere un aumento di capitale in Aspi per una quota equivalente a poco più del 30% del valore attuale, cifra che oscilla intorno ai 2,5-3 miliardi, e che sarà stabilita con precisione in seguito alla valutazione della società (stimata in circa 10 miliardi; 8,8 quindi in mano ai Benetton e il resto tra la tedesca Allianz e la cinese Silk Road), che farà scendere la partecipazione di Atlantia in Autostrade.

Contemporaneamente (parliamo di un arco temporale di alcuni mesi), i Benetton dovranno cedere parte delle proprie quote a investitori graditi a Cdp, fino a diluire il proprio controllo intorno al 40% delle azioni società, momento in cui Aspi sarà ufficialmente quotata in borsa, decretando lo spacchettamento di un’altra parte di proprietà dei Benetton, fino a raggiungere la soglia che ne impedirà l’ingresso nel Consiglio d’amministrazione; ossia circa il 10%.

E già qui si evidenziano le prime dissonanze con la retorica del “ritorno dello Stato”, almeno nel senso pieno del termine.

Aspi infatti, in quanto società quotata in borsa, anche se avente una controllata pubblica come azionista di maggioranza, risponderà alle valutazioni del mercato in termini di sostenibilità e bilancio, legandosi a doppio filo al dogma del profitto che in finanza si traduce nello “stacco della cedola” agli azionisti, indipendentemente dalla qualità dei servizi offerti alla popolazione (ai “clienti”).

Inoltre, tra gli investitori graditi a Cdp già si fanno i nomi di Macquarie o Blackstone, due tra i più grandi fondi finanziari operanti in tutto il mondo. Obiettivi e partecipazioni che rimandano in pieno a una logica tutta mercatistica, in cui lo Stato assume – sì – un ruolo, ma che tuttavia vede ancora, per dirla in maniera semplice, subordinate le ragioni politico-sociali a quelle di mercato.

La partecipazione statale in Aspi allora ha tutto il sapore del riassestamento dell’infrastruttura lasciata deperire dalla gestione Benetton fino a oggi, senza che questi paghino né il deprezzamento del capitale fisso, né le conseguenze che questo ha avuto nella tragedia del Ponte Morandi – la “famiglia del maglioncino” per anni ha speso poche migliaia di euro annui per la manutenzione (33.000, in media).

È singolare infatti che a dispetto dei conti effettuati della Ragioneria dello Stato sull’ammontare da versare ai Benetton in caso di esproprio, nessuno nomini il fatto che da quel calcolo si dovrebbero stornare tutti i mancati investimenti in manutenzione o miglioramento dei servizi di cui una rete autostradale comporta, bottino finito invece nelle tasche degli azionisti. Per non parlare dei veri e propri danni arrecati all’infrastruttura e che ora tocca riparare...

Venendo al ruolo di Cdp, invece, la faccenda crediamo si inserisce pienamente nella gestione delle risorse pubbliche per come si è evoluta negli ultimi trent’anni.

La distanza dalla funzione originaria, come strumento di raccolta del risparmio attraverso la rete di sportelli postali per il finanziamento degli enti territoriali, è oramai considerevole. La storia di Cdp è invece espressione delle trasformazioni economiche e sociali del nostro paese, analizzate attraverso il ruolo e le funzioni della finanza pubblica.

Bisogna risalire alla privatizzazione del 2003, realizzata dall’allora ministro dell’economia Giulio Tremonti, che nel pieno della sua stagione di finanza creativa trasformava Cdp in Società per azioni (SpA), conferendone al tempo il 30% delle azioni nelle mani di 65 fondazioni bancarie, elevando il mercato e la redditività d’impresa a guida della sua funzione, arricchendo il patrimonio di intervento al sistema infrastrutturale a rete e lasciando spazio alle banche private, tramite le rispettive fondazioni, negli assetti di potere interni, anche se con percentuali minoritarie.

L’apertura all’azionariato privato fu una scelta imposta dalle necessità di rispondere al “dettato europeo” circa il ridimensionamento del debito pubblico, apertura che permise (e permette) a Cdp di emettere buoni fruttiferi postali (titoli di debito) senza pesare sul debito del paese, di fatto scorporandone una quota consistente dal computo totale.

In questo quadro, i risparmi postali dei pensionati residenti in Italia – vera fonte della ricchezza di Cdp – servono da base materiale di garanzia per l’internazionalizzazione delle imprese italiane, che Cdp assume come mission principale attraverso i suoi servizi finanziari, ergendola ormai a banca d’affari per piccole, medie e grandi imprese che investono in giro per il pianeta.

A questo riguardo, se da una parte la gestione di Cdp è per l’84% in mano al Mef – il restante 16% è sezionata tra le fondazioni di cui sopra – dall’altra la Commissione parlamentare di vigilanza è solo una dei tre collegi che si affiancano ai sei Comitati interni, con funzioni consultive e propositive nei confronti dei nove membri del Consiglio di amministrazione dell’Istituto di via Goito.

In più, i profili dei membri ai piani alti dell’organigramma sono tutti legati a quella “governance imprenditoriale” imprintata dalla formazione bocconiana o da esperienze lavorative in J.P Morgan, Morgan Stanley, McKinsey, Confindustria ecc. Insomma, per essere il braccio finanziario dello (e per lo) Stato, ci aspetteremmo qualcosa di più “organico”.

E qualcosa di più in effetti c’è, anche se in senso opposto. Una delle possibili soluzioni, emersa in questi mesi per tentare di far ripartire il sistema-Italia, è quella di convogliare l’enorme ammontare del risparmio privato dei residenti, fermo e improduttivo nei conti correnti, nel circuito di circolazione del capitale in modo da sostenere gli investimenti di cui necessita il paese senza passare dai pericolosi meccanismi del mercato, il quale lega i rating di solvibilità di un titolo pubblico alle dinamiche internazionali; dove la salute della nostra economia, valutata in pericolo, rende il rischio di rientro più elevato della media – si legga, il costo dell’indebitamento più alto.

Tuttavia, il cittadino dello stivale è storicamente (e giustamente) restio all’investimento in borsa, e gli ultimi dati registrati in piena pandemia testimoniano un aumento del risparmio di più di 30 miliardi di euro. Il che significa che in una situazione di incertezza si preferisce tenere il denaro sotto i moderni materassi, piuttosto che affrontare il rischio della turbolenza finanziaria, foriera di sbalzi tanto pericolosi quanto remunerativi, a seconda dei tempi e delle scelte d’investimento.

In questo quadro, la scelta di inserire Cdp (che gestisce circa 250 miliardi di euro di libretti delle Poste) in qualsiasi operazione che richiederebbe un ruolo dello Stato – da Alitalia all’Ilva, solo per citare gli ultimi esempi – sembra allora svolgere la funzione di iniettare almeno una parte dei 4.300 miliardi di ricchezza finanziaria inutilizzata nei conti all'interno del ciclo economico, non essendo possibile (ancora) costringere i risparmiatori ad acquistare titoli di debito emessi dallo Stato.

Inoltre, come scrive Angelo De Mattia su Milano Finanza, se l’articolazione tentacolare dell’intervento di Cdp sembra erigerla a una «nuova Iri sotto mentite spoglie», tuttavia a differenza di quest’ultimo l’operato della Cassa non è soggetto al coinvolgimento del Parlamento.

Il che testimonia tutta la differenza tra una SpA a partecipazione pubblica che risponde a logiche di libero mercato, con funzioni di supporto finanziario e diretta da volponi della finanza, e un Istituto pubblico che risponde invece a logiche politiche (che ovviamente non si traducono immediatamente negli interessi della popolazione), con funzioni di politica industriale la cui gestione rimanda al dibattito parlamentare e a una logia di programmazione di lungo periodo.

Se così non fosse, non si spiegherebbe perché, nell’alveo politico-industriale odierno, di una “nuova Iri” c’è una paura fottuta, mentre a questa Cdp si continuano a chiedere compiti straordinari e spesso incoerenti.

Su questo, le posizioni assunte nel dibattito da uno come Matteo Renzi aiutano nella comprensione di quanto “singolari” possano essere. Anche dello sviluppo (tutt’altro che concluso) dell’affaire Autostrade.

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Insomma trattasi di un nuovo, ennesimo capitolo del mantra "più Stato per il mercato". 

31/05/2020

Il dopo Covid 19 richiede un modello economico alternativo al capitalismo



È stata un grande successo l’iniziativa del Cestes, centro studi dell’Unione Sindacale di Base (USB), che si è tenuta ieri. Il convegno, dal titolo “Ruolo dell’economia pubblica e nuova questione operaia”, ha lanciato importanti proposte per far fronte alla crisi attuale – innescata ma non prodotta dal nuovo coronovirus – che rischia di aumentare le disuguaglianze e le nuove povertà.

Al convegno hanno partecipato docenti universitari, ricercatori, sindacalisti dell’USB, ma anche operai e lavoratori che stanno vivendo la crisi sulla loro pelle. Inoltre, ha partecipato il presidente dell’INPS, Pasquale Tridico, che ha tenuto la relazione finale.

Confrontandosi con gli studiosi e i lavoratori, Tridico ha accolto la necessità di un diverso paradigma, nonostante abbia difeso l’intervento attuale dello Stato dinanzi alla crisi pandemica. “Negli ultimi decenni abbiamo osservato una compressione della quota salari e un aumento della diseguaglianza”. Una crisi come questa, richiede delle riflessioni importanti, ha spiegato Tridico, come quella sulla riduzione dell’orario di lavoro.

Roberto Montanari, dell’USB (logistica), ha aperto e coordinato il dibattito, sottolineando come il sistema liberista abbia fallito, mostrando la propria fragilità. I temi dell’intervento pubblico nell’economia e la salvaguardia dei valori socio-eco-sostenibili, con il richiamo al progetto dell’Alba Euro Afro Mediterranea, sono stati i filo conduttori del convegno. “Una Nuova IRI e le nazionalizzazioni, sia degli asset strategici sia del sistema bancario”, ne hanno altresì riguardato la parte programmatica.

Molto importanti sono state le testimonianze dei lavoratori, che hanno riportato le vertenze e i terreni di lotta e trasformazione in cui sono impegnati. Sasha Colautti, dell’USB (industria), ha affrontato la questioni sindacali, cui è impegnato, in particolare quelle inerenti il settore siderurgico, “uno dei settori industriali per eccellenza”. “Tutti i beni che riguardano i cittadini, che sono fondamentali, devo essere pubblici”, ha spiegato Colautti, il quale segue la vertenza ILVA/ArcelorMittal.

“Le multinazionali hanno l’obiettivo di vedersi garantita qualsiasi immunità”, mettendosi al di sopra del diritto e dello Stato. Per rilanciare l’economia nazionale, ha aggiunto Colautti, è fondamentale, inoltre, la riconversione ecologica e ambientale, uscendo dal falso conflitto tra “salute e lavoro”. Temi quanto mai attuali, durante questa pandemia.

Un’altra testimonianza raccolta è quella di Francesco Staccioli, dell’USB (lavoro privato), che ha riportato l’esperienza della vertenza Alitalia. Staccioli ha illustrato le perversioni del trasporto aereo, determinato dall’ideologia del cosiddetto “libero mercato”. Anche in questo caso, solo grazie all’intervento dello stato, tramite un Nuovo IRI e la nazionalizzazione, sarà possibile la ripresa del settore aereo. “Si tratta di risorse dei cittadini e della collettività che non possono servire a ingrassare i privati”, ma devono avere dei risvolti sociali. “Come lavoratori, abbiamo incarnato la rottura di questo schema perdente”.

Rita Martufi, direttrice del Cestes, ha sottolineato come siamo davanti ad un “vuoto di democrazia”, causato dalle politiche imposte all’Unione Europea dalle grandi corporation. Infatti, ha spiegato la studiosa, “il fallimento delle politiche neoliberiste portate avanti dalle classi dominanti europee per conto dei grandi agglomerati economici transnazionali risulta più che mai evidente con l’esplosione dell’emergenza sanitaria legata al Covid-19”.

“Queste politiche”, inoltre, “hanno avuto come risultato la disintegrazione degli apparati industriali e del tessuto sociale di diverse economie europee, tra queste anche l’Italia”.

Secondo Martufi, “la recessione economica è già in atto” e non può che “deteriorare le condizioni di vita dei lavoratori”. Difatti, ci troviamo di fronte ad un “sistema asimmetrico e contraddittorio”, che ha portato allo “svuotamento del sistema sanitario pubblico” tramite i continui tagli in favore del privato. Inoltre, ha spiegato la studiosa, è da rilevare come il virus sia diffuso maggiormente nelle grandi aree industriali del paese.

Questo elemento dimostra come, anche in questo caso, si sia perseguita la logica del profitto ad ogni costo. Come non sottolineare, ha ribadito Martufi, che “l’Italia investe in armi ma non in salute”, continuando a partecipare a missioni militari all’estero e investendo in armamenti costosissimi. Secondo Martufi, “la crisi sanitaria sta aggravando le diseguaglianze” e “lo stato si piega dinanzi le pretese della classe dominante”, elargendo concessioni in “tempo record”, “mentre milioni di famiglie di lavoratori sono lasciate sole”.

Il sistema sanitario italiano, inoltre, tende ad avvicinarsi a quello degli altri paesi europei, ha sottolineato la studiosa, in cui i cittadini sono coperti da polizze assicurative “o da un sussidio mutualistico sanitario”.

Le privatizzazioni imposte dall’Unione Europea, inoltre, “in ossequio ai dettami del neoliberismo”, hanno portato a un ritiro dello Stato dall’economia, impoverendo le classi subalterne. Secondo Martufi, dunque, “è necessaria una rottura della gabbia imposta dall’UE”.

L’alta tassazione salariale è data, non tanto dalla ricerca di investimenti nel settore produttivo, ma dall’impossibilità per lo Stato di fare cassa in altro modo. Per uscire da questi paradigmi, ha concluso Martufi, è “necessario nazionalizzare i settori strategici della produzione”. Questa crisi pandemica, infatti, ha certificato il fallimento del sistema industriale italiano, che è stato massacrato e depauperato.

Dopo aver fatto il punto sulla situazione, i relatori hanno spiegato come questa iniziativa sia nata per indicare delle soluzioni in grado di invertire la rotta, proponendo un cambiamento di paradigma in favore dell’intervento dello Stato in economia.

Un nome che è tornato negli interventi è stato quello dell’indimenticato economista Federico Caffè, definito “un riformista radicale” da Mario Tiberi, professore universitario di Economia Politica alla Sapienza e uno degli interpreti più autorevoli del grande economista. Pertanto, Tiberi ha rilevato come Caffè fosse “portatore di una concezione riformista, i cui punti fermi sono stati: una politica economica che non escluda, tra l’altro, i condizionatori delle scelte individuali; che consideri irrinunciabili gli obiettivi di egualitarismo e di assistenza, che si riassumono abitualmente nell’espressione dello Stato garante del benessere sociale; che affidi all’intervento pubblico una funzione fondamentale nella condotta economica”.

Tiberi ha ricordato come “Caffè, più degli altri, ha saputo tenere ferma la direzione di marcia, anche quando, a partire dagli anni '80, il travolgente successo del neoliberismo, almeno per quanto riguardava il contributo degli economisti, riproponeva una data concezione apologetica dell’istituzione ‘mercato’, che”, in realtà, “l’opera di grandi studiosi, nonché l’esperienza storica, avevano, secondo lui, definitivamente ridimensionato se non liquidato”.

L’economista e direttore scientifico del Cestes, Luciano Vasapollo, ha fatto un ricco intervento in cui ha elencato importanti punti programmatici. Innanzitutto, lo studioso e docente alla Sapienza si è chiesto retoricamente se “ai tavoli per il costituendo processo post coronavirus stiano davvero parlando di programma e non di poltrone?”.

Con il pensiero rivolto a chi vive lo sfruttamento, “ogni giorno direttamente sulla propria pelle con lacrime e sangue”, Vasapollo ha relazionato una “proposta minima” di controtendenza. Come primo elemento, è essenziale “costruire un’area monetaria tra paesi con configurazioni produttive strutturali più omogenee”, che rappresenta un elemento dirimente “per raggiungere l’autonomia politica richiesta da un progetto di costruzione di democrazia partecipativa socialista, anche in una fase di transizione possibile”.

Questa alternativa è possibile, ha spiegato Vasapollo, sebbene richieda “la coniugazione immediata di un percorso tattico rivendicativo interno alle lotte e al conflitto sociale con la prospettiva strategica del superamento, in chiave socialista, del modo di produzione capitalista”.

Inoltre, Vasapollo, ha parlato di un “Programma Economico Sociale di Controtendenza”, in cui siano inserite, in maniera qualificata, le richieste dei lavoratori “e dei loro rappresentanti, ma anche dei cittadini e delle loro organizzazioni”.

Si tratta, attraverso questo programma, “di distribuire l’accumulazione valoriale a chi l’ha creata e a chi è stato impedito di entrare in un mondo del lavoro a pieno salario e pieni diritti”.

Come primo punto, Vasapollo propone la creazione di una “moneta comune, ovvero il SUCRE MEDITERRANEO”, la quale deve essere “associata ad una politica di piena occupazione e con produzioni solidali e eco-socio-sostenibili”.

Secondo lo studioso, questa moneta rappresenta “un’alternativa per paesi che, vista l’esperienza della semi periferia Euro-mediterranea, chiedono immediatamente di non essere parte del gioco di quella trappola che presuppone l’utilizzo politico-monetario dell’Euro per tutti i paesi con una base produttiva dipendente e meno sofisticata tecnologicamente, che quindi per forza di cose sono sottomessi ad una necessità d’importazione massiccia di prodotti proveniente dai paesi più avanzati del centro e nord dell’Europolo”.

Come secondo punto di questo programma di controtendenza, Vasapollo ha individuato “la nazionalizzazione delle banche”, la quale costituisce “la parte più importante del processo generale per uscire dalla finanziarizzazione dell’economia globale”. Se si elude questo obiettivo, infatti, “continuerà il deterioramento della qualità della vita e del lavoro al sol fine di aumentare il tasso di profitto”.

Dunque, “rompere la logica del capitale finanziario significa nazionalizzare le decisioni d’investimento per favorire le attività socialmente utili, sottoposte a un criterio di rendimento sociale ed ecologico, che sono criteri di medio e lungo termine”.

Il terzo punto, cui Vasapollo fa riferimento, è “il controllo sociale degli investimenti” al fine di dinamicizzare l’attività produttiva, orientando il “credito in funzione di ottenere il massimo sviluppo dell’occupazione e dell’utilità sociale”. Queste funzioni sfuggono alla “banca privata che è orientata al criterio del massimo profitto a breve termine”.

Il quarto punto spiega come la nazionalizzazione delle banche “in una situazione di insolvenza e di dipendenza dall’aiuto pubblico” sia anche “un requisito per evitare la fuga dei capitali e per eliminare la drammatica e storica tradizione capitalistica di privatizzare i profitti e socializzare le perdite”.

Un altro elemento importante, che costituisce il quinto punto, è senz’altro “la nazionalizzazione dei settori strategici delle comunicazioni, energia e trasporti”, che non solo potrebbero essere forniti ad un prezzo giusto, “ma allo stesso tempo potranno portare le risorse per realizzare una strategia di rilancio produttivo a breve termine che permetta di creare le condizioni affinché milioni di disoccupati nei paesi della periferia Europea mediterranea comincino a produrre ricchezza sociale nel minor tempo possibile”.

Infatti, ha spiegato Vasapollo, “questi settori strategici sono le attività produttive che stanno ottenendo maggiori benefici, come risultato della gestione delle risorse naturali non rinnovabili sulla base di una intensa socializzazione dei costi che non vengono imputati come costi interni (i costi di inquinamento, la distruzione di risorse naturali ecc.), o comunque tali settori stanno ottenendo forti risultati positivi perché stanno beneficiando della privatizzazione di reti di comunicazione e tecnologie, la maggior parte delle quali si sviluppano con risorse pubbliche”.

Inoltre, questo è il sesto punto illustrato da Vasapollo, “è assolutamente irrinunciabile invertire il flusso delle risorse, dal capitale verso lo Stato e la società, dalle rendite finanziarie verso i salari diretti e indiretti. Questo cambio radicale nella politica fiscale può stimolare le risorse necessarie in una prima fase per iniziare un vasto programma di rilancio economico e di miglioramento della qualità della vita. Bisogna capire questo nesso indissolubile fra mutamenti delle linee dello sviluppo e ruolo locale e centrale dell’industria pubblica e dell’economia pubblica in genere”.

Un altro tema (settimo punto) di cui ha parlato l’economista, è quello del cambiamento tecnologico “in un modello di sviluppo autodeterminato a compatibilità socio-ambientale”. Solo così, esso “può rappresentare un progresso tecnico e sociale” in quanto frutto “di una decisione collettiva dei lavoratori, maggioritaria, responsabile, aperta al dialogo, negoziata e contrattata”.

Invero, ha spiegato Vasapollo, questa “decisione si è lasciata sempre in mano degli imprenditori e del capitale”. “È importante”, al contrario, “il recupero tecnologico in settori per il nostro Paese tradizionali e lo sfruttamento della adattabilità alle esigenze ed alternative che si presentano di volta in volta, che sono possibili solo con un serio governo pianificato di indirizzo dello sviluppo che non può prescindere dal fondamentale ruolo pubblico nei servizi essenziali e nei settori strategici dell’economia”.

Secondo Vasapollo, è ineludibile (ottavo punto) “tassare finalmente nei modi diversi il capitale, fino a giungere anche alla tassazione dell’innovazione tecnologica, caricando gli stessi oneri gravanti sulla forza lavoro che va a sostituire, effettuare degli appropriati controlli attraverso un’anagrafe patrimoniale ed una efficiente anagrafe tributaria; tutto ciò significa far riappropriare i ceti meno abbienti della popolazione, i lavoratori, composti da occupati e non occupati, di quella ricchezza sociale da loro stessi prodotta e realizzata e che si è sostanziata nel tempo in quegli incrementi di produttività che sono andati fino ad oggi ad esclusivo vantaggio del capitale”.

Tutti questi elementi, hanno la prospettiva (nono punto) “di incanalare il risparmio verso investimenti produttivi, capaci di creare lavoro, di creare ricchezza non misurabile esclusivamente in termini di PIL, ma in termini di crescita di socialità, di ricchezza sociale ridistribuita pienamente al lavoro di civiltà e di umanità”, ha aggiunto Vasapollo.

Così facendo, si potrà, in effetti, rilanciare “il ruolo di uno Stato garante delle esigenze collettive e degli equilibri sociali, con controlli reali sull’evasione fiscale e con investimenti di tali entrate fiscali che pongano al centro gli interessi dei lavoratori e i bisogni socio-economici dei cittadini”.

Il decimo, e ultimo, punto, su cui Vasapollo ha rivolto l’attenzione, è quello di cui hanno bisogno le economie periferiche Europee “per uscire dall’attuale marasma”. Secondo l’eminente economista, si deve implementare una “politica di creazione massiccia di posti di lavoro a tempo indeterminato, a pieno salario e pieni diritti realizzato anche attraverso la riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a 32 ore a parità di salario”.

“Gli enormi bisogni sociali non soddisfatti (dalla casa, ai servizi e attenzioni per le persone a vario titolo non autosufficienti, i servizi sociali centrali e locali, dalla salute alla formazione all’educazione continua, ai servizi di gestione e cura dell’ecosistema ecc.)”, ha concluso Vasapollo, “possono essere coperti nel tempo con un programma sostenuto di formazione e creazione di posti di lavoro”. Affinché questi punti possano essere realizzati, ha infine detto lo studioso, “la politica deve dettare tempi e modalità dell’economia e non viceversa”.

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20/05/2020

Autonomia differenziata alla Mortadella

Capita che all’ultima puntata della trasmissione domenicale di Lucia Annunziata, “Mezzora e +“ venga intervistato il sempre arzillo Romano Prodi a commentare e dissertare sull’attuale fase politica e sulle peripezie governative, chiamate decreti stop and go.

Le sue, se così vogliamo definirle, sono delle vere e proprie “perle di saggezza”, ad uso e consumo di Bonomi, Agnelli & company.

Eccone uno spaccato:

– le riforme strutturali che il Bel Paese ha bisogno necessitano, per essere avviate, dì soldi, di soldi ed ancora soldi alle imprese. È solo così che può partire un vero e proprio Rilancio, da qui il deciso e pressante invito a Conte ad intervenire con urgenza.

– In tema di nazionalizzazioni il ns. non si fa certamente trovare impreparato. Inizialmente disserta sul passato dell’IRI (l’istituto pubblico che nel dopoguerra promosse la ricostruzione economica arrivando a garantire occupazione a circa 500.000 lavoratori) suo personale (essendone stato Presidente per un decennio) bypassando ovviamente la messa in mora definitiva ad opera sua e di altri sodali, per giungere alla conclusione che si è in una fase della Storia oramai superato laddove invece si richiede l’utilizzo del denaro pubblico per rivitalizzare aziende e conseguentemente nazionalizzarle, così come da più parti si avanza invece sia per Alitalia che per l’ex Ilva.

– Si passa poi al capitolo riguardante la F.C.A. Esso è frettolosamente liquidato con due considerazioni. La prima è legata alla richiesta che gli Agnelli hanno fatto al Governo in carica, ovverosia un prestito di più di 6 miliardi di Euro. Secondo Prodi questa operazione può andare tranquillamente in porto se la F.C.A. garantisce come ai “ bei tempi” l’occupazione in suolo italico. La seconda considerazione è riferita al fatto che la sede legale è all’estero, più precisamente in Olanda. Quindi, di per sé, un problema.

Ma il Romano nazionale scansa la risposta sottolineando che il problema delle sedi legali fuori dai confini nazionali è generalizzabile un po’ dappertutto in un contesto internazionale.

La risposta, vien da dire, spetta a noi...

– le garanzie, si sa, in questo Paese si danno un tanto al chilo, ragione per cui non dobbiamo preoccuparci su come le nostre maggiori entrate determinate sotto la voce Turismo ed affini, procederanno nella fase 2. Basta porre e far valere le “nostre regole”!

– Concludendo le domande rivolte dalla conduttrice televisiva ci si trova davanti alla propria e vera quadratura del cerchio.

Siamo o no di fronte ad una possibile erosione tra il Centro dello Stato, inteso come Governo della Repubblica e sue Istituzioni parallele, e Periferie, a loro volta da intendersi come Regioni?

La risposta è lapidaria: lo Stato deve avere voce in capitolo su disposizioni generali. Poi quello che avviene nelle Regioni deve essere in capo esclusivamente a loro stesse!

Traduzione non citata ma deduzione logica che va nella scia del Bonaccini pensiero, è via libera all’Autonomia differenziata.

Chiaro, no?

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23/04/2020

Senza programmazione, #andràtuttoaiprofitti

La crisi economica e sanitaria legata alla pandemia Covid-19 pone l’Italia di fronte alla più grave perdita di prodotto e occupazione che si sia mai registrata negli ultimi decenni, sommandosi agli effetti già disastrosi della doppia caduta del 2008-2009 e del 2011-2012. Le ultime stime del Fondo Monetario Internazionale prevedono una perdita in termini di Pil di 9,1 punti percentuali su base annua, mentre altre superano la doppia cifra, come nel caso di Goldman Sachs (-12%) e di Unicredit (-15%).

La gestione di questa crisi dipenderà molto dalla reazione che sarà messa in campo dal governo italiano all’interno del quantomai problematico contesto europeo. L’andamento del Pil è infatti fortemente dipendente dalla politica di bilancio: una maggiore spesa pubblica in deficit implica direttamente un aumento del reddito, a cui si somma il reddito generato dalle ulteriori spese permesse dall’iniezione iniziale di potere d’acquisto. È il principio del moltiplicatore fiscale: per ogni euro di spesa pubblica, nell’economia si crea più di un euro di reddito complessivo. Questi effetti benefici sull’attività economica sono particolarmente intensi nelle fasi recessive, caratterizzate da moltiplicatori fiscali più elevati. Serve, in poche parole, uno shock fiscale di dimensione adeguata nel più rapido tempo possibile.

Nonostante il governo si appresti a varare misure di portata superiore a quella del decreto Cura Italia, l’intervento non è ancora sufficiente. Possiamo farci una idea della scala di intervento necessaria osservando il panorama internazionale. Tra i Paesi europei, la Germania ha stanziato 156 miliardi di euro (4,5% di deficit aggiuntivo a quello previsto) di misure fiscali di varia natura, che possono arrivare a 200 (5,7%) in caso di necessità. Gli Stati Uniti stanno implementando un piano da 2.200 miliardi di dollari, il Giappone un equivalente di circa 920 miliardi di euro. L’espansione necessaria è quindi ben più marcata di quella al momento in discussione in relazione al cd Decreto Aprile e alle prospettive ventilate all’Eurogruppo del 7 Aprile.

Oggi anche i più strenui difensori dell’austerità si fanno promotori di politiche fiscali espansive e di un robusto intervento pubblico. Perché gli economisti mainstream – persino i sostenitori dell’austerità espansiva – si riscoprono improvvisamente “keynesiani”? Se ci pensiamo bene, non dovrebbe sorprendere più di tanto: poiché la crisi minaccia i profitti d’impresa, e dunque il sistema stesso, le risorse finanziarie necessarie per mantenerlo in piedi vanno trovate ad ogni costo. Le politiche keynesiane di breve periodo a seguito di una crisi sono sempre piaciute ai padroni, in quanto utili a salvare i profitti mentre i lavoratori vengono disciplinati dall’aumento della disoccupazione; niente di nuovo sin qui. Ciò che farà la differenza sarà il modo in cui si troveranno tali risorse e le specifiche voci di spesa finanziate. Se in tempi di crisi c’è un consenso generalizzato sulla necessità di aumentare la spesa, è la composizione della spesa pubblica aggiuntiva messa in campo ad essere cruciale rispetto al conflitto distributivo – chi pagherà maggiormente la crisi? – e all’organizzazione produttiva nel suo complesso, che dovrebbe essere ripensata.

Nel breve periodo, pare fuori discussione la necessità di garantire continuità di reddito a famiglie e lavoratori, che hanno perso il lavoro o subìto un ridimensionamento serio delle proprie entrate. La platea di coloro che rischiano di non avere i soldi per fare la spesa rischia di allargarsi in modo inverosimile, mettendo a rischio la stessa coesione sociale del Paese. Da questo punto di vista, sembra logico implementare un ‘reddito di emergenza’ in un contesto in cui la creazione diretta di lavoro da parte dello Stato sarà gioco forza limitata dalle iniziali esigenze di distanziamento sociale dettate dalla pandemia. Nel medio periodo, tuttavia, si dovrà fare molta attenzione rispetto al tema del lavoro, dei salari e dei licenziamenti: il pericolo è quello di una tutela dell’occupazione limitata nel tempo. Ciò che per ora abbiamo avuto è però il solito cedimento alle ultime richieste della classe imprenditoriale. Volevano liquidità – subito e in dosi massicce – e l’hanno ottenuta con il Decreto Liquidità per un totale di 400 miliardi di euro, nonostante la liquidità immediata e differita a disposizione delle imprese con più di 50 dipendenti ammonti complessivamente a più di 500 miliardi di euro.

Questa crisi investe a livello internazionale anche il lato dell’offerta, che dava segnali di rallentamento significativi già prima della diffusione del virus. L’intensa interconnessione economica internazionale che ha caratterizzato la globalizzazione neoliberista si è tradotta finora in filiere produttive lunghe, ma già da qualche anno il sistema è in via di trasformazione e la crisi accelera questo processo. In altre parole, l’organizzazione produttiva e la divisione internazionale del lavoro subiranno un processo di trasformazione e abbiamo bisogno di rimettere al centro la programmazione pubblica e la politica industriale per governare tale processo e non subirlo passivamente. Si pone innanzitutto la necessità di accorciare – finanche ridurre a livello nazionale – la filiera nei settori fondamentali, ossia quelli che forniscono beni di prima necessità (agroalimentare, biomedicale, distribuzione, infrastrutture essenziali). L’autosufficienza sui beni essenziali dovrebbe essere uno dei pilastri di una nuova politica industriale, utile a riequilibrare un modello di sviluppo eccessivamente basato sulle esportazioni. Persino alcuni dirigenti dell’FMI hanno riconosciuto che, per garantire il funzionamento dei settori essenziali, l’intervento pubblico potrebbe comportare la conversione di interi blocchi industriali e nazionalizzazioni selettive.

Il tessuto produttivo italiano dovrà affrontare sia le conseguenze della chiusura delle attività non essenziali in loco, sancita – non senza pesanti criticità – dal decreto del 22 marzo, sia la disintermediazione delle catene globali del valore all’interno delle quali è inserito. La fornitura dei beni intermedi nei diversi processi produttivi subirà necessariamente degli sconvolgimenti, causati dai lockdown a livello internazionale, che implicano un ripensamento complessivo delle filiere produttive e della politica industriale. La stessa produzione dei beni di consumo a basso valore aggiunto andrà ripensata radicalmente, per rispondere alle esigenze del Paese in un contesto in cui il commercio internazionale subirà una pesante battuta d’arresto.

Proposte per un nuova politica industriale pubblica si sono sprecate negli ultimi anni, ma la crisi sta cambiando il quadro e queste tesi potrebbero diventare la normalità. Questa possibilità è confermata dal dibattito su una “nuova IRI”. Ricordiamo come l’IRI sia nata nel 1933 col fine di salvare il capitale privato in crisi mediante un forte interventismo pubblico. Dopo la Seconda Guerra Mondiale però, quell’IRI, con a sostegno l’EFIM e l’ENI diventa regista di un sistema di pianificazione e intervento assai più pervasivo e in grado di sottrarre tramite un sistema di partecipazioni permanenti nelle imprese private, quote di profitto, ma soprattutto regia decisionale agli attori privati. E lo fa al fine di tutelare (tra le varie cose) lo sviluppo territoriale del Paese (cassa per il mezzogiorno), l’occupazione, la produzione interna. A seguito del progressivo esaurimento di quella fase storica, l’IRI è stato trasformato nel 1992 in una società per azioni al fine di favorire l’oceanica ondata di privatizzazioni italiane durante gli anni '90; nel 2002 chiuderà definitivamente i battenti.

Uno spiraglio di dibattito per una sua rinascita ha trovato spazio addirittura in sede FMI, sul giornale della Confindustria e nelle lamentele dell’ex ministro dell’Economia Tria circa la sottrazione del Dipartimento Programmazione dal MEF da parte della Presidenza del Consiglio. Queste trasformazioni non sono tuttavia scontate, né seguono necessariamente un percorso predeterminato. Persiste una sorta di resistenza ideologica a formule ritenute “nostalgiche”, nelle parole del presidente Conte, come se non fosse possibile ripensare la programmazione pubblica in termini di digitalizzazione della PA, investimento nella sanità pubblica e nelle fatiscenti infrastrutture nazionali, innovazione. Se poi guardiamo a Confindustria, il neopresidente designato Bonomi ha rifiutato nettamente questa impostazione e un maggiore interventismo pubblico. Ma si sa, il capitalismo italiano è fatto così, lo Stato serve solo quando c’è da socializzare le perdite nei momenti di crisi o a garantire profitti d’oro con le privatizzazioni. Se da un lato non ci sono dubbi sulla necessità di un intervento pubblico forte nell’economia, dall’altro il dibattito sulle modalità di implementazione non è un argomento secondario. È arrivato infatti il momento di chiedere che i grandi monopoli naturali tornino sotto il controllo completo dello Stato e che le aziende in difficoltà non siano salvate con prestiti a scadenza trentennale, ma con l’ingresso dell’attore pubblico attraverso l’acquisto di partecipazioni significative, quantomeno per quanto riguarda le attività ritenute strategiche. Questi interventi necessitano di un’agenzia pubblica ad hoc: sia una nuova IRI o la CdP non è rilevante, ma che abbia la struttura amministrativa e le risorse sufficienti a rimettere la programmazione e un orizzonte di sviluppo almeno ventennale sul tavolo della politica italiana.

Tuttavia, a fronte di queste sfide epocali, il governo non ha neanche l’intenzione di accennare il primo passo in questa direzione: sfidare l’Unione Europea. Questo lo condanna a fare poco e niente, se non lo stretto necessario per non far morire di fame le persone e non turbare i sonni dei padroni. In questo contesto, ciò che ci resta è un mero tampone emergenziale, che alla prossima crisi salterebbe. Tutto ciò non basta. Dobbiamo puntare a un quadro nel quale si faccia spesa pubblica ingente, accompagnandola a una estesa programmazione, utilizzando tutti gli strumenti che ad essa sono propedeutici. Eppure, neanche questo sarebbe sufficiente. L’obiettivo deve essere una programmazione disegnata per  socializzare gli investimenti e cambiare radicalmente la composizione della produzione. Non quindi uno Stato forte e presente in quanto tale, ma che metta la produzione al servizio della collettività, riducendo la sfera del privato per erodere la dimensione dello sfruttamento. L’alternativa a ciò è che, una volta passata un po’ la bufera, questa improvvisa ondata di supporto per politiche fiscali espansive si trasformi nuovamente nei soliti intollerabili richiami all’austerità, con quel poco di Stato che ancora resta in piedi di nuovo teso a salvaguardare solo i profitti. Non torneremo alla normalità, perché la normalità era il problema.

Fonte

14/04/2020

Nazionalizzazioni e nuova IRI, una scelta indispensabile, anzi doverosa


L’emergenza in atto dovuta al Coronavirus ha aperto una fase epocale, storica, nel senso che si sono evidenziate contraddizioni presenti ormai da anni, latenti e che ora, a fine emergenza e dopo, potrebbero manifestarsi in tutta la loro portata.

Andiamo con ordine e proviamo a identificare, per ciò che può interessare maggiormente l’ambito sindacale e industriale, di quali contraddizioni parliamo.

Innanzi tutto quella legata all’economia, (sarebbe meglio dire modo di produzione capitalistico), alle produzioni che non trovano più sbocco. Un modello in crisi da sovra-produzione che tenta di rinascere come un’araba fenice dalle sue ceneri, ma che ad ogni più o meno grande “intoppo”, si riscopre cenere e riparte dal via sempre più azzoppata.

Una fase di sovra-produzione che fonda le sue origini nella storia recente con la prima crisi del dopoguerra, quella del petrolio negli anni ’70 del '900, che tenta di risollevarsi con la leva finanziaria, crollando nuovamente nel 2008 con i “subprime”.

Da allora in stallo, in modo particolare il modello di capitalismo occidentale, si rilancia nella gestione e messa a valore dei dati digitali come unico elemento possibile di differenziale di profitto rispetto ai competitori globali, divenuti ormai economie consolidate e non più emergenti, si assesta su produzioni completamente legate all’export perché il mercato interno non è in grado di autosostenersi e per finire punta su una riconversione “green” che di verde ha ben poco ma è solo un’allocazione differente di prodotti ed energie che sottendono comunque alla crescita (consumo e distruzione di risorse naturali) infinita.

Il tutto per arrivare alla crisi dell’”essere invisibile”, il Coronavirus, che in poche settimane riporta nuovamente tutti alla realtà, toglie il tappeto e mostra la polvere nascosta sotto. Un’economia al “palo” che non trova sbocchi reali ed apre a scenari incerti che preoccupano i vecchi stanchi attori globali ed eccita le nuove stelle in ascesa del panorama mondiale; verso cosa al momento è ancora difficile da dire.

Qualche dato, negli Usa prevedono un calo del PIL del 30% nel secondo trimestre. Confindustria prevede un calo della produzione industriale nel primo trimestre pari al 5,4% con una previsione per il secondo trimestre a meno 15%, andamento negativo industriale che contribuirà ad una frenata del PIL nel suo complesso con una diminuzione nel primo trimestre pari al 3,5 % e 6,5 % nel secondo, fino ad arrivare, per Goldman Sachs, ad una previsione del calo del PIL Italiano fino all’11%.

Evidente che numeri di questo tipo non rappresentano uno scenario legato a qualche settimana di stop industriale, anche se globale, ma un modello che si muove su un equilibrio instabile, che alla prima alterazione evidenzia la crisi cronica in cui persevera.

L’altro aspetto contraddittorio che emerge da questo tragico momento è che tutto ciò per cui ci hanno educato (intendo in modo particolare tutte le generazioni nate e \o cresciute dagli anni ’80 in poi), mostrato come infallibile, in grado di dare tutte le risposte, non è stato in grado di dare nessuna risposta.

La naturalità della concorrenza di mercato con tutte le sue leggi, della supremazia del privato e del singolo sul collettivo, sulla comunità e sullo Stato inteso come espressione dell’interesse della comunità medesima, dell’infallibilità delle leggi economiche volte al solo profitto, tutte le formule economiche passate come inviolabili e perfette non sono state in grado di dare una risposta che fosse una alla crisi in corso e si sono sciolte come neve al sole. In questo contesto ricade a pieno l’Unione Europea e la sua costruzione, che ha dimostrato per l’ennesima volta quale siano i suoi fondamenti.

La sua essenza basata sulla concorrenza di mercato e come tale applicata al sociale, le regole monetariste austeritarie legate alla politica del controllo del debito e volte alle riforme sociali e politiche in senso neoliberale non debbono essere messe in discussione. Le politiche economiche in atto non sono volte ad un’iniezione diretta di liquidità a sostegno dei vari settori economici o sociali, ma hanno tutte sempre il vincolo della condizionalità perché i fondamenti economici non possono essere alterati, poco importa se stanno morendo migliaia di persone.

Lo dimostrano bene i 100 mld del “Sure” che sottende un prestito fatto agli stati i quali dovranno fornire garanzie, oppure tutta la partita che si è giocata all’Eurogruppo in questi giorni, in modo particolare sul MES e sul vincolo delle condizionalità per potere accedere al suo credito.

L’accordo trovato è credito dal MES in deroga alle condizionalità solo per le spese sanitarie direttamente collegate al Covid-19, mentre il nodo su come trovare le risorse da 500 mld per il rilancio successivo al periodo di emergenza, il “Recovery Fund” proposto da Italia e Francia e finanziato da Eurobond o strumenti simili, rimane sul tavolo e rimandato al Consiglio con i capi di Stato e Governo.

Lo scontro che si è evidenziato alle riunioni dell’Eurogruppo, è l’immagine di un’altra dimensione della UE, quella delle differenze tra Stati membri, la cosiddetta Europa a più velocità. Gli stati del centro (con la Francia in una posizione ambiguamente duale, volta a dare risposte alla sua realtà e quindi costretta a schierarsi con gli stati del Sud, ma che non vuole rompere la cinghia di trasmissione del patto di Aquisgrana con la Germania per rimanere agganciata al centro) rimarcano ancora la loro supremazia rispetto agli stati periferici, in modo particolare quelli del Sud, impedendo la realizzazione di Eurobond. Cioè impediscono che il loro indebitamento possa servire a sostenere gli stati del Sud, perdendo al contempo la leva dello spread per imporre politiche a proprio favore come la gestione indiretta delle politiche degli Stati membri tramite il mercato.

La logica della perequazione fiscale non deve sussistere, l’asse del centro con i suoi “cavalli da corsa” industriali e finanziari non può essere zavorrata dall’”indolente sud”, in modo particolare ora che non è prevedibile lo scenario globale che si affaccerà al mondo dopo la crisi del Covid-19.

Unione Europea di fatto assente nel dare risposte e riposte veloci e concrete, quindi. Le azioni che sta mettendo in campo e che metterà in campo, stanno a pieno nelle logiche di politica economica attuale, legate alla condizionalità per le riforme.

La classe dirigente nostrana, sia quella politica che industriale, ha risposto alla crisi mostrandosi a pieno: il profitto e la produzione prima di ogni altra cosa. Possiamo dirlo in un modo un po’ più difficile ma che ci aiuta per motivi di brevità di questo articolo: la preminenza dell’economico sul politico non poteva e non può essere messa in discussione.

Un esempio su tutti la pressione costante che sta facendo Confindustria del nord, in piena zona rossa, perché possano riaprire anche le industrie non essenziali, perché a “breve periodo il Paese rischia di spegnere definitivamente il proprio motore e ogni giorno che passa rappresenta un rischio in più di non riuscire a rimetterlo in marcia”, in barba alla salute dei lavoratori e al contenimento della pandemia. Logica che abbiamo visto riaffermata anche con il decreto liquidità, dove i soldi messi in campo comunque dovranno passare per il via libera della UE e le garanzie economiche offerte dallo Stato con varie formule, a seconda se il prestito è richiesto da grande azienda o PMI, non sono erogate direttamente attraverso iniezione di liquidità, ma attraverso il normale sistema creditizio.

Affari d’oro per le banche che devono essere sempre garantite nei loro interessi e soldi alle imprese in piena logica privatistica. Invece sarebbe stato necessario capire dove immettere liquidità per reggere il sistema paese nel suo complesso, supportando indirettamente i salari, e quando nel tempo, comprendendo l’evoluzione della crisi aperta dalla pandemia.

Ma non solo, in un contesto in cui i tagli decennali alla sanità pubblica e al welfare tutto, uniti alle politiche volte alle autonomie regionali, hanno dimostrato tutti i propri effetti, il governo di concerto con Confindustria e con il bene placito di CGIL, CISL e UIL, ha permesso che molte attività di fatto non essenziali continuassero a rimanere aperte in deroga – a partire dal 23 marzo quando si sarebbe dovuta verificare la stretta governativa, secondo uno studio di Confindustria il 43% delle aziende è rimasto aperto sia perché filiera essenziale sia in deroga perché collegato a filiera essenziale – costringendo migliaia e migliaia di lavoratori a continuare a spostarsi in piena pandemia, a stare a contatto nei luoghi di lavoro in totale scarsità di dispositivi di protezione e misure di prevenzione non sufficienti.

Ma l’esigenza primaria è la continuità della produzione, a scapito della salute dei lavoratori e delle lavoratrici, delle loro famiglie, dell’intera popolazione.

Le immagini della metropolitana di Milano piena alle 6 del mattino ne sono un esempio, così come la filiera dove corrono le merci della logistica, che non si deve fermare perché le catene del valore non devono bloccarsi. L’export da e per il centro, Germania in primis, non può essere interrotto.

Così come gli ammortizzatori sociali messi in campo, con base economica del tutto insufficiente a rispondere alle esigenze di lavoratori e cittadini in difficoltà sono una briciola – circa 10 miliardi – se confrontati con le cifre messe a disposizione per le aziende. Inoltre, hanno un dispositivo progettuale nei tempi e modi che sono utilizzati dalle parti datoriali, poco e ora, per fronteggiare le chiusure obbligatorie, ma che serviranno molto di più nelle cosiddette seconde e terze fasi, quando lo shock economico di questa crisi manifesterà il suo effetto.

Quindi, ammortizzatori a sostegno del reddito durante l’emergenza per i lavoratori? Più che altro a sostegno delle aziende per la ripartenza, per adattare le produzioni alle inevitabili intermittenze ed esigenze di flessibilità a cui dovranno essere condizionate nell’incertezza del mondo economico del dopo emergenza.

Non tutte le ciambelle, però, vengono con il buco. La realtà dei fatti questa volta ha mostrato una forza a cui i tentativi di narrazione mistificatoria a sostegno del modello vigente non hanno retto completamente. Le stesse controparti datoriali, la classe dirigente e politica, anche se a mezze parole e a bocca stretta, ha dovuto riconoscere che solo un soggetto unico con un piano univoco e non singolo e particolare, è stato l’elemento fondamentale per fare fronte alla crisi, mettendo in campo risposte.

Questo soggetto è lo Stato, che il senso comune aveva completamente dimenticato. Lo stesso ovviamente non si è discostato nella logica della sua azione da ciò che l’attuale contesto storico, ideologico, politico-economico impone, ma al contempo si è evidenziata l’importanza del soggetto che esso rappresenta, la possibilità che possa esercitare una rottura (la violazione dei parametri in deficit ne è un esempio), la possibilità che possa essere governato per volontà politica e non per mera esecuzione di regole economiche inviolabili e definite altrove.

Il problema, e la possibilità che si apre da qui in avanti, è come recuperiamo a creiamo questo soggetto unico, lo Stato, in grado però di dare quelle risposte sociali, collettive e redistributive a favore di lavoratori, precari, soggetti più deboli della società, ecc., senza lasciare ancora una volta al “nemico” un campo che gli è sfuggito un po’ dalle mani, ma che sa di doversi riprendere alla svelta.

Partendo dalla consapevolezza di quest’ultimo punto e come soggetto sindacale, dovremmo cercare di procedere su una strada che non vada solo a mitigare le stesse regole del gioco, che verranno riproposte e aggravate, ma cerchi di invertire nel profondo la rotta, le regole e l’ideologia dominante degli ultimi quarant’anni.

A partire dalla denuncia che per il profitto sono state messe a rischio migliaia di vite umane di lavoratori durante l’emergenza, come vengono messe a rischio ogni giorno nei posti di lavoro subordinando la sicurezza ad orpello burocratico della necessità di produrre, ecco perché valevole la campagna messa in campo da USB per introdurre il reato di “omicidio sul lavoro”.

Rimettere in discussione l’intero complesso di regole normative relative al lavoro degli ultimi trent’anni, dal pacchetto Treu in avanti, per riconquistare il lavoro come diritto e diritto ad una vita degna e non accettare il lavoro come mezzo di sussistenza. Solo in questo modo il lavoratore è anche a pieno cittadino e il cittadino è lavoratore e così ha la possibilità di partecipare e contribuire alla vita politica e sindacale del paese, contribuendo all’interesse della collettività perché non costretto a pensare solo a come poter “mangiare”.

Rivendicare, cosa che USB sta già facendo da alcuni anni, la pubblicizzazione totale dei servizi essenziali, quali: sanità, settori socioassistenziali, welfare, ecc. Nazionalizzazione dei settori strategici dell’industria e dell’energia perché possano creare ricchezza secondo un piano razionale e fondato su esigenze collettive e nell’interesse collettivo. Per coloro che rimangono inattivi reddito incondizionato.

Il contesto che ci vedrà coinvolti, non solo nella cosiddetta fase due ma anche nel futuro prossimo, aprirà scenari inesplorati e tutta una serie di problemi impellenti da affrontare. Un potenziale cambiamento dei rapporti geopolitici globali che si caratterizzeranno per una multipolarità, cosa che potrebbe valere anche all’interno della UE in modo ufficiale e non solo ufficioso e dove gli USA potrebbero uscire non più come potenza globale in grado di esercitare questo ruolo.

Ovviamente con tutto ciò che ne consegue anche per il nostro Paese. Probabilmente una serie di piccoli soggetti imprenditoriali, tessuto industriale maggioritario per il contesto italiano, verranno travolti da questa crisi, a prescindere da prestiti o meno, aprendo un relativo e sostanziale problema occupazionale, oltre che di matrice economica, per l’intero paese.

Accelerazione della rivoluzione di Industria 4.0. L’incremento del’uso di nuove forme contrattuali e di lavoro sarà agita attraverso i processi di digitalizzazione che si stanno sperimentando abbondantemente e senza regole in questo periodo di quarantena, come lo “smartworking”, per puntare alle retribuzioni a risultato e non a tempo lavorato. La richiesta incessante che arriva dal mondo datoriale di sburocratizzare, perchè “i passaggi sono troppo complicati e lunghi l’emergenza lo dimostra”, non è da sottovalutare perché si tradurrà nella digitalizzazione di molti processi (PA compresa) in relazione al lavoro mentale (impiegati, tecnici, bancari, ecc.) e che potenzialmente potrebbero fare saltare molti posti di lavoro.

La consapevolezza maturata durante l’emergenza per chi detiene il business è che a fronte del periodo incerto e di cambiamento che vivremo o durante future emergenze simili, le macchine sicuramente non si rifiuteranno di lavorare e produrre in tutte le condizioni. Non lo dico io ma uno dei maggiori “think tank” americani “Brookings Institution: le società ristruttureranno i loro affari in modo da fare affidamento più sulle macchine che sulle persone e trovare anche più autonomia nell’evenienza di future emergenza come quella attuale”.

La centralità della gestione dei dati di ogni tipo, come differenziale di profitto del capitalismo occidentale di cui facciamo parte si acuirà, la quarantena ha dimostrato quante cose possiamo fare connessi e da questa esperienza non si torna indietro.

Ultimo ma non per importanza, l’ulteriore restringimento del campo di esercizio democratico dei propri diritti come lavoratori, vedasi le preoccupazioni della Commissione di garanzia sugli scioperi e relativi conflitti in emergenza e a valle di essa. Da qui l’esigenza di tagliare alla radice ogni possibilità di rivendicazione, passando per le limitazioni del diritto di sciopero.

La crisi legata alla pandemia ha dimostrato che la creazione di una Nuova IRI, cosa che USB rivendica apertamente da tempo, non è impossibile perché regolata da leggi economiche naturali ed immutabili che lo proibiscono, ma è questione di volontà politica e sindacale. Lo stesso Draghi in un’intervista al Financial Times ha dichiarato che lo Stato dovrà sostenere con il debito in modo strutturale l’economia, pena la “debacle”.

Il problema è se tale sostegno devo essere rivolto, come nella logica attuale, a mero sostenitore di intervento per favorire l’interesse privato e in concorrenza – come nella volontà di Draghi – o se tale sostegno debba tramutarsi in una visione che si fa interprete dell’interesse collettivo in termini redistributivi e sociali. Per quest’ultima opzione, occorre che incominciamo a dare qualche spintarella robusta come forza sindacale, perché da sola la “macchina” non imboccherà questa via.

Fonte

24/03/2020

Confindustria indifferente al virus, dispensa ordini per il “dopo”

I “poveri” confindustriali sono rimasti “offesi” dal fatto che gli operai, in primo luogo, abbiano cominciato a scioperare in modo abbastanza massiccio per protestare contro la prosecuzione delle attività produttive in un numero spaventoso di imprese, gran parte delle quali “non essenziali” (basterebbe citare l’aerospazio o “l’estrazione di petrolio”, che in Italia si può calcolare in gocce, anziché barili).

Il giudizio sottinteso dei lavoratori è che gli industriali italiani siano assassini, visto che hanno premuto con successo sul governo – non sembra abbiano fatto molta fatica neanche stavolta – perché la lista delle attività “consentite” fosse talmente vaga da poter comprendere praticamente tutto.

Il comma d dell’ultimo decreto recita infatti: «Restano sempre consentite anche le attività che sono funzionali ad assicurare la continuità delle filiere delle attività di cui all’allegato 1 (…) previa comunicazione al Prefetto della provincia». E in un sistema industriale ovviamente interconnesso tutto è in continuità con tutto. E infatti, soltanto a Brescia, ridotta ormai a un lazzaretto, al Prefetto sono arrivare in poche ore ben 600 richiesta di “deroga” da parte di industriali che vogliono restare aperti a dispetto di tutto.

Basta del resto guardare ai dati ufficiali: sono autorizzare a restare in produzione “oltre 800 mila aziende, il 39,9% sul totale delle imprese monitorate a livello nazionale”. Tradotto in numero di persone – lavoratori – sono circa 12 milioni quelli che devono spostarsi, utilizzando mezzi di trasporto pubblico o privato, per poi ammassarsi in luoghi di lavoro che soltanto gli imprenditori giudicano “a norma di sicurezza” secondo gli standard indicati dalla Protezione Civile e dal Ministero della Salute.

Persino un ingegnere, obbligato a restare anonimo, descrive in questo modo le condizioni di lavoro in provincia di Brescia (epicentro dell’epidemia e dove restano comunque aperte il 35% delle aziende). E gli ingegneri, lo ammetteranno persino gli industriali, lavorano in genere in condizioni un po’ migliori di quelle di un operaio di linea...

Verrebbe da chiedere a Silvio Brusaferro e Angelo Borrelli (incaricati della quotidiana conta di morti e contagiati), ma soprattutto a governo e Confindustria, come si pensa di attuare una strategia “drastica” di distanziamento con 12 milioni di lavoratori in continuo movimento, più qualche centinaio di migliaia di poliziotti, carabinieri, vigili urbani, militari di varie armi, ecc.

Nonostante il coprifuoco e l’orgia di sanzioni sul resto della popolazione...

Del resto, l’intervista di Repubblica al presidente dell’Assolombarda (la federazione regionale degli industriali storicamente “più a destra di Gœring”), chiarisce al di là di ogni dubbio l’assoluto menefreghismo e la cultura palancaia di questa gente.

Ve la proponiamo integralmente, qui di seguito, perché possiate tutti “apprezzare” questo saggio di imprenditoria parolaia, dove tutto il mondo appare come un semplice ammennicolo a disposizione del sistema delle imprese.

Noi ci limitiamo a segnalare alcuni passaggi che ci sembrano davvero “indicativi”, anche perché Carlo Bonomi è in pratica il prossimo presidente di Confindustria (l’unico candidato in lizza). Insomma, un sicuro protagonista del conflitto politico-sociale che si aprirà “dopo”, ma le cui premesse si stanno ponendo oggi.

Per quanto Repubblica non sia certamente in media “ostile alle imprese” – il gruppo Gedi è stato acquistato dalla famiglia Agnelli, prima era di De Benedetti – Roberto Mania è obbligato a porre la domanda sul fenomeno sotto gli occhi di tutti: “la maggior parte dei contagiati si concentra in aree molto industrializzate. Secondo lei c’è un nesso tra le fabbriche e il numero dei contagi?”

L’onestà intellettuale si vede dalla risposta: «Non credo ci sia questo rapporto, nessun dato conferma un’ipotesi di questo tipo. Piuttosto noto che si sta cercando di far passare l’idea che la colpa del contagio siano le imprese. E un paradigma del sentimento anti-industriale che c’è nel nostro Paese». Nessun dato? Se ne possono fornire a quintali... Ma nemmeno sotto tortura, probabilmente, ammetterebbe una responsabilità minima.

Ma è sui temi economici, paradossalmente, che si nota di più l’incompetenza anche tecnica. Bonomi da una parte prevede – non è difficile, lo fanno tutti – che “usciremo in maniera molto pesante da questa crisi. L’economia sarà fortemente colpita [...]. Non sarà stagnazione: sarà un’economia di guerra. Ci sono filiere, come quella del turismo, che vedranno il proprio fatturato scendere a zero. Ripeto: a zero. Dunque, c’è necessità di recuperare una vera politica industriale”.

Dall’altra, sul come trovare o attivare le risorse per gli investimenti, snocciola parole come “C’è il Mes, il fondo salva-Stati, con la sua potenza di fuoco di oltre 400 miliardi (spiccioli, nella dimensione europea di questa crisi, ndr). È il Mes che può per esempio essere un sottostante per l’emissione di un maxi eurobond per l’industria. Poi si dovrà decidere su miliardi di fondi che la Commissione europea ci mette a disposizione, malgrado non li avessimo usati per tempo e gli 8 miliardi di prestiti agevolati annunciati stasera [...] dalla Bei”.

Chiunque abbia letto due righe sul Mes sa che la richiesta di accedere a quei fondi implica pesantissime condizionalità, tali da riprodurre l’intervento della Troika (Ue-Bce-Fmi) com’è stato per la Grecia nel 2015. Ancora ieri, nella riunione dell’Eurogruppo tedeschi e olandesi hanno ribadito che neanche con la pandemia questo “principio” può essere messo in discussione. Quindi ricorrere al Mes – se non cambieranno radicalmente i trattati relativi – significa consegnare le chiavi del Paese in mano alla Troika e prepararsi a subire un saccheggio di tutto quel che può essere considerato redditizio e quindi valido per “saldare il debito”.

Ma che gliene frega a un imprenditore che – come dire – non godeva certo di buona fama già prima di arrivare al vertice di Assolombarda? Che gliene frega a una classe imprenditoriale, ormai dominata da “contoterzisti” (verso la Germania, fondamentalmente), che quando le cose vanno male delocalizza o vende al primo che passa?

Dite voi se è logico tenere nello stesso ragionamento queste due affermazioni: a) «quando usciremo da questo incubo ci troveremo in una situazione da economia di guerra», b) «No, non è quella la strada. Non mi convince affatto l’idea che da questa crisi si uscirà con lo Stato protagonista dell’economia (l’ipotesi di costruire una “nuova Iri”, ndr). Lo Stato deve restare regolatore, non gestore».

In una “economia di guerra” comanda per forza di cose uno Stato, e le imprese – come tutti i cittadini – si adeguano. Soprattutto, in un’economia di guerra che deve realizzare una “seconda ricostruzione”, la dimensione dello sforzo economico supera infinite volte quello che ogni singola azienda può mettere in campo.

L’Italia fu “ricostruita” nel secondo dopoguerra grazie da un lato al “piano Marshall” (finanziamenti USA), dall’altro grazie al ruolo guida dello Stato (programmazione, pianificazione, controllo diretto di grandi aziende, strategiche e non) attuato fondamentalmente tramite l’Iri. Con quella che insomma si chiama “economia mista”, non “socialismo”.

Bonomi non ne sa nulla. Non gliene frega nulla. E quelli come lui che lo nomineranno “presidente” sono pronti a tutto, meno che rimetterci qualcosa per ricostruire un Paese dopo un disastro come quello in corso.

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Bonomi “Andiamo verso un’economia di guerra Ma evitiamo una nuova Iri"

Roberto Mania – La Repubblica

Carlo Bonomi è il presidente di Assolombarda, l’associazione industriale di Milano, la più importante d’Italia. Milano è anche la città che rischia la catastrofe per il coronavirus. Bonomi è il candidato più forte alla successione di Vincenzo Boccia alla presidenza della Confindustria nazionale.

L’elezione ci sarà il 16 aprile. La Lombardia è allo stremo. Non è ragionevole chiudere tutto, anche nel resto del Paese, fuorché le attività legate alla sanità e agli alimentari?

«Per me fa testo quanto già previsto dal protocollo firmato da governo e parti sociali: si lavora e si deve lavorare solo dove si possono garantire condizioni di sicurezza e le imprese lo stanno già facendo responsabilmente. Siamo in costante e costruttivo contatto con il premier Giuseppe Conte. Le imprese sono a disposizione con la loro tecnologia e capacità organizzativa per predisporre un sistema di tracciamento del contagio, per tutelare i più esposti. Con questo sistema si andrà oltre l’idea di chiusura generalizzata. Accanto alla gestione dell’emergenza è necessario lavorare per il futuro».

Ma intanto c’è l’emergenza.

«Guardi, le faccio l’esempio della mia azienda. Noi operiamo nel settore biomedicale. Produciamo prodotti anche per le terapie intensive. Bene, tra quindici giorni non potremo più produrli perché un nostro fornitore ha deciso di chiudere. Io non posso sostituire quel componente come voglio, servono le autorizzazioni. E questo vale per tutte le filiere, per il farmaceutico come per l’alimentare. Se si interrompe la catena il prodotto finale non c’è. E troppo semplice pretendere la chiusura delle imprese senza assumersi la responsabilità delle conseguenze».

C’è però un dato: la maggior parte dei contagiati si concentra in aree molto industrializzate. Secondo lei c’è un nesso tra le fabbriche e il numero dei contagi?

«Non credo ci sia questo rapporto, nessun dato conferma un’ipotesi di questo tipo. Piuttosto noto che si sta cercando di far passare l’idea che la colpa del contagio siano le imprese. E un paradigma del sentimento anti-industriale che c’è nel nostro Paese. Eppure se si stanno realizzando nuovi reparti di terapia intensiva in pochi giorni, è grazie alle imprese. E grazie a singoli imprenditori privati che stanno donando per sostenere la nostra sanità. Vorrei aggiungere che molte aziende stanno riconvertendo le proprie produzioni per sostenere lo sforzo sanitario».

Qual è il suo giudizio sul decreto Cura Italia? È sufficiente?

«Io l’ho definito inadeguato. Pensi alla parte sul sostegno al reddito: riguarda solo il lavoro dipendente, e i lavoratori autonomi? Si può pensare che possano tutti fronteggiare questa situazione di emergenza con i propri risparmi? E una visione distonica del mercato del lavoro».

È stata estesa la cassa integrazione a tutte le imprese anche a quelle con un solo dipendente. Un provvedimento straordinario.

«Giusto, ma noi abbiamo bisogno di misure immediatamente applicabili, non possiamo aspettare i tempi della pubblica amministrazione italiana. Ma ci rendiamo conto che il governo ha spostato di quattro giorni le scadenze fiscali, annunciandolo due giorni prima delle stesse scadenze? Chi ha già pagato non otterrà alcun beneficio mentre all’Agenzia delle Entrate è stato allungato di due anni il tempo per gli accertamenti. Ma che senso ha? Non è così che si affrontano i problemi».

Nei giorni scorsi lei ha fatto un appello alle istituzioni e alla società civile per condividere la ricetta per affrontare la crisi economica dopo quella sanitaria. Cosa propone?

«Noi imprenditori abbiamo la certezza che usciremo in maniera molto pesante da questa crisi. L’economia sarà fortemente colpita. Non dobbiamo aspettare le stime del primo trimestre e poi del secondo per immaginare quale sarà l’ordine di grandezza dei punti di Pil che perderemo. Non sarà stagnazione: sarà un’economia di guerra. Ci sono filiere, come quella del turismo, che vedranno il proprio fatturato scendere a zero. Ripeto: a zero. Dunque, c’è necessità di recuperare una vera politica industriale. L’Italia deve essere capofila nel promuovere un nuovo progetto di politica industriale in tutta Europa. E in campo devono esserci le imprese e i sindacati, con le loro conoscenze, esperienze, capacità».

Con quali risorse? Un rilancio dell’industria ha bisogno di stanziamenti di notevoli dimensioni.

«C’è il Mes, il fondo salva-Stati, con la sua potenza di fuoco di oltre 400 miliardi. E il Mes che può per esempio essere un sottostante per l’emissione di un maxi eurobond per l’industria. Poi si dovrà decidere su miliardi di fondi che la Commissione europea ci mette a disposizione, malgrado non li avessimo usati per tempo e gli 8 miliardi di prestiti agevolati annunciati stasera ( ieri per chi legge, ndr) dalla Bei.

Sta pensando, almeno per l’Italia, a una nuova Iri?

«No, non è quella la strada. Non mi convince affatto l’idea che da questa crisi si uscirà con lo Stato protagonista dell’economia. Lo Stato deve restare regolatore, non gestore»

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