Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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10/07/2026

Il nuovo disordine mondiale / 39 – Mamma, mi si è ristretto l’Occidente (e allargato l’Atlantico)

di Sandro Moiso

Mario De Pizzo, Tempesta. Reykjavik, Brest, Rabat, New York e la battaglia per l’Atlantico, prefazione di Giampiero Massolo, Luiss University Press, Roma maggio 2026, pp. 100, 16 euro

Forse un titolo migliore per questo testo pubblicato dalla LUISS University Press avrebbe potuto essere Un grande avvenire dietro le spalle, rubato all’autobiografia di Vittorio Gassman e, come quella, con un sottotitolo dedicato non tanto alla vita, agli amori e ai miracoli di un grande mattatore, ma ai drammi, alle contraddizioni e gli attuali sinistri di un’ex-grande alleanza. Quella atlantica per l’appunto.

Un elemento che Giampiero Massolo, nella sua prefazione, mette in rilievo fin da subito, parlando di un libro che «mette nero su bianco, con lucidità e senza retorica, quello che un diplomatico vede ogni giorno sul campo: il ritorno brutale della Storia, la fine di un ordine liberale che credevamo eterno e la necessità di ragionare con un principio di realtà ferreo»1.

Quello che l’autore mette, per così dire, in scena è un dramma che si svolge su un palco definito da quattro ben identificate città: Reykjavik, New York, Brest e Rabat. Quattro luoghi apparentemente lontani, ma tutti al centro di una delle tempeste geopolitiche attuali più importanti, fatta di tensioni, interessi e rivalità che agitano i mari, i fondali, i cieli e le cancellerie di tutto il mondo.

De Pizzo che durante la compilazione della sua indagine non ha fatto in tempo ad aggiungere le conseguenze delle guerra scatenata per il controllo dello stretto di Hormuz, che non hanno certo giovato all’alleanza che da sempre porta il nome dell’oceano protagonista dei conflitti anticipati o riassunti nel suo libro, molto probabilmente è stato spinto a rivolgere l’attenzione agli stessi a partire dalla “crisi groenlandese” tra Stati Uniti ed Europa sviluppatasi a partire dagli ultimi mesi del 2025 e dagli effetti geopolitici scatenati dal cambiamento climatico in atto.

Cambiamento climatico che, mentre scioglie i ghiacci dell’Artico, porta alla luce nuove risorse minerarie, permettendo allo stesso tempo l’apertura di rotte commerciali inedite tra le coste settentrionali della Russia e quei ghiacci un tempo quasi insuperabili. Mentre, allo steso tempo, alimenta conflitti antichi per il possesso e il controllo di risorse strategiche che sembrano dare vita ad una gigantesca battaglia navale, di cui la sempre suggestiva grafica delle copertine dei testi editi dalla LUISS rende bene l’idea.

Battaglia navale certo non rinviabile alle immagini d’Épinal riferibili alle battaglie navali dell’epoca dei velieri, ma neppure a quelle di Leyte e Midway, considerato che anche dal secondo conflitto mondiale in poi molta acqua, non solo di mare, è passata sotto i ponti della Storia. Sia dal punto di vista tecnologico, soprattutto grazie allo sviluppo e alla diffusione dei droni guidati dall’intelligenza artificiale sia nei cieli che in mare, ma anche da quello delle forme sempre più ibride con cui il conflitto per il controllo dei mari e delle coste si presenta. Affiancando ai silenziosi duelli tra sottomarini russi, cinesi e americani che si osservano, si inseguono e si studiano in un equilibrio precario fatto di deterrenza e ombre, sui fondali dell’Atlantico, una guerra spesso sfuggente, combattuta non solo con missili e flotte, ma attraverso sabotaggi, attacchi ai cavi sottomarini e offensive cibernetiche.

Mario De Pizzo è giornalista del TG1 ed è stato conduttore di edizioni speciali e inviato al seguito di diversi presidenti del Consiglio nei principali vertici internazionali. Dal 2023 è membro dell’Atlantic Council, uno dei più noti think thank americani che si occupano di geopolitica, così nel testo appena pubblicato per Luiss University Press naviga tra le sponde dell’Atlantico raccontando luoghi e protagonisti di questa nuova competizione globale di cui le quattro città elencate nel sottotitolo sembrano definire un piano di gioco in cui tutte le contraddizioni geopolitiche, economiche e militari del presente sembrano avvicinarsi, nemmeno troppo lentamente, ad un punto di non ritorno.

A partire proprio, e in maniera sempre più evidente dopo l’avvento della presidenza Trump, dallo sfilacciamento progressivo del legame storico tra Europa e Stati Uniti che scricchiola paurosamente sotto la pressione delle potenze rivali e delle divisioni interne sempre più profonde.

“Contro la fame, la povertà, la disperazione e il caos”. Camminando su Rue de Rivoli, prima che questa bellissima strada ceda la scena a Place de la Concorde e si apra la vista sulla Senna e sul cuore di Parigi, ci si imbatte in queste parole, iscritte su una semplice lastra di marmo, sull’Hotel de Talleyrand. È la targa commemorativa del Piano Marshall, sul palazzo, elegantissimo, intitolato a uno degli artefici del Congresso di Vienna. La curva nella memoria di due tentativi, seppur diversi e lontani quasi un secolo e mezzo, di dare ordine al caos.
Nelle stanze in cui Talleyrand tesseva la sua tela, si insediò dopo la Seconda guerra mondiale l’amministrazione del piano di investimenti e prestiti con il quale gli Stati Uniti strinsero un patto con l’Europa nel 1948. Washington avrebbe prestato i capitali per la ripresa economica di Paesi dilaniati dalla guerra, che non avrebbero così ceduto al richiamo dell’influenza dell’Unione Sovietica. Inoltre, con la nascita dell’Alleanza Atlantica, gli Stati Uniti avrebbero fornito anche l’assistenza militare, per evitare che l’Armata Rossa tornasse oltre la Cortina di ferro.
[…] Con il piano Marshall e la Nato, nel 1949 nasceva l’Occidente politico. Un’idea, un’entità che oggi si sono sgretolate, già prima della scelta di Donald Trump di praticare un’egemonia predatoria e ridurre l’emisfero occidentale al solo continente americano. Dopo la caduta del Muro di Berlino il patto tra le due sponde dell’Oceano e le sue architetture non hanno tenuto il passo della Storia2.

Il riferimento a Talleyrand rinvia al più grandioso tentativo fallito di restaurazione dell’ordine precedente in un’Europa che era stata sconvolta dalla Rivoluzione francese e dalle successive guerre napoleoniche, a cui la primavera di popoli del 1848, sia con i moti rivoluzionari che con la nascita e il contemporaneo rafforzamento di ideali sia patriottici che socialisti, avrebbe posto fine, nonostante i sussulti che avrebbero ancora accompagnato l’agonia dell’Ancien Régime.

Nel contesto in cui si muovono sia De Pizzo con la sua analisi che i fatti a noi contemporanei, comprese le accuse rivolte da Donald Trump, anche in occasione del vertice di Ankara, agli alleati europei, Italia In primis, per non aver fino ad ora speso a sufficienza per la difesa e non aver collaborato per le operazioni militari nel Golfo Persico, tale riferimento assume una valenza simbolica certo non indifferente. Soprattutto nel senso negativo cui si è appena accennato.

Tralasciando per ora tale discorso, che sarà comunque ripreso in chiusura, e tornando alle città elencate come cardini su cui si articola l’attuale tempesta atlantica, De Pizzo ci ricorda che:

Brest è la base dei sommergibili nucleari dell’unica potenza atomica d’Europa, la Francia. Un’infrastruttura segretissima, oggetto addirittura di una minaccia ibrida sul finire del 2025 […]. Da quello che succederà sulle rive di questa cittadina a ovest di Parigi dipenderanno sia le sorti della difesa dell’Europa come spazio geografico e politico, e della sua capacità di risposta [militare], sia la possibilità per l’Europa di stabilire una maggior autonomia dalla difesa degli Stati Uniti, che rappresenta ancora la garanzia di tutela reale del Vecchio continente. La guerra ibrida, la proliferazione vertiginosa di armamenti nucleari e l’avvento di armi autonome con sistemi di intelligenza artificiale richiedono nuove forme di multilateralismo3.

Una parola quest’ultima che, come ci avverte ancora l’autore, suona ormai desueta, soprattutto tra le fila occidentali ed europee; dove tra mugugni, rivalità economiche e tecnologiche e difficoltà politiche interne, proprio il progetto di una difesa comune appare sempre più difficile da realizzare. Considerato anche che quando De Pizzo ha scritto il suo libro Keir Starmer era ancora saldamente al governo, cosa che lo poneva al centro di ogni iniziativa della cosiddetta “coalizione di volenterosi”, essendo anche a capo del governo dell’unica altra potenza nucleare europea, mentre oggi le sue dimissioni e il possibile risultato delle future elezioni politiche nel Regno Unito potrebbero rimettere in discussione le prospettive politiche e militari su cui poggiavano le sue iniziative.

Così come nell’italietta meloniana lo stesso governo deve destreggiarsi tra promesse di solidarietà all’Ucraina, attenzione a non sforare il bilancio con spese militari tendenti a compromettere ulteriormente una spesa pubblica già fortemente ridotta a tutto svantaggio dei cittadini e l’emergere di una nuova forza di destra che dell’opposizione alla partecipazione, anche indiretta, al conflitto ucraino ha fatto uno dei suoi punti di forza, insieme al sempiterno motivo del razzismo, presente oggi nel dibattito politico pubblico sotto le spoglie della “remigrazione” e della sicurezza pubblica.

Due punti, questi ultimi, che accomunano sia il Rassemblement National di Marine Le Pen e Jordan Bardella, in Francia, che la tedesca Alternative für Deutschland, il partito di estrema destra che sembra far traballare sempre più la coalizione politica su cui si basa il governo di Friedrich Merz in Germania. Governo che dopo aver fatto storcere il naso agli alleati per sue pretese nucleari e di gigantesca espansione della spesa militare, oggi deve fare comunque i conti con la minaccia di centomila licenziamenti e la possibile chiusura di quattro grandi stabilimenti industriali da parte del gruppo automobilistico Volkswagen/Audi.

Un panorama politico ed economico mozzafiato per chiunque si fosse precedentemente adagiato sulle promesse di un europeismo e di un atlantismo senza fine, cui la crisi irreversibile della Nazioni Unite aggiunge un ulteriore tassello di incertezza.

A New York le Nazioni Unite, simbolo della speranza che le potenze mondiali potessero sempre cercare la strada del dialogo, languono. Così come sono messe a dura prova tutte le istituzioni costruite nel secondo Novecento, di fronte a una volontà di potenza che scuote il mondo anziché proteggerlo, sfaldando gli organismi di quell’Occidente politico che può sopravvivere al caos solo ripartendo dalla sua legge fondamentale: l’idea che il potere non possa non avere un limite4.

Per l’autore, all’opposto, Reykjavík e Rabat potrebbero invece rappresentare «le opportunità di un’intesa rinnovata nella comunità occidentale», soprattutto la seconda. Vediamone ancora i possibili motivi.

La diffusione delle infrastrutture critiche rende vulnerabile anche la potenza più forte, anzitutto sul proprio terreno: gli scudi spaziali non bastano a contenere minacce che corrono via mare, aria, terra e sulle vie digitali.
[…] Cina, Russia, Iran, Corea del Nord, contendono terre rare e materie prime, dall’Artico al Sahel. Sommergibili, droni, accordi economici, attacchi ibridi e cyber, ingerenza e destabilizzazione nella vita delle società di Paesi sensibili e fake news sono le armi di un conflitto globale già in atto. Il controllo dello Giuk Gap, lo stretto tra Groenlandia, Islanda e Regno Unito, è essenziale ancor più oggi che durante la Guerra fredda; per non lasciare l’Artico e le sue risorse alla Cina e alla Russia e per impedire a Pechino e Mosca di muovere i propri sottomarini nell’Atlantico e minacciare Stati Uniti ed Europa.
A sud, l’Occidente deve ricostruire un rapporto con i Paesi africani, per non consegnarli all’instabilità, alle bande terroristiche e alle milizie guidate dalle potenze ostili che possono rappresentare una minaccia reale soprattutto per l’Europa. I margini dell’Atlantico del Nord, dall’Africa all’Artico, diventano il luogo in cui ricostruire la relazione tra vecchio e nuovo continente attorno a un bene comune: la pace, la sicurezza. [...] una nuova frontiera che difenda l’ordine liberale, la democrazia, lo Stato di diritto, la cooperazione.
John Fitzgerald Kennedy, il presidente americano, ucciso tragicamente a Dallas nel 1963 [...] terminò il suo discorso all’Università di Washington con parole che nel 2026 sembrano eretiche per un presidente degli Stati Uniti, ma che racchiudono la missione dell’Occidente e propongono il miglior antidoto al caos dei giorni che viviamo: “Faremo anche la nostra parte per costruire un mondo di pace in cui i deboli siano sicuri e i forti siano giusti. Non siamo privi di risorse rispetto a questo compito, né privi di speranze circa il suo successo. Fiduciosi e senza timore continueremo a lavorare: non per una strategia di annientamento, ma per una strategia di pace”5.

Ecco, allora, giunto il momento di sottolineare quando i progetti alla Talleyrand iniziano a fallire, fin da subito, ovvero dal sogno e dal desiderio di riportare tutte le istituzioni politiche, le alleanze militari e le condizioni economiche a com’erano state prima. Prima della Rivoluzione francese, prima di Napoleone, prima dello sviluppo di nuove società industriali ed economiche come la Cina e l’India, prima della caduta del muro di Berlino e dell’URSS, l’altro principale garante del condominio mondiale russo-americano su cui si era fondato l’ordine successivo alla seconda guerra mondiale.

Un “prima” idealizzato e forse mai davvero esistito, sia nel XVIII secolo che nel XX e che certo non avrebbe potuto tornare nel XIX e che non potrà farlo nemmeno nel XXI secolo. Non per scelta o volontà degli individui o dei singoli governi, sempre più limitati nelle loro opzioni dalle necessità imposte dalle leggi dell’accumulazione del capitale, sia all’Ovest che all’Est o al Sud e al Nord, sia tra i paesi ancora aderenti all’Occidente che ai BRICS. Una competizione sempre più drammatica rispetto alla quale il problema non è tanto quello di ritrovare o perseguire vecchi ideali per superarla, quanto piuttosto di cambiare il paradigma economico, sociale, ambientale e politico affidandosi al quale l’Occidente si è ristretto e l’Atlantico si è allargato distanziando tra di loro a dismisura tutti gli ormai ex-alleati che si affacciano sulle sue sponde. Rispetto a cui, guarda caso, l’unica via per il suo restringimento e riavvicinamento tra gli stessi sembra essere costituito, ancora una volta e come sempre, dalla creazione di un nemico o da un male assoluto cui occorrerebbe opporsi, sia militarmente che politicamente.

Proprio in questo senso, la consultazione del testo di De Pizzo, ricco di dati ed informazioni, può risultare utile, soprattutto per i giovani lettori vista anche la sua maneggevolezza e sinteticità. Considerate anche le parole spese da Massolo in chiusura della sua prefazione: «Questo libro non è dunque un requiem per l’Occidente. È una carta nautica per navigare la tempesta. Leggetelo con attenzione. Perché la tempesta non è alle porte: è già qui»6.

Note

  1. G. Massolo, Prefazione a M. De Pizzo, Tempesta. Reykjavik, Brest, Rabat, New York e la battaglia per l’Atlantico, Luiss University Press, Roma maggio 2026, p.11. 
  2. M. De Pizzo, Introduzione aTempesta, op. cit., pp. 13-14.
  3. Ivi, p. 14.
  4. Ivi, p. 14.
  5. Ivi, pp. 14-15.
  6. G. Massolo, op. cit., p. 12.

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04/07/2026

Ad Ankara si riunisce il vertice annuale della Nato

Il 6 e 7 luglio i paesi membri della Nato si riuniranno per il loro vertice annuale ad Ankara. I temi prioritari in agenda riguardano l’aumento delle spese militari dei paesi europei (sui quali insistono gli USA) e il sostegno militare all’Ucraina nella guerra contro la Russia.

Ma a complicare il clima del vertice Nato ci sono prima state le contumelie di Trump contro gli alleati ritenuti “irrilevanti” durante l’aggressione all’Iran, poi è arrivata la gaffe del segretario della Nato, Mark Rutte, sui voli militari USA dall’Europa durante la guerra, nel servile tentativo di compiacere il padrino statunitense.

A complicare ulteriormente il quadro è anche la notizia, riportata dal New York Times, e confermata da varie fonti al Pentagono, di una prossima revisione della presenza militare americana in Europa. Si tratta della conferma di come Washington non esiti a usare la propria presenza militare in Europa come leva negoziale. E la cosa sembra funzionare, visto che i benefici del riarmo europeo stanno andando anche e soprattutto alle industrie militari statunitensi.

Ma al vertice Nato di Ankara gli europei si presenteranno sapendo che l’Alleanza atlantica non è più un dato acquisito. Tanto che sul piano dell’aumento delle spese militari si stanno allineando un po’ tutti i paesi europei.

Al vertice dello scorso anno all’Aia, i paesi membri dell’alleanza si erano impegnati a investire annualmente almeno il 5% del PIL nella difesa entro il 2035.

Il sito ufficiale della Nato comunica che nel 2025, gli Alleati europei e il Canada hanno già aumentato la spesa per la difesa di oltre 90 miliardi di USD (ai prezzi del 2021, ovvero quasi 139 miliardi di USD in termini nominali) – un aumento di quasi il 20% rispetto al 2024.

Negli ultimi dieci anni, hanno costantemente aumentato le spese militari – dall’1,4% del PIL complessivo nel 2014 al 2,3% nel 2025, quando hanno investito complessivamente oltre 571 miliardi di USD (a prezzi del 2021) nella difesa.

La traiettoria e l’equilibrio della spesa secondo questo piano saranno rivisti nel 2029, alla luce del contesto strategico e degli attuali ‘Obiettivi di Capacità’.

Sul piano della guerra in Ucraina, i paesi membri della NATO stanno inviando armi, munizioni e molti tipi di equipaggiamento militare leggero e pesante a Kyev, inclusi sistemi anticarro e di difesa aerea, sistemi di artiglieria, munizioni, droni, carri armati e caccia.

La protezione assicurata dall’Articolo 5 della NATO e la sua promessa di difesa collettiva danno ai paesi membri che stanno riarmando l’Ucraina la garanzia di poter inviare armi in Ucraina senza compromettere la propria sicurezza. Inoltre, le forze della Nato stanno addestrando truppe ucraine all’uso di queste attrezzature.

Per garantire che il sostegno militare all’Ucraina continui, i paesi Nato, al vertice di Washington del 2024, hanno sottoscritto un Impegno di Assistenza Sicurezza a Lungo Termine per l’Ucraina. In base a questo impegno, gli Alleati hanno concordato di fornire un finanziamento minimo di 40 miliardi di euro nel 2024 e livelli sostenibili di assistenza alla sicurezza affinché l’Ucraina “prevalga sulla Russia”.

Ma i paesi della Nato hanno superato abbondantemente questo impegno già nel 2024 – fornendo oltre 50 miliardi di euro, quasi il 60% dei quali proveniva dagli Alleati europei e dal Canada.

Parallelamente al vertice Nato vero e proprio, il 7 luglio – sempre ad Ankara – si riunirà Il Forum dell’Industria della Difesa (NSDIF26), il principale evento di alto livello della NATO sulla produzione, gli investimenti e l’innovazione transatlantica nella difesa. Parte integrante del Vertice NATO 2026, il Forum riunirà alti funzionari NATO, alleati e partner, leader industriali per promuovere l’industria bellica, l’innovazione e per discutere le questioni più urgenti.

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04/06/2026

Soldati e missili israeliani negli Emirati contro l’Iran

La visita rinnegata

Assolutamente preziosa (per gli interessati), ma anche chiaramente imbarazzante. Parliamo della visita-lampo di Netanyahu negli Emirati Arabi, che avrebbe dovuto essere tenuta supersegreta, confinata nelle stanze della diplomazia, per ragioni di “realpolitik”. Ma che, invece, due settimane fa è deflagrata come notizia-bomba, proprio nel momento in cui agli israeliani faceva comodo. E che, invece, nel Paese del Golfo ha sollevato un’immediata cortina fumogena di smentite. Nessuno ha visto nessuno, insomma, dicono ad Abu Dhabi. “Netanyahu non l’ho mai incontrato”, ha dichiarato con lo sguardo sfuggente il Presidente, sceicco Mohamed bin Zayed al-Nahyan. E lo capiamo. Si, perché pur comprendendo gli interessi nazionali (non tanto patriottici, quanto piuttosto finanziari) che agitano i sonni degli emiri, si fa fatica a pensare che degli arabi sunniti abbiano srotolato il tappeto rosso sotto i piedi dello “sterminatore di Gaza”. Eppure è così, perché la guerra contro l’Iran, che sembra studiata apposta a tavolino, per destabilizzare irrimediabilmente ciò che resta dei fragili equilibri della regione, ha rimescolato le alleanze. O, meglio, ha pericolosamente accelerato divergenze (e ‘convergenze’) che non promettono nulla di buono. Così, gli israeliani hanno praticamente stretto un patto di ferro, benedetto da Trump, con gli Emirati in funzione anti-Iran. Usando il Paese, assieme agli americani, come utile testa di ponte per attaccare il regime degli ayatollah.

Truppe e missili di Tel Aviv

Dunque, secondo il Wall Street Journal, il dado è tratto: l’intesa tra Tel Aviv e Abu Dhabi, fin qui formalizzata solo attraverso i Patti di Abramo, ora ha fatto un salto di qualità. In un certo senso è diventata una partnership militare. “La guerra con l’Iran – scrive il giornale – ha portato a una notevole espansione dei legami, con Israele che si è spinto fino a schierare truppe e sistemi di difesa missilistica nel Paese del Golfo, per proteggerlo da eventuali attacchi iraniani. Ma un viaggio segreto negli Emirati Arabi Uniti, che il Primo ministro israeliano ha affermato di aver compiuto, e la rapida smentita da parte degli Emirati Arabi Uniti, rivelano i rischi politici che ancora incombono sulle relazioni” tra i due Paesi. Smentite, giri di valzer diplomatici, cosmesi politica, sforzi (maldestri) di negare l’evidenza: comunque sia, tutto il circo Barnum di indiscrezioni che ruotano intorno al vertice “rinnegato” testimonia che Emirati e Israele hanno discusso, in profondità, di come attaccare l’Iran. E per sottolineare l’importanza che gli analisti danno a quella che ormai può essere considerata, a tutti gli effetti, come un’alleanza strategica, sempre il Journal scrive che “durante la guerra, Israele ha inviato batterie Iron Dome e truppe a difesa degli Emirati Arabi Uniti, e diverse decine di soldati sono tuttora di stanza in un complesso militare nel Paese del Golfo, secondo quanto riferito da una fonte a conoscenza dei fatti. Numerosi alti funzionari israeliani, oltre al Primo Ministro Benjamin Netanyahu, al capo del Mossad, al capo dello Shin Bet e al capo di Stato maggiore israeliano, si sono recati segretamente negli Emirati durante il conflitto, per coordinare le attività contro l’Iran”.

Un ruolo bellico segreto

L’escalation della crisi, nel caso dell’attuale Guerra del Golfo, è determinata dalla strategia iraniana della “guerra di logoramento” a bassa intensità. Mano a mano che la dottrina israeliana della “decapitazione” andava avanti, a Teheran si è rafforzata la corrente degli “intransigenti”. In sostanza, ha vinto una linea di conduzione del conflitto che punta al suo allargamento e alla massimizzazione dei danni collaterali, tali da coinvolgere anche i Paesi non belligeranti. La dottrina Hormuz è il caposaldo di questo ragionamento, che tende a strangolare le rotte mondiali di approvvigionamento energetico. Allora, se prima della guerra, i Paesi del Golfo avevano dichiarato che non avrebbero permesso l’utilizzo del loro spazio aereo o delle loro basi per attacchi contro il regime degli ayatollah, dopo è cambiato tutto. Quando, cioè, l’Iran ha deciso di bombardare porti e infrastrutture di stati neutrali. Gli Emirati Arabi – sostiene il WSJ – hanno subito il peso maggiore di questi attacchi, poiché l’Iran li ha presi di mira con oltre 2.800 tra missili e droni, un numero di gran lunga superiore a quello utilizzato contro qualsiasi altro Paese, Israele compreso.

Attacchi congiunti con Israele

Forse l’aspetto più significativo dell’alleanza tripartita Usa-Emirati-Israele sono le operazioni di bombardamento compiute assieme. Tra gli obiettivi sono stati segnalati le isole di Qeshm e Abu Musa nello Stretto di Hormuz; Bandar Abbas, la raffineria di Lavan e il grande impianto petrolchimico di Asaluyeh. “L’entità della risposta aggressiva degli Emirati Arabi Uniti – conclude il WSJha esacerbato le divisioni all’interno del Golfo. All’inizio di aprile, l’Arabia Saudita si è lamentata con gli Stati Uniti del fatto che gli attacchi degli Emirati stessero aumentando il rischio che le infrastrutture energetiche regionali potessero essere prese di mira dall’Iran, cosa che avrebbe potuto far impennare i prezzi del petrolio e scuotere i mercati globali”.

“I sauditi volevano che gli Stati Uniti facessero pressione sugli sceicchi affinché interrompessero gli attacchi di rappresaglia e si unissero agli sforzi diplomatici dei Paesi della regione”.

Fonte

16/02/2026

La Monaco del Terzo Millennio, atomico

Dare un giudizio sintetico delle tendenze e delle intenzioni spiattellate alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco, è relativamente semplice: l’Occidente capitalistico dichiara guerra a tutto il mondo.

Stabilito questo, che è anche l’unico punto in comune tra le due sponde dell’Atlantico, si tratta di vedere se ci andrà unito come era stato in passato oppure se gli Stati Uniti andranno per la loro strada lasciando gli europei a vedersela da soli o quasi.

Le complicazioni e le ipotesi subordinate sono pressoché infinite, naturalmente, perché bisognerà vedere se il mondo Maga riuscirà nell’obiettivo di trasformare gli Usa nella “Svastica sotto il sole” – un sistema suprematista fondato sull’estremizzazione della retorica wasp (white-anglo-saxon-protestant) – oppure se il conflitto interno esploderà paralizzando, forse, in proporzione l’ex superpotenza egemone e comunque militarmente ancora dominante.

E bisognerà anche vedere se l’intento di parte dei paesi europei – diventare una superpotenza “competitiva”, dotandosi di arsenale atomico ed eserciti più numerosi e meglio armati – riuscirà a superare ostacoli che appaiono alquanto alti. Sull’armamento atomico, per esempio, solo Francia e Gran Bretagna hanno una base di partenza, per quanto imparagonabile per dimensioni ed efficacia con i corrispettivi statunitensi, russi e cinesi.

Le premesse non sembrano ottime, visto che ancora ieri – proprio a Monaco – a fronte delle richieste di alcuni paesi perché la Francia aderisca al processo ufficiale di pianificazione nucleare della NATO (ne è rimasta sempre fuori) in modo da legare più strettamente l’arsenale francese alla sicurezza europea – la viceministra della Difesa transalpina, Alice Rufo, ha dichiarato che Parigi non ha alcuna intenzione di farlo.

Parigi potrebbe al massimo prendere in considerazione l’aumento del suo arsenale nucleare, se sovvenzionato da altri paesi. Fare la grandeur napoleonica con i soldi altrui, insomma. Bisogna essere del tutto scemi solo per pensarlo possibile... 

Come per tutti i temi “europei”, insomma, si ripropone sempre l’alternativa secca tra “processo federativo” (che mette in comune tutto, “sovranamente”, creando un centro decisionale sottratto alla contrattazione quotidiana tra titolari con diritto di veto) e “comunità di Stati” che lavorano insieme con regole collettive magari stringenti (sulle politiche di bilancio, la politica monetaria, ecc), ma senza dismettere la propria sovranità.

Ma se non si riesce neanche a mettere in comune il debito pubblico appare molto onirico pensare che lo si possa fare con un arsenale atomico. Magari in mano ai nazisti tedeschi, quando o se torneranno di nuovo al Reichstag (e l’AfD a questo punta) e dunque al vertice della UE... 

Comunque sia, il messaggio consegnato da “Narco” Rubio per conto di Trump è stato identico a quello giù trasmesso un anno fa dal più insultante JD Vance; giusto un po’ più morbido nei toni, secondo funzionari ammessi alle riunioni riservate: “Ha espresso la volontà di lavorare insieme, ma con un messaggio chiaro: l’Europa deve fare di più, e che siamo passati da un ‘mondo basato sui valori’ a un mondo ‘basato sugli interessi’”.

E quindi gli Stati Uniti di Trump stanno costruendo un altro “ordine internazionale” cui l’Europa può partecipare, se vuole, ma in posizione totalmente subordinata e senza garanzie certe di “tutela militare”. Altrimenti Washington farà da sola.

Gli interessi di America ed Europa sono insomma qualitativamente simili (controllo delle risorse naturali del pianeta, in continuità col vecchio colonialismo dei secoli passati, che ha garantito la “ricchezza” dei paesi occidentali), ma rispondenti a soggetti diversi. Quindi in competizione. Dunque va sciolto subito l’interrogativo su quale sia l’interesse dominante e quelli subordinati.

Si può insomma partecipare all’ipotetico banchetto a spese del resto del mondo, ma deve essere chiaro che le porzioni verranno tagliate da Washington.

“Ipotetico banchetto”, diciamo, perché quel resto del mondo (Russia, Cina, Iran, India, ecc.) non è più da tempo una pianura attraversabile e recintabile in pressoché totale tranquillità, sia dal punto di vista economico che militare.

Lo stesso attacco alla sola Russia – condotto negli ultimi venti anni tramite un’Ucraina “nazificata” con il golpe di Majdan – si è rivelato molto meno efficace del previsto. Checché ne dica ancora quella poveretta di Kaja Kallas, l’economia di Mosca non è “finita in pezzi” (quella europea sì, anche grazie alle “sanzioni” suicide), la società non si è frammentata, il sistema politico è solido, l’esercito anche (i numeri sulle perdite altrui sono esercizi di propaganda, da entrambe le parti) e l’armamento molto modernizzato dalle nuove forme della guerra (droni, missili ipersonici, ecc.).

L’esplicita intenzione “europea” di far continuare la guerra anche se le trattative tra Trump e Putin dovessero arrivare ad un accordo di pace sembra un caso clinico davvero originale, più che una strategia dotata di senso. Nelle attuali condizioni – industriali, militari, di sviluppo tecnologico dedicato, ecc. – che la UE possa “competere” da sola con la Russia è fuori questione. Che possa arrivare ad avere un arsenale atomico senza che questa minaccia solleciti una “risposta preventiva” russa, anche.

Ma gli attuali vertici europei sono fatti di scappati di casa reclutati col manuale Cencelli, che ignorano l’abc dei rapporti di forza internazionali e parlano come se la loro volontà di stamattina fosse un “piano” per il futuro. Senza gli Stati Uniti a protezione, alla Ue serviranno anni di “sacrifici” e risorse colossali dirottate verso gli armamenti.

Ma a sottolineare che le priorità statunitensi sono ora cambiate, lo stesso Rubio ha disertato l’incontro preparato dalla UE con Zelenskij per andare invece in visita dai “dissidenti” ungheresi e slovacchi, contrari al proseguimento della guerra e quindi degli aiuti a Kiev.

Riassumendo (perché la materia è oggettivamente sterminata e non mancheranno motivi per tornarci sopra): la guerra è per l’Occidente capitalistico l’unica strada per uscire da un crisi che si prolunga ormai da quasi venti anni e che vede crescere a velocità almeno tripla le “economie emergenti” perché orientate da una progettualità politica (magari brutalmente “nazionalistica”) anziché dalla prevalenza degli interessi privati, ricche di risorse, popolazione in età da lavoro, “senso di sé e della propria storia”, intelligenza e competenze.

Il fatto che la guerra sia l’unica strada significa che questa parte del mondo si prepara a percorrerla, distruggendo quel che resta di istituzioni internazionali, diritti e valori umani, popolazioni intere (il genocidio è nel dna del suprematismo bianco coloniale).

Che sia una strada facile non è però affatto detto. Che Europa e Stati Uniti riescano di nuovo a camminare insieme, neanche. Che l’Unione Europea possa reggere la tensione interna tra interessi nazionali contraddittori, nemmeno.

Il tutto, per giunta, non per “far avanzare la civiltà” – la veste angelicante adottata dal colonialismo dei secoli passati – ma per “mantenere il nostro sistema di vita”. Ossia i profitti di sempre meno multinazionali (finanziarie, industriali, “piattaforme”) sottratte a qualsiasi obbligo e responsabilità.

Un obiettivo veramente miserabile, degno della “corte di Epstein”. Destinato a fallire, certo. Il problema è il prezzo che l’umanità sarà costretta a pagare per espellerlo dalla Storia.

Fonte

12/02/2026

La “cooperazione rafforzata” è la forza centrifuga della UE

Il vertice informale sulla “competitività”, convocato oggi dal presidente del Consiglio Europeo António Costa nel castello di Alden Biesen, in Belgio, si preannuncia come un momento di passaggio centrale nelle ambizioni europee di diventare un attore capace di giocarsi una posizione di primo piano nell’accelerata competizione globale.

Non tanto per i dossier sul tavolo, che rimangono comunque importanti, quanto per il metodo che è stato da più parti evocato, e che è stato ricordato nero su bianco in una lettera di von der Leyen, in vista della convocazione del summit: “non dovremmo esitare a ricorrere alle possibilità previste dai trattati in materia di cooperazione rafforzata”, cui fino a oggi si è ricorso in maniera limitata.

I problemi che si affronteranno in Belgio sono quelli della necessità di semplificare i processi burocratici, l’integrazione del mercato unico e la competitività delle aziende europee. Non a caso, Costa ha invitato a partecipare Mario Draghi ed Enrico Letta, per aggiornare le loro osservazioni sui rapporti redatti nell’autunno del 2024, incentrati proprio su questi argomenti.

Date le resistenze e gli interessi che non collimano tra i 27 membri della UE, e visto che non c’è tempo per far sì che sia il “mercato”, alla fine, a far allineare le economie di così tanti paesi, von der Leyen recupera il tema della “cooperazione rafforzata”, già presente nel rapporto Draghi sulla competitività e riecheggiato nel “federalismo pragmatico” accennato recentemente proprio dall’ex presidente della BCE ed ex primo ministro italiano.

Che cos’è questa “cooperazione rafforzata”? Si tratta di un meccanismo della UE che permette a un gruppo di almeno nove membri di procedere più rapidamente nell’integrazione in un’area particolare, attraverso procedure specifiche ma senza però ostacolare le politiche comunitarie, soprattutto dove ad esse viene riconosciuta la competenza esclusiva.

Sono escluse, dunque, la politica estera, quella doganale, commerciale e monetaria, la concorrenza del mercato unico. Vi possono invece essere comprese, sotto alcuni aspetti, la politica di sicurezza, la giustizia, alcuni provvedimenti fiscali; in passato la “cooperazione rafforzata” è stata usata anche per definire un particolare regime di brevettazione. Insomma, settori non di poco conto.

Se tale soluzione può sembrare congeniale, rappresenta in realtà una sclerotizzazione del progetto europeo, inteso come governance continentale funzionale a permettere la creazione di un’economia con le “carte in regola” per competere con gli altri grandi attori dello scenario mondiale (USA e Cina, in sostanza). O, detto in altre parole, a creare quella configurazione istituzionale funzionale al pieno dispiegamento di un imperialismo europeo.

Il passaggio dal metodo dell’unanimità (e, su alcune votazioni, di “maggioranza rafforzata”) a uno più dipendente da “alleanze” interne alla UE, che si muovono a velocità diverse, per quanto possa sembrare la via facile per aggirare una serie di resistenze, porterebbe però all’accentuazione delle asimmetrie che già caratterizzano il mercato unico. Le contraddizioni, probabilmente, piuttosto che risolversi, andrebbero aumentando.

Inoltre, un esteso utilizzo della “cooperazione rafforzata” significherebbe, come accennato sopra, la creazione di più filiere interne alla UE. Ovvero una modifica profonda dell’ordine politico con cui vengono prese le decisioni. Perché se prima, comunque, il luogo del voto era uno solo, ora si andrebbero moltiplicando. Solo i paesi coinvolti in una specifica “cooperazione”, infatti, votano nel Consiglio dell’Unione Europea; dunque è come se si aprisse la porta a “tanti Consigli” quanti sono gli accordi di “cooperazione”.

Non sarebbe più solo una UE “a due velocità”, ma a tante velocità diverse (al limite, addirittura in competizione tra loro), che andrebbe configurandosi più come una serie di “accordi multilaterali” su vari temi, piuttosto che un’entità politica unica, seppur nella sua particolare configurazione.

Di fronte a questo scenario, alcuni paesi che hanno già mostrato poco allineamento di interessi con la borghesia continentale rappresentata a Bruxelles potrebbero persino decidere di fare un passo indietro dalla UE. Non sono solo piccoli paesi, dato che i nodi stanno venendo al pettine anche tra Parigi e Berlino, ad esempio.

Ovviamente, per Parigi e Berlino la UE è precisamente lo strumento pensato per contare sul tavolo dello scontro interimperialistico, mentre i paesi relegati in una posizione subordinata – ma che hanno tra l’altro mantenuto rapporti diversificati con USA, e persino con Russia e Cina, potrebbero interrogarsi sull’utilità futura dell’apparato “unionista”. Si parla innanzitutto dei paesi che ancora non hanno adottato l’euro, come la Repubblica Ceca e l’Ungheria, e che più di una volta hanno ingaggiato anche un braccio di ferro con gli organi comunitari.

Per questi paesi una rottura netta con la UE potrebbe essere l’estrema ratio, data la loro “piccolezza” economica e il livello di integrazione con le altre economie continentali (soprattutto per ciò che riguarda la Repubblica Ceca). Ma non si deve pensare che una tale rottura sarebbe invece acqua fresca anche per i giganti europei. L’effetto a cascata di una tale ipotesi inciderebbe pesantemente anche sulla tenuta dell’euro e in vari altri campi. Nemmeno la Germania, ad esempio, ne sarebbe immune.

Non accenniamo a questo scenario per gusto di immaginazione, ma perché il Regno Unito ha già mostrato che la UE – la sua configurazione il numero dei membri – non è “irreversibile”. Certo, Londra poteva contare su tutt’altra potenza di fuoco, ma se le contraddizioni diventassero insostenibili... 

Ci sono poi altri due elementi che fanno comprendere il livello di polarizzazione cui potrebbe andare incontro la UE, e la domanda che potrebbe sorgere in vari governi: “a cosa, o meglio, a chi serve ancora la UE?”

La presidente della Commissione Europea, nella lettera inviata in vista del summit che si sta per svolgere oggi, ha scritto: “le divergenze tra le norme nazionali e le condizioni commerciali degli Stati membri impediscono alle imprese di realizzare il loro pieno potenziale e limitano la competitività dell’Europa”. Tradotto: o stati nazionali o imperialismo europeo, le cose non possono più procedere in parallelo.

Non è un’affermazione neutra, anzi. È sancire che c’è un ostacolo strutturale – cristallizzato in norme e condizioni commerciali – al tentato salto di qualità della borghesia continentale. Ma è anche l’affermazione per cui, ad ora, non ci sono soluzioni reali a un’impasse nel processo di costruzione di un’entità politica unica. Per far fronte a questo blocco sono stati Meloni e Merz, nel bilaterale Italia-Germania tenuto il 23 gennaio, a proporre una possibile soluzione.

Nel documento sulla competitività concordato in quell’occasione, i due paesi propongono “un monitoraggio e una valutazione sistematici degli emendamenti proposti dai co-legislatori (Parlamento e Consiglio sulle proposte della Commissione, ndr) nel processo legislativo, per verificare se le modifiche proposte comportino oneri aggiuntivi e/o violino i principi di sussidiarietà, proporzionalità e attribuzione”.

Inoltre, viene anche proposta la possibilità di intervenire nel caso in cui l’attività legislativa preoccupi per gli “oneri amministrativi aggiuntivi per imprese e autorità nazionali”. La semplificazione viene riportata sotto la responsabilità di capi di stato o di governo, e alla Commissione è proposto di “riferire d’ora in poi al Consiglio Europeo”.

Traducendo questi contenuti, Roma e Berlino propongono che, a conti fatti, l’attività politica della UE venga posta sotto la tutela dei singoli stati, mentre il Parlamento Europeo, già fin dalla nascita “bivacco di manipoli” di lobbisti di varie multinazionali, viene ulteriormente esautorato dalla possibilità di influenzare le decisioni politiche.

Qui bisogna fare attenzione ai risvolti possibili. Il documento italo-tedesco, in sostanza, non cancella il processo di centralizzazione delle scelte a livello europeo, e anzi favorisce ulteriormente quello della loro verticalizzazione in organismi sempre meno contendibili democraticamente. E tuttavia, riporta ai singoli stati – in ovvia proporzione al loro peso economico e politico – un potere assai maggiore di indirizzo sulle politiche della UE.

È una scommessa delicata, perché in teoria si tratta di un sistema che potrebbe essere sfruttato da tutte le capitali. Nella pratica, però, è stato proposto perché si spera che, ovviamente, ne possano approfittare solo alcune, facendo valere un rapporto di forza maggiore sul piano bilaterale.

È evidente che questa revisione dei meccanismi è pensata per favorire ulteriormente i paesi core, in modo tale che possano procedere sulla propria strada senza troppi impedimenti, traendo allo stesso tempo il massimo vantaggio possibile dall’essere parte di un più grande mercato comune.

Il richiamo alle “cooperazioni rafforzate” deve allora essere inteso come lo strumento attraverso cui i settori finanziari più avanzati della borghesia continentale vogliono rafforzare e accelerare il processo di subordinazione dei paesi semi, o completamente “periferici”, senza però rischiare di dover trattare condizioni anche solo minimamente paritarie quando siedono nelle centrali imperialiste europee.

È un estremo tentativo di cannibalizzazione degli interessi ancora contrastanti dentro lo spazio europeo, dovuto al fatto che la UE sta (o forse ha già perso) il treno delle grandi potenze. Ma è anche un’estrema polarizzazione del processo di integrazione europea, che potrebbe portare ala moltiplicazione delle forze centrifughe interne.

È un momento cruciale per la UE. Una trasformazione “federale” è quella che viene auspicata da Draghi (e in un certo senso anche da Macron, che ora chiede gli eurobond), ma è anche quella contro cui è stato alzato un muro quasi invalicabile. Una formula più vicina a una “Unione degli Stati Europei” è promossa ora da Merz e Meloni, ma le spinte centrifughe sarebbero forti, anche perché in molti vedrebbero una minore utilità della costruzione comune.

Questo momento è cruciale, poi, anche per le forze che vogliono costruire un’alternativa al dominio del capitale nel Vecchio Continente. Non è certo detto che si realizzino esattamente questi scenari, ma le fondamenta ci sono tutte. Chi vuole un mondo nuovo deve porre la propria analisi a questo livello, per capire quali forme organizzative prendere e quali battaglie politiche condurre per costruirlo a partire dalle ferite di questo sistema sempre più sclerotico.

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11/02/2026

Odiosi ai popoli, ciechi e senza idee. Sono i “leader” europei

Nell’affrontare i diversi aspetti della crisi europea – e soprattutto quelli della sua istituzione comune, l’Unione Europea – il rischio è sempre quello di ometterne una quota rilevante.

Ieri, ad esempio, abbiamo affrontato lo scarto lacerante tra obiettivi di rilancio, teoricamente “logici”, e contraddizioni paralizzanti originate da interessi divergenti. Interessi che evidenziano “cordate” differenti a seconda del problema da affrontare (energia, riarmo, nuove tecnologie, ecc.) e complicano oltre il pensabile la ricerca di soluzioni “unitarie”.

La stessa proposta logico-draghiana – forzare lo stallo ricorrendo a una nuova mini-cordata di “volenterosi” che costruisca il prossimo “nucleo fondatore” e il corrispondente “sistema di regole”, oggi al centro del nuovo “vertice” – deve scontare negativamente il fatto oggettivo che quegli interessi concreti divaricano lo stesso gruppetto che dovrebbe esserne protagonista. L’affossamento del progetto franco-tedesco di “caccia del futuro” è probabilmente il segno più evidente, per ora, di difficoltà quasi insormontabili.

L’aspetto politicamente più devastante è però la totale crisi di credibilità della classe politica attualmente dirigente in quasi tutti i paesi della UE. Il popolare giornale tedesco Bild ha pubblicato i dati di un sondaggio sull’indice di “sgradimento” – diciamo così, dei vari primi ministri in carica nel mondo.

Il risultato è semplicemente agghiacciante per gli europei, come potete vedere. Uno solo, il ceco Babis, neoeletto (e forse solo per questo), può vantare un tasso di approvazione tranquillizzante. Tutti gli altri sono esplicitamente rifiutati da almeno il 50% degli elettori, compresa quella Meloni che parla ogni giorno come se “gli italiani” si riconoscessero tutti nei suoi siparietti.

Le posizioni peggiori – le prime, in questa classifica a rovescio – sono appannaggio esclusivo proprio del team dei “volenterosi” che ancora si consultano su come far proseguire la guerra in Ucraina nonostante il palese arretramento Usa e l’esaurimento delle forze a Kiev.

Starmer è sull’orlo delle dimissioni, con i vertici del partito laburista, già in crisi per motivi “nazionali”, travolto dall’onda lunga degli “Epstein files”. Macron, per ammissione del segretario del suo stesso partito nonché ex premier, Gabriel Attal, “È alla fine del mandato”, dopo la faticosissima approvazione del bilancio. Il tedesco Friedrich Merz, nonostante sia cancelliere da meno di un anno, risulta sfiduciato dal 67% degli elettori, e peggiora di settimana in settimana (la tabella qui di fianco risale a soli sette giorni fa).

Il dato comune è comunque un altro: in tutti e tre i paesi chiave i loro successori saranno con tutta probabilità dei nazifascisti, dichiarati o meno. L’AfD tedesca è nei sondaggi il primo partito, anche se con soltanto il 26%, appena un punto sopra la CDU del cancelliere ma a grande distanza dai cosiddetti “socialdemocratici” dell’Spd (16%). È pronta, insomma, per raccogliere l’eredità che Merz promette di lasciargli: “l’esercito più forte d’Europa“. Già sentita, vero?

In Francia la sicura vittoria dei lepenisti può essere fermata soltanto dalle loro contraddizioni interne, che diventano più visibili man mano che si avvicinano al sogno del “potere”. Non a caso in corrispondenza della faglia della guerra, tra cosiddetti “filo-atlantici” (Bardella) e altrettanto improbabili “filo-Putin” (Le Pen).

Ma in comune, così come l’Italia e in parte anche la Spagna, questi tre paesi hanno soprattutto le politiche di austerità con cui l’Unione Europea ha impoverito per oltre 30 anni le popolazioni del continente. Salari congelati e mangiati dall’inflazione, tagli continui a welfare, sanità, istruzione, riduzione dei diritti del lavoro, ecc., hanno progressivamente reso devastante l’invecchiamento della popolazione e il calo demografico. Il declino del modello di vita capitalistico occidentale è diventato così visibile, palpabile, insopportabile. “Terrorizzante”.

In questo vuoto di futuro spalancato davanti alle nuove generazioni, esaltato da disuguaglianze mai così sfacciate, hanno trovato facile pascolo quanti hanno saputo deviare la “caccia alle responsabilità” da chi comanda davvero – le imprese multinazionali e il capitale finanziario – a chi ne subisce i danni più pesanti: immigrati, poveri, “diversi” di ogni genere, ecc.. 

La sedicente “sinistra” – senza troppe differenze tra quella liberale e quella sedicente “radicale” – è stata del resto protagonista assoluta nel gestire le politiche che hanno impoverito le classi popolari fin su al “ceto medio”. Sia a livello europeo che nazionale.

In quella stagione di “austerità” senza speranze è andata perciò progressivamente smarrita qualsiasi parvenza di “democrazia”, ossia di corrispondenza tra volontà popolare e orientamento dei governi. Una sola politica per tutta Europa ed elezioni nazionali che, quando la contraddicevano, venivano considerate “inutili” (la Grecia di Tsipras ha fatto da laboratorio e monito per tutti), fino a esser dichiarate “non valide” (quelle più recenti in Romania e altrove).

L’astensionismo ha così raggiunto quote ampiamente maggioritarie quasi dappertutto, confermando anche visivamente l’illegittimità sociale di una classe politica peraltro di livello sempre più infimo.

In assenza di alternative potenti, la paura spinge a guardarsi indietro, verso un passato mitico di benessere e “glorie” che in realtà coincide con la fase alta – per i paesi europei – del colonialismo predatorio verso il resto del mondo. Oggi quel passato non è però più ripetibile (come “potenze” quelle europee non contano un tubo, ormai) e il pensiero reazionario deve accontentarsi di una prospettiva tutta “difensiva”. Di chiusura fisica e mentale a protezione dei privilegi residui, contro chiunque ne sia privo e chieda una qualche giustizia.

Quindi no all’immigrazione e sì all’idiozia più fulminata che ci sia (la “remigrazione”), come se fosse realizzabile – senza precipitare nel baratro della crisi – l’allontanamento di milioni di persone che lavorano soprattutto nei settori ad alta intensità di lavoro e più basso salario, sostituendoli con il nulla o il davvero onirico “ritorno dei nostri emigrati” (come se si potessero lasciare di botto una vita e stipendi spesso multipli dei nostri per adattarsi a salari da fame solo per “amore della patria”).

E quindi no ai diritti, al dissenso, alla libertà di critica e di opposizione, sia interna che internazionale – da Gaza a Palestine Action, dai centri sociali agli scioperi sindacali, dal Venezuela all’Iran; non conta neanche più se “socialista” o semplicemente “altro da noi” – e sì al controllo totale, allo stato di polizia, all’“uomo solo al comando”.

Il liberismo impoverisce e produce fascismo, è la regola. Ma in effetti è vero che la reazione attuale è diversa dal nazifascismo “storico”, quello di un secolo fa. Ma molto in peggio.

Quello accompagnava la necessità di “modernizzare la società” e renderla compatibile con la rivoluzione industriale, la produzione di massa, la meccanizzazione dell’agricoltura, creando al contempo “il sapere” necessario a gestire processi così complessi. Qualcosa che nello stesso periodo avveniva in forme “liberali” negli Usa e socialiste in Unione Sovietica. Per avere una misura spicciola della differenza tra ieri e oggi provate a mettere a confronto – come ministro dell’istruzione – un Gentile e un Valditara. Roba da tagliarsi le vene... 

Quel nazifascismo, del resto, teneva insieme la paura per il proletariato rivoluzionario (“i bolscevichi!”) e la concorrenza per la supremazia imperialista in Europa. Persino l’Italietta mussoliniana pretendeva infatti “un posto al sole” all’ultimo turno del colonialismo ottocentesco.

Quella battaglia fu notoriamente fatale e portò all’azzeramento delle pretese europee, consegnando lo scettro dell’egemonia globale agli Stati Uniti in campo capitalistico e all’URSS nel fronte opposto.

La fetenzia reazionaria presente è invece solo uno spasmo da vassalli abbandonati dall’imperatore. Un piccolo stormo di corvi che si era preparato a fare guerra – non importa a chi: Russia, Iran, Cina, andava bene tutto purché dietro Washington – e ora si ritrova senza capo, senza copertura nucleare credibile, senza autonomia né preminenza in nessun campo. Senza una “visione”. Terrorizzato dal proprio declino e dalla propria inconsistenza, ormai conclamata agli occhi di tutto il mondo.

Le visite tardive di Macron, Starmer e ora anche Merz in Cina sono l’ultimo tentativo di trovare sponde per un gioco di cui non tengono più il “banco”.

Lo dimostra, una volta di più, il “lancio del cuore oltre l’ostacolo” di un Macron a fine corsa, che chiede “debito comune per riarmo e intelligenza artificiale” e la risposta gelida di un Merz che blatera di “deficit di produttività” per scindere, in prospettiva ma inutilmente, le sorti tedesche dal possibile caos continentale.

Per i popoli di questo continente è l’ora di separare nettamente il proprio futuro da questa banda di minus habens, presenti e futuri. Prima che la china della guerra senza più neanche un obbiettivo dicibile (“per la democrazia”, non fa neanche ridere...) diventi irrecuperabile.

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30/01/2026

Quella voglia matta di “indipendenza” dagli Usa

Se si esce dalla nebbia delle dichiarazioni di principio o di bon ton diplomatico si vede subito che l’area euro-atlantica sta diventando ex. Al punto che la testata POLITICO ha individuato un indipendence moment per l’Europa. Un momento che racchiude necessità impellenti, dipendenze da eliminare, alternative da trovare. Quasi impensabile solo un anno fa, quando la fedeltà euro-atlantica era un presupposto per essere ammessi in società, assunti nei media, candidati alle elezioni, rilevati nei sondaggi e anche essere inclusi tra gli “umani”...

Già limitandosi a questa nuova consapevolezza, senza neanche entrare nel merito delle diverse questioni, appare evidente che l’Unione Europea, così come è stata costruita, non è in grado di affrontare la realtà. Costruita su trattati influenzati da una teoria economica fasulla secondo cui la spesa pubblica è sempre sbagliata e “il mercato” va lasciato agire in libertà, anzi favorito e “non disturbato” (Meloni dixit) in quanto spazio “neutro”, si ritrova improvvisamente in una congiuntura in cui l’economia e il commercio sono utilizzati come strumenti di forza e sopraffazione, rispondendo ad input decisi politicamente. Fuori gioco e fuori fase, insomma.

La dirigenza europea selezionata in base a quella impostazione, e abituata ad adottare decisioni già preconfezionate da un “pilota automatico”, non può neanche elaborare un piano organico di lunga durata che prevede competenze da “statisti” (visione, progetto, gestione del rischio, immaginazione creativa, ecc.).

L’allontanamento deciso degli Stati Uniti ha lasciato in piedi molte dipendenze senza più compensarle con altre politiche “di favore”.

Per esempio. Dopo aver troncato l’importazione di idrocarburi dalla Russia, sostanzialmente a buon mercato, l'UE si ritrova ora a dipendere dall’importazione di gnl costosissimo dall’America. E contemporaneamente deve occuparsi dei costi dell’appoggio all’Ucraina continuando a comprare armi statunitensi e senza più godere della certezza di una “copertura nucleare” fornita da Washington.

Peggio ancora. Scopre che anche molti armamenti che sono costati un occhio della testa, come gli F35, sono inutilizzabili senza il consenso operativo statunitense. In pratica, non si accendono i motori se il software non viene sbloccato da uno yankee. Il che, diciamo così, li riduce a pezzi di ferro nel caso di un contenzioso sulla Groenlandia o in Medio Oriente che possa vedere gli europei non allineati con Washington. E ancora di più in caso di divergenza duratura e strategica tra le due rive dell’Atlantico.

Ma è sulle innovazioni tecnologiche che l’Europa filo-americana si scopre nuda. Intelligenza artificiale e chip sono settori pressoché inesistenti nell’apparato industriale del Vecchio Continente. Per non dire dei “materiali critici” come le terre rare, dei farmaci generici, ecc.

Soprattutto nell’IA il problema ha diversi aspetti. Da un lato quello relativo al software e dall’altro ai data center “fisici” necessari per elaborare l’immensa quantità di dati che fa da base alle “risposte”. Al momento, sul lato software, c’è solo la francese Mistral (non proprio il top, a livello mondiale). Ma c’è anche da scegliere quale tipo di modello IA si privilegia: se quello closed source statunitense (ChatGpt, Gemini, ecc.) oppure quello open source offerto dalla cinese Deepseek ed altre.

Il modello closed crea e consolida una dipendenza, perché non solo si paga per utilizzarlo ma anche per ottenere la possibilità di programmare applicazioni su misura per le proprie necessità. Il che significa lasciare al “fornitore” libero accesso ai propri dati senza poter né sapere né decidere del loro utilizzo.

Nello schema open source avviene ovviamente l’opposto, e la paura della dipendenza viene spostata dall’immediato – non si paga nulla, si può programmare qualsiasi app – a un indeterminato futuro in cui, acquisita la “clientela” europea le società IA cinesi potrebbero chiudere il cerchio trasformandosi in closed e appropriandosi così dei dati europei.

Chiaro che, in una logica tutta “competitiva” e mai “collaborativa” con nessuno (il capitalismo e il colonialismo sono del resto nati in Europa...) si tratta di “contare solo su se stessi” e creare una propria IA. Resta il problema di sapere quale dei 27 paesi aprirebbe per primo un’opa, in modo da fregare tutti gli altri.

Idem per i data center – l’hardware dell’IA – dove, al momento, tutta l’Europa non raggiunge metà della capacità computazionale presente nella sola area di Pechino. In pratica meno del 4% a livello globale.

Sommando tutti i comparti in cui l’Europa risulta arretrata o quasi assente vien fuori che per costruire “l’indipendenza da ritrovare” servono non solo una capacità di progettazione strategica perduta per strada, ma anche alcune migliaia di miliardi. Che gli Stati non possono investire – “sarebbe contro le regole europee”, che diamine! – e, in fondo, neanche la UE nel suo insieme. Se non cercandoli “sui mercati”, ossia facendo quel “debito pubblico comune” che fa venire l’orticaria a Germania, Olanda, e gli altri “virtuosi” dell’austerità.

Bel rebus, vero? Per ora le uniche vere mosse “indipendenti” sono i due accordi firmati con il Mercosur (ma non ratificato dal parlamento UE, quindi bloccato) e l’India, chiarendo che l’alternativa agli Usa – che restano comunque il principale partner commerciale – viene cercata in queste direzioni, piuttosto che verso la Cina. Dove peraltro è invece volato il premier britannico Keir Starmer per cercare di riallacciare rapporti economici che la stessa Londra aveva semidistrutto accusando Pechino di qualunque nefandezza (dallo spionaggio al “putinismo”).

Sul piano degli investimenti tecnologici, invece, non si va per ora oltre il “comprate europeo”, poco più di un consiglio (se non ci sono prodotti continentali per soddisfare un certo bisogno, cosa si fa?), che si traduce nella stesura di appalti “riservati” esclusivamente a produttori europei. Per esempio quello, recentissimo, del colosso franco-tedesco dell’aerospazio Airbus per i servizi digitali.

Una strada un po’ contorta e stretta – tra necessità impellenti, investimenti fermi, voglia di “indipendenza” e vincoli posti dai trattati – che prefigura tempi di realizzazione secolari per il raggiungimento dell’obiettivo geostrategico voluto.

E come il saggio scriveva già un secolo fa, “nel lungo periodo saremo tutti morti”. O, almeno, lo sarà la UE...

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21/01/2026

Corte dei Conti: spesa sanitaria mangiata dall’inflazione e profondi divari Nord-Sud

Un sistema sanitario che cresce sulla carta, e che invece nella realtà fatica a garantire i servizi essenziali e a colmare le storiche fratture tra Nord e Sud del paese. È questa la fotografia scattata dalla Corte dei Conti nella sua Relazione al Parlamento sulla gestione dei servizi sanitari regionali, riguardante il triennio 2022-2024.

Nonostante l’aumento nominale delle risorse, la magistratura contabile riferisce che ci troviamo di fronte a “una dinamica di spesa più difensiva che espansiva”, che tradotto in termini più spiccioli significa diretta a salvare il salvabile, senza adeguarsi davvero alle esigenze sanitarie della popolazione.

Nei tre anni presi in considerazione la spesa sanitaria pubblica è passata da 131,3 a 138,3 miliardi di euro, con un’incidenza sul PIL che rimane stabilmente intorno al 6,3-6,4%. Un dato che, comunque, è già molto più basso della media europea, pari al 6,9%. Anche la spesa pro capite è minore che nel resto del Vecchio Continente.

Inoltre, l’aumento dei fondi è in realtà un’illusione ottica. Infatti, l’inflazione ha già eroso quasi tutto l’incremento, mentre sulle prospettive di finanziamento pesano i vincoli di bilancio europei. Un elemento su cui si è trovata facilmente una soluzione quando si è deciso, invece, di lanciare il riarmo, ad esempio con l’ultima finanziaria di guerra.

Ma la Corte non si è fermata qui. Un altro dei dati forniti e tra i più critici riguarda la spesa privata. Nel 2024, su una spesa sanitaria complessiva di 185 miliardi, ben il 22% è stato a carico diretto delle famiglie. Si tratta di una quota tra le più elevate in Europa, che mina un concreto diritto alla salute.

L’accesso a questo diritto registra poi situazioni diverse a seconda della regione in cui si vive. Il divario tra Nord e Sud rimane una ferita sistemica, con la Corte che segnala un marcato disallineamento nell’erogazione dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA). Il risultato è una mobilità sanitaria interregionale molto elevata: i cittadini del Mezzogiorno sono spesso costretti a migrare verso il Nord per ricevere cure adeguate. Un assaggio di quello che sarà la piena attuazione dell’Autonomia Differenziata.

In questo settore, inoltre, l’attuazione del PNRR è stata un fallimento. Nella missione 6 del piano c’erano 15,6 miliardi di euro, da usare per digitalizzazione e cure di prossimità. Tuttavia, a fine 2024, solo il 41% degli obiettivi è stato raggiunto. Il restante 59% va completato entro quest’anno, e le previsioni non sono positive.

“Il monitoraggio svolto – si legge sul sito della Corte – ha evidenziato ritardi nell’avvio dei lavori e difficoltà nella copertura delle vacanze di personale, con carenze di profili sanitari e tecnici capaci di limitare la piena operatività delle nuove strutture. E pensare che ancora oggi continuiamo ad assistere ai dibattiti più sclerotici sul numero chiuso, ad esempio, quando il problema rimane la mancanza di strutture e personale, sia sul lato prettamente sanitario sia su quello della formazione.

Poco più di una settimana fa il Consiglio dei Ministri ha approvato un disegno di legge delega per riorganizzare l’assistenza territoriale e ospedaliera. Al di là dei contenuti in senso stretto, il terzo articolo ricorda che i decreti attuativi dovranno essere stesi tenendo conto della neutralità finanziaria.

La finta opposizione, che ha criticato l’agire del governo, per essere credibile dovrebbe mettere sotto accusa anche questo indirizzo, che discende direttamente dall’austerità di Bruxelles. Prima si rompe con la gabbia europeista (ormai apertamente dedicata unicamente alla guerra), e a quel punto si può immaginare una sanità a misura di cittadino.

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16/01/2026

Iran o Groenlandia la Nato è morta e non riposa in pace

La crisi finale della NATO

‘La crisi strutturale della NATO’, analisi di un alto ufficiale già Capo di stato maggiore del NATO Rapid Reaction Corps Italy, ora in congedo. «Per oltre settant’anni, la NATO ha attraversato crisi anche profonde senza mai mettere in discussione la propria sopravvivenza. Dalla Guerra Fredda ai conflitti periferici del dopo 1989, molte divergenze politiche anche gravi, ma mai di una contraddizione strutturale. La crisi attuale, invece, è radicalmente diversa».

«Le dichiarazioni di Trump sulla Groenlandia e il suo disprezzo per le organizzazioni multilaterali, NATO compresa, rappresentano il colpo di grazia a un’organizzazione i cui due compiti istituzionali – difesa collettiva, e cooperazione per la sicurezza – risultavano non eseguibili ben prima che il presidente statunitense ventilasse l’ipotesi di annettere il territorio di un alleato».

Le crisi della Guerra Fredda

Basta con le bugie leggenda. La NATO nel confronto con l’Unione Sovietica coesa e compatta. Tre le crisi gravi di allora. La crisi di Suez del 1956, il ritiro francese dalla struttura unificata di comando della NATO nel 1966 e la decisione unilaterale del presidente statunitense Ronald Reagan di bombardare la Libia nel 1986. Oltre queste tre grandi crisi, altre divergenze politiche sui soldi per la difesa europea, la guerra del Vietnam, la politica estera della Germania all’Ostpolitik, l’invasione dell’Afghanistan da parte dell’Unione Sovietica, le invasioni militari americane di Grenada e Panama e lo schieramento in Europa dei missili statunitensi con capacità nucleare.

Dopo la Guerra Fredda

L’Alleanza post-guerra fredda traballa nella prima Guerra del Golfo contro Saddam. E le scelte unilaterali Usa in Medio Oriente e nei Balcani. L’articolo 5 del mutuo soccorso Nato fuori dall’area di applicazione, ma col coinvolgimento di aerei italiani, tedeschi e belgi, e antimissile olandesi. E fu l’inizio di altre catastrofi. Seconda Guerra del Golfo, del 2003, Francia, Germania e Belgio bloccarono l’attivazione dell’Articolo 4 del Trattato di Washington, che permette alle parti di consultarsi per stabilire la necessità o meno di invocare l’applicazione della clausola della difesa collettiva. Disaccordo su come e quando l’Alleanza avrebbe dovuto assumere iniziativa nel contesto dei nuovi scenari e quindi sulla sua area di responsabilità, anche in termini geografici.

Chi decide che una minaccia tocca la NATO?

Disaccordo sulle responsabilità che l’Alleanza avrebbe dovuto assumere nei nuovi scenari e sulla sua area di responsabilità anche in termini geografici. Ed allora si decise che la richiesta di assistenza da parte di uno stato membro della NATO, non sarebbe stata soddisfatta se tutti gli altri membri non avessero riconosciuto che tale pericolo fosse concreto. In altre parole, quando l’origine e le circostanze di un attacco fossero state incerte, la volontà di rispondere militarmente, da parte di ogni singolo alleato, non sarebbe più stata garantita. Problema ancora di attualità.

Dissenso politico militare: Kosovo e Libia

L’attacco alla Serbia per strappare il Kossovo a Belgrado, nel 1999, condotto senza mandato ONU e aggirando il veto russo-cinese, con tensioni operative tra Washington e le capitali europee sulla designazione degli obiettivi e sull’uso della forza. Memorie personali condivise col generale Maurizio Boni, la cui analisi non di ferma qui. L’attacco alla Libia nel 2011: Germania con Russia e Cina, Francia e Regno Unito che assumono la leadership militare mentre gli Stati Uniti dopo un intervento iniziale, operano dietro le quinte. Novembre 2019; offensiva unilaterale turca in Siria contro i curdi senza alcun coordinamento NATO, e Macron che dichiara l’Alleanza ‘cerebralmente morta’.

La NATO muore in Ucraina

«Il compito fondativo, quello della difesa collettiva compromesso soprattutto dal coinvolgimento nella guerra per procura in Ucraina per liquidare la Russia e, nella oramai inesorabile sconfitta di Kiev, dalla insostenibile idea di una invasione russa dell’Europa», sottolinea Maurizio Boni su Analisi Difesa. Dopo quattro anni di guerra le differenze interne tra gli alleati rivelano l’inconsistenza dell’Alleanza Atlantica. L’ambiguità del ruolo politico nella guerra russo-ucraina dove la NATO è di fatto parte attiva del conflitto, ma continua a proporsi come soggetto non belligerante per non sfidare apertamente Mosca. Colpo finale dalla National Defense Strategy Usa, con la Russia non più nemico strategico, ma interlocutore con cui ricreare una stabilità di relazione.

Un’Alleanza ‘à la carte’

NaTO modello Ong: non più difesa del territorio alleato (art. 5), ma ‘interventi di stabilizzazione’ secondo convenienze. La NATO ha costruito una rete di relazioni politico-militari su quattro continenti. Una rete di ‘Alleanze à la carte’ che estende l’influenza dell’Alleanza senza formale adesione, superando i vincoli geografici originali. In questo contesto, i BRICS+ (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, con recenti nuovi membri) diventano una alternativa e propongono una visione dell’ordine internazionale fondata su multipolarismo, sovranità nazionale e rifiuto dell’egemonia di Washington, marginalizzando ulteriormente la NATO.

NATO strategicamente superata

Quando il presidente degli Stati Uniti afferma di dover decidere tra le opzioni di mantenere la NATO intatta e prendersi la Groenlandia, non sta provocando. Sta solo ammettendo che per Washington la NATO è una variabile, non una costante. Quindi, non più una alleanza. La primo ministro danese Mette Fredriksen ha colto la natura irreversibile della situazione affermando che «un attacco alla Groenlandia sarebbe la fine della NATO». Il fatto che, secondo quanto riportato da Politico, gli europei stiano pianificando la difesa della Groenlandia senza gli Stati Uniti completa il quadro: i membri dell’Alleanza stanno preparando scenari operativi per difendersi dal proprio principale alleato.

Probabilmente la NATO sopravviverà come struttura formale, ma la sua sostanza strategica rimarrà pressoché nulla. Il problema che ora si pone è quello di capire cosa la potrà sostituire e con quali finalità, tenuto conto anche del fatto che la difesa europea rimarrà una chimera. Tutto dipenderà dall’architettura di sicurezza che emergerà alla fine del conflitto russo ucraino, ma della quale, però, nessuno parla.

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19/12/2025

Accordo Ue-Mercosur. Scontri in piazza e divaricazioni tra i governi europei

Le proteste degli agricoltori a Bruxelles hanno bloccato nuovamente l’accordo Unione Europea-Mercosur e riaprono il dibattito sul suo impatto sociale.

Centinaia di trattori hanno occupato giovedì il centro di Bruxelles e hanno portato a scontri con la polizia durante una protesta di massa degli agricoltori europei contro l’accordo di libero scambio tra Unione Europea e Mercosur, mentre i leader del blocco dibattevano il futuro del patto ai margini di un vertice chiave del Consiglio Europeo.

Le manifestazioni, guidate da produttori rurali di diversi paesi, hanno visto blocchi stradali, lancio di fuochi d’artificio, patate e uova, e l’intervento delle forze di polizia belga con gas lacrimogeni e cannoni ad acqua.

Le organizzazioni del settore stimano che in piazza sono scese circa 10.000 persone e che più di 150 trattori hanno bloccato il quartiere delle istituzioni europee della capitale belga. L’asse della rivendicazione era il rifiuto dell’accordo commerciale, che accusano di consentire una concorrenza sleale per l’ingresso di alimenti sudamericani prodotti secondo standard ambientali e sanitari meno rigorosi.

L’episodio ha nuovamente messo in luce le forti tensioni politiche che attraversano la fase finale di un accordo negoziato da oltre vent’anni. Mentre la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha detto di sperare ancora di portare avanti la firma, Francia e Italia hanno raddoppiato le loro obiezioni. Il presidente francese Emmanuel Macron ha avvertito che il suo paese non avrebbe sostenuto il trattato senza garanzie più forti per gli agricoltori europei, affermando che “l’accordo non può essere firmato così com’è”, promettendo di bloccare qualsiasi tentativo di imporlo senza ulteriori garanzie.

Dal lato sudamericano, Lula da Silva è stato esplicito nel sottolineare che il momento politico è “ora o mai più”. Per il governo brasiliano, l’accordo consoliderebbe l’accesso al mercato europeo in uno scenario globale segnato dall’avanzamento del protezionismo, dalle tensioni commerciali e dal rallentamento della domanda cinese.

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha chiesto al presidente brasiliano di avere “pazienza” per posticipare la firma prevista per il 20 dicembre. Lo stesso Lula ha confermato la richiesta dopo una conversazione telefonica e ha sottolineato che la Meloni ha richiesto un’attesa di una settimana, dieci giorni o un mese, mentre l’Italia andrà a definire la sua posizione definitiva. Il presidente brasiliano ha avvertito che porterà la proposta al Mercosur per valutare “cosa fare”, in un contesto in cui il Brasile sta spingendo per concludere un accordo che considera strategico.

Differentemente da Italia e Francia, Germania, Spagna e i paesi nordici sostengono invece il trattato Ue-Mercosur come strumento per sostenere le esportazioni industriali e rafforzare la posizione dell’Europa nel commercio internazionale.

Visto dai paesi del Mercosur, in termini commerciali, l’accordo prevede che l’Unione Europea conceda accesso immediato senza dazi a circa il 74 percento delle esportazioni del Mercosur, una percentuale che salirà al 92 percento entro un massimo di 10 anni. Nel caso dei prodotti agroindustriali, circa l’82 percento avrebbe un alleggerimento fiscale totale, una parte immediata e un’altra sfalsata nel tempo.

Per l’Argentina, ad esempio, ciò apre opportunità in settori in cui c’è già una presenza nel mercato europeo, come farina di soia, arachidi, carne, miele, vini, oli essenziali, limoni e prodotti ittici, così come in beni attualmente esportati verso altre destinazioni che potrebbero entrare nell’Unione Europea se verranno rispettati i rigorosi standard tecnici e sanitari.

Uno dei rischi principali è l’erosione delle preferenze nel commercio intra-blocco all’interno del Mercosur. Si stima che circa il 13 percento delle esportazioni argentine verso il Brasile sarebbe esposto a una maggiore concorrenza europea, con il settore automobilistico come il più colpito. Inoltre, si prevede un aumento delle importazioni dall’Unione Europea, parte della quale sostituirebbe i fornitori regionali.

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15/12/2025

L’altra versione della Strategia statunitense. Il “C5” al posto del “G7”

La strategia di Sicurezza Nazionale statunitense della seconda amministrazione Trump ha creato molto scalpore. Alcuni hanno provato a ridimensionarne il contenuto, ma la maggior parte dei commentatori, che fossero analisti, giornalisti o politici, non hanno potuto fare a meno di constatare ciò di cui i primi accenni erano già arrivati con la fuga dall’Afghanistan: l’unipolarismo a guida stelle-e-strisce è finito.

Gli USA non si possono più permettere di fare i “gendarmi del mondo”, e preferiscono concentrarsi su quegli scenari che portano con sé interessi strategici fondamentali, che siano le terre rare e le filiere dei semiconduttori, frontiera del processo economico odierno, o la Cina come principale competitor egemonico.

L’Europa è una zavorra che è giunto il momento impari a “camminare sulle sue gambe” in questa nuova fase della competizione globale. Ovviamente, non nel senso che possa allontanarsi dal padrone statunitense, ma nel senso che siccome non ha nulla da offrire, d’ora in poi si occuperà da sola della propria difesa.

Intanto, Trump sosterrà quelle estreme destre e quei paesi che sono meno riottosi verso gli USA, e sono meno propensi ad assecondare la UE come formula dell’imperialismo europeo per assumere un ruolo nello scenario globale, per far sì che le sue scelte strategiche rimangano tutte interne al recinto dell’ordine internazionale per come vuole ridisegnarlo Washington.

Alcuni media nostrani hanno riportato la notizia di un’altra versione della Strategia statunitense, più estesa, visionata e riportata in ampi stralci dalla rivista Defense One. Un capitolo approfondiva il tema del “Make Europe Great Again”, indicando l’Austria, l’Ungheria, la Polonia e, ovviamente, l’Italia, come paesi con cui “collaborare di più... con l’obiettivo di allontanarli dall’Unione Europea”.

Naturalmente, i commentatori italiani si sono concentrati su queste indicazioni, sostanzialmente per due motivi. Il primo è che, in questo quadro, Giorgia Meloni viene vista come interlocutrice fondamentale di Trump, e dunque una “serpe in seno” alla UE. Il secondo motivo è, appunto, il fatto che questi analisti e giornalisti, che siano spostati più a destra o a sinistra, sono fautori dell’autonomia europea, nodo a cui Trump vuole dare una spallata definitiva.

Il loro racconto, dunque, si sofferma sulla rottura definitiva di quello che abbiamo chiamato spesso euroatlantismo, e sulla divergenza tra gli interessi di Washington e quelli del Vecchio Continente, da un lato, mentre dall’altro mette in evidenza chi, all’interno della UE, “rema contro” alle velleità dell’imperialismo europeo.

Ma un’altra sezione del documento riportata da Defense One, che non è poi finita nel testo finale, riguarda l’abbandono definitivo del G7, di cui Trump si era già lamentato in passato per aver assunto tale formula dopo la cacciata della Russia. E aveva persino azzardato una sua revisione che lo portasse a integrare anche la Cina in un inedito G9.

La proposta della Strategia statunitense, nella sua forma precedente al taglio, proponeva di sostituire il G7 con un Core 5 (C5), un forum sempre informale in cui si potessero incontrare Stati Uniti, Cina, Russia, India e Giappone. Un’idea che si è preferito poi non spiattellare come nulla fosse su alcune pagine, tenendo anche conto che rivoluzioni di questo genere necessitano di un’attenta mediazione, a partire da coloro che dovrebbero essere coinvolti.

Ma i paesi citati fanno capire molto chiaramente il cambio dei tempi. Se il G8 era una forma di coordinamento del mondo post-Guerra Fredda, e infatti teneva insieme l’Occidente e la Russia, se il G7 esprimeva lo stallo sempre più teso degli imperialismi, e il mantenimento di una pretesa di governo unipolare del Mondo (c’erano solo le potenze imperialiste occidentali, compreso il Giappone), il C5 sarebbe al contrario l’espressione del multipolarismo, delle sfere di influenza, di un asse del mondo che si sposta dall’Atlantico al Pacifico.

C’è la Russia, a cui viene garantito un posto in questo consesso in quanto potenza nucleare pari agli USA, contro cui finiscono le minacce di smembramento e che anzi si cerca di trasformare in partner economico, per allontanare Mosca da Pechino. C’è l’India, in quanto paese più popoloso al mondo e potenza economica e tecnologica in crescita, e il Giappone guidato dalla nazionalista Sanae Takaichi, che ha già promesso riarmo e ha mostrato una postura bellicosa.

Sia l’India sia il Giappone fanno parte del QUAD, il dialogo quadrilaterale di sicurezza incentrato sull’Indo-Pacifico e pensato in maniera piuttosto esplicita con una funzione anticinese. E c’è infine il Dragone, la vera preoccupazione di Washington. Ma cui, allo stesso tempo, verrebbe riconosciuto questo ruolo, di competitor globale. All’Australia non viene evidentemente attribuita la caratura per poter sedere a questo tavolo.

Il C5 significherebbe il passaggio da un mondo che l’imperialismo occidentale pensa come proprio a un mondo in cui l’ordine globale, di sicurezza tanto quanto quello economico, torna ad essere un terreno di mediazione, contendibile, e in cui la sfida rimane aperta. In questa sfida, della UE, non c’è traccia. E la colpa non è degli Stati Uniti che fanno i propri interessi, ma di un modello sociale ed economico al collasso, e di una classe dirigente continentale che lo ha sviluppato totalmente fallimentare.

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09/12/2025

La UE alla prova dei mercati semi-chiusi

Le contraddizioni strutturali dell’Unione Europea – nel brusco passaggio dal rappresentare la sponda orientale dall’alleanza subordinata ali Usa con aspirazioni imperialiste autonome a insieme “involontariamente indipendente” perché ormai al limite del core business statunitense – stanno venendo fuori piano piano.

La Commissione Europea (di fatto il “governo” della UE) deve questa settimana esplicitare concretamente cosa significhi la parola d’ordine “Comprate europeo”, includendola nell’Industrial Accelerator Act (Atto per l’Acceleratore Industriale), immaginato per garantire che miliardi di euro in contratti di appalto fluiscano verso produttori dell’UE in settori che vanno dalle turbine eoliche ai sistemi informatici.

Un’indicazione che contraddice apertamente la “legge scolpita nella pietra” secondo cui il mercato e solo il mercato deve ormai regolare le scelte dei soggetti pubblici (quelli privati lo hanno fatto così bene da aver compromesso la continuità industriale di molti produttori continentali).

Il problema è che questa “legge”, immaginata come faro e giudice delle scelte politiche nazionali quando la “globalizzazione” sembrava trionfante ed il mercato mondiale appariva muoversi quasi senza ostacoli, è difficile da rispettare nel nuovo quadro internazionale. Anzi, è impossibile.

Le guerre e le sanzioni (19 “pacchetti” decisi dalla UE solo verso la Russia) si vanno moltiplicando, così come gli ostacoli posti ai commerci in base agli schieramenti internazionali o alle esigenze di proteggere le aziende continentali. Ergo nessun paese dell’Unione dovrebbe più regolarsi indipendentemente dall’insieme, comprando e vendendo merci in base ai princìpi del libero mercato, ma dare almeno una preferenza a quelle prodotte nel Vecchio Continente.

Lo scenario è presto abbozzato. Con la Russia c’è guerra – anche se non dichiarata e lasciando che a combattere siano gli ucraini, finché ce la fanno – con la Cina i rapporti vanno raffreddati perché “troppo cresciuta” e con quantitativi straripanti di ormai ottime merci a prezzi molto concorrenziali. Con gli alleati di questi due colossi bisogna fare altrettanto.

Il distacco quanto meno di “attenzione prioritaria” da parte degli Usa restringe drasticamente i mercati da privilegiare, sia per l’import che per l’export. Il che non è soltanto una contraddizione col principio del “libero mercato” che sottostà ai trattati istitutivi dell’Unione, ma una mannaia che cade in modo differenziato sui diversi paesi membri della UE.

Chi ha ancora una struttura industriale competitiva può sognare un periodo di “semi-chiusura” dei mercati in cui difendere e rilanciare la propria base industriale, controllando i prezzi e “pesando” negli scambi internazionali.

Chi non ce l’ha si ritrova a dover eventualmente comprare a prezzo molto più alto le materie prime da trasformare (a cominciare dal gas, visto che il gnl Usa costa il quadruplo di quello russo) e si vede restringere di molto i mercati di sbocco per la propria produzione. La via certa per il dissesto, insomma... 

L’unità europea, insomma, entra in una fase oggettivamente – ossia economicamente – rischiosa perché gli interessi vanno altrettanto oggettivamente divaricandosi.

Nove paesi – Repubblica Ceca, Estonia, Finlandia, Irlanda, Lettonia, Malta, Portogallo, Slovacchia e Svezia – sono già sul piede di guerra per la preoccupazione che l’UE finisca per danneggiare se stessa se sigillerà alcuni settori dell’economia dal resto del mondo. Naturalmente parlano soprattutto di se stessi dentro l’unione... 

Protezionismo e libero mercato tornano dunque a contrapporsi proprio nel luogo – la UE – che sembrava aver risolto il conflitto congelandolo in istituzioni, trattati, regole, autorità, prescrizioni.

Secondo i paesi con maggior peso industriale – Francia e Germania in primo luogo – si dovrebbe perciò concedere un trattamento preferenziale ai propri campioni industriali e tecnologici nell’assegnazione di appalti importanti, come per le reti di trasporto pubblico e altre infrastrutture strategiche.

I paesi più piccoli, con alla testa i nove già nominati, privi di gruppi industriali di livello mondiale, sostengono invece che le loro economie possono rimanere competitive solo se libere di scegliere i prodotti migliori al prezzo migliore, anche se ciò significa acquistare da cinesi o coreani.

Si contrappongono dunque direttamente le ragioni della “potenza in guerra” (anche se la UE finge di non esserlo) e quelle del “libero mercato” visto come occasione per crescere ed emergere (anche se magari è più probabile l’affondamento...).

L’Industrial Accelerator Act è un primo banco di prova per il concetto di “comprare europeo”, inserito in un’iniziativa concepita originariamente per accelerare gli investimenti in progetti di decarbonizzazione come parte del Clean Industrial Deal di von der Leyen.

Durante il processo di stesura – visto che le condizioni internazionali erano drasticamente cambiate – lo “zar” della politica industriale, il Vicepresidente esecutivo della Commissione, il francese Stéphane Séjourné, ha però fatto confluire il concetto di “Comprate Europeo” nella proposta, insieme a un controllo più stringente sugli investimenti esteri.

Inevitabile la risposta: “L’adozione di regole sproporzionate sulla ‘preferenza europea’ come standard nelle nostre politiche potrebbe rischiare... un approfondimento della sfiducia nel sistema commerciale multilaterale e nell’UE come partner affidabile e prevedibile”, sentenzia il documento ceco firmato dagli altri otto paesi “in rivolta”.

Analoghe preoccupazioni sono arrivate pure dal Giappone, che chiede un’esenzione per i “partner più antichi”.

Ma anche grandi gruppi industriali – non tedeschi o francesi, guarda caso – si stanno interrogando. Peter Kofler, presidente della Danish Entrepreneurs (la “confindustria danese”) ha messo in guardia contro “mura protettive che ci isolano dalla realtà globale. Imporre una ‘Preferenza Europea’ prima che le nostre soluzioni siano di livello mondiale ci intrappolerà in un’economia di seconda fascia”.

Anche perché una volta rotto il tabù della prevalenza del mercato, è lecito immaginare future mosse nello stesso senso, chiudendo ancora di più il mercato europeo rispetto a soggetti che possono diventare geostrategicamente “pericolosi”.

Altri grandi gruppi industriali, nonché la Polonia, pur dando una disponibilità ad assecondare la scelta della Commissione, si preoccupano di indicare la necessità di “moderazione” e “accortezza” nel chiudere porte e quindi i mercati.

Tra i princìpi dichiarati e la realtà il varco è ormai aperto. La dimensione che assumerà sarà in qualche modo decisiva per orientare le scelte dei vari paesi, ossia dei molto diversi sistemi industriali (e relativi equilibri sociali) all’interno dell’Unione Europea.

E questo ancor prima che si chiuda la guerra in Ucraina, con soluzioni che in ogni caso costituiranno un colpo serio per le ambizioni imperialistiche fin qui coltivate.

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25/11/2025

L’Ucraina, senza più “amici” credibili, deve scegliere

Ma quale “piano” c’è per arrivare ad una pace in Ucraina? Col passare delle ore e dei giorni si affastellano notizie probabili e completamente false, ipotesi e testi del tutto differenti. E non si tratta di semplici dettagli: possibilità di entrare nella Nato oppure no, limiti alla dimensione dell’esercito e al tipo di armi oppure niente limitazioni, riconoscimento di aver definitivamente perso territori oppure status da lasciare in sospeso (garantendo così la ripresa della guerra al primo “fraintendimento”).

Abbiamo già chiarito ieri che quella in corso tra Ginevra (domenica) e Abu Dhabi (oggi) è solo una pre-trattativa interna all’ex “Occidente collettivo”, con gli Stati Uniti che hanno presentato prima a Zelenskij e poi anche ai “volenterosi” (Francia, Gran Bretagna e Germania, bypassando completamente l’Unione Europea) una bozza in 28 punti.

Su quella è partita un fuoco di sbarramento “europeo” (niente affatto compatto, bisogna dire) riassumibile nella parola d’ordine “non può essere una capitolazione”.

Si è saputo poi che il testo era stato dato solo a Zelenskij per discuterne preventivamente in via riservata. E quindi la responsabilità della “fuga di notizie” era attribuita dagli inviati Usa – Witkoff e Kushner, come per Gaza – proprio a lui, nel classico gioco poco “diplomatico” teso a far saltare la proposta chiamando a raccolta tutti gli “oppositori europei”.

I quali si sono messi alacremente al lavoro. Prima per presentare un proprio “piano” di fatto contrapposto a quello Usa e infarcito di soluzioni “indigeribili” per Mosca. Poi per emendare il testo statunitense cancellando le parti “inaccettabili” per Kiev, mettere tra parentesi quelle da rivedere o da affidare alla “trattativa diretta tra le parti in conflitto”. Il risultato finale sarebbe un “piano in 19 punti”.

Sarebbe, ripetiamo, perché non se ne trova traccia da nessuna parte. Di sicuro non è arrivato neppure informalmente ai russi, tanto che il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov ha dovuto stoppare tutti con molta chiarezza: “No, non sappiamo di cosa stiate parlando. È impossibile commentare ogni notizia dei media in questo momento. Descriverei la situazione attuale come un delirio informativo. Vengono pubblicate un sacco di dichiarazioni e dati contraddittori”.

Il giorno prima un alto consigliere di Putin per la politica estera aveva demolito la controproposta europea affermando che “costruttivamente, non ci va affatto bene”.

Il problema è dunque per intero nel “campo occidentale”, con fratture anche rilevanti sia tra gli statunitensi che tra i nanerottoli europei. La questione centrale è la distanza siderale tra la retorica propagandistica e la realtà ruvida dei fatti. Ben riassunta da Greg Swenson, presidente di Republicans Overseas nel Regno Unito.

“Puoi parlare bene, puoi partecipare a tutti questi incontri diplomatici e puoi inviare tutte le tue migliori persone a Ginevra, ma l’unico modo per battere Putin è combattere – e nessuno di loro è disposto a farlo. Quindi sono solo chiacchiere. Sembra tutto fantastico quando parli di democrazia e di difendere l’Ucraina, ma semplicemente non sono disposti a farlo”

Dunque il “piano Trump” può piacere o no, ma “qual è l’alternativa?”

Per come stanno messe le cose – sul campo di battaglia, sul piano dei rapporti di forza, su quello diplomatico, nella coesione interna ad un’Ucraina stanca e scossa dallo scandalo corruzione che coinvolge direttamente “il presidente” – è ridotta a ben poco, come fa notare persino una testata convintamente “europeista” e guerrafondaia come POLITICO: “accettare l’offerta preparata da Trump, oppure scommettere il futuro del suo paese nella speranza di ottenere un giorno abbastanza aiuto dai suoi amici europei”.

I quali, però, si trovano in una situazione ingestibile, come ammette persino uno dei più sfegatati cronisti russofobi, Gianluca De Feo, di Repubblica: “Consultazioni in Europa sull’eventualità che Trump rompa con la UE: possibile sostenere l’Ucraina, ma i 27 resterebbero senza difese”.

Il gioco sanguinoso sta arrivando al termine. Se una guerra non la puoi fare, ti devi fermare. In fondo fin qui si era seguita la “strategia” delirante dei baltici stile Kaja Kallas (“provocare una reazione spropositata di Mosca contando sulla copertura militare Usa”), ma se il Deus Machina se ne tira fuori è “l’Europa” a ritrovarsi nella neve “senza neanche i calzini”.

L’intoppo definitivo può arrivare però ancora da Kiev, dove – secondo un preoccupatissimo Wall Street Journal“Per uno Zelenskij indebolito cedere a Trump è più rischioso che sfidarlo”. Potrebbe essere destituito violentemente dai “banderisti” interni.

Un mondo appeso alle mattane di neonazisti disperati non è il più sicuro dei posti...

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31/03/2025

Guerra in Ucraina - Gli USA coinvolti più di quanto ammesso

Il coinvolgimento degli Stati Uniti nel conflitto in Ucraina è stato, fin dall’inizio, assai più profondo di quanto apparisse all’esterno e di quanto Washington abbia mai ammesso.

A rivelarlo è una lunga inchiesta pubblicata sul New York Times, dal titolo “The Partnership: la storia segreta della guerra in Ucraina, realizzata dal giornalista Adam Entous attraverso più di trecento colloqui con fonti governative, militari e d’intelligence in dieci diversi paesi.

Nell’inchiesta – che tende ad addossare le responsabilità della sconfitta interamente a Kiev, che non avrebbe seguito alla lettera le istruzioni degli strateghi americani – il quotidiano statunitense ricostruisce la strategica collaborazione militare instaurata tra Washington e Kiev nell’aprile del 2022, due mesi dopo l’invasione russa del 24 febbraio.

All’epoca due generali ucraini di alto rango si recarono a Clay Kaserne, il quartier generale dell’esercito degli Stati Uniti in Europa, per siglare un accordo che da quel momento è diventato il pilastro su cui si sono fondate le operazioni militari ucraine, pianificate di fatto nel complesso militare situato a sud-est della città di Wiesbaden, in Germania.

L’operazione, denominata “Task force Dragon” e coordinata dai generali Mykhaylo Zabrodskyi e Christopher Donahue, mirava a coordinare le forze con l’obiettivo di consentire agli ucraini di sconfiggere i russi. Ogni mattina da Wiesbaden gli ufficiali analizzavano gli schieramenti di Mosca e individuavano gli obiettivi più importanti, stilando una lista di priorità che poi veniva fornita all’intelligence per localizzarli e colpirli.

L’idea di fondo della partnership, scrive il Nyt, era che questa stretta cooperazione avrebbe potuto consentire agli ucraini di infliggere un duro colpo ai russi, un obiettivo che nei mesi successivi – fino alla metà del 2023 – sembrava sempre più a portata di mano, quando le truppe di Mosca hanno cominciato ad arretrare abbandonando una parte importante dei territori ucraini precedentemente occupati.

Secondo il Nyt fu grazie alla collaborazione con Washington che a metà del 2022 gli ucraini riuscirono così a colpire il quartier generale del 58ma unità russa nella regione di Kherson con una salva di missili, uccidendo vari generali e ufficiali di Stato maggiore.

Più a sud, al culmine della controffensiva ucraina del 2022, uno sciame di droni marittimi attaccò, grazie al supporto della Cia, il porto di Sebastopoli, in Crimea, dove la flotta russa del Mar Nero aveva caricato missili destinati a colpire obiettivi ucraini su navi da guerra e sottomarini, riuscendo a danneggiare diversi mezzi navali e spingendo i russi a ritirarli.

Successivamente, tuttavia, la collaborazione si è fatta tesa e il fronte della guerra si è spostato, tra rivalità, risentimenti e strategie divergenti.

Secondo quanto ricostruito dal New York Times, gli ucraini hanno cominciato a mal sopportare la direzione statunitense, man mano che Washington insisteva per colpire obiettivi misurati e raggiungibili mentre le forze di Kiev erano costantemente alla ricerca “della grande vittoria, del premio luminoso e splendente”.

Gli ucraini, inoltre, hanno cominciato a considerare Washington un ostacolo alle loro aspirazioni, puntando a una improbabile vittoria. Man mano che gli ucraini conquistavano una maggiore autonomia hanno mantenuto sempre più segrete le loro intenzioni. Kiev ha inoltre manifestato un crescente risentimento nei confronti degli Stati Uniti per la mancata fornitura di tutte le armi e le attrezzature richieste.

Washington invece si è irritata con Kiev per quelle che considerava richieste irragionevoli e per la contrarietà di Zelensky e del suo entourage ad adottare misure politicamente impopolari, in particolare la leva obbligatoria generalizzata a partire dai 18 anni.

Secondo gli autori dell’inchiesta la svolta, in negativo, per Kiev sarebbe arrivata a metà del 2023, quando gli ucraini hanno lanciato una controffensiva che si è rivelata una catastrofe.

In quel momento, afferma il Nyt, la strategia ideata a Wiesbaden è saltata del tutto a causa soprattutto delle rivalità interne al fronte ucraino, in particolare a quella tra il presidente Zelensky e l’allora capo di Stato maggiore delle Forze armate Valery Zaluzhny, in seguito esonerato.

La decisione di dedicare ingenti forze alla riconquista della città di Bakhmut – situata nel Donetsk – avrebbe provocato un fallimento totale della controffensiva già fondata su presupposti errati.

Anche se Washington ha spesso impedito a Kiev di attaccare il territorio russo in profondità per non suscitare un conflitto diretto della Nato con Mosca, dall’inchiesta emerge che più volte è stato proprio grazie alla direzione e al sostegno statunitense che le forze ucraine hanno sfiorato o anche superato la cosiddetta “linea rossa”.

In più occasioni, infatti, l’amministrazione Biden ha autorizzato operazioni clandestine che in precedenza aveva proibito. I consiglieri militari statunitensi sono stati infatti inviati a Kiev e, in seguito, autorizzati ad avvicinarsi alla linea del fronte, mentre ufficiali militari e della Cia a Wiesbaden hanno aiutato a pianificare e supportare una campagna di attacchi ucraini nella Crimea, annessa alla Federazione Russa nel 2014. Infine, secondo il New York Times, i militari statunitensi e poi la Cia hanno ricevuto il via libera della Casa Bianca per consentire attacchi in profondità all’interno del territorio russo.

La più grave rottura del rapporto di fiducia tra Kiev e Washington si sarebbe verificata nell’agosto del 2024, quando le forze armate ucraine hanno invaso la regione russa di Kursk usando armi statunitensi senza informare l’alleato. Un alto funzionario del Pentagono descrive questa mossa al Nyt come “un ricatto”, in seguito al quale, però, gli Usa scelsero comunque di non interrompere il supporto a Kiev. Quella scelta, afferma un’altra fonte, “avrebbe potuto portare a una catastrofe”: senza la protezione dei razzi Himars e dell’intelligence statunitense, i soldati ucraini sarebbero stati sbaragliati in poco tempo.

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