La crisi finale della NATO
‘La crisi strutturale della NATO’, analisi di un alto ufficiale già Capo di stato maggiore del NATO Rapid Reaction Corps Italy, ora in congedo. «Per oltre settant’anni, la NATO ha attraversato crisi anche profonde senza mai mettere in discussione la propria sopravvivenza. Dalla Guerra Fredda ai conflitti periferici del dopo 1989, molte divergenze politiche anche gravi, ma mai di una contraddizione strutturale. La crisi attuale, invece, è radicalmente diversa».
«Le dichiarazioni di Trump sulla Groenlandia e il suo disprezzo per le organizzazioni multilaterali, NATO compresa, rappresentano il colpo di grazia a un’organizzazione i cui due compiti istituzionali – difesa collettiva, e cooperazione per la sicurezza – risultavano non eseguibili ben prima che il presidente statunitense ventilasse l’ipotesi di annettere il territorio di un alleato».
Le crisi della Guerra Fredda
Basta con le bugie leggenda. La NATO nel confronto con l’Unione Sovietica coesa e compatta. Tre le crisi gravi di allora. La crisi di Suez del 1956, il ritiro francese dalla struttura unificata di comando della NATO nel 1966 e la decisione unilaterale del presidente statunitense Ronald Reagan di bombardare la Libia nel 1986. Oltre queste tre grandi crisi, altre divergenze politiche sui soldi per la difesa europea, la guerra del Vietnam, la politica estera della Germania all’Ostpolitik, l’invasione dell’Afghanistan da parte dell’Unione Sovietica, le invasioni militari americane di Grenada e Panama e lo schieramento in Europa dei missili statunitensi con capacità nucleare.
Dopo la Guerra Fredda
L’Alleanza post-guerra fredda traballa nella prima Guerra del Golfo contro Saddam. E le scelte unilaterali Usa in Medio Oriente e nei Balcani. L’articolo 5 del mutuo soccorso Nato fuori dall’area di applicazione, ma col coinvolgimento di aerei italiani, tedeschi e belgi, e antimissile olandesi. E fu l’inizio di altre catastrofi. Seconda Guerra del Golfo, del 2003, Francia, Germania e Belgio bloccarono l’attivazione dell’Articolo 4 del Trattato di Washington, che permette alle parti di consultarsi per stabilire la necessità o meno di invocare l’applicazione della clausola della difesa collettiva. Disaccordo su come e quando l’Alleanza avrebbe dovuto assumere iniziativa nel contesto dei nuovi scenari e quindi sulla sua area di responsabilità, anche in termini geografici.
Chi decide che una minaccia tocca la NATO?
Disaccordo sulle responsabilità che l’Alleanza avrebbe dovuto assumere nei nuovi scenari e sulla sua area di responsabilità anche in termini geografici. Ed allora si decise che la richiesta di assistenza da parte di uno stato membro della NATO, non sarebbe stata soddisfatta se tutti gli altri membri non avessero riconosciuto che tale pericolo fosse concreto. In altre parole, quando l’origine e le circostanze di un attacco fossero state incerte, la volontà di rispondere militarmente, da parte di ogni singolo alleato, non sarebbe più stata garantita. Problema ancora di attualità.
Dissenso politico militare: Kosovo e Libia
L’attacco alla Serbia per strappare il Kossovo a Belgrado, nel 1999, condotto senza mandato ONU e aggirando il veto russo-cinese, con tensioni operative tra Washington e le capitali europee sulla designazione degli obiettivi e sull’uso della forza. Memorie personali condivise col generale Maurizio Boni, la cui analisi non di ferma qui. L’attacco alla Libia nel 2011: Germania con Russia e Cina, Francia e Regno Unito che assumono la leadership militare mentre gli Stati Uniti dopo un intervento iniziale, operano dietro le quinte. Novembre 2019; offensiva unilaterale turca in Siria contro i curdi senza alcun coordinamento NATO, e Macron che dichiara l’Alleanza ‘cerebralmente morta’.
La NATO muore in Ucraina
«Il compito fondativo, quello della difesa collettiva compromesso soprattutto dal coinvolgimento nella guerra per procura in Ucraina per liquidare la Russia e, nella oramai inesorabile sconfitta di Kiev, dalla insostenibile idea di una invasione russa dell’Europa», sottolinea Maurizio Boni su Analisi Difesa. Dopo quattro anni di guerra le differenze interne tra gli alleati rivelano l’inconsistenza dell’Alleanza Atlantica. L’ambiguità del ruolo politico nella guerra russo-ucraina dove la NATO è di fatto parte attiva del conflitto, ma continua a proporsi come soggetto non belligerante per non sfidare apertamente Mosca. Colpo finale dalla National Defense Strategy Usa, con la Russia non più nemico strategico, ma interlocutore con cui ricreare una stabilità di relazione.
Un’Alleanza ‘à la carte’
NaTO modello Ong: non più difesa del territorio alleato (art. 5), ma ‘interventi di stabilizzazione’ secondo convenienze. La NATO ha costruito una rete di relazioni politico-militari su quattro continenti. Una rete di ‘Alleanze à la carte’ che estende l’influenza dell’Alleanza senza formale adesione, superando i vincoli geografici originali. In questo contesto, i BRICS+ (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, con recenti nuovi membri) diventano una alternativa e propongono una visione dell’ordine internazionale fondata su multipolarismo, sovranità nazionale e rifiuto dell’egemonia di Washington, marginalizzando ulteriormente la NATO.
NATO strategicamente superata
Quando il presidente degli Stati Uniti afferma di dover decidere tra le opzioni di mantenere la NATO intatta e prendersi la Groenlandia, non sta provocando. Sta solo ammettendo che per Washington la NATO è una variabile, non una costante. Quindi, non più una alleanza. La primo ministro danese Mette Fredriksen ha colto la natura irreversibile della situazione affermando che «un attacco alla Groenlandia sarebbe la fine della NATO». Il fatto che, secondo quanto riportato da Politico, gli europei stiano pianificando la difesa della Groenlandia senza gli Stati Uniti completa il quadro: i membri dell’Alleanza stanno preparando scenari operativi per difendersi dal proprio principale alleato.
Probabilmente la NATO sopravviverà come struttura formale, ma la sua sostanza strategica rimarrà pressoché nulla. Il problema che ora si pone è quello di capire cosa la potrà sostituire e con quali finalità, tenuto conto anche del fatto che la difesa europea rimarrà una chimera. Tutto dipenderà dall’architettura di sicurezza che emergerà alla fine del conflitto russo ucraino, ma della quale, però, nessuno parla.
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20/08/2024
Guerra in Ucraina - “L’autogol di Zelensky che rischia di indebolire Kiev nei negoziati”
Un attacco a sorpresa, giustificato da parte ucraina con rivendicazioni territoriali velleitarie su alcune zone di confine in Russia, pensato da Zelensky per risollevare il morale del Paese, ma che potrebbe rivelarsi un boomerang, scoprendo ulteriormente le difese già malridotte dell’Ucraina. Di certo, l’effetto principale, osserva Maurizio Boni, generale di Corpo d’armata e opinionista di Analisi Difesa, è che i russi saranno ancora più determinati al tavolo delle trattative a chiedere che le forze di Kiev vengano rese inoffensive, che non abbiano più la possibilità di attaccarli sul loro territorio, né tantomeno di aderire alla NATO. Una situazione che potrebbe costare caro allo stesso presidente ucraino, che in caso di fallimento sarebbe chiamato a rispondere di una nuova débâcle dopo la controffensiva dell’anno scorso.
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L’attacco ucraino in Russia sembra continuare, si parla addirittura di puntare alla zona di Belgorod: durerà?
Gli ucraini non hanno le risorse per aprire altri fronti. Sono avanzati di una trentina di chilometri, ma con distaccamenti mobili, molto veloci. La forza iniziale è stata stimata in non più di 2-3mila uomini. Tuttavia, all’ospedale di Sumy, il più vicino alla zona dei combattimenti, si parla di 1.600 ricoveri tra combattenti ucraini e prigionieri russi. Vorrebbe dire aver già dimezzato il contingente.
I russi parlano di 2.030 morti ucraini, possibile?
Dobbiamo prendere le distanze dalle comunicazioni ufficiali. Le unità che hanno dato vita a queste iniziative sono un miscuglio di varie unità, costituite a scapito di altre, rimaste sottoalimentate e che ora stanno affrontando i russi in Donbass. E non stanno prevalendo. Questo avvalora la tesi dell’attacco suicida. Il comandante dell’ottantesima brigata di assalto aviotrasportato ucraina si è rifiutato di eseguire l’ordine di attacco ed è stato sostituito: aveva definito l’azione a Kursk, appunto, un suicidio.
Per Kiev sarà difficile tenere le posizioni conquistate?
Sì, i russi si dovranno impegnare per respingere l’aggressore, ma di fatto sarà molto difficile che Kiev possa mantenere i territori conquistati, né potrà utilizzare questa avanzata per negoziare con la Russia da una posizione più forte.
Georgi Tykhiï, portavoce del ministero degli Esteri ucraino, dice che Kiev non vuole annettersi dei territori, ma raggiungere obiettivi militari: in estate dalla zona di Kursk sarebbero partiti 2mila attacchi verso l’Ucraina. Quella parte di Russia non interessa a Zelensky?
Una dichiarazione che non trova riscontro nella realtà. Zelensky stava già pianificando incursioni nel territorio russo da tempo, era già emerso un anno fa. L’obiettivo era negoziare da una posizione di forza con Putin. Nel gennaio di quest’anno il presidente ucraino ha firmato un decreto per preservare l’identità etnica degli ucraini in Russia, che comportava rivendicazioni territoriali su alcune regioni di confine che comprendono Belgorod e Kursk. C’era un disegno politico-militare, insomma, che già da tempo stava prendendo piede. Una rivendicazione strumentale, perché in quelle regioni prevale la popolazione ucraina che vuole rimanere in Russia.
Ci sono anche altre motivazioni?
L’attacco a Kursk serve ad alzare il morale del fronte interno, soldati e popolazione, di fronte a un andamento poco favorevole della guerra. Da molto tempo, inoltre, Zelensky sta chiedendo agli USA di usare armi a lungo raggio per colpire la Russia. L’obiettivo che non ha potuto perseguire con queste armi ha cercato di raggiungerlo con le forze convenzionali.
Molti analisti parlano di sostegno della NATO o perlomeno dell’intelligence britannica. Un elemento che fa il paio con la notizia di fonte russa secondo cui gli USA vorrebbero avvicendare Zelensky, sostituendolo con l’ex ministro degli Interni Arsen Avakov. Il presidente è ancora sostenuto dagli occidentali o no?
Sono tutte dinamiche che fanno parte di un momento delicato delle relazioni fra Kiev e Washington. Sicuramente c’è stato un appoggio occidentale, probabile quello inglese: ci sono filmati di prigionieri ucraini che dicono di aver sentito parlare in inglese, polacco e francese nelle comunicazioni intercorse nell’operazione. Dire NATO è eccessivo, non si può identificare l’alleanza con tutte le iniziative dei singoli Paesi. L’Italia, per esempio, ha preso le distanze. Della dialettica fra Kiev, Washington e Londra poco si sa. La matrice politica dell’operazione è ucraina e la pianificazione lascia pensare che ci sia stato un contributo esterno importante, però gli USA sembrano molto irritati da quello che è accaduto. Già la controffensiva dello scorso anno è fallita proprio per le differenze di approccio che Kiev aveva rispetto agli americani.
Quindi l’ipotesi della SVR russa (servizi segreti) che gli Stati Uniti vogliano sostituire Zelensky non è così peregrina?
I russi hanno tutto l’interesse a portare avanti questa narrativa. Concordo che debba accadere prima o poi. Nell’attacco a Kursk vedo, comunque, tutta la disperazione di Zelensky.
Putin intanto ha chiuso a eventuali negoziati. Che conseguenze avrà questa situazione sulle trattative?
Questa aggressione non fa altro che confermare alla Russia l’assoluta priorità strategica di non concedere all’Ucraina, in futuro, di violare il suo territorio. Le condizioni di sicurezza in un processo di pace saranno durissime. Putin ancora di più non potrà accettare un’espansione della NATO vicino ai suoi confini. Questo è l’effetto principale che l’incursione sta provocando.
Se l’attacco dovesse fallire, scoprendo le difese interne dell’Ucraina e risultando dannoso per la difesa del Paese, potrebbe essere il canto del cigno di Zelensky?
Molti lo pensano e io concordo con questa prospettiva. Dal punto di vista militare, questa iniziativa non ha alcuna logica, la pagano i soldati sulla loro pelle. Anche il comandante delle forze armate Sirsky ha delle responsabilità, non avendo consigliato una condotta più prudente. D’altronde, Zaluzhny era stato silurato proprio perché aveva consigliato di rafforzare le difese in Donbass e di non perdere così tanti uomini a Bakhmut e Avdiivka. Sirsky è più remissivo e obbediente. Ripiegare non significa arrendersi, ma riorganizzare le difese. Più l’Ucraina perde uomini e materiali, più sarà difficile garantirne la sicurezza nel dopoguerra: ci sarà da affrontare il tema del suo riarmo, ma con condizioni che la Russia pretenderà vengano rispettate. Da questo punto di vista, l’azione è assolutamente controproducente.
Le operazioni militari si sono sviluppate anche nella zona della centrale nucleare di Kurchatov e di Sudzha, dove passa il gasdotto che da Russia e Ucraina porta il gas in parte dell’Europa. Si voleva colpire proprio lì?
Un effetto indiretto c’è stato, perché anche se gli ucraini non controllano Sudzha c’è già stato un aumento del prezzo del gas. Può darsi che tutto ciò faccia parte del disegno. Certo, se Kiev non riesce a controllare il territorio, tutto rientrerà nelle mani dei russi. Per quanto riguarda la centrale nucleare, nella disperazione dell’iniziativa l’aspetto più pericoloso è che le artiglierie ucraine giungano a una distanza tale da poter fare fuoco contro di essa. Una sorta di terrorismo nucleare con armi convenzionali. D’altronde, gli ucraini hanno appena colpito la centrale di Zaporizhzhia. Militarmente non ha senso, l’unico aspetto è di provocare un disastro nucleare, che possa provocare danni senza l’impiego di armi di questo tipo.
L’attacco alle centrali è l’arma nucleare che gli ucraini non hanno?
Esattamente. Questa potrebbe essere una prospettiva decisamente da scongiurare. Il limite tra un’escalation nucleare convenzionale e una di questa portata è veramente labile. Ma provocare una nuova Chernobyl attaccando una centrale nucleare significherebbe aver perso veramente il senso delle cose.
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