Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Arretratezza. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Arretratezza. Mostra tutti i post

15/07/2026

Razzi per Cina e Stati Uniti, tappi di bottiglia per l’Europa

Un’analisi scientifica, fredda e totalmente politica della follia europea (nel frattempo riunita, solo in parte a Parigi come “gruppo dei volenterosi”, per incrementare spese e partecipazione alla guerra in Ucraina).

Arriva dalla Cina, direttamente dall’ufficialissimo Global Times. E suona come una sentenza. Il resto del mondo, o almeno la sua parte più moderna, tecnologicamente sviluppata e affluente, ci vede così. Morti. Preoccupati di non far partire il tappo dalla bottiglia mentre gli altri avanzano a razzo (anche se il giudizio sull’economia Usa sembra parecchio “benevolo”).

Soprattutto inchioda i governi europei alla loro insopportabile e squallida ipocrisia: “Se una società non dà priorità alla protezione del proprio popolo durante eventi meteorologici estremi, quanto è credibile la sua affermazione di possedere una governance superiore?”.

Blablabla su diritti umani, libertà (solo quella di impresa), democrazia, ecc., e non siete capaci neanche di trovare soluzioni efficaci per una ondata di caldo che la scienza aveva abbondantemente anticipato? E fate anche i neo-negazionisti climatici invece di assestare il vostro modello industriale verso un sistema che utilizza energie alternative?

Ecc.

*****


L’Europa sta silenziosamente perdendo il futuro?

Sta emergendo una linea di demarcazione nel panorama globale odierno: mentre Cina e Stati Uniti corrono avanti nella prossima generazione tecnologica, l’Europa rimane bloccata nelle lotte geopolitiche di ieri da cui sembra non riuscire a sfuggire. I titoli recenti lo chiariscono – l’Europa sembra tradire la propria epoca di influenza.

Questo fine settimana, Reuters ha riportato che la Germania sta finanziando 50.000 droni d’attacco per l’Ucraina in un ordine del valore di circa 90 milioni di euro (103 milioni di dollari), citando una fonte a conoscenza della questione, che rappresenta uno dei più grandi acquisti noti di droni per Kiev da parte di un governo occidentale.

Solo pochi giorni prima, un’altra storia tedesca aveva colpito duramente: “Germania: ondata di caldo di giugno collegata a 5.000 morti in eccesso”, poiché “la maggior parte degli edifici in Germania non è costruita pensando a temperature così elevate, inclusi molti ospedali e case di cura che ancora non dispongono di aria condizionata”.

Generoso all’estero, fatica a casa. Questo non è solo un problema della Germania, è una situazione comune in tutta Europa.

La sfida non era abbastanza evidente, fino al caldo estremo di quest’estate che ha messo alla prova il continente a tutti i livelli: ritardi o cancellazioni di treni legati al caldo si verificano in molti paesi, tra cui Belgio, Danimarca, Francia e Stati Uniti, a causa di asfalto deformato, deformazioni ferroviarie, guasti dell’aria condizionata a bordo, semafori malfunzionanti e segnalazioni di surriscaldamento e scioglimento. I reattori nucleari spesso si spengono perché l’acqua usata per il loro raffreddamento diventano troppo calda...

Peggio ancora, le autorità nazionali in diversi paesi europei hanno segnalato migliaia di morti in eccesso a causa dell’ondata di caldo di giugno. La resilienza climatica è diventata un punto di riferimento chiave per la governance nel XXI secolo. Se una società non dà priorità alla protezione del proprio popolo durante eventi meteorologici estremi, quanto è credibile la sua affermazione di possedere una governance superiore?

Purtroppo, per alcuni politici europei, l’unica cosa che non possono rinunciare – e in alcuni casi sono persino disposti a investire di più – rimane il confronto geopolitico.

Hanno fatto le scelte strategiche sbagliate. Considerate questo: l’Europa un tempo godeva di energia russa a basso costo che alimentava la sua industria, beni cinesi accessibili che mantenevano bassa l’inflazione e un enorme mercato cinese che portava profitti elevati alle sue aziende.

Quella era una finestra d’oro per rafforzare la base industriale e investire nelle tecnologie future. Invece, l’Europa si è isolata dall’energia russa senza un sostituto pronto e ha seguito gli Stati Uniti in una politica di “de-risking” verso la Cina che ha danneggiato i propri interessi.

Il risultato? I costi energetici alle stelle, le imprese che lottano per sopravvivere e molti meno soldi ed energie rimasti per l’innovazione. Ora il risultato si vede: l’Europa sta perdendo terreno in materia di IA, tecnologia verde ed esplorazione spaziale. Il continente che un tempo guidò la Rivoluzione Industriale sta diventando sempre più spettatore delle tecnologie che plasmeranno il domani.

Un meme virale su X cattura perfettamente questa situazione: Cina e Stati Uniti recuperano con successo i razzi, mentre l’Europa si assicura che il tappo della bottiglia non lasci mai la bottiglia. La battuta fa male perché è vera – non solo nella tecnologia, ma anche nell’atteggiamento mentale.

Il problema principale dell’Europa risiede nelle priorità profondamente fuori luogo. I suoi leader restano troppo rumorosi sulle pose geopolitiche e sul confronto ideologico, mentre le sfide interne come l’innovazione, la forza industriale e il benessere dei cittadini sembrano passare in secondo piano.

L’Europa deve adattarsi e liberarsi dalle sue rigide camice di forza ideologiche. Ora è costretta ad affrontare il caldo cocente di quest’estate e deve mettere da parte il suo rigido politicamente corretto e liberarsi dalle infinite lotte politiche interne. I problemi le stanno davanti e richiedono soluzioni reali. Una società non può permettersi di pagare la propria ideologia politica con la vita del suo popolo durante ondate di caldo estreme.

La stessa logica si applica nella diplomazia: l’Europa deve liberarsi dai suoi vincoli ideologici obsoleti e decidere se perseguire una cooperazione vantaggiosa per tutti o se aggrapparsi a uno scontro a somma zero. La risposta giusta è da tempo chiara: ciò di cui ha bisogno ora l'Europa è il coraggio di agire di conseguenza.

L’estate europea è appena iniziata, ma il vero “caldo” che affronta potrebbe solo iniziare a prendere forma. Il modo in cui la regione si adatterà determinerà non solo se riuscirà a superare in sicurezza quest’estate, ma anche se riuscirà a evitare un calo più profondo nella competizione globale.

Fonte

30/01/2026

Quella voglia matta di “indipendenza” dagli Usa

Se si esce dalla nebbia delle dichiarazioni di principio o di bon ton diplomatico si vede subito che l’area euro-atlantica sta diventando ex. Al punto che la testata POLITICO ha individuato un indipendence moment per l’Europa. Un momento che racchiude necessità impellenti, dipendenze da eliminare, alternative da trovare. Quasi impensabile solo un anno fa, quando la fedeltà euro-atlantica era un presupposto per essere ammessi in società, assunti nei media, candidati alle elezioni, rilevati nei sondaggi e anche essere inclusi tra gli “umani”...

Già limitandosi a questa nuova consapevolezza, senza neanche entrare nel merito delle diverse questioni, appare evidente che l’Unione Europea, così come è stata costruita, non è in grado di affrontare la realtà. Costruita su trattati influenzati da una teoria economica fasulla secondo cui la spesa pubblica è sempre sbagliata e “il mercato” va lasciato agire in libertà, anzi favorito e “non disturbato” (Meloni dixit) in quanto spazio “neutro”, si ritrova improvvisamente in una congiuntura in cui l’economia e il commercio sono utilizzati come strumenti di forza e sopraffazione, rispondendo ad input decisi politicamente. Fuori gioco e fuori fase, insomma.

La dirigenza europea selezionata in base a quella impostazione, e abituata ad adottare decisioni già preconfezionate da un “pilota automatico”, non può neanche elaborare un piano organico di lunga durata che prevede competenze da “statisti” (visione, progetto, gestione del rischio, immaginazione creativa, ecc.).

L’allontanamento deciso degli Stati Uniti ha lasciato in piedi molte dipendenze senza più compensarle con altre politiche “di favore”.

Per esempio. Dopo aver troncato l’importazione di idrocarburi dalla Russia, sostanzialmente a buon mercato, l'UE si ritrova ora a dipendere dall’importazione di gnl costosissimo dall’America. E contemporaneamente deve occuparsi dei costi dell’appoggio all’Ucraina continuando a comprare armi statunitensi e senza più godere della certezza di una “copertura nucleare” fornita da Washington.

Peggio ancora. Scopre che anche molti armamenti che sono costati un occhio della testa, come gli F35, sono inutilizzabili senza il consenso operativo statunitense. In pratica, non si accendono i motori se il software non viene sbloccato da uno yankee. Il che, diciamo così, li riduce a pezzi di ferro nel caso di un contenzioso sulla Groenlandia o in Medio Oriente che possa vedere gli europei non allineati con Washington. E ancora di più in caso di divergenza duratura e strategica tra le due rive dell’Atlantico.

Ma è sulle innovazioni tecnologiche che l’Europa filo-americana si scopre nuda. Intelligenza artificiale e chip sono settori pressoché inesistenti nell’apparato industriale del Vecchio Continente. Per non dire dei “materiali critici” come le terre rare, dei farmaci generici, ecc.

Soprattutto nell’IA il problema ha diversi aspetti. Da un lato quello relativo al software e dall’altro ai data center “fisici” necessari per elaborare l’immensa quantità di dati che fa da base alle “risposte”. Al momento, sul lato software, c’è solo la francese Mistral (non proprio il top, a livello mondiale). Ma c’è anche da scegliere quale tipo di modello IA si privilegia: se quello closed source statunitense (ChatGpt, Gemini, ecc.) oppure quello open source offerto dalla cinese Deepseek ed altre.

Il modello closed crea e consolida una dipendenza, perché non solo si paga per utilizzarlo ma anche per ottenere la possibilità di programmare applicazioni su misura per le proprie necessità. Il che significa lasciare al “fornitore” libero accesso ai propri dati senza poter né sapere né decidere del loro utilizzo.

Nello schema open source avviene ovviamente l’opposto, e la paura della dipendenza viene spostata dall’immediato – non si paga nulla, si può programmare qualsiasi app – a un indeterminato futuro in cui, acquisita la “clientela” europea le società IA cinesi potrebbero chiudere il cerchio trasformandosi in closed e appropriandosi così dei dati europei.

Chiaro che, in una logica tutta “competitiva” e mai “collaborativa” con nessuno (il capitalismo e il colonialismo sono del resto nati in Europa...) si tratta di “contare solo su se stessi” e creare una propria IA. Resta il problema di sapere quale dei 27 paesi aprirebbe per primo un’opa, in modo da fregare tutti gli altri.

Idem per i data center – l’hardware dell’IA – dove, al momento, tutta l’Europa non raggiunge metà della capacità computazionale presente nella sola area di Pechino. In pratica meno del 4% a livello globale.

Sommando tutti i comparti in cui l’Europa risulta arretrata o quasi assente vien fuori che per costruire “l’indipendenza da ritrovare” servono non solo una capacità di progettazione strategica perduta per strada, ma anche alcune migliaia di miliardi. Che gli Stati non possono investire – “sarebbe contro le regole europee”, che diamine! – e, in fondo, neanche la UE nel suo insieme. Se non cercandoli “sui mercati”, ossia facendo quel “debito pubblico comune” che fa venire l’orticaria a Germania, Olanda, e gli altri “virtuosi” dell’austerità.

Bel rebus, vero? Per ora le uniche vere mosse “indipendenti” sono i due accordi firmati con il Mercosur (ma non ratificato dal parlamento UE, quindi bloccato) e l’India, chiarendo che l’alternativa agli Usa – che restano comunque il principale partner commerciale – viene cercata in queste direzioni, piuttosto che verso la Cina. Dove peraltro è invece volato il premier britannico Keir Starmer per cercare di riallacciare rapporti economici che la stessa Londra aveva semidistrutto accusando Pechino di qualunque nefandezza (dallo spionaggio al “putinismo”).

Sul piano degli investimenti tecnologici, invece, non si va per ora oltre il “comprate europeo”, poco più di un consiglio (se non ci sono prodotti continentali per soddisfare un certo bisogno, cosa si fa?), che si traduce nella stesura di appalti “riservati” esclusivamente a produttori europei. Per esempio quello, recentissimo, del colosso franco-tedesco dell’aerospazio Airbus per i servizi digitali.

Una strada un po’ contorta e stretta – tra necessità impellenti, investimenti fermi, voglia di “indipendenza” e vincoli posti dai trattati – che prefigura tempi di realizzazione secolari per il raggiungimento dell’obiettivo geostrategico voluto.

E come il saggio scriveva già un secolo fa, “nel lungo periodo saremo tutti morti”. O, almeno, lo sarà la UE...

Fonte

06/11/2020

Pape Satàn, pape Satàn aleppe!

Corona-Warn è l’App adottata in Germania per il tracciamento della catena dei contatti dei positivi all’infezione di SARS-CoV-2. È stata commissionata dal Robert Koch Institute a Deutsche Telekom e SAP.

SAP produce software. È una tra le più grandi aziende del settore, conta più di 100 mila addetti, e ha sede in Germania. Sin dal 1980 ha sviluppato un suo linguaggio di programmazione, elaborato sulla traccia di COBOL e Fortran e impiegato per scrivere ERP (Enterprise resource planning), software gestionali che governano un’intera azienda: magazzino, finanza, contabilità, timbratura, eccetera.

Il 20 ottobre scorso Markus Söder, primo ministro bavarese, ha detto alla Süddeutsche Zeitung che l’App Corona-Warn è inutile. Il presidente dalla CSU ha rincarato la dose: l’App è una tigre senza denti. Non ha alcuna capacità di avvisare gli interessati.

Il Responsabile Salute dell’SPD, Karl Lauterbach, con una sicumera che manco Candide, ha invece dichiarato che «in linea di principio l’App funziona bene».

Questa uscita di Lauterbach fotografa a meraviglia la situazione. In Teoria va tutto bene, in Pratica non funziona una beata cippa.

Il Koch Institute + Telekom + SAP non riescono a far funzionare (nella pratica) un sistema basico di intelligenza artificiale. Non parliamo dei nani messi in campo dall’Italia. Deutsche Telekom è al 69 posto di Forbes Global 2000, con un fratturato che supera gli 80 miliardi.

L’App ha avuto problemi già in primavera. Bild ci ha montato una bella campagna di denigrazione che è andata avanti per tutta l’estate. In agosto ha scritto che l’App, costata al governo federale 20 milioni di euro, era una vera fetenzia, che i positivi, per segnalarsi, dovevano chiamare una persona (in carne e ossa, non un assistente vocale), la quale con carta, penna e calamaio avrebbe annotato nome e telefono – una roba cervellotica che pensavo fosse venuta in mente solo agli italiani.

Invece, vengo a sapere che è know-how piratato pari pari alla Germania.

Il malfunzionamento, ha scritto Bild, riguardava la procedura automatica implementata tramite i codici QR – quelli usati alle poste per pagare le bollette. In più, l’App aveva un bug che le impediva di girare correttamente su un certo numero di telefoni. Ma in questo caso, hanno spiegato su FAZ.net, SAP e Telekom non c’entravano niente.

Uno sguardo attento al background tecnico, hanno detto quelli di FAZ, avrebbe mostrato i limiti della spettacolare campagna denigratoria di Bild. Infatti, hanno aggiunto, alcuni produttori di telefoni Android, nella fattispecie Samsung e Huawei, hanno cambiato il sistema operativo in quella parte che controlla i livelli di consumo della batteria, e lo hanno fatto non in linea con gli standard Android fissati da Google.

Questa customizzazione ha interferito proprio con l’App Corona-Warn. Come dire, questa volta non è stata colpa nostra, è stata colpa di Samsung e Huawei.

Sia come sia, in Sud Corea e in Cina il tracciamento ha funzionato, e ha funzionato forse anche perché questi paesi riscrivono i sistemi operativi e li piegano alle loro esigenze industriali, producono l’hardware e sanno come funziona, eccetera, sanno fare le cose in Teoria, e le sanno fare anche in Pratica.

Poi, che c’entra, la Germania è la Germania, «in Corea del Sud l’App funziona perché loro non hanno, come abbiamo noi in Germania, il fardello della privacy», ha detto di recente Frau Angela.

Su Internazionale, un giornalista francese che scruta il mondo dal suo monolocale al sedicesimo piano, dice che in Cina il tracciamento funziona perché da quelle parti usano il codice QR – in Cina usano il sistema per pagare le bollette, niente meno! – Con questo strumento delle poste e con un (cito) uso illimitato della tecnologia da parte del governo, con applicazioni, centralizzazione dei dati, eccetera si è riusciti a bloccare il diffondersi del Virus.

Dai loro orti sul balcone o dagli angoli di mondo ritagliati sul modello del Buon Selvaggio, siccome non riescono a immaginare un uso positivo della tecnologia e dell’intelligenza artificiale (noi proletari, invece, si, e si chiama riduzione dell’orario lavoro), devono chiudere con l’ovvia e patetica conclusione che la Cina è riuscita a bloccare il virus con «strumenti che erano già largamente usati dal regime per controllare la popolazione», avvalorando la panzana che la tecnologia e l’Intelligenza Artificiale siano sempre e comunque il Male – il Diavolo.

Pape Satàn, pape Satàn aleppe!

Fonte

06/06/2019

Renault e Nissan scaricano FCA

Il “campione europeo” dell’auto muore prima di cominciare a combattere. Fiat Chrysler Automobiles (Fca) ha ritirato la sua proposta di matrimonio a Renault perché in Francia “mancano le condizioni politiche”. Ma il comunicato ufficiale che annuncia la rottura non è naturalmente oro colato.

Il cda presieduto da John Elkann, tenuto a Londra, è stato molto lungo, circa sei ore. Renault, poco prima, aveva fatto sapere di non aver potuto “prendere una decisione a causa della richiesta manifestata da rappresentanti dello stato francese di posticipare il voto ad un altro consiglio”.

Quindi la narrazione implicita sarebbe quella solita: uno Stato che si “impiccia” di questioni economiche e produttive che sarebbe invece meglio lasciare agli “intenditori”, ossia le imprese totalmente private (quelle che, come Fiat dalla fondazione ad oggi, dallo Stato pretende solo aiuti diretti e scelte infrastrutturali fatte su misura).

Le cronache del tempestoso cda di Renault sono però un po’ più complesse. Contro la proposta di fusione ha votato certamente il consigliere rappresentante dell’Eliseo (lo Stato francese detiene il 15% delle azioni), oltre al consigliere espresso dai sindacati, evidentemente preoccupati dei prevedibili tagli occupazionali che risulterebbero da una fusione tra due produttori con innumerevoli sovrapposizione di modelli negli stessi segmenti di mercato (utilitarie, compatte, city car, berline medie e station wagon, soprattutto).

Ma va segnalata anche l’astensione del consigliere in quota Nissan, colosso giapponese impegnato come molti altri produttori nella sfida tecnologica per riconvertire l’auto dal motore a scoppio ad altro tipo di trazione.

E proprio l’arretratezza tecnologica di Fiat-Fca sarebbe il vero buco nero che ha sconsigliato francesi e giapponesi dall’andare a nozze con casa Agnelli. Lo afferma apertamente il Wall Street Journal, secondo cui i due rappresentanti del colosso giapponese avrebbero ritirato il loro appoggio alla proposta di fusione minacciando implicitamente di abbandonare, nel prossimo futuro, l’alleanza con Renault.

Di fatto, la conferma è arrivata dal ministro delle Finanze francese, Bruno Le Maire: “Un accordo era stato raggiunto su tre delle quattro condizioni. Restava di ottenere il supporto esplicito di Nissan”. Che non è arrivato...

A ben guardare, in effetti, la galassia Fca ha ancora qualche asso da calare soprattutto nel segmento delle quattro ruote motrici, grazie all’integrazione del marchio Jeep. Ma, anche qui, si tratta di tecnologia “matura”, non più foriera di sviluppi significativi. In questo comparto, per altro, è proprio Nissan a poter vantare un’esperienza pluridecennale.

Che sia questa la vera motivazione emerge indirettamente anche dalle dichiarazioni del ministro francese dell’Economia Bruno Le Maire. “Non appena questa offerta è stata fatta, il governo, azionista al 15,1% di Renault, l’ha accolta con apertura e ha lavorato in modo costruttivo con tutte le parti interessate”. Ma fin dall’inizio era stato chiaro: le nozze non si celebreranno “a qualsiasi condizione”. Anche perché, secondo lo schema proposto da Fca, la quota azionaria dello stato francese sarebbe scesa al 7,5%, che non consente alcuna “minoranza di controllo”.

Se si mettono insieme i tre interessi (stato francese, sindacati, giapponesi) si vede che per tutti Fiat-Fca è il peggior partner possibile: non porta tecnologie d’avanguardia, costringe a tagliare drasticamente l’occupazione (per eccesso di sovrapposizioni) e a ridurre i salari al livello italiano (i più bassi dell’Europa industrializzata).

Un po’ troppi difetti, per renderla una sposa desiderabile...

Fonte