Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha chiesto l’avvio immediato di un’indagine penale contro le fonti anonime usate per “Naza”, il pluripremiato documentario firmato dai registi Yuval Abraham e Rachel Szor, che ha mostrato – a chi aveva bisogno ancora di prove – la “banalità del male” delle operazioni a Gaza.
“Bibi” ha chiesto al Capo di Stato Maggiore dell’esercito, al vertice dello Shin Bet (i servizi segreti interni) e al Procuratore Generale di identificare con urgenza i militari coinvolti e di perseguirli legalmente. Secondo una nota ufficiale diffusa dall’ufficio del primo ministro, la pellicola “racconta una storia falsa, fuorviante e di parte che diffama lo Stato di Israele e le Forze di Difesa Israeliane nel mondo e danneggia gravemente la reputazione del Israele”.
Dunque, attenzione: non sono stati gli oltre 20 mila bambini massacrati e i video dei militari che lo rivendicavano felici, non sono state le oltre 4 vittime civili su 5 confermate dall’IDF stesso, e nemmeno i 4 omicidi giornalieri commessi a Gaza dopo il finto “cessate il fuoco”. È un documentario a danneggiare la reputazione di Israele, e si è visto quale sia all’ultima Assemblea generale dell’ONU.
Ricordiamo che al centro del film ci sono le modalità con cui l’esercito ha condotto i bombardamenti nella Striscia, con l’impiego di sistemi di puntamento basati sull’intelligenza artificiale e il disinteresse per i civili (anzi, con l’evidente ricerca del loro annientamento) etichettati come “danni collaterali”, naza appunto.
Netanyahu ha sollecitato un intervento tempestivo affinché i 24 testimoni – che sono membri dell’intelligence e soldati delle IDF protetti dall’anonimato, ma le cui testimonianze sono state verificate dal Guardian e da +972 Magazine – vengano perseguiti per la divulgazione di informazioni riservate e il danneggiamento degli interessi diplomatici e di sicurezza di Israele.
La richiesta di incriminazione fatta da Netanyahu segna una decisa escalation in una vicenda che già da tempo infiamma il dibattito pubblico israeliano. In seguito all’uscita della pellicola, i registi erano già stati bersaglio di intimidazioni e minacce, e il ministro della Cultura, Miki Zohar, era arrivato a invocare la revoca della loro cittadinanza.
L’intervento di Netanyahu rende ancora più accesa la situazione. E per questo è necessario evidenziare un paio di nodi. Perché se la censura e la guerra propagandistica sollevata contro il documentario è un chiaro attacco alla libertà di informazione e cerca di nascondere i crimini israeliani, avvalendosi anche dei sionisti tra le fila dei media e dei politici occidentali, non si può ignorare il rapporto distorto tra l’esecutivo di Tel Aviv e il resto delle sue istituzioni.
Gli strenui difensori di Israele come “unica democrazia del Medio Oriente” come valutano il caso in cui il primo ministro invita il potere giudiziario a intervenire contro dei propri cittadini? Che democrazia è quella in cui non solo si viene sottoposti a una “caccia all’uomo” nel caso in cui si rivelino dei crimini dell’esercito, ma in cui il capo del governo preme per orientare l’operato delle corti di giustizia?
Oggi succede che un paese in cui è presente una dura dialettica politica ed elettorale, all’interno di un sistema istituzionale complesso e stratificato come è quello iraniano, viene definito “autocrazia”, mentre un regime di apartheid dichiarato vede la divisione dei poteri quantomeno appannarsi, con lo scopo di perseguire chi ha semplicemente esercitato il diritto alla libera informazione.
È la “democrazia” in salsa sionista, che vari esecutivi occidentali vogliono importare nel proprio paese per rendere tutto più facile di fronte a popoli che sono stanchi dei loro fallimenti.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
13/10/2026
Netanyahu ordina di indagare sulle fonti di “Naza”. È la “democrazia” secondo i sionisti
04/09/2026
La Francia reintroduce il servizio militare per i giovani, per ora su base volontaria
L’iniziativa vede inizialmente un primo contingente di circa 3.000 giovani, con l’obiettivo di arrivare ad arruolare fino a 50.000 soldati volontari all’anno entro il 2035. Al termine dei 10 mesi, i partecipanti entrano a far parte della riserva operativa di disponibilità per un periodo di 5 anni.
I militari così arruolati avranno il compito di affiancare il personale militare in attività difensive e logistiche a livello nazionale. Sul piano del supporto alla sicurezza interna, vengono coinvolti nelle pattuglie per la protezione di infrastrutture critiche e siti sensibili.
La Francia si allinea così alla Germania dove viene per ora mantenuto il servizio militare volontario, ma tutti i giovani di sesso maschile dovranno rispondere ai formulari dell’esercito e sottoporsi alla visita di leva. L’obiettivo dichiarato è quello, in un contesto di potenziamento del comparto della Difesa, di portare il numero dei soldati attivi della Bundeswehr dagli attuali 183mila a 270mila entro il 2035. A questi verranno affiancati anche 200mila riservisti.
Dal 2026, tutti i giovani e le giovani tedesche che hanno compiuto 18 anni riceveranno un questionario nel quale dovranno indicare se hanno intenzione di arruolarsi o meno. Si tratta di una platea di 680mila persone nate nel 2008. Dal 1 luglio 2027, inoltre, sarà introdotta la visita di leva per tutti gli uomini nati nello stesso anno.
In Polonia il primo ministro Donald Tusk ha recentemente annunciato in Parlamento un piano che punta ad addestrare “tutti gli uomini adulti”, per costruire un esercito che includa 500.000 soldati e riservisti.
In Italia allo stato attuale l’idea è quella di una riserva su base volontaria con l’obiettivo di un aumento progressivo degli organici di Esercito, Marina militare, Aeronautica fino a 40.000 unità entro il 31 dicembre 2033, con soglie annuali a partire dal 2028. Si tratta di un cambiamento strutturale rispetto al modello di forze armate interamente su base professionale adottato dal 2005.
Nel resto della Nato, la Grecia ha mantenuto la leva obbligatoria, mentre la Norvegia è stata il primo Paese della Nato a introdurre la leva obbligatoria neutrale rispetto al genere (estesa alle donne dal 2015); in questo caso il servizio dura circa 12 mesi. La Svezia ha reintrodotto la leva obbligatoria nel 2017 (per uomini e donne) dopo averla abolita nel 2010. L’Estonia mantiene la leva obbligatoria per gli uomini (8-11 mesi) fin dalla sua indipendenza. La Lituania ha ripristinato la leva obbligatoria maschile nel 2015 in risposta alle tensioni regionali. La Lettonia ha reintrodotto ufficialmente il servizio militare obbligatorio a partire dal 2023. Infine la Danimarca: in questo Paese trova applicazione un sistema di leva selettivo/a sorteggio per gli uomini.
Sulla leva militare in Italia vedi: La situazione in Italia sulla leva militare.
Sulle mobilitazioni contro la reintroduzione della leva militare in Europa vedi il resoconto dell’assemblea internazionale dei giovani a Milano.
Fonte
15/07/2026
Razzi per Cina e Stati Uniti, tappi di bottiglia per l’Europa
Un’analisi scientifica, fredda e totalmente politica della follia europea (nel frattempo riunita, solo in parte a Parigi come “gruppo dei volenterosi”, per incrementare spese e partecipazione alla guerra in Ucraina).
Arriva dalla Cina, direttamente dall’ufficialissimo Global Times. E suona come una sentenza. Il resto del mondo, o almeno la sua parte più moderna, tecnologicamente sviluppata e affluente, ci vede così. Morti. Preoccupati di non far partire il tappo dalla bottiglia mentre gli altri avanzano a razzo (anche se il giudizio sull’economia Usa sembra parecchio “benevolo”).
Soprattutto inchioda i governi europei alla loro insopportabile e squallida ipocrisia: “Se una società non dà priorità alla protezione del proprio popolo durante eventi meteorologici estremi, quanto è credibile la sua affermazione di possedere una governance superiore?”.
Blablabla su diritti umani, libertà (solo quella di impresa), democrazia, ecc., e non siete capaci neanche di trovare soluzioni efficaci per una ondata di caldo che la scienza aveva abbondantemente anticipato? E fate anche i neo-negazionisti climatici invece di assestare il vostro modello industriale verso un sistema che utilizza energie alternative?
Ecc.
*****
L’Europa sta silenziosamente perdendo il futuro?
Sta emergendo una linea di demarcazione nel panorama globale odierno: mentre Cina e Stati Uniti corrono avanti nella prossima generazione tecnologica, l’Europa rimane bloccata nelle lotte geopolitiche di ieri da cui sembra non riuscire a sfuggire. I titoli recenti lo chiariscono – l’Europa sembra tradire la propria epoca di influenza.
Questo fine settimana, Reuters ha riportato che la Germania sta finanziando 50.000 droni d’attacco per l’Ucraina in un ordine del valore di circa 90 milioni di euro (103 milioni di dollari), citando una fonte a conoscenza della questione, che rappresenta uno dei più grandi acquisti noti di droni per Kiev da parte di un governo occidentale.
Solo pochi giorni prima, un’altra storia tedesca aveva colpito duramente: “Germania: ondata di caldo di giugno collegata a 5.000 morti in eccesso”, poiché “la maggior parte degli edifici in Germania non è costruita pensando a temperature così elevate, inclusi molti ospedali e case di cura che ancora non dispongono di aria condizionata”.
Generoso all’estero, fatica a casa. Questo non è solo un problema della Germania, è una situazione comune in tutta Europa.
La sfida non era abbastanza evidente, fino al caldo estremo di quest’estate che ha messo alla prova il continente a tutti i livelli: ritardi o cancellazioni di treni legati al caldo si verificano in molti paesi, tra cui Belgio, Danimarca, Francia e Stati Uniti, a causa di asfalto deformato, deformazioni ferroviarie, guasti dell’aria condizionata a bordo, semafori malfunzionanti e segnalazioni di surriscaldamento e scioglimento. I reattori nucleari spesso si spengono perché l’acqua usata per il loro raffreddamento diventano troppo calda...
Peggio ancora, le autorità nazionali in diversi paesi europei hanno segnalato migliaia di morti in eccesso a causa dell’ondata di caldo di giugno. La resilienza climatica è diventata un punto di riferimento chiave per la governance nel XXI secolo. Se una società non dà priorità alla protezione del proprio popolo durante eventi meteorologici estremi, quanto è credibile la sua affermazione di possedere una governance superiore?
Purtroppo, per alcuni politici europei, l’unica cosa che non possono rinunciare – e in alcuni casi sono persino disposti a investire di più – rimane il confronto geopolitico.
Hanno fatto le scelte strategiche sbagliate. Considerate questo: l’Europa un tempo godeva di energia russa a basso costo che alimentava la sua industria, beni cinesi accessibili che mantenevano bassa l’inflazione e un enorme mercato cinese che portava profitti elevati alle sue aziende.
Quella era una finestra d’oro per rafforzare la base industriale e investire nelle tecnologie future. Invece, l’Europa si è isolata dall’energia russa senza un sostituto pronto e ha seguito gli Stati Uniti in una politica di “de-risking” verso la Cina che ha danneggiato i propri interessi.
Il risultato? I costi energetici alle stelle, le imprese che lottano per sopravvivere e molti meno soldi ed energie rimasti per l’innovazione. Ora il risultato si vede: l’Europa sta perdendo terreno in materia di IA, tecnologia verde ed esplorazione spaziale. Il continente che un tempo guidò la Rivoluzione Industriale sta diventando sempre più spettatore delle tecnologie che plasmeranno il domani.
Un meme virale su X cattura perfettamente questa situazione: Cina e Stati Uniti recuperano con successo i razzi, mentre l’Europa si assicura che il tappo della bottiglia non lasci mai la bottiglia. La battuta fa male perché è vera – non solo nella tecnologia, ma anche nell’atteggiamento mentale.
Il problema principale dell’Europa risiede nelle priorità profondamente fuori luogo. I suoi leader restano troppo rumorosi sulle pose geopolitiche e sul confronto ideologico, mentre le sfide interne come l’innovazione, la forza industriale e il benessere dei cittadini sembrano passare in secondo piano.
L’Europa deve adattarsi e liberarsi dalle sue rigide camice di forza ideologiche. Ora è costretta ad affrontare il caldo cocente di quest’estate e deve mettere da parte il suo rigido politicamente corretto e liberarsi dalle infinite lotte politiche interne. I problemi le stanno davanti e richiedono soluzioni reali. Una società non può permettersi di pagare la propria ideologia politica con la vita del suo popolo durante ondate di caldo estreme.
La stessa logica si applica nella diplomazia: l’Europa deve liberarsi dai suoi vincoli ideologici obsoleti e decidere se perseguire una cooperazione vantaggiosa per tutti o se aggrapparsi a uno scontro a somma zero. La risposta giusta è da tempo chiara: ciò di cui ha bisogno ora l'Europa è il coraggio di agire di conseguenza.
L’estate europea è appena iniziata, ma il vero “caldo” che affronta potrebbe solo iniziare a prendere forma. Il modo in cui la regione si adatterà determinerà non solo se riuscirà a superare in sicurezza quest’estate, ma anche se riuscirà a evitare un calo più profondo nella competizione globale.
Fonte