La crisi del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) non è solo una questione di fondi, ma anche un problema di personale. È, in altre parole, un problema di capacità di programmare l’impiego di quei fondi per strutturare adeguati servizi per la tutela della salute. È la Corte dei Conti a lanciare l’allarme: senza un investimento su medici, infermieri e professionisti sanitari, l’intero sistema pubblico rischia il collasso.
L’avvertimento è stato lanciato dalla Corte dei Conti, discutendo il Rendiconto generale dello Stato. Le osservazioni fatte dall’organo costituzionale sono, del resto, un risultato atteso, dato che lo smantellamento del SSN è stato un obiettivo centrale dei tagli alla spesa pubblica e delle privatizzazioni selvagge, così da trasformare un diritto in un terreno di profitto.
Per quanto la nostra sanità venga considerata ancora di qualità, la Corte mette in chiaro che “non bisogna più indugiare o lesinare risorse”, perché il diritto alla salute è “centrale per definire il parametro di civiltà di un paese”. Nell’abbrutimento ideologico e culturale del capitale occidentale in crisi non sorprende, dunque, che tale diritto subisca apertamente una guerra: le liste d’attesa rimarranno intasate, la fuga verso il settore privato diventerà un esodo inarrestabile e le nuove Case di comunità finanziate dal PNRR resteranno scatole vuote.
I dati sono complessi da leggere, e possono trarre in inganno. Nel 2025 la spesa sanitaria ha toccato i 141,54 miliardi di euro, registrando un aumento del 2,5% rispetto all’anno precedente. Tuttavia, la cifra resta al di sotto dei 144 miliardi stimati inizialmente dal Documento programmatico di finanza pubblica. Il che significa che c’è già stato un definanziamento.
Il rapporto tra spesa sanitaria e PIL è inchiodato al 6,3%, e le proiezioni fino al 2029 non mostrano inversioni di tendenza, assestandosi intorno al 6,4%. Per il triennio 2027-2029 è previsto un aumento nominale del PIL maggiore rispetto a quello della spesa sanitaria, senza considerare l’impatto dell’inflazione, che nei fatti riduce la spesa effettiva di questo settore.
Il problema, però, non è solo quanto si stanzia, ma la capacità di tradurre il denaro in servizi concreti. Nonostante le risorse destinate al Ministero della Salute siano salite a 3,24 miliardi di euro (+18,3% rispetto al 2024), la capacità di spendere effettivamente questi soldi è crollata. In termini assoluti, i pagamenti totali del Ministero sono diminuiti del 5%, passando dai 2,093 miliardi del 2024 a 1,988 miliardi del 2025.
Non sorprende se si pensa ai tagli agli organici con la scusa del risparmio, indebolendo la capacità effettiva dell’amministrazione pubblica, e se si pensa anche al modo in cui questi fondi pubblici sono stati reindirizzati in funzione della speculazione privata. È in questo divario tra fondi teorici e prestazioni erogate che si inserisce, inoltre, il dramma delle liste d’attesa.
Nel 2025, la Piattaforma nazionale connessa ha registrato oltre 57 milioni di prenotazioni (33,5 milioni di esami e 24 milioni di visite). Eppure, il Piano nazionale di governo delle liste d’attesa 2025-2027 è in ritardo e solo due Regioni trasmettono i dati in tempo reale, mentre le altre si affidano a invii mensili, rendendo impossibile individuare tempestivamente i colli di bottiglia. Un altro evidente fallimento della regionalizzazione, invece di una sanità pianificata a livello centrale.
Per la Corte dei Conti, l’unica vera terapia d’urto passa dal reclutamento del personale. La carenza cronica di organici ha infatti generato un effetto distorsivo ed economicamente doloroso: il boom dei medici e infermieri “a gettone” reclutati tramite appalti esterni, soprattutto nei pronto soccorso.
Si tratta di una pratica dai costi esorbitanti che non solo frammenta la continuità terapeutica delle cure, ma che porta al peggioramento della qualità delle prestazioni e aumenta i rischi di danno erariale. Restano inoltre insufficienti e fortemente disomogenei gli screening oncologici, drammaticamente al palo nel Meridione e nelle Isole.
Teoricamente, la legge di bilancio 2026 autorizza le aziende sanitarie regionali ad assumere personale a tempo indeterminato nel limite di 450 milioni di euro annui, in particolare per infermieri e personale tecnico. Ma se si pensa che, sulla base di dati nazionali, la Fondazione GIMBE ha calcolato 4,7 infermieri ogni mille abitanti nel nostro paese, quando la media OCSE è di 9,5, si capisce bene che questi fondi possono al massimo alleviare leggermente le mancanze costruite in anni di attacchi alla sanità pubblica.
La solita propaganda della classe dirigente, che continua a ignorare gli interessi della maggioranza della popolazione per garantire i profitti, e per pagare il riarmo. In questo caso, la massima cubana “medici e non bombe” appare adattissima anche al Belpaese.
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29/06/2026
Allarme della Corte dei Conti: nella sanità manca personale, a rischio i servizi
21/01/2026
Corte dei Conti: spesa sanitaria mangiata dall’inflazione e profondi divari Nord-Sud
Un sistema sanitario che cresce sulla carta, e che invece nella realtà fatica a garantire i servizi essenziali e a colmare le storiche fratture tra Nord e Sud del paese. È questa la fotografia scattata dalla Corte dei Conti nella sua Relazione al Parlamento sulla gestione dei servizi sanitari regionali, riguardante il triennio 2022-2024.
Nonostante l’aumento nominale delle risorse, la magistratura contabile riferisce che ci troviamo di fronte a “una dinamica di spesa più difensiva che espansiva”, che tradotto in termini più spiccioli significa diretta a salvare il salvabile, senza adeguarsi davvero alle esigenze sanitarie della popolazione.
Nei tre anni presi in considerazione la spesa sanitaria pubblica è passata da 131,3 a 138,3 miliardi di euro, con un’incidenza sul PIL che rimane stabilmente intorno al 6,3-6,4%. Un dato che, comunque, è già molto più basso della media europea, pari al 6,9%. Anche la spesa pro capite è minore che nel resto del Vecchio Continente.
Inoltre, l’aumento dei fondi è in realtà un’illusione ottica. Infatti, l’inflazione ha già eroso quasi tutto l’incremento, mentre sulle prospettive di finanziamento pesano i vincoli di bilancio europei. Un elemento su cui si è trovata facilmente una soluzione quando si è deciso, invece, di lanciare il riarmo, ad esempio con l’ultima finanziaria di guerra.
Ma la Corte non si è fermata qui. Un altro dei dati forniti e tra i più critici riguarda la spesa privata. Nel 2024, su una spesa sanitaria complessiva di 185 miliardi, ben il 22% è stato a carico diretto delle famiglie. Si tratta di una quota tra le più elevate in Europa, che mina un concreto diritto alla salute.
L’accesso a questo diritto registra poi situazioni diverse a seconda della regione in cui si vive. Il divario tra Nord e Sud rimane una ferita sistemica, con la Corte che segnala un marcato disallineamento nell’erogazione dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA). Il risultato è una mobilità sanitaria interregionale molto elevata: i cittadini del Mezzogiorno sono spesso costretti a migrare verso il Nord per ricevere cure adeguate. Un assaggio di quello che sarà la piena attuazione dell’Autonomia Differenziata.
In questo settore, inoltre, l’attuazione del PNRR è stata un fallimento. Nella missione 6 del piano c’erano 15,6 miliardi di euro, da usare per digitalizzazione e cure di prossimità. Tuttavia, a fine 2024, solo il 41% degli obiettivi è stato raggiunto. Il restante 59% va completato entro quest’anno, e le previsioni non sono positive.
“Il monitoraggio svolto – si legge sul sito della Corte – ha evidenziato ritardi nell’avvio dei lavori e difficoltà nella copertura delle vacanze di personale, con carenze di profili sanitari e tecnici capaci di limitare la piena operatività delle nuove strutture”. E pensare che ancora oggi continuiamo ad assistere ai dibattiti più sclerotici sul numero chiuso, ad esempio, quando il problema rimane la mancanza di strutture e personale, sia sul lato prettamente sanitario sia su quello della formazione.
Poco più di una settimana fa il Consiglio dei Ministri ha approvato un disegno di legge delega per riorganizzare l’assistenza territoriale e ospedaliera. Al di là dei contenuti in senso stretto, il terzo articolo ricorda che i decreti attuativi dovranno essere stesi tenendo conto della neutralità finanziaria.
La finta opposizione, che ha criticato l’agire del governo, per essere credibile dovrebbe mettere sotto accusa anche questo indirizzo, che discende direttamente dall’austerità di Bruxelles. Prima si rompe con la gabbia europeista (ormai apertamente dedicata unicamente alla guerra), e a quel punto si può immaginare una sanità a misura di cittadino.
Fonte
Nonostante l’aumento nominale delle risorse, la magistratura contabile riferisce che ci troviamo di fronte a “una dinamica di spesa più difensiva che espansiva”, che tradotto in termini più spiccioli significa diretta a salvare il salvabile, senza adeguarsi davvero alle esigenze sanitarie della popolazione.
Nei tre anni presi in considerazione la spesa sanitaria pubblica è passata da 131,3 a 138,3 miliardi di euro, con un’incidenza sul PIL che rimane stabilmente intorno al 6,3-6,4%. Un dato che, comunque, è già molto più basso della media europea, pari al 6,9%. Anche la spesa pro capite è minore che nel resto del Vecchio Continente.
Inoltre, l’aumento dei fondi è in realtà un’illusione ottica. Infatti, l’inflazione ha già eroso quasi tutto l’incremento, mentre sulle prospettive di finanziamento pesano i vincoli di bilancio europei. Un elemento su cui si è trovata facilmente una soluzione quando si è deciso, invece, di lanciare il riarmo, ad esempio con l’ultima finanziaria di guerra.
Ma la Corte non si è fermata qui. Un altro dei dati forniti e tra i più critici riguarda la spesa privata. Nel 2024, su una spesa sanitaria complessiva di 185 miliardi, ben il 22% è stato a carico diretto delle famiglie. Si tratta di una quota tra le più elevate in Europa, che mina un concreto diritto alla salute.
L’accesso a questo diritto registra poi situazioni diverse a seconda della regione in cui si vive. Il divario tra Nord e Sud rimane una ferita sistemica, con la Corte che segnala un marcato disallineamento nell’erogazione dei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA). Il risultato è una mobilità sanitaria interregionale molto elevata: i cittadini del Mezzogiorno sono spesso costretti a migrare verso il Nord per ricevere cure adeguate. Un assaggio di quello che sarà la piena attuazione dell’Autonomia Differenziata.
In questo settore, inoltre, l’attuazione del PNRR è stata un fallimento. Nella missione 6 del piano c’erano 15,6 miliardi di euro, da usare per digitalizzazione e cure di prossimità. Tuttavia, a fine 2024, solo il 41% degli obiettivi è stato raggiunto. Il restante 59% va completato entro quest’anno, e le previsioni non sono positive.
“Il monitoraggio svolto – si legge sul sito della Corte – ha evidenziato ritardi nell’avvio dei lavori e difficoltà nella copertura delle vacanze di personale, con carenze di profili sanitari e tecnici capaci di limitare la piena operatività delle nuove strutture”. E pensare che ancora oggi continuiamo ad assistere ai dibattiti più sclerotici sul numero chiuso, ad esempio, quando il problema rimane la mancanza di strutture e personale, sia sul lato prettamente sanitario sia su quello della formazione.
Poco più di una settimana fa il Consiglio dei Ministri ha approvato un disegno di legge delega per riorganizzare l’assistenza territoriale e ospedaliera. Al di là dei contenuti in senso stretto, il terzo articolo ricorda che i decreti attuativi dovranno essere stesi tenendo conto della neutralità finanziaria.
La finta opposizione, che ha criticato l’agire del governo, per essere credibile dovrebbe mettere sotto accusa anche questo indirizzo, che discende direttamente dall’austerità di Bruxelles. Prima si rompe con la gabbia europeista (ormai apertamente dedicata unicamente alla guerra), e a quel punto si può immaginare una sanità a misura di cittadino.
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29/11/2025
Ponte sullo Stretto: viola le normative ambientali e persino le direttive europee
La Corte dei Conti ha depositato le motivazioni con le quali ha negato la legittimità alla registrazione della delibera CIPESS sulla quale poggiava l’avvio del progetto del Ponte sullo Stretto di Messina. La Corte si è presa in sostanza tutto il tempo disponibile per rendere note le motivazioni del pronunciamento dello scorso 29 ottobre.
E questo anche perché si tratta di un’analisi approfondita e strutturata intorno a criticità che da tempo sono denunciate. Ma queste criticità vanno innanzitutto in contrapposizione con due direttive europee, nonostante il governo Meloni abbia propagandato il progetto come fondamentale per l’intero continente, soprattutto dal lato della mobilità militare.
Riportiamo direttamente quel che dice il Collegio, il quale ritiene
Il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, di cui il titolare Matteo Salvini, così come tutto il governo, aveva parlato di bocciature tutte politiche del Ponte, ora esterna tramite una nota neutra la disposizione a lavorare sui rilievi. Ma è chiaro come il progetto sia nato su un’idea di speculazione e devastazione, e sia stata sviluppata facendo leva sulla logica guerrafondaia.
Parlare oggi di lavoro sui rilievi, dopo tre tornate di chiarimenti e il confronto con Bruxelles, nonché la profondità delle criticità riscontrate dalla Corte, è ridicolo. È chiaro che il governo ha prodotto un progetto infrastrutturale disinteressato alla tutela dell’ambiente e costruito appositamente per diventare un pozzo senza fondo dei conti pubblici a favore dei profitti di pochi.
L’esecutivo ha provato a forzare il quadro legale italiano e comunitario, sperando che nel clima di emergenzialità bellicista creata ad arte questa ennesima grande opera inutile passasse, sospinta dalle pressioni politiche. Non è stato così, e ora, tramite note e non con la voce dei ministri, promettono di aggiustare il tiro.
Ma il governo ha ancora in mano un’arma, quella dell’imposizione della registrazione della delibera del CIPESS. È nei suoi poteri, ma questa sarebbe davvero una forzatura esplicita, tutta politica. Per ora sembra che questa opzione sia stata messa in attesa, anche perché la Corte ha davvero smembrato tutte le fondamenta del provvedimento governativo.
L’esecutivo riorganizzerà l’assalto del Ponte, ma bisogna ricordare che esso è stato inserito anche tra i corridoi strategici della rete europea TEN-T, la quale è stata oggetto, di nuovo, di attenzionemento con fini militari. Palermo sarebbe il nodo finale del Corridoio Scandinavo-Mediterraneo, che potrebbe intersecarsi anche con il Piano Mattei, e con il suo ruolo nella ricerca in Africa di nuove fonti energetiche per l’autonomia europea.
Insomma, se le decisioni le prende Bruxelles ormai, come è evidente che sia, qualsiasi forzatura governativa sarà legata a quanto Palazzo Chigi sarà in grado di vendere a Pallazo Berlaymont l’importanza strategica del Ponte. Dando finalmente ai tanti speculatori in attesa la loro gallina dalle uova d’oro.
Fonte
E questo anche perché si tratta di un’analisi approfondita e strutturata intorno a criticità che da tempo sono denunciate. Ma queste criticità vanno innanzitutto in contrapposizione con due direttive europee, nonostante il governo Meloni abbia propagandato il progetto come fondamentale per l’intero continente, soprattutto dal lato della mobilità militare.
Riportiamo direttamente quel che dice il Collegio, il quale ritiene
di assegnare prioritario rilievo alla: violazione della direttiva 92/43/CE del 21 maggio 1992 relativa alla conservazione degli habitat naturali e seminaturali, a causa della carenza di istruttoria e di motivazione della cosiddetta delibera Iropi; violazione dell’articolo 72 della direttiva 2014/24/UE, in considerazione delle modificazioni sostanziali, oggettive e soggettive, intervenute nell’originario rapporto contrattuale; violazione degli articoli 43 e 37 del decreto-legge 201/2011, per la mancata acquisizione del parere dell’Autorità di regolazione dei trasporti in relazione al piano tariffario posto a fondamento del piano economico e finanziario.I nodi sono tre: la conservazione dell’habitat naturale, scavalcata tramite la delibera Iropi riguardante un preminente interesse pubblico, ma che a quante dice la Corte manca di motivazioni; le modifiche contrattuali intervenute in corso d’opere; il mancato parere dell’Art (Autorità di regolazione dei trasporti) sul piano tariffario, che è stato considerato largamente come non rispondente a previsioni di traffico realistiche.
Il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, di cui il titolare Matteo Salvini, così come tutto il governo, aveva parlato di bocciature tutte politiche del Ponte, ora esterna tramite una nota neutra la disposizione a lavorare sui rilievi. Ma è chiaro come il progetto sia nato su un’idea di speculazione e devastazione, e sia stata sviluppata facendo leva sulla logica guerrafondaia.
Parlare oggi di lavoro sui rilievi, dopo tre tornate di chiarimenti e il confronto con Bruxelles, nonché la profondità delle criticità riscontrate dalla Corte, è ridicolo. È chiaro che il governo ha prodotto un progetto infrastrutturale disinteressato alla tutela dell’ambiente e costruito appositamente per diventare un pozzo senza fondo dei conti pubblici a favore dei profitti di pochi.
L’esecutivo ha provato a forzare il quadro legale italiano e comunitario, sperando che nel clima di emergenzialità bellicista creata ad arte questa ennesima grande opera inutile passasse, sospinta dalle pressioni politiche. Non è stato così, e ora, tramite note e non con la voce dei ministri, promettono di aggiustare il tiro.
Ma il governo ha ancora in mano un’arma, quella dell’imposizione della registrazione della delibera del CIPESS. È nei suoi poteri, ma questa sarebbe davvero una forzatura esplicita, tutta politica. Per ora sembra che questa opzione sia stata messa in attesa, anche perché la Corte ha davvero smembrato tutte le fondamenta del provvedimento governativo.
L’esecutivo riorganizzerà l’assalto del Ponte, ma bisogna ricordare che esso è stato inserito anche tra i corridoi strategici della rete europea TEN-T, la quale è stata oggetto, di nuovo, di attenzionemento con fini militari. Palermo sarebbe il nodo finale del Corridoio Scandinavo-Mediterraneo, che potrebbe intersecarsi anche con il Piano Mattei, e con il suo ruolo nella ricerca in Africa di nuove fonti energetiche per l’autonomia europea.
Insomma, se le decisioni le prende Bruxelles ormai, come è evidente che sia, qualsiasi forzatura governativa sarà legata a quanto Palazzo Chigi sarà in grado di vendere a Pallazo Berlaymont l’importanza strategica del Ponte. Dando finalmente ai tanti speculatori in attesa la loro gallina dalle uova d’oro.
Fonte
31/10/2025
Il governo Meloni pensa a una scappatoia per salvare il ponte sullo Stretto
La Corte dei Conti ha deciso infine di negare il visto di legittimità alla delibera del CIPESS dello scorso agosto, con la quale era stato approvato il progetto definitivo del Ponte sullo Stretto di Messina. Un altro colpo alla storia travagliata di questa grande opera inutile, su cui però il governo ha già chiamato una riunione d’urgenza, cercando scappatoie.
Bisogna dire subito una cosa: non c’è necessità di soluzioni da ‘azzeccagarbugli’ in casi del genere, perché anche con il parere negativo della Corte dei Conti, secondo la legge, l’amministrazione interessata può chiedere un’apposita delibera da parte del Consiglio dei Ministri per procedere, se quest’ultimo ritiene che l’atto risponda ad interessi pubblici superiori.
Politicamente, però, si tratterebbe di una forzatura di non poco conto nei confronti dei magistrati contabili, proprio a ridosso del via libera appena ottenuto sulla riforma della giustizia. Lo stesso ANM ha sottolineato come le reazioni governative siano state un ulteriore atto di delegittimazione nei confronti delle magistrature, verso cui Meloni e compagnia mostrano “totale insofferenza al controllo di legalità”.
Infatti, la presidente del Consiglio ha affermato che quello della Corte è un “ennesimo atto di invasione della giurisdizione sulle scelte del Governo e del Parlamento”, mentre il ministro Salvini ha detto che “la decisione della Corte dei Conti è un grave danno per il Paese e appare una scelta politica più che un sereno giudizio tecnico”.
Per quanto sappiamo bene che le scelte giudiziarie possano essere influenzate da vari fattori, in questo caso bisogna sottolineare che sono mesi e mesi che vengono fatti rilievi sostanziali al progetto, in primis dai movimenti che si oppongono a questa opera inutile. Rilievi che riguardano criticità che vanno dai costi in levitazione ai danni ambientali, e su cui le risposte del governo sono state spesso tacciate di superficialità.
Ad ogni modo, le motivazioni della Corte verranno depositate entro 30 giorni, perciò ad oggi si possono fare solo elucubrazioni su come i giudici sono arrivati al diniego del visto. Tra i punti emersi in passato ci sono: le coperture finanziarie, l’affidabilità delle stime di traffico, la conformità del progetto alle normative ambientali e antisismiche, nonché alle regole europee sul superamento del 50% del costo iniziale. Infine, dubbi sulla competenza del CIPESS sull’affare in questione sono già stati sollevati.
Fonti informate sui fatti hanno rivelato al Fatto Quotidiano che, nel vertice svoltosi ieri mattina, il governo starebbe valutando non solo di procedere con la delibera per imporre la registrazione della delibera del CIPESS, ma anche di presentarsi in Parlamento (Giorgia Meloni stessa o più probabilmente il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini) per spiegare le ragioni dell’atto e ribadire il valore politico, oltre che economico, che ha il Ponte sullo Stretto.
Infatti, al di là dei problemi che sorgeranno da questa scelta della Corte dei Conti, a partire dai ritardi nei lavori, il Ponte è sempre stato sostenuto per due motivazioni ulteriori: l’utilità per la mobilità militare e, ultimamente, la possibilità di inserirlo tra le spese infrastrutturali legate alla sicurezza previste dai nuovi target NATO. Ma su questa ipotesi, gli Stati Uniti avevano già messo una pietra tombale.
Per quanto il Ponte sarebbe un facile obiettivo militare, nella delibera governativa di qualche mese fa con la quale il progetto arrivava al CIPESS veniva accennata anche a una sua funzione dentro il Military Mobility Action Plan per la mobilità militare all’interno della UE. Insomma, anche questa grande opera inutile è pensata in prospettiva di una UE armata fino ai denti. Oltre, ovviamente, ad essere un pozzo senza fondo di soldi pubblici da cui potranno abbeverarsi varie cordate imprenditoriali.
Fonte
Bisogna dire subito una cosa: non c’è necessità di soluzioni da ‘azzeccagarbugli’ in casi del genere, perché anche con il parere negativo della Corte dei Conti, secondo la legge, l’amministrazione interessata può chiedere un’apposita delibera da parte del Consiglio dei Ministri per procedere, se quest’ultimo ritiene che l’atto risponda ad interessi pubblici superiori.
Politicamente, però, si tratterebbe di una forzatura di non poco conto nei confronti dei magistrati contabili, proprio a ridosso del via libera appena ottenuto sulla riforma della giustizia. Lo stesso ANM ha sottolineato come le reazioni governative siano state un ulteriore atto di delegittimazione nei confronti delle magistrature, verso cui Meloni e compagnia mostrano “totale insofferenza al controllo di legalità”.
Infatti, la presidente del Consiglio ha affermato che quello della Corte è un “ennesimo atto di invasione della giurisdizione sulle scelte del Governo e del Parlamento”, mentre il ministro Salvini ha detto che “la decisione della Corte dei Conti è un grave danno per il Paese e appare una scelta politica più che un sereno giudizio tecnico”.
Per quanto sappiamo bene che le scelte giudiziarie possano essere influenzate da vari fattori, in questo caso bisogna sottolineare che sono mesi e mesi che vengono fatti rilievi sostanziali al progetto, in primis dai movimenti che si oppongono a questa opera inutile. Rilievi che riguardano criticità che vanno dai costi in levitazione ai danni ambientali, e su cui le risposte del governo sono state spesso tacciate di superficialità.
Ad ogni modo, le motivazioni della Corte verranno depositate entro 30 giorni, perciò ad oggi si possono fare solo elucubrazioni su come i giudici sono arrivati al diniego del visto. Tra i punti emersi in passato ci sono: le coperture finanziarie, l’affidabilità delle stime di traffico, la conformità del progetto alle normative ambientali e antisismiche, nonché alle regole europee sul superamento del 50% del costo iniziale. Infine, dubbi sulla competenza del CIPESS sull’affare in questione sono già stati sollevati.
Fonti informate sui fatti hanno rivelato al Fatto Quotidiano che, nel vertice svoltosi ieri mattina, il governo starebbe valutando non solo di procedere con la delibera per imporre la registrazione della delibera del CIPESS, ma anche di presentarsi in Parlamento (Giorgia Meloni stessa o più probabilmente il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini) per spiegare le ragioni dell’atto e ribadire il valore politico, oltre che economico, che ha il Ponte sullo Stretto.
Infatti, al di là dei problemi che sorgeranno da questa scelta della Corte dei Conti, a partire dai ritardi nei lavori, il Ponte è sempre stato sostenuto per due motivazioni ulteriori: l’utilità per la mobilità militare e, ultimamente, la possibilità di inserirlo tra le spese infrastrutturali legate alla sicurezza previste dai nuovi target NATO. Ma su questa ipotesi, gli Stati Uniti avevano già messo una pietra tombale.
Per quanto il Ponte sarebbe un facile obiettivo militare, nella delibera governativa di qualche mese fa con la quale il progetto arrivava al CIPESS veniva accennata anche a una sua funzione dentro il Military Mobility Action Plan per la mobilità militare all’interno della UE. Insomma, anche questa grande opera inutile è pensata in prospettiva di una UE armata fino ai denti. Oltre, ovviamente, ad essere un pozzo senza fondo di soldi pubblici da cui potranno abbeverarsi varie cordate imprenditoriali.
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25/09/2025
La Corte dei Conti pone dubbi sul Ponte sullo Stretto: pratiche e deroghe poco chiare
Salvini farebbe bene a occuparsi della sua fallimentare gestione del ministero delle Infrastrutture piuttosto che del diritto di sciopero in sostegno del popolo palestinese. Anche perché poi arrivano i rilievi della Corte dei Conti a palesare l’opacità o, quantomeno, l’inadeguatezza degli atti riguardanti uno dei suoi cavalli di battaglia: il Ponte sullo Stretto di Messina.
I magistrati contabili, infatti, hanno inviato sei pagine fitte di osservazioni alla presidenza del Consiglio, elencando una serie di dubbi che vanno sciolti per poter dare via libera al progetto della grande opera inutile (se non per la speculazione e la criminalità organizzata), reso definitivo a inizio agosto.
Sono due in particolare i nodi che non tornano: le deroghe ai vincoli di tutela ambientale e l’aumento delle spese per la costruzione del ponte e delle opere collegate. Insomma, le questioni che più di tutte hanno acceso le proteste, ovvero la devastazione ambientale e il fatto che il ponte sarà un pozzo senza fondo per i soldi pubblici, senza nessuna utilità concreta.
La Corte dei Conti chiede di chiarire su cosa si fondi il superamento del parere negativo della commissione di Valutazione d’Incidenza Ambientale (VIncA), motivato con 62 prescrizioni. Il 9 aprile il Consiglio dei ministri aveva redatto una relazione IROPI (Imperative Reasons of Overriding Public Interest).
Tramite questo documento il ponte veniva dichiarato un’infrastruttura strategica di interesse militare, non sottostando più, dunque, alle stesse norme di tutela oggi vigenti. Associazioni ambientaliste e comitati avevano però presentato un ricorso all’Unione Europea, e oggi la Corte dei Conti chiede di verificare lo stato dell’interlocuzione in merito prima di procedere.
Bisogna anche ricordare che le pretese del governo di annoverare il Ponte sullo Stretto tra le infrastrutture di interesse militare è stata già abbastanza azzoppata dagli Stati Uniti stessi. L’ambasciatore USA alla NATO ha messo in chiaro che non sono disposti a considerare la grande opera tra quegli investimenti da conteggiare per la sicurezza in senso lato, utili per raggiungere il target di spesa dell’Alleanza Atlantica.
Come detto, inoltre, vengono segnalate dalla Corte aumenti immotivati di spese, con alcune voci che vengono addirittura raddoppiate senza analisi a comprovare tale necessità. Vengono poi chiesti chiarimenti sulle stime di traffico e delle tariffe della TPlan Consulting, e sulla “modalità di scelta della predetta società di consulenza“.
Una serie di problematiche e di forzature procedurali a cui la presidenza del Consiglio ha 20 giorni per dare una risposta convincente. Si tratta di una “fisiologica interlocuzione“, secondo il ministero delle Infrastrutture. Per chi lotta contro questa opera inutile, è l’ennesima conferma dell’immenso regalo speculativo che il governo vuole fare ai prenditori nostrani.
Fonte
I magistrati contabili, infatti, hanno inviato sei pagine fitte di osservazioni alla presidenza del Consiglio, elencando una serie di dubbi che vanno sciolti per poter dare via libera al progetto della grande opera inutile (se non per la speculazione e la criminalità organizzata), reso definitivo a inizio agosto.
Sono due in particolare i nodi che non tornano: le deroghe ai vincoli di tutela ambientale e l’aumento delle spese per la costruzione del ponte e delle opere collegate. Insomma, le questioni che più di tutte hanno acceso le proteste, ovvero la devastazione ambientale e il fatto che il ponte sarà un pozzo senza fondo per i soldi pubblici, senza nessuna utilità concreta.
La Corte dei Conti chiede di chiarire su cosa si fondi il superamento del parere negativo della commissione di Valutazione d’Incidenza Ambientale (VIncA), motivato con 62 prescrizioni. Il 9 aprile il Consiglio dei ministri aveva redatto una relazione IROPI (Imperative Reasons of Overriding Public Interest).
Tramite questo documento il ponte veniva dichiarato un’infrastruttura strategica di interesse militare, non sottostando più, dunque, alle stesse norme di tutela oggi vigenti. Associazioni ambientaliste e comitati avevano però presentato un ricorso all’Unione Europea, e oggi la Corte dei Conti chiede di verificare lo stato dell’interlocuzione in merito prima di procedere.
Bisogna anche ricordare che le pretese del governo di annoverare il Ponte sullo Stretto tra le infrastrutture di interesse militare è stata già abbastanza azzoppata dagli Stati Uniti stessi. L’ambasciatore USA alla NATO ha messo in chiaro che non sono disposti a considerare la grande opera tra quegli investimenti da conteggiare per la sicurezza in senso lato, utili per raggiungere il target di spesa dell’Alleanza Atlantica.
Come detto, inoltre, vengono segnalate dalla Corte aumenti immotivati di spese, con alcune voci che vengono addirittura raddoppiate senza analisi a comprovare tale necessità. Vengono poi chiesti chiarimenti sulle stime di traffico e delle tariffe della TPlan Consulting, e sulla “modalità di scelta della predetta società di consulenza“.
Una serie di problematiche e di forzature procedurali a cui la presidenza del Consiglio ha 20 giorni per dare una risposta convincente. Si tratta di una “fisiologica interlocuzione“, secondo il ministero delle Infrastrutture. Per chi lotta contro questa opera inutile, è l’ennesima conferma dell’immenso regalo speculativo che il governo vuole fare ai prenditori nostrani.
Fonte
22/07/2024
Persino la Corte dei Conti invita a sostenere la sanità pubblica
Enrico Flaccadoro, membro della Corte dei Conti, è stato ascoltato in audizione presso la Commissione Affari sociali della Camera in merito al progetto di legge “Disposizioni concernenti finanziamento, organizzazione e il funzionamento del SSN”, oggi sotto studio.
Si tratta di un testo che tocca molti punti, e prevede anche una delega al governo per il riordino delle agevolazioni fiscali per l’assistenza sanitaria complementare. Flaccadoro ha esaminato tutto il progetto, e si è concentrato sulla questione delle coperture economiche.
Il giudizio è stato subito espresso in maniera molto netta e chiara. La Corte aveva “già sottolineato come il livello di spesa sanitaria in Italia sia più contenuto degli altri paesi UE”.
“Ciò spinge a riguardare la spesa sanitaria e va considerato anche che la spesa sanitaria privata sta crescendo in modo consistente, con una forte differenza della capacità di spesa tra fasce più e meno agiate della popolazione”.
“C’è dunque bisogno di mantenere un livello di spesa pubblica elevato”. Questa è la conclusione, che però poco si adegua sia al nuovo Patto di Stabilità, sia alle scelte politiche degli ultimi anni e alla pietra tombale sul SSN che sarà l’autonomia differenziata.
All’articolo 1 della norma proposta, viene scritto che si vorrebbe portare la spesa sanitaria pubblica all’8% del PIL. Stando alle analisi della Fondazione Gimbe, al 2024 si prevede che la percentuale si fermerà al 6,4: come si possa trovare più di un punto e mezzo di PIL sotto infrazione UE è da capire.
Nel testo si legge che si vorrebbe inoltre usare l’indice di deprivazione per redistribuire le risorse tra le varie regioni, rispondendo all’esigenza di assottigliare le asimmetrie del Paese.
E tuttavia, Flaccadoro ha sottolineato anche come, poiché si tratta di valori che fluttuano negli anni, ciò potrebbe rendere difficile la programmazione economica e finanziaria della sanità pubblica.
Giampaolo Arachi, del Consiglio dell’Ufficio parlamentare di bilancio della Camera ha tenuto a ribadire che il SSN mostra ancora una forte resilienza. Ma anche lui non ha potuto evitare di sottolineare la situazione arretrata rispetto alle altre economie avanzate.
Egli ha preso a riferimento i dati del 2021, che tenevano conto anche dei trasferimenti Covid. La situazione non era comunque migliore: “la quota del 7% del Pil nel 2021 per la sanità è più bassa della media dei paesi UE ed anche la spesa pro capite è più bassa sia della media UE sia dei paesi Ocse”.
Oggi, “sono di nuovo diffuse le preoccupazioni su personale e liste d’attesa” e le storture, se non risolte, porteranno il SSN a perdere la capacità di risposta alle esigenze sanitarie della popolazione che ancora mantiene.
Difficile immaginare possa accadere con questo governo e dentro la gabbia dell’austerità europea.
Fonte
Si tratta di un testo che tocca molti punti, e prevede anche una delega al governo per il riordino delle agevolazioni fiscali per l’assistenza sanitaria complementare. Flaccadoro ha esaminato tutto il progetto, e si è concentrato sulla questione delle coperture economiche.
Il giudizio è stato subito espresso in maniera molto netta e chiara. La Corte aveva “già sottolineato come il livello di spesa sanitaria in Italia sia più contenuto degli altri paesi UE”.
“Ciò spinge a riguardare la spesa sanitaria e va considerato anche che la spesa sanitaria privata sta crescendo in modo consistente, con una forte differenza della capacità di spesa tra fasce più e meno agiate della popolazione”.
“C’è dunque bisogno di mantenere un livello di spesa pubblica elevato”. Questa è la conclusione, che però poco si adegua sia al nuovo Patto di Stabilità, sia alle scelte politiche degli ultimi anni e alla pietra tombale sul SSN che sarà l’autonomia differenziata.
All’articolo 1 della norma proposta, viene scritto che si vorrebbe portare la spesa sanitaria pubblica all’8% del PIL. Stando alle analisi della Fondazione Gimbe, al 2024 si prevede che la percentuale si fermerà al 6,4: come si possa trovare più di un punto e mezzo di PIL sotto infrazione UE è da capire.
Nel testo si legge che si vorrebbe inoltre usare l’indice di deprivazione per redistribuire le risorse tra le varie regioni, rispondendo all’esigenza di assottigliare le asimmetrie del Paese.
E tuttavia, Flaccadoro ha sottolineato anche come, poiché si tratta di valori che fluttuano negli anni, ciò potrebbe rendere difficile la programmazione economica e finanziaria della sanità pubblica.
Giampaolo Arachi, del Consiglio dell’Ufficio parlamentare di bilancio della Camera ha tenuto a ribadire che il SSN mostra ancora una forte resilienza. Ma anche lui non ha potuto evitare di sottolineare la situazione arretrata rispetto alle altre economie avanzate.
Egli ha preso a riferimento i dati del 2021, che tenevano conto anche dei trasferimenti Covid. La situazione non era comunque migliore: “la quota del 7% del Pil nel 2021 per la sanità è più bassa della media dei paesi UE ed anche la spesa pro capite è più bassa sia della media UE sia dei paesi Ocse”.
Oggi, “sono di nuovo diffuse le preoccupazioni su personale e liste d’attesa” e le storture, se non risolte, porteranno il SSN a perdere la capacità di risposta alle esigenze sanitarie della popolazione che ancora mantiene.
Difficile immaginare possa accadere con questo governo e dentro la gabbia dell’austerità europea.
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07/07/2024
L’Italia è diventato un paradiso fiscale per i ricchi stranieri
“L’Italia è un paradiso fiscale. Proprio così, ma non per gli italiani”. A scriverlo è il direttore del quotidiano Milano Finanza, Mario Sommella in un editoriale.
Secondo quanto pubblicato nei giorni scorsi da Italia Oggi, ma sulla base di quanto denunciato dalla Corte dei Conti, sono saliti a 1.136 i super ricchi che nel 2022 hanno preso la residenza in Italia grazie ai benefici fiscali per milionari stranieri decisi qualche anno fa dal governo di centrosinistra. Non solo. Pare che nel 2023 ne potrebbero essere arrivati altri 500. A conferma che il Belpaese, visto dai ricchi stranieri, somiglia sempre più a quella “vigna dei cojoni” con cui i romani sono soliti definire i luoghi gestiti dagli imbecilli.
Nella Relazione sul rendiconto generale dello Stato per l’anno 2023, la Corte dei Conti è tornata sulla questione dell’imposta sostitutiva da 100.000 euro per i Paperoni. Ai profani come noi il dettaglio può non essere comprensibile, ma secondo il direttore di Milano Finanza il tema è invece di grande rilevanza in vista dell’imminente fuga dei milionari dal Regno Unito, dopo la preannunciata abolizione del regime res non dom, attesa per il 2025.
I ricchi stranieri o italiani all’estero sono in grande agitazione per gli scossoni politici in corso in Europa e negli Stati Uniti. I numeri di chi guarda ai benefici fiscali in Italia sono in aumento e stanno rientrando sia numerosi italiani che i primi francesi, spaventati dall’incertezza politica. Su tutti, primeggiano però gli statunitensi che hanno scelto di vivere in Italia abbandonando gli States.
I numeri di questa immigrazione dei ricconi sono dunque in aumento. Nel 2022, secondo la Corte dei Conti, ad aderire al regime erano stati 818 contribuenti principali e 318 familiari. Quattro anni prima – nel 2018 – erano solo 196 i contribuenti principali e 67 i familiari. Nel quinquennio 2018-2022 il regime ha quindi generato versamenti per circa 254 milioni di euro, di cui 232 per i contribuenti principali e poco meno di 22 milioni per i familiari.
Secondo Milano Finanza il dato poi è destinato a crescere se si considera che l’Agenzia delle Entrate ha risposto, nel 2023, a 576 interpelli che si presentano in via facoltativa prima dell’esercizio dell’opzione, di manifestazione di interesse di trasferimento in Italia.
L‘Agenzia delle Entrate non sembra però in grado di quantificare il reddito aggiuntivo prodotto in Italia da questi novelli Paperoni che hanno preso la residenza nel nostro paese.
Ma la Corte dei Conti non si è limitata a illuminare i benefici fiscali per gli stranieri, infatti ha fotografato anche i ricchi italiani che godono di un regime di favore in un paradiso fiscale all’estero. Nel 2021, erano circa 32.778 i ricconi italiani residenti in stati o territori esteri a regime fiscale privilegiato che avevano dichiarato la disponibilità di fonti reddituali soggette a dichiarazione in Italia. Tra il 2019 e il 2023, l’Agenzia delle Entrate ha dunque effettuato 917 controlli su questi soggetti (meno di un trentesimo e con un esito positivo nel 77,1% dei casi. La maggior parte dei controlli ha riguardato contribuenti italiani residenti in Svizzera (69,9%).
Tutti i centri studi o di ricerca certificano il vertiginoso aumento delle disuguaglianze sociali nel nostro e in altri paesi, eppure i governi – di destra o di centro-sinistra – continuano ad alimentare la perversa illusione liberista del trikle down cioè dello sgocciolamento. Varano continuamente leggi fiscali che arricchiscono i ricchi perché questi lascerebbero “sgocciolare” qualcosa verso il basso. Ormai sono decenni che non è più così e le devastazioni sociali che questo ha provocato sono sotto gli occhi di tutti.
Fonte
Secondo quanto pubblicato nei giorni scorsi da Italia Oggi, ma sulla base di quanto denunciato dalla Corte dei Conti, sono saliti a 1.136 i super ricchi che nel 2022 hanno preso la residenza in Italia grazie ai benefici fiscali per milionari stranieri decisi qualche anno fa dal governo di centrosinistra. Non solo. Pare che nel 2023 ne potrebbero essere arrivati altri 500. A conferma che il Belpaese, visto dai ricchi stranieri, somiglia sempre più a quella “vigna dei cojoni” con cui i romani sono soliti definire i luoghi gestiti dagli imbecilli.
Nella Relazione sul rendiconto generale dello Stato per l’anno 2023, la Corte dei Conti è tornata sulla questione dell’imposta sostitutiva da 100.000 euro per i Paperoni. Ai profani come noi il dettaglio può non essere comprensibile, ma secondo il direttore di Milano Finanza il tema è invece di grande rilevanza in vista dell’imminente fuga dei milionari dal Regno Unito, dopo la preannunciata abolizione del regime res non dom, attesa per il 2025.
I ricchi stranieri o italiani all’estero sono in grande agitazione per gli scossoni politici in corso in Europa e negli Stati Uniti. I numeri di chi guarda ai benefici fiscali in Italia sono in aumento e stanno rientrando sia numerosi italiani che i primi francesi, spaventati dall’incertezza politica. Su tutti, primeggiano però gli statunitensi che hanno scelto di vivere in Italia abbandonando gli States.
I numeri di questa immigrazione dei ricconi sono dunque in aumento. Nel 2022, secondo la Corte dei Conti, ad aderire al regime erano stati 818 contribuenti principali e 318 familiari. Quattro anni prima – nel 2018 – erano solo 196 i contribuenti principali e 67 i familiari. Nel quinquennio 2018-2022 il regime ha quindi generato versamenti per circa 254 milioni di euro, di cui 232 per i contribuenti principali e poco meno di 22 milioni per i familiari.
Secondo Milano Finanza il dato poi è destinato a crescere se si considera che l’Agenzia delle Entrate ha risposto, nel 2023, a 576 interpelli che si presentano in via facoltativa prima dell’esercizio dell’opzione, di manifestazione di interesse di trasferimento in Italia.
L‘Agenzia delle Entrate non sembra però in grado di quantificare il reddito aggiuntivo prodotto in Italia da questi novelli Paperoni che hanno preso la residenza nel nostro paese.
Ma la Corte dei Conti non si è limitata a illuminare i benefici fiscali per gli stranieri, infatti ha fotografato anche i ricchi italiani che godono di un regime di favore in un paradiso fiscale all’estero. Nel 2021, erano circa 32.778 i ricconi italiani residenti in stati o territori esteri a regime fiscale privilegiato che avevano dichiarato la disponibilità di fonti reddituali soggette a dichiarazione in Italia. Tra il 2019 e il 2023, l’Agenzia delle Entrate ha dunque effettuato 917 controlli su questi soggetti (meno di un trentesimo e con un esito positivo nel 77,1% dei casi. La maggior parte dei controlli ha riguardato contribuenti italiani residenti in Svizzera (69,9%).
Tutti i centri studi o di ricerca certificano il vertiginoso aumento delle disuguaglianze sociali nel nostro e in altri paesi, eppure i governi – di destra o di centro-sinistra – continuano ad alimentare la perversa illusione liberista del trikle down cioè dello sgocciolamento. Varano continuamente leggi fiscali che arricchiscono i ricchi perché questi lascerebbero “sgocciolare” qualcosa verso il basso. Ormai sono decenni che non è più così e le devastazioni sociali che questo ha provocato sono sotto gli occhi di tutti.
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04/10/2023
Tagli, carenze di personale, assistenza differenziata. La sanità è ancora “in croce”
Lo “stato di salute” e del finanziamento della sanità in Italia è un dossier doloroso che non può essere ulteriormente ignorato. Un rapporto di 436 pagine della Corte dei Conti ha fatto le pulci alla spesa per la sanità ed a come agiscono le Regioni in materia.
“La spesa sanitaria è oggi, dopo la difficile fase pandemica, alla ricerca di nuovi equilibri. La contabilità nazionale ha di recente dato conto di un sistema che conferma, anche nel 2022, una spesa in riduzione in termini di prodotto e che assume, nelle previsioni del Governo nel DEF 2023, un profilo in continua flessione anche nel prossimo triennio” scrive la Corte dei Conti.
Ed ancora: “Nonostante la proroga di alcune misure adottate durante l’emergenza e la possibilità di stabilizzare gli operatori sanitari, nel 2022 si sono rese sempre più evidenti le carenze di organico, specie in alcune strutture. In particolare, sono venute ad aggravarsi criticità nel funzionamento dei servizi di emergenza e urgenza, sia in riferimento all’utilizzo dei c.d. medici a gettone, sia, più in generale, in relazione alla disponibilità di risorse professionali necessarie a garantire il funzionamento di una componente cruciale del sistema di assistenza”.
Dunque, come abbiamo scritto molte volte in questi anni: “Il virus non vi ha insegnato nulla”. Dopo l’esperienza della pandemia e le contraddizioni spaventose che ha rivelato sul sistema sanitario, ancora ci troviamo a fare i conti con i tagli ai fondi e la carenza di personale sanitario.
Nel rapporto ci sono molte tabelle con i dati finanziari, e viene sottolineato il confronto fra la spesa pro capite di ogni Regione e i risultati ottenuti sulla sanità nelle tre aree indagate. Si va dai “Livelli essenziali di assistenza” (Lea), che traducono in un punteggio sintetico (da 0 a 100, con sufficienza a 60); la qualità dei servizi raggiunta da ospedali, assistenza distrettuale (cioè la mitica sanità territoriale, dai medici di base alle cure domiciliari) e attività di prevenzione. I risultati sono interessanti.
Tra l’altro il finanziamento del servizio sanitario annuncia di occupare un posto centrale nella discussione e lo scontro intorno alla manovra finanziaria prospettata dalla Nadef che il Governo ha approvato mercoledì scorso. E qui vengono i dolori.
Infatti le tabelle “a legislazione vigente” prevedono per il 2024 un taglio di 3,3 miliardi nei fondi per la sanità, che passerebbero dai 136 miliardi di quest’anno a 132,7 (senza tenere conto dell’inflazione). E la legge di bilancio non sembra voler fare molto per modificare questo approccio che riporta ai tempi dell’austerity nonostante le contraddizioni emerse durante e dopo la pandemia.
Ma il rapporto della Corte dei Conti sottolinea un pezzo importante del problema della sanità pubblica al di là della riduzione dei fondi stanziati e/o tagliati dal governo.
Secondo i Livelli Essenziali di Assistenza relativi al 2021, appena calcolati dal ministero della Sanità, ben sette Regioni e Province autonome su 21 hanno servizi insufficienti in uno o più settori. Il quadro più pesante arriva dalla Valle d’Aosta e dalla Calabria, dove tutti e tre gli ambiti indagati si fermano largamente sotto la sufficienza. In Sardegna solo la prevenzione si colloca un filino sopra i 60 punti della sufficienza. Non solo. La prevenzione soffre anche a Bolzano, mentre in Molise gli ospedali sono in difficoltà e in Campania arranca pesantemente la medicina territoriale.
Negli ospedali la spesa più alta si incontra in Molise, ma nonostante i suoi 1.436 euro per cittadino, ha anche il punteggio Lea peggiore (48,55), mentre la Provincia di Trento ottiene i risultati più brillanti (96,52 punti) con 1.191 euro, seguita da Emilia-Romagna e Toscana, sul podio della qualità rispettivamente con 1.067 e 1.051 euro pro capite.
L’Emilia-Romagna primeggia spendendo 1.292 euro ad abitante cioè meno dei 1.307 della Sardegna, che invece occupa il penultimo posto. Umbria e Provincia di Trento dispiegano le strategie più efficaci in termini di prevenzione, ma la prima lo fa con 92 euro pro capite contro i 125 euro della seconda, che sono comunque meno dei 140 euro spesi dalla Puglia per ottenere prestazioni inferiori. La classifica viene chiusa ancora una volta dalla Valle d’Aosta (statisticamente penalizzata anche dalle sue dimensioni ridotte).
Qualcosa potrebbe cambiare per lo slittamento degli oltre due miliardi collegati al rinnovo del contratto dei medici, che dovrà però superare l’esame proprio della Corte dei Conti e della Ragioneria dello Stato prima di entrare in vigore, ma l’effetto contabile non cambia la sostanza: la sanità è al collasso e non si intravede affatto un cambio di passo.
Fonte
“La spesa sanitaria è oggi, dopo la difficile fase pandemica, alla ricerca di nuovi equilibri. La contabilità nazionale ha di recente dato conto di un sistema che conferma, anche nel 2022, una spesa in riduzione in termini di prodotto e che assume, nelle previsioni del Governo nel DEF 2023, un profilo in continua flessione anche nel prossimo triennio” scrive la Corte dei Conti.
Ed ancora: “Nonostante la proroga di alcune misure adottate durante l’emergenza e la possibilità di stabilizzare gli operatori sanitari, nel 2022 si sono rese sempre più evidenti le carenze di organico, specie in alcune strutture. In particolare, sono venute ad aggravarsi criticità nel funzionamento dei servizi di emergenza e urgenza, sia in riferimento all’utilizzo dei c.d. medici a gettone, sia, più in generale, in relazione alla disponibilità di risorse professionali necessarie a garantire il funzionamento di una componente cruciale del sistema di assistenza”.
Dunque, come abbiamo scritto molte volte in questi anni: “Il virus non vi ha insegnato nulla”. Dopo l’esperienza della pandemia e le contraddizioni spaventose che ha rivelato sul sistema sanitario, ancora ci troviamo a fare i conti con i tagli ai fondi e la carenza di personale sanitario.
Nel rapporto ci sono molte tabelle con i dati finanziari, e viene sottolineato il confronto fra la spesa pro capite di ogni Regione e i risultati ottenuti sulla sanità nelle tre aree indagate. Si va dai “Livelli essenziali di assistenza” (Lea), che traducono in un punteggio sintetico (da 0 a 100, con sufficienza a 60); la qualità dei servizi raggiunta da ospedali, assistenza distrettuale (cioè la mitica sanità territoriale, dai medici di base alle cure domiciliari) e attività di prevenzione. I risultati sono interessanti.
Tra l’altro il finanziamento del servizio sanitario annuncia di occupare un posto centrale nella discussione e lo scontro intorno alla manovra finanziaria prospettata dalla Nadef che il Governo ha approvato mercoledì scorso. E qui vengono i dolori.
Infatti le tabelle “a legislazione vigente” prevedono per il 2024 un taglio di 3,3 miliardi nei fondi per la sanità, che passerebbero dai 136 miliardi di quest’anno a 132,7 (senza tenere conto dell’inflazione). E la legge di bilancio non sembra voler fare molto per modificare questo approccio che riporta ai tempi dell’austerity nonostante le contraddizioni emerse durante e dopo la pandemia.
Ma il rapporto della Corte dei Conti sottolinea un pezzo importante del problema della sanità pubblica al di là della riduzione dei fondi stanziati e/o tagliati dal governo.
Secondo i Livelli Essenziali di Assistenza relativi al 2021, appena calcolati dal ministero della Sanità, ben sette Regioni e Province autonome su 21 hanno servizi insufficienti in uno o più settori. Il quadro più pesante arriva dalla Valle d’Aosta e dalla Calabria, dove tutti e tre gli ambiti indagati si fermano largamente sotto la sufficienza. In Sardegna solo la prevenzione si colloca un filino sopra i 60 punti della sufficienza. Non solo. La prevenzione soffre anche a Bolzano, mentre in Molise gli ospedali sono in difficoltà e in Campania arranca pesantemente la medicina territoriale.
Negli ospedali la spesa più alta si incontra in Molise, ma nonostante i suoi 1.436 euro per cittadino, ha anche il punteggio Lea peggiore (48,55), mentre la Provincia di Trento ottiene i risultati più brillanti (96,52 punti) con 1.191 euro, seguita da Emilia-Romagna e Toscana, sul podio della qualità rispettivamente con 1.067 e 1.051 euro pro capite.
L’Emilia-Romagna primeggia spendendo 1.292 euro ad abitante cioè meno dei 1.307 della Sardegna, che invece occupa il penultimo posto. Umbria e Provincia di Trento dispiegano le strategie più efficaci in termini di prevenzione, ma la prima lo fa con 92 euro pro capite contro i 125 euro della seconda, che sono comunque meno dei 140 euro spesi dalla Puglia per ottenere prestazioni inferiori. La classifica viene chiusa ancora una volta dalla Valle d’Aosta (statisticamente penalizzata anche dalle sue dimensioni ridotte).
Qualcosa potrebbe cambiare per lo slittamento degli oltre due miliardi collegati al rinnovo del contratto dei medici, che dovrà però superare l’esame proprio della Corte dei Conti e della Ragioneria dello Stato prima di entrare in vigore, ma l’effetto contabile non cambia la sostanza: la sanità è al collasso e non si intravede affatto un cambio di passo.
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07/06/2023
Il governo pone la fiducia al decreto che azzera i controlli esterni sui fondi del PNRR
Oggi alla Camera comincia la discussione generale sulla conversione in legge del decreto “per il rafforzamento della capacità amministrativa delle amministrazioni pubbliche”. Con ogni probabilità il governo porrà la questione di fiducia per accelerare l’approvazione del testo che dovrà poi andare al Senato in seconda lettura.
Nel provvedimento, durante l’esame in commissione, sono state inserite la proroga fino al giugno 2024 dello scudo erariale e l’abolizione del controllo concomitante della Corte dei Conti sulle spese del PNRR.
Procedono intanto i lavori per le attese modifiche all’attuazione del PNRR. Il governo è attualmente impegnato in quella di “monitoraggio rafforzato”. Ci sono 120 misure per le quali sono stati rilevati “elementi di difficoltà”. Quelle che hanno il maggior grado di “debolezza” sono il 10% del totale. Nell’elenco ci sono gli ospedali di comunità, i progetti di riqualificazione urbana, alcuni lotti delle tratte ferroviarie, come la Salerno-Reggio Calabria e la Roma-Pescara. Il monitoraggio sta per concludersi.
Il governo ha fatto sapere che nella sua bozza di relazione al Parlamento sullo stato di attuazione del PNRR, gli interventi che dopo i controlli mostreranno elementi di criticità insuperabili, saranno classificati in due categorie. La prima riguarderà gli “interventi strategici di interesse nazionale”, per i quali lo Stato assicurerà un supporto strategico per portarli a termine. Poi ci saranno gli altri interventi, quelli che in assenza di azioni tempestive da parte dei soggetti attuatori sarà difficile che possano essere conclusi in tempo.
Rimane aperto però il contenzioso con la Corte dei Conti sui controlli concomitanti sulle spese del PNRR. Questa mattina è stata convocata un’assemblea straordinaria dell’Associazione Magistrati della Corte dei Conti. All’Ordine del giorno c’è la discussione sulle iniziative conseguenti agli emendamenti sulle limitazioni delle funzioni della Corte dei Conti: controllo concomitante e scudo erariale contenute nel dl PA in discussione alla Camera.
Il portavoce della Commissione Europea Eric Mamer, aveva fatto sapere che ci sarebbe stato disappunto da parte di Bruxelles per il mancato controllo della Corte dei Conti sui fondi del PNRR.
“Quello di venerdì non è un incidente con la Commissione Europea, ma con un qualsiasi funzionario”. E “il controllo concomitante sul PNRR è un’assoluta anomalia italiana, una sorta di cogestione che per quanto mi riguarda ha poco senso” ha detto il sottosegretario all’Economia Federico Freni in una intervista a Il Sole 24 Ore.
Fonte
Nel provvedimento, durante l’esame in commissione, sono state inserite la proroga fino al giugno 2024 dello scudo erariale e l’abolizione del controllo concomitante della Corte dei Conti sulle spese del PNRR.
Procedono intanto i lavori per le attese modifiche all’attuazione del PNRR. Il governo è attualmente impegnato in quella di “monitoraggio rafforzato”. Ci sono 120 misure per le quali sono stati rilevati “elementi di difficoltà”. Quelle che hanno il maggior grado di “debolezza” sono il 10% del totale. Nell’elenco ci sono gli ospedali di comunità, i progetti di riqualificazione urbana, alcuni lotti delle tratte ferroviarie, come la Salerno-Reggio Calabria e la Roma-Pescara. Il monitoraggio sta per concludersi.
Il governo ha fatto sapere che nella sua bozza di relazione al Parlamento sullo stato di attuazione del PNRR, gli interventi che dopo i controlli mostreranno elementi di criticità insuperabili, saranno classificati in due categorie. La prima riguarderà gli “interventi strategici di interesse nazionale”, per i quali lo Stato assicurerà un supporto strategico per portarli a termine. Poi ci saranno gli altri interventi, quelli che in assenza di azioni tempestive da parte dei soggetti attuatori sarà difficile che possano essere conclusi in tempo.
Rimane aperto però il contenzioso con la Corte dei Conti sui controlli concomitanti sulle spese del PNRR. Questa mattina è stata convocata un’assemblea straordinaria dell’Associazione Magistrati della Corte dei Conti. All’Ordine del giorno c’è la discussione sulle iniziative conseguenti agli emendamenti sulle limitazioni delle funzioni della Corte dei Conti: controllo concomitante e scudo erariale contenute nel dl PA in discussione alla Camera.
Il portavoce della Commissione Europea Eric Mamer, aveva fatto sapere che ci sarebbe stato disappunto da parte di Bruxelles per il mancato controllo della Corte dei Conti sui fondi del PNRR.
“Quello di venerdì non è un incidente con la Commissione Europea, ma con un qualsiasi funzionario”. E “il controllo concomitante sul PNRR è un’assoluta anomalia italiana, una sorta di cogestione che per quanto mi riguarda ha poco senso” ha detto il sottosegretario all’Economia Federico Freni in una intervista a Il Sole 24 Ore.
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03/06/2023
Il conflitto del governo con la Corte dei Conti
L’apertura di un conflitto istituzionale con la Corte dei Conti nel merito del raggiungimento degli obiettivi del PNRR rappresenta la spia più evidente della natura di questo Governo, dell’insofferenza a seguire le regole, a occupare il potere senza ostacoli: nella sostanza di una inaffidabilità democratica ben salda nella natura ideologica del partito di maggioranza relativa evidenziata del resto dalla “occupazione” della TV di Stato avvenuta davvero con criteri definibili da “manu militari”.
La natura dello scontro con la Corte dei Conti appare assolutamente emblematico: si tratta di partire da due delibere emesse dal Collegio del controllo concomitante presso la Corte dei Conti: precisamente la n.17 e la n.18 del 2023.
Le due delibere riguardano le “stazioni” del PNRR (non a caso gli obiettivi sono definiti “milestone“) relative allo “sviluppo delle stazioni di rifornimento a base di idrogeno” (delibera n.17) e le “installazioni di infrastrutture di ricarica elettrica” (delibera n.18).
Ci troviamo quindi nell’ambito energetico e in entrambi i casi il Governo ha ritenuto quello del Collegio del controllo concomitante una “invasione di campo” e un “uso eccessivo delle proprie prerogative” preparandosi a bypassarlo in favore di un controllo europeo che, dall’esito delle prossime elezioni del Parlamento, potrebbe trovarsi condizionato dal nuovo asse di maggioranza PPE/conservatori.
Tutto questo all’insegna del “giudizio politico” esercitato, a giudizio del ministro per gli Affari Europei con delega al PNRR, da parte dell’organismo controllante che quindi deve essere ricondotto “nei ranghi”.
Di seguito riassumiamo i rilievi del Collegio e di conseguenza quali dispositivi sono stati adottati nelle delibere.
Stralcio dalla delibera n.17:
In questo contesto, ai fini dell’individuazione dei criteri selettivi delle gestioni pubbliche statali in corso di svolgimento e, nel novero di esse, dei principali piani, programmi e progetti relativi agli interventi di sostegno e di rilancio dell’economia nazionale, nel significato che si è tentato di chiarire, non può non tenersi conto, per attualità e rilevanza, del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, soprattutto alla luce del focus del nuovo modello legale del controllo concomitante – il quale non ha potuto contemplare o riferirsi espressamente a quello specifico Piano soltanto perché al momento dell’entrata in vigore dell’art. 22 (luglio 2020), esso era di là da venire (trasmesso alla Commissione il 30.4.2021, approvato il 13 luglio 2021) – focus in ogni caso posto non sulla natura o provenienza dei fondi, ma concentrato esclusivamente sulle finalità di sostegno e rilancio dell’economia nazionale (e sul modulo temporale delle verifiche da effettuare).
Il contrasto con il Governo risiede proprio nel fatto che l’Esecutivo ritiene un ostacolo l’attività del Collegio su di un punto decisivo ben riportato nelle sue finalità istitutive al riguardo della ”legittimità e la regolarità della gestione, nonché il funzionamento dei controlli interni alle amministrazioni, oltre che la corrispondenza dei risultati dell’attività amministrativa agli obiettivi stabiliti dalla legge, valutando comparativamente costi, modi e tempi dell’azione amministrativa”.
Un grande fastidio per chi considera la propria investitura plebiscitaria (cfr. legge 17 maggio 1928 n.1029 e T.U. 2 settembre 1928,n.1993) e reclama a gran voce il passaggio ad una elezione (del primo ministro) direttamente “dal popolo”.
Fonte
La natura dello scontro con la Corte dei Conti appare assolutamente emblematico: si tratta di partire da due delibere emesse dal Collegio del controllo concomitante presso la Corte dei Conti: precisamente la n.17 e la n.18 del 2023.
Le due delibere riguardano le “stazioni” del PNRR (non a caso gli obiettivi sono definiti “milestone“) relative allo “sviluppo delle stazioni di rifornimento a base di idrogeno” (delibera n.17) e le “installazioni di infrastrutture di ricarica elettrica” (delibera n.18).
Ci troviamo quindi nell’ambito energetico e in entrambi i casi il Governo ha ritenuto quello del Collegio del controllo concomitante una “invasione di campo” e un “uso eccessivo delle proprie prerogative” preparandosi a bypassarlo in favore di un controllo europeo che, dall’esito delle prossime elezioni del Parlamento, potrebbe trovarsi condizionato dal nuovo asse di maggioranza PPE/conservatori.
Tutto questo all’insegna del “giudizio politico” esercitato, a giudizio del ministro per gli Affari Europei con delega al PNRR, da parte dell’organismo controllante che quindi deve essere ricondotto “nei ranghi”.
Di seguito riassumiamo i rilievi del Collegio e di conseguenza quali dispositivi sono stati adottati nelle delibere.
Stralcio dalla delibera n.17:
“Il collegio per il controllo concomitante presso la Corte dei Conti accerta il mancato conseguimento della milestone europea al 31.3.2023 M2C2- 14 “notifica dell’aggiudicazione di (tutti gli) appalti pubblici per lo sviluppo di almeno 40 stazioni di rifornimento a base di idrogeno in linea con la direttiva 2014/94/UE sull’infrastruttura per i combustibili alternativi”, tenuto conto che risultano ammesse a contributo n. 35 proposte progettuali (-12,5% rispetto all’obiettivo minimo pari a n. 40 proposte), per un importo totale pari a € 101.887.831,50 (44% delle risorse potenzialmente erogabili, pari a € 230.000.000);Stralcio della delibera n.18:
2. trasmette la presente deliberazione al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ai fini della responsabilità dirigenziale ai sensi e per gli effetti dell’articolo 21, comma 1, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165;
3. raccomanda la prosecuzione delle interlocuzioni avviate con l’UE, al fine di definire lo sviluppo futuro dell’investimento (riduzione del target quantitativo e contestuale rimodulazione delle risorse finanziarie allocate ovvero pubblicazione di un nuovo bando per la realizzazione di un numero almeno pari a n. 5 stazioni di rifornimento)”, pur tenendo conto che allo stato attuale, successivo alla scadenza della milestone europea del 31.3.2023, tali interlocuzioni non sono state ancora riscontrate ufficialmente dall’UE;
4. segnala al Dipartimento per le politiche di coesione della Presidenza del Consiglio dei ministri il mancato rispetto della quota pari al 40% prevista per le regioni del Mezzogiorno dal D.L. n. 77/2021, al fine di sottoporre tale caso di scostamento, ove necessario, alla Cabina di regia, per l’adozione delle 24 occorrenti misure correttive e la proposta delle eventuali misure compensative, ai sensi dell’art. 2, comma 6-bis del citato decreto“
“Installazione di infrastrutture di ricarica elettrica. Il progetto è ricompreso nel Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR M2C2- 4.3.) 2. Con deliberazione n. 23/2022 questo Collegio ha accertato un forte e generale rallentamento nel conseguimento degli step necessari al raggiungimento della Milestone ITA M2C2-00-ITA-10 con scadenza Q4 2022 (adozione avviso pubblico), e conseguenti carenze e ritardi (sia pure non gravi) nella programmazione interna degli adempimenti propedeutici al raggiungimento della milestone UE prevista per il Q2 2023 (aggiudicazione appalti).Il “controllo concomitante”, per la prima volta introdotto dall’articolo 11, comma 2, della legge 4 marzo 2009 n. 15 è stato recentemente richiamato e rinnovato, in una più specifica declinazione, dall’art. 22 del decreto-legge 16 luglio 2020, n. 76, convertito, con modificazioni, dalla legge 11 settembre 2020, n. 120, ponendosi nel più vasto ambito delle forme di controllo sulle Amministrazioni dello Stato rimesse alla Corte dei Conti, rispetto alle quali ed, in particolare, al controllo sulla gestione, presenta punti di contatto e di indubbia correlazione, condividendone ambiti e principi ispiratori, ma differenziandosene per finalità, tempi, modalità ed esiti. Come noto, ai sensi dell’art. 3, comma 4, della legge n. 20/1994, il controllo sulla gestione delle Amministrazioni dello Stato è volto a verificare la legittimità e la regolarità della gestione, nonché il funzionamento dei controlli interni alle amministrazioni, oltre che la corrispondenza dei risultati dell’attività amministrativa agli obiettivi stabiliti dalla legge, valutando comparativamente costi, modi e tempi dell’azione amministrativa.
Il Collegio, pertanto, ha indicato al MASE le seguenti raccomandazioni: di adoperarsi tempestivamente per portare a compimento gli step procedurali necessari (decreto ministeriale; convenzione con Invitalia), con adozione dell’avviso pubblico nei termini preventivati (Q4 2022); di adottare ogni atto necessario a far sì che il percorso volto a raggiungere la Milestone UE Q2 2023 non subisca rallentamenti o regressioni procedurali, ponendo in essere una più stringente programmazione, volta anche a prevedere interventi correttivi per recuperare il ritardo accumulato.
Il Collegio, pertanto, ha motivo di ritenere che i ritardi, che hanno caratterizzato la gestione del progetto in vista della Milestone ITA (emissione avviso pubblico), ancora non raggiunta, siano sintomatici di una difettosa programmazione dei tempi di attuazione della misura di riferimento, che pone in serio dubbio il raggiungimento della Milestone UE, prevista per il Q2 2023, al 30 giugno 2023. P. Q. M.
Il Collegio del controllo concomitante presso la Sezione centrale di controllo sulla gestione delle Amministrazioni dello Stato, al termine delle verifiche di questa seconda fase istruttoria, condotte sul progetto “Installazione di infrastrutture di ricarica elettrica”
ACCERTA:
– il mancato conseguimento della Milestone M2C2-00-ITA-10 al 31.12.2022, fatta salva la prosecuzione dell’istruttoria ai fini dell’accertamento del conseguimento della Milestone UE M2C2-27 al Q2 2023;
– la presenza delle criticità indicate in motivazione, non tali da implicare, allo stato attuale, le conseguenze di cui all’art. 11 della legge n. 15 del 2009 e dell’art. 22 del d.l. n. 76 del 2020,
RACCOMANDA Al Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica:
– di recuperare il ritardo accumulatosi in ordine al raggiungimento della Milestone M2C2-00-ITA-10 al 31.12.2022, adoperandosi nel più breve tempo possibile per giungere alla pubblicazione dell’avviso pubblico;
– di adottare ogni atto necessario a far sì che il percorso volto a raggiungere la Milestone UE M2C2-27 Q2 2023 non subisca rallentamenti o regressioni procedurali, accelerando le fasi delle procedure competitive, della selezione dei progetti e di adozione dei decreti di concessione delle agevolazioni.”
In questo contesto, ai fini dell’individuazione dei criteri selettivi delle gestioni pubbliche statali in corso di svolgimento e, nel novero di esse, dei principali piani, programmi e progetti relativi agli interventi di sostegno e di rilancio dell’economia nazionale, nel significato che si è tentato di chiarire, non può non tenersi conto, per attualità e rilevanza, del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, soprattutto alla luce del focus del nuovo modello legale del controllo concomitante – il quale non ha potuto contemplare o riferirsi espressamente a quello specifico Piano soltanto perché al momento dell’entrata in vigore dell’art. 22 (luglio 2020), esso era di là da venire (trasmesso alla Commissione il 30.4.2021, approvato il 13 luglio 2021) – focus in ogni caso posto non sulla natura o provenienza dei fondi, ma concentrato esclusivamente sulle finalità di sostegno e rilancio dell’economia nazionale (e sul modulo temporale delle verifiche da effettuare).
Il contrasto con il Governo risiede proprio nel fatto che l’Esecutivo ritiene un ostacolo l’attività del Collegio su di un punto decisivo ben riportato nelle sue finalità istitutive al riguardo della ”legittimità e la regolarità della gestione, nonché il funzionamento dei controlli interni alle amministrazioni, oltre che la corrispondenza dei risultati dell’attività amministrativa agli obiettivi stabiliti dalla legge, valutando comparativamente costi, modi e tempi dell’azione amministrativa”.
Un grande fastidio per chi considera la propria investitura plebiscitaria (cfr. legge 17 maggio 1928 n.1029 e T.U. 2 settembre 1928,n.1993) e reclama a gran voce il passaggio ad una elezione (del primo ministro) direttamente “dal popolo”.
Fonte
31/05/2023
Quando il problema è a Monti
In alcune sue presuntuose e saccenti interviste, Mario Monti dà il suo placet allo scontro tra il governo e la Corte dei Conti, schierandosi dalla parte del governo, che giustifica i pesanti ritardi sul PNRR, che mettono in pericolo i finanziamenti, con il ruolo di controllo della magistratura contabile: è colpa loro, non dei pasticci organizzativi, delle incapacità progettuali nonché delle furbate politiche che favoriscono i privati.
Come volevasi dimostrare: un degno rappresentante della borghesia italiana, un convinto liberale – con una lunga fedina piena di incarichi in banche, industrie, e prestigiose lobbies – ha palesato sincere simpatie verso l’autoritarismo di destra.
Manco a dire che sia una novità, in Italia certe simpatie – per non dire vere e proprie lune di miele – tra i liberali e i fascisti sono storicamente già avvenute con tutto quello che ne conseguì.
Il problema che sta a monte, o meglio, a Monti, è che – ieri come oggi – il vantaggio competitivo del consenso reazionario va sfruttato fino in fondo, nell'interesse esclusivo di oligarchie industriali e finanziarie, di grandi e piccole corporazioni e le rispettive camarille.
Lo Stato di diritto – i suoi organi di controllo istituiti dalla Costituzione – possono fare la fine dei pilastri dello Stato sociale, cioè essere svuotati, prima di significato e poi di funzione.
Mentre il senatore a vita si rimira allo specchio, compiaciuto del proprio ego reazionario, le regole democratiche vengono rottamate e con loro i diritti. Non è un caso che le prime vittime designate della revisione del PNRR siano proprio la sanità, la scuola e l’ambiente.
Quei soldi, invece che a favore dei beni pubblici, “meglio ai privati”, secondo i dettami della fede liberista. Privati come la Bocconi, per esempio, di cui il nostro eroe è stato presidente fino a ieri.
Che tanto il conflitto di interessi non esiste, anzi, è proprio il conflitto duro e senza mediazioni degli interessi privati contro quelli pubblici che invita alle danze Monti e Meloni.
Fonte
Come volevasi dimostrare: un degno rappresentante della borghesia italiana, un convinto liberale – con una lunga fedina piena di incarichi in banche, industrie, e prestigiose lobbies – ha palesato sincere simpatie verso l’autoritarismo di destra.
Manco a dire che sia una novità, in Italia certe simpatie – per non dire vere e proprie lune di miele – tra i liberali e i fascisti sono storicamente già avvenute con tutto quello che ne conseguì.
Il problema che sta a monte, o meglio, a Monti, è che – ieri come oggi – il vantaggio competitivo del consenso reazionario va sfruttato fino in fondo, nell'interesse esclusivo di oligarchie industriali e finanziarie, di grandi e piccole corporazioni e le rispettive camarille.
Lo Stato di diritto – i suoi organi di controllo istituiti dalla Costituzione – possono fare la fine dei pilastri dello Stato sociale, cioè essere svuotati, prima di significato e poi di funzione.
Mentre il senatore a vita si rimira allo specchio, compiaciuto del proprio ego reazionario, le regole democratiche vengono rottamate e con loro i diritti. Non è un caso che le prime vittime designate della revisione del PNRR siano proprio la sanità, la scuola e l’ambiente.
Quei soldi, invece che a favore dei beni pubblici, “meglio ai privati”, secondo i dettami della fede liberista. Privati come la Bocconi, per esempio, di cui il nostro eroe è stato presidente fino a ieri.
Che tanto il conflitto di interessi non esiste, anzi, è proprio il conflitto duro e senza mediazioni degli interessi privati contro quelli pubblici che invita alle danze Monti e Meloni.
Fonte
20/05/2023
In venti anni spesi solo un quarto dei fondi per il dissesto idrogeologico
Un rapporto della Corte dei Conti di alcuni mesi fa, rilevava come, per prevenire le calamità in 7mila comuni a “rischio idrogeologico”, fossero necessari almeno 26 miliardi di euro. Ma in 20 anni – tra il 1999 e il 2019 (e con 14 governi diversi) ne sono stati usati solo sette, un quarto del necessario.
Il dato della Corte dei Conti, è stato rilevato da Il Fatto leggendo l’ultima relazione annuale della magistratura contabile relativa alle “Misure per la gestione del rischio di alluvione e per la riduzione del rischio idrogeologico”.
Il documento risale al luglio 2022, ma i dati venivano già segnalati in diversi rapporti dell’Ispra (vedi il Rapporto ReNdis 2020) che hanno ricostruito finanziamenti e interventi realizzati, appunto, dal 1999 al 2019.
Il rapporto della Corte dei Conti rileva come oltre il 16,6 per cento del territorio nazionale sia classificato a “maggiore pericolosità”, con 7.275 Comuni interessati dal fenomeno. L’Italia, inoltre risulta essere il Paese europeo maggiormente interessato da fenomeni franosi, con circa i 2/3 delle frane censite in Europa.
Eppure in 20 anni sono stati finanziati solo 6mila progetti per 7 miliardi “mentre – recita la relazione dei magistrati contabili – l’importo complessivo di richieste pervenute nel medesimo periodo, che si può considerare una stima del costo teorico per la messa in sicurezza dell’intero territorio nazionale, risulta pari a 26 miliardi di euro”.
A strozzare l’afflusso di risorse e la consegna delle opere – secondo la Corte dei Conti – è la tempistica degli interventi, che hanno una durata media di 4,2 anni, oltre la metà dei quali (57%) usati per la fase di progettazione, e poi quella della amministrativa necessaria al percorso attuativo.
A febbraio del 2022 la giunta dell’Emilia aveva approvato la graduatoria di 13 progetti di intervento per 17 milioni (impianti sollevamento, ripristino funzionalità idraulica, sicurezza rete scolante, casse di espansione) tra Modena, Ferrara, Fidenza, Rimini, Sala Bolognese: tempi medi di consegna erano previsti in 13-32 mesi.
Viene poi segnalato il problema delle sovrapposizioni tra Dipartimento della Protezione Civile e del Ministero dell’Ambiente, con il risultato (ma anche il prevalere di una logica) che gli interventi per l’emergenza hanno avuto precedenza su quelli destinati alla prevenzione.
Su questo aspetto la Corte dei Conti auspica un cambio di passo col PNRR. Ma anche qui gli stanziamenti per “prevenire e contrastare gli effetti del cambiamento climatico sui fenomeni di dissesto idrogeologico e sulla vulnerabilità del territorio” sono minimi – 2,4 miliardi di euro – rispetto ad un fabbisogno, come abbiamo visto, stimato dieci volte superiore.
I fondi nel PNRR per le misure di intervento sul dissesto idrogeologico sono divisi in 1,287 miliardi per l’attività ordinaria di investimento e promozione delle riforme in materia di rischio idrogeologico, di competenza del Ministero dell’Ambiente e con risorse già nel sul bilancio; gli altri 1,2 miliardi (comprensivi di 800 milioni di euro di risorse aggiuntive) vengono invece assegnati al Dipartimento della Protezione civile per la gestione delle emergenze.
Il PNRR prevede anche una riforma finalizzata alla semplificazione ed accelerazione degli interventi di contrasto al rischio idrogeologico, al fine di superare le criticità di natura procedurale, legate alla debolezza e all’assenza di un efficace sistema di governance nelle azioni di contrasto al dissesto idrogeologico.
L’inchiesta del Fatto Quotidiano rileva che per il conseguimento dell’obiettivo di riforma indicato dal PNRR (Milestone M2Cd-1) negli ultimi due anni sono stati emanati ben 10 provvedimenti tra articoli di legge e decreti veri e propri.
Molti però sono rimasti sulla carta. Ad esempio la legge 233/2021 del governo Draghi: prevedeva (all’art. 16, comma 3) “l’individuazione degli interventi di mitigazione del rischio idrogeologico nelle regioni del centro-nord”.
Non è stato ancora adottato il decreto attuativo della legge che converte la 186/2022 del governo Meloni, quella che stanziava 2,5 milioni per formare e reclutare personale a tempo indeterminato al fine di “potenziare le attività finalizzate a mitigare il rischio idrogeologico e rafforzare il contingente dell’Autorità di bacino distrettuale dell’Appennino meridionale”.
La lezione che si ricava da questi dati è che sul dissesto del territorio e le conseguenze dei cambiamenti climatici, i governi degli ultimi venti anni abbiano proceduto come sulla sanità. In questa si è privilegiata la chirurgia e le “eccellenze” piuttosto che la prevenzione e la medicina territoriale.
Nella gestione del territorio si è preferito finanziare – ed oliare – gli apparati di gestione delle emergenze piuttosto che la prevenzione con interventi strutturali sul territorio. Nella prima come nella seconda i devastanti risultati sono sotto gli occhi di tutti.
Interessante sarebbe anche il monitoraggio su chi si sia arricchito con questo prevalere della logica dell’emergenza piuttosto che quella della prevenzione.
Fonte
Il dato della Corte dei Conti, è stato rilevato da Il Fatto leggendo l’ultima relazione annuale della magistratura contabile relativa alle “Misure per la gestione del rischio di alluvione e per la riduzione del rischio idrogeologico”.
Il documento risale al luglio 2022, ma i dati venivano già segnalati in diversi rapporti dell’Ispra (vedi il Rapporto ReNdis 2020) che hanno ricostruito finanziamenti e interventi realizzati, appunto, dal 1999 al 2019.
Il rapporto della Corte dei Conti rileva come oltre il 16,6 per cento del territorio nazionale sia classificato a “maggiore pericolosità”, con 7.275 Comuni interessati dal fenomeno. L’Italia, inoltre risulta essere il Paese europeo maggiormente interessato da fenomeni franosi, con circa i 2/3 delle frane censite in Europa.
Eppure in 20 anni sono stati finanziati solo 6mila progetti per 7 miliardi “mentre – recita la relazione dei magistrati contabili – l’importo complessivo di richieste pervenute nel medesimo periodo, che si può considerare una stima del costo teorico per la messa in sicurezza dell’intero territorio nazionale, risulta pari a 26 miliardi di euro”.
A strozzare l’afflusso di risorse e la consegna delle opere – secondo la Corte dei Conti – è la tempistica degli interventi, che hanno una durata media di 4,2 anni, oltre la metà dei quali (57%) usati per la fase di progettazione, e poi quella della amministrativa necessaria al percorso attuativo.
A febbraio del 2022 la giunta dell’Emilia aveva approvato la graduatoria di 13 progetti di intervento per 17 milioni (impianti sollevamento, ripristino funzionalità idraulica, sicurezza rete scolante, casse di espansione) tra Modena, Ferrara, Fidenza, Rimini, Sala Bolognese: tempi medi di consegna erano previsti in 13-32 mesi.
Viene poi segnalato il problema delle sovrapposizioni tra Dipartimento della Protezione Civile e del Ministero dell’Ambiente, con il risultato (ma anche il prevalere di una logica) che gli interventi per l’emergenza hanno avuto precedenza su quelli destinati alla prevenzione.
Su questo aspetto la Corte dei Conti auspica un cambio di passo col PNRR. Ma anche qui gli stanziamenti per “prevenire e contrastare gli effetti del cambiamento climatico sui fenomeni di dissesto idrogeologico e sulla vulnerabilità del territorio” sono minimi – 2,4 miliardi di euro – rispetto ad un fabbisogno, come abbiamo visto, stimato dieci volte superiore.
I fondi nel PNRR per le misure di intervento sul dissesto idrogeologico sono divisi in 1,287 miliardi per l’attività ordinaria di investimento e promozione delle riforme in materia di rischio idrogeologico, di competenza del Ministero dell’Ambiente e con risorse già nel sul bilancio; gli altri 1,2 miliardi (comprensivi di 800 milioni di euro di risorse aggiuntive) vengono invece assegnati al Dipartimento della Protezione civile per la gestione delle emergenze.
Il PNRR prevede anche una riforma finalizzata alla semplificazione ed accelerazione degli interventi di contrasto al rischio idrogeologico, al fine di superare le criticità di natura procedurale, legate alla debolezza e all’assenza di un efficace sistema di governance nelle azioni di contrasto al dissesto idrogeologico.
L’inchiesta del Fatto Quotidiano rileva che per il conseguimento dell’obiettivo di riforma indicato dal PNRR (Milestone M2Cd-1) negli ultimi due anni sono stati emanati ben 10 provvedimenti tra articoli di legge e decreti veri e propri.
Molti però sono rimasti sulla carta. Ad esempio la legge 233/2021 del governo Draghi: prevedeva (all’art. 16, comma 3) “l’individuazione degli interventi di mitigazione del rischio idrogeologico nelle regioni del centro-nord”.
Non è stato ancora adottato il decreto attuativo della legge che converte la 186/2022 del governo Meloni, quella che stanziava 2,5 milioni per formare e reclutare personale a tempo indeterminato al fine di “potenziare le attività finalizzate a mitigare il rischio idrogeologico e rafforzare il contingente dell’Autorità di bacino distrettuale dell’Appennino meridionale”.
La lezione che si ricava da questi dati è che sul dissesto del territorio e le conseguenze dei cambiamenti climatici, i governi degli ultimi venti anni abbiano proceduto come sulla sanità. In questa si è privilegiata la chirurgia e le “eccellenze” piuttosto che la prevenzione e la medicina territoriale.
Nella gestione del territorio si è preferito finanziare – ed oliare – gli apparati di gestione delle emergenze piuttosto che la prevenzione con interventi strutturali sul territorio. Nella prima come nella seconda i devastanti risultati sono sotto gli occhi di tutti.
Interessante sarebbe anche il monitoraggio su chi si sia arricchito con questo prevalere della logica dell’emergenza piuttosto che quella della prevenzione.
Fonte
28/05/2021
Il peso delle tasse? Su lavoratori e pensionati, ma chi strilla sono solo i ricchi
Mentre si deposita la polvere sull’ultima starnazzata dei ricchi contro l’aumento della tassa di successione sui grandi patrimoni, si conferma con assai meno clamore del dovuto che il peso fiscale è sbilanciato sui redditi medi e concentrato sul lavoro dipendente e sulle pensioni.
A ribadire una verità ormai acclarata e consolidata questa volta è la Corte dei Conti che ha invitato a spostare il prelievo dall’Irpef all’Iva, a sfoltire e semplificare la giungla di agevolazioni fiscali che sottraggono 53 miliardi alle casse dello Stato e a rivedere profondamente il sistema della riscossione.
Il prelievo fiscale, sottolinea la Corte nel Rapporto sul coordinamento della finanza pubblica 2021, “è concentrato sui redditi da lavoro dipendente e pensione, piuttosto sbilanciato sui redditi medi e con andamenti irregolari e distorsivi delle aliquote marginali effettive”. Per la magistratura contabile, “il declino del peso dei redditi da lavoro sul Pil, la persistente e significativa evasione e il proliferare di trattamenti tributari differenziati contribuiscono a mettere in dubbio che si possa ancora parlare di prelievo ‘generale’ sui redditi”.
“I prossimi anni richiederanno un considerevole sforzo fiscale per far fronte ai costi della pandemia – osserva la Corte – sarà dunque necessario guardare all’efficienza e all’equità del sistema tributario nel suo complesso, ipotizzando varie forme di ricomposizione del contributo dei prelievi diretti e indiretti alla copertura del bilancio, tra le quali adeguata attenzione potrebbe essere riservata ad un parziale spostamento del prelievo dall’Irpef all’Iva”.
Certo, un ragionamento anche sulla tassazione indiretta – in questo caso l’Iva – andrebbe circostanziato, perchè questa è decisamente una imposta uguale per tutti indipendentemente dalle possibilità di reddito e quindi aliena al principio della progressività. Ma finora è stato un argomento tabù.
Nel mirino dei magistrati contabili finiscono anche le tax expenditures, ovvero la giungla degli sconti e delle agevolazioni fiscali, che “ha significativamente contribuito a rendere complesso il prelievo” poiché “nonostante siano stati assunti nel tempo continui impegni a limitarne l’uso, il loro numero ha continuato ad aumentare sensibilmente”.
Anche su questo il sistema fiscale ha prodotto un ginepraio, che però ha sempre limitato fortemente il ricorso ad agevolazioni per i redditi da lavoro e da pensione creando quindi una asimmetria crescente.
Per la Corte dei Conti, “si tratta di eccezioni alla regola generale riconducibili a circa 250 agevolazioni, che causano una significativa perdita di gettito (circa 53 miliardi nel 2021). Difficile, tuttavia, valutarne l’impatto complessivo, vista l’eterogeneità dei provvedimenti, per natura, scopo e quota dei contribuenti interessati”.
La Corte sottolinea inoltre “la necessità di una profonda revisione” del sistema della riscossione dei tributi segnalando che “particolare rilievo dovrebbe assumere la questione dello smaltimento dei carichi pregressi, in gran parte ritenuti non riscuotibili”.
Anche la Corte dei Conti però paga la cambiale della fedeltà al manovratore, decantando come il Recovery Plan rappresenti “un’opportunità unica per effettuare investimenti che aumentino il potenziale di crescita del Paese, ma – osservano i magistrati contabili – per raggiungere tale obiettivo sarà necessario che vengano attuate con rapidità quelle riforme da tempo sollecitate da tutti gli osservatori internazionali e che ne rappresentano una parte fondamentale. Solo creando un contesto più trasparente ed efficiente con le riforme su giustizia, pubblica amministrazione, ammortizzatori sociali e fisco sarà possibile rimettere in moto il Paese, attrarre imprese e capitali esteri, offrire occasioni ai giovani, sia a quelli che pur formati ad alto livello nelle nostre Università non riescono a trovare opportunità in Italia, che a quelli sempre in maggior numero che si allontanano dalla scuola senza riuscire ad inserirsi nel mondo del lavoro”.
Insomma in tre giorni la Corte dei Conti ha messo sulla graticola il carattere di classe dell’università e le disuguaglianze nel sistema fiscale. O i magistrati contabili si sono iscritti in segreto a Potere al Popolo piuttosto che in quella o questa loggia, oppure registrano i processi per come si presentano e li indicano come tali nelle loro relazioni.
Il problema è che in questi anni abbiamo verificato come alcune risoluzioni della Corte dei Conti vengono fatte applicare alla lettera dagli apparati di governo sia nazionale che locali – spesso con risultati più che discutibili – altre hanno invece meno potere vigente. Una conferma in più che le leggi – anche quelle contabili – sono oggetto di lotta politica e sociale e che la loro attuazione o meno dipende molto dai rapporti di forza tra interessi materiali divergenti dentro una società. È al rovesciamento di questi che occorre dedicare tutte le energie disponibili e potenziali.
Fonte
A ribadire una verità ormai acclarata e consolidata questa volta è la Corte dei Conti che ha invitato a spostare il prelievo dall’Irpef all’Iva, a sfoltire e semplificare la giungla di agevolazioni fiscali che sottraggono 53 miliardi alle casse dello Stato e a rivedere profondamente il sistema della riscossione.
Il prelievo fiscale, sottolinea la Corte nel Rapporto sul coordinamento della finanza pubblica 2021, “è concentrato sui redditi da lavoro dipendente e pensione, piuttosto sbilanciato sui redditi medi e con andamenti irregolari e distorsivi delle aliquote marginali effettive”. Per la magistratura contabile, “il declino del peso dei redditi da lavoro sul Pil, la persistente e significativa evasione e il proliferare di trattamenti tributari differenziati contribuiscono a mettere in dubbio che si possa ancora parlare di prelievo ‘generale’ sui redditi”.
“I prossimi anni richiederanno un considerevole sforzo fiscale per far fronte ai costi della pandemia – osserva la Corte – sarà dunque necessario guardare all’efficienza e all’equità del sistema tributario nel suo complesso, ipotizzando varie forme di ricomposizione del contributo dei prelievi diretti e indiretti alla copertura del bilancio, tra le quali adeguata attenzione potrebbe essere riservata ad un parziale spostamento del prelievo dall’Irpef all’Iva”.
Certo, un ragionamento anche sulla tassazione indiretta – in questo caso l’Iva – andrebbe circostanziato, perchè questa è decisamente una imposta uguale per tutti indipendentemente dalle possibilità di reddito e quindi aliena al principio della progressività. Ma finora è stato un argomento tabù.
Nel mirino dei magistrati contabili finiscono anche le tax expenditures, ovvero la giungla degli sconti e delle agevolazioni fiscali, che “ha significativamente contribuito a rendere complesso il prelievo” poiché “nonostante siano stati assunti nel tempo continui impegni a limitarne l’uso, il loro numero ha continuato ad aumentare sensibilmente”.
Anche su questo il sistema fiscale ha prodotto un ginepraio, che però ha sempre limitato fortemente il ricorso ad agevolazioni per i redditi da lavoro e da pensione creando quindi una asimmetria crescente.
Per la Corte dei Conti, “si tratta di eccezioni alla regola generale riconducibili a circa 250 agevolazioni, che causano una significativa perdita di gettito (circa 53 miliardi nel 2021). Difficile, tuttavia, valutarne l’impatto complessivo, vista l’eterogeneità dei provvedimenti, per natura, scopo e quota dei contribuenti interessati”.
La Corte sottolinea inoltre “la necessità di una profonda revisione” del sistema della riscossione dei tributi segnalando che “particolare rilievo dovrebbe assumere la questione dello smaltimento dei carichi pregressi, in gran parte ritenuti non riscuotibili”.
Anche la Corte dei Conti però paga la cambiale della fedeltà al manovratore, decantando come il Recovery Plan rappresenti “un’opportunità unica per effettuare investimenti che aumentino il potenziale di crescita del Paese, ma – osservano i magistrati contabili – per raggiungere tale obiettivo sarà necessario che vengano attuate con rapidità quelle riforme da tempo sollecitate da tutti gli osservatori internazionali e che ne rappresentano una parte fondamentale. Solo creando un contesto più trasparente ed efficiente con le riforme su giustizia, pubblica amministrazione, ammortizzatori sociali e fisco sarà possibile rimettere in moto il Paese, attrarre imprese e capitali esteri, offrire occasioni ai giovani, sia a quelli che pur formati ad alto livello nelle nostre Università non riescono a trovare opportunità in Italia, che a quelli sempre in maggior numero che si allontanano dalla scuola senza riuscire ad inserirsi nel mondo del lavoro”.
Insomma in tre giorni la Corte dei Conti ha messo sulla graticola il carattere di classe dell’università e le disuguaglianze nel sistema fiscale. O i magistrati contabili si sono iscritti in segreto a Potere al Popolo piuttosto che in quella o questa loggia, oppure registrano i processi per come si presentano e li indicano come tali nelle loro relazioni.
Il problema è che in questi anni abbiamo verificato come alcune risoluzioni della Corte dei Conti vengono fatte applicare alla lettera dagli apparati di governo sia nazionale che locali – spesso con risultati più che discutibili – altre hanno invece meno potere vigente. Una conferma in più che le leggi – anche quelle contabili – sono oggetto di lotta politica e sociale e che la loro attuazione o meno dipende molto dai rapporti di forza tra interessi materiali divergenti dentro una società. È al rovesciamento di questi che occorre dedicare tutte le energie disponibili e potenziali.
Fonte
26/05/2021
L’impietoso verdetto della Corte dei Conti sull’università “di classe” in Italia
Il “tagliando” della Corte dei Conti sul sistema universitario in Italia ha prodotto un verdetto impietoso.
Analizzando parametri come finanziamento, composizione, modalità di erogazione della didattica, offerta formativa e ranking delle università italiane, i giudici contabili emettono un giudizio severissimo sia sull’incapacità del sistema di offrire sbocchi occupazionali adeguati ai laureati italiani, sia sulla fortissima selezione su base sociale introdotta nei fatti nell’accesso ai livelli di istruzione superiore.
La Corte dei Conti ha preso in esame di dati di 98 atenei, di cui 67 statali, 3 Scuole Superiori e 3 Istituti di alta formazione e di 31 Università non statali, di cui 11 telematiche.
La Corte sottolinea il mancato accesso o l’abbandono dell’istruzione universitaria dei giovani provenienti da famiglie con redditi bassi. Secondo la relazione su questo pesano, oltre a fattori culturali e sociali, il fatto che la spesa per gli studi terziari, caratterizzata da tasse di iscrizione più elevate rispetto a molti altri Paesi europei, grava quasi per intero sulle famiglie, vista la carenza delle forme di esonero dalle tasse o di prestiti o, comunque, di aiuto economico per gli studenti meritevoli meno abbienti.
Tale aspetto per la Corte dei Conti, richiede un’opera di aggiornamento e completamento dell’attuale normativa per dare piena attuazione alla disciplina del diritto allo studio con la definizione dei livelli essenziali delle prestazioni e l’attivazione degli strumenti per l’incentivazione e la valorizzazione del merito studentesco.
La Corte dei Conti segnala con forza anche le profonde criticità nell’ambito della ricerca scientifica in Italia, con particolare attenzione a quella del settore università: “nel periodo 2016-2019 l’investimento pubblico nella ricerca appare ancora sotto la media europea“, mentre le attività di programmazione, finanziamento ed esecuzione delle ricerche si caratterizzano “per la complessità delle procedure seguite, la duplicazione di organismi di supporto, nonché per una non sufficiente chiarezza sui criteri di nomina dei rappresentanti accademici in seno ai suddetti organismi, tenuto conto della garanzia costituzionale di autonomia e indipendenza di cui all’art. 33 della Costituzione“.
Infine, e non certo per importanza, la Corte dei Conti sottolinea come la notevole percentuale del lavoro precario nel settore della ricerca determina la dispersione delle professionalità formatesi nel settore.
La conseguenza è che le limitate prospettive occupazionali, con adeguata remunerazione, spingono sempre più laureati a lasciare il Paese. L’incremento della fuga dei cervelli all’estero è stato impressionante: +41,8% rispetto al 2013.
Non solo. Le università, anche quelle pubbliche, troppo spesso “portano l’acqua con le orecchie” alle imprese private. Infatti è quasi raddoppiato il numero dei brevetti concessi e riconducibili alle attività di ricerca delle università italiane. Il problema è che questi brevetti, in moltissimi casi, vengono poi appropriati e commercializzati dalle imprese private e non dalle università.
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Analizzando parametri come finanziamento, composizione, modalità di erogazione della didattica, offerta formativa e ranking delle università italiane, i giudici contabili emettono un giudizio severissimo sia sull’incapacità del sistema di offrire sbocchi occupazionali adeguati ai laureati italiani, sia sulla fortissima selezione su base sociale introdotta nei fatti nell’accesso ai livelli di istruzione superiore.
La Corte dei Conti ha preso in esame di dati di 98 atenei, di cui 67 statali, 3 Scuole Superiori e 3 Istituti di alta formazione e di 31 Università non statali, di cui 11 telematiche.
La Corte sottolinea il mancato accesso o l’abbandono dell’istruzione universitaria dei giovani provenienti da famiglie con redditi bassi. Secondo la relazione su questo pesano, oltre a fattori culturali e sociali, il fatto che la spesa per gli studi terziari, caratterizzata da tasse di iscrizione più elevate rispetto a molti altri Paesi europei, grava quasi per intero sulle famiglie, vista la carenza delle forme di esonero dalle tasse o di prestiti o, comunque, di aiuto economico per gli studenti meritevoli meno abbienti.
Tale aspetto per la Corte dei Conti, richiede un’opera di aggiornamento e completamento dell’attuale normativa per dare piena attuazione alla disciplina del diritto allo studio con la definizione dei livelli essenziali delle prestazioni e l’attivazione degli strumenti per l’incentivazione e la valorizzazione del merito studentesco.
La Corte dei Conti segnala con forza anche le profonde criticità nell’ambito della ricerca scientifica in Italia, con particolare attenzione a quella del settore università: “nel periodo 2016-2019 l’investimento pubblico nella ricerca appare ancora sotto la media europea“, mentre le attività di programmazione, finanziamento ed esecuzione delle ricerche si caratterizzano “per la complessità delle procedure seguite, la duplicazione di organismi di supporto, nonché per una non sufficiente chiarezza sui criteri di nomina dei rappresentanti accademici in seno ai suddetti organismi, tenuto conto della garanzia costituzionale di autonomia e indipendenza di cui all’art. 33 della Costituzione“.
Infine, e non certo per importanza, la Corte dei Conti sottolinea come la notevole percentuale del lavoro precario nel settore della ricerca determina la dispersione delle professionalità formatesi nel settore.
La conseguenza è che le limitate prospettive occupazionali, con adeguata remunerazione, spingono sempre più laureati a lasciare il Paese. L’incremento della fuga dei cervelli all’estero è stato impressionante: +41,8% rispetto al 2013.
Non solo. Le università, anche quelle pubbliche, troppo spesso “portano l’acqua con le orecchie” alle imprese private. Infatti è quasi raddoppiato il numero dei brevetti concessi e riconducibili alle attività di ricerca delle università italiane. Il problema è che questi brevetti, in moltissimi casi, vengono poi appropriati e commercializzati dalle imprese private e non dalle università.
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19/01/2020
I padroni di Autostrade prima minacciavano adesso si “raccomandano”
Il re è nudo. È emblematico vedere come la Società Autostrade per l’Italia (di proprietà Atlantia/Benetton) si stia “raccomandando” al governo per impedire la revoca della concessione. Il tono sembra quasi quello del “tengo famiglia”. La società infatti sta invocando una “pacificazione”, promette investimenti per 7,5 miliardi di euro e mille assunzioni per evitare la scure della revoca della concessione. In un’intervista al quotidiano la Repubblica, l’amministratore delegato Roberto Tomasi parla delle linee del piano strategico 2020-2023 di “trasformazione dell’azienda”. Il suo obiettivo è salvare l’azienda dalla chiusura.
“Senza le concessioni e con l’indennizzo previsto dal decreto Milleproroghe l’azienda andrà in default – dice – preoccupazione per il futuro dei settemila dipendenti dell’azienda che lavorano con dedizione e per la possibilità di essere una risorsa per questo Paese. E nonostante tutti gli sforzi che stiamo facendo, non sarà semplice recuperare i downgrading finanziari”. Alla domanda spinosa sui report aggiustati relativi al pessimo stato di manutenzione delle austostrade, Tomasi ha risposto che è “una vicenda deprecabile. Siamo intervenuti rimuovendo i responsabili”.
E poi ci sono le promesse, tardive: “Pensiamo che si debba cambiare per ricostruire la fiducia tra noi e gli utenti, tra noi e il Paese. Il crollo del Morandi è stato uno spartiacque. Questa azienda va trasformata e questo piano strategico vuole esserne la dimostrazione. Serve un cambio culturale e di modelli manageriali”.
A fine dicembre i toni dell’azienda erano stati ben diversi. In un comunicato durissimo diffuso al termine di un consiglio di amministrazione di Atlantia, la società aveva parlato di “rilevanti profili di incostituzionalità e contrarietà a norme europee” e precisato che “sta valutando ogni iniziativa volta a tutelare i diritti della stessa in termini di legittimità costituzionale e comunitaria delle disposizioni normative in merito ai principi di affidamento, di libertà di stabilimento e di concorrenza, di proporzionalità e di ragionevolezza”. Atlantia aveva mandato un messaggio a Palazzo Chigi, Mit e Mef che, qualora venisse approvata la revoca, la norma farebbe scattare “la risoluzione di diritto” della stessa concessione. In pratica, Autostrade avrebbe preteso un intero rimborso della concessione.
Ma sempre a fine dicembre la Corte dei Conti aveva chiarito nella propria relazione che il presunto indennizzo di 23 miliardi da parte di Atlantia non ha nessuna base legale.
Il furore e il timore sta attraversando la schiena anche dei soci stranieri di Atlantia. È bene ricordare che il secondo maggior azionista, con una quota dell’8,14%, è GIC Pet. Limited, un fondo sovrano del governo di Singapore, il terzo (5,12%) l’americana Blackrock Inc., il quinto (5,01%) l’inglese HSBC Holdings (quarto azionista stabile è la Fondazione della Cassa di Risparmio di Torino, col 5,08%). Anche il 45,46% corrispondente alla quota flottante del capitale complessivo è perlopiù detenuta da stranieri: al 19,9% di tale quota in mano italiana si affianca un 23,9% in mano americana e un 20,4% in mano britannica.
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“Senza le concessioni e con l’indennizzo previsto dal decreto Milleproroghe l’azienda andrà in default – dice – preoccupazione per il futuro dei settemila dipendenti dell’azienda che lavorano con dedizione e per la possibilità di essere una risorsa per questo Paese. E nonostante tutti gli sforzi che stiamo facendo, non sarà semplice recuperare i downgrading finanziari”. Alla domanda spinosa sui report aggiustati relativi al pessimo stato di manutenzione delle austostrade, Tomasi ha risposto che è “una vicenda deprecabile. Siamo intervenuti rimuovendo i responsabili”.
E poi ci sono le promesse, tardive: “Pensiamo che si debba cambiare per ricostruire la fiducia tra noi e gli utenti, tra noi e il Paese. Il crollo del Morandi è stato uno spartiacque. Questa azienda va trasformata e questo piano strategico vuole esserne la dimostrazione. Serve un cambio culturale e di modelli manageriali”.
A fine dicembre i toni dell’azienda erano stati ben diversi. In un comunicato durissimo diffuso al termine di un consiglio di amministrazione di Atlantia, la società aveva parlato di “rilevanti profili di incostituzionalità e contrarietà a norme europee” e precisato che “sta valutando ogni iniziativa volta a tutelare i diritti della stessa in termini di legittimità costituzionale e comunitaria delle disposizioni normative in merito ai principi di affidamento, di libertà di stabilimento e di concorrenza, di proporzionalità e di ragionevolezza”. Atlantia aveva mandato un messaggio a Palazzo Chigi, Mit e Mef che, qualora venisse approvata la revoca, la norma farebbe scattare “la risoluzione di diritto” della stessa concessione. In pratica, Autostrade avrebbe preteso un intero rimborso della concessione.
Ma sempre a fine dicembre la Corte dei Conti aveva chiarito nella propria relazione che il presunto indennizzo di 23 miliardi da parte di Atlantia non ha nessuna base legale.
Il furore e il timore sta attraversando la schiena anche dei soci stranieri di Atlantia. È bene ricordare che il secondo maggior azionista, con una quota dell’8,14%, è GIC Pet. Limited, un fondo sovrano del governo di Singapore, il terzo (5,12%) l’americana Blackrock Inc., il quinto (5,01%) l’inglese HSBC Holdings (quarto azionista stabile è la Fondazione della Cassa di Risparmio di Torino, col 5,08%). Anche il 45,46% corrispondente alla quota flottante del capitale complessivo è perlopiù detenuta da stranieri: al 19,9% di tale quota in mano italiana si affianca un 23,9% in mano americana e un 20,4% in mano britannica.
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18/06/2019
Casa Pound inguaia un sacco di burocrati “distratti”
Per un verso sembra una situazione alla “Al Capone”, per un altro una sorta di legge del contrappasso.
L’occupazione da parte di CasaPound dell’immobile di via Napoleone III 8, all’Esquilino, secondo la Corte dei Conti del Lazio, ha generato un danno erariale da 4 milioni e 600 mila euro. I magistrati contabili intendono chiedere il risarcimento del danno a nove dirigenti dell’Agenzia del Demanio e del Ministero dell’Istruzione per la mancata riscossione del canone sul palazzone diventato sede di uno dei gruppi neofascisti più attivi e “ricchi”.
Fra gli indagati della Corte dei Conti, risulta esserci anche il direttore dell’Agenzia del Demanio di Roma, Antonio Ficchì. La cifra del risarcimento è stata stabilita “in particolare in base al canone aggiornato alla media Omi (Osservatorio Mercato Immobiliare) per la destinazione d’uso residenziale nella zona Esquilino”, dove si trova il palazzo occupato. Nella vicenda, per ora tutta contabile, non è coinvolta Casa Pound in quanto soggetto privato su cui la Corte dei Conti non può intervenire. Per i magistrati contabili, il permissivismo di cui però hanno goduto i fascisti di Casa Pound è una “Gravissima negligenza della pubblica amministrazione” Una vicenda che “manifesta, con tutta l’evidenza della semplice narrazione dei fatti, la gravissima negligenza e la scarsissima cura (mala gestio) che l’amministrazione pubblica ha mostrato nei confronti di un intero edificio di proprietà pubblica di ben sei piani che per oltre 15 anni è stato sottratto allo Stato ed alle finalità pubbliche in palese violazione delle più elementari regole della (sana) gestione della cosa pubblica e in contrasto con il particolare regime vincolato cui sono soggetti i beni del patrimonio indisponibile dello Stato”. “Non è tollerabile in uno Stato di diritto – si legge ancora nell’atto dei giudici contabili – una sorta di “espropriazione al contrario”, che ha finito per sottrarre per oltre tre lustri un immobile di ben sei piani, sede storica di uffici pubblici, al patrimonio (indisponibile) dello Stato, causando in tal modo un danno certo e cospicuo all’erario”. Ancora, si ricorda, “i beni immobili del patrimonio indisponibile (quale quello in discorso) ‘non possono essere sottratti alla loro destinazione, se non nei modi stabiliti dalle leggi che li riguardano’ (art. 828, co. 2, del codice civile), sottrazione invece palesemente avvenuta per oltre 15 anni, nell’inerzia più totale delle amministrazioni competenti”.
La Corte dei Conti “ritiene che l’occupazione sine titulo dell’immobile da parte di CasaPound e degli altri occupanti abbia determinato una perdita economica per le finanze pubbliche – e comunque una lesione al patrimonio immobiliare pubblico, dato che il cespite non è stato proficuamente utilizzato per oltre 15 anni (e non lo è tuttora) – da calcolarsi, in base al criterio reddituale, in via equitativa ex art. 1226 c.c., ricorrendo al parametro costituito dall’indennità di occupazione sine titulo che si sarebbe dovuto richiedere agli occupanti, ovvero, in alternativa, al risarcimento dei danni che, in via autonoma o nell’ambito di azioni penali o civili mai intentate o mai coltivate, sarebbero state liquidate in sede giudiziaria (in entrambi i casi si tratta di importi commisurati al canone di locazione non percepito)”. “Poiché le iniziative di natura amministrativa in autotutela patrimoniale e/o le azioni, civili e penali, comunque finalizzate al rilascio dell’immobile ed eventualmente al risarcimento dei connessi danni, non sono state attivate né proposte dal MIUR e dall’Agenzia del demanio, pur avendo prospettive di successo certe”, per i giudici “quanto meno si doveva procedere alla richiesta, dapprima in via amministrativa, successivamente ed eventualmente in via contenziosa, del pagamento dell’indennità di occupazione”.
Insomma una requisitoria in piena regola che potrebbe mettere spalle al muro “materialmente” i fascisti di Casa Pound, un po’ come accadde al gangster di Chicago Al Capone, il quale finì in carcere non per i molti crimini commessi ma per evasione fiscale. D’altro canto il j’accuse della Corte dei Conti va a colpire una occupazione abitativa che sembrava poter usufruire di un regime particolare di agibilità rispetto ad altre occupazioni, o già sgomberate o sotto minaccia di sgombero, sulla base delle indicazioni date dal ministero degli Interni ai prefetti in materia di sgomberi delle occupazioni.
Su Roma, e in particolare su una ventina di occupazioni, incombe dall’aprile 2016 (fase del commissariamento Tronca sul Comune di Roma) la minaccia dello sgombero. Poi nell’estate del 2017 era stata l’ordinanza Minniti ai prefetti a sollecitare gli sgomberi, ma il maldestro e brutale sgombero del palazzone occupato in via Curtatone in pieno agosto, aveva messo il ministro degli Interni sulla graticola interrompendo una escalation appena cominciata.
Adesso tocca a Salvini. Da un lato sponsor, ospite conviviale e protettore di Casa Pound, dall’altro invocatore, con una ordinanza ai prefetti, degli sgomberi di occupazioni abitative e centri sociali che pare ispirata più da sentimenti vendicativi contro la sinistra che da esigenze effettive. Quelle semmai sono l’urgenza di dare soluzioni credibili e dignitose all’emergenza abitativa, non quella di buttare ancora più gente in mezzo ad una strada. Ma questo terreno, di competenza della politica, non traspare mai dalle righe della Corte dei Conti e non è un bel segnale, anzi potrebbe essere un precedente da rovesciare contro altre occupazioni abitative assai meno protette e tutelate rispetto a quella di Casa Pound.
Sabato a Roma è stata convocata una manifestazione cittadina proprio conto la minaccia degli sgomberi. Ci saranno le famiglie occupanti e i giovani dei centri sociali, attivisti dei sindacati di base e operatori dell’associazionismo. Appare decisamente improbabile che gli occupanti del palazzone di Casa Pound si sentano parte dello stesso problema. I fatti dicono che loro, almeno fino a ieri, sono parte dell’élite.
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L’occupazione da parte di CasaPound dell’immobile di via Napoleone III 8, all’Esquilino, secondo la Corte dei Conti del Lazio, ha generato un danno erariale da 4 milioni e 600 mila euro. I magistrati contabili intendono chiedere il risarcimento del danno a nove dirigenti dell’Agenzia del Demanio e del Ministero dell’Istruzione per la mancata riscossione del canone sul palazzone diventato sede di uno dei gruppi neofascisti più attivi e “ricchi”.
Fra gli indagati della Corte dei Conti, risulta esserci anche il direttore dell’Agenzia del Demanio di Roma, Antonio Ficchì. La cifra del risarcimento è stata stabilita “in particolare in base al canone aggiornato alla media Omi (Osservatorio Mercato Immobiliare) per la destinazione d’uso residenziale nella zona Esquilino”, dove si trova il palazzo occupato. Nella vicenda, per ora tutta contabile, non è coinvolta Casa Pound in quanto soggetto privato su cui la Corte dei Conti non può intervenire. Per i magistrati contabili, il permissivismo di cui però hanno goduto i fascisti di Casa Pound è una “Gravissima negligenza della pubblica amministrazione” Una vicenda che “manifesta, con tutta l’evidenza della semplice narrazione dei fatti, la gravissima negligenza e la scarsissima cura (mala gestio) che l’amministrazione pubblica ha mostrato nei confronti di un intero edificio di proprietà pubblica di ben sei piani che per oltre 15 anni è stato sottratto allo Stato ed alle finalità pubbliche in palese violazione delle più elementari regole della (sana) gestione della cosa pubblica e in contrasto con il particolare regime vincolato cui sono soggetti i beni del patrimonio indisponibile dello Stato”. “Non è tollerabile in uno Stato di diritto – si legge ancora nell’atto dei giudici contabili – una sorta di “espropriazione al contrario”, che ha finito per sottrarre per oltre tre lustri un immobile di ben sei piani, sede storica di uffici pubblici, al patrimonio (indisponibile) dello Stato, causando in tal modo un danno certo e cospicuo all’erario”. Ancora, si ricorda, “i beni immobili del patrimonio indisponibile (quale quello in discorso) ‘non possono essere sottratti alla loro destinazione, se non nei modi stabiliti dalle leggi che li riguardano’ (art. 828, co. 2, del codice civile), sottrazione invece palesemente avvenuta per oltre 15 anni, nell’inerzia più totale delle amministrazioni competenti”.
La Corte dei Conti “ritiene che l’occupazione sine titulo dell’immobile da parte di CasaPound e degli altri occupanti abbia determinato una perdita economica per le finanze pubbliche – e comunque una lesione al patrimonio immobiliare pubblico, dato che il cespite non è stato proficuamente utilizzato per oltre 15 anni (e non lo è tuttora) – da calcolarsi, in base al criterio reddituale, in via equitativa ex art. 1226 c.c., ricorrendo al parametro costituito dall’indennità di occupazione sine titulo che si sarebbe dovuto richiedere agli occupanti, ovvero, in alternativa, al risarcimento dei danni che, in via autonoma o nell’ambito di azioni penali o civili mai intentate o mai coltivate, sarebbero state liquidate in sede giudiziaria (in entrambi i casi si tratta di importi commisurati al canone di locazione non percepito)”. “Poiché le iniziative di natura amministrativa in autotutela patrimoniale e/o le azioni, civili e penali, comunque finalizzate al rilascio dell’immobile ed eventualmente al risarcimento dei connessi danni, non sono state attivate né proposte dal MIUR e dall’Agenzia del demanio, pur avendo prospettive di successo certe”, per i giudici “quanto meno si doveva procedere alla richiesta, dapprima in via amministrativa, successivamente ed eventualmente in via contenziosa, del pagamento dell’indennità di occupazione”.
Insomma una requisitoria in piena regola che potrebbe mettere spalle al muro “materialmente” i fascisti di Casa Pound, un po’ come accadde al gangster di Chicago Al Capone, il quale finì in carcere non per i molti crimini commessi ma per evasione fiscale. D’altro canto il j’accuse della Corte dei Conti va a colpire una occupazione abitativa che sembrava poter usufruire di un regime particolare di agibilità rispetto ad altre occupazioni, o già sgomberate o sotto minaccia di sgombero, sulla base delle indicazioni date dal ministero degli Interni ai prefetti in materia di sgomberi delle occupazioni.
Su Roma, e in particolare su una ventina di occupazioni, incombe dall’aprile 2016 (fase del commissariamento Tronca sul Comune di Roma) la minaccia dello sgombero. Poi nell’estate del 2017 era stata l’ordinanza Minniti ai prefetti a sollecitare gli sgomberi, ma il maldestro e brutale sgombero del palazzone occupato in via Curtatone in pieno agosto, aveva messo il ministro degli Interni sulla graticola interrompendo una escalation appena cominciata.
Adesso tocca a Salvini. Da un lato sponsor, ospite conviviale e protettore di Casa Pound, dall’altro invocatore, con una ordinanza ai prefetti, degli sgomberi di occupazioni abitative e centri sociali che pare ispirata più da sentimenti vendicativi contro la sinistra che da esigenze effettive. Quelle semmai sono l’urgenza di dare soluzioni credibili e dignitose all’emergenza abitativa, non quella di buttare ancora più gente in mezzo ad una strada. Ma questo terreno, di competenza della politica, non traspare mai dalle righe della Corte dei Conti e non è un bel segnale, anzi potrebbe essere un precedente da rovesciare contro altre occupazioni abitative assai meno protette e tutelate rispetto a quella di Casa Pound.
Sabato a Roma è stata convocata una manifestazione cittadina proprio conto la minaccia degli sgomberi. Ci saranno le famiglie occupanti e i giovani dei centri sociali, attivisti dei sindacati di base e operatori dell’associazionismo. Appare decisamente improbabile che gli occupanti del palazzone di Casa Pound si sentano parte dello stesso problema. I fatti dicono che loro, almeno fino a ieri, sono parte dell’élite.
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10/10/2018
Fmi, Banca d’Italia e mercati finanziari sparano sull’Italia
Mentre lo spread questa mattina è risalito a 304 punti e la Borsa di Milano parte in negativo, tutti gli istituti posti a “custodia” dei dogmi e dei diktat sulle politiche di austerità, sono intervenuti per stoppare ogni velleità del governo italiano a deragliare dagli ossessivi parametri imposti in questi venticinque anni dai trattati europei.
A sparare è il Fmi secondo cui in Italia è necessario un “consolidamento credibile e notevole nel medio termine per salvaguardare i conti pubblici e mettere il ratio debito/Pil saldamente su una strada in discesa”. E’ stato il direttore del dipartimento degli Affari fiscali del Fondo monetario internazionale, Vitor Gaspar, in una conferenza in corso in Indonesia a riaffermare che “la tenuta dei conti pubblici è a sua volta una pietra miliare per la stabilità finanziaria nella nazione”, Gaspar ha aggiunto che “siamo molto d’accordo con chi dice che la crescita in Italia è stata deludente da anni”, ma soprattutto ha sottolineato l’importanza delle riforme strutturali relative al mercato del lavoro, al mercato dei prodotti e dei servizi, alla pubblica amministrazione e ai nuovi meccanismi di insolvenza.
A ruota del Fmi è arrivata anche la Banca d’Italia che non ha lesinato staffilate contro eventuali modifiche del sistema pensionistico: “Abbiamo spesso ricordato che, nell’introdurre maggiore flessibilità circa l’età del pensionamento, è necessario garantire l’equivalenza attuariale dei trattamenti previsti se si intende preservare la sostenibilità a lungo termine del sistema pensionistico, oggi un fondamentale elemento di forza delle finanze pubbliche italiane”, ha affermato il vicedirettore Federico Signorini in una audizione in Parlamento proprio sulla Nota al Documento di Economia e Finanza (Nadef). “La Nota – ha aggiunto – sottolinea giustamente che le riforme pensionistiche introdotte negli ultimi venti anni hanno significativamente migliorato sia la sostenibilità, sia l’equità intergenerazionale del sistema pensionistico italiano. È fondamentale non tornare indietro su questi due fronti, soprattutto quando, come viene messo in evidenza dalle ultime previsioni di lungo periodo della Commissione europea sulla spesa connessa all’invecchiamento della popolazione, i rischi per la sostenibilità dei conti pubblici aumentano anche a causa del peggioramento delle proiezioni demografiche”. Una vera e propria lapide contro ogni scostamento dalla micidiale Legge Fornero sulle pensioni.
Infine, ma non per importanza, ci si è messa anche la Corte dei Conti che in modo piuttosto ipocrita chiede al governo di far si che “gli interventi a favore dei trattamenti previdenziali e delle politiche di assistenza che puntino al contrasto della povertà siano adottati senza mettere a rischio la sostenibilità finanziaria del sistema”.
In pratica tutto deve rimanere com’è, anche se l’impoverimento di consistenti settori della popolazione sembra essere l’unico indicatore economico/sociale in aumento nel nostro paese. E’ la stessa gabbia in cui la Troika chiuse la Grecia di Tsipras, una gabbia da rompere, per sopravvivere e magari provare a cambiare le prospettive.
Fonte
A sparare è il Fmi secondo cui in Italia è necessario un “consolidamento credibile e notevole nel medio termine per salvaguardare i conti pubblici e mettere il ratio debito/Pil saldamente su una strada in discesa”. E’ stato il direttore del dipartimento degli Affari fiscali del Fondo monetario internazionale, Vitor Gaspar, in una conferenza in corso in Indonesia a riaffermare che “la tenuta dei conti pubblici è a sua volta una pietra miliare per la stabilità finanziaria nella nazione”, Gaspar ha aggiunto che “siamo molto d’accordo con chi dice che la crescita in Italia è stata deludente da anni”, ma soprattutto ha sottolineato l’importanza delle riforme strutturali relative al mercato del lavoro, al mercato dei prodotti e dei servizi, alla pubblica amministrazione e ai nuovi meccanismi di insolvenza.
A ruota del Fmi è arrivata anche la Banca d’Italia che non ha lesinato staffilate contro eventuali modifiche del sistema pensionistico: “Abbiamo spesso ricordato che, nell’introdurre maggiore flessibilità circa l’età del pensionamento, è necessario garantire l’equivalenza attuariale dei trattamenti previsti se si intende preservare la sostenibilità a lungo termine del sistema pensionistico, oggi un fondamentale elemento di forza delle finanze pubbliche italiane”, ha affermato il vicedirettore Federico Signorini in una audizione in Parlamento proprio sulla Nota al Documento di Economia e Finanza (Nadef). “La Nota – ha aggiunto – sottolinea giustamente che le riforme pensionistiche introdotte negli ultimi venti anni hanno significativamente migliorato sia la sostenibilità, sia l’equità intergenerazionale del sistema pensionistico italiano. È fondamentale non tornare indietro su questi due fronti, soprattutto quando, come viene messo in evidenza dalle ultime previsioni di lungo periodo della Commissione europea sulla spesa connessa all’invecchiamento della popolazione, i rischi per la sostenibilità dei conti pubblici aumentano anche a causa del peggioramento delle proiezioni demografiche”. Una vera e propria lapide contro ogni scostamento dalla micidiale Legge Fornero sulle pensioni.
Infine, ma non per importanza, ci si è messa anche la Corte dei Conti che in modo piuttosto ipocrita chiede al governo di far si che “gli interventi a favore dei trattamenti previdenziali e delle politiche di assistenza che puntino al contrasto della povertà siano adottati senza mettere a rischio la sostenibilità finanziaria del sistema”.
In pratica tutto deve rimanere com’è, anche se l’impoverimento di consistenti settori della popolazione sembra essere l’unico indicatore economico/sociale in aumento nel nostro paese. E’ la stessa gabbia in cui la Troika chiuse la Grecia di Tsipras, una gabbia da rompere, per sopravvivere e magari provare a cambiare le prospettive.
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27/08/2018
Scuola Diaz. Lo Stato chiede il risarcimento a poliziotti che non ha neanche licenziato
Con singolare noncuranza i principali media e la politica tutta (compresi i sedicenti progressisti di Leu e frattaglie varie) hanno ignorato una notizia che ovunque sarebbe un vera e propria “bomba”. La prendiamo così come l’ha segnalata l’agenzia Ansa:
La cifra è ragguardevole, ma neanche tanto, a confronto dei danni provocati, ma facciamo finta che vada bene.
Ci si attenderebbe che ora quei funzionari siano da considerare ex, visto che la condanna definitiva – come per tutti i comuni mortali e sicuramente per i normali dipendenti pubblici che si macchiano, chessò, di far timbrare a qualcun altro il cartellino – avrebbe dovuto comportare il licenziamento. Tanto più questo minimo criterio di sicurezza e sanzione dovrebbe valere per ruoli dello Stato di grande delicatezza, che vanno a incidere sia sulla libertà/integrità fisica dei cittadini, sia per l’immagine/credibilità dello stesso Stato.
Sappiamo tutti che non è così. Tutti i condannati, cui giustamente ora la Corte dei Conti chiede di pagare i danni, sono stati non solo mantenuti nei ruoli o fatti rientrare dopo periodi di sospensione dal servizio, ma in quasi tutti i casi sono stati addirittura promossi ad incarichi di altissima responsabilità. Ben più alta di quella che avevano al tempo dei fatti di Genova.
Francesco Gratteri – il “più noto fra i condannati per il verbale fasullo” sulle molotov portate nella scuola Diaz da alcuni poliziotti – è uno di quelli che non è mai stato neanche sospeso. Fra il 2001 e il 2012 (data della sentenza definitiva) diventa prima capo dell’antiterrorismo, poi Questore di Bari e, con il grado di prefetto, coordinatore del Dac (Divisione Centrale Anticrimine). E’ “a un certo punto – spiega La Stampa – il numero 3 della polizia italiana e porta avanti inchieste cruciali con successo”. Poco dopo il pronunciamento della Cassazione va in pensione. Sostanziosa, immaginiamo...
Gilberto Caldarozzi è diventato poi vicedirettore della Dia, la Direzione Investigativa Antimafia. Di fatto il leader operativo che ha il controllo delle inchieste più delicate. E’ tecnicamente un pregiudicato per falso: la Cassazione fissò una pena a 3 anni e 8 mesi poiché aveva firmato insieme a molti altri il verbale di perquisizione in cui si avallava il “ritrovamento” di due bottiglie incendiarie esibite la mattina successiva nel corso di una conferenza stampa. Al momento della condanna definitiva – 5 luglio 2012 – Caldarozzi era capo del servizio centrale operativo. Sospeso per l’interdizione dai pubblici uffici “era stato ingaggiato da Finmeccanica quando era presidente Gianni Di Gennaro, cioè il capo della Polizia nel periodo del G8”. Finmeccanica è una società controllata dello Stato, che dovrebbe spulciare con una certa scrupolosità i certificati penali dei suoi dipendenti; e a maggior ragione dei dirigenti...
Pietro Troiani (“per i giudici fece portare alla Diaz le false molotov”) “nel 2017 è diventato comandante del centro operativo della Polstrada a Roma“. La Stampa ricorda che “secondo le carte del caso Diaz, è l’uomo che nella notte del 22 luglio 2001 ordinò a un assistente di trasportare nell’Istituto le bombe trovate il giorno prima in tutt’altra parte della città... Ha preso 3 anni”.
Spartaco Mortola è stato invece condannato ad un anno e due mesi. A seguito della condanna il prefetto aveva annunciato le sue dimissioni, respinte dal governo, ottenendo pieno sostegno sia da parte degli esponenti dell’allora maggioranza di centro destra sia da parte di quelli dell’opposizione di centro sinistra. Il 22 novembre 2011 il sostituto procuratore generale Francesco Iacoviello ha chiesto l’annullamento senza rinvio della sentenza di appello, richiesta accolta dalla corte di Cassazione che ha assolto Mortola e De Gennaro “perché i fatti non sussistono”
Vincenzo Canterini, comandante del reparto Mobile di Roma, uno dei responsabili dell’irruzione alla Diaz, condannato a 5 anni di reclusione (poi ridotti a 3 e 6 mesi dalla Cassazione per prescrizione di alcuni reati minori), ha poi scritto un libro su quanto avvenuto alla scuola Diaz di Genova, dopo il G8, in cui accusa gli alti vertici della Polizia di Stato, De Gennaro e Mortola, di aver cercato di depistare le indagini, scaricando tutte le colpe sui suoi uomini. «La Diaz fu una rappresaglia scientifica alla figuraccia mondiale per le prese in giro dei black bloc. Un tentativo, maldestro, di rifarsi un’immagine e una verginità giocando sporco, picchiando a freddo, sbattendo a Bolzaneto ospiti indesiderati assolutamente innocenti».
Ci fermiamo qui, inutile fare l’elenco completo, che gira da anni, del resto.
Quanto scritto basta e avanza per segnalare la contraddizione tra un potere dello Stato che chiede risarcimento a gente che ancora è stipendiata dallo Stato, e altri organi di quello stesso Stato che invece li tutela fino alla morte della ragione.
Ci deve essere un perché, e a noi sembra piuttosto chiaro...
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La procura della Corte dei Conti della Liguria chiede un risarcimento danni di oltre 8 milioni di euro (3 milioni di danni patrimoniali e 5 per danno d’immagine) a 27 appartenenti ed ex appartenenti alla polizia di stato, per i pestaggi avvenuti alla scuola Diaz durante il G8 di Genova del 2001. A essere citati dalla procura contabile sono i dirigenti e i funzionari dell’epoca, tra questi anche Francesco Gratteri, allora direttore del servizio centrale Operativo, il suo vice Gilberto Caldarozzi; il capo della Digos di Genova Spartaco Mortola oltre al comandante del primo reparto mobile di Roma, Vincenzo Canterini, il suo vice comandante e i capisquadra; oltre agli altri funzionari coinvolti nei fatti. Per la procura, devono risarcire un danno patrimoniale indiretto, ovvero i risarcimenti alle parti civili pagati dal Ministro, oltre alle spese legali per i processi, il tutto per oltre 3 milioni di euro. Nei prossimi mesi sarà fissata l’udienza davanti ai giudici contabili che dovranno decidere nel merito.Sintetizziamo: un organo dello Stato (la Corte dei Conti) chiede un risarcimento a favore dello stesso Stato a funzionari di polizia che – condannati in via definitiva – sono certamente colpevoli dei reati loro imputati.
La cifra è ragguardevole, ma neanche tanto, a confronto dei danni provocati, ma facciamo finta che vada bene.
Ci si attenderebbe che ora quei funzionari siano da considerare ex, visto che la condanna definitiva – come per tutti i comuni mortali e sicuramente per i normali dipendenti pubblici che si macchiano, chessò, di far timbrare a qualcun altro il cartellino – avrebbe dovuto comportare il licenziamento. Tanto più questo minimo criterio di sicurezza e sanzione dovrebbe valere per ruoli dello Stato di grande delicatezza, che vanno a incidere sia sulla libertà/integrità fisica dei cittadini, sia per l’immagine/credibilità dello stesso Stato.
Sappiamo tutti che non è così. Tutti i condannati, cui giustamente ora la Corte dei Conti chiede di pagare i danni, sono stati non solo mantenuti nei ruoli o fatti rientrare dopo periodi di sospensione dal servizio, ma in quasi tutti i casi sono stati addirittura promossi ad incarichi di altissima responsabilità. Ben più alta di quella che avevano al tempo dei fatti di Genova.
Francesco Gratteri – il “più noto fra i condannati per il verbale fasullo” sulle molotov portate nella scuola Diaz da alcuni poliziotti – è uno di quelli che non è mai stato neanche sospeso. Fra il 2001 e il 2012 (data della sentenza definitiva) diventa prima capo dell’antiterrorismo, poi Questore di Bari e, con il grado di prefetto, coordinatore del Dac (Divisione Centrale Anticrimine). E’ “a un certo punto – spiega La Stampa – il numero 3 della polizia italiana e porta avanti inchieste cruciali con successo”. Poco dopo il pronunciamento della Cassazione va in pensione. Sostanziosa, immaginiamo...
Gilberto Caldarozzi è diventato poi vicedirettore della Dia, la Direzione Investigativa Antimafia. Di fatto il leader operativo che ha il controllo delle inchieste più delicate. E’ tecnicamente un pregiudicato per falso: la Cassazione fissò una pena a 3 anni e 8 mesi poiché aveva firmato insieme a molti altri il verbale di perquisizione in cui si avallava il “ritrovamento” di due bottiglie incendiarie esibite la mattina successiva nel corso di una conferenza stampa. Al momento della condanna definitiva – 5 luglio 2012 – Caldarozzi era capo del servizio centrale operativo. Sospeso per l’interdizione dai pubblici uffici “era stato ingaggiato da Finmeccanica quando era presidente Gianni Di Gennaro, cioè il capo della Polizia nel periodo del G8”. Finmeccanica è una società controllata dello Stato, che dovrebbe spulciare con una certa scrupolosità i certificati penali dei suoi dipendenti; e a maggior ragione dei dirigenti...
Pietro Troiani (“per i giudici fece portare alla Diaz le false molotov”) “nel 2017 è diventato comandante del centro operativo della Polstrada a Roma“. La Stampa ricorda che “secondo le carte del caso Diaz, è l’uomo che nella notte del 22 luglio 2001 ordinò a un assistente di trasportare nell’Istituto le bombe trovate il giorno prima in tutt’altra parte della città... Ha preso 3 anni”.
Spartaco Mortola è stato invece condannato ad un anno e due mesi. A seguito della condanna il prefetto aveva annunciato le sue dimissioni, respinte dal governo, ottenendo pieno sostegno sia da parte degli esponenti dell’allora maggioranza di centro destra sia da parte di quelli dell’opposizione di centro sinistra. Il 22 novembre 2011 il sostituto procuratore generale Francesco Iacoviello ha chiesto l’annullamento senza rinvio della sentenza di appello, richiesta accolta dalla corte di Cassazione che ha assolto Mortola e De Gennaro “perché i fatti non sussistono”
Vincenzo Canterini, comandante del reparto Mobile di Roma, uno dei responsabili dell’irruzione alla Diaz, condannato a 5 anni di reclusione (poi ridotti a 3 e 6 mesi dalla Cassazione per prescrizione di alcuni reati minori), ha poi scritto un libro su quanto avvenuto alla scuola Diaz di Genova, dopo il G8, in cui accusa gli alti vertici della Polizia di Stato, De Gennaro e Mortola, di aver cercato di depistare le indagini, scaricando tutte le colpe sui suoi uomini. «La Diaz fu una rappresaglia scientifica alla figuraccia mondiale per le prese in giro dei black bloc. Un tentativo, maldestro, di rifarsi un’immagine e una verginità giocando sporco, picchiando a freddo, sbattendo a Bolzaneto ospiti indesiderati assolutamente innocenti».
Ci fermiamo qui, inutile fare l’elenco completo, che gira da anni, del resto.
Quanto scritto basta e avanza per segnalare la contraddizione tra un potere dello Stato che chiede risarcimento a gente che ancora è stipendiata dallo Stato, e altri organi di quello stesso Stato che invece li tutela fino alla morte della ragione.
Ci deve essere un perché, e a noi sembra piuttosto chiaro...
Fonte
18/08/2018
Privatizzazioni, efficienza e costi: secondo la Corte dei Conti, già nel 2010, il bilancio non era positivo
La tragedia di Genova ha riacceso il dibattito sui reali effetti che le privatizzazioni hanno generato rispetto agli asset strategici nel nostro paese.
L'attenzione naturalmente si è concentrata sulla gestione delle Autostrade: il crollo del viadotto Polcevera pare da attribuire ad una carenza di manutenzione e di interventi, ed essendo un tratto autostradale la responsabilità potrebbe essere attribuita all’attività, od alla mancanza di attività, di Autostrade per l’Italia (cioè Atlantia spa, ex Autostrade spa, di cui il principale azionista è la famiglia Benetton).
Al netto delle speculazioni e delle strumentalizzazioni politiche che anche in questo caso non sono di certo mancate, forse una immane tragedia come questa meriterebbe una analisi seria ed approfondita sui motivi che l’hanno innescata.
Ci sono due livelli di analisi, e quindi di prospettive di intervento: il primo è quello in cui agisce la magistratura, che valuterà i fatti, accerterà le responsabilità ed eventualmente individuerà e punirà i colpevoli.
Il secondo livello è politico, ed è quello in cui bisogna verificare se i macro sistemi di gestione di asset ed infrastrutture pubbliche rispondono alle esigenze di sicurezza ed economiche della collettività a cui dovrebbero essere rivolti.
E’ qui che storicamente in Italia abbiamo dei problemi, perchè sentenze di condanna rispetto a vicende del genere ci sono anche state; il problema è che poi eventi disastrosi che spesso portano con sé vittime continuano a ripetersi. Se ne potrebbe evitare qualcuno, agendo in modo differente da quanto si sta facendo? Quasi sicuramente si.
Tornando al disastro di Genova, ed al dibattito che nel bene e nel male ne è scaturito, il tema è: l’attuale gestione delle nostre autostrade garantisce sicurezza ed efficienza? La fase economico-politica e le conseguenti scelte dal quale è scaturito questo modello di gestione ha avuto effetti positivi?
Un contributo serio arriva, a nostro parere, da una relazione della Corte dei Conti risalente al 2010: “Obbiettivi e risultati delle operazioni di privatizzazione di partecipazioni pubbliche” (potete consultare e scaricare il documento qui)
Un lavoro di approfondimento che riguarda quasi esclusivamente gli effetti economici della grande stagione delle privatizzazioni partita alla fine degli anni ’80 e di fatto esaurita.
Telecomunicazioni, trasporti, banche, infrastrutture, industria: questi i settori principali in cui si è deciso di dismettere le partecipazioni pubbliche ed “andare sul mercato”.
Con quali effetti?
Dal punto di vista che ci interessa evidenziare, è interessante leggere alcune righe contenute nelle conclusioni del documento:
Gli effetti delle privatizzazioni sul benessere dei consumatori sembrano ancora più controversi. Lo sono, come si è visto, per quanto riguarda i servizi bancari. E lo sono per i servizi autostradali e delle utilities. In particolare, analizzando nel dettaglio i prezzi dei servizi erogati dalle utilities (acqua, energia, trasporti, telecomunicazioni), si osserva una dinamica dei prezzi molto accentuata soprattutto nei settori dell’acqua, del gas e delle autostrade, e una forte riduzione nelle telecomunicazioni. Le relazioni annuali delle Autorità Amministrative Indipendenti, peraltro, evidenziano come le privatizzazioni e l’attuale corso della presenza pubblica nei settori dell’energia e del gas non impediscano che le tariffe a carico di ampie categorie di utenti siano notevolmente più elevate di quelle richieste agli utenti degli altri paesi europei, e ciò in ragione del permanere di situazioni di monopolio di rete, come nel caso della distribuzione del gas. A tal proposito, pur scontando gli effetti del più diretto impatto dell’andamento dei prezzi internazionali dei prodotti petroliferi, può meritare un approfondimento, da parte della competente Authority, il diverso più recente andamento, nell’ambito dello stesso settore (energia), delle tariffe del metano (in aumento) e di quelle dell’elettricità (in diminuzione). Così come meritano di essere approfondite le ragioni della continua lievitazione dei pedaggi autostradali, giustificata, oltre che dal 70% dell’inflazione reale (e non di quella programmata), dagli investimenti effettuati. Ancora meno soddisfacenti appaiono i risultati della privatizzazione delle banche per ciò che attiene al livello degli oneri che il sistema bancario pone a carico della clientela, che da tutte le indagini anche di recente condotte risulta sistematicamente e considerevolmente più elevato di quello riscontrato nella maggior parte degli altri paesi europei. Naturalmente i prezzi rappresentano soltanto un aspetto, seppur importante, dell’erogazione di servizi. Altrettanto importante è la loro qualità, la cui valutazione avrebbe richiesto una serie di altre complesse ed approfondite analisi. I dati mettono comunque in luce un aspetto particolarmente critico della privatizzazione nel caso di alcune utilities regolate, che, aumentando strategicamente il debito, hanno visto rafforzato il proprio potere negoziale nei confronti di un regolatore che può aver concesso incrementi tariffari nell’intento di contenere i maggiori rischi di insolvenza.Si tratta di un concetto estrapolato da una analisi molto ampia, che si concentra quasi esclusivamente sugli effetti economici. Ma qualche considerazione è possibile esprimerla, naturalmente.
La campagna di privatizzazioni ha attraversato un periodo lunghissimo (1985 – 2008): oltre 200 operazioni per circa 156 miliardi di euro di introiti. Si tratta del secondo programma di privatizzazioni più rilevante globalmente, dopo quello attuato in Giappone. L’obiettivo raggiunto è stato quello di ridurre di circa il 10% il debito pubblico, risultato però vanificato dall’incremento dello stesso debito di circa un quarto.
Gli effetti rispetto alla collettività sono stati differenti, molto variabili a seconda del settore di riferimento, ma il trend parla di un aumento di costi a prescindere dall’effettivo o meno recupero di efficienza.
Le performance sul mercato sono positive, in molti casi (a parte vicende clamorose come ad esempio quella di Alitalia), ma spesso ciò dipende dall’aumento delle tariffe al consumatore, non sempre giustificate dalla congiuntura economica e dagli investimenti realizzati.
E comunque, dovremmo sempre ricordare che si parla di servizi, spesso essenziali e rivolti inevitabilmente alla collettività.
Senza considerare la ricaduta occupazionale: l’ingresso in un mercato concorrenziale ed il conseguente adeguamento dei processi produttivi ha significato in molti casi un calo occupazionale.
Era il 2010: sarebbe interessante valutare la situazione – anche solo dal punto di vista finanziario – ad oggi.
Che qualcosa non stia funzionando, è sotto gli occhi di tutti, e non era necessaria un’altra tragedia per accorgersene.
Il Regno Unito, qualche mese fa, ha rinazionalizzato, temporaneamente, una tratta delle proprie ferrovie: i soggetti privati che le gestivano non avevano rispettato la concessione.
A chi sottolineava come la realtà del trasporto pubblico inglese potesse riassumersi spesso in “il pubblico si assume il rischio, i passeggeri pagano e le aziende fanno profitto”, il Segretario di Stato ai Trasporti rispose più o meno così: “Non possiamo aspettarci che le aziende si assumano responsabilità illimitate, altrimenti non farebbero offerte”.
Ecco, il problema sta tutto qui, forse: se parliamo di infrastrutture strategiche, di servizi essenziali, di sanità, di trasporto pubblico, di tutto quello che quotidianamente viene utilizzato da milioni di cittadini e che è indispensabile alla gestione quotidiana dell’esistenza, è possibile immaginare che chi se ne occupa abbia come primo pensiero il profitto? In un regime di mercato concorrenziale, però, funziona così. E privatizzare significa spostare aziende sul mercato, che è appunto concorrenziale.
Un ripensamento a questo punto sarebbe necessario, ma a due condizioni: deve essere serio, e non deve diventare l’ennesimo strumento di campagna elettorale.
Fonte
12/08/2017
Più bombardieri e meno pensioni. Questo è davvero il loro sistema...
In pochi giorni abbiamo avuto una chiara manifestazione di cosa sia il sistema che ci comanda e di quali siano le sue priorità e i suoi vincoli.
La Corte dei Conti ha analizzato i costi dei bombardieri F35, il governo si è impegnato ad acquistarne 90, e ha calcolato che costeranno il doppio del previsto, cioè tra i 150 e i 200 milioni ciascuno. La Corte ha aggiunto che le promesse di ricadute occupazionali di quell’acquisto, allora la propaganda di regime parlò di 10.000 posti di lavoro, non si sono minimamente realizzate. Tutto questo in realtà si sapeva sin dall’inizio, i governi che han deciso e confermato l’acquisto mentivano sapendo di mentire e la Corte dei Conti non ha fatto fatica a scoprire la verità. Verità che però non serve assolutamente a nulla, in quanto la stessa Corte ha concluso che comunque gli F35 vadano acquistati lo stesso. I bombardieri costano troppo? Non importa, compriamoli lo stesso.
La Ragioneria generale dello Stato invece ha spiegato, con grande allarme, che se non si andrà in pensione subito a 67 anni e tra un po’ a 70, i conti pubblici salteranno e il sistema non reggerà. Le ha fatto eco il capo dell’INPS, mister magic Tito Boeri, il quale ha pure squadernato le centinaia di miliardi che nel prossimo millennio dovrebbero pesare sulla spesa pubblica se si tornasse ad età della pensione più umane. Anche non voler morire di lavoro sta diventando estremismo umanitario e Boeri, che è “uomo di sinistra”, ha aggiunto che la pensione a 70 anni serve ai giovani e che tornare indietro da essa creerebbe ingiustizie. Del resto per lui un metalmeccanico, andato in pensione dopo 40 anni di fabbrica e a 60 anni di età, è un privilegiato.
Così le autorità del sistema, quei tecnici che piacciono tanto a politici e giornali che hanno rinunciato a pensare e a farci pensare, ci spiegano con brutale chiarezza che ci vogliono più bombardieri e meno pensioni, questo è l’equilibrio virtuoso.
Bene se questo è l’equilibrio del sistema dobbiamo proprio augurarci che il sistema salti, che i bombardieri spariscano e l’età della pensione torni ad essere sensata e civile. Dobbiamo augurarcelo, e soprattutto darci da fare perché succeda.
Fonte
La Corte dei Conti ha analizzato i costi dei bombardieri F35, il governo si è impegnato ad acquistarne 90, e ha calcolato che costeranno il doppio del previsto, cioè tra i 150 e i 200 milioni ciascuno. La Corte ha aggiunto che le promesse di ricadute occupazionali di quell’acquisto, allora la propaganda di regime parlò di 10.000 posti di lavoro, non si sono minimamente realizzate. Tutto questo in realtà si sapeva sin dall’inizio, i governi che han deciso e confermato l’acquisto mentivano sapendo di mentire e la Corte dei Conti non ha fatto fatica a scoprire la verità. Verità che però non serve assolutamente a nulla, in quanto la stessa Corte ha concluso che comunque gli F35 vadano acquistati lo stesso. I bombardieri costano troppo? Non importa, compriamoli lo stesso.
La Ragioneria generale dello Stato invece ha spiegato, con grande allarme, che se non si andrà in pensione subito a 67 anni e tra un po’ a 70, i conti pubblici salteranno e il sistema non reggerà. Le ha fatto eco il capo dell’INPS, mister magic Tito Boeri, il quale ha pure squadernato le centinaia di miliardi che nel prossimo millennio dovrebbero pesare sulla spesa pubblica se si tornasse ad età della pensione più umane. Anche non voler morire di lavoro sta diventando estremismo umanitario e Boeri, che è “uomo di sinistra”, ha aggiunto che la pensione a 70 anni serve ai giovani e che tornare indietro da essa creerebbe ingiustizie. Del resto per lui un metalmeccanico, andato in pensione dopo 40 anni di fabbrica e a 60 anni di età, è un privilegiato.
Così le autorità del sistema, quei tecnici che piacciono tanto a politici e giornali che hanno rinunciato a pensare e a farci pensare, ci spiegano con brutale chiarezza che ci vogliono più bombardieri e meno pensioni, questo è l’equilibrio virtuoso.
Bene se questo è l’equilibrio del sistema dobbiamo proprio augurarci che il sistema salti, che i bombardieri spariscano e l’età della pensione torni ad essere sensata e civile. Dobbiamo augurarcelo, e soprattutto darci da fare perché succeda.
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