di Chiara Cruciati
Sale il numero dei
manifestanti uccisi in Iraq, attraversata da tre giorni di proteste
popolari che prendono di mira tutte le manchevolezze e le colpe del
governo. Corruzione, disoccupazione, mancanza di servizi accompagnano il
paese da anni, decenni, dall’inizio dell’occupazione americana nel 2003
a oggi, senza soluzione di continuità.
E se negli anni appena trascorsi, sporadicamente, eruzioni di violenza hanno avuto come teatro Baghdad e il sud petrolifero, di
nuovo i due poli a maggioranza sciita sono i cuori della protesta
contro il governo di Adel Abdul Mahdi, nato dopo mesi di consultazioni e
crisi interne post elezioni del maggio 2018.
Sarebbero almeno 13 gli uccisi, tra manifestanti e
poliziotti, oltre 400 i feriti, tra Baghdad e il sud, tra Bassora e
Nassiriya, i centri pulsanti della produzione del greggio iracheno
eppure senza lavoro né servizi, come avevano ben dimostrato le
ultime due estati, trascorse tra le manifestazioni di protesta degli
abitanti, costretti a vivere tra continui blackout elettrici con oltre
45 gradi di temperatura nonostante a poca distanza le compagnie
straniere continuassero a estrarre petrolio per l’esportazione.
La polizia usa gas lacrimogeni, cannoni ad acqua proiettili di gomma e
proiettili veri per ricacciare indietro i manifestanti che in alcuni
casi hanno preso di mira uffici pubblici e sedi governative e in altri
hanno usato le armi. Alta tensione nella Zona Verde, il centro
di Baghdad dove hanno sede le ambasciate straniere, il parlamento e i
ministeri, riaperto alla cittadinanza lo scorso dicembre dopo 16 anni di
chiusura totale. Qui internet è stato bloccato, mentre gli uffici
venivano chiusi e un’esplosione veniva registrata nella notte:
secondo fonti della sicurezza irachena, due missili diretti verso
l’ambasciata statunitense. Da cui la rinnovata chiusura della Zona
Verde, di nuovo inaccessibile.
A Baghdad il governo ha imposto il coprifuoco a tempo
indeterminato a partire dalle 5 di questa mattina: “Tutti i veicoli e
gli individui hanno il divieto totale di transito a Baghdad dalle 5 di
oggi, giovedì, e fino a nuovo ordine”, si legge nel comunicato
del primo ministro emesso la notte scorsa. Poche le eccezioni: i
viaggiatori da e per l’aeroporto, le ambulanze, i dipendenti di ospedali
e dipartimenti dell’acqua e dell’elettricità, i pellegrini. Ai
governatori provinciali Abdul Mahdi ha dato l’autorità di decidere o
meno il coprifuoco nelle province.
Secondo quanto riportato dal corrispondente di al-Jazeera
nella capitale, stamattina erano pochissime le auto e le persone
visibili nel centro cittadino, generalmente un caos di veicoli e pedoni.
Baghdad silente, o quasi: colpi di arma da fuoco sono stati
registrati a Tahrir Square, il centro delle proteste, dove alcune decine
di manifestanti hanno dato fuoco a copertoni e sono stati circondati
dalla polizia. E piccole proteste stanno comunque sfidando la chiusura,
lontano dal centro.
Anche stavolta, come negli anni passati, a intitolarsi la piazza è il
movimento sadrista. Vincitore delle elezioni di un anno e mezzo fa
insieme al partito comunista, protagonista di un lento riavvicinamento a
Teheran, il religioso sciita Moqtada al-Sadr è rimasto agli occhi della
comunità sciita come una delle poche voci di critica e battaglia alle tare
strutturali del disfunzionale Stato iracheno: ricchezze mangiate dalla
corruzione, incapacità politica, marginalizzazione delle classi povere
alla luce di miliardi di dollari per la ricostruzione piovuti dal
decennio scorso e scomparsi.
È sua la chiamata allo sciopero generale, che potrebbe accendere
ulteriormente le proteste, sebbene la sua lista politica “Sairoun” è
parte della coalizione di governo.
Ma la situazione rischia di esplodere: la rabbia della gente,
soprattutto dei giovani, la stragrande maggioranza della popolazione,
senza lavoro né prospettive ha fatto saltare il tappo. Spesso lontani
dai partiti politici, sono scesi in strada spontaneamente per
rivendicare condizioni di vita dignitose. Il loro grido “Il popolo vuole
la caduta del regime” richiama immediatamente gli slogan simbolo delle
primavere arabe del 2011 che non hanno toccato l’Iraq.
Che ha invece attraversato anni di disperazione, terrorismo,
occupazione di un terzo del paese da parte dell’Isis, di centinaia di
miliardi di dollari di finanziamenti per la ricostruzione svaniti nelle
pieghe della corruzione (Baghdad è il 12esimo paese più corrotto al
mondo secondo l’indice Transparency International’s Corruption
Perceptions Index). E che oggi, all’orizzonte, vede arrivare un nuovo
conflitto, quello tra Iran e Stati Uniti, che potrebbe avere come
terreno di scontro un paese in guerra permanente dal secolo scorso.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/10/2019
18/08/2018
Privatizzazioni, efficienza e costi: secondo la Corte dei Conti, già nel 2010, il bilancio non era positivo
La tragedia di Genova ha riacceso il dibattito sui reali effetti che le privatizzazioni hanno generato rispetto agli asset strategici nel nostro paese.
L'attenzione naturalmente si è concentrata sulla gestione delle Autostrade: il crollo del viadotto Polcevera pare da attribuire ad una carenza di manutenzione e di interventi, ed essendo un tratto autostradale la responsabilità potrebbe essere attribuita all’attività, od alla mancanza di attività, di Autostrade per l’Italia (cioè Atlantia spa, ex Autostrade spa, di cui il principale azionista è la famiglia Benetton).
Al netto delle speculazioni e delle strumentalizzazioni politiche che anche in questo caso non sono di certo mancate, forse una immane tragedia come questa meriterebbe una analisi seria ed approfondita sui motivi che l’hanno innescata.
Ci sono due livelli di analisi, e quindi di prospettive di intervento: il primo è quello in cui agisce la magistratura, che valuterà i fatti, accerterà le responsabilità ed eventualmente individuerà e punirà i colpevoli.
Il secondo livello è politico, ed è quello in cui bisogna verificare se i macro sistemi di gestione di asset ed infrastrutture pubbliche rispondono alle esigenze di sicurezza ed economiche della collettività a cui dovrebbero essere rivolti.
E’ qui che storicamente in Italia abbiamo dei problemi, perchè sentenze di condanna rispetto a vicende del genere ci sono anche state; il problema è che poi eventi disastrosi che spesso portano con sé vittime continuano a ripetersi. Se ne potrebbe evitare qualcuno, agendo in modo differente da quanto si sta facendo? Quasi sicuramente si.
Tornando al disastro di Genova, ed al dibattito che nel bene e nel male ne è scaturito, il tema è: l’attuale gestione delle nostre autostrade garantisce sicurezza ed efficienza? La fase economico-politica e le conseguenti scelte dal quale è scaturito questo modello di gestione ha avuto effetti positivi?
Un contributo serio arriva, a nostro parere, da una relazione della Corte dei Conti risalente al 2010: “Obbiettivi e risultati delle operazioni di privatizzazione di partecipazioni pubbliche” (potete consultare e scaricare il documento qui)
Un lavoro di approfondimento che riguarda quasi esclusivamente gli effetti economici della grande stagione delle privatizzazioni partita alla fine degli anni ’80 e di fatto esaurita.
Telecomunicazioni, trasporti, banche, infrastrutture, industria: questi i settori principali in cui si è deciso di dismettere le partecipazioni pubbliche ed “andare sul mercato”.
Con quali effetti?
Dal punto di vista che ci interessa evidenziare, è interessante leggere alcune righe contenute nelle conclusioni del documento:
Gli effetti delle privatizzazioni sul benessere dei consumatori sembrano ancora più controversi. Lo sono, come si è visto, per quanto riguarda i servizi bancari. E lo sono per i servizi autostradali e delle utilities. In particolare, analizzando nel dettaglio i prezzi dei servizi erogati dalle utilities (acqua, energia, trasporti, telecomunicazioni), si osserva una dinamica dei prezzi molto accentuata soprattutto nei settori dell’acqua, del gas e delle autostrade, e una forte riduzione nelle telecomunicazioni. Le relazioni annuali delle Autorità Amministrative Indipendenti, peraltro, evidenziano come le privatizzazioni e l’attuale corso della presenza pubblica nei settori dell’energia e del gas non impediscano che le tariffe a carico di ampie categorie di utenti siano notevolmente più elevate di quelle richieste agli utenti degli altri paesi europei, e ciò in ragione del permanere di situazioni di monopolio di rete, come nel caso della distribuzione del gas. A tal proposito, pur scontando gli effetti del più diretto impatto dell’andamento dei prezzi internazionali dei prodotti petroliferi, può meritare un approfondimento, da parte della competente Authority, il diverso più recente andamento, nell’ambito dello stesso settore (energia), delle tariffe del metano (in aumento) e di quelle dell’elettricità (in diminuzione). Così come meritano di essere approfondite le ragioni della continua lievitazione dei pedaggi autostradali, giustificata, oltre che dal 70% dell’inflazione reale (e non di quella programmata), dagli investimenti effettuati. Ancora meno soddisfacenti appaiono i risultati della privatizzazione delle banche per ciò che attiene al livello degli oneri che il sistema bancario pone a carico della clientela, che da tutte le indagini anche di recente condotte risulta sistematicamente e considerevolmente più elevato di quello riscontrato nella maggior parte degli altri paesi europei. Naturalmente i prezzi rappresentano soltanto un aspetto, seppur importante, dell’erogazione di servizi. Altrettanto importante è la loro qualità, la cui valutazione avrebbe richiesto una serie di altre complesse ed approfondite analisi. I dati mettono comunque in luce un aspetto particolarmente critico della privatizzazione nel caso di alcune utilities regolate, che, aumentando strategicamente il debito, hanno visto rafforzato il proprio potere negoziale nei confronti di un regolatore che può aver concesso incrementi tariffari nell’intento di contenere i maggiori rischi di insolvenza.Si tratta di un concetto estrapolato da una analisi molto ampia, che si concentra quasi esclusivamente sugli effetti economici. Ma qualche considerazione è possibile esprimerla, naturalmente.
La campagna di privatizzazioni ha attraversato un periodo lunghissimo (1985 – 2008): oltre 200 operazioni per circa 156 miliardi di euro di introiti. Si tratta del secondo programma di privatizzazioni più rilevante globalmente, dopo quello attuato in Giappone. L’obiettivo raggiunto è stato quello di ridurre di circa il 10% il debito pubblico, risultato però vanificato dall’incremento dello stesso debito di circa un quarto.
Gli effetti rispetto alla collettività sono stati differenti, molto variabili a seconda del settore di riferimento, ma il trend parla di un aumento di costi a prescindere dall’effettivo o meno recupero di efficienza.
Le performance sul mercato sono positive, in molti casi (a parte vicende clamorose come ad esempio quella di Alitalia), ma spesso ciò dipende dall’aumento delle tariffe al consumatore, non sempre giustificate dalla congiuntura economica e dagli investimenti realizzati.
E comunque, dovremmo sempre ricordare che si parla di servizi, spesso essenziali e rivolti inevitabilmente alla collettività.
Senza considerare la ricaduta occupazionale: l’ingresso in un mercato concorrenziale ed il conseguente adeguamento dei processi produttivi ha significato in molti casi un calo occupazionale.
Era il 2010: sarebbe interessante valutare la situazione – anche solo dal punto di vista finanziario – ad oggi.
Che qualcosa non stia funzionando, è sotto gli occhi di tutti, e non era necessaria un’altra tragedia per accorgersene.
Il Regno Unito, qualche mese fa, ha rinazionalizzato, temporaneamente, una tratta delle proprie ferrovie: i soggetti privati che le gestivano non avevano rispettato la concessione.
A chi sottolineava come la realtà del trasporto pubblico inglese potesse riassumersi spesso in “il pubblico si assume il rischio, i passeggeri pagano e le aziende fanno profitto”, il Segretario di Stato ai Trasporti rispose più o meno così: “Non possiamo aspettarci che le aziende si assumano responsabilità illimitate, altrimenti non farebbero offerte”.
Ecco, il problema sta tutto qui, forse: se parliamo di infrastrutture strategiche, di servizi essenziali, di sanità, di trasporto pubblico, di tutto quello che quotidianamente viene utilizzato da milioni di cittadini e che è indispensabile alla gestione quotidiana dell’esistenza, è possibile immaginare che chi se ne occupa abbia come primo pensiero il profitto? In un regime di mercato concorrenziale, però, funziona così. E privatizzare significa spostare aziende sul mercato, che è appunto concorrenziale.
Un ripensamento a questo punto sarebbe necessario, ma a due condizioni: deve essere serio, e non deve diventare l’ennesimo strumento di campagna elettorale.
Fonte
16/02/2018
La Sanità e la salute pubblica? E’ solo business, state tranquilli!
Quando si parla di messa a profitto dei diritti, si potrebbe correre il rischio di risultare un po’ vaghi, un po’ generici.
Che significa “mettere a valore” un diritto? Significa volere o dovere fare profitto dall’erogazione di un servizio essenziale.
Un ottimo esempio, utile a contestualizzare in modo chiaro la questione, è la sanità. In nostro soccorso arriva un interessante articolo pubblicato dal Sole 24 Ore sia nella sua edizione cartacea sia in quella online.
Questo è il link, e forse è interessante leggerlo, prima di andare avanti con un po’ di analisi.
L’autore, che è il Presidente di Confindustria Lombardia, analizza dal punto di vista della redditività il “settore industriale” della sanità Lombarda, che rappresenta l’11% del Pil “con una produzione di 55,8 miliardi di euro, oltre 20,7 miliardi di valore aggiunto prodotto, circa 339mila addetti e una densità scientifica ai livelli delle regioni benchmark”.
Dal punto di vista dell’autore dell’articolo l’analisi è perfetta: settore in crescita, da sostenere con opportuni investimenti.
C’è un problema, però, che a noi è balzato agli occhi immediatamente: stiamo parlando di salute. E allora? Nell’articolo si parla di “universalismo delle cure” e di “libertà di scelta del luogo di erogazione”, ma siamo certi che bastino queste due affermazioni per sistemare la questione di fondo del problema? E se garantire cure universali rappresenta, per qualsiasi motivo contingente, un investimento in perdita?
Ecco, sta tutta qui l’enorme contraddizione dell’approccio “capitalistico” al tema dell’erogazione dei servizi essenziali.
Guardare alla sanità come motore economico significa parlare di un mercato nel quale il paziente è un cliente e la prestazione sanitaria, e quindi la salute, sono la merce. Un mercato in cui c’è concorrenza: tra pubblico e privato, tra privato e privato. Solitamente, in mercati liberi, a vincere è una offerta di qualità che abbia un costo accessibile: più si richiede qualità, più si diventa clienti di nicchia, che spendono tanto ed ottengono tanto. Se non appartieni a questa categoria, ti accontenti di quello che puoi pagare. E se non hai quasi nulla? Quale mercato è disponibile per te?
Queste sono le considerazioni che vanno fatte, a nostro parere.
In un paese in cui l’età media cresce, la popolazione si invecchia, un uomo su due ed una donna su tre sono statisticamente a rischio di tumore, beh è ovvio che la sanità possa essere volano industriale e settore di investimento.
Ma in Italia si assiste anche ad un generale impoverimento della popolazione, il che porta ad una ulteriore domanda: a chi sarebbe riservato l’accesso ad un mercato in cui pubblico e privato sono in concorrenza, devono investire e devono poi rientrare degli investimenti?
E’ una questione di visione del mondo e di priorità: se al primo posto c’è la tutela della salute collettiva, allora il ragionamento non regge, e l’unica necessità vera è quella di sostenere la sanità pubblica, finanziandola e rendendola strumento di eguaglianza sociale – almeno nella malattia!
Fonte
Che significa “mettere a valore” un diritto? Significa volere o dovere fare profitto dall’erogazione di un servizio essenziale.
Un ottimo esempio, utile a contestualizzare in modo chiaro la questione, è la sanità. In nostro soccorso arriva un interessante articolo pubblicato dal Sole 24 Ore sia nella sua edizione cartacea sia in quella online.
Questo è il link, e forse è interessante leggerlo, prima di andare avanti con un po’ di analisi.
L’autore, che è il Presidente di Confindustria Lombardia, analizza dal punto di vista della redditività il “settore industriale” della sanità Lombarda, che rappresenta l’11% del Pil “con una produzione di 55,8 miliardi di euro, oltre 20,7 miliardi di valore aggiunto prodotto, circa 339mila addetti e una densità scientifica ai livelli delle regioni benchmark”.
Dal punto di vista dell’autore dell’articolo l’analisi è perfetta: settore in crescita, da sostenere con opportuni investimenti.
C’è un problema, però, che a noi è balzato agli occhi immediatamente: stiamo parlando di salute. E allora? Nell’articolo si parla di “universalismo delle cure” e di “libertà di scelta del luogo di erogazione”, ma siamo certi che bastino queste due affermazioni per sistemare la questione di fondo del problema? E se garantire cure universali rappresenta, per qualsiasi motivo contingente, un investimento in perdita?
Ecco, sta tutta qui l’enorme contraddizione dell’approccio “capitalistico” al tema dell’erogazione dei servizi essenziali.
Guardare alla sanità come motore economico significa parlare di un mercato nel quale il paziente è un cliente e la prestazione sanitaria, e quindi la salute, sono la merce. Un mercato in cui c’è concorrenza: tra pubblico e privato, tra privato e privato. Solitamente, in mercati liberi, a vincere è una offerta di qualità che abbia un costo accessibile: più si richiede qualità, più si diventa clienti di nicchia, che spendono tanto ed ottengono tanto. Se non appartieni a questa categoria, ti accontenti di quello che puoi pagare. E se non hai quasi nulla? Quale mercato è disponibile per te?
Queste sono le considerazioni che vanno fatte, a nostro parere.
In un paese in cui l’età media cresce, la popolazione si invecchia, un uomo su due ed una donna su tre sono statisticamente a rischio di tumore, beh è ovvio che la sanità possa essere volano industriale e settore di investimento.
Ma in Italia si assiste anche ad un generale impoverimento della popolazione, il che porta ad una ulteriore domanda: a chi sarebbe riservato l’accesso ad un mercato in cui pubblico e privato sono in concorrenza, devono investire e devono poi rientrare degli investimenti?
E’ una questione di visione del mondo e di priorità: se al primo posto c’è la tutela della salute collettiva, allora il ragionamento non regge, e l’unica necessità vera è quella di sostenere la sanità pubblica, finanziandola e rendendola strumento di eguaglianza sociale – almeno nella malattia!
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