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mercoledì 14 novembre 2018

Hunger Games Italia

Di tutto possono essere accusati i leghisti, meno che di non sapere quello che stanno facendo.

Se accostiamo il “decreto sicurezza” – ukaze governativo centrale – con la delibera della Regione Lombardia che trasforma il personale viaggiante dei trasporti locali in “poliziotti” abbiamo l’incrocio esemplare tra “enunciazione dei princìpi” e realizzazione pratica. Orrendo e puzzolente, certo, ma per nulla equivoco. Semplice come un rifiuto solido lasciato sul marciapiede, ma che non si può aggirare ricorrendo alle sole parole.

In tutta la politica securitaria della Lega, oggi candidata a diventare il partito dei padroni “Itagliani”, c’è una costante che va colta una volta per tutte: il popolo è il nemico, e il potere si blinda per tenerlo a freno con mezzi militari, per ora polizieschi. Dirla così non porta voti, e dunque “il popolo” viene scomposto in figure sociali deboli, marginali, spesso già viste con sospetto da una popolazione mediamente di alta età, resa insicura dal reddito in calo, i servizi sociali scadenti (tra cui massimamente il trasporto pubblico semi-privatizzato e la sanità oggetto di continui tagli), le pensioni da fame (quelle “d’oro”, inutile dirlo, non vanno a chi sta in basso...)

E dunque, per ora, il “decreto sicurezza” indica i “nemici sociali” più facili: immigrati (preferibilmente “negri”, perché più facili da riconoscere anche da lontano, mentre i magrebini presentano troppo somiglianze con i “terroni”, da pochi mesi riabilitati nell’immaginario leghista in quanto “itagliani”), zingari, tossicodipendenti (a meno che non siano ragazze minorenni che muoiono in circostanze raccapriccianti), occupanti di case e/o di spazi sociali, oppositori politico-sindacali, ecc.

Se dovessimo restare al piano delle formulazioni sociologiche, il giudizio su questa logica sarebbe facile, ma al tempo stesso sterile. “Reazionaria” è l'aggettivo che scuote coscienze già avvertite, ma non significa nulla alle orecchie di persone che fanno fatica a riconoscere in un altro debole la propria stessa fragilità, e dunque ad identificare meglio il vero nemico.

La giunta leghista lombarda, però, si è presa l’incarico di chiarire meglio cosa significa – nella vita quotidiana – la visione salviniana della “sicurezza”. Ri-qualificare i bigliettai come “poliziotti” non porta nessuna “sicurezza” in più, su un autobus o un treno. Al massimo permette di incrementare la pena per coloro che entrano in conflitto con uno di loro, qualsiasi ne sia la ragione.

Abbiamo messo in evidenza l’ultima frase perché consente di demolire in pochi colpi l’immaginario farlocco alla base di tutto l’impianto securitario leghista.

I salviniani di ogni mestiere e livello hanno molto enfatizzato, negli ultimi anni, alcuni episodi di cronaca in cui alcuni controllori di treno o autobus sono stati aggrediti o sono finiti in rissa con alcuni viaggiatori “extracomunitari”. In alcuni casi per colpa dello stesso controllore (un leghista non riesce a non comportarsi come tale anche mentre lavora), più spesso per i normali casi di mancanza di biglietto, per la presenza di una banda vera e propria, ecc. Molte altre volte – ma le cronache in questo caso relegano la notizia tra le questioncelle locali, a fondo pagina o servizio – per i quotidiani ritardi e cancellazioni di tratte utilizzate dai pendolari.

L’obbiettivo è dunque evidente: isolare le “figure nemiche” dalla massa dei viaggiatori, comunque già tutti incazzati per le condizioni in cui devono muoversi, e concentrare su di loro il malessere sociale, delegando ovviamente alle varie polizie il compito di “dare una lezione” ai “devianti”.

Ma una decisione del genere – “poliziottare” i controllori – ha conseguenze durature nel tempo, ben al di là dell’“emergenza” indicata dalle cronache. Basteranno due o tre diverbi finiti in rissa, con tanto di condanne detentive anche consistenti, a “convincere” molti devianti a muoversi altrimenti. A quel punto, come massa “nemica” da disciplinare, non resteranno che i pendolari, episodicamente protagonisti di proteste (con relativo blocco dei binari, ora definito però reato penale dal nuovo “decreto sicurezza”) o di sfoghi rabbiosi non sempre beneducati.

Basta grattare un poco la superficie del leghista e ci trovi il solito reazionario classista vecchio stile. Così vecchio da risalire a prima del Novecento, con un sapore molto “Sabaudo”.

Succede spesso, anche a noi, di qualificare questa logica come “fascista”, ma non è esatto. Anche se ovviamente l’esibizione di potenza militaresca da parte di chi sta al governo è sempre, in varia misura, uguale nei secoli.

C’è però una differenza epocale che va sottolineata. Il “fascismo storico”, per quanto violento e miserabile, interpretava in modo certamente reazionario e autoritario una esigenza di “modernizzazione della società e dello Stato” che, nello stesso periodo, veniva interpretata in modo anche molto differente (dal new deal rooseveltiano al socialismo sovietico).

Una modernizzazione che rilanciava il processo di sviluppo, la crescita, l’occupazione (per esempio: venne allora costruito l’IRI, Istituto per la Ricostruzione Industriale, con il “pubblico” che si prendeva l’onere di realizzare quel che “il privato” si rifiutava di fare per manifesta vigliaccheria o incapacità). Con una ridistribuzione infame della ricchezza – in Italia – che andava a premiare soprattutto latifondisti, rentier e nuovi ricchi (i gerarchi e le loro clientele). Oltre che la famiglia Agnelli...

Un secolo è passato. Qui non si vede nessuna crescita all’orizzonte; né sul breve, né sul lungo periodo. Non c’è da gestire alcuna modernizzazione, ma al contrario un declino inarrestabile. Con imprese che se ne vanno verso paesi a costo del lavoro zero, altre che vengono conquistate da multinazionali interessate solo al know how (e dopo chiudono), altre che falliscono per incapacità di mettersi all’altezza della concorrenza. Anche il governo grillin-leghista si limita ad accompagnare lo scivolamento verso il baratro (basta guardare le vicende di Ilva, Alitalia, Telecom, ecc, per non dire delle “private” Pernigotti, Bekaert, ecc.), senza alcuna idea di politica industriale.

Servirebbero statisti capaci di individuare il senso di questo tempo e disegnare un progetto di società da qui a 30 anni, e contemporaneamente di risolvere i mille problemi contingenti di una società complessa che corre verso l’impoverimento (secondo le indicazioni dell’Unione Europea e le pressioni dei “mercati”).

Ma ci troviamo di fronte gente che non ha alcuna soluzione e non dispone neppure degli strumenti per cercarne qualcuna che funzioni (anche a prescindere dalle “visioni del mondo” interiorizzate). Come per il trasporto urbano o regionale, in assenza di “piani” e di fondi per realizzarli, si fa prima a criminalizzare i passeggeri – chiunque essi siano – che a migliorare il servizio. Tanto qualcuno ci guadagna lo stesso e foraggerà “il legislatore”...

In questo scenario “l’insicurezza sociale” è massima, diffusa tra figure anche agli antipodi; sia tra chi ha molto, sia tra chi ha poco e persino tra chi ha nulla. E la Lega – con supporto acefalo dei Cinque Stelle – definisce un sistema repressivo fatto per difendere “chi ha” dalle crescenti masse di popolazione che non hanno nulla o hanno sempre meno.

E’ uno schema ottocentesco: i ricchi “veri” chiusi in cittadelle inespugnabili, difese dalle truppe migliori, alla Elysium; il “ceto medio impoverito” abbindolato col diritto di sparare nei dintorni di casa propria o col “bigliettaio sceriffo”; tutti gli altri ai margini, frammentati e in guerra tra loro, negli hunger games all’italiana.

Ma soprattutto da tenere a bada perché un giorno o l’altro – com’è inevitabile ed è sempre accaduto – potrebbero capire il gioco e riversarsi tutti insieme contro il comune e vero nemico.

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