Occuparsi dei discorsi di Trump è un lavoro pressoché inutile. Quel che dice, corregge, smentisce, ripete, nega, è un guazzabuglio tale da costringere a pensare che sia tutta fuffa per nascondere le sue vere intenzioni.
Il problema è soprattutto per chi deve prendere decisioni in tempo reale in base alle sue dichiarazioni. Per esempio le borse asiatiche – ieri notte – e il prezzo del petrolio. Alle parole «la guerra durerà ancora due o tre settimane» i titoli azionari hanno preso a salire e il greggio a scendere vicino ai 101 dollari, assaporando il ritorno alla normalità, ossia alla prevedibilità del futuro a medio termine.
Quando ha minacciato di «riportare l’Iran all’età della pietra» e distruggere tutti i suoi impianti petroliferi c’è stato un crollo immediato e il prezzo del petrolio è di nuovo volato intorno ai 108 dollari al barile.
Due cose sono apparse però chiarissime. L’America ha fretta di chiudere questa guerra perché l’economia è minacciata dalla stagflazione, il mondo «Maga» soffre, il consenso cala, le elezioni di autunno in questo momento sarebbe perse con grande scarto di punti, mettendo a rischio la stessa permanenza di Trump alla Casa Bianca (l’impeachment è dietro l’angolo, se il Congresso va ai «dem»).
Per chiudere «vittoriosamente» la guerra, però, gli Usa hanno bisogno di un fuoco di artificio finale che renda credibile il farla finita «per manifesta superiorità». Ma il sistema politico e militare iraniano non sembra disposto a concedere questa possibilità, rispondendo colpo su colpo, anche con notevole precisione, e smentendo persino che ci siano trattative in corso (altro tormentone trumpiano, declinato al solito sul «mi implorano per una tregua»).
Il che porta fatalmente a pensare ad un «colpo da matti» tipo l’attacco agli impianti petroliferi e di desalinizzazione dell’acqua, che però – è certo – provocherebbero una risposta simmetrica a danno degli impianti analoghi in tutti i paesi del Golfo, peraltro spesso posseduti o semi-controllati dalle «sette sorelle» occidentali.
A quel punto il disastro sarebbe completo, come già spiegato altre volte su queste pagine, perché la scarsità di rifornimenti di idrocarburi impedirebbe fisicamente di mantenere l’attuale livello di produzione complessiva (industriale, agricola, ecc.) per quasi tutto il Mondo.
La frustrazione dell’amministrazione Trump appare evidente anche dall’insistenza con cui il tycoon continua a scaricare sugli alleati Nato l’accusa di vigliaccheria e irriconoscenza. Lasciamo da parte la logica – gli Usa hanno deciso di fare una guerra insieme ad Israele senza neanche avvertire gli alleati – e occupiamoci della contraddizione in termini.
Trump si è lamentato che gli alleati non siano corsi in suo aiuto per «liberare lo Stretto di Hormuz», ma ora afferma che a lui quello Stretto non serve e far fluire il traffico navale lì sarebbe un problema degli altri, perché il petrolio l’America ce l’ha.
È evidente che occupare militarmente lo Stretto sarebbe un’operazione ad altissimo costo (militare, economico, umano) e di durata temporale imprevedibile, altro che due o tre settimane. Dunque bisogna rinunciare a quell’idea ma far apparire questa rinuncia come tutto sommato irrilevante. Eppure fino all’altro ieri la riapertura dello Stretto – che comunque è già aperto, ma solo per i paesi neutrali o amici dell’Iran – era addirittura la condizione posta a Teheran per concedere una tregua o la fine della guerra.
Usciamo da questo delirio e facciamoci la domanda più semplice: chi può pensare di trattare con un essere siffatto? Quale fiducia si può avere in un qualsiasi impegno che dovesse prendere?
È il dilemma che, indirettamente, stanno cercando di sbrogliare i partner della Nato, ancora una volta minacciati di abbandono. Devono per forza rifiutarsi di aderire agli ordini di Trump («andate a prendervi il petrolio nello Stretto»), ma contemporaneamente mostrarsi ancora fedeli. Non tanto quanto quell’idiota di Mark Rutte, criticato ormai da tutta Europa per come si mostra obbediente alla Casa Bianca, ma abbastanza da non ammettere lo scioglimento dell’Alleanza.
Il problema è però sul tavolo: senza gli Usa davvero impegnati, cosa resta della Nato e della «difesa europea»? Vero è che sciogliere l’Alleanza sarebbe complicato sul piano dei trattati (l’uscita dovrebbe essere approvata dai due terzi del Congresso Usa), ma appare chiaro che con un alleato così riluttante pretendere eventualmente l’applicazione dell’art 5 (obbligo di mutua assistenza in caso di aggressione) sarebbe illusorio. E senza quella garanzia l’Alleanza stessa smette di esistere come organizzazione operativa.
Uno dei diplomatici europei intervistato da POLITICO in condizioni di anonimato ha spiegato che «La NATO è paralizzata, non riescono nemmeno a tenere riunioni». «È abbastanza chiaro che la NATO si sta già sgretolando», aggiungendo che l’Europa deve rafforzare urgentemente le proprie difese: «Non possiamo aspettare che sia completamente morta».
Altro bel rebus, bisogna dire: come si fa un riarmo drastico in piena crisi economica, con i vincoli di bilancio di Maastricht, l’austerità che obbliga a far rientrare il deficit sotto il 3% e popolazioni fortemente contrarie?
Rovesciando il punto di vista – da occidentale a universale – si può notare meglio come sia l’intero Occidente capitalistico a rischio di implosione, dopo cinque secoli di sfruttamento intensivo del Mondo.
Potrebbe essere una buona notizia per il Mondo, se al comando ci fossero esseri umani razionali e guidati dal principio di cooperazione, anziché di competizione nell’accaparramento senza limiti.
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