Mentre l’attenzione pubblica è dirottata sapientemente su un solo tema – la guerra in Ucraina – il governo Draghi procede sotto la linea di galleggiamento con le sue misure economiche, concordate con l’Unione Europea come parte integrante del Recovery Fund.
Ed è in qualche modo straordinario vedere come la maggioranza bulgara disposta a mandare armi, ad obbedire in tutto e per tutto alla Nato e alla UE in una materia altamente rischiosa come la guerra, si spacchi clamorosamente intorno a una questione decisamente meno importante: la riforma del catasto.
La Commissione Finanze della Camera ha approvato il testo governativo con 23 voti contro 22, grazie al “tradimento” di un parlamentare “centrista” che non se l’è sentita di mandare sotto il governo su una faccenda del genere. Tanto più che la sottosegretaria Maria Cecilia Guerra aveva esplicitamente minacciato la crisi di governo se il provvedimento non fosse stato approvato.
Se ne riparlerà in aula, perché la Commissione ha solo il potere di ammettere un testo alla discussione del Parlamento oppure no. Ma gli schieramenti in campo restano decisamente agguerriti: pardon, accatastat...
Forza Italia e Lega hanno infatti tentato fino all’ultimo di ‘ridimensionare’ la norma (ridefinizione degli estimi su cui si pagano le tasse, visto che sono tutti molto vecchi e spesso basati su valori lontanissimi da quelli di mercato attuali, specie nei centri storici) e raggiungere un compromesso: “ok alla mappatura purché si metta nero su bianco che non comporterà nuove tasse sulla casa e si proceda con la sola emersione degli immobili ‘fantasma’”.
Insieme a loro i fascisti ripuliti di Fratelli d’Italia, che fiutava la possibilità di mandare il governo in tilt e rafforzare così il proprio successo nei sondaggi.
Il tema è d’altronde fortemente impopolare, visto che la platea dei proprietari di casa – spesso solo virtuali, visto che ci sono in giro mutui immobiliari per 200 miliardi; ossia debiti e ipoteche – sfiora ormai l’80%.
Parlare di aumento delle tasse sulla casa significa sollevare un vespaio sociale incredibile, anche se le case sono molto diverse le une dalle altre. Chi sta in immobili di pregio, chi in catapecchie autocostruite, chi nei centri storici chi in periferie degradate, ecc.
Ma i partiti di cui abbiamo parlato rappresentano soprattutto la media e piccola borghesia, che ha vissuto e fatto soldi – fin qui – più con l’evasione fiscale che con il successo imprenditoriale. Ma questa è l’”avanguardia caciarona” che cerca di strumentalizzare un intero popolo che non sa bene cosa stia bollendo in pentola.
Draghi e i suoi boys – espressione di una borghesia molto più ricca, multinazionale e forte (“europea”, insomma) – non hanno del resto chiarito quale gioco intendano fare e quindi quali fasce sociali colpire con la riforma degli estimi catastali. L’unica affermazione fatta – “non cambierà nulla dal punto di vista fiscale” – è chiaramente una menzogna: perché fare quel lavoro immenso (rivedere gli estimi di tutti gli immobili in Italia) per restare con gettito identico?
In linea puramente teorica sarebbe anche possibile – alzando di molto l’imponibile per gli immobili prestigiosi e diminuendo un po’ quelli degli alloggi di tipo “popolare” – ma il riserbo fin qui tenuto fa sospettare che non sarà affatto così. Molto più probabile, e semplice da fare, un incremento generale “proporzionale” che andrebbe a colpire maggiormente i redditi più bassi (come avviene per ogni aumento dell’Iva, del resto).
Proprio mentre vengono sommersi dall’aumento delle bollette, dei prezzi energetici e non. A salari fermi o in diminuzione...
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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04/03/2022
06/10/2021
Il catasto dei truffatori
Una gara tra truffatori. Quella tra Mario Draghi e la Lega – accesa ieri con la polemica assenza dei ministri della Lega nel consiglio dei ministri che doveva dare il via alle legge delega sulla riforma del fisco – è la classica, sporca, sfida a chi prende meglio per i fondelli gli spettatori.
Al centro della polemica, al di là delle motivazioni di circostanza – “abbiamo ricevuto il testo mezz’ora prima della riunione”, lamenta il fascioleghista – facilmente smentite da fatto che se ne parla da mesi, c’è in primo luogo la riforma del catasto.
Ovvero della base su cui si possono calcolare le tasse da pagare sulla casa, dall’Imu per le seconde case alla Tari (la raccolta dei rifiuti), dalla tassa di successione all’imposta di registro per le compravendite. È noto a tutti che gli “estimi catastali” di ogni abitazione risalgono a 50 anni fa, quando i valori di mercato – complessivamente e delle singole aree geografiche – erano tutt’altri.
E va benissimo a tutti i proprietari di case – il 73% della popolazione possiede almeno una casa di proprietà – perché quei bassi valori consentono a tutti di pagare meno.
Naturalmente, proprio come le case, i proprietari non sono tutti uguali. Una folle politica della casa, che ha portato ad abolire di fatto la costruzione di alloggi popolari da dare in affitto calmierato, ha spinto tutti i lavoratori dipendenti ad acquistare almeno l’alloggio di residenza.
L’aumento continuo degli affitti – derivante proprio dalla mancanza di alloggi popolari – ha facilitato questa operazione, grazie a mutui ipotecari che alla fine costavano mensilmente meno di un affitto.
Abbiamo dunque una classica opposizione “interclassista” a qualsiasi revisione degli estimi catastali. Perché il 20% dei proprietari ha un reddito addirittura inferiore a 10mila euro lordi annui, il 94% ha introiti annuali che non superano i 55mila euro, mentre solo il 3% vanta proventi oltre i 75mila euro.
Più precisamente: circa il 42% ha uno stipendio da lavoro dipendente, in media 28.400 euro lordi; il 40,4% ha una pensione, mediamente di circa 20.480 euro; l’11% sono lavoratori autonomi, con un reddito di circa 29.800 euro.
Chi vive di redditi da patrimonio immobiliare sono invece solo il 6% (palazzinari e “pluriproprietari” che affittano).
Questa situazione sociale costituisce una platea elettorale enorme, in cui si può giocare qualsiasi partita perché una sola modifica viene avvertita da tutti come una ferita. Tanto per quelli che pagherebbero pochi euro in più quanto per quelli che dovrebbero mettere mano a cifre molto consistenti.
Solo per fare un esempio. Ci sono appartamenti “vista Colosseo” che risultano ancora accatastati come “case popolari” (perché lo erano, 50 anni fa, prima che la gentrificazione spingesse i lavoratori tutti oltre la cerchia delle mura aureliane).
È insomma una banalità dire che “bisogna rifare la mappa catastale e rivedere gli estimi”, come anche “accatastare gli immobili fantasma”. Il problema è: con quali criteri si fa questo lavoro? Semplicemente adeguando gli estimi ai “valori di mercato” (aumento vertiginoso della tassazione per tutti); oppure stabilendo una progressività impositiva per cui gli “immobili di pregio” pagano molto di più e quelli del “popolino” restano allo stesso livello (o addirittura diminuiscono). O altri ancora?
E qui entrano in gioco i truffatori di professione.
Tutti loro sanno, e sono d’accordo (non possono far altro, neanche volendo), che l’Unione Europea ha imposto – tra le 528 condizionalità per i prestiti del PNRR – anche la revisione degli estimi catastali per aumentare la tassazione sulle case.
La differenza nasce dal ruolo giocato. Mario Draghi e il fido Daniele Franco sono “tecnici” cui non interesse granché il consenso popolare; Salvini e soci, invece, vivono di quello e devono cercare di recuperare in qualche modo la mazzata presa al primo turno delle comunali.
Draghi agisce comunque con furbizia da navigato speculatore finanziario e quindi ha presentato una striminzita paginetta (una!) con dieci punti scritti molto vagamente, che dovrebbero rappresentare la “cornice” entro cui definire poi – da qui al 2026 – le “riforme” vere e proprie, da quella fiscale a quella del catasto, ecc.
La menzogna principale, clamorosa, riguarda la “rassicurazione” ripetuta a pappagallo da tutti gli opinion maker di regime: “Il contribuente medio non si accorgerà di nulla per quanto riguarda il catasto, resterà tutto come prima. Nessuno pagherà di più e nessuno pagherà di meno“. Fosse vero, perché fare la “revisione”?
Gli risponde – più che Salvini, ridotto nel suo angolo – il presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa, uno che “tecnicamente” ne sa forse più del premier, in materia. Il quale prima ricorda che “da un mese a questa parte si parla solo di catasto e della necessità di dare seguito alle richieste della Commissione europea. La quale – è bene evidenziarlo – nei suoi documenti indica espressamente l’aumento della tassazione sugli immobili quale obiettivo dell’aggiornamento degli estimi catastali da essa richiesto”.
E poi demolisce in due parole la menzogna di Draghi: “Rivedere gli estimi catastali e ottenere quel risultato [“Nessuno pagherà di più e nessuno pagherà di meno”, NdR] è impossibile, anche considerati i diversi tributi interessati (Imu, Irpef, imposta di registro, imposta di successione), oltre ai parametri Isee per le prestazioni sociali. Significa, allora, che il nuovo catasto non si applicherà subito? Se il senso dell’affermazione è questo, è evidente che l’appuntamento con i rialzi è solo rinviato”.
Sul resto, come potete vedere, ha già spiegato il senso Giorgio Cremaschi. Siamo governati da truffatori che lavorano conto terzi.
Solo che Salvini è un dilettante che si ferma alla “comunicazione” in stile “la Bestia”, con l’occhio ai “sciur Brambilla” della Bassa. Draghi lavora per mandanti più potenti...
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Al centro della polemica, al di là delle motivazioni di circostanza – “abbiamo ricevuto il testo mezz’ora prima della riunione”, lamenta il fascioleghista – facilmente smentite da fatto che se ne parla da mesi, c’è in primo luogo la riforma del catasto.
Ovvero della base su cui si possono calcolare le tasse da pagare sulla casa, dall’Imu per le seconde case alla Tari (la raccolta dei rifiuti), dalla tassa di successione all’imposta di registro per le compravendite. È noto a tutti che gli “estimi catastali” di ogni abitazione risalgono a 50 anni fa, quando i valori di mercato – complessivamente e delle singole aree geografiche – erano tutt’altri.
E va benissimo a tutti i proprietari di case – il 73% della popolazione possiede almeno una casa di proprietà – perché quei bassi valori consentono a tutti di pagare meno.
Naturalmente, proprio come le case, i proprietari non sono tutti uguali. Una folle politica della casa, che ha portato ad abolire di fatto la costruzione di alloggi popolari da dare in affitto calmierato, ha spinto tutti i lavoratori dipendenti ad acquistare almeno l’alloggio di residenza.
L’aumento continuo degli affitti – derivante proprio dalla mancanza di alloggi popolari – ha facilitato questa operazione, grazie a mutui ipotecari che alla fine costavano mensilmente meno di un affitto.
Abbiamo dunque una classica opposizione “interclassista” a qualsiasi revisione degli estimi catastali. Perché il 20% dei proprietari ha un reddito addirittura inferiore a 10mila euro lordi annui, il 94% ha introiti annuali che non superano i 55mila euro, mentre solo il 3% vanta proventi oltre i 75mila euro.
Più precisamente: circa il 42% ha uno stipendio da lavoro dipendente, in media 28.400 euro lordi; il 40,4% ha una pensione, mediamente di circa 20.480 euro; l’11% sono lavoratori autonomi, con un reddito di circa 29.800 euro.
Chi vive di redditi da patrimonio immobiliare sono invece solo il 6% (palazzinari e “pluriproprietari” che affittano).
Questa situazione sociale costituisce una platea elettorale enorme, in cui si può giocare qualsiasi partita perché una sola modifica viene avvertita da tutti come una ferita. Tanto per quelli che pagherebbero pochi euro in più quanto per quelli che dovrebbero mettere mano a cifre molto consistenti.
Solo per fare un esempio. Ci sono appartamenti “vista Colosseo” che risultano ancora accatastati come “case popolari” (perché lo erano, 50 anni fa, prima che la gentrificazione spingesse i lavoratori tutti oltre la cerchia delle mura aureliane).
È insomma una banalità dire che “bisogna rifare la mappa catastale e rivedere gli estimi”, come anche “accatastare gli immobili fantasma”. Il problema è: con quali criteri si fa questo lavoro? Semplicemente adeguando gli estimi ai “valori di mercato” (aumento vertiginoso della tassazione per tutti); oppure stabilendo una progressività impositiva per cui gli “immobili di pregio” pagano molto di più e quelli del “popolino” restano allo stesso livello (o addirittura diminuiscono). O altri ancora?
E qui entrano in gioco i truffatori di professione.
Tutti loro sanno, e sono d’accordo (non possono far altro, neanche volendo), che l’Unione Europea ha imposto – tra le 528 condizionalità per i prestiti del PNRR – anche la revisione degli estimi catastali per aumentare la tassazione sulle case.
La differenza nasce dal ruolo giocato. Mario Draghi e il fido Daniele Franco sono “tecnici” cui non interesse granché il consenso popolare; Salvini e soci, invece, vivono di quello e devono cercare di recuperare in qualche modo la mazzata presa al primo turno delle comunali.
Draghi agisce comunque con furbizia da navigato speculatore finanziario e quindi ha presentato una striminzita paginetta (una!) con dieci punti scritti molto vagamente, che dovrebbero rappresentare la “cornice” entro cui definire poi – da qui al 2026 – le “riforme” vere e proprie, da quella fiscale a quella del catasto, ecc.
La menzogna principale, clamorosa, riguarda la “rassicurazione” ripetuta a pappagallo da tutti gli opinion maker di regime: “Il contribuente medio non si accorgerà di nulla per quanto riguarda il catasto, resterà tutto come prima. Nessuno pagherà di più e nessuno pagherà di meno“. Fosse vero, perché fare la “revisione”?
Gli risponde – più che Salvini, ridotto nel suo angolo – il presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa, uno che “tecnicamente” ne sa forse più del premier, in materia. Il quale prima ricorda che “da un mese a questa parte si parla solo di catasto e della necessità di dare seguito alle richieste della Commissione europea. La quale – è bene evidenziarlo – nei suoi documenti indica espressamente l’aumento della tassazione sugli immobili quale obiettivo dell’aggiornamento degli estimi catastali da essa richiesto”.
E poi demolisce in due parole la menzogna di Draghi: “Rivedere gli estimi catastali e ottenere quel risultato [“Nessuno pagherà di più e nessuno pagherà di meno”, NdR] è impossibile, anche considerati i diversi tributi interessati (Imu, Irpef, imposta di registro, imposta di successione), oltre ai parametri Isee per le prestazioni sociali. Significa, allora, che il nuovo catasto non si applicherà subito? Se il senso dell’affermazione è questo, è evidente che l’appuntamento con i rialzi è solo rinviato”.
Sul resto, come potete vedere, ha già spiegato il senso Giorgio Cremaschi. Siamo governati da truffatori che lavorano conto terzi.
Solo che Salvini è un dilettante che si ferma alla “comunicazione” in stile “la Bestia”, con l’occhio ai “sciur Brambilla” della Bassa. Draghi lavora per mandanti più potenti...
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05/04/2017
Riforma del catasto, ossia svalutazione secca del patrimonio immobiliare
Il programma dell’Unione Europea per l’Italia è semplice. Soprattutto non molto diverso da quello riservato alla Grecia. Impoverire seccamente la maggior parte della popolazione, deprezzare gli asset del paese (dalle imprese pubbliche da privatizzare fino alle proprietà delle famiglie), in modo da aprire autostrade preferenziali per un capitale multinazionale sempre più a corto di buone occasioni di profitto o, meglio ancora, di plusvalenza.
La chiave di volta per realizzare questo obiettivo davvero impopolare è la “riduzione del debito pubblico” in combinato disposto con l’obbligo di raggiungere il pareggio di bilancio (ormai inserito come articolo della Costituzione).
Ogni governo “europeista” si muove dentro queste forche caudine, vincolato alla ricerca delle risorse necessarie a ridurre il debito e dunque a non seguire alcuna strada che possa portare alla crescita economica (investimenti pubblici non solo infrastrutturali, nella storia delle economie mondiali).
L’obiettivo di trovare nuove risorse si scontra frontalmente con una tassazione già al limite – se non oltre – del blocco delle attività economiche capitalistiche. Tassazione diretta (sul reddito delle famiglie e delle imprese) e tassazione indiretta (Iva, accise su carburanti e altri generi, ecc) sono difficilmente aumentabili senza provocare scontri sociali difficili da gestire, costosi da affrontare, comunque politicamente destabilizzanti.
L’unica via – privatizzazioni a parte, anche queste oramai sull’orlo dell’esaurimento – è quella delle “riforme”, parola diventata ormai sinonimo di fregatura assicurata. E quanto più è tecnicamente complicata una “riforma”, tanto più diventa facile farla passare senza grossi scontri sociali, confidando sul fatto che gli effetti saranno percepiti a distanza di tempo; ossia quando l’attenzione generale sarà attratta da altri problemi.
Cosa sta preparando, ora, il governo Gentiloni, per reperire risorse aggiuntive? Tra le tante spunta oramai con decisione la “riforma del catasto”. Opera immensa, che sarebbe peraltro effettivamente necessaria per rimuovere alcune “felici” (per pochissimi) incongruenze tra valore catastale e valore di mercato. L’esempio classico sono vecchie case ristrutturate nei centri storici oppure i ruderi di campagna trasformati in megaville con piscina e maneggio, mantenendo la vecchia qualifica catastale di “rustico agricolo”. Con relativa tassazione ai minimi termini anche in caso che siano usate come seconda casa.
Naturalmente, tutto dipende dai criteri con cui affrontare il problema. L’ipotesi su cui Pier Carlo Padoan, ministro dell’economia, ha messo al lavoro una squadra di tecnici è quella classica, avanzata e poi ritirata da anni (per puro calcolo elettorale): passare dal calcolo basato sul numero dei vani a quello sui metri quadri e i valori di mercato. Non serve un esperto di proiezioni statistiche per capire che in questo passaggio si nasconde un innalzamento verticale dei valori catastali che andrà a colpire tutte le abitazioni (60 milioni), tranne pochi casi particolarissimi.
Il ministro Padoan, con notevole improntitudine, spiega che il “saldo finale” sarebbe praticamente uguale a quello attuale. Ma se fosse vero questa operazione sarebbe completamente inutile, anzi costosa (il passaggio richiede comunque personale adeguato per realizzarlo in tempi rapidi). Dunque è la solita menzogna di un governo-fotocopia, che mantiene l’essenza dello stile renziano sotto vesti meno sbrasone e insopportabili.
Sbaglierebbe chi pensa che questo aumento verticale della tassazione sulla casa sia un “problema dei ricchi”, perché i proprietari immobiliari in Italia sono 20 milioni (capifamiglia, si dice). Bisogna ricordare infatti che soltanto qui una classe politica ignobile e asservita ai palazzinari – vero perno della pseudo-borghesia nazionale – ha rinunciato all’edilizia popolare (al momento appena il 2% del totale, mentre in Germania e Francia sfiora il 40) costringendo soprattutto i lavoratori dipendenti ad indebitarsi per comprare l’abitazione in cui vivere, con mutui pluridecennali a tassi esorbitanti (in modo da beneficiare anche le banche, ci mancherebbe!).
Il risultato è che oltre il 70% delle famiglie vive in una casa di proprietà (spesso ipotecata, certo). Quindi la “riforma del catasto” è problema che riguarda la stragrande maggioranza della popolazione, non soltanto i ceti più abbienti (e numericamente sempre meno estesi).
E sarebbe sbagliato persino pensare che un’operazione del genere si limiterebbe a “spremere” un po’ di tasse in più, senza altre conseguenze. Già ora, infatti, le spese relative all’abitazione sono un lusso per un numero crescente di persone (per esempio: nella sola Firenze è stata di recente registrata un’evasione sulle spese condominiali pari al 28%), così come va crescendo la morosità sui mutui e quindi l'espropriazione dei titolari a favore delle banche.
Un’ulteriore, violenta, impennata della tassazione – il valore catastale dell’immobile pesa su Imu, Tasi e Isee – non potrebbe che stimolare una massiccia ondata di vendite sul mercato, magari solo per un banale calcolo economico (vendere per comprare una casa più piccola). E quindi un deprezzamento altrettanto violento del patrimonio immobiliare, già crollato di oltre il 20% rispetto all’inizio della crisi economica e finanziaria attuale. Le stime della Banca d’Italia in proposito sono chiarissime: il valore totale del patrimonio immobiliare in mano alle famiglie è passato dai 5.300 miliardi del 2011 agli attuali 4.300.
Uno scenario appetitoso per chi vuol far soldi facili...
Fonte
La chiave di volta per realizzare questo obiettivo davvero impopolare è la “riduzione del debito pubblico” in combinato disposto con l’obbligo di raggiungere il pareggio di bilancio (ormai inserito come articolo della Costituzione).
Ogni governo “europeista” si muove dentro queste forche caudine, vincolato alla ricerca delle risorse necessarie a ridurre il debito e dunque a non seguire alcuna strada che possa portare alla crescita economica (investimenti pubblici non solo infrastrutturali, nella storia delle economie mondiali).
L’obiettivo di trovare nuove risorse si scontra frontalmente con una tassazione già al limite – se non oltre – del blocco delle attività economiche capitalistiche. Tassazione diretta (sul reddito delle famiglie e delle imprese) e tassazione indiretta (Iva, accise su carburanti e altri generi, ecc) sono difficilmente aumentabili senza provocare scontri sociali difficili da gestire, costosi da affrontare, comunque politicamente destabilizzanti.
L’unica via – privatizzazioni a parte, anche queste oramai sull’orlo dell’esaurimento – è quella delle “riforme”, parola diventata ormai sinonimo di fregatura assicurata. E quanto più è tecnicamente complicata una “riforma”, tanto più diventa facile farla passare senza grossi scontri sociali, confidando sul fatto che gli effetti saranno percepiti a distanza di tempo; ossia quando l’attenzione generale sarà attratta da altri problemi.
Cosa sta preparando, ora, il governo Gentiloni, per reperire risorse aggiuntive? Tra le tante spunta oramai con decisione la “riforma del catasto”. Opera immensa, che sarebbe peraltro effettivamente necessaria per rimuovere alcune “felici” (per pochissimi) incongruenze tra valore catastale e valore di mercato. L’esempio classico sono vecchie case ristrutturate nei centri storici oppure i ruderi di campagna trasformati in megaville con piscina e maneggio, mantenendo la vecchia qualifica catastale di “rustico agricolo”. Con relativa tassazione ai minimi termini anche in caso che siano usate come seconda casa.
Naturalmente, tutto dipende dai criteri con cui affrontare il problema. L’ipotesi su cui Pier Carlo Padoan, ministro dell’economia, ha messo al lavoro una squadra di tecnici è quella classica, avanzata e poi ritirata da anni (per puro calcolo elettorale): passare dal calcolo basato sul numero dei vani a quello sui metri quadri e i valori di mercato. Non serve un esperto di proiezioni statistiche per capire che in questo passaggio si nasconde un innalzamento verticale dei valori catastali che andrà a colpire tutte le abitazioni (60 milioni), tranne pochi casi particolarissimi.
Il ministro Padoan, con notevole improntitudine, spiega che il “saldo finale” sarebbe praticamente uguale a quello attuale. Ma se fosse vero questa operazione sarebbe completamente inutile, anzi costosa (il passaggio richiede comunque personale adeguato per realizzarlo in tempi rapidi). Dunque è la solita menzogna di un governo-fotocopia, che mantiene l’essenza dello stile renziano sotto vesti meno sbrasone e insopportabili.
Sbaglierebbe chi pensa che questo aumento verticale della tassazione sulla casa sia un “problema dei ricchi”, perché i proprietari immobiliari in Italia sono 20 milioni (capifamiglia, si dice). Bisogna ricordare infatti che soltanto qui una classe politica ignobile e asservita ai palazzinari – vero perno della pseudo-borghesia nazionale – ha rinunciato all’edilizia popolare (al momento appena il 2% del totale, mentre in Germania e Francia sfiora il 40) costringendo soprattutto i lavoratori dipendenti ad indebitarsi per comprare l’abitazione in cui vivere, con mutui pluridecennali a tassi esorbitanti (in modo da beneficiare anche le banche, ci mancherebbe!).
Il risultato è che oltre il 70% delle famiglie vive in una casa di proprietà (spesso ipotecata, certo). Quindi la “riforma del catasto” è problema che riguarda la stragrande maggioranza della popolazione, non soltanto i ceti più abbienti (e numericamente sempre meno estesi).
E sarebbe sbagliato persino pensare che un’operazione del genere si limiterebbe a “spremere” un po’ di tasse in più, senza altre conseguenze. Già ora, infatti, le spese relative all’abitazione sono un lusso per un numero crescente di persone (per esempio: nella sola Firenze è stata di recente registrata un’evasione sulle spese condominiali pari al 28%), così come va crescendo la morosità sui mutui e quindi l'espropriazione dei titolari a favore delle banche.
Un’ulteriore, violenta, impennata della tassazione – il valore catastale dell’immobile pesa su Imu, Tasi e Isee – non potrebbe che stimolare una massiccia ondata di vendite sul mercato, magari solo per un banale calcolo economico (vendere per comprare una casa più piccola). E quindi un deprezzamento altrettanto violento del patrimonio immobiliare, già crollato di oltre il 20% rispetto all’inizio della crisi economica e finanziaria attuale. Le stime della Banca d’Italia in proposito sono chiarissime: il valore totale del patrimonio immobiliare in mano alle famiglie è passato dai 5.300 miliardi del 2011 agli attuali 4.300.
Uno scenario appetitoso per chi vuol far soldi facili...
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10/03/2015
Il catasto, il disagio abitativo e le case vuote in Italia
La nuova riforma del Catasto 2015 Renzi,
come previsto dalla Legge Delega Fiscale, prevede una revisione del
valore delle rendite catastali dei fabbricati, il valore di un immobile
sarà dato dalla rendita catastale espressa in metri quadrati, non più
sul numero dei vani. Il valore patrimoniale si baserà sui valori di
mercato al metro quadrato, al quale verranno applicati dei coefficienti
che terranno conto delle caratteristiche edilizie dell’immobile,
dell’anno di costruzione, della sua ubicazione. Quest’operazione di
perequazione (indica in urbanistica, ma anche per le pensioni, un atto o
un’azione che ha lo scopo di eliminare le discriminazioni o sanare
eventuali svantaggi subiti) non elimina il male nazionale vero.
I dati Istat del censimento 2011, mostrano che, a
livello nazionale, esiste un patrimonio inutilizzato di svariati milioni
di stanze e di quasi 20 miliardi di metri cubi per volumetrie. Gli appartamenti inutilizzati sono più di 7 milioni,
ipotizzando un’ampiezza media di 2,8 stanze per appartamento. I dati
conclusivi forniti oggi dall’ISTAT, riferiti al censimento ultimo sono
clamorosi: oggi il numero degli edifici presenti sul territorio
nazionale è pari a circa 14,5 milioni, per poco più di 31 milioni di
appartamenti residenziali. In attesa di avere il dato netto circa le
volumetrie e le stanze, appare accettabile la stima - assai prudenziale -
di OLT di almeno 18 miliardi di mc edificati, di cui 15,5 mld (84,3%)
di metri cubi residenziali; laddove il fabbisogno nazionale aggregato è
di 6,2 mld di mc (siamo 62 milioni di persone, includendo una stima
molto largheggiante gli immigrati non censiti). Le Regioni meridionali
esasperano il quadro nazionale: la Campania presenta circa 1 milione di
edifici, di cui 65.000 vuoti e inutilizzati per una popolazione di
5.760.000 abitanti, la Puglia rispettivamente 1.100.000 e 54.200 per 4
milioni ca di abitanti, la Basilicata 117.000 e 11.700 per 580.000
abitanti,la Sicilia 1.722.000 e 132.000 per circa 5 milioni di abitanti, la
Calabria 750.000 e 90.000 (1.250.000 e 420.000 alloggi) per poco meno di
2 milioni di abitanti (il 40% del patrimonio residenziale è vuoto e in
molti paesi dell’interno ormai esistono più case che abitanti. La
Sardegna presenta “solo” 570.000 edifici, di cui 70.000 vuoti o
inutilizzati, per 1.640.000 abitanti.
Il dato relativo agli appartamenti vuoti, o
scarsamente utilizzati, è strabiliante: quasi un alloggio su quattro è
vuoto, con una ”punta” presentata ancora dalla Calabria con una quota
pari al 40%; seguono Sicilia e Sardegna con circa il 30% del
patrimonio abitativo inutilizzato, ancora in Piemonte 1 alloggio su 4 è
vuoto, laddove in Veneto e Toscana il rapporto è di uno su cinque circa,
poco meno del Lazio (22%) e poco più della Lombardia (16%). Le proiezioni
parziali della città, presentano quote di vani vuoti superiori a
centomila a Torino, Milano e Roma, poco meno a Napoli, decine di migliaia
nelle città di Venezia , Padova, Bologna, Firenze e Genova. In diverse
città del sud il numero dei vani costruiti supera quello degli abitanti
(ancora in Calabria, a Reggio, “il top” con 40mila stanze in più dei
residenti. Solo fino a venti anni fa il dato forse più significativo era
il rapporto abitanti/stanze; con il censimento 2001, per l’emergere
della “cascata di case”, oltre alla rilevanza di aspetti più
sociologici, quale la tendenziale forte crescita delle famiglie
mononucleari, è apparso consistente parlare in termini di
abitante/appartamento. Oggi diventa significativo e iconico il rapporto
abitante/edificio: in Piemonte poco più di 3 abitanti per edificio, in
Lombardia poco meno di 5, in Toscana poco più di 4, nel Lazio circa 5.
Nelle regioni meridionali addirittura meno di 3 abitanti per edificio in
Sardegna e in Sicilia, 2,5 in Calabria, 5 in Campania, 3,2 in
Basilicata, poco meno di 4 in Puglia, che è in linea con il dato medio
nazionale.
Viene da chiedersi il perché nel nostro paese si
continui a costruire, a dispetto del declino demografico (la quota di
immigrazione è relativa) e socioeconomico. La spiegazione è stata
fornita dagli studiosi di marketing immobiliare: da tempo non si
costruisce più per la domanda sociale (che infatti, nonostante tutto il
patrimonio vuoto citato, resta in parte inevasa): la rendita fondiaria,
poi immobiliare, si è trasformata sempre più in finanziaria. I “nuovi
vani” dovevano costituire le “basi concrete” per “costruzioni virtuali”
di fondi d’investimento o risparmio gestito. A parte la quota di
edificato “lavanderia”, ovvero finalizzata al riciclaggio di capitale
illegale, facilmente intrecciata al primo. I dati riferiti alla Calabria
esasperano il quadro di sprechi e costi ambientali, già clamoroso a
livello nazionale. La regione presenta circa il 40% di alloggi vuoti per
90 mila edifici inutilizzati e quasi un milione di stanze vuote. Gli
edifici totali sono circa 750 mila per una volumetria stimata che sfiora
il miliardo e mezzo di metri cubi, per meno di 2 milioni di persone,
compresi neonati e immigrati senza documenti. Il suolo consumato si
avvicina al 20% del totale. In molti piccoli comuni costieri oltre
l’ottanta per cento del costruito è inutilizzato per almeno 10 mesi
all’anno, mentre nei comuni interni le case superano di gran lunga gli
abitanti. Sono le cifre di uno spreco economico abnorme, ma anche di un
disastro urbanistico, paesaggistico e ambientale che richiede urgenti
interventi di blocco. L’inutile (non per speculazione e criminalità)
proliferazione di case sempre più vuote e cemento, oltre a offendere
paesaggi notevoli, ha colpito componenti ambientali strutturanti per il
territorio; per esempio le fiumare, elemento di interrelazione tra i
quattro grandi massicci interni (oggi fortunatamente Parchi) e le fasce
costiere.
Il dissesto è tale che ad ogni temporale appena più
intenso si rischia il disastro. Oltre agli aspetti di difesa ambientale
va costruita una grande strategia di recupero urbanistico e
paesaggistico degli insediamenti che preveda anche la demolizione delle
non poche situazioni non risanabili, la messa in sicurezza e la
riqualificazione dell’edificato. Le dimensioni clamorose del patrimonio
inutilizzato richiamano un “nuovo piano casa ecologico”, che non
significano nuove costruzioni, ma riutilizzo e accesso al patrimonio
esistente, soprattutto pubblico, ma anche privato. Per quest’ultimo
comparto vanno previsti protocolli speciali e convenzioni mirate che
favoriscano - da parte del privato - la messa sul mercato sociale a fitti
calmierati o la cessione in comodato all’autorità territoriale
competente. Appare paradossale infatti che, a fronte di un patrimonio
inutilizzato di dimensioni clamorose, sussistano ancora svariate
situazioni di disagio abitativo, che riguardano le fasce in “disagio
sociale” e molte situazioni di immigrazione. Ma dell’accesso alla casa
ne parleremo in un prossimo numero.
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