«La povertà non è solo una questione di soldi. È mancanza di accesso, mancanza di opportunità, mancanza di fiducia. Viviamo in sistemi (economici) che non sono mai stati progettati per funzionare per tutti».
Il pensiero economico di un papa innovatore
Sono parole che esprimono il pensiero economico di un Papa innovatore che non a caso aveva scelto il nome di Francesco, il rivoluzionario della storia del Cristianesimo. L’opera riformista del Papa argentino ha coinvolto il governo del sistema economico e finanziario del Vaticano nel nome della trasparenza e della coerenza. Qualità che entrambe, nei secoli, hanno fatto difetto e talora scandalo nello stato Vaticano. Su questo fronte Papa Francesco è intervenuto all’interno di un governo diviso e di un’opposizione che lo ha portato ad effettuare anche un repulisti nelle stanze delle finanze vaticane.
La blacklist dei paradisi fiscali
Per volontà di Bergoglio il Vaticano è stato inserito nella blacklist dei paradisi fiscali. Si è costituita la Segreteria per l’Economia e il Revisore ed è stato riformato lo Ior, la banca vaticana. A questo sono seguiti gesti simbolici di grande importanza come lo sfratto da lussuosi palazzi e l’aumento degli affitti ai cardinali e il processo contro il cardinal Angelo Becciu, accusato di essere a capo di una potente e oscura rete di gestione dei fondi della Santa Sede.
L’Apsa e il Patrimonio della Sede apostolica
In nome della trasparenza ha nominato il vescovo Nunzio Galantino a capo dell’Apsa (Associazione del Patrimonio Sede Apostolica) il nuovo organismo economico della Curia romana che si occupa della gestione del patrimonio economico della Santa Sede. La percezione dell’opinione pubblica sull’immensità delle ricchezze papali è leggenda, ma i numeri, in effetti, sono consistenti. Lo scorso anno il Sole24Ore ha effettuato un’approfondita analisi del patrimonio vaticano sotto la nuova gestione di Galantino.
La finanza vaticana alla luce del sole
Nel 2022 il patrimonio immobiliare ha reso 52,2 milioni (+31,4 milioni), quello mobiliare segna -6,7 milioni. L’Apsa al netto delle passività ammonta a 2,8 miliardi da bilancio – complessivamente gestisce in Italia 4.072 unità immobiliari per un totale di quasi un milione e mezzo di metri quadrati. Fra queste 2.734 sono sue, e 1.338 di altri enti. Da notare che in forma diretta e indiretta all’erario italiano sono stati versati 6,05 milioni per l’Imu e 2,91 milioni per l’Ires. Importi agevolati dal regime di esenzioni statali di cui gode la Chiesa sul suolo italiano. Da notare che il 92% degli immobili è in provincia di Roma. Anche all’estero i numeri sono tutt’altro che irrilevanti: oltre 1.100 unità immobiliari.
Gli immobili
Ma quanto frutta questo patrimonio? Nel 2022 ha reso bene, 52,2 milioni di euro, in crescita di 31,4 milioni, e un dato importante deve essere tenuto presente: solo il 19% è locato a condizioni di libero mercato, il 12% a canone agevolato e il 69% a canone nullo.
Santa Sede e Segreteria di Stato a perdere
Meno bene è andata per la gestione del patrimonio mobiliare: gli investimenti finanziari gestiti dall’Apsa ammontano al 31 dicembre 2022 a circa 1,777 milioni di euro, e comprendono sia la gestione della proprietà che la gestione di terzi (enti della Santa Sede o ad essa collegati, tra cui la Segreteria di Stato): questo comparto ha visto una perdita di 6,7 milioni di euro, rispetto a quello positivo realizzato nel 2021 di 19,85
Proporzionalità negli affitti impone il Papa
Nella relazione allegata al bilancio si legge che alla gestione degli immobili si applicano «criteri di proporzionalità e progressività raccomandati dal Santo Padre». Così da poter concedere in comodato d’uso gratuito una struttura come Palazzo Migliori, dove trovano accoglienza, a due passi dal Colonnato di San Pietro, i senza fissa dimora ospitati dai volontari della Comunità Sant’Egidio.
Futuro con tanta costosa trasparenza?
Sarà ora da vedere se l’opera riformatrice di Bergoglio nell’ambito della gestione del patrimonio vaticano verrà proseguita con altrettanta determinazione. Le divisioni profonde nella Chiesa, che si sono accentuate con l’appoggio dei vescovi americani all’insediamento di Trump in America, restano da ostacolo alla visione di economia civile che Papa Francesco ha, primo tra i pontefici, promosso mediante una critica al modello di sviluppo capitalista.
Oltre l’apprezzamento per l’opera di Bergoglio e l’ondata di genuina emozione per la sua dipartita, appare una realtà economica globale che non ha preoccupazioni sociali e né religiose. Un mondo in cui esiste un solo dio, il dio denaro.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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22/04/2025
24/05/2024
La direttiva UE sulle case green costerà all’Italia almeno 800 miliardi
La società di consulenza internazionale Deloitte, tra le prime al mondo nel suo settore, ha organizzato ieri un evento nella sua sede milanese, dal titolo “Greenhouse Legislation: black hole or pink future per il Real Estate italiano?” Nel corso dell’evento, è stata presentata un’analisi sui costi che la direttiva sulle ‘case green’ costerà all’Italia.
Le valutazioni dell’agenzia, fatta su dati Istat, sono impietose. Riqualificare il patrimonio immobiliare del nostro paese, per raggiungere la neutralità climatica entro il 2050, significherà un esborso che oscilla tra gli 800 e i 1000 miliardi.
Il parco immobiliare italiano conta più di 13 milioni di edifici, di cui l’89% destinato a uso residenziale, e di questi 8 su 10 richiedono un intervento secondo la direttiva. La motivazione dell’inefficienza energetica è soprattutto la data di costruzione degli edifici: l’83% è stato costruito prima del 1990, il 57% prima del 1970.
Ogni stato UE potrà scegliere come applicare la direttiva, che entrerà in vigore il prossimo 28 maggio, purché il 55% dell’efficientamento derivi dalla ristrutturazione di edifici. Gli immobili con classe energetica F e G, che richiedono questo tipo di lavori, sono oltre il 60%, mentre in Germania sono il 45%, in Spagna il 25% e in Francia solo il 21%.
“Il parco immobiliare residenziale italiano rappresenta circa il 55% della ricchezza complessiva delle famiglie italiane“, dicono dalle Deloitte. Si capisce come questa situazione preoccupi gli operatori del settore e il governo Meloni, che dovrà capire a chi far pagare i lavori necessari.
Il presidente di Confindustria Assoimmobiliare, Davide Albertini Petroni, al momento dell’approvazione della direttiva, aveva già detto che sarebbe servita “una politica industriale di lungo periodo“. Cosa che in questo paese manca da tempo, ma che gli speculatori chiedono se serve a garantire i loro interessi.
Questa idea è stata in pratica ribadita da Claudio Scardovi, sempre di Deloitte: questa riforma può essere “un’opportunità di crescita per il Paese“, ma “serve una soluzione sistemica capace di indirizzare le criticità patrimoniali ed economiche che la direttiva potrebbe far ricadere sui cittadini e sul sistema bancario in assenza di una strategia coordinata“.
Qual è il pericolo che si affronta? Ovviamente, anche su questo giornale è stato ribadito più volte che la direttiva comporterebbe una spesa esorbitante per larghe fasce della popolazione, oppure un incremento di spesa pubblica insostenibile per le regole del nuovo Patto di Stabilità.
Ma con l’analisi di Deloitte viene sottolineato un altro problema. Le banche potrebbero trovarsi di fronte a una svalutazione degli assets a loro garanzia e a un incremento del “loan to value” dei mutui erogati, cioè il rapporto tra il valore del finanziamento e quello del bene ipotecato.
Queste incertezze potrebbero portare a un restringimento del credito, e anche della vendita dei prodotti finanziari associati. In pratica, la direttiva sulle ‘case green’ rischia di sconvolgere il mondo immobiliare e la speculazione finanziaria ad esso associata.
Proprio ieri l’Associazione Bancaria Italiana ha dichiarato, tramite il suo presidente Antonio Patuelli, che le banche devono fermarsi nel comprare i crediti del Superbonus, perché è stato ridotto l’ambito di compensazione. E quindi “bisogna trovare delle forme diverse per animare il mercato“.
Oggi approda al Consiglio dei Ministri anche il Decreto Salva Casa, un altro grande condono edilizio che mostra un esecutivo senza grandi idee su come riorganizzare il settore. Se non quello di risolvere a posteriori le irregolarità.
Chi ha le mani in pasta nelle grandi rendite di questi settori, questa volta, chiede che la politica appronti le misure necessarie per rendere la riforma e i futuri lavori un guadagno, e non un pericolo. Sarà uno dei terreni su cui la squadra di Meloni si giocherà la sua capacità di governare e accontentare ampie fette del suo elettorato.
Sempre che il governo ci arrivi a quel momento, e non subisca gli effetti del pilota automatico europeo già prima.
Fonte
Le valutazioni dell’agenzia, fatta su dati Istat, sono impietose. Riqualificare il patrimonio immobiliare del nostro paese, per raggiungere la neutralità climatica entro il 2050, significherà un esborso che oscilla tra gli 800 e i 1000 miliardi.
Il parco immobiliare italiano conta più di 13 milioni di edifici, di cui l’89% destinato a uso residenziale, e di questi 8 su 10 richiedono un intervento secondo la direttiva. La motivazione dell’inefficienza energetica è soprattutto la data di costruzione degli edifici: l’83% è stato costruito prima del 1990, il 57% prima del 1970.
Ogni stato UE potrà scegliere come applicare la direttiva, che entrerà in vigore il prossimo 28 maggio, purché il 55% dell’efficientamento derivi dalla ristrutturazione di edifici. Gli immobili con classe energetica F e G, che richiedono questo tipo di lavori, sono oltre il 60%, mentre in Germania sono il 45%, in Spagna il 25% e in Francia solo il 21%.
“Il parco immobiliare residenziale italiano rappresenta circa il 55% della ricchezza complessiva delle famiglie italiane“, dicono dalle Deloitte. Si capisce come questa situazione preoccupi gli operatori del settore e il governo Meloni, che dovrà capire a chi far pagare i lavori necessari.
Il presidente di Confindustria Assoimmobiliare, Davide Albertini Petroni, al momento dell’approvazione della direttiva, aveva già detto che sarebbe servita “una politica industriale di lungo periodo“. Cosa che in questo paese manca da tempo, ma che gli speculatori chiedono se serve a garantire i loro interessi.
Questa idea è stata in pratica ribadita da Claudio Scardovi, sempre di Deloitte: questa riforma può essere “un’opportunità di crescita per il Paese“, ma “serve una soluzione sistemica capace di indirizzare le criticità patrimoniali ed economiche che la direttiva potrebbe far ricadere sui cittadini e sul sistema bancario in assenza di una strategia coordinata“.
Qual è il pericolo che si affronta? Ovviamente, anche su questo giornale è stato ribadito più volte che la direttiva comporterebbe una spesa esorbitante per larghe fasce della popolazione, oppure un incremento di spesa pubblica insostenibile per le regole del nuovo Patto di Stabilità.
Ma con l’analisi di Deloitte viene sottolineato un altro problema. Le banche potrebbero trovarsi di fronte a una svalutazione degli assets a loro garanzia e a un incremento del “loan to value” dei mutui erogati, cioè il rapporto tra il valore del finanziamento e quello del bene ipotecato.
Queste incertezze potrebbero portare a un restringimento del credito, e anche della vendita dei prodotti finanziari associati. In pratica, la direttiva sulle ‘case green’ rischia di sconvolgere il mondo immobiliare e la speculazione finanziaria ad esso associata.
Proprio ieri l’Associazione Bancaria Italiana ha dichiarato, tramite il suo presidente Antonio Patuelli, che le banche devono fermarsi nel comprare i crediti del Superbonus, perché è stato ridotto l’ambito di compensazione. E quindi “bisogna trovare delle forme diverse per animare il mercato“.
Oggi approda al Consiglio dei Ministri anche il Decreto Salva Casa, un altro grande condono edilizio che mostra un esecutivo senza grandi idee su come riorganizzare il settore. Se non quello di risolvere a posteriori le irregolarità.
Chi ha le mani in pasta nelle grandi rendite di questi settori, questa volta, chiede che la politica appronti le misure necessarie per rendere la riforma e i futuri lavori un guadagno, e non un pericolo. Sarà uno dei terreni su cui la squadra di Meloni si giocherà la sua capacità di governare e accontentare ampie fette del suo elettorato.
Sempre che il governo ci arrivi a quel momento, e non subisca gli effetti del pilota automatico europeo già prima.
Fonte
17/03/2023
Ok da Strasburgo alla direttiva sulle «case green», il centrodestra italiano dice no
A inizio settimana il Parlamento europeo ha approvato, con 343 favorevoli, 216 contrari e 78 astenuti, la direttiva sull’efficientamento energetico degli immobili, conosciuta anche come «case green». L’iter per arrivare al testo definitivo è ancora lungo, dovendo passare ora dal confronto del Consiglio Europeo in presenza della Commissione, per venir poi trasporto nella propria legislazione da ciascun paese UE.
L’ok è arrivato da una maggioranza trasversale, che va dalla Sinistra Europea al Partito Popolare Europeo, con eccezione della delegazione di Forza Italia che ha seguito le destre, tra cui siedono i suoi alleati di governo. E questo perché, sin dall’inizio, la riforma è stata fonte di preoccupazione dato l’impatto che potrà avere sul patrimonio immobiliare italiano.
Il dettato, largamente emendato, prevede che gli edifici residenziali raggiungano la classe energetica E entro il 2030, la D entro il 2033, con le scadenze anticipate per quelli non residenziali o pubblici. Questi ultimi, se di nuova costruzione, dovranno prevedere pannelli solari, mentre quelli già esistenti dovranno installarli entro il 2026.
L’obiettivo è zero emissioni entro il 2050 e i nuovi edifici dovranno rispettare questo criterio già dal 2028, se residenziali, dal 2026 tutti gli altri. Con la direttiva si mette dunque fine ai bonus per caldaie a gas, al più tardi da gennaio 2024. Sono ammessi invece per sistemi ibridi (pompe di calore, caldaie a condensazione, caldaie a idrogeno e biometano).
Non sono queste le uniche esenzioni. Non sono soggetti alla direttiva gli edifici all’interno dei centri storici, quelli vincolati dai Beni Culturali, le abitazioni unifamiliari di superficie al di sotto dei 50 metri quadri, le seconde case utilizzate meno di quattro mesi l’anno, gli altri edifici di culto, gli edifici di proprietà delle Forze armate o del Governo centrale e destinati a difesa nazionale.
A ogni paese spetta decidere le sanzioni in caso di inadempienze, ma anche l’individuazione di categorie di immobili, fino al limite del 22% del totale, che possono essere salvate dagli obblighi europei. Purché all’ultima classe energetica, la G, appartenga alla fine solo il 15% dell’intero parco immobiliare nazionale.
È importante sottolineare che la classificazione comune è ancora ipotetica, e non corrisponde ad ogni modo a quella italiana. L’Italia è al nono posto per edifici sostenibili nella classifica pubblicata dallo U.S. Green Building Council, ma le stime della Commissione Europea si attestano tra i 3,1-3,7 milioni di strutture su cui intervenire.
Rimane il fatto che una misura del genere ha messo in allarme le associazioni dei costruttori. Federica Brancaccio, presidente dell’Associazione Nazionale Costruttori Edili, ha parlato di almeno 1,8 milioni di edifici residenziali e 230 mila delle altre categorie da ristrutturare. Circa 200 mila interventi l’anno per un decennio, un numero in linea col 2021 e il 2022, cioè dall’introduzione del Superbonus, ma non col triennio precedente, quando erano solo 2.900.
Il Codacons ha indicato una spesa media tra i 35 e i 60 mila euro ad abitazione, per un totale che fluttua tra i 63 e i 108 miliardi. Senza considerare la speculazione che gonfierà di certo alcuni listini prezzi. La Commissione ha stimato addirittura che si possa arrivare a spendere 50 miliardi l’anno: in pratica, una finanziaria.
I costi dovrebbero essere coperti da finanziamenti europei: PNRR, Fondo sociale per il clima e Fondi regionali. È evidente, però, che l’ammontare si prospetta troppo sostanzioso per non ricadere in parte anche sui governi nazionali e sui cittadini. Ad oggi, l’Italia spende annualmente circa una dozzina di miliardi in sconti fiscali per le ristrutturazioni, una cifra destinata ad aumentare.
Infatti, la richiesta della Brancaccio per conto dell’ANCE è stata quella di maggiori incentivi, ma anche di maggiore flessibilità sugli obiettivi. Alla Brancaccio ha fatto eco il ministro dell’Ambiente Pichetto Fratin, che ha dichiarato esplicitamente che, data la condizione italiana, i traguardi sono irrealizzabili nei tempi previsti (siamo oltretutto un paese che ha incentivato al massimo la proprietà privata della casa – quasi l’80% del totale – con il risultato di avere una massa sterminata di “proprietari poveri”, magari precari o disoccupati, assolutamente non in grado di sostenere le spese per una ristrutturazione così onerosa).
Il centrodestra si preoccupa delle fibrillazioni che attraversano edili e palazzinari, da esso rappresentanti e da questa riforma sottoposti a forti sollecitazioni. Ma esprime timore anche per la possibile svalutazione del valore delle case di tanti italiani, già al limite per salari e risparmi, che vedrebbero la loro unica ricchezza svanire.... e poi Meloni e compagnia si troverebbero a dover pagare più misure contro la povertà, tanto vituperate!
Comunque, secondo la direttiva spetta ai vari stati elaborare un piano nazionale di ristrutturazione realistico, e infatti il vicepresidente della Commissione Frans Timmermans si è già dichiarato pronto a discutere con l’esecutivo Meloni sulla concretezza delle sue possibilità. Abbiamo dei seri dubbi che la nostra classe dirigente sappia però affrontare una tale opera di programmazione.
Tutti, comunque, in Italia e in Europa, condividono l’orizzonte con cui è pensata questa misura, dentro la più generale transizione verde, con il corollario di riduzione delle bollette. L’elemento sottostante a cui si allude è quello della riduzione dei consumi e di una progressiva indipendenza energetica.
La diversificazione delle fonti di approvvigionamento ne è il complemento, per continuare nell’escalation bellica e completare il distacco dalla Russia. E riprendere con più forza una dinamica conflittuale per blocchi.
Fonte
L’ok è arrivato da una maggioranza trasversale, che va dalla Sinistra Europea al Partito Popolare Europeo, con eccezione della delegazione di Forza Italia che ha seguito le destre, tra cui siedono i suoi alleati di governo. E questo perché, sin dall’inizio, la riforma è stata fonte di preoccupazione dato l’impatto che potrà avere sul patrimonio immobiliare italiano.
Il dettato, largamente emendato, prevede che gli edifici residenziali raggiungano la classe energetica E entro il 2030, la D entro il 2033, con le scadenze anticipate per quelli non residenziali o pubblici. Questi ultimi, se di nuova costruzione, dovranno prevedere pannelli solari, mentre quelli già esistenti dovranno installarli entro il 2026.
L’obiettivo è zero emissioni entro il 2050 e i nuovi edifici dovranno rispettare questo criterio già dal 2028, se residenziali, dal 2026 tutti gli altri. Con la direttiva si mette dunque fine ai bonus per caldaie a gas, al più tardi da gennaio 2024. Sono ammessi invece per sistemi ibridi (pompe di calore, caldaie a condensazione, caldaie a idrogeno e biometano).
Non sono queste le uniche esenzioni. Non sono soggetti alla direttiva gli edifici all’interno dei centri storici, quelli vincolati dai Beni Culturali, le abitazioni unifamiliari di superficie al di sotto dei 50 metri quadri, le seconde case utilizzate meno di quattro mesi l’anno, gli altri edifici di culto, gli edifici di proprietà delle Forze armate o del Governo centrale e destinati a difesa nazionale.
A ogni paese spetta decidere le sanzioni in caso di inadempienze, ma anche l’individuazione di categorie di immobili, fino al limite del 22% del totale, che possono essere salvate dagli obblighi europei. Purché all’ultima classe energetica, la G, appartenga alla fine solo il 15% dell’intero parco immobiliare nazionale.
È importante sottolineare che la classificazione comune è ancora ipotetica, e non corrisponde ad ogni modo a quella italiana. L’Italia è al nono posto per edifici sostenibili nella classifica pubblicata dallo U.S. Green Building Council, ma le stime della Commissione Europea si attestano tra i 3,1-3,7 milioni di strutture su cui intervenire.
Rimane il fatto che una misura del genere ha messo in allarme le associazioni dei costruttori. Federica Brancaccio, presidente dell’Associazione Nazionale Costruttori Edili, ha parlato di almeno 1,8 milioni di edifici residenziali e 230 mila delle altre categorie da ristrutturare. Circa 200 mila interventi l’anno per un decennio, un numero in linea col 2021 e il 2022, cioè dall’introduzione del Superbonus, ma non col triennio precedente, quando erano solo 2.900.
Il Codacons ha indicato una spesa media tra i 35 e i 60 mila euro ad abitazione, per un totale che fluttua tra i 63 e i 108 miliardi. Senza considerare la speculazione che gonfierà di certo alcuni listini prezzi. La Commissione ha stimato addirittura che si possa arrivare a spendere 50 miliardi l’anno: in pratica, una finanziaria.
I costi dovrebbero essere coperti da finanziamenti europei: PNRR, Fondo sociale per il clima e Fondi regionali. È evidente, però, che l’ammontare si prospetta troppo sostanzioso per non ricadere in parte anche sui governi nazionali e sui cittadini. Ad oggi, l’Italia spende annualmente circa una dozzina di miliardi in sconti fiscali per le ristrutturazioni, una cifra destinata ad aumentare.
Infatti, la richiesta della Brancaccio per conto dell’ANCE è stata quella di maggiori incentivi, ma anche di maggiore flessibilità sugli obiettivi. Alla Brancaccio ha fatto eco il ministro dell’Ambiente Pichetto Fratin, che ha dichiarato esplicitamente che, data la condizione italiana, i traguardi sono irrealizzabili nei tempi previsti (siamo oltretutto un paese che ha incentivato al massimo la proprietà privata della casa – quasi l’80% del totale – con il risultato di avere una massa sterminata di “proprietari poveri”, magari precari o disoccupati, assolutamente non in grado di sostenere le spese per una ristrutturazione così onerosa).
Il centrodestra si preoccupa delle fibrillazioni che attraversano edili e palazzinari, da esso rappresentanti e da questa riforma sottoposti a forti sollecitazioni. Ma esprime timore anche per la possibile svalutazione del valore delle case di tanti italiani, già al limite per salari e risparmi, che vedrebbero la loro unica ricchezza svanire.... e poi Meloni e compagnia si troverebbero a dover pagare più misure contro la povertà, tanto vituperate!
Comunque, secondo la direttiva spetta ai vari stati elaborare un piano nazionale di ristrutturazione realistico, e infatti il vicepresidente della Commissione Frans Timmermans si è già dichiarato pronto a discutere con l’esecutivo Meloni sulla concretezza delle sue possibilità. Abbiamo dei seri dubbi che la nostra classe dirigente sappia però affrontare una tale opera di programmazione.
Tutti, comunque, in Italia e in Europa, condividono l’orizzonte con cui è pensata questa misura, dentro la più generale transizione verde, con il corollario di riduzione delle bollette. L’elemento sottostante a cui si allude è quello della riduzione dei consumi e di una progressiva indipendenza energetica.
La diversificazione delle fonti di approvvigionamento ne è il complemento, per continuare nell’escalation bellica e completare il distacco dalla Russia. E riprendere con più forza una dinamica conflittuale per blocchi.
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16/01/2023
Gli amari bocconi di Bruxelles per il governo Meloni
Prima il MES da accettare senza condizioni, poi la direttiva europea sulla casa. Se il governo Meloni pensava di essersela cavata con la Legge di Bilancio nelle sue relazioni con gli apparati dell’Unione Europea, il conto da pagare è arrivato come e prima del previsto.
Le modifiche chieste dall’Italia alla riforma del MES non saranno accettate. “Eventuali emendamenti al Mes non saranno negoziati. Dovrà essere ratificato così com’è. Ovviamente continueremo la discussione su come sviluppare il Mes ma è una discussione che va avanti tutto il tempo e soprattutto partirà solo una volta che sarà completata la ratifica”. Questo è quanto ha dichiarato un alto funzionario dell’Ue rispondendo a una domanda sulle richieste dell’Italia di modificare il Mes, (o Fondo salva-Stati) prima della ratifica. “Il presidente dell’Eurogruppo è stato a Roma lunedì e ha avuto un incontro con il ministro Giancarlo Giorgetti. La discussione è stata costruttiva, siamo convinti che il Governo italiano avvierà il processo di ratifica che si concluderà in modo positivo”, ha aggiunto il funzionario Ue.
La Meloni aveva incontrato venerdì a Palazzo Chigi i vertici del Mes e aveva provato ad esporre le sue perplessità sul Meccanismo Europeo di Stabilità. Indicativo il fatto che nonostante la crisi economica nessun governo europeo ha mai fatto richiesta di accedere ai fondi del Mes, e questo a causa delle stringenti condizionalità dell’eventuale prestito, e anche per il carattere “prioritario” degli eventuali debiti contratti col Fondo, che di fatto farebbe declassare il resto del debito a “secondario” e concorrerebbe a far schizzare in alto i tassi d’interesse.
Ma i bocconi amari da Bruxelles riguardano anche uno dei capisaldi della campagna e del blocco elettorale del governo della destra: i proprietari di case e i palazzinari.
Infatti la direttiva europea per l’efficientamento energetico degli edifici in discussione a Bruxelles e Strasburgo, ha scatenato una levata di scudi in Italia.
Secondo l’Ance (l’associazione dei Costruttori, ndr), con la nuova direttiva europea sull’efficientamento energetico degli edifici, in Italia dovrebbero essere ristrutturate più di due case su tre. “La proposta di direttiva europea sull’efficienza energetica degli immobili”, spiega il Presidente dell’Ance Federica Brancaccio, “pone obiettivi ambiziosi, in particolar modo per l’Italia che possiede un patrimonio immobiliare particolarmente vetusto. Ben il 74% dei nostri immobili è stato realizzato prima dell’entrata in vigore della normativa completa sul risparmio energetico e sulla sicurezza sismica”.
La Confedilizia prefigura una tensione “senza precedenti” sul mercato delle ristrutturazioni, “con una perdita di valore della stragrande maggioranza degli immobili italiani e, di conseguenza, un impoverimento generale delle nostre famiglie”.
A fargli da sponda politica è stato il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Tommaso Foti, che ha annunciato la presentazione di una risoluzione in Parlamento per chiedere al governo Meloni di scongiurare l’approvazione della normativa: “La casa è sacra e non si tocca”, ha affermato, raccogliendo anche il grido d’allarme dei proprietari.
La direttiva è stata presentata dalla Commissione europea lo scorso 15 dicembre. La presidenza di turno svedese dell’Unione europea si è impegnata ad approvare la cosiddetta direttiva sulle case green entro sei mesi. Il testo avanzato dall’esecutivo europeo, che dev’essere negoziato con il Consiglio e con il Parlamento, prevede che a partire dal 2030 tutti gli edifici di nuova costruzione debbano essere a zero emissioni; i nuovi edifici pubblici dovranno esserlo già dal 2027. Ma soprattutto viene rivisto anche il modo con cui attualmente vengono classificate le prestazioni energetiche degli edifici.
Per gli edifici esistenti “le classi di prestazione energetica saranno ridefinite nell’ottica della visione comune di un parco immobiliare a emissioni zero entro il 2050, tenendo conto allo stesso tempo delle differenze nazionali in termini di parchi immobiliari: la classe A più elevata rappresenta un edificio a emissioni zero, mentre la classe G più bassa includerà il 15% degli edifici aventi le prestazioni peggiori del parco immobiliare nazionale. Gli altri sono distribuiti proporzionalmente tra le classi comprese tra G e A”.
Secondo i calcoli della Commissione europea, il passaggio dell’efficientamento eneregetico da G a F riguarderà circa 30 milioni di unità immobiliari a livello europeo. E per favorire il sostegno necessario per gli investimenti, saranno stanziati fino a 150 miliardi di euro per l’attuazione delle norme minime di prestazione energetica fino al 2030.
Saranno esenti dalle ristrutturazioni gli edifici storici, i luoghi di culto, i fabbricati temporanei con un tempo di utilizzo non superiore a due anni, siti industriali, officine ed edifici agricoli non residenziali a basso fabbisogno energetico; gli edifici residenziali che sono usati o sono destinati ad essere usati meno di quattro mesi all’anno (le case per le vacanze, ndr) o, in alternativa, per un periodo limitato dell’anno e con un consumo energetico previsto inferiore al 25% del consumo che risulterebbe dall’uso durante l’intero anno; e i fabbricati indipendenti con una superficie utile coperta totale inferiore a 50 metri quadri.
L’iter legislativo europeo prevede che la proposta della Commissione venga approvata dal Consiglio e dal Parlamento. In sostanza, il Consiglio presenta una proposta modificata e la negozia con il Parlamento. Il Consiglio (che rappresenta gli Stati) ha già approvato, lo scorso 25 ottobre, la sua versione proponendo però delle importanti modifiche. Per quanto riguarda gli edifici nuovi, ha deciso per zero emissioni per quelli di proprietà di enti pubblici dal 2028 e dal 2030 per tutti gli altri.
L’idillio tra il governo Meloni e la Ue sembra quindi messo a dura prova. L’eredità di Draghi è già stata consumata ed ora l’esecutivo si trova a fare i conti con i diktat di Bruxelles come tutti gli altri governi dei paesi europei più deboli. La fedeltà atlantica serve solo per mostrare le baionette nella guerra in Ucraina, in Europa i rapporti tornano ad essere quelli di sempre: pienamente subalterni. A meno che...
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Le modifiche chieste dall’Italia alla riforma del MES non saranno accettate. “Eventuali emendamenti al Mes non saranno negoziati. Dovrà essere ratificato così com’è. Ovviamente continueremo la discussione su come sviluppare il Mes ma è una discussione che va avanti tutto il tempo e soprattutto partirà solo una volta che sarà completata la ratifica”. Questo è quanto ha dichiarato un alto funzionario dell’Ue rispondendo a una domanda sulle richieste dell’Italia di modificare il Mes, (o Fondo salva-Stati) prima della ratifica. “Il presidente dell’Eurogruppo è stato a Roma lunedì e ha avuto un incontro con il ministro Giancarlo Giorgetti. La discussione è stata costruttiva, siamo convinti che il Governo italiano avvierà il processo di ratifica che si concluderà in modo positivo”, ha aggiunto il funzionario Ue.
La Meloni aveva incontrato venerdì a Palazzo Chigi i vertici del Mes e aveva provato ad esporre le sue perplessità sul Meccanismo Europeo di Stabilità. Indicativo il fatto che nonostante la crisi economica nessun governo europeo ha mai fatto richiesta di accedere ai fondi del Mes, e questo a causa delle stringenti condizionalità dell’eventuale prestito, e anche per il carattere “prioritario” degli eventuali debiti contratti col Fondo, che di fatto farebbe declassare il resto del debito a “secondario” e concorrerebbe a far schizzare in alto i tassi d’interesse.
Ma i bocconi amari da Bruxelles riguardano anche uno dei capisaldi della campagna e del blocco elettorale del governo della destra: i proprietari di case e i palazzinari.
Infatti la direttiva europea per l’efficientamento energetico degli edifici in discussione a Bruxelles e Strasburgo, ha scatenato una levata di scudi in Italia.
Secondo l’Ance (l’associazione dei Costruttori, ndr), con la nuova direttiva europea sull’efficientamento energetico degli edifici, in Italia dovrebbero essere ristrutturate più di due case su tre. “La proposta di direttiva europea sull’efficienza energetica degli immobili”, spiega il Presidente dell’Ance Federica Brancaccio, “pone obiettivi ambiziosi, in particolar modo per l’Italia che possiede un patrimonio immobiliare particolarmente vetusto. Ben il 74% dei nostri immobili è stato realizzato prima dell’entrata in vigore della normativa completa sul risparmio energetico e sulla sicurezza sismica”.
La Confedilizia prefigura una tensione “senza precedenti” sul mercato delle ristrutturazioni, “con una perdita di valore della stragrande maggioranza degli immobili italiani e, di conseguenza, un impoverimento generale delle nostre famiglie”.
A fargli da sponda politica è stato il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Tommaso Foti, che ha annunciato la presentazione di una risoluzione in Parlamento per chiedere al governo Meloni di scongiurare l’approvazione della normativa: “La casa è sacra e non si tocca”, ha affermato, raccogliendo anche il grido d’allarme dei proprietari.
La direttiva è stata presentata dalla Commissione europea lo scorso 15 dicembre. La presidenza di turno svedese dell’Unione europea si è impegnata ad approvare la cosiddetta direttiva sulle case green entro sei mesi. Il testo avanzato dall’esecutivo europeo, che dev’essere negoziato con il Consiglio e con il Parlamento, prevede che a partire dal 2030 tutti gli edifici di nuova costruzione debbano essere a zero emissioni; i nuovi edifici pubblici dovranno esserlo già dal 2027. Ma soprattutto viene rivisto anche il modo con cui attualmente vengono classificate le prestazioni energetiche degli edifici.
Per gli edifici esistenti “le classi di prestazione energetica saranno ridefinite nell’ottica della visione comune di un parco immobiliare a emissioni zero entro il 2050, tenendo conto allo stesso tempo delle differenze nazionali in termini di parchi immobiliari: la classe A più elevata rappresenta un edificio a emissioni zero, mentre la classe G più bassa includerà il 15% degli edifici aventi le prestazioni peggiori del parco immobiliare nazionale. Gli altri sono distribuiti proporzionalmente tra le classi comprese tra G e A”.
Secondo i calcoli della Commissione europea, il passaggio dell’efficientamento eneregetico da G a F riguarderà circa 30 milioni di unità immobiliari a livello europeo. E per favorire il sostegno necessario per gli investimenti, saranno stanziati fino a 150 miliardi di euro per l’attuazione delle norme minime di prestazione energetica fino al 2030.
Saranno esenti dalle ristrutturazioni gli edifici storici, i luoghi di culto, i fabbricati temporanei con un tempo di utilizzo non superiore a due anni, siti industriali, officine ed edifici agricoli non residenziali a basso fabbisogno energetico; gli edifici residenziali che sono usati o sono destinati ad essere usati meno di quattro mesi all’anno (le case per le vacanze, ndr) o, in alternativa, per un periodo limitato dell’anno e con un consumo energetico previsto inferiore al 25% del consumo che risulterebbe dall’uso durante l’intero anno; e i fabbricati indipendenti con una superficie utile coperta totale inferiore a 50 metri quadri.
L’iter legislativo europeo prevede che la proposta della Commissione venga approvata dal Consiglio e dal Parlamento. In sostanza, il Consiglio presenta una proposta modificata e la negozia con il Parlamento. Il Consiglio (che rappresenta gli Stati) ha già approvato, lo scorso 25 ottobre, la sua versione proponendo però delle importanti modifiche. Per quanto riguarda gli edifici nuovi, ha deciso per zero emissioni per quelli di proprietà di enti pubblici dal 2028 e dal 2030 per tutti gli altri.
L’idillio tra il governo Meloni e la Ue sembra quindi messo a dura prova. L’eredità di Draghi è già stata consumata ed ora l’esecutivo si trova a fare i conti con i diktat di Bruxelles come tutti gli altri governi dei paesi europei più deboli. La fedeltà atlantica serve solo per mostrare le baionette nella guerra in Ucraina, in Europa i rapporti tornano ad essere quelli di sempre: pienamente subalterni. A meno che...
Fonte
09/01/2023
Gli Usa tornano al punto di partenza (della crisi)?
I segnali che arrivano dagli Usa sono sempre significativi per chi vuole capire, almeno a grandi linee, l’evoluzione della crisi di lunga durata che sta facendo declinare l’egemonia “euro-atlantica” sul mondo.
Per questo, ancora una volta vi proponiamo il quadro fatto su Milano Finanza (solo i giornali economici osano parlare quasi apertamente delle situazione reale, perché esistono per fornire indicazioni attendibili agli “operatori di mercato”).
Se prendete le informazioni solo da Repubblica o dal Corriere rischiate seriamente di restare sorpresi ad ogni inciampo del sistema, proprio come il “parco buoi” che continua ad affollare le borse in attesa della propria mattanza.
Cosa ci dice stavolta Guido Salerno Aletta? Che quei “fenomeni” degli americani – così descritti dai Rampini e dai Sensini – si ritrovano un’altra volta davanti all’asset inflation, che è ben diversa dai “prezzi al consumo” (che pure tormentano lavoratori e pensionati).
Asset significa “bene patrimoniale”, qualsiasi proprietà (dai macchinari agli immobili) possa essere venduta rapidamente per far fronte ad emergenze che richiedono liquidità. La prima emergenza è sempre la richiesta di saldare un debito...
Se gli asset sono troppo costosi diventa più difficile venderli. Specie se i potenziali acquirenti sono nelle stesse condizioni (solo quelli ancora più ricchi possono permettersi di farlo, aumentando così la centralizzazione del capitale in sempre meno mani).
Spesso questi asset sono “garanzie” che sono state offerte in cambio di prestiti bancari (o d’altro tipo), e un crollo rapido dei loro valori rischia di tradursi in “sofferenze” per gli istituti di credito. Se il fenomeno riguarda un’area come gli USA è facile capire che questa somma di “sofferenze” diventa in un attimo una crisi del sistema creditizio. Con molte conseguenze altrettanto “sistemiche”...
Segnaliamo che, per esempio, i prezzo degli immobili USA sono passati da 100 (nel 2000) a 306 nel giugno del 2022. Una gioia per i proprietari... Almeno per quelli che riescono a vendere, perché è fin troppo chiaro che nel frattempo la platea dei potenziali acquirenti si è andata restringendo ai felici pochi.
Idem per le automobili (soprattutto se usate!), e qui arriviamo al problema della tenuta del famoso “ceto medio”, che ha continuato a consumare o “capitalizzare” in immobili a forza di debito (“privato”, certo, ma non meno debito di quello “pubblico”; anzi...).
E quindi alla “sostenibilità finanziaria” di questa spesa “delle famiglie” sui tempi lunghi.
E se è certamente vero che, con la guerra in Ucraina, gli Stati Uniti hanno vinto la “guerra valutaria” con Europa e Giappone, riconducendoli di nuovo sotto il ferreo comando Nato e depotenziando le alternative euro e yen, è anche vero che nel caso del Sol Levante c’è una stagnazione in atto da quasi 30 anni.
E che “l’Europa” non sta meglio, avendo sviluppato un modello export oriented su una base industriale fortemente dipendente dalle importazioni di materie prime. Sono economie che possono essere “vampirizzate”, ma non possiedono più grande “spinta propulsiva”.
In quest’area, la guerra e le sanzioni, ossia la “frammentazione” del mercato globale in aree macroeconomiche che vanno tendenzialmente a “chiudersi” (cum grano salis, ovvio, ma dipende fino a che punto gli USA intendono arrivare con la strategia delle “sanzioni”), si stanno destabilizzando modelli di business già al limite (chiedere alla Germania, che stanzia 200 miliardi per il sostegno alle sue imprese).
Pensiamo al prezzo del gasolio, per il 30% (in tutta Europa) importato proprio dalla Russia (ma ancora per poco...), e a quanto può pesare sia sui trasporti passeggeri sia su quelli merceologici. E dunque sul prezzo finale dei prodotti di maggior consumo.
E sono costrette a farci i conti anche le “economia delle piattaforme”, oltre che quelle “tecnologiche”, come saggiamente viene sottolineato.
La pirateria finanziaria vive in un mondo virtuale. Che è bensì “reale”, ma solo fino a quando viene garantita l'alimentazione elettrica...
Buona lettura.
Per questo, ancora una volta vi proponiamo il quadro fatto su Milano Finanza (solo i giornali economici osano parlare quasi apertamente delle situazione reale, perché esistono per fornire indicazioni attendibili agli “operatori di mercato”).
Se prendete le informazioni solo da Repubblica o dal Corriere rischiate seriamente di restare sorpresi ad ogni inciampo del sistema, proprio come il “parco buoi” che continua ad affollare le borse in attesa della propria mattanza.
Cosa ci dice stavolta Guido Salerno Aletta? Che quei “fenomeni” degli americani – così descritti dai Rampini e dai Sensini – si ritrovano un’altra volta davanti all’asset inflation, che è ben diversa dai “prezzi al consumo” (che pure tormentano lavoratori e pensionati).
Asset significa “bene patrimoniale”, qualsiasi proprietà (dai macchinari agli immobili) possa essere venduta rapidamente per far fronte ad emergenze che richiedono liquidità. La prima emergenza è sempre la richiesta di saldare un debito...
Se gli asset sono troppo costosi diventa più difficile venderli. Specie se i potenziali acquirenti sono nelle stesse condizioni (solo quelli ancora più ricchi possono permettersi di farlo, aumentando così la centralizzazione del capitale in sempre meno mani).
Spesso questi asset sono “garanzie” che sono state offerte in cambio di prestiti bancari (o d’altro tipo), e un crollo rapido dei loro valori rischia di tradursi in “sofferenze” per gli istituti di credito. Se il fenomeno riguarda un’area come gli USA è facile capire che questa somma di “sofferenze” diventa in un attimo una crisi del sistema creditizio. Con molte conseguenze altrettanto “sistemiche”...
Segnaliamo che, per esempio, i prezzo degli immobili USA sono passati da 100 (nel 2000) a 306 nel giugno del 2022. Una gioia per i proprietari... Almeno per quelli che riescono a vendere, perché è fin troppo chiaro che nel frattempo la platea dei potenziali acquirenti si è andata restringendo ai felici pochi.
Idem per le automobili (soprattutto se usate!), e qui arriviamo al problema della tenuta del famoso “ceto medio”, che ha continuato a consumare o “capitalizzare” in immobili a forza di debito (“privato”, certo, ma non meno debito di quello “pubblico”; anzi...).
E quindi alla “sostenibilità finanziaria” di questa spesa “delle famiglie” sui tempi lunghi.
E se è certamente vero che, con la guerra in Ucraina, gli Stati Uniti hanno vinto la “guerra valutaria” con Europa e Giappone, riconducendoli di nuovo sotto il ferreo comando Nato e depotenziando le alternative euro e yen, è anche vero che nel caso del Sol Levante c’è una stagnazione in atto da quasi 30 anni.
E che “l’Europa” non sta meglio, avendo sviluppato un modello export oriented su una base industriale fortemente dipendente dalle importazioni di materie prime. Sono economie che possono essere “vampirizzate”, ma non possiedono più grande “spinta propulsiva”.
In quest’area, la guerra e le sanzioni, ossia la “frammentazione” del mercato globale in aree macroeconomiche che vanno tendenzialmente a “chiudersi” (cum grano salis, ovvio, ma dipende fino a che punto gli USA intendono arrivare con la strategia delle “sanzioni”), si stanno destabilizzando modelli di business già al limite (chiedere alla Germania, che stanzia 200 miliardi per il sostegno alle sue imprese).
Pensiamo al prezzo del gasolio, per il 30% (in tutta Europa) importato proprio dalla Russia (ma ancora per poco...), e a quanto può pesare sia sui trasporti passeggeri sia su quelli merceologici. E dunque sul prezzo finale dei prodotti di maggior consumo.
E sono costrette a farci i conti anche le “economia delle piattaforme”, oltre che quelle “tecnologiche”, come saggiamente viene sottolineato.
La pirateria finanziaria vive in un mondo virtuale. Che è bensì “reale”, ma solo fino a quando viene garantita l'alimentazione elettrica...
Buona lettura.
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Il problema cruciale delle famiglie americane non è di conto economico ma di sostenibilità finanziaria
Il problema cruciale delle famiglie americane non è di conto economico ma di sostenibilità finanziaria
Guido Salerno Aletta – Milano Finanza
È sempre un mondo straordinario, l’America, dove i prezzi e i valori degli asset salgono e scendono alla velocità della luce, prima sostenuti da euforie ingiustificate e poi abbattuti da frenate di emergenza: quello che sta accadendo in questi mesi nel mondo dei social media e delle altre FANG (Facebook, Amazon, Netflix e Google, ndr) va considerato come un cambio di paradigma. Anche per loro, la festa è finita.
I dati da cui partire sono quelli della Federal Reserve di St.Louis: ci sono alcuni prezzi di cui si è perso completamente il controllo, e non sono quelli dei beni al consumo di cui tanto di discute, con il tasso di inflazione che a novembre è stato del 7,1% su base annua, in calo rispetto al 7,7% di ottobre, e con un andamento in contrazione continua rispetto al picco del 9,1% registrato a giugno.
Per quanto sia estremamente significativa la componente dei combustibili, anche questa sembra ormai sotto controllo, visto che il prezzo della benzina si è fortemente ridimensionato, toccando a fine dicembre i 3,2 dollari per gallone, rispetto ai 5 e anche ai 6 dollari cui era arrivato nei primi mesi dell’anno.
In ogni caso, le famiglie americane sono state davvero taglieggiate: rispetto ai 341 miliardi di dollari che avevano speso nell’ultimo trimestre del 2019, ridottisi ad appena 188 miliardi nel secondo trimestre del 2020 nel pieno della crisi pandemica, nel secondo trimestre del 2022 la spesa è lievitata a 541 miliardi: 200 miliardi di dollari trimestrali netti in più rispetto al livello di spesa di fine 2019. Ossia il +58%, una vera botta.
Il primo problema sta nei prezzi raggiunti dai beni di consumo durevole. Per le auto nuove, l’indice di prezzo (fatto uguale a 100 nel biennio 1982-1984) era rimasto sostanzialmente stabile per oltre un ventennio, attestandosi attorno a quota 140/145 tra 1996 e 2019, avendo toccato il livello più basso con 132 punti nel dicembre del 2008, in coincidenza con il collasso dei mercati finanziari mondiali.
Dai 146,6 punti di gennaio 2020, l’indice è schizzato a quota 176,8 a novembre scorso: +30,2 punti, in meno di due anni. Si dirà, ed è vero, che ci sono di mezzo le auto elettriche che hanno strappato il mercato.
Il punto è che l’aumento di un terzo del prezzo delle auto nuove non è sostenibile ai livelli salariali attuali, come ben dimostra l’andamento delle vendite: nel solo mese di dicembre i prezzi delle auto nuove sono ancora aumentati del 2,5%, portando il prezzo del veicolo medio a 46 mila dollari.
Nel complesso, l’industria automobilistica statunitense ha registrato un calo delle vendite dell’8% rispetto all’anno precedente, scendendo ai minimi degli ultimi 11 anni.
Le scarse vendite del 2022 – pari a 13,9 milioni di unità tra auto, camion, suv e furgoni – sarebbero state determinate anche dalla limitata produzione, pur a fronte di una elevata domanda, per via dei problemi di approvvigionamento di semiconduttori: le ruvidità con la Cina comincerebbero a pesare.
Le vendite previste per il 2023, che arriverebbero a 14,8 milioni di unità, sarebbero sempre inferiori ai 17 milioni di veicoli che erano la regola negli anni pre-Covid.
C’è un altro dato da cui si desume la forte tensione tra domanda e offerta di auto, su cui l’aumento del prezzo di quelle nuove non è affatto secondario: si è impennato vistosamente anche l’indice dei prezzi delle vetture usate, che era stato sempre in contrazione addirittura dal febbraio del 2001 quando aveva toccato i 160,4 punti.
A giugno 2020, nel pieno del primo anno di pandemia, l’indice era sceso al minimo con 135,5 punti. Da allora, si è arrampicato senza sosta, toccando il picco di 212,6 punti a febbraio 2022: +77,1 %. Davvero una crescita sorprendente in meno di due anni.
Si vendono meno auto nuove, per lo più con motorizzazione elettrica o ibrida, che sono molto più costose di quelle tradizionali, ma soprattutto è aumentato in modo esponenziale il prezzo di quelle usate. Tutto pesa sul budget delle famiglie.
C’è poi da considerare la dinamica dei prezzi degli immobili: fatto uguale a 100 il valore dell’indice nell’anno 2000, la pendenza della linea che ha segnato la loro ripresa era stata costante dopo il crollo determinato dalla Grande crisi finanziaria del 2008, con il livello più basso toccato nel gennaio 2012 con 160 punti. A tanto si era contratto l’indice rispetto al picco superiore di 184,6 registrato nel luglio del 2007, quando era al suo massimo la bolla dei mutui sub-prime, perdendo dunque 24,6 punti. Praticamente, un quarto del valore.
Ebbene, la politica monetaria espansiva adottata dalla Fed, con la immissione di liquidità attraverso i vari Qe e i tassi a zero, ha fatto sì che a partire dal gennaio 2012 i prezzi degli immobili siano cresciuti senza sosta, recuperando in cinque anni il picco dei valori immobiliari che era stato registrato nel luglio 2007: nel novembre del 2016 l’indice era tornato a 184 punti.
Non solo da allora ha proseguito la crescita senza sosta, essendo arrivato a quota 216 nel marzo 2020 in coincidenza con l’inizio della crisi sanitaria, ma da quel momento in poi ha letteralmente spiccato il volo: la mancanza di opportunità in Borsa che aveva già raggiunto nuovi massimi, i tassi a zero e la enorme liquidità ancora una volta immessa dalla Fed sul mercato, la politica fiscale fortemente orientata a sostenere la popolazione alle prese con la pandemia l’hanno fatto impennare.
È arrivato a 306 punti nel giugno dello scorso anno, crescendo così di ben 90 punti in poco più di due anni.
Il prezzo mediano delle case vendute in America, che nel secondo trimestre del 2020 era stato di 322 mila dollari, nel terzo trimestre del 2022 è arrivato a 455 mila dollari: +41%. Tutti dati che alla Fed, evidentemente, facevano piacere: era ripartita la solita corsa alla cuccagna immobiliare.
Siamo già in un’area di insostenibilità finanziaria, che non dipende né dal prezzo della bottiglia di latte né da quello del cespo di insalata. Il mondo dei social media, da Twitter a Facebook, si è reso conto all’improvviso che non riesce più a offrire servizi gratuitamente, Amazon fa i conti con i costi stratosferici delle consegne a domicilio, le auto elettriche sono troppo costose mentre le case hanno prezzi inarrivabili.
L’indice dei prezzi al consumo dice poco e niente sulla stabilità del valore della moneta: il problema è quello della asset price inflation e della sostenibilità finanziaria delle spese delle famiglie per acquisti a lungo termine.
L’America dei Fenomeni torna così, nuovamente, al capolinea.
Fonte
04/03/2022
Solo la riforma del catasto incrina la maggioranza di Draghi
Mentre l’attenzione pubblica è dirottata sapientemente su un solo tema – la guerra in Ucraina – il governo Draghi procede sotto la linea di galleggiamento con le sue misure economiche, concordate con l’Unione Europea come parte integrante del Recovery Fund.
Ed è in qualche modo straordinario vedere come la maggioranza bulgara disposta a mandare armi, ad obbedire in tutto e per tutto alla Nato e alla UE in una materia altamente rischiosa come la guerra, si spacchi clamorosamente intorno a una questione decisamente meno importante: la riforma del catasto.
La Commissione Finanze della Camera ha approvato il testo governativo con 23 voti contro 22, grazie al “tradimento” di un parlamentare “centrista” che non se l’è sentita di mandare sotto il governo su una faccenda del genere. Tanto più che la sottosegretaria Maria Cecilia Guerra aveva esplicitamente minacciato la crisi di governo se il provvedimento non fosse stato approvato.
Se ne riparlerà in aula, perché la Commissione ha solo il potere di ammettere un testo alla discussione del Parlamento oppure no. Ma gli schieramenti in campo restano decisamente agguerriti: pardon, accatastat...
Forza Italia e Lega hanno infatti tentato fino all’ultimo di ‘ridimensionare’ la norma (ridefinizione degli estimi su cui si pagano le tasse, visto che sono tutti molto vecchi e spesso basati su valori lontanissimi da quelli di mercato attuali, specie nei centri storici) e raggiungere un compromesso: “ok alla mappatura purché si metta nero su bianco che non comporterà nuove tasse sulla casa e si proceda con la sola emersione degli immobili ‘fantasma’”.
Insieme a loro i fascisti ripuliti di Fratelli d’Italia, che fiutava la possibilità di mandare il governo in tilt e rafforzare così il proprio successo nei sondaggi.
Il tema è d’altronde fortemente impopolare, visto che la platea dei proprietari di casa – spesso solo virtuali, visto che ci sono in giro mutui immobiliari per 200 miliardi; ossia debiti e ipoteche – sfiora ormai l’80%.
Parlare di aumento delle tasse sulla casa significa sollevare un vespaio sociale incredibile, anche se le case sono molto diverse le une dalle altre. Chi sta in immobili di pregio, chi in catapecchie autocostruite, chi nei centri storici chi in periferie degradate, ecc.
Ma i partiti di cui abbiamo parlato rappresentano soprattutto la media e piccola borghesia, che ha vissuto e fatto soldi – fin qui – più con l’evasione fiscale che con il successo imprenditoriale. Ma questa è l’”avanguardia caciarona” che cerca di strumentalizzare un intero popolo che non sa bene cosa stia bollendo in pentola.
Draghi e i suoi boys – espressione di una borghesia molto più ricca, multinazionale e forte (“europea”, insomma) – non hanno del resto chiarito quale gioco intendano fare e quindi quali fasce sociali colpire con la riforma degli estimi catastali. L’unica affermazione fatta – “non cambierà nulla dal punto di vista fiscale” – è chiaramente una menzogna: perché fare quel lavoro immenso (rivedere gli estimi di tutti gli immobili in Italia) per restare con gettito identico?
In linea puramente teorica sarebbe anche possibile – alzando di molto l’imponibile per gli immobili prestigiosi e diminuendo un po’ quelli degli alloggi di tipo “popolare” – ma il riserbo fin qui tenuto fa sospettare che non sarà affatto così. Molto più probabile, e semplice da fare, un incremento generale “proporzionale” che andrebbe a colpire maggiormente i redditi più bassi (come avviene per ogni aumento dell’Iva, del resto).
Proprio mentre vengono sommersi dall’aumento delle bollette, dei prezzi energetici e non. A salari fermi o in diminuzione...
Fonte
Ed è in qualche modo straordinario vedere come la maggioranza bulgara disposta a mandare armi, ad obbedire in tutto e per tutto alla Nato e alla UE in una materia altamente rischiosa come la guerra, si spacchi clamorosamente intorno a una questione decisamente meno importante: la riforma del catasto.
La Commissione Finanze della Camera ha approvato il testo governativo con 23 voti contro 22, grazie al “tradimento” di un parlamentare “centrista” che non se l’è sentita di mandare sotto il governo su una faccenda del genere. Tanto più che la sottosegretaria Maria Cecilia Guerra aveva esplicitamente minacciato la crisi di governo se il provvedimento non fosse stato approvato.
Se ne riparlerà in aula, perché la Commissione ha solo il potere di ammettere un testo alla discussione del Parlamento oppure no. Ma gli schieramenti in campo restano decisamente agguerriti: pardon, accatastat...
Forza Italia e Lega hanno infatti tentato fino all’ultimo di ‘ridimensionare’ la norma (ridefinizione degli estimi su cui si pagano le tasse, visto che sono tutti molto vecchi e spesso basati su valori lontanissimi da quelli di mercato attuali, specie nei centri storici) e raggiungere un compromesso: “ok alla mappatura purché si metta nero su bianco che non comporterà nuove tasse sulla casa e si proceda con la sola emersione degli immobili ‘fantasma’”.
Insieme a loro i fascisti ripuliti di Fratelli d’Italia, che fiutava la possibilità di mandare il governo in tilt e rafforzare così il proprio successo nei sondaggi.
Il tema è d’altronde fortemente impopolare, visto che la platea dei proprietari di casa – spesso solo virtuali, visto che ci sono in giro mutui immobiliari per 200 miliardi; ossia debiti e ipoteche – sfiora ormai l’80%.
Parlare di aumento delle tasse sulla casa significa sollevare un vespaio sociale incredibile, anche se le case sono molto diverse le une dalle altre. Chi sta in immobili di pregio, chi in catapecchie autocostruite, chi nei centri storici chi in periferie degradate, ecc.
Ma i partiti di cui abbiamo parlato rappresentano soprattutto la media e piccola borghesia, che ha vissuto e fatto soldi – fin qui – più con l’evasione fiscale che con il successo imprenditoriale. Ma questa è l’”avanguardia caciarona” che cerca di strumentalizzare un intero popolo che non sa bene cosa stia bollendo in pentola.
Draghi e i suoi boys – espressione di una borghesia molto più ricca, multinazionale e forte (“europea”, insomma) – non hanno del resto chiarito quale gioco intendano fare e quindi quali fasce sociali colpire con la riforma degli estimi catastali. L’unica affermazione fatta – “non cambierà nulla dal punto di vista fiscale” – è chiaramente una menzogna: perché fare quel lavoro immenso (rivedere gli estimi di tutti gli immobili in Italia) per restare con gettito identico?
In linea puramente teorica sarebbe anche possibile – alzando di molto l’imponibile per gli immobili prestigiosi e diminuendo un po’ quelli degli alloggi di tipo “popolare” – ma il riserbo fin qui tenuto fa sospettare che non sarà affatto così. Molto più probabile, e semplice da fare, un incremento generale “proporzionale” che andrebbe a colpire maggiormente i redditi più bassi (come avviene per ogni aumento dell’Iva, del resto).
Proprio mentre vengono sommersi dall’aumento delle bollette, dei prezzi energetici e non. A salari fermi o in diminuzione...
Fonte
03/01/2020
Italia - Un popolo di santi, navigatori... e proprietari di case
Molto più che in Germania ma molto meno che in Romania. Il 75,2% delle famiglie italiane, tre su quattro, risiede in una casa di proprietà. Nel 2016 la superficie media di un’abitazione è pari a 117 m2 e il suo valore medio è di circa 162 mila euro (1.385 Ç/m2). In generale, le abitazioni possedute da persone fisiche hanno un valore complessivo, includendo anche le relative pertinenze, di 5.526 miliardi di euro, mentre il valore complessivo del patrimonio abitativo supera i 6.000 miliardi.
Il rapporto evidenzia che dal 2016, anno a cui fanno riferimento i dati, il prelievo di natura patrimoniale sugli immobili si è ridotto di oltre 4,5 miliardi di euro “a seguito principalmente dell’abolizione della Tasi sulle abitazioni principali non di lusso e di altre misure di alleggerimento del prelievo sugli immobili”. Ossia le imposte su quello che rappresenta più della metà della ricchezza privata in Italia sono diminuite.
Sono alcuni dei dati contenuti nella settima edizione di “Gli Immobili in Italia”, la pubblicazione biennale che fotografa il patrimonio immobiliare italiano realizzata dall’Agenzia delle Entrate e dal Dipartimento delle Finanze del Ministero dell’Economia in collaborazione con il partner tecnologico Sogei.
Il volume, che quest’anno analizza i dati relativi al 2016, offre un quadro della ricchezza, dei redditi, degli utilizzi e dei valori imponibili degli immobili attraverso l’elaborazione di diverse fonti informative, tra cui il Catasto Edilizio Urbano e le quotazioni dell’Osservatorio del Mercato Immobiliare, le dichiarazioni dei redditi, le banche dati dei versamenti delle Imposte sugli Immobili (IMU, TASI) e i dati del registro.
Diventa utile allargare lo sguardo alla condizione abitativa in Europa nello stesso anno preso in considerazione dal rapporto del Mef.
Nel 2016 la maggioranza della popolazione di ciascuno Stato membro dell’UE abitava in un alloggio di proprietà, ma con quote estremamente differenziate che vanno dal 52 % di case di proprietà in Germania, il 64,1% della Francia, il 78,2% della Spagna fino al 96 % in Romania (l’Italia appunto vede una quota del 75,2%). In Croazia siamo al 90,5%. In Lituania all’89,4% e una lunghissima serie di paesi sono intorno all’80% come, ad esempio Norvegia e Malta. La media europea è di 69,5% di case di proprietà.
Tra i paesi dell’UE, nel 2016 la Grecia ha registrato l’incidenza più elevata del costo dell’abitazione sul reddito per chi viveva in abitazioni in affitto locate a canone di mercato: per l’84,6 % delle famiglie i costi per l’abitazione superavano il 40 % del reddito disponibile equivalente (la media dell’UE era pari al 28,0 %).
Fonte
Il rapporto evidenzia che dal 2016, anno a cui fanno riferimento i dati, il prelievo di natura patrimoniale sugli immobili si è ridotto di oltre 4,5 miliardi di euro “a seguito principalmente dell’abolizione della Tasi sulle abitazioni principali non di lusso e di altre misure di alleggerimento del prelievo sugli immobili”. Ossia le imposte su quello che rappresenta più della metà della ricchezza privata in Italia sono diminuite.
Sono alcuni dei dati contenuti nella settima edizione di “Gli Immobili in Italia”, la pubblicazione biennale che fotografa il patrimonio immobiliare italiano realizzata dall’Agenzia delle Entrate e dal Dipartimento delle Finanze del Ministero dell’Economia in collaborazione con il partner tecnologico Sogei.
Il volume, che quest’anno analizza i dati relativi al 2016, offre un quadro della ricchezza, dei redditi, degli utilizzi e dei valori imponibili degli immobili attraverso l’elaborazione di diverse fonti informative, tra cui il Catasto Edilizio Urbano e le quotazioni dell’Osservatorio del Mercato Immobiliare, le dichiarazioni dei redditi, le banche dati dei versamenti delle Imposte sugli Immobili (IMU, TASI) e i dati del registro.
Diventa utile allargare lo sguardo alla condizione abitativa in Europa nello stesso anno preso in considerazione dal rapporto del Mef.
Nel 2016 la maggioranza della popolazione di ciascuno Stato membro dell’UE abitava in un alloggio di proprietà, ma con quote estremamente differenziate che vanno dal 52 % di case di proprietà in Germania, il 64,1% della Francia, il 78,2% della Spagna fino al 96 % in Romania (l’Italia appunto vede una quota del 75,2%). In Croazia siamo al 90,5%. In Lituania all’89,4% e una lunghissima serie di paesi sono intorno all’80% come, ad esempio Norvegia e Malta. La media europea è di 69,5% di case di proprietà.
Tra i paesi dell’UE, nel 2016 la Grecia ha registrato l’incidenza più elevata del costo dell’abitazione sul reddito per chi viveva in abitazioni in affitto locate a canone di mercato: per l’84,6 % delle famiglie i costi per l’abitazione superavano il 40 % del reddito disponibile equivalente (la media dell’UE era pari al 28,0 %).
Fonte
08/09/2017
Italia, un Paese di case vuote. Un quarto del patrimonio abitativo è sottoutilizzato
articolo di Alberto Ziparo, tratto da Il Manifesto
È assurdo e paradossale, oltre che umanamente inaccettabile, vedere in queste ore migranti e richiedenti casa manifestare o giacere per le strade di Roma o di altre città. In Italia infatti non dovrebbe esistere alcun disagio abitativo, né bisogno di case. Recenti ricerche, elaborazioni dai dati del censimento Istat 2011 e successivi datascape, parlano di «oltre 8 milioni e mezzo di case e appartamenti sottoutilizzati», circa un quarto dell’intero patrimonio abitativo italiano, di cui quasi sette milioni effettivamente vuoti.
Appare evidente che tutto ciò costituisce un enorme spreco economico e ambientale. Che accentua i termini del degrado territoriale, dovuto a consumo di suolo, cementificazione irrazionale, dissesti, inquinamenti e abbandono. In questo quadro appare chiaro che non dovrebbe esistere fabbisogno abitativo inevaso: si parla di un’offerta potenziale pari a circa 10 volte la domanda, compresa quella da immigrazione. I dati sono a dir poco clamorosi: oggi il numero degli edifici presenti sul territorio nazionale è pari a circa 14,5 milioni per poco più di 31 milioni di appartamenti residenziali. Oggi appare accettabile la stima-assai prudenziale di almeno 18 miliardi di metri cubi edificati, di cui 15,5 mld (84,3%) residenziali; laddove il fabbisogno nazionale aggregato è di 6,4 mld di metri cubi.
LE REGIONI MERIDIONALI esasperano il quadro nazionale: la Campania ha circa 1 milione di edifici, di cui 65.000 vuoti e inutilizzati per una popolazione di 5.760.000 abitanti, la Sicilia 1.722.000 e 132.000 per circa 5 milioni di abitanti, la Calabria 750.000 e 90.000 (1.250.000 alloggi di cui vuoti 480.000 ) per quasi 2 milioni di abitanti (il 40% del patrimonio residenziale è vuoto e in molti paesi dell’interno esistono più case che abitanti ).
Il dato relativo agli appartamenti vuoti – o scarsamente utilizzati – è a sua volta strabiliante: quasi 1 alloggio su 4 è vuoto, con una punta ancora in Calabria: il 40%; seguono Sicilia e Sardegna con circa il 30% del patrimonio abitativo inutilizzato, ancora in Piemonte 1 alloggio su 4 è vuoto, laddove in Veneto e Toscana il rapporto è di 1 su 5 circa poco meno del Lazio (22%) e poco più della Lombardia (16%).
Per quanto riguarda le città, si possono considerare consistenti le stime che presentano quote di vani vuoti di poco inferiori a 200.000 a Milano e Roma, 100.000 circa a Torino, poco meno a Napoli, decine di migliaia a Venezia, Padova, Bologna, Firenze e Genova. In diverse città del sud il numero dei vani costruiti supera quello degli abitanti; in molte aree interne, non solo meridionali, addirittura gli edifici sono più degli abitanti.
Emerge una considerazione: solo fino a venti anni fa il dato forse più significativo era il rapporto abitanti/stanze; con il censimento 2001, per l’emergere della «cascata di case», oltre alla rilevanza di aspetti più sociologici, quale la tendenziale forte crescita delle famiglie mononucleari, è apparso consistente parlare in termini di abitante/appartamento. Oggi diventa significativo e iconico il rapporto abitante/edificio. In Piemonte abbiamo poco più di 3 abitanti per edificio, in Lombardia poco meno di 5, in Toscana poco più di 4, nel Lazio circa 5. Nelle regioni del Sud addirittura meno di 3 abitanti per edificio in Sardegna e in Sicilia, 2,5 in Calabria (!), 5 in Campania, 3,2 in Basilicata, poco meno di 4 in Puglia, che è in linea con il dato medio nazionale.
CI SIAMO CHIESTI A LUNGO perché nel nostro paese si continuasse a costruire, a dispetto del declino demografico (la quota di immigrazione appare tuttora relativa) e socioeconomico. La spiegazione è stata fornita dagli studiosi di marketing immobiliare. Non si costruisce più per la domanda sociale: la rendita fondiaria, poi immobiliare, si è trasformata sempre più in finanziaria. A parte la quota di edificato-“lavanderia”, finalizzata al riciclaggio di capitale illegale.
Appaiono allora urgentissime politiche abitative che muovano anche verso l’acquisizione e il riuso sociale di almeno una parte di questo patrimonio (per oltre l’80% privato), che risolverebbe per un periodo molto lungo qualsiasi disagio abitativo, indigeno e immigrato, nel nostro paese ; rimettendo a fruizione un patrimonio il cui spreco costituisce un disastro sociale e ambientale enorme. Oltre che un pericolo (nell’ultimo anno abbiamo avuto i primi morti da crolli di edifici abbandonati).
Tale situazione di disponibilità macroscopica di abitazioni richiama la necessità di puntare con decisione, per quanto riguarda i migranti, sull’accoglienza diffusa, che – per chi arriva e decide di diventare “nuovo abitante” – può diventare residenza permanente e quindi contributo alla riqualificazione e valorizzazione sostenibile del contesto. Le dimensioni enormi di tale offerta di capitale materiale inutilizzato renderebbero, per governi e amministrazioni meno insipienti e prone ai dettami della speculazione finanziaria, fin troppo ovvio e agevole l’incontro con quella grande domanda, che significa anche disponibilità di capitale umano e sociale, costituito dagli immigrati: se una quota del vuoto può esser destinata all’accoglienza a breve, un’altra quota può impiegarsi in “case per l’intrusione” .
IL PRIMO PASSO di politiche di recupero è nell’emergenza la redazione da parte dei comuni di short list di proprietari disponibili a protocolli speciali per l’uso sociale delle case vuote (chiedere a Mimmo Lucano, sindaco di Riace). A cui possono seguire più articolate politiche di recupero e riutilizzo del patrimonio. Che renderebbero superflua qualsiasi ricostruzione dei manufatti abusivi da abbattere.
COME DICONO MOLTI urbanisti fin dal primo programma di Berlusconi, un simile, vero piano casa deve esser sorretto da una sapiente leva fiscale progressiva quale primo strumento di disincentivo al patrimonio vuoto: se ho solo la seconda casa pago tot , ma se ne ho dieci vuote devo pagar molto di più; se ne ho migliaia sono uno speculatore che va opportunamente tassato. Invece, mentre la gente sta per strada, tra i milioni di case vuote ce ne sono quasi due addirittura esentasse , in quanto «beni destinati alla vendita». Un paese al contrario.
Fonte
È assurdo e paradossale, oltre che umanamente inaccettabile, vedere in queste ore migranti e richiedenti casa manifestare o giacere per le strade di Roma o di altre città. In Italia infatti non dovrebbe esistere alcun disagio abitativo, né bisogno di case. Recenti ricerche, elaborazioni dai dati del censimento Istat 2011 e successivi datascape, parlano di «oltre 8 milioni e mezzo di case e appartamenti sottoutilizzati», circa un quarto dell’intero patrimonio abitativo italiano, di cui quasi sette milioni effettivamente vuoti.
Appare evidente che tutto ciò costituisce un enorme spreco economico e ambientale. Che accentua i termini del degrado territoriale, dovuto a consumo di suolo, cementificazione irrazionale, dissesti, inquinamenti e abbandono. In questo quadro appare chiaro che non dovrebbe esistere fabbisogno abitativo inevaso: si parla di un’offerta potenziale pari a circa 10 volte la domanda, compresa quella da immigrazione. I dati sono a dir poco clamorosi: oggi il numero degli edifici presenti sul territorio nazionale è pari a circa 14,5 milioni per poco più di 31 milioni di appartamenti residenziali. Oggi appare accettabile la stima-assai prudenziale di almeno 18 miliardi di metri cubi edificati, di cui 15,5 mld (84,3%) residenziali; laddove il fabbisogno nazionale aggregato è di 6,4 mld di metri cubi.
LE REGIONI MERIDIONALI esasperano il quadro nazionale: la Campania ha circa 1 milione di edifici, di cui 65.000 vuoti e inutilizzati per una popolazione di 5.760.000 abitanti, la Sicilia 1.722.000 e 132.000 per circa 5 milioni di abitanti, la Calabria 750.000 e 90.000 (1.250.000 alloggi di cui vuoti 480.000 ) per quasi 2 milioni di abitanti (il 40% del patrimonio residenziale è vuoto e in molti paesi dell’interno esistono più case che abitanti ).
Il dato relativo agli appartamenti vuoti – o scarsamente utilizzati – è a sua volta strabiliante: quasi 1 alloggio su 4 è vuoto, con una punta ancora in Calabria: il 40%; seguono Sicilia e Sardegna con circa il 30% del patrimonio abitativo inutilizzato, ancora in Piemonte 1 alloggio su 4 è vuoto, laddove in Veneto e Toscana il rapporto è di 1 su 5 circa poco meno del Lazio (22%) e poco più della Lombardia (16%).
Per quanto riguarda le città, si possono considerare consistenti le stime che presentano quote di vani vuoti di poco inferiori a 200.000 a Milano e Roma, 100.000 circa a Torino, poco meno a Napoli, decine di migliaia a Venezia, Padova, Bologna, Firenze e Genova. In diverse città del sud il numero dei vani costruiti supera quello degli abitanti; in molte aree interne, non solo meridionali, addirittura gli edifici sono più degli abitanti.
Emerge una considerazione: solo fino a venti anni fa il dato forse più significativo era il rapporto abitanti/stanze; con il censimento 2001, per l’emergere della «cascata di case», oltre alla rilevanza di aspetti più sociologici, quale la tendenziale forte crescita delle famiglie mononucleari, è apparso consistente parlare in termini di abitante/appartamento. Oggi diventa significativo e iconico il rapporto abitante/edificio. In Piemonte abbiamo poco più di 3 abitanti per edificio, in Lombardia poco meno di 5, in Toscana poco più di 4, nel Lazio circa 5. Nelle regioni del Sud addirittura meno di 3 abitanti per edificio in Sardegna e in Sicilia, 2,5 in Calabria (!), 5 in Campania, 3,2 in Basilicata, poco meno di 4 in Puglia, che è in linea con il dato medio nazionale.
CI SIAMO CHIESTI A LUNGO perché nel nostro paese si continuasse a costruire, a dispetto del declino demografico (la quota di immigrazione appare tuttora relativa) e socioeconomico. La spiegazione è stata fornita dagli studiosi di marketing immobiliare. Non si costruisce più per la domanda sociale: la rendita fondiaria, poi immobiliare, si è trasformata sempre più in finanziaria. A parte la quota di edificato-“lavanderia”, finalizzata al riciclaggio di capitale illegale.
Appaiono allora urgentissime politiche abitative che muovano anche verso l’acquisizione e il riuso sociale di almeno una parte di questo patrimonio (per oltre l’80% privato), che risolverebbe per un periodo molto lungo qualsiasi disagio abitativo, indigeno e immigrato, nel nostro paese ; rimettendo a fruizione un patrimonio il cui spreco costituisce un disastro sociale e ambientale enorme. Oltre che un pericolo (nell’ultimo anno abbiamo avuto i primi morti da crolli di edifici abbandonati).
Tale situazione di disponibilità macroscopica di abitazioni richiama la necessità di puntare con decisione, per quanto riguarda i migranti, sull’accoglienza diffusa, che – per chi arriva e decide di diventare “nuovo abitante” – può diventare residenza permanente e quindi contributo alla riqualificazione e valorizzazione sostenibile del contesto. Le dimensioni enormi di tale offerta di capitale materiale inutilizzato renderebbero, per governi e amministrazioni meno insipienti e prone ai dettami della speculazione finanziaria, fin troppo ovvio e agevole l’incontro con quella grande domanda, che significa anche disponibilità di capitale umano e sociale, costituito dagli immigrati: se una quota del vuoto può esser destinata all’accoglienza a breve, un’altra quota può impiegarsi in “case per l’intrusione” .
IL PRIMO PASSO di politiche di recupero è nell’emergenza la redazione da parte dei comuni di short list di proprietari disponibili a protocolli speciali per l’uso sociale delle case vuote (chiedere a Mimmo Lucano, sindaco di Riace). A cui possono seguire più articolate politiche di recupero e riutilizzo del patrimonio. Che renderebbero superflua qualsiasi ricostruzione dei manufatti abusivi da abbattere.
COME DICONO MOLTI urbanisti fin dal primo programma di Berlusconi, un simile, vero piano casa deve esser sorretto da una sapiente leva fiscale progressiva quale primo strumento di disincentivo al patrimonio vuoto: se ho solo la seconda casa pago tot , ma se ne ho dieci vuote devo pagar molto di più; se ne ho migliaia sono uno speculatore che va opportunamente tassato. Invece, mentre la gente sta per strada, tra i milioni di case vuote ce ne sono quasi due addirittura esentasse , in quanto «beni destinati alla vendita». Un paese al contrario.
Fonte
05/04/2017
Riforma del catasto, ossia svalutazione secca del patrimonio immobiliare
Il programma dell’Unione Europea per l’Italia è semplice. Soprattutto non molto diverso da quello riservato alla Grecia. Impoverire seccamente la maggior parte della popolazione, deprezzare gli asset del paese (dalle imprese pubbliche da privatizzare fino alle proprietà delle famiglie), in modo da aprire autostrade preferenziali per un capitale multinazionale sempre più a corto di buone occasioni di profitto o, meglio ancora, di plusvalenza.
La chiave di volta per realizzare questo obiettivo davvero impopolare è la “riduzione del debito pubblico” in combinato disposto con l’obbligo di raggiungere il pareggio di bilancio (ormai inserito come articolo della Costituzione).
Ogni governo “europeista” si muove dentro queste forche caudine, vincolato alla ricerca delle risorse necessarie a ridurre il debito e dunque a non seguire alcuna strada che possa portare alla crescita economica (investimenti pubblici non solo infrastrutturali, nella storia delle economie mondiali).
L’obiettivo di trovare nuove risorse si scontra frontalmente con una tassazione già al limite – se non oltre – del blocco delle attività economiche capitalistiche. Tassazione diretta (sul reddito delle famiglie e delle imprese) e tassazione indiretta (Iva, accise su carburanti e altri generi, ecc) sono difficilmente aumentabili senza provocare scontri sociali difficili da gestire, costosi da affrontare, comunque politicamente destabilizzanti.
L’unica via – privatizzazioni a parte, anche queste oramai sull’orlo dell’esaurimento – è quella delle “riforme”, parola diventata ormai sinonimo di fregatura assicurata. E quanto più è tecnicamente complicata una “riforma”, tanto più diventa facile farla passare senza grossi scontri sociali, confidando sul fatto che gli effetti saranno percepiti a distanza di tempo; ossia quando l’attenzione generale sarà attratta da altri problemi.
Cosa sta preparando, ora, il governo Gentiloni, per reperire risorse aggiuntive? Tra le tante spunta oramai con decisione la “riforma del catasto”. Opera immensa, che sarebbe peraltro effettivamente necessaria per rimuovere alcune “felici” (per pochissimi) incongruenze tra valore catastale e valore di mercato. L’esempio classico sono vecchie case ristrutturate nei centri storici oppure i ruderi di campagna trasformati in megaville con piscina e maneggio, mantenendo la vecchia qualifica catastale di “rustico agricolo”. Con relativa tassazione ai minimi termini anche in caso che siano usate come seconda casa.
Naturalmente, tutto dipende dai criteri con cui affrontare il problema. L’ipotesi su cui Pier Carlo Padoan, ministro dell’economia, ha messo al lavoro una squadra di tecnici è quella classica, avanzata e poi ritirata da anni (per puro calcolo elettorale): passare dal calcolo basato sul numero dei vani a quello sui metri quadri e i valori di mercato. Non serve un esperto di proiezioni statistiche per capire che in questo passaggio si nasconde un innalzamento verticale dei valori catastali che andrà a colpire tutte le abitazioni (60 milioni), tranne pochi casi particolarissimi.
Il ministro Padoan, con notevole improntitudine, spiega che il “saldo finale” sarebbe praticamente uguale a quello attuale. Ma se fosse vero questa operazione sarebbe completamente inutile, anzi costosa (il passaggio richiede comunque personale adeguato per realizzarlo in tempi rapidi). Dunque è la solita menzogna di un governo-fotocopia, che mantiene l’essenza dello stile renziano sotto vesti meno sbrasone e insopportabili.
Sbaglierebbe chi pensa che questo aumento verticale della tassazione sulla casa sia un “problema dei ricchi”, perché i proprietari immobiliari in Italia sono 20 milioni (capifamiglia, si dice). Bisogna ricordare infatti che soltanto qui una classe politica ignobile e asservita ai palazzinari – vero perno della pseudo-borghesia nazionale – ha rinunciato all’edilizia popolare (al momento appena il 2% del totale, mentre in Germania e Francia sfiora il 40) costringendo soprattutto i lavoratori dipendenti ad indebitarsi per comprare l’abitazione in cui vivere, con mutui pluridecennali a tassi esorbitanti (in modo da beneficiare anche le banche, ci mancherebbe!).
Il risultato è che oltre il 70% delle famiglie vive in una casa di proprietà (spesso ipotecata, certo). Quindi la “riforma del catasto” è problema che riguarda la stragrande maggioranza della popolazione, non soltanto i ceti più abbienti (e numericamente sempre meno estesi).
E sarebbe sbagliato persino pensare che un’operazione del genere si limiterebbe a “spremere” un po’ di tasse in più, senza altre conseguenze. Già ora, infatti, le spese relative all’abitazione sono un lusso per un numero crescente di persone (per esempio: nella sola Firenze è stata di recente registrata un’evasione sulle spese condominiali pari al 28%), così come va crescendo la morosità sui mutui e quindi l'espropriazione dei titolari a favore delle banche.
Un’ulteriore, violenta, impennata della tassazione – il valore catastale dell’immobile pesa su Imu, Tasi e Isee – non potrebbe che stimolare una massiccia ondata di vendite sul mercato, magari solo per un banale calcolo economico (vendere per comprare una casa più piccola). E quindi un deprezzamento altrettanto violento del patrimonio immobiliare, già crollato di oltre il 20% rispetto all’inizio della crisi economica e finanziaria attuale. Le stime della Banca d’Italia in proposito sono chiarissime: il valore totale del patrimonio immobiliare in mano alle famiglie è passato dai 5.300 miliardi del 2011 agli attuali 4.300.
Uno scenario appetitoso per chi vuol far soldi facili...
Fonte
La chiave di volta per realizzare questo obiettivo davvero impopolare è la “riduzione del debito pubblico” in combinato disposto con l’obbligo di raggiungere il pareggio di bilancio (ormai inserito come articolo della Costituzione).
Ogni governo “europeista” si muove dentro queste forche caudine, vincolato alla ricerca delle risorse necessarie a ridurre il debito e dunque a non seguire alcuna strada che possa portare alla crescita economica (investimenti pubblici non solo infrastrutturali, nella storia delle economie mondiali).
L’obiettivo di trovare nuove risorse si scontra frontalmente con una tassazione già al limite – se non oltre – del blocco delle attività economiche capitalistiche. Tassazione diretta (sul reddito delle famiglie e delle imprese) e tassazione indiretta (Iva, accise su carburanti e altri generi, ecc) sono difficilmente aumentabili senza provocare scontri sociali difficili da gestire, costosi da affrontare, comunque politicamente destabilizzanti.
L’unica via – privatizzazioni a parte, anche queste oramai sull’orlo dell’esaurimento – è quella delle “riforme”, parola diventata ormai sinonimo di fregatura assicurata. E quanto più è tecnicamente complicata una “riforma”, tanto più diventa facile farla passare senza grossi scontri sociali, confidando sul fatto che gli effetti saranno percepiti a distanza di tempo; ossia quando l’attenzione generale sarà attratta da altri problemi.
Cosa sta preparando, ora, il governo Gentiloni, per reperire risorse aggiuntive? Tra le tante spunta oramai con decisione la “riforma del catasto”. Opera immensa, che sarebbe peraltro effettivamente necessaria per rimuovere alcune “felici” (per pochissimi) incongruenze tra valore catastale e valore di mercato. L’esempio classico sono vecchie case ristrutturate nei centri storici oppure i ruderi di campagna trasformati in megaville con piscina e maneggio, mantenendo la vecchia qualifica catastale di “rustico agricolo”. Con relativa tassazione ai minimi termini anche in caso che siano usate come seconda casa.
Naturalmente, tutto dipende dai criteri con cui affrontare il problema. L’ipotesi su cui Pier Carlo Padoan, ministro dell’economia, ha messo al lavoro una squadra di tecnici è quella classica, avanzata e poi ritirata da anni (per puro calcolo elettorale): passare dal calcolo basato sul numero dei vani a quello sui metri quadri e i valori di mercato. Non serve un esperto di proiezioni statistiche per capire che in questo passaggio si nasconde un innalzamento verticale dei valori catastali che andrà a colpire tutte le abitazioni (60 milioni), tranne pochi casi particolarissimi.
Il ministro Padoan, con notevole improntitudine, spiega che il “saldo finale” sarebbe praticamente uguale a quello attuale. Ma se fosse vero questa operazione sarebbe completamente inutile, anzi costosa (il passaggio richiede comunque personale adeguato per realizzarlo in tempi rapidi). Dunque è la solita menzogna di un governo-fotocopia, che mantiene l’essenza dello stile renziano sotto vesti meno sbrasone e insopportabili.
Sbaglierebbe chi pensa che questo aumento verticale della tassazione sulla casa sia un “problema dei ricchi”, perché i proprietari immobiliari in Italia sono 20 milioni (capifamiglia, si dice). Bisogna ricordare infatti che soltanto qui una classe politica ignobile e asservita ai palazzinari – vero perno della pseudo-borghesia nazionale – ha rinunciato all’edilizia popolare (al momento appena il 2% del totale, mentre in Germania e Francia sfiora il 40) costringendo soprattutto i lavoratori dipendenti ad indebitarsi per comprare l’abitazione in cui vivere, con mutui pluridecennali a tassi esorbitanti (in modo da beneficiare anche le banche, ci mancherebbe!).
Il risultato è che oltre il 70% delle famiglie vive in una casa di proprietà (spesso ipotecata, certo). Quindi la “riforma del catasto” è problema che riguarda la stragrande maggioranza della popolazione, non soltanto i ceti più abbienti (e numericamente sempre meno estesi).
E sarebbe sbagliato persino pensare che un’operazione del genere si limiterebbe a “spremere” un po’ di tasse in più, senza altre conseguenze. Già ora, infatti, le spese relative all’abitazione sono un lusso per un numero crescente di persone (per esempio: nella sola Firenze è stata di recente registrata un’evasione sulle spese condominiali pari al 28%), così come va crescendo la morosità sui mutui e quindi l'espropriazione dei titolari a favore delle banche.
Un’ulteriore, violenta, impennata della tassazione – il valore catastale dell’immobile pesa su Imu, Tasi e Isee – non potrebbe che stimolare una massiccia ondata di vendite sul mercato, magari solo per un banale calcolo economico (vendere per comprare una casa più piccola). E quindi un deprezzamento altrettanto violento del patrimonio immobiliare, già crollato di oltre il 20% rispetto all’inizio della crisi economica e finanziaria attuale. Le stime della Banca d’Italia in proposito sono chiarissime: il valore totale del patrimonio immobiliare in mano alle famiglie è passato dai 5.300 miliardi del 2011 agli attuali 4.300.
Uno scenario appetitoso per chi vuol far soldi facili...
Fonte
05/03/2016
Italia 2016: la speculazione sulla fame
di Pasquale Cicalese per Marx21.it
«Vogliamo
essere certi che il fondo abbia un fondamento stabile. Non siamo
contrari, in linea di principio, ma è importante che si rispetti ogni
passaggio per arrivarci. In primo luogo bisogna far convergere i diversi
quadri legislativi dei Paesi, che influenzano enormemente sulla
solvibilità di una banca e la solidità di un sistema bancario. Abbiamo
bisogno di un diritto fallimentare unico. Inoltre dobbiamo rendere più
solide le banche al livello nazionale, dunque adeguare il capitale delle
banche alla presenza di bond sovrani».
Dombrert,
Ecco le condizioni per il fondo europeo salva-risparmio. Intervista a
Alfred Dombrert, Vice Presidente Bundesbank, Vice Presidente Vigilanza
Bce, La Stampa 23 gennaio 2016.
“Di fondamentale rilievo la modifica al codice civile, nel quale, dopo l'art. 2929 è inserita la Sezione I-bis riguardante l'espropriazione di beni oggetto di vincoli d'indisponibilità o di alienazioni a titolo gratuito. In proposito, l'art. 2929-bis c.c. introduce una tutela rafforzata per il creditore in caso di pignoramento, grazie alla revocatoria semplificata. L'istituto introdotto dal d.l. in esame fa sì che il creditore ove si ritenga pregiudicato da una donazione, da un fondo patrimoniale, da un trust ovvero da un vincolo di destinazione in genere, possa iniziare l'esecuzione forzata indipendentemente dall'ottenimento di una sentenza dichiarativa d'inefficacia del trasferimento (cd. revocatoria)”.
“Di fondamentale rilievo la modifica al codice civile, nel quale, dopo l'art. 2929 è inserita la Sezione I-bis riguardante l'espropriazione di beni oggetto di vincoli d'indisponibilità o di alienazioni a titolo gratuito. In proposito, l'art. 2929-bis c.c. introduce una tutela rafforzata per il creditore in caso di pignoramento, grazie alla revocatoria semplificata. L'istituto introdotto dal d.l. in esame fa sì che il creditore ove si ritenga pregiudicato da una donazione, da un fondo patrimoniale, da un trust ovvero da un vincolo di destinazione in genere, possa iniziare l'esecuzione forzata indipendentemente dall'ottenimento di una sentenza dichiarativa d'inefficacia del trasferimento (cd. revocatoria)”.
“Ma
non dimentichiamo gli interventi importanti già fatti dal Governo per
accelerare il recupero del credito. Perché alla fine il salto di qualità
è proprio questo. Il recupero svelto è la condizione necessaria per lo
smaltimento dei credit non performing, un veicolo ad hoc in grado di
fare incontrare domanda e offerta sarebbe la classica ciliegina sulla
torta”.
Giù le mani dalle banche italiane,
Intervista a Carlo Messina, Amministratore delegato Intesa SanPaolo,
MilanoFinanza 23 gennaio 2016.
Di questi tempi ti accorgi che ci vorrebbe Sbancor. Lui, che dall’ufficio studi della fu Capitalia seguiva i movimenti di capitale e scriveva note sugli indici borsistici. Peccato, sarebbe stato di fondamentale utilità di questi tempi.
Perché non sappiamo come si stanno muovendo i capitali in Italia in questi mesi, ne sapremo di più a giugno quando la banca centrale italiana pubblicherà il Bollettino Economico con il conto finanziario delle partite correnti. Solo allora sapremo se e quanti capitali sono stati esportati all’estero.
Nel frattempo i media tacciono, qualche cosa trapela dalla Popolare Vicenza o da Mps, ma non di più. Su diversi siti si parla di “bankrun”, di fuga dei depositanti, ma numeri non ce ne sono. Sappiamo solo qualcosa fino a settembre scorso: il Target2, che descrive i movimenti di capitali nell’eurozona, in Italia è passato da un passivo di 164 miliardi di gennaio ad un passivo di 236 miliardi di settembre. Un deflusso di 71 miliardi dall’Italia che ha preso la via della Germania contribuendo a peggiorare il saldo del nostro paese con Francoforte. E non era ancora successo il bail in delle quattro popolari.
Per il resto tutto tace, non si sa niente. Dopo i crolli borsistici dei giorni scorsi a maggior ragione, meglio non parlarne.
Così come è meglio tacere del Decreto legge n. 83 del 27 giugno 2015, vale a dire la nuova legge fallimentare che ha profondamente riformato il Regio Decreto n. 267 del 1942 che confluì nel Codice Civile dello stesso anno e, soprattutto ha superato il Dlgs 5 del 2006 voluto da Berlusconi che dava enormi vantaggi ai debitori. Meglio non parlarne perché si creerebbe un panico e una rivolta sociale.
E' che con la nuova legge la procedura fallimentare è stata notevolmente semplificata e ha tempi di esecuzione molto più corti della precedente. La procedura concorsuale, secondo notizie provenienti dal Tesoro italiano, la prossima settimana, con un decreto ad hoc passerà da 7 anni a 3,5. La nuova legge dà un potere enorme ai creditori; esiste, tra le altre cose, il Comitato dei Creditori, che ha un potere ab soluto, cioè sciolto da ogni vincolo giuridico, nei confronti del debitori.
Gli possono togliere tutto, al debitore rimarrebbe giusto per riuscire a mangiare durante la giornata, per il resto potrebbe essere spogliato, a differenza di prima, di quasi tutto. Il Codice Civile del 1942 dava forme di protezione giuridica al debitore: il legislatore, forte delle esperienze dei crolli del 1929 e della Legge Bancaria del 1936, si preoccupò di garantire ai debitori la difesa dei propri beni. Il Pd nel 2015 fa una legge che lo spoglia di quasi tutto e con tempi di esecuzione accelerati.
Perché è stata fatta questa legge? Ordine di Ue, Commissione Europea e Banca Centrale Europea, fortemente voluta dai settori finanziari e industriali italiani legati al capitale europeo. Essa era propedeutica al recupero dei crediti delle banche e di altri creditori. Occorreva una cornice giuridica che togliesse le difese legali al fallito di modo che i crediti rientrassero velocemente.
Da chi è costituita in Italia la platea dei debitori? Proletari che hanno contratto un mutuo e che non possono più pagare, commercianti, professionisti e soprattutto la platea di piccoli e medi imprenditori strozzati dalla crisi economica. Qui sono da fare alcune considerazioni. La realtà produttiva italiana dopo l’autunno caldo del 1969 mutò: il capitale italiano rispose all’offensiva dei proletari con il decentramento produttivo, specie nelle zone definite Terza Italia, vale a dire il nord est, l’Emilia, la Toscana e le Marche. Nacquero non meno di 700 mila imprese manifatturiere, non poche brillanti e con alcune caratteristiche.
Queste aziende erano e sono sotto-capitalizzate perché la ricchezza prodotta in questi decenni non è rimasta nell’impresa ma è confluita nelle cassaforte familiari degli imprenditori, spesso sotto forma di trust. Aziende povere, imprenditori ricchi. Le attività economiche venivano finanziate da banche territoriali avendo in garanzia immobili e liquidi dell’imprenditore.
Tale sistema ha funzionato fino all’entrata dell’euro ed è sopravvissuto fino al 2011. Il Dlgs 5 del 2006 rappresentava la difesa del blocco reazionario di massa di matrice berlusconiana e fascista dal capitale finanziario transnazionale ed europeo, che aveva e ha come cardine politico il PD. Già nel 1994 lo scontro era palese e il Pds si offriva al governo al servizio del capitale finanziario europeo costruendo una cornice giuridico-istituzionale improntata alla deflazione economica, cornice nota al Pci degli anni settanta che non a caso si batté contro l’adesione al sistema monetario europeo.
Fino a quando sono intervenute le “manovre fiscali di inusitata violenza” degli ultimi 4 anni che, unite alla tremenda restrizione creditizia operata dalle banche a seguito dell’esplosione dello spread, ha fatto crollare il pil e ha messo ko centinaia di migliaia di imprenditori, con le sofferenze bancarie aumentate in 4 anni del 400%. Ora questi prestiti costituiscono sofferenze bancarie, pari a 201 miliardi di euro. La nuova legge fallimentare ha avuto ulteriori modifiche ad agosto per garantire poteri ancora maggiori ai creditori.
Dopo di allora la stampa economica incominciò a parlare diffusamente della necessità di creare una bad bank per, si diceva, liberare capitale e aumentare il credito alle imprese, sane, italiane. La cornice giuridica era stata fatta, ora occorreva passare all’azione. Dopodiché interviene la Commissione che stoppa la bad bank nazionale e il putiferio finanziario che ne è seguito. Ora sembra che Tesoro italiano e Commissione Europea abbiano trovato la quadra: tante piccole bad bank.
Il punto da definire è che valore dare alle sofferenze bancarie. E qui viene il bello. In questi anni le banche hanno svalutato le sofferenze del 50% accantonando circa 100 miliardi per coprire le perdite. Le sofferenze vere e proprie rimangono quindi 100 miliardi. La Commissione Europea propone un valore di circa il 20%. Le banche avrebbero dunque un buco di decine di miliardi, c’è chi parla di 80, chi di 40, chi di 37 miliardi.
In ogni caso se passa questo valore le banche dovranno o accantonare i miliardi messi in perdita, prosciugando gli utili che in ogni caso non sarebbero sufficienti, oppure varare aumenti di capitale. In ogni caso si assisterebbe ad una nuova edizione di credit crunch, di restrizione creditizia che farebbe ancor più danni all’economia reale. Ma chi acquista al 20% queste sofferenze? Si parla di americani, francesi, inglesi e tedeschi.
Ora torniamo a prima. Mettiamo un proletario che non paga più il mutuo. Con la nuova legge fallimentare sarà cacciato di casa molto prima rispetto a quando c’era il Regio Decreto 267. Si leggono di comitati contro gli sfratti a Roma, Torino, Milano, Bologna, ecc. Ebbene, nei prossimi anni avranno molto da lavorare. Dunque la casa viene presa. Diciamo che la garanzia della banca era pari a 100. La società finanziaria acquista questa sofferenza bancaria a 20. Riesce in poco tempo a cacciare il mutuatario fallito e la rivende a 40. Un affare del 100%, roba che a Wall Street te lo sogni di questi tempi. Passiamo ad un imprenditore fallito. Costui non ha più i mezzi di una volta per costituire una società ad hoc per ripararsi dai creditori perché la nuova legge glielo impedisce. Diciamo che il valore dell’azienda è pari a 10 milioni. La società finanziaria acquista il credito a 2 milioni, caccia l’imprenditore e vende l’azienda ad un cinese per 6 milioni. Ha guadagnato il 200%. Non contenta, questa società aggredisce il trust dell’imprenditore e tutti i beni di cui gode, guadagnandoci ancor di più.
Questa è la speculazione sulla fame, l’Italia di questi tempi offre solo questo.
Per inciso, sappiate che Davide Serra, il finanziatore di Renzi e della Leopolda, ha creato una società veicolo per l’acquisizione di non performing loans (ma si, facciamo gli inglesi che fa tanto moda), cioè sofferenze bancarie, con una dotazione di 420 milioni di euro e sta acquistando a man bassa crediti deteriorati. Ecco dove sono andati a finire i 4 mila miliardi di Draghi, a rimpinguare le casse di speculatori che hanno come unico scopo fare gli avvoltoi di gente in difficoltà.
Ecco perché Dombrert vuole che il diritto fallimentare sia comune a tutto l’eurozona, ma in una cornice giuridica in cui i creditori hanno poteri assoluti.
Passiamo alle banche italiane. Ora, si è visto che la regola aurea del 20% del valore delle sofferenze bancarie li costringerebbe ad accantonamenti e/o aumenti di capitale per decine di miliardi nei prossimi anni, dopo tantissimi aumenti di capitali che ci sono stati dal 2011. Ci si stupisce, dunque, del loro crollo?
Ma non finisce, qui. Bundesbank, Schauble e la CDU tedesca vogliono che le banche abbiano titoli di stato per non più il 25% del loro capitale e che i titoli di stato siano prezzati come bond a rischio. Si dia il caso che le banche italiane non sono specializzate come le tedesche in derivati e speculazione varia ma abbiano la bellezza di 400 miliardi di titoli del Tesoro italiano.
Se passa questa norma della Bundesbank le opzioni sono due: o le banche italiane fanno ancor di più sbalorditivi aumenti di capitale o venderanno centinaia di miliardi di titoli di stato italiani. In questo caso ci sarebbe un tracollo del prezzo e un aumento pazzesco dei rendimenti, a tal punto che lo spread schizzerebbe nuovamente verso quota 500, come nel 2011.
Nell’uno come nell’altro caso le banche verrebbero acquisite con pochi spiccioli da operatori stranieri. Non parliamo poi di che fine farebbe il risparmio italiano, già prossimo alla fuga con le nuove regole del bail in. Non c’è niente da fare. Da decenni i tedeschi se la studiano a tavolino, mossa per mossa, pedina per pedina. Gioco a somma zero: togliere un concorrente dall’arena mondiale, prima con il debito pubblico, poi con le banche, successivamente con entrambi.
A quel punto che farà il PD? Magari una legge fallimentare sul debito pubblico e il Paese farà la fine del mutuatario o dell’imprenditore fallito, con i Davide Serra di turno che, con i soldi di Draghi, speculeranno sulla fame di un paese intero.
E in tutto questo frangente la crisi sarebbe dovuta alla Cina… quando in quel paese le vendite al dettaglio sono cresciute a dicembre sull’anno dell’11,1%, mentre se crescono da noi dello 0,8% parlano di boom di consumi… Per dirla con il Principe monarchico socialista Antonio de Curtis: ma mi faccia il piacere!
Di questi tempi ti accorgi che ci vorrebbe Sbancor. Lui, che dall’ufficio studi della fu Capitalia seguiva i movimenti di capitale e scriveva note sugli indici borsistici. Peccato, sarebbe stato di fondamentale utilità di questi tempi.
Perché non sappiamo come si stanno muovendo i capitali in Italia in questi mesi, ne sapremo di più a giugno quando la banca centrale italiana pubblicherà il Bollettino Economico con il conto finanziario delle partite correnti. Solo allora sapremo se e quanti capitali sono stati esportati all’estero.
Nel frattempo i media tacciono, qualche cosa trapela dalla Popolare Vicenza o da Mps, ma non di più. Su diversi siti si parla di “bankrun”, di fuga dei depositanti, ma numeri non ce ne sono. Sappiamo solo qualcosa fino a settembre scorso: il Target2, che descrive i movimenti di capitali nell’eurozona, in Italia è passato da un passivo di 164 miliardi di gennaio ad un passivo di 236 miliardi di settembre. Un deflusso di 71 miliardi dall’Italia che ha preso la via della Germania contribuendo a peggiorare il saldo del nostro paese con Francoforte. E non era ancora successo il bail in delle quattro popolari.
Per il resto tutto tace, non si sa niente. Dopo i crolli borsistici dei giorni scorsi a maggior ragione, meglio non parlarne.
Così come è meglio tacere del Decreto legge n. 83 del 27 giugno 2015, vale a dire la nuova legge fallimentare che ha profondamente riformato il Regio Decreto n. 267 del 1942 che confluì nel Codice Civile dello stesso anno e, soprattutto ha superato il Dlgs 5 del 2006 voluto da Berlusconi che dava enormi vantaggi ai debitori. Meglio non parlarne perché si creerebbe un panico e una rivolta sociale.
E' che con la nuova legge la procedura fallimentare è stata notevolmente semplificata e ha tempi di esecuzione molto più corti della precedente. La procedura concorsuale, secondo notizie provenienti dal Tesoro italiano, la prossima settimana, con un decreto ad hoc passerà da 7 anni a 3,5. La nuova legge dà un potere enorme ai creditori; esiste, tra le altre cose, il Comitato dei Creditori, che ha un potere ab soluto, cioè sciolto da ogni vincolo giuridico, nei confronti del debitori.
Gli possono togliere tutto, al debitore rimarrebbe giusto per riuscire a mangiare durante la giornata, per il resto potrebbe essere spogliato, a differenza di prima, di quasi tutto. Il Codice Civile del 1942 dava forme di protezione giuridica al debitore: il legislatore, forte delle esperienze dei crolli del 1929 e della Legge Bancaria del 1936, si preoccupò di garantire ai debitori la difesa dei propri beni. Il Pd nel 2015 fa una legge che lo spoglia di quasi tutto e con tempi di esecuzione accelerati.
Perché è stata fatta questa legge? Ordine di Ue, Commissione Europea e Banca Centrale Europea, fortemente voluta dai settori finanziari e industriali italiani legati al capitale europeo. Essa era propedeutica al recupero dei crediti delle banche e di altri creditori. Occorreva una cornice giuridica che togliesse le difese legali al fallito di modo che i crediti rientrassero velocemente.
Da chi è costituita in Italia la platea dei debitori? Proletari che hanno contratto un mutuo e che non possono più pagare, commercianti, professionisti e soprattutto la platea di piccoli e medi imprenditori strozzati dalla crisi economica. Qui sono da fare alcune considerazioni. La realtà produttiva italiana dopo l’autunno caldo del 1969 mutò: il capitale italiano rispose all’offensiva dei proletari con il decentramento produttivo, specie nelle zone definite Terza Italia, vale a dire il nord est, l’Emilia, la Toscana e le Marche. Nacquero non meno di 700 mila imprese manifatturiere, non poche brillanti e con alcune caratteristiche.
Queste aziende erano e sono sotto-capitalizzate perché la ricchezza prodotta in questi decenni non è rimasta nell’impresa ma è confluita nelle cassaforte familiari degli imprenditori, spesso sotto forma di trust. Aziende povere, imprenditori ricchi. Le attività economiche venivano finanziate da banche territoriali avendo in garanzia immobili e liquidi dell’imprenditore.
Tale sistema ha funzionato fino all’entrata dell’euro ed è sopravvissuto fino al 2011. Il Dlgs 5 del 2006 rappresentava la difesa del blocco reazionario di massa di matrice berlusconiana e fascista dal capitale finanziario transnazionale ed europeo, che aveva e ha come cardine politico il PD. Già nel 1994 lo scontro era palese e il Pds si offriva al governo al servizio del capitale finanziario europeo costruendo una cornice giuridico-istituzionale improntata alla deflazione economica, cornice nota al Pci degli anni settanta che non a caso si batté contro l’adesione al sistema monetario europeo.
Fino a quando sono intervenute le “manovre fiscali di inusitata violenza” degli ultimi 4 anni che, unite alla tremenda restrizione creditizia operata dalle banche a seguito dell’esplosione dello spread, ha fatto crollare il pil e ha messo ko centinaia di migliaia di imprenditori, con le sofferenze bancarie aumentate in 4 anni del 400%. Ora questi prestiti costituiscono sofferenze bancarie, pari a 201 miliardi di euro. La nuova legge fallimentare ha avuto ulteriori modifiche ad agosto per garantire poteri ancora maggiori ai creditori.
Dopo di allora la stampa economica incominciò a parlare diffusamente della necessità di creare una bad bank per, si diceva, liberare capitale e aumentare il credito alle imprese, sane, italiane. La cornice giuridica era stata fatta, ora occorreva passare all’azione. Dopodiché interviene la Commissione che stoppa la bad bank nazionale e il putiferio finanziario che ne è seguito. Ora sembra che Tesoro italiano e Commissione Europea abbiano trovato la quadra: tante piccole bad bank.
Il punto da definire è che valore dare alle sofferenze bancarie. E qui viene il bello. In questi anni le banche hanno svalutato le sofferenze del 50% accantonando circa 100 miliardi per coprire le perdite. Le sofferenze vere e proprie rimangono quindi 100 miliardi. La Commissione Europea propone un valore di circa il 20%. Le banche avrebbero dunque un buco di decine di miliardi, c’è chi parla di 80, chi di 40, chi di 37 miliardi.
In ogni caso se passa questo valore le banche dovranno o accantonare i miliardi messi in perdita, prosciugando gli utili che in ogni caso non sarebbero sufficienti, oppure varare aumenti di capitale. In ogni caso si assisterebbe ad una nuova edizione di credit crunch, di restrizione creditizia che farebbe ancor più danni all’economia reale. Ma chi acquista al 20% queste sofferenze? Si parla di americani, francesi, inglesi e tedeschi.
Ora torniamo a prima. Mettiamo un proletario che non paga più il mutuo. Con la nuova legge fallimentare sarà cacciato di casa molto prima rispetto a quando c’era il Regio Decreto 267. Si leggono di comitati contro gli sfratti a Roma, Torino, Milano, Bologna, ecc. Ebbene, nei prossimi anni avranno molto da lavorare. Dunque la casa viene presa. Diciamo che la garanzia della banca era pari a 100. La società finanziaria acquista questa sofferenza bancaria a 20. Riesce in poco tempo a cacciare il mutuatario fallito e la rivende a 40. Un affare del 100%, roba che a Wall Street te lo sogni di questi tempi. Passiamo ad un imprenditore fallito. Costui non ha più i mezzi di una volta per costituire una società ad hoc per ripararsi dai creditori perché la nuova legge glielo impedisce. Diciamo che il valore dell’azienda è pari a 10 milioni. La società finanziaria acquista il credito a 2 milioni, caccia l’imprenditore e vende l’azienda ad un cinese per 6 milioni. Ha guadagnato il 200%. Non contenta, questa società aggredisce il trust dell’imprenditore e tutti i beni di cui gode, guadagnandoci ancor di più.
Questa è la speculazione sulla fame, l’Italia di questi tempi offre solo questo.
Per inciso, sappiate che Davide Serra, il finanziatore di Renzi e della Leopolda, ha creato una società veicolo per l’acquisizione di non performing loans (ma si, facciamo gli inglesi che fa tanto moda), cioè sofferenze bancarie, con una dotazione di 420 milioni di euro e sta acquistando a man bassa crediti deteriorati. Ecco dove sono andati a finire i 4 mila miliardi di Draghi, a rimpinguare le casse di speculatori che hanno come unico scopo fare gli avvoltoi di gente in difficoltà.
Ecco perché Dombrert vuole che il diritto fallimentare sia comune a tutto l’eurozona, ma in una cornice giuridica in cui i creditori hanno poteri assoluti.
Passiamo alle banche italiane. Ora, si è visto che la regola aurea del 20% del valore delle sofferenze bancarie li costringerebbe ad accantonamenti e/o aumenti di capitale per decine di miliardi nei prossimi anni, dopo tantissimi aumenti di capitali che ci sono stati dal 2011. Ci si stupisce, dunque, del loro crollo?
Ma non finisce, qui. Bundesbank, Schauble e la CDU tedesca vogliono che le banche abbiano titoli di stato per non più il 25% del loro capitale e che i titoli di stato siano prezzati come bond a rischio. Si dia il caso che le banche italiane non sono specializzate come le tedesche in derivati e speculazione varia ma abbiano la bellezza di 400 miliardi di titoli del Tesoro italiano.
Se passa questa norma della Bundesbank le opzioni sono due: o le banche italiane fanno ancor di più sbalorditivi aumenti di capitale o venderanno centinaia di miliardi di titoli di stato italiani. In questo caso ci sarebbe un tracollo del prezzo e un aumento pazzesco dei rendimenti, a tal punto che lo spread schizzerebbe nuovamente verso quota 500, come nel 2011.
Nell’uno come nell’altro caso le banche verrebbero acquisite con pochi spiccioli da operatori stranieri. Non parliamo poi di che fine farebbe il risparmio italiano, già prossimo alla fuga con le nuove regole del bail in. Non c’è niente da fare. Da decenni i tedeschi se la studiano a tavolino, mossa per mossa, pedina per pedina. Gioco a somma zero: togliere un concorrente dall’arena mondiale, prima con il debito pubblico, poi con le banche, successivamente con entrambi.
A quel punto che farà il PD? Magari una legge fallimentare sul debito pubblico e il Paese farà la fine del mutuatario o dell’imprenditore fallito, con i Davide Serra di turno che, con i soldi di Draghi, speculeranno sulla fame di un paese intero.
E in tutto questo frangente la crisi sarebbe dovuta alla Cina… quando in quel paese le vendite al dettaglio sono cresciute a dicembre sull’anno dell’11,1%, mentre se crescono da noi dello 0,8% parlano di boom di consumi… Per dirla con il Principe monarchico socialista Antonio de Curtis: ma mi faccia il piacere!
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