Sui mercati non sono passati inosservati i forti rialzi degli interessi sui titoli di stato di tutti i principali paesi europei. C’è stata una vera e propria corsa a vendere Btp italiani e Oat francesi, ma soprattutto Bund tedeschi, i cui rendimenti sono arrivati ad aumentare di 29 punti base: secondo Bloomberg non si vedeva una tale impennata dai tempi della caduta del Muro di Berlino.
Infine, il tasso di interesse è poi sceso, attestandosi al 2,68%, ma ha comunque innescato il rialzo anche per i titoli decennali italiano (3,76%), francese (3,35%) e spagnolo (3,30%). Tutti gli esperti del settore hanno individuato l’origine di questa dinamica nei passi che la Germania ha intrapreso per sostanziare il riarmo europeo promosso da Bruxelles.
Martedì, infatti, Cdu, Csu e Spd – i cristiano-sociali e i social-democratici tedeschi – hanno stretto un accordo per un sostanzioso pacchetto fiscale che, per le spese militari, porterebbe a superare il ‘freno al debito’ imposto dalla Costituzione. Che il piano vada in porto dipende dal fatto che abbiano i voti per modificare la legge fondamentale della Germania, quando il 25 marzo si insedierà il Parlamento.
Lasciamo da parte il fatto che, nel caso, la rinnovata unità tra il ‘centro-destra’ e il ‘centro-sinistra’ tedeschi verrà trovata negli obiettivi di riarmo, il che potrebbe diventare un modello anche per altri paesi europei. Rimane il fatto che i mercati hanno reagito immediatamente a un accordo che significherà una vera e propria rivoluzione per i conti di Berlino.
Il pacchetto prevede l’esclusione dal calcolo del deficit delle spese per la difesa superiori all’1% del Pil e l’istituzione di un fondo speciale da 500 miliardi di euro per investimenti infrastrutturali (che non abbiamo dubbi verrebbero indirizzati verso la mobilità militare). Sono poi previsti anche 100 miliardi per le spese centrali e altri fondi ai governi locali.
Secondo le stime di Commerzbank, in questo modo il debito tedesco – che nel 2024 era al 63,6% del PIL – potrebbe crescere velocemente, con alcuni analisti che, immaginando una spesa per la difesa al 3,5%, calcolano un aumento del rapporto debito/PIL del 2,5% all’anno: entro una decina d’anni esso arriverebbe al 90%.
Insomma, Berlino si troverebbe ad emettere molti più titoli, e ciò porterebbe a modificare profondamente l’attitudine degli investitori, che fino a oggi hanno visto il Bund come un bene rifugio: la richiesta sarà quella di un premio per il rischio maggiore, cioè interessi più alti. Le prime avvisaglie sono quelle viste ieri.
Per dirla in poche parole, che valgano non solo per il caso emblematico della Germania ma per tutti i paesi UE, il riarmo non sarà solo spese aggiuntive, ma anche spese per pagare gli interessi sul debito in costante crescita. Questo perché il problema di fondo è negli stessi vincoli europei da tutti sottoscritti.
I Trattati europei non prevedono giochi contabili, perché la borghesia continentale ha costruito dei meccanismi feroci per i perdenti del continente, che ora però gli si rivolgono contro. Attivare la clausola di salvaguardia per armi e armamenti, infatti, non significa cancellare l’insieme di altre tagliole, quale le procedure di infrazione sul debito.
E anche con deroghe e proroghe, in generale un’espansione dell’indebitamento di questo tipo, con il circolo vizioso che verrebbe innescato dal crescente servizio sul debito associato al mantenimento della cornice dei Trattati, porterebbe a una profonda instabilità dei conti dei paesi UE, persino della Germania.
Siccome la classe dirigente europea non sembra spingere – e probabilmente non ne ha nemmeno le capacità politiche e culturali – verso un netto cambiamento delle fondamenta del progetto comunitario, l’unica soluzione rimasta sarebbe quella di un ombrello BCE. Cioè, che la BCE vari un nuovo piano di acquisti di quegli stessi titoli (o addirittura emetta dei propri Eurobond).
Ciò metterebbe al riparo, almeno parzialmente, dalla speculazione e porterebbe alla diminuzione dei tassi di interesse. Ma non si è sentita una voce che abbia parlato della BCE, la quale anzi si appresta ad un altro probabilissimo taglio dei tassi di interesse con i ‘falchi’ che si oppongono perché, del resto, il basso costo del denaro non ha riattivato gli investimenti, vista l’asfittica domanda interna.
Nonostante fino ad oggi la politica monetaria abbia fatto da surrogato a quella fiscale, bloccata appunto dai vincoli europei, i vertici della UE non sembrano pronti a fare quel salto di qualità della costruzione comunitaria che Draghi ha chiesto più volte (forse dimenticandosi che a quei vertici c’è stato pure lui).
Ma anche lo facessero sarebbe, per chiunque guarda a un’alternativa sistemica, persino peggio. Nel senso che se davvero la UE riuscisse a diventare una realtà imperialistica compiuta, capace di giocarsela se non alla pari, almeno autonomamente nello scenario globale, sarebbe solo un fattore di moltiplicazione dei punti di tensione internazionale nella crisi strutturale che viviamo.
Tanto più se questo salto di qualità avvenisse in virtù della sua proiezione militare, ma anche indipendentemente da essa. Per riassumere, la UE rimane il problema principale da affrontare, nel Vecchio Continente, per imprimere una rottura al piano inclinato della guerra su cui ci stanno portando le classi dirigenti dell’area euroatlantica.
Persino la garrota dei Trattati europei fa a pugni con le esigenze che Bruxelles si trova a fronteggiare nell’attuale fase della competizione globale, ma il nodo fondamentale non risiede nel fatto che alla fine i soldi per le armi li trovano, né cambierebbe la questione se quegli stessi miliardi venissero destinati alle spese sociali.
Se le classi dirigenti europee fossero in grado di reimmaginare – e di questo comunque dubitiamo – un modello di sviluppo in cui i settori popolari godrebbero di maggiori dividendi della ricchezza socialmente prodotta, lo farebbero solo nell’orizzonte della creazione della UE imperialista, con tutti i pericoli conseguenti (innanzitutto per i popoli del vicino Nord Africa e Medio Oriente).
Il punto delle contraddizioni rimane la cornice impostata dai Trattati europei. Chi l’ha costruita può rendersi conto per tempo di quanto sia inadeguata ai tempi, oppure proseguire col pilota automatico e portarci al macello. Ma in ogni caso non ci sarà alternativa per noi se non si attacca il problema alla radice, approfittando degli spazi apertisi con l’evidente sbandamento in cui si trova ora la UE.
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14/11/2024
L’ossessione per i conti pubblici e cosa rende davvero “solido” un paese
A partire dagli anni Ottanta, e soprattutto dalla crisi europea dei debiti sovrani del 2011, che portò alla caduta del governo Berlusconi IV e all’avvento del governo Monti, il dibattito pubblico sulla politica economica si è concentrato su un solo obiettivo: garantire a tutti i costi e senza compromessi la solidità dei conti pubblici, pena il rischio della “fuga di capitali” e l’inevitabile bancarotta dello Stato.
Questa narrazione che a volte ha assunto tratti maniacali, incontestata da tutto l’arco parlamentare, dall’estrema destra al centrosinistra, e accettata anche dalla Triplice sindacale (CGIL-CISL-UIL), ha legittimato misure draconiane di brutale macelleria sociale, dalla riforma Fornero delle pensioni fino alla lunga serie di tagli lineari alla spesa pubblica che proseguono ancora oggi.
Il modello da seguire era la Germania: il Paese-formica per eccellenza, che con una gestione dei conti pubblici considerata impeccabile è riuscito a registrare avanzi di bilancio anno dopo anno fino al 2020 e che, anche dopo gli ultimi anni di turbolenza, registrerà a fine 2024 un deficit di appena il 2%, in linea con i parametri di Maastricht, e un debito pubblico del 63% del PIL. Unico paese in Europa, praticamente...
Eppure, a fronte di conti indiscutibilmente “in ordine” secondo gli standard dei trattati, non tutto è sotto controllo a Berlino, poiché l’economia tedesca è impantanata in una recessione dal 2023, senza soluzioni all’orizzonte.
La crisi del modello tedesco fa cadere uno storico caposaldo risalente alla nascita dell’euro. Il bund tedesco (l’equivalente dei nostri Btp), da sempre bene-rifugio per antonomasia e simbolo di sicurezza nelle fasi di maggiore turbolenza sui mercati finanziari, ha visto il proprio rendimento – per la prima volta dall’introduzione dell’euro – salire oltre quello dell’Interest Rate Swap (IRS), un indicatore di attività prive di rischio.
Il tutto mentre a Berlino si sgretolava definitivamente l’alleanza di governo, aprendo la strada a elezioni anticipate (evento decisamente raro in Germania). Anche qui i conti pubblici c’entrano, ma solo indirettamente: la dissoluzione dell’alleanza di governo è infatti in gran parte frutto della disputa sulla gestione dei vincoli di bilancio inseriti in Costituzione, visto che per uscire dalla recessione Berlino dovrebbe poter spendere molto più del “lecito”.
Queste turbolenze politiche hanno avuto un effetto sui mercati finanziari, provocando un deprezzamento del bund, in aggiunta a una tendenza già in atto da settimane. Nemmeno nei periodi di maggiore tensione, come la crisi finanziaria del 2007-2008 o la pandemia da COVID-19, era mai successo che il bund rendesse più dell’IRS (per le obbligazioni, se il prezzo scende aumentano gli interessi da pagare, e viceversa).
Da questi avvenimenti si può trarre una lezione importante: non esiste nessun collegamento meccanico tra deficit e rendimento dei titoli di Stato. Pur essendo insensato negare in blocco una relazione tra il prezzo delle obbligazioni e le condizioni di bilancio, il requisito davvero importante – se si parla di attrarre il capitale internazionale – è la stabilità politica e la prevedibilità dell’ambiente economico (ogni investimento prevede condizioni stabili in un determinato orizzonte temporale).
Questo è il motivo per cui, nonostante un debito appena al 60% del PIL, il bund tedesco sta attraversando un momento difficile. In questo senso, i venti di guerra cavalcati irresponsabilmente da quasi tutti i governi europei, uniti agli sviluppi interni della politica tedesca, hanno fatto saltare il tavolo.
A questo punto, sorge una domanda: è veramente una politica “responsabile” quella di mantenere sempre il freno a mano tirato sul fronte dei conti pubblici, a prescindere dal contesto e dalla fase storica, senza considerare i costi in termini di aumento della povertà, instabilità politica e distruzione del tessuto produttivo?
O forse si tratta piuttosto di una fissazione, di una “ossessione ideologica” che in realtà obbedisce ad interessi molto ristretti (il grande capitale finanziario), e la vera “responsabilità” consiste nello sviluppo di una politica economica più laica, pragmatica, che tenga conto della situazione corrente e che punti a rilanciare lo sviluppo più che a disciplinare i conti?
Non prendiamoci in giro: lo sappiamo che la gabbia dei trattati europei è stata costruita con finalità politiche e finanziarie, non sulla base di una “razionalità economica”. Serviva a riorganizzare le filiere produttive continentali, e per un bel po’ di anni ha funzionato bene per questo obiettivo.
Ma oggi l’incapacità di immaginare strade nuove, dopo aver imbevuto l’opinione pubblica con un mantra privo di basi, sta diventando il freno principale, nel Vecchio Continente, a qualsiasi alternativa.
Fonte
Questa narrazione che a volte ha assunto tratti maniacali, incontestata da tutto l’arco parlamentare, dall’estrema destra al centrosinistra, e accettata anche dalla Triplice sindacale (CGIL-CISL-UIL), ha legittimato misure draconiane di brutale macelleria sociale, dalla riforma Fornero delle pensioni fino alla lunga serie di tagli lineari alla spesa pubblica che proseguono ancora oggi.
Il modello da seguire era la Germania: il Paese-formica per eccellenza, che con una gestione dei conti pubblici considerata impeccabile è riuscito a registrare avanzi di bilancio anno dopo anno fino al 2020 e che, anche dopo gli ultimi anni di turbolenza, registrerà a fine 2024 un deficit di appena il 2%, in linea con i parametri di Maastricht, e un debito pubblico del 63% del PIL. Unico paese in Europa, praticamente...
Eppure, a fronte di conti indiscutibilmente “in ordine” secondo gli standard dei trattati, non tutto è sotto controllo a Berlino, poiché l’economia tedesca è impantanata in una recessione dal 2023, senza soluzioni all’orizzonte.
La crisi del modello tedesco fa cadere uno storico caposaldo risalente alla nascita dell’euro. Il bund tedesco (l’equivalente dei nostri Btp), da sempre bene-rifugio per antonomasia e simbolo di sicurezza nelle fasi di maggiore turbolenza sui mercati finanziari, ha visto il proprio rendimento – per la prima volta dall’introduzione dell’euro – salire oltre quello dell’Interest Rate Swap (IRS), un indicatore di attività prive di rischio.
Il tutto mentre a Berlino si sgretolava definitivamente l’alleanza di governo, aprendo la strada a elezioni anticipate (evento decisamente raro in Germania). Anche qui i conti pubblici c’entrano, ma solo indirettamente: la dissoluzione dell’alleanza di governo è infatti in gran parte frutto della disputa sulla gestione dei vincoli di bilancio inseriti in Costituzione, visto che per uscire dalla recessione Berlino dovrebbe poter spendere molto più del “lecito”.
Queste turbolenze politiche hanno avuto un effetto sui mercati finanziari, provocando un deprezzamento del bund, in aggiunta a una tendenza già in atto da settimane. Nemmeno nei periodi di maggiore tensione, come la crisi finanziaria del 2007-2008 o la pandemia da COVID-19, era mai successo che il bund rendesse più dell’IRS (per le obbligazioni, se il prezzo scende aumentano gli interessi da pagare, e viceversa).
Da questi avvenimenti si può trarre una lezione importante: non esiste nessun collegamento meccanico tra deficit e rendimento dei titoli di Stato. Pur essendo insensato negare in blocco una relazione tra il prezzo delle obbligazioni e le condizioni di bilancio, il requisito davvero importante – se si parla di attrarre il capitale internazionale – è la stabilità politica e la prevedibilità dell’ambiente economico (ogni investimento prevede condizioni stabili in un determinato orizzonte temporale).
Questo è il motivo per cui, nonostante un debito appena al 60% del PIL, il bund tedesco sta attraversando un momento difficile. In questo senso, i venti di guerra cavalcati irresponsabilmente da quasi tutti i governi europei, uniti agli sviluppi interni della politica tedesca, hanno fatto saltare il tavolo.
A questo punto, sorge una domanda: è veramente una politica “responsabile” quella di mantenere sempre il freno a mano tirato sul fronte dei conti pubblici, a prescindere dal contesto e dalla fase storica, senza considerare i costi in termini di aumento della povertà, instabilità politica e distruzione del tessuto produttivo?
O forse si tratta piuttosto di una fissazione, di una “ossessione ideologica” che in realtà obbedisce ad interessi molto ristretti (il grande capitale finanziario), e la vera “responsabilità” consiste nello sviluppo di una politica economica più laica, pragmatica, che tenga conto della situazione corrente e che punti a rilanciare lo sviluppo più che a disciplinare i conti?
Non prendiamoci in giro: lo sappiamo che la gabbia dei trattati europei è stata costruita con finalità politiche e finanziarie, non sulla base di una “razionalità economica”. Serviva a riorganizzare le filiere produttive continentali, e per un bel po’ di anni ha funzionato bene per questo obiettivo.
Ma oggi l’incapacità di immaginare strade nuove, dopo aver imbevuto l’opinione pubblica con un mantra privo di basi, sta diventando il freno principale, nel Vecchio Continente, a qualsiasi alternativa.
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07/12/2020
I soldi ci sono, perché fate finta che sia il contrario?
Il Ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef) ha diffuso una nota ufficiale in cui comunica che, “in considerazione dell’ampia disponibilità di cassa e delle ridotte esigenze di finanziamento”, vengono sospese le aste di titoli con scadenza superiore a 10 anni previste per il giorno 10 dicembre 2020.
Una decisione in realtà non nuova rispetto al passato, infatti, cancellare i collocamenti a medio-lungo termine di metà dicembre è una consuetudine per il Tesoro. Tuttavia, per questa occasione, alla luce della fase attuale, questa decisione pone parecchie domande sulle scelte politiche che il governo sta portando avanti.
Ci troviamo infatti in una situazione in cui sono esplose tutte le contraddizioni di un sistema in crisi da decenni, incapace di risollevarsi facendo ricorso solo alle “logiche di mercato” e che palesemente richiede un ripensamento radicale delle politiche economiche portate avanti finora, verso altre politiche in cui l’intervento dello Stato deve necessariamente avere carattere strutturale.
Eppure, gli ideologi del Capitale e i politici di tutti gli schieramenti ci dicono che “non ci sono i soldi” per portare avanti politiche industriali, piani di pieno impiego, investimenti in sanità, istruzione, ricerca, per l’abitare, ecc. E che dunque il ricorso al Mes e – chissà quando, in un giorno lontano – al Recovery Fund è l’unico modo di finanziare la spesa pubblica relativa.
Davanti all’evidente necessità di fabbisogni insoddisfatti da finanziare e alla possibilità di accedere al finanziamento a bassissimo costo (ricordiamo che i tassi di interesse hanno toccato minimi storici, praticamente quasi a zero), come possiamo giustificare la decisione del governo di non emettere titoli?
Sicuramente non si può negare di aver ridotto all’osso un apparato pubblico, oltretutto privato degli strumenti adeguati a fare programmazione economica e indirizzare gli investimenti. Del resto, proprio questo era lo scopo delle politiche di austerità portate avanti negli ultimi 40 anni.
Ma soprattutto quello che emerge è la volontà politica di non invertire questa tendenza e di limitarsi solo alle “politiche emergenziali” necessarie ad evitare sollevazioni popolari.
La decisione, quindi, sembra legata alla volontà di preferire strumenti di finanziamento come il Mes e il Recovery Fund, che contengono pesanti “condizionalità politiche”, tutte finalizzate a garantire un maggior controllo da parte della governance dell’Unione Europea sulla politica fiscale di questo Paese (e anche degli altri, specie mediterranei).
In poche parole: ci troviamo in una fase straordinaria in cui le banche centrali hanno dovuto inondare di liquidità i mercati finanziari per evitare il collasso, questa liquidità però non trova né rendimenti sicuri, vista l’incertezza generale, né la strada per arrivare all’economia reale (“i privati” hanno congelato gli investimenti).
Gli Stati sono quindi gli unici attori che possono assumersi i rischi e impiegare la liquidità portando avanti investimenti di ogni genere, a partire da quelli di carattere sociale o per la manutenzione del territorio; ma tutto ciò non viene fatto per motivi politici. Non astrattamente “economici”.
L’evolversi della crisi ci mostra quindi in modo sempre più evidente che non possiamo più accettare come risposta che “i soldi non ci sono”. Perché invece ce ne sono tantissimi, ma “congelati” sotto forma di risparmio oppure investiti in attività finanziarie, puramente speculative.
Abbiamo davanti un ventaglio infinito di opzioni di finanziamento, che vanno dalle tasse sui milionari all’emissione di titoli pubblici a bassissimo interesse, che ci permetterebbe di finanziare ciò di cui abbiamo bisogno.
Quello che è fondamentale, dunque, è riprendere in mano le leve della politica monetaria e fiscale, rafforzare tutto l’apparato statale e ripristinare la superiorità del politico sull’economico. O meglio: dell’interesse pubblico, di tutta la popolazione, su quello “privato” di pochissimi speculatori e “prenditori” (gli industriali che campano solo col denaro pubblico).
Insomma: è ora di affermare la superiorità della pianificazione collettiva alla barbarie attuale.
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10/07/2020
Signora di 80 anni cacciata a pedate da una banca
L’ultimo rapporto Censis Assogestioni sullo stato del risparmio in Italia, del quale potete leggere un resoconto dettagliato su MilanoFinanza, dice che il 43,7% degli italiani (si tratta sempre di analisi su campione – non dobbiamo dimenticarlo, come non dobbiamo dimenticare mai l’effetto performativo di questi dati) comprerebbe titoli del nostro debito pubblico, mentre il 51,3% non li comprerebbe. Il 5%, invece, dice «Non so», «Non ho idea», «Non tengo tempo, ho la pentola sul fornello».
Le persone più propense ad acquistare i titoli di Stato si trovano nel Nord-Ovest (47,5%), si trovano tra le persone con reddito più alto (55,9%), tra i dirigenti e i quadri (59,3%). Si trovano, insomma, tra quelle persone che stanno meglio, che hanno più disponibilità economiche, che hanno meno preoccupazioni su come sbarcare il lunario, e che dunque sono meno soggette alle ansie quotidiane, più immuni a quei programmi ansiogeni che le TV commerciali, e a ruota quelle pubbliche, trasmettono a manetta da mattina a sera; quelle trasmissioni che fanno da sottofondo alla solitudine di molti anziani. Gli scettici si trovano in maggioranza tra gli operai (54,5%) e tra i residenti al sud (54%).
L’anno scorso mia suocera mi ha pregato di accompagnarla in banca. I suoi quattro Bot erano in scadenza e la banca l’aveva convocata più volte nella filiale. Le avevano consigliato di «sciogliere» i BOT, perché il conto titoli era in perdita.
Non vale la candela investire in titoli di Stato – le avevano detto. Ci sono molte alternative più redditizie, ci sono le polizze assicurative che garantiscono il capitale e un certo guadagno, eccetera.
Quando siamo andati in banca l’impiegata ci ha proposto dei titoli della Toyota denominati in dollari. Si tratta di un prodotto sicuro – ci ha detto. Si tratta di un investimento tagliato su misura proprio per voi. Abbiamo detto che non volevamo Assicurazioni, e che preferivamo i titoli di Stato, anziché le obbligazioni della Toyota.
Ho parlato io con l’impiegata. Si percepiva a pelle che ne sapeva a pacchi, e che era appena uscita da uno di quei brainstorming a resilienza spinta, con prossemica regolata, paratassi e asserzioni a raffica, con slide e proiettori a raggi laser, in cui ti insegnano a vendere debiti come fossero noccioline, e cose di questo genere.
Noi (io), per non fare brutta figura, abbiamo detto che la Toyota è sicuramente una grande e solida azienda, e che il dollaro è una moneta che regge il confronto con il Rublo e il Franco svizzero, ma che non volevamo fare la fine di quei vecchi passati dalle corse dei cavalli ai listini di borsa; che mettere i soldi nei Bot ci sollevava proprio da tutti questi patemi e incombenze; che siamo all’antica e che quando lo Stato fallirà, se fallirà, il nostro ultimo problema saranno i soldi piazzati sui Bot.
Non c’è stato verso di convincere l’impiegata. Titoli di Stato per noi non ce n’erano.
Dopo un consulto in famiglia abbiamo deciso di togliere i soldi dalla banca e di portarli alla Posta. A quel punto non volevamo più comprare i Bot, volevamo solo essere trattati con rispetto, e non da caproni pezzenti e ignoranti, quali in effetti siamo, sorpresi a cianciare su quattro miseri risparmi.
Questa vicenda (unica) di mia suocera non fa statistica, non è nemmeno esemplare, è solo la vicenda capitata ad una donna (una nonna di 80 anni) che passa parte del giorno con le nipoti, perché anche il pre- e post-scuola è diventato un lusso.
Fonte
Le persone più propense ad acquistare i titoli di Stato si trovano nel Nord-Ovest (47,5%), si trovano tra le persone con reddito più alto (55,9%), tra i dirigenti e i quadri (59,3%). Si trovano, insomma, tra quelle persone che stanno meglio, che hanno più disponibilità economiche, che hanno meno preoccupazioni su come sbarcare il lunario, e che dunque sono meno soggette alle ansie quotidiane, più immuni a quei programmi ansiogeni che le TV commerciali, e a ruota quelle pubbliche, trasmettono a manetta da mattina a sera; quelle trasmissioni che fanno da sottofondo alla solitudine di molti anziani. Gli scettici si trovano in maggioranza tra gli operai (54,5%) e tra i residenti al sud (54%).
L’anno scorso mia suocera mi ha pregato di accompagnarla in banca. I suoi quattro Bot erano in scadenza e la banca l’aveva convocata più volte nella filiale. Le avevano consigliato di «sciogliere» i BOT, perché il conto titoli era in perdita.
Non vale la candela investire in titoli di Stato – le avevano detto. Ci sono molte alternative più redditizie, ci sono le polizze assicurative che garantiscono il capitale e un certo guadagno, eccetera.
Quando siamo andati in banca l’impiegata ci ha proposto dei titoli della Toyota denominati in dollari. Si tratta di un prodotto sicuro – ci ha detto. Si tratta di un investimento tagliato su misura proprio per voi. Abbiamo detto che non volevamo Assicurazioni, e che preferivamo i titoli di Stato, anziché le obbligazioni della Toyota.
Ho parlato io con l’impiegata. Si percepiva a pelle che ne sapeva a pacchi, e che era appena uscita da uno di quei brainstorming a resilienza spinta, con prossemica regolata, paratassi e asserzioni a raffica, con slide e proiettori a raggi laser, in cui ti insegnano a vendere debiti come fossero noccioline, e cose di questo genere.
Noi (io), per non fare brutta figura, abbiamo detto che la Toyota è sicuramente una grande e solida azienda, e che il dollaro è una moneta che regge il confronto con il Rublo e il Franco svizzero, ma che non volevamo fare la fine di quei vecchi passati dalle corse dei cavalli ai listini di borsa; che mettere i soldi nei Bot ci sollevava proprio da tutti questi patemi e incombenze; che siamo all’antica e che quando lo Stato fallirà, se fallirà, il nostro ultimo problema saranno i soldi piazzati sui Bot.
Non c’è stato verso di convincere l’impiegata. Titoli di Stato per noi non ce n’erano.
Dopo un consulto in famiglia abbiamo deciso di togliere i soldi dalla banca e di portarli alla Posta. A quel punto non volevamo più comprare i Bot, volevamo solo essere trattati con rispetto, e non da caproni pezzenti e ignoranti, quali in effetti siamo, sorpresi a cianciare su quattro miseri risparmi.
Questa vicenda (unica) di mia suocera non fa statistica, non è nemmeno esemplare, è solo la vicenda capitata ad una donna (una nonna di 80 anni) che passa parte del giorno con le nipoti, perché anche il pre- e post-scuola è diventato un lusso.
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07/10/2019
Capitali europei, la festa USA è finita
Qualche giorno fa “i falchi” del sistema finanziario europeo – Jens Weidmann, presidente di BundesBank; Oliver Bate, ceo di Allianz; Francois Villeroy de Galhau, governatore di Banque de France; Klaas Knot, pari grado olandese – hanno attaccato pubblicamente Mario Draghi, presidente uscente della Bce, per la sua politica di tassi “eccessivamente accomodanti” e il recente rilancio del quantitative easing (acquisto di titoli di stato sul mercato, per 20 miliardi al mese).
Un fatto inconsueto, che rivela un “malessere” di lunga durata, esploso solo ora che “l’italiano” se ne va e sta per subentrare Chistine Lagarde, notoriamente molto più “sensibile” ai richiami di alcuni di questi poteri.
Più o meno negli stessi giorni, Donald Trump tuonava contro il suo governatore della banca centrale – Jerome Powell, alla testa della Federal Reserve – per aver seguito negli ultimi anni una politica monetaria diversa, se non opposta, rialzando per qualche tempo i tassi di interesse.
Siccome a questi livelli del potere non si discute della migliore teoria economica, ma di vantaggi, sarà meglio dare un’occhiata ai dati sui movimenti di capitali speculativi (quelli alla ricerca dei migliori rendimenti).
La consueta impietosa analisi di Guido Salerno Aletta su Milano Finanza chiarisce efficacemente cos’è accaduto nell’ultimo decennio post-crisi del 2007-2008.
E ci spiega che i capitali europei si sono riversati in quantità crescente verso il mercato USA proprio perché garantiva tassi di interesse superiori a quelli europei, da tempo fermi a zero.
Non basta. Questa autentica fuga spiega in parte anche perché le “iniezioni di liquidità” della Bce non abbiano portato allo sperato aumento dell’inflazione verso l’obbiettivo del 2% annuo, né siano stati trasferiti all’economia reale, sotto forma di maggiori prestiti a imprese e famiglie. Di fatto, molta di quella liquidità aggiuntiva presa a tasso zero è stata diretta – dalle banche e dai fondi di investimento – verso gli Stati Uniti, per realizzare facili guadagni immediati.
L’investimento nell’economia “fisica”, fatta di merci, ha del resto rendimenti bassi (l’inflazione è ferma, i salari pure, i consumi di conseguenza) e tempi di “ritorno” piuttosto lunghi, anche nei comparti pressoché privi di rischio. Mentre la finanza speculativa, specie sui titoli di Stato dei paesi core, ha tempi rapidissimi e plusvalenze più consistenti.
Un’altra botta alle economie europee l’ha data però anche il modello “mercantilista” tedesco, imposto a forza di trattati UE a tutta l’Europa. La compressione salariale che aiuta(va) la concorrenza sui mercati globali impoveriva contemporaneamente i mercati interni. Per il banale motivo che se non hai da spendere, con compri... E quando il mercato globale rallenta – com’è successo negli ultimi due anni – non trovi altri sbocchi sul mercato interno.
E insomma in tensione tutta la struttura finanziaria che ha fin qui fatto da spina dorsale all’Unione Europea nell’ultimo ventennio.
I “falchi” del Grande Nord lamentano che “I tassi negativi riducono i margini delle banche e pesano sulla redditività; il crollo sotto zero dei rendimenti dei bond mette alle corde il mondo del risparmio gestito, i prodotti vita delle assicurazioni, i fondi pensione”. Ma in realtà proprio quei soggetti sono stati protagonisti della “grande fuga” verso il mercato finanziario Usa.
Il quale, a sua volta, lamenta con Trump l’eccesso di interessi pagato a questi “capitali di buona volontà”, che hanno gonfiato – tra l’altro – le stime sulla “crescita” statunitense. Ma abbassando i tassi, quei capitali usciranno dagli Stati Uniti per tornare indietro o andare altrove, impoverendo il mercato finanziario Usa. Un boomerang...
In questo mondo capitalistico tutto è interconnesso e non è affatto semplice perseguire solo “il proprio interesse”, perché tutti gli altri reagiscono vanificando quanto fai per raggiungerlo. Basterebbe vedere l’incipit della “guerra dei dazi” per capire che si tratta di una mossa miope e disperata.
Salerno Aletta, giustamente, ricorda che “Spazi di crescita mercantilistica all’estero, soprattutto con un ulteriore scivolamento dell’euro sul dollaro, non ce ne sono più: per l’Europa, anche la festa americana sta volgendo velocemente al termine.”
Ma non ci sono altre feste in cui “imbucarsi”, in giro per il mondo. Il mercato finanziario cinese è regolato e sotto controllo; gli altri “emergenti” si sono scottati già troppe volte. E rialzare i tassi di interesse europei, con l’economia reale in recessione, sarebbe la mazzata definitiva. Resta la soluzione “sporca”, quella che rinvia i problemi aggravandoli: ossia la “finanza creativa” fatta di prodotti derivati, cds, cdo, cartaccia finanziaria senza alcun valore ma affamata di “rendimento”. Una mega-bolla di cui si ignora solo la data dell’esplosione...
Le contraddizioni dello “sviluppo ineguale europeo”, insomma, sono sul punto di rientrare in casa, tutte insieme.
E a quel punto dovrebbe diventare chiaro per tutti che “L’Unione europea è lo spazio politico che garantisce il perenne vagabondare di imprese, di sedi produttive e fiscali, di contratti di lavoro, di fatturazioni e di impieghi finanziari.” Niente a che vedere con le chiacchiere sulla “solidarietà comunitaria”, il “modello di vita da difendere”, lo “spazio comune” e tutte le altre cazzate che vengono sparse in giro agitando lo straccio dell’Erasmus e di Shengen...
Guido Salerno Aletta – Milano Finanza
È stato inarrestabile, davvero un fiume in piena, il flusso dei capitali europei che da anni si è riversato negli Usa. Ed è per questo che Donald Trump continua a bacchettare la Fed, che terrebbe i tassi troppo alti rispetto alla Bce, che invece “paga” le banche affinché prestino denaro all’economia anziché pretendere tassi di interesse che al confronto di quelli praticati in Europa sono davvero stratosferici.
I dati del Tesoro americano non ammettono dubbi: nel mese di giugno del 2018, e rispetto solo ad un anno prima, gli investimenti di portafoglio in titoli statunitensi da parte degli undici principali Paesi aderenti all’euro risultano aumentati di ben 298 miliardi di dollari, arrivando ad un totale di 4.367 miliardi. L’importo in questione risulta più che raddoppiato, con un incremento di ben 2.292 miliardi, rispetto a quello in essere a giugno 2008: alla vigilia della grande crisi finanziaria era stato di soli 2.075 miliardi di dollari.
Ben poca cosa, al confronto con gli europei, è stato l’afflusso dei capitali cinesi: in undici anni, tra il 2008 ed il 2018, la detenzione complessiva di questi ultimi è passata da 1.205 a 1.606 miliardi di dollari (+401 miliardi), dopo aver raggiunto il picco di 1.844 miliardi nel giugno del 2015. Da allora, diversamente da quelle europee, l’ammontare delle detenzioni cinesi si è continuamente ridotto. Quelle di Russia ed Iran, per le note vicende, sono state azzerate.
Molto consistente, ma non paragonabile all’afflusso dei capitali europei, è stato l’incremento degli investimenti di portafoglio da parte dei giapponesi sul lungo periodo: in undici anni, sono passati solo da 1.250 a 2.044 miliardi di dollari (+794 miliardi). La differenza sta soprattutto nell’andamento più recente: tra giugno 2017 e giugno 2018, gli investimenti giapponesi sono aumentati di appena 46 miliardi di dollari, una somma irrilevante rispetto all’aumento massiccio dei capitali europei, che come si è visto è stato di ben 298 miliardi di dollari.
E dire che anche la Banca del Giappone pratica, al pari della Bce, una politica monetaria estremamente accomodante, con l’obiettivo di tenere a zero i tassi a dieci anni. La differenza, rispetto all’eurozona, è rappresentata dall’aumento continuo del debito pubblico giapponese: è il safe asset che invece manca da questa parte del globo, e che i massicci acquisti con il Qe da parte della Bce ha sottratto al mercato.
Tre circostanze concomitanti sospingono dunque i capitali europei oltre Atlantico: i tassi di interesse irrisori, se non addirittura negativi; la scarsità di safe asset; e l’andamento insoddisfacente dell’economia reale, anche a causa delle politiche fiscali restrittive decise con il Fiscal Compact.
Si sono vanificati così gli sforzi compiuti dalla Bce con l’immissione di nuova liquidità mediante l’acquisto di titoli sul mercato (Asset Purchase Programme), volti ad incrementare il tasso di inflazione nell’Eurozona, per portarlo ad un livello vicino ma non superiore al 2% annuo: tra il giugno del 2015 ed il giugno 2018, un periodo triennale un po’ più breve ma sostanzialmente sovrapponibile rispetto a quello del Qe, che è stato operativo dal marzo del 2015 al dicembre del 2018, l’incremento degli investimenti di portafoglio negli Usa da parte del citato gruppo di Paesi europei è stato di 846 miliardi di dollari.
Al confronto, le detenzioni di titoli pubblici da parte della Bce sono arrivate nel complesso a 2.650 miliardi di euro: considerando i fattori di cambio, si è riversata dunque nei soli investimenti di portafoglio statunitensi una somma pari ad un terzo della liquidità aggiuntiva immessa dalla Bce.
C’è un altro elemento che va considerato: il saldo della bilancia dei pagamenti correnti dell’Eurozona, che in questi anni è sempre stato positivo soprattutto per via del contributo recato dalla componente tedesca e più di recente anche da quello dell’Italia. Ebbene, nel periodo compreso tra luglio 2017 e giugno 2018, il saldo attivo dell’intera Eurozona è stato di 340 miliardi di euro. Nello stesso periodo annuale, come si è già rilevato, il solo incremento degli investimenti di portafoglio in titoli statunitensi da parte dei dieci principali Paesi dell’Eurozona è stato di 846 miliardi di dollari. Gli europei hanno dunque investito solo in titoli americani più del doppio del saldo netto incassato da tutto il mondo.
Non basta. Anche i dati relativi al disavanzo della bilancia commerciale statunitense nei confronti dell’intera Unione europea confermano che l’afflusso dei capitali europei è stato enormemente superiore al passivo americano. Nel 2017 e nel 2018 è stato rispettivamente pari a 152 ed a 169 miliardi di dollari. In pratica, il reinvestimento europeo in titoli statunitensi è stato di cinque volte superiore all’attivo del saldo per merci.
La posizione finanziaria netta dell’Eurozona (IIIP) è in netto miglioramento, già a partire dal primo trimestre 2009, quando registrò invece il picco negativo di 1.900 miliardi per via del rischio crescente per la crisi americana, deflagrata infatti nel 2008: mentre i capitali europei si ritiravano, anche altri stranieri si rifugiavano nell’eurozona. Il passivo della IIIP registrato nel secondo trimestre di quest’anno è stato di appena 231 miliardi di euro, il miglior risultato di sempre.
Anche l’incremento degli investimenti di portafogli della Germania negli Usa non ha conosciuto soste, passando dai 182 miliardi di dollari del giugno 2009 ai 456 miliardi del giugno 2018. Nel complesso, il valore complessivo degli investimenti del portafogli tedesco all’estero è arrivato a 3.300 miliardi di dollari, rispetto ai 2.510 miliardi di fine 2009: +790 miliardi.
Attentissimi come sono a tenere tutto sotto controllo a casa propria, con la morsa ben stretta sui deficit pubblici e la deflazione salariale che abbatte da anni la domanda interna e dunque le importazioni, gli europei fanno festa a casa d’altri, che ben poche virtù possono invece vantare. Strafanno: non sazi dei raccolti mietuti sul piano dei surplus commerciali, si sono messi pure a fare vendemmia nella vigna finanziaria americana. Debiti ne fanno a bizzeffe, gli americani, a casa propria e fuori.
Stavolta c’è grande cautela sui mercati valutari: anche la recente decisione della Bce di riprendere il Qe non ha mosso granché il cambio col dollaro. Ben diverso fu l’effetto nel 2014: al solo sospetto che avrebbe dato il via all’acquisto di titoli pubblici, crollò da 1,40 di aprile fin quasi alla parità a marzo successivo, quando ebbe inizio il Qe.
Stavolta, lo spauracchio è quello dei dazi, più volte minacciato da Trump. Si è materializzato questa settimana, con l’autorizzazione rilasciata dal Wto agli Usa di imporne all’Europa fino a 7,5 miliardi di dollari per compensare gli aiuti di Stato all’Airbus in danno della Boeing.
Anche Mario Draghi, accommiatandosi dalla Bce, ha ribadito la necessità che in Europa anche la politica di bilancio faccia finalmente la sua parte. La prospettiva di una Unione fiscale, con un bilancio europeo più robusto, è difficilmente immaginabile: non solo perché presuppone una solidarietà ulteriore a carico dei Paesi più prosperi, ma soprattutto perché passa inevitabilmente dalla riduzione della competizione tra i sistemi di tassazione, che è stata la chiave per l’arricchimento straordinario di alcuni Paesi a danno degli altri, con l’Irlanda e l’Olanda in testa, per non parlare del Lussemburgo.
Sono decenni di crescita drogata dalla continua sottrazione di risorse, fiscali e finanziarie, da un Paese europeo all’altro. L’Unione europea è lo spazio politico che garantisce il perenne vagabondare di imprese, di sedi produttive e fiscali, di contratti di lavoro, di fatturazioni e di impieghi finanziari. Pompare altra liquidità non serve che a drenare altre risorse all’estero, finanziando squilibri.
Spazi di crescita mercantilistica all’estero, soprattutto con un ulteriore scivolamento dell’euro sul dollaro, non ce ne sono più: per l’Europa, anche la festa americana sta volgendo velocemente al termine.
Un fatto inconsueto, che rivela un “malessere” di lunga durata, esploso solo ora che “l’italiano” se ne va e sta per subentrare Chistine Lagarde, notoriamente molto più “sensibile” ai richiami di alcuni di questi poteri.
Più o meno negli stessi giorni, Donald Trump tuonava contro il suo governatore della banca centrale – Jerome Powell, alla testa della Federal Reserve – per aver seguito negli ultimi anni una politica monetaria diversa, se non opposta, rialzando per qualche tempo i tassi di interesse.
Siccome a questi livelli del potere non si discute della migliore teoria economica, ma di vantaggi, sarà meglio dare un’occhiata ai dati sui movimenti di capitali speculativi (quelli alla ricerca dei migliori rendimenti).
La consueta impietosa analisi di Guido Salerno Aletta su Milano Finanza chiarisce efficacemente cos’è accaduto nell’ultimo decennio post-crisi del 2007-2008.
E ci spiega che i capitali europei si sono riversati in quantità crescente verso il mercato USA proprio perché garantiva tassi di interesse superiori a quelli europei, da tempo fermi a zero.
Non basta. Questa autentica fuga spiega in parte anche perché le “iniezioni di liquidità” della Bce non abbiano portato allo sperato aumento dell’inflazione verso l’obbiettivo del 2% annuo, né siano stati trasferiti all’economia reale, sotto forma di maggiori prestiti a imprese e famiglie. Di fatto, molta di quella liquidità aggiuntiva presa a tasso zero è stata diretta – dalle banche e dai fondi di investimento – verso gli Stati Uniti, per realizzare facili guadagni immediati.
L’investimento nell’economia “fisica”, fatta di merci, ha del resto rendimenti bassi (l’inflazione è ferma, i salari pure, i consumi di conseguenza) e tempi di “ritorno” piuttosto lunghi, anche nei comparti pressoché privi di rischio. Mentre la finanza speculativa, specie sui titoli di Stato dei paesi core, ha tempi rapidissimi e plusvalenze più consistenti.
Un’altra botta alle economie europee l’ha data però anche il modello “mercantilista” tedesco, imposto a forza di trattati UE a tutta l’Europa. La compressione salariale che aiuta(va) la concorrenza sui mercati globali impoveriva contemporaneamente i mercati interni. Per il banale motivo che se non hai da spendere, con compri... E quando il mercato globale rallenta – com’è successo negli ultimi due anni – non trovi altri sbocchi sul mercato interno.
Non basta, però. Alcuni dei paesi “forti”, quelli con i bilanci pubblici in ordine, hanno approfittato dell’immobilizzazione forzata di quelli “sotto osservazione” (Portogallo, Spagna, Italia, Grecia, ecc) per praticare anche la concorrenza fiscale, praticando tasse quasi a zero a favore delle multinazionali. Che ovviamente – come dimostrano FCA, Mediaset e ora anche Cementir (nella foto di fianco) – volano in Olanda e altrove, smettendo di versare tasse nel proprio paese e dunque vanificando sia i “sacrifici” per “rimettere i conti in ordine”, sia la sbandierata “lotta all’evasione fiscale” (che si farà perciò solo sui piccoli e medi evasori).
E insomma in tensione tutta la struttura finanziaria che ha fin qui fatto da spina dorsale all’Unione Europea nell’ultimo ventennio.
I “falchi” del Grande Nord lamentano che “I tassi negativi riducono i margini delle banche e pesano sulla redditività; il crollo sotto zero dei rendimenti dei bond mette alle corde il mondo del risparmio gestito, i prodotti vita delle assicurazioni, i fondi pensione”. Ma in realtà proprio quei soggetti sono stati protagonisti della “grande fuga” verso il mercato finanziario Usa.
Il quale, a sua volta, lamenta con Trump l’eccesso di interessi pagato a questi “capitali di buona volontà”, che hanno gonfiato – tra l’altro – le stime sulla “crescita” statunitense. Ma abbassando i tassi, quei capitali usciranno dagli Stati Uniti per tornare indietro o andare altrove, impoverendo il mercato finanziario Usa. Un boomerang...
In questo mondo capitalistico tutto è interconnesso e non è affatto semplice perseguire solo “il proprio interesse”, perché tutti gli altri reagiscono vanificando quanto fai per raggiungerlo. Basterebbe vedere l’incipit della “guerra dei dazi” per capire che si tratta di una mossa miope e disperata.
Salerno Aletta, giustamente, ricorda che “Spazi di crescita mercantilistica all’estero, soprattutto con un ulteriore scivolamento dell’euro sul dollaro, non ce ne sono più: per l’Europa, anche la festa americana sta volgendo velocemente al termine.”
Ma non ci sono altre feste in cui “imbucarsi”, in giro per il mondo. Il mercato finanziario cinese è regolato e sotto controllo; gli altri “emergenti” si sono scottati già troppe volte. E rialzare i tassi di interesse europei, con l’economia reale in recessione, sarebbe la mazzata definitiva. Resta la soluzione “sporca”, quella che rinvia i problemi aggravandoli: ossia la “finanza creativa” fatta di prodotti derivati, cds, cdo, cartaccia finanziaria senza alcun valore ma affamata di “rendimento”. Una mega-bolla di cui si ignora solo la data dell’esplosione...
Le contraddizioni dello “sviluppo ineguale europeo”, insomma, sono sul punto di rientrare in casa, tutte insieme.
E a quel punto dovrebbe diventare chiaro per tutti che “L’Unione europea è lo spazio politico che garantisce il perenne vagabondare di imprese, di sedi produttive e fiscali, di contratti di lavoro, di fatturazioni e di impieghi finanziari.” Niente a che vedere con le chiacchiere sulla “solidarietà comunitaria”, il “modello di vita da difendere”, lo “spazio comune” e tutte le altre cazzate che vengono sparse in giro agitando lo straccio dell’Erasmus e di Shengen...
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Per gli eurodollari è festa finita
Guido Salerno Aletta – Milano Finanza
È stato inarrestabile, davvero un fiume in piena, il flusso dei capitali europei che da anni si è riversato negli Usa. Ed è per questo che Donald Trump continua a bacchettare la Fed, che terrebbe i tassi troppo alti rispetto alla Bce, che invece “paga” le banche affinché prestino denaro all’economia anziché pretendere tassi di interesse che al confronto di quelli praticati in Europa sono davvero stratosferici.
I dati del Tesoro americano non ammettono dubbi: nel mese di giugno del 2018, e rispetto solo ad un anno prima, gli investimenti di portafoglio in titoli statunitensi da parte degli undici principali Paesi aderenti all’euro risultano aumentati di ben 298 miliardi di dollari, arrivando ad un totale di 4.367 miliardi. L’importo in questione risulta più che raddoppiato, con un incremento di ben 2.292 miliardi, rispetto a quello in essere a giugno 2008: alla vigilia della grande crisi finanziaria era stato di soli 2.075 miliardi di dollari.
Ben poca cosa, al confronto con gli europei, è stato l’afflusso dei capitali cinesi: in undici anni, tra il 2008 ed il 2018, la detenzione complessiva di questi ultimi è passata da 1.205 a 1.606 miliardi di dollari (+401 miliardi), dopo aver raggiunto il picco di 1.844 miliardi nel giugno del 2015. Da allora, diversamente da quelle europee, l’ammontare delle detenzioni cinesi si è continuamente ridotto. Quelle di Russia ed Iran, per le note vicende, sono state azzerate.
Molto consistente, ma non paragonabile all’afflusso dei capitali europei, è stato l’incremento degli investimenti di portafoglio da parte dei giapponesi sul lungo periodo: in undici anni, sono passati solo da 1.250 a 2.044 miliardi di dollari (+794 miliardi). La differenza sta soprattutto nell’andamento più recente: tra giugno 2017 e giugno 2018, gli investimenti giapponesi sono aumentati di appena 46 miliardi di dollari, una somma irrilevante rispetto all’aumento massiccio dei capitali europei, che come si è visto è stato di ben 298 miliardi di dollari.
E dire che anche la Banca del Giappone pratica, al pari della Bce, una politica monetaria estremamente accomodante, con l’obiettivo di tenere a zero i tassi a dieci anni. La differenza, rispetto all’eurozona, è rappresentata dall’aumento continuo del debito pubblico giapponese: è il safe asset che invece manca da questa parte del globo, e che i massicci acquisti con il Qe da parte della Bce ha sottratto al mercato.
Tre circostanze concomitanti sospingono dunque i capitali europei oltre Atlantico: i tassi di interesse irrisori, se non addirittura negativi; la scarsità di safe asset; e l’andamento insoddisfacente dell’economia reale, anche a causa delle politiche fiscali restrittive decise con il Fiscal Compact.
Si sono vanificati così gli sforzi compiuti dalla Bce con l’immissione di nuova liquidità mediante l’acquisto di titoli sul mercato (Asset Purchase Programme), volti ad incrementare il tasso di inflazione nell’Eurozona, per portarlo ad un livello vicino ma non superiore al 2% annuo: tra il giugno del 2015 ed il giugno 2018, un periodo triennale un po’ più breve ma sostanzialmente sovrapponibile rispetto a quello del Qe, che è stato operativo dal marzo del 2015 al dicembre del 2018, l’incremento degli investimenti di portafoglio negli Usa da parte del citato gruppo di Paesi europei è stato di 846 miliardi di dollari.
Al confronto, le detenzioni di titoli pubblici da parte della Bce sono arrivate nel complesso a 2.650 miliardi di euro: considerando i fattori di cambio, si è riversata dunque nei soli investimenti di portafoglio statunitensi una somma pari ad un terzo della liquidità aggiuntiva immessa dalla Bce.
C’è un altro elemento che va considerato: il saldo della bilancia dei pagamenti correnti dell’Eurozona, che in questi anni è sempre stato positivo soprattutto per via del contributo recato dalla componente tedesca e più di recente anche da quello dell’Italia. Ebbene, nel periodo compreso tra luglio 2017 e giugno 2018, il saldo attivo dell’intera Eurozona è stato di 340 miliardi di euro. Nello stesso periodo annuale, come si è già rilevato, il solo incremento degli investimenti di portafoglio in titoli statunitensi da parte dei dieci principali Paesi dell’Eurozona è stato di 846 miliardi di dollari. Gli europei hanno dunque investito solo in titoli americani più del doppio del saldo netto incassato da tutto il mondo.
Non basta. Anche i dati relativi al disavanzo della bilancia commerciale statunitense nei confronti dell’intera Unione europea confermano che l’afflusso dei capitali europei è stato enormemente superiore al passivo americano. Nel 2017 e nel 2018 è stato rispettivamente pari a 152 ed a 169 miliardi di dollari. In pratica, il reinvestimento europeo in titoli statunitensi è stato di cinque volte superiore all’attivo del saldo per merci.
La posizione finanziaria netta dell’Eurozona (IIIP) è in netto miglioramento, già a partire dal primo trimestre 2009, quando registrò invece il picco negativo di 1.900 miliardi per via del rischio crescente per la crisi americana, deflagrata infatti nel 2008: mentre i capitali europei si ritiravano, anche altri stranieri si rifugiavano nell’eurozona. Il passivo della IIIP registrato nel secondo trimestre di quest’anno è stato di appena 231 miliardi di euro, il miglior risultato di sempre.
Anche l’incremento degli investimenti di portafogli della Germania negli Usa non ha conosciuto soste, passando dai 182 miliardi di dollari del giugno 2009 ai 456 miliardi del giugno 2018. Nel complesso, il valore complessivo degli investimenti del portafogli tedesco all’estero è arrivato a 3.300 miliardi di dollari, rispetto ai 2.510 miliardi di fine 2009: +790 miliardi.
Attentissimi come sono a tenere tutto sotto controllo a casa propria, con la morsa ben stretta sui deficit pubblici e la deflazione salariale che abbatte da anni la domanda interna e dunque le importazioni, gli europei fanno festa a casa d’altri, che ben poche virtù possono invece vantare. Strafanno: non sazi dei raccolti mietuti sul piano dei surplus commerciali, si sono messi pure a fare vendemmia nella vigna finanziaria americana. Debiti ne fanno a bizzeffe, gli americani, a casa propria e fuori.
Stavolta c’è grande cautela sui mercati valutari: anche la recente decisione della Bce di riprendere il Qe non ha mosso granché il cambio col dollaro. Ben diverso fu l’effetto nel 2014: al solo sospetto che avrebbe dato il via all’acquisto di titoli pubblici, crollò da 1,40 di aprile fin quasi alla parità a marzo successivo, quando ebbe inizio il Qe.
Stavolta, lo spauracchio è quello dei dazi, più volte minacciato da Trump. Si è materializzato questa settimana, con l’autorizzazione rilasciata dal Wto agli Usa di imporne all’Europa fino a 7,5 miliardi di dollari per compensare gli aiuti di Stato all’Airbus in danno della Boeing.
Anche Mario Draghi, accommiatandosi dalla Bce, ha ribadito la necessità che in Europa anche la politica di bilancio faccia finalmente la sua parte. La prospettiva di una Unione fiscale, con un bilancio europeo più robusto, è difficilmente immaginabile: non solo perché presuppone una solidarietà ulteriore a carico dei Paesi più prosperi, ma soprattutto perché passa inevitabilmente dalla riduzione della competizione tra i sistemi di tassazione, che è stata la chiave per l’arricchimento straordinario di alcuni Paesi a danno degli altri, con l’Irlanda e l’Olanda in testa, per non parlare del Lussemburgo.
Sono decenni di crescita drogata dalla continua sottrazione di risorse, fiscali e finanziarie, da un Paese europeo all’altro. L’Unione europea è lo spazio politico che garantisce il perenne vagabondare di imprese, di sedi produttive e fiscali, di contratti di lavoro, di fatturazioni e di impieghi finanziari. Pompare altra liquidità non serve che a drenare altre risorse all’estero, finanziando squilibri.
Spazi di crescita mercantilistica all’estero, soprattutto con un ulteriore scivolamento dell’euro sul dollaro, non ce ne sono più: per l’Europa, anche la festa americana sta volgendo velocemente al termine.
26/08/2019
Una gabbia distorta che produce mostri
Una gabbia, costruita pure male. L’Unione Europea, scriviamo spesso, ha il curioso “dono” di produrre i problemi e le diseguaglianze che dice di voler superare. Naturalmente, diciamo anche che questi risultati, contrari alle dichiarazioni programmatiche dei “leader”, sono ampiamente volute dai paesi più forti dell’area, che hanno tutto da guadagnare dall’indebolimento ulteriore di quelli già deboli (i paesi mediterranei, in primo luogo). Del resto, una volta costruito un mercato comune è “normale” che il deficit di qualche area sia il surplus di qualche altra.
Averne la conferma dai migliori analisti dei giornali economici dovrebbe riempirci di soddisfazione, invece ci fa rabbia. Perché se i fatti sono così chiari è davvero sorprendente che si faccia tanto lavoro per nasconderli, in primo luogo da parte di chi dice di essere “democratico” o addirittura “di sinistra”.
Questo editoriale di Guido Salerno Aletta precisa ancora una volta, nei dettagli “tecnici” (ma non incomprensibili) quel circolo vizioso per cui più risparmi sulla spesa pubblica, più ti indebiti, più chiudono attività economiche, più si riducono i consumi e si blocca la mitica “crescita”. Che sarebbe a parole l’obbiettivo per cui vengono promosse le politiche di austerità.
Qual è il problema? Che se si impongono le stesse politiche economiche e monetarie a paesi con struttura economico-finanziaria diversi (e i 27 della UE sono tutti diversi tra loro) il risultato sarà – è, dopo quasi 30 anni dagli accordi di Maastricht – una asimmetria maggiore, non minore.
Aver posto il livello del debito come primo e quasi unico parametro guida per le “raccomandazioni” della Commissione Europea ha generato il “paradosso italiano”. Un paese che da quasi 30 anni diminuisce la spesa pubblica, tanto da avere ogni anno un avanzo primario (lo Stato spende meno di quello che incassa con le entrate fiscali), ma che vede il proprio debito aumentare altrettanto costantemente.
Perché accade? Perché oltre alla spesa per le amministrazioni, beni, servizi, investimenti, ecc, lo Stato deve pagare gli interessi annualmente maturati sul debito agli investitori che comprano i “nostri” titoli di Stato. E siccome questi interessi sono più alti della media europea (c’è uno spread, detto altrimenti), ecco che uno Stato virtuosissimo, il più “risparmioso” d’Europa, ne esce ogni anno più malconcio. Con una popolazione che sta sempre peggio, in media, e all’interno della quale – in assenza di spiegazioni chiare sul perché decenni di “sacrifici” provocano un aggravamento della malattia (il debito) anziché la guarigione – finisce per credere al primo pirla che racconta idiozie. Sia questo un ex bibbitaro democristiano o un mr. Mojito qualsiasi.
Del resto, aggiungiamo noi, non è che quella popolazione possa più credere a quei “democratici” che le dicono soltanto che bisogna fare ancora più “sacrifici” perché “ce lo chiede l’Europa”, “dobbiamo fare i compiti a casa”, “stiamo vivendo al di sopra delle nostre possibilità” e via mentendo.
Non è insomma colpa nostra se vediamo i meccanismi che gli altri occultano. Non è colpa nostra se Unione Europea, Bce e moneta unica sono la gabbia mal fatta che bisogna rompere, altrimenti moriamo di inedia e pazzia fasciorazzista.
Persino i sostanziali “aggiustamenti” all’architettura europea suggeriti da chi li conosce bene – come Salerno Aletta o Paolo Savona (un curriculum sterminato, da ex direttore di Confindustria, ex ministro, ora presidente della Consob) – non hanno alcuna speranza di essere accolti da un establishment che ha il cuore e il motore ben piantato tra Berlino, Bruxelles e Francoforte. Eppure aiuterebbero questo sistema (certo non “socialista”) a funzionare un po’ meglio...
Chi si arricchisce sul nostro impoverimento, del resto, non può mai cedere a nessun “ravvedimento operoso”.
Buona lettura.
Guido Salerno Aletta – Milano Finanza
Compiti ardui si preannunciano per le rinnovate istituzioni europee, Parlamento, Commissione e BCE. L’Unione non ha di fronte a sé solo il problema strutturale della bassa crescita economica che ha caratterizzato gli scorsi dieci anni, ed i pericolosi segnali di un forte rallentamento anche in Germania, ma le questioni che furono lasciate irrisolte ai tempi del Trattato di Maastricht nel 1992, aggravatesi di recente per via dei difetti che caratterizzano anche l’architettura dell’euro.
Con la consueta lucidità, Paolo Savona, Presidente della Consob, ha messo a fuoco questi temi nel suo intervento al Meeting di CL: permane ampio il divario nei livelli dei debiti pubblici tra i diversi Paesi; gli ampi differenziali nei tassi di interesse pagati sui titoli di Stato, gli spread, rallentano i processi di risanamento finanziario e la crescita economica; i vincoli istituzionali posti alla Bce non solo le inibiscono la possibilità di stroncare tempestivamente la speculazione, intervenendo come Lender of last resort, ma soprattutto le impediscono di operare in modo asimmetrico, correggendo le distorsioni esistenti.
Gli acquisti di titoli di Stato attraverso il Qe ne sono un esempio lampante: avendo utilizzato come criterio di ripartizione le quote di partecipazione al capitale della Bce, si è proceduto massicciamente anche nei confronti dei Bund, che sono per definizione i safe asset dell’Eurozona con il risultato di far precipitare i tassi a livelli negativi.
Un comportamento paradossale, con conseguenze distorsive: mentre gli investitori cercano disperatamente titoli sicuri, i safe asset, la Bce glieli sottraeva. Con una conseguenza ulteriore, ancor peggiore per l’intera economia europea: non essendoci Bund a sufficienza, la liquidità immessa dalla Bce si è riversata sui titoli di Stato americani, altro safe asset, che pagano tassi positivi.
Savona ha dunque messo in luce i difetti della costruzione dell’Eurozona, ed i vincoli che la Bce ed il suo Governatore Mario Draghi sono costretti a rispettare. Quest’ultimo, anzi, ha il merito di aver ribaltato la strategia monetaria restrittiva lasciatagli in eredità da Jean-Claude Trichet, battezzata Exit Strategy. Draghi, in carica dal settembre 2011, ha recuperato immediatamente gli errori della precedente gestione monetaria, sia tagliando i tassi che lanciando a cavallo tra la fine dell’anno e l’inizio del 2012 ben due operazioni di Ltro, illimitate nelle quantità di liquidità disponibili ed a tasso minimo.
Purtroppo, ha sottolineato Savona, già a quel tempo molte imprese italiane avevano subito danni irreparabili: i ritardi e gli errori della Bce sono stati compiuti prima che Draghi si insediasse.
Ora, bisogna pensare al futuro.
Punto primo: occorre accelerare la riduzione dei debiti pubblici ed abbattere i differenziali dei tassi pagati sugli interessi. È indispensabile intervenire a favore degli Stati che, come l’Italia, non possono operare solo sul versante dell’avanzo primario in condizioni di tassi di interesse assai elevati.
Anziché insistere sugli eurobond, che implicano una sorta di solidarietà che non è politicamente accettata dai Paesi con un basso livello di debito, Savona ha proposto sin da giugno scorso di attivare l’ESM (European Stability Mechanism): questa istituzione, emettendo titoli che il mercato considera safe asset, spunterebbe tassi estremamente convenienti. Se così facesse, mentre si offrirebbero al mercato i titoli sicuri di cui è alla ricerca, dall’altra si presterebbe il ricavato agli Stati che, come l’Italia, ne beneficerebbero in termini di tassi di interesse più modesti.
Azzerando per un paio d’anni le emissioni nette, e limitandosi dunque al solo rinnovo del debito in scadenza, anche per questa via si ridurrebbe il costo degli interessi, avviando anche lo spread verso lo zero. Un prestito del genere, assistito da privilegi a favore dell’ESM, consentirebbe anche il finanziamento degli investimenti pubblici in infrastrutture che aumenterebbero la produttività. Tutto passa, dunque, da una completa riprogrammazione del bilancio pubblico.
Punto secondo: occorre riportare l’intera struttura dei tassi di interesse europei ad un livello fisiologicamente positivo. L’attuale, endemica, situazione di tassi nominali negativi sui bond e sui depositi bancari ha conseguenze pesantemente negative: non solo taglieggia il risparmio, ma penalizza anche il sistema bancario per via della mortificazione del margine di intermediazione.
Questa situazione va corretta, innanzitutto riducendo gli acquisti da parte della Bce di safe asset, quali i Bund: una riproposizione del Qe dovrebbe quindi adottare un criterio di ripartizione degli acquisti di titoli pubblici che escluda quelli che hanno già rendimenti pari a zero, o addirittura negativi.
D’altra parte, concentrando gli acquisti sui titoli che pagano un tasso più elevato, si accelera anche il riequilibrio dei fattori di costo finanziario tra le diverse economie: non vi è nessuna ragione al mondo, infatti, che giustifichi ancora il maggiore onere per interessi pagato dalle imprese italiane rispetto alle concorrenti, diverso dal loro merito di credito. Le imprese italiane pagano un premio al rischio sproporzionatamente alto, e penalizzante in termini di competitività, solo a causa dell’operare in un Paese che ha un alto debito pubblico. Occorre rimediare anche a questa distorsione della concorrenza sul mercato.
Punto terzo: una struttura di tassi di interesse estremamente diversa tra Usa ed Eurozona, penalizzante per i capitali impiegati in quest’ultima, comporta un deflusso di valuta che indebolisce l’euro sul dollaro. Questo elemento, a sua volta, determina il prolungarsi di uno squilibrio commerciale che gli Stati Uniti ritengono inaccettabile.
Non c’è nessun motivo al mondo, anche in questo caso, che giustifichi un differenziale di interessi così elevato tra Bund e Treasury bond, neppure il tasso di inflazione. Se volgiamo evitare una esasperazione dei conflitti commerciali e del protezionismo da parte degli Usa, occorre provvedere tempestivamente: il Presidente americano Trump ha già messo nel mirino la debolezza dell’euro dovuta alla politica monetaria. Anche per questo, chiede alla Fed di tagliare i tassi.
Quarta, ed ultima questione. Dopo anni trascorsi a discutere degli zerovirgola, di deficit lillipuziani che violavano le regole del Fiscal Compact e non delle ragioni di fondo che perpetuano in Italia un debito pubblico elevatissimo, ora è la Germania che si trova a fronteggiare una situazione economica e finanziaria assai pesante.
Sarebbe curioso consentirle ora un ampio deficit per finanziare investimenti pubblici e sgravi fiscali dell’ordine di una cinquantina di miliardi di euro, come si va leggendo, solo perché ha un basso livello di debito pubblico. Dopo aver imposto l’austerità fiscale ed i fallimenti bancari ai suoi concorrenti, ora si tirerebbe fuori dalle secche lasciando tutti gli altri ancora una volta al palo. Con investimenti in nuove tecnologie, in campo informatico ed ambientale, ricostruirebbe le basi per una nuova dominanza.
Occorre un quadro d’insieme: la Germania ha beneficiato per un verso, e subìto per l’altro, le conseguenze delle regole imposte alla Bce. In Germania, la forte riduzione nel rapporto debito/pil è stata determinata dall’abbassamento dei tassi di interesse, ormai negativi su tutte le scadenze di emissione. Ma questi ultimi penalizzano fortemente le banche ed i risparmiatori tedeschi: la recentissima scarsa affluenza all’asta dei Bund a scadenza trentennale, al cui esito è stata piazzato un importo inferiore alla metà del preventivato, dimostra la ritrosia degli investitori ad accettare ancora una penalizzazione anziché un premio per l’impiego dei capitali.
Avrebbe dunque tutto da guadagnare da un ripensamento da parte della Bce del criterio di acquisto dei titoli in un nuovo Qe, che riporti i tassi a valori fisiologicamente positivi. Del pari, avrebbe interesse ad una profonda revisione dello Statuto del Mes che gli consenta sia di emettere safe asset per prestarne il provento agli Stati, come auspicato da Savona per l’Italia, sia per fronteggiare situazioni di crisi di banche sistemiche come potrebbe accadere a qualche istituto tedesco già in difficoltà. Si sgraverebbe, così facendo, la Bce e la politica monetaria da compiti impropri.
In Italia, elezioni o no, occorre affrontare tutti questi temi. Sono questioni, apparentemente solo tecniche, che hanno risvolti economici e sociali enormi: sono le regole a cui si conformerà il futuro dell’intera Unione, non solo dell’Italia. Già da mesi, d’altra parte, Paolo Savona ha sollecitato la Commissione ad aprire un dibattito sulla Politeia.
La questione dei debiti pubblici eccessivi, rimasta irrisolta ai tempi del Trattato di Maastricht, si è riproposta con la recente, pesantissima crisi. Non si risolve solo con l’austerità e con i sacrifici, se non si cambiano alcuni aspetti dell’architettura europea. Non è un problema solo dell’Italia, ma un pericolo per la tenuta della moneta unica e della stessa Unione: una nuova crisi sarebbe fatale.
Coloro che hanno a cuore la costruzione europea, e soprattutto la Germania che ha tratto immensi vantaggi dalla introduzione dell’euro, dovrebbero aprire gli occhi e provvedere. Prima che sia troppo tardi.
Fonte
Averne la conferma dai migliori analisti dei giornali economici dovrebbe riempirci di soddisfazione, invece ci fa rabbia. Perché se i fatti sono così chiari è davvero sorprendente che si faccia tanto lavoro per nasconderli, in primo luogo da parte di chi dice di essere “democratico” o addirittura “di sinistra”.
Questo editoriale di Guido Salerno Aletta precisa ancora una volta, nei dettagli “tecnici” (ma non incomprensibili) quel circolo vizioso per cui più risparmi sulla spesa pubblica, più ti indebiti, più chiudono attività economiche, più si riducono i consumi e si blocca la mitica “crescita”. Che sarebbe a parole l’obbiettivo per cui vengono promosse le politiche di austerità.
Qual è il problema? Che se si impongono le stesse politiche economiche e monetarie a paesi con struttura economico-finanziaria diversi (e i 27 della UE sono tutti diversi tra loro) il risultato sarà – è, dopo quasi 30 anni dagli accordi di Maastricht – una asimmetria maggiore, non minore.
Aver posto il livello del debito come primo e quasi unico parametro guida per le “raccomandazioni” della Commissione Europea ha generato il “paradosso italiano”. Un paese che da quasi 30 anni diminuisce la spesa pubblica, tanto da avere ogni anno un avanzo primario (lo Stato spende meno di quello che incassa con le entrate fiscali), ma che vede il proprio debito aumentare altrettanto costantemente.
Perché accade? Perché oltre alla spesa per le amministrazioni, beni, servizi, investimenti, ecc, lo Stato deve pagare gli interessi annualmente maturati sul debito agli investitori che comprano i “nostri” titoli di Stato. E siccome questi interessi sono più alti della media europea (c’è uno spread, detto altrimenti), ecco che uno Stato virtuosissimo, il più “risparmioso” d’Europa, ne esce ogni anno più malconcio. Con una popolazione che sta sempre peggio, in media, e all’interno della quale – in assenza di spiegazioni chiare sul perché decenni di “sacrifici” provocano un aggravamento della malattia (il debito) anziché la guarigione – finisce per credere al primo pirla che racconta idiozie. Sia questo un ex bibbitaro democristiano o un mr. Mojito qualsiasi.
Del resto, aggiungiamo noi, non è che quella popolazione possa più credere a quei “democratici” che le dicono soltanto che bisogna fare ancora più “sacrifici” perché “ce lo chiede l’Europa”, “dobbiamo fare i compiti a casa”, “stiamo vivendo al di sopra delle nostre possibilità” e via mentendo.
Non è insomma colpa nostra se vediamo i meccanismi che gli altri occultano. Non è colpa nostra se Unione Europea, Bce e moneta unica sono la gabbia mal fatta che bisogna rompere, altrimenti moriamo di inedia e pazzia fasciorazzista.
Persino i sostanziali “aggiustamenti” all’architettura europea suggeriti da chi li conosce bene – come Salerno Aletta o Paolo Savona (un curriculum sterminato, da ex direttore di Confindustria, ex ministro, ora presidente della Consob) – non hanno alcuna speranza di essere accolti da un establishment che ha il cuore e il motore ben piantato tra Berlino, Bruxelles e Francoforte. Eppure aiuterebbero questo sistema (certo non “socialista”) a funzionare un po’ meglio...
Chi si arricchisce sul nostro impoverimento, del resto, non può mai cedere a nessun “ravvedimento operoso”.
Buona lettura.
*****
Queste le riforme che servono all’Europa (ce lo chiede anche Trump)
Guido Salerno Aletta – Milano Finanza
Compiti ardui si preannunciano per le rinnovate istituzioni europee, Parlamento, Commissione e BCE. L’Unione non ha di fronte a sé solo il problema strutturale della bassa crescita economica che ha caratterizzato gli scorsi dieci anni, ed i pericolosi segnali di un forte rallentamento anche in Germania, ma le questioni che furono lasciate irrisolte ai tempi del Trattato di Maastricht nel 1992, aggravatesi di recente per via dei difetti che caratterizzano anche l’architettura dell’euro.
Con la consueta lucidità, Paolo Savona, Presidente della Consob, ha messo a fuoco questi temi nel suo intervento al Meeting di CL: permane ampio il divario nei livelli dei debiti pubblici tra i diversi Paesi; gli ampi differenziali nei tassi di interesse pagati sui titoli di Stato, gli spread, rallentano i processi di risanamento finanziario e la crescita economica; i vincoli istituzionali posti alla Bce non solo le inibiscono la possibilità di stroncare tempestivamente la speculazione, intervenendo come Lender of last resort, ma soprattutto le impediscono di operare in modo asimmetrico, correggendo le distorsioni esistenti.
Gli acquisti di titoli di Stato attraverso il Qe ne sono un esempio lampante: avendo utilizzato come criterio di ripartizione le quote di partecipazione al capitale della Bce, si è proceduto massicciamente anche nei confronti dei Bund, che sono per definizione i safe asset dell’Eurozona con il risultato di far precipitare i tassi a livelli negativi.
Un comportamento paradossale, con conseguenze distorsive: mentre gli investitori cercano disperatamente titoli sicuri, i safe asset, la Bce glieli sottraeva. Con una conseguenza ulteriore, ancor peggiore per l’intera economia europea: non essendoci Bund a sufficienza, la liquidità immessa dalla Bce si è riversata sui titoli di Stato americani, altro safe asset, che pagano tassi positivi.
Savona ha dunque messo in luce i difetti della costruzione dell’Eurozona, ed i vincoli che la Bce ed il suo Governatore Mario Draghi sono costretti a rispettare. Quest’ultimo, anzi, ha il merito di aver ribaltato la strategia monetaria restrittiva lasciatagli in eredità da Jean-Claude Trichet, battezzata Exit Strategy. Draghi, in carica dal settembre 2011, ha recuperato immediatamente gli errori della precedente gestione monetaria, sia tagliando i tassi che lanciando a cavallo tra la fine dell’anno e l’inizio del 2012 ben due operazioni di Ltro, illimitate nelle quantità di liquidità disponibili ed a tasso minimo.
Purtroppo, ha sottolineato Savona, già a quel tempo molte imprese italiane avevano subito danni irreparabili: i ritardi e gli errori della Bce sono stati compiuti prima che Draghi si insediasse.
Ora, bisogna pensare al futuro.
Punto primo: occorre accelerare la riduzione dei debiti pubblici ed abbattere i differenziali dei tassi pagati sugli interessi. È indispensabile intervenire a favore degli Stati che, come l’Italia, non possono operare solo sul versante dell’avanzo primario in condizioni di tassi di interesse assai elevati.
Anziché insistere sugli eurobond, che implicano una sorta di solidarietà che non è politicamente accettata dai Paesi con un basso livello di debito, Savona ha proposto sin da giugno scorso di attivare l’ESM (European Stability Mechanism): questa istituzione, emettendo titoli che il mercato considera safe asset, spunterebbe tassi estremamente convenienti. Se così facesse, mentre si offrirebbero al mercato i titoli sicuri di cui è alla ricerca, dall’altra si presterebbe il ricavato agli Stati che, come l’Italia, ne beneficerebbero in termini di tassi di interesse più modesti.
Azzerando per un paio d’anni le emissioni nette, e limitandosi dunque al solo rinnovo del debito in scadenza, anche per questa via si ridurrebbe il costo degli interessi, avviando anche lo spread verso lo zero. Un prestito del genere, assistito da privilegi a favore dell’ESM, consentirebbe anche il finanziamento degli investimenti pubblici in infrastrutture che aumenterebbero la produttività. Tutto passa, dunque, da una completa riprogrammazione del bilancio pubblico.
Punto secondo: occorre riportare l’intera struttura dei tassi di interesse europei ad un livello fisiologicamente positivo. L’attuale, endemica, situazione di tassi nominali negativi sui bond e sui depositi bancari ha conseguenze pesantemente negative: non solo taglieggia il risparmio, ma penalizza anche il sistema bancario per via della mortificazione del margine di intermediazione.
Questa situazione va corretta, innanzitutto riducendo gli acquisti da parte della Bce di safe asset, quali i Bund: una riproposizione del Qe dovrebbe quindi adottare un criterio di ripartizione degli acquisti di titoli pubblici che escluda quelli che hanno già rendimenti pari a zero, o addirittura negativi.
D’altra parte, concentrando gli acquisti sui titoli che pagano un tasso più elevato, si accelera anche il riequilibrio dei fattori di costo finanziario tra le diverse economie: non vi è nessuna ragione al mondo, infatti, che giustifichi ancora il maggiore onere per interessi pagato dalle imprese italiane rispetto alle concorrenti, diverso dal loro merito di credito. Le imprese italiane pagano un premio al rischio sproporzionatamente alto, e penalizzante in termini di competitività, solo a causa dell’operare in un Paese che ha un alto debito pubblico. Occorre rimediare anche a questa distorsione della concorrenza sul mercato.
Punto terzo: una struttura di tassi di interesse estremamente diversa tra Usa ed Eurozona, penalizzante per i capitali impiegati in quest’ultima, comporta un deflusso di valuta che indebolisce l’euro sul dollaro. Questo elemento, a sua volta, determina il prolungarsi di uno squilibrio commerciale che gli Stati Uniti ritengono inaccettabile.
Non c’è nessun motivo al mondo, anche in questo caso, che giustifichi un differenziale di interessi così elevato tra Bund e Treasury bond, neppure il tasso di inflazione. Se volgiamo evitare una esasperazione dei conflitti commerciali e del protezionismo da parte degli Usa, occorre provvedere tempestivamente: il Presidente americano Trump ha già messo nel mirino la debolezza dell’euro dovuta alla politica monetaria. Anche per questo, chiede alla Fed di tagliare i tassi.
Quarta, ed ultima questione. Dopo anni trascorsi a discutere degli zerovirgola, di deficit lillipuziani che violavano le regole del Fiscal Compact e non delle ragioni di fondo che perpetuano in Italia un debito pubblico elevatissimo, ora è la Germania che si trova a fronteggiare una situazione economica e finanziaria assai pesante.
Sarebbe curioso consentirle ora un ampio deficit per finanziare investimenti pubblici e sgravi fiscali dell’ordine di una cinquantina di miliardi di euro, come si va leggendo, solo perché ha un basso livello di debito pubblico. Dopo aver imposto l’austerità fiscale ed i fallimenti bancari ai suoi concorrenti, ora si tirerebbe fuori dalle secche lasciando tutti gli altri ancora una volta al palo. Con investimenti in nuove tecnologie, in campo informatico ed ambientale, ricostruirebbe le basi per una nuova dominanza.
Occorre un quadro d’insieme: la Germania ha beneficiato per un verso, e subìto per l’altro, le conseguenze delle regole imposte alla Bce. In Germania, la forte riduzione nel rapporto debito/pil è stata determinata dall’abbassamento dei tassi di interesse, ormai negativi su tutte le scadenze di emissione. Ma questi ultimi penalizzano fortemente le banche ed i risparmiatori tedeschi: la recentissima scarsa affluenza all’asta dei Bund a scadenza trentennale, al cui esito è stata piazzato un importo inferiore alla metà del preventivato, dimostra la ritrosia degli investitori ad accettare ancora una penalizzazione anziché un premio per l’impiego dei capitali.
Avrebbe dunque tutto da guadagnare da un ripensamento da parte della Bce del criterio di acquisto dei titoli in un nuovo Qe, che riporti i tassi a valori fisiologicamente positivi. Del pari, avrebbe interesse ad una profonda revisione dello Statuto del Mes che gli consenta sia di emettere safe asset per prestarne il provento agli Stati, come auspicato da Savona per l’Italia, sia per fronteggiare situazioni di crisi di banche sistemiche come potrebbe accadere a qualche istituto tedesco già in difficoltà. Si sgraverebbe, così facendo, la Bce e la politica monetaria da compiti impropri.
In Italia, elezioni o no, occorre affrontare tutti questi temi. Sono questioni, apparentemente solo tecniche, che hanno risvolti economici e sociali enormi: sono le regole a cui si conformerà il futuro dell’intera Unione, non solo dell’Italia. Già da mesi, d’altra parte, Paolo Savona ha sollecitato la Commissione ad aprire un dibattito sulla Politeia.
La questione dei debiti pubblici eccessivi, rimasta irrisolta ai tempi del Trattato di Maastricht, si è riproposta con la recente, pesantissima crisi. Non si risolve solo con l’austerità e con i sacrifici, se non si cambiano alcuni aspetti dell’architettura europea. Non è un problema solo dell’Italia, ma un pericolo per la tenuta della moneta unica e della stessa Unione: una nuova crisi sarebbe fatale.
Coloro che hanno a cuore la costruzione europea, e soprattutto la Germania che ha tratto immensi vantaggi dalla introduzione dell’euro, dovrebbero aprire gli occhi e provvedere. Prima che sia troppo tardi.
Fonte
30/03/2019
Debito pubblico, il re delle fake news
Un editoriale da Teleborsa, testata economica specializzata, a firma del solito, impagabile, Guido Salerno Aletta. Stavolta è sotto esame il ricorrente “allarme per il debito pubblico fuori controllo”.
Anche ad un profano verrebbe in mente la domanda: ma diavolo, sono venti anni che i governi ci massacrano di tagli ai servizi essenziali, aumenti delle tasse in busta paga (locali, per non prendersene la responsabilità), blocco della assunzioni e degli stipendi nella pubblica amministrazione (poliziotti e militari esclusi, ci mancherebbe...), ecc. e ancora ci troviamo davanti a un “debito pubblico fuori controllo”?
In effetti c’è qualcosa che non quadra. Soprattutto nell’informazione che dà questo tipo di notizie, univocamente dedicata a favorire ulteriori giri di vite per nutrire – in modo equanime – mercati finanziari ed interessi tedeschi.
L’analisi, necessariamente un po’ tecnica e matematica, scopre il trucco. Che è poi abbastanza grossolano: basta prendere i periodi in modo tale da tagliare quelli “positivi” ed enfatizzare quelli “negativi”, tacere sui normali movimenti di conto sottostanti ai numeri... ed il gioco è fatto.
Quando vi dicono che il “debito pubblico è fuori controllo”, ricordatevelo, vogliono svuotarvi le tasche.
Come scriveva il vecchio saggio: “Il debito pubblico, ossia l’alienazione dello Stato – dispotico, costituzionale o repubblicano che sia – imprime il suo marchio all’era capitalistica. L’unica parte della cosiddetta ricchezza nazionale che passi effettivamente in possesso collettivo dei popoli moderni è... il loro debito pubblico. Di qui, con piena coerenza, viene la dottrina moderna che un popolo diventa tanto più ricco quanto più a fondo s’indebita”.
Gira in rete, in questi giorni, l’allarme per l’andamento fuori controllo del debito pubblico italiano.
Ecco la notizia: “secondo i dati Unimpresa, è aumentato di 71 miliardi al ritmo di 6 miliardi al mese con un incremento del 3,1%; nei dodici mesi precedenti era cresciuto della metà, ovvero 35 miliardi annui, circa 3 miliardi al mese, con un incremento dell’1,5%“.
Finta costernazione per i destini dell’Italia, e malcelato gaudio per i tifosi dell’opposizione.
Ci siamo abituati: ogni dato deve essere controllato, ma non con riferimento alla tale o talaltra organizzazione che ha elaborato i dati, ma andando direttamente alle fonti ufficiali: per il debito pubblico, alle pubblicazioni di Banca d’Italia, “Finanza pubblica: Fabbisogno e Debito“.
Una domanda, incuriosisce: ma perché mai non si fanno i conti del 2018, rispetto al 2017, contando i mesi da gennaio a dicembre di ciascun anno, ed invece stavolta si contano i dodici mesi partendo da febbraio del 2018 per arrivare al gennaio 2019?
Qui, vi anticipiamo la risposta...
A gennaio scorso, è successo di tutto: sui mercati finanziari c’era il terrore che la Fed alzasse ancora i tassi di interesse facendo crollare il mercato del debito denominato in dollari. Tutti si sono riversati sui titoli sicuri, ed il Tesoro ne ha approfittato.
La verità, dunque, è che il debito non è affatto fuori controllo, e che il Tesoro invece ha fatto man bassa di capitali sul mercato finanziario, mettendo tutto a riserva presso la Banca d’Italia.
Spiegare che cosa è successo, è assai semplice.
Il Tesoro si indebita sul mercato per finanziare la quota delle spese che non è coperta dalle entrate: è il “fabbisogno di cassa”, che equivale al deficit delle entrate. Ovvio, no?
Accade però che il profilo annuo dei versamenti delle tasse da parte dei contribuenti e l’andamento delle spese mensili non siano assolutamente costanti: le entrate e le spese si concentrano in alcuni mesi dell’anno. Anche questo è risaputo.
Accade, infine, che anche i rinnovi dei titoli emessi in precedenza e le nuove emissioni non siano mai allineate con i fabbisogni mensili.
Il Tesoro intrattiene quindi un Conto di Tesoreria presso la Banca d’Italia: una sorta di salvadanaio, a cui fa affluire le risorse che non servono per fare fronte al fabbisogno mensile.
Vediamo i numeri, tirati giù dal Bollettino “Finanza pubblica: fabbisogno e debito” pubblicato dalla Banca d’Italia. Già il titolo conferma che bisogna guardare a due fenomeni diversi.
Il fabbisogno delle Pubbliche Amministrazioni è stato di 62 miliardi di euro nel 2017 e di 42 miliardi nel 2018. Nessun aumento del deficit di cassa, dunque; anzi, c’è stata una riduzione di 20 miliardi netti tra il 2018 ed il 2017.
Il debito pubblico, che tiene conto delle disponibilità liquide del Tesoro presso la Banca d’Italia, è passato dai 2.263 miliardi di fine 2017 ai 2.317 miliardi di fine 2018: è aumentato dunque di 54 miliardi, di cui 42 sono serviti per coprire il fabbisogno. Le disponibilità liquide sono passate dai 7 miliardi di fine 2017 ai 32 miliardi di fine 2018: il salvadanaio del Tesoro ha accumulato ben 25 miliardi di scorta.
Andiamo a vedere che cosa è successo nel mese di gennaio 2019: il debito pubblico è schizzato, passando dai 2.317 miliardi di fine dicembre 2018 ai 2.357 miliardi di euro. Una botta da 40 miliardi secchi, in un mese solo.
Che cosa è successo?
Il Salvadanaio si è gonfiato ancora passando dai 32 miliardi di fine dicembre a 62 miliardi di fine gennaio: sono loro, esattamente i 40 miliardi di maggior debito, che sono andati ad incrementare la scorta di cassa del Tesoro.
A gennaio, il mondo finanziario era terrorizzato per il comportamento della Fed americana: un ulteriore aumento dei tassi avrebbe creato seri problemi a chi ha accumulato debiti in dollari, provocando default sistemici. Anche Donald Trump si era infuriato.
Meglio correre a comprare titoli di Stato italiani: ed il Tesoro ne ha approfittato.
La notizia è vera, ma le considerazioni ed i calcoli effettuati in conseguenza sono assolutamente fuorvianti: il Tesoro, oggi, ha in cassa 75 miliardi di euro di scorta, una somma enormemente superiore al deficit del 2019.
Le finte verità sul debito pubblico fuori controllo.
Bibitari & Bufalari.
Fonte
Anche ad un profano verrebbe in mente la domanda: ma diavolo, sono venti anni che i governi ci massacrano di tagli ai servizi essenziali, aumenti delle tasse in busta paga (locali, per non prendersene la responsabilità), blocco della assunzioni e degli stipendi nella pubblica amministrazione (poliziotti e militari esclusi, ci mancherebbe...), ecc. e ancora ci troviamo davanti a un “debito pubblico fuori controllo”?
In effetti c’è qualcosa che non quadra. Soprattutto nell’informazione che dà questo tipo di notizie, univocamente dedicata a favorire ulteriori giri di vite per nutrire – in modo equanime – mercati finanziari ed interessi tedeschi.
L’analisi, necessariamente un po’ tecnica e matematica, scopre il trucco. Che è poi abbastanza grossolano: basta prendere i periodi in modo tale da tagliare quelli “positivi” ed enfatizzare quelli “negativi”, tacere sui normali movimenti di conto sottostanti ai numeri... ed il gioco è fatto.
Quando vi dicono che il “debito pubblico è fuori controllo”, ricordatevelo, vogliono svuotarvi le tasche.
Come scriveva il vecchio saggio: “Il debito pubblico, ossia l’alienazione dello Stato – dispotico, costituzionale o repubblicano che sia – imprime il suo marchio all’era capitalistica. L’unica parte della cosiddetta ricchezza nazionale che passi effettivamente in possesso collettivo dei popoli moderni è... il loro debito pubblico. Di qui, con piena coerenza, viene la dottrina moderna che un popolo diventa tanto più ricco quanto più a fondo s’indebita”.
*****
Bibitari & Bufalari
Le verità fuorvianti sul debito pubblico fuori controllo - Teleborsa.
Gira in rete, in questi giorni, l’allarme per l’andamento fuori controllo del debito pubblico italiano.
Ecco la notizia: “secondo i dati Unimpresa, è aumentato di 71 miliardi al ritmo di 6 miliardi al mese con un incremento del 3,1%; nei dodici mesi precedenti era cresciuto della metà, ovvero 35 miliardi annui, circa 3 miliardi al mese, con un incremento dell’1,5%“.
Finta costernazione per i destini dell’Italia, e malcelato gaudio per i tifosi dell’opposizione.
Ci siamo abituati: ogni dato deve essere controllato, ma non con riferimento alla tale o talaltra organizzazione che ha elaborato i dati, ma andando direttamente alle fonti ufficiali: per il debito pubblico, alle pubblicazioni di Banca d’Italia, “Finanza pubblica: Fabbisogno e Debito“.
Una domanda, incuriosisce: ma perché mai non si fanno i conti del 2018, rispetto al 2017, contando i mesi da gennaio a dicembre di ciascun anno, ed invece stavolta si contano i dodici mesi partendo da febbraio del 2018 per arrivare al gennaio 2019?
Qui, vi anticipiamo la risposta...
A gennaio scorso, è successo di tutto: sui mercati finanziari c’era il terrore che la Fed alzasse ancora i tassi di interesse facendo crollare il mercato del debito denominato in dollari. Tutti si sono riversati sui titoli sicuri, ed il Tesoro ne ha approfittato.
La verità, dunque, è che il debito non è affatto fuori controllo, e che il Tesoro invece ha fatto man bassa di capitali sul mercato finanziario, mettendo tutto a riserva presso la Banca d’Italia.
Spiegare che cosa è successo, è assai semplice.
Il Tesoro si indebita sul mercato per finanziare la quota delle spese che non è coperta dalle entrate: è il “fabbisogno di cassa”, che equivale al deficit delle entrate. Ovvio, no?
Accade però che il profilo annuo dei versamenti delle tasse da parte dei contribuenti e l’andamento delle spese mensili non siano assolutamente costanti: le entrate e le spese si concentrano in alcuni mesi dell’anno. Anche questo è risaputo.
Accade, infine, che anche i rinnovi dei titoli emessi in precedenza e le nuove emissioni non siano mai allineate con i fabbisogni mensili.
Il Tesoro intrattiene quindi un Conto di Tesoreria presso la Banca d’Italia: una sorta di salvadanaio, a cui fa affluire le risorse che non servono per fare fronte al fabbisogno mensile.
Vediamo i numeri, tirati giù dal Bollettino “Finanza pubblica: fabbisogno e debito” pubblicato dalla Banca d’Italia. Già il titolo conferma che bisogna guardare a due fenomeni diversi.
Il fabbisogno delle Pubbliche Amministrazioni è stato di 62 miliardi di euro nel 2017 e di 42 miliardi nel 2018. Nessun aumento del deficit di cassa, dunque; anzi, c’è stata una riduzione di 20 miliardi netti tra il 2018 ed il 2017.
Il debito pubblico, che tiene conto delle disponibilità liquide del Tesoro presso la Banca d’Italia, è passato dai 2.263 miliardi di fine 2017 ai 2.317 miliardi di fine 2018: è aumentato dunque di 54 miliardi, di cui 42 sono serviti per coprire il fabbisogno. Le disponibilità liquide sono passate dai 7 miliardi di fine 2017 ai 32 miliardi di fine 2018: il salvadanaio del Tesoro ha accumulato ben 25 miliardi di scorta.
Andiamo a vedere che cosa è successo nel mese di gennaio 2019: il debito pubblico è schizzato, passando dai 2.317 miliardi di fine dicembre 2018 ai 2.357 miliardi di euro. Una botta da 40 miliardi secchi, in un mese solo.
Che cosa è successo?
Il Salvadanaio si è gonfiato ancora passando dai 32 miliardi di fine dicembre a 62 miliardi di fine gennaio: sono loro, esattamente i 40 miliardi di maggior debito, che sono andati ad incrementare la scorta di cassa del Tesoro.
A gennaio, il mondo finanziario era terrorizzato per il comportamento della Fed americana: un ulteriore aumento dei tassi avrebbe creato seri problemi a chi ha accumulato debiti in dollari, provocando default sistemici. Anche Donald Trump si era infuriato.
Meglio correre a comprare titoli di Stato italiani: ed il Tesoro ne ha approfittato.
La notizia è vera, ma le considerazioni ed i calcoli effettuati in conseguenza sono assolutamente fuorvianti: il Tesoro, oggi, ha in cassa 75 miliardi di euro di scorta, una somma enormemente superiore al deficit del 2019.
Le finte verità sul debito pubblico fuori controllo.
Bibitari & Bufalari.
Fonte
12/03/2019
L’eterno ritorno della sindrome del Faust
Davvero sbalorditiva l’intervista di H. W. Sinn – uno dei decani degli economisti tedeschi – rilasciata l’altro giorno al quotidiano economico Handelsblatt. L’oggetto dell’intervista era il noto studio del CEP di Friburgo che sostiene che i due paesi che hanno subito le più grandi perdite dall’introduzione dell’Euro sono l’Italia e la Francia mentre i paesi che hanno tratto maggiori benefici sono la Germania e l’Olanda.
La tesi sostenuta dall’insigne economista tedesco non nega quanto lo studio ha sostenuto, evidentemente ritenendolo corretto e non soggetto a possibili contestazioni. Però sostiene bizzarramente che nonostante tutto questo la Germania non ne ha tratto beneficio reale. Ripropongo le sue parole che mi paiono alquanto emblematiche (anche di una certa forma mentis – absit iniuria verbis – teutonica):
Ma, lasciando perdere questi aspetti un po’ moralistici, ci sono altre considerazioni da fare. Primo, mi pare corretto domandarsi se i tedeschi stiano continuando a imporre la sferza (peraltro precipitandoci in un enorme crisi di innovazione a causa dello “sparagno”, e di cui pagheremo il prezzo nei prossimi decenni) nella speranza di recuperare quanto incautamente perso (oltre che ingiustamente guadagnato).
In secondo luogo, nell’affermazione di Sinn salta all’occhio un non detto: dove sono queste centinaia di miliardi di titoli USA che valgono quanto la carta da parati? Posto che nel bilancio dello Stato non ci sono perché se ne avrebbe l’evidenza; posto che nel cassetto del birraio tirolese è difficile che ci siano, mi viene da pensare che si trovino ben custoditi nei bilanci delle banche tedesche. E infatti se così fosse si spiegherebbe come mai – nonostante dovrebbero scoppiare di soldi – banche come Deutsche Bank e Commerzbank vivono gravissime difficoltà da anni.
Se non fossero tedeschi, comunque, si siederebbero assieme ai partner europei e spiegherebbero la situazione per trovare un accomodamento. E invece niente, combattono fino all’ultima pallottola e a sconfitta certa. Trascinandosi appresso tutta Europa, ovviamente.
Fonte
La tesi sostenuta dall’insigne economista tedesco non nega quanto lo studio ha sostenuto, evidentemente ritenendolo corretto e non soggetto a possibili contestazioni. Però sostiene bizzarramente che nonostante tutto questo la Germania non ne ha tratto beneficio reale. Ripropongo le sue parole che mi paiono alquanto emblematiche (anche di una certa forma mentis – absit iniuria verbis – teutonica):
“Il problema è che le esportazioni, nel calcolo del PIL, sono considerate come un indice di prosperità, anche se in realtà lo diventano solo nel momento in cui sarà certo che immediatamente o successivamente potranno essere convertite in importazioni per una somma di pari valore. In effetti le eccedenze commerciali tedesche non sono sempre state investite in maniera ragionevole, e spesso sono state utilizzate per acquistare titoli di debito esteri alquanto problematici. Una parte di questi titoli consisteva in obbligazioni di dubbia utilità, in gran parte di provenienza americana, il cui mancato rimborso ha contribuito al fatto che la Germania abbia dovuto cancellare centinaia di miliardi di euro di crediti esteri dal suo bilancio delle attività nette sull’estero.”Insomma, per Sinn è vero, la Germania grazie al feroce meccanismo dell’Euro (inibizione del meccanismo di mercato delle fluttuazioni di cambio, rigore fiscale grazie a Maastricht e Fiscal Compact, introduzione del delirante concetto di output gap) è riuscita a guadagnare enormi flussi finanziari fatti dalle gigantesche eccedenze commerciali, ma in fondo i tedeschi non ci hanno guadagnato perché non ne hanno goduto i frutti a causa dei cattivi investimenti in titoli USA che sono letteralmente carta straccia. Di primo istinto, da buoni mediterranei di cultura cattolica, verrebbe da dire che la farina del diavolo se ne va in crusca; per non parlare poi del fatto che sostenere che i tedeschi, dall’infernale trappola dell’Euro non ci hanno guadagnato perché hanno investito male, è come dire che un rapinatore non ha rapinato perché si è dimenticato la valigia con il bottino nell'auto con cui è scappato.
Ma, lasciando perdere questi aspetti un po’ moralistici, ci sono altre considerazioni da fare. Primo, mi pare corretto domandarsi se i tedeschi stiano continuando a imporre la sferza (peraltro precipitandoci in un enorme crisi di innovazione a causa dello “sparagno”, e di cui pagheremo il prezzo nei prossimi decenni) nella speranza di recuperare quanto incautamente perso (oltre che ingiustamente guadagnato).
In secondo luogo, nell’affermazione di Sinn salta all’occhio un non detto: dove sono queste centinaia di miliardi di titoli USA che valgono quanto la carta da parati? Posto che nel bilancio dello Stato non ci sono perché se ne avrebbe l’evidenza; posto che nel cassetto del birraio tirolese è difficile che ci siano, mi viene da pensare che si trovino ben custoditi nei bilanci delle banche tedesche. E infatti se così fosse si spiegherebbe come mai – nonostante dovrebbero scoppiare di soldi – banche come Deutsche Bank e Commerzbank vivono gravissime difficoltà da anni.
Se non fossero tedeschi, comunque, si siederebbero assieme ai partner europei e spiegherebbero la situazione per trovare un accomodamento. E invece niente, combattono fino all’ultima pallottola e a sconfitta certa. Trascinandosi appresso tutta Europa, ovviamente.
Fonte
04/02/2019
La curiosa democrazia di Draghi: voi votate, i mercati decidono
La letteratura gialla e quella noir
sono ricche di personaggi che, avendo commesso un orribile crimine,
provano a tenere nascosta la propria colpa, ma vengono costretti da un
insopprimibile istinto a rivelare, in un modo o nell’altro e più o meno
esplicitamente, il delitto che hanno compiuto.
Lunedì scorso il Presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, ha tenuto un discorso alla Commissione Affari Economici del Parlamento Europeo.
Deaghi ha fatto il punto su quella che secondo lui è la situazione economica dell’Eurozona e ha elencato i rischi ai quali vanno incontro gli incauti Paesi che non applicano le ricette consigliate dalle istituzioni comunitarie. Alcune frasi che ha pronunciato sono interessanti e vale la pena approfondirne il significato: come vedremo, questo esercizio ci sarà utile a comprendere come l’indipendenza di una banca centrale dal Governo si traduca nella perdita di uno strumento vitale di perseguimento dei più concreti obiettivi di equità sociale e piena occupazione.
Scorrendo i resoconti di stampa forniti dai vari giornali che si sono affrettati a diffondere il suo Verbo, scopriamo che secondo il Governatore «un Paese perde sovranità quando il debito è troppo alto»: a quel punto, infatti, «sono i mercati che decidono». Ne consegue che ogni decisione politica «deve essere scrutinata dai mercati, cioè da persone che non votano e che sono fuori dal processo di controllo democratico». Draghi cita come esempio quanto accaduto in Grecia, che dimostrerebbe che «il debito viene prodotto da decisioni politiche dei Governi» e che «la sovranità viene persa a causa di politiche sbagliate».
Le politiche sbagliate, quindi, sarebbero secondo Draghi quelle che generano un debito pubblico troppo elevato. Quelle giuste, per converso, sarebbero rappresentate da una ‘sana’ disciplina di bilancio. Niente di nuovo sotto il sole, verrebbe da dire. Eppure vale la pena leggere con più attenzione alcuni passaggi della fatwa di Draghi contro la prodigalità dei governi nazionali spendaccioni.
Cominciamo dalla considerazione che un Paese perde la sovranità quando il debito è alto perché quando, per l’appunto, il debito è alto, sono i mercati a decidere. Cosa vuol dire, in primo luogo, che i mercati decidono? Significa che i soggetti che operano sul mercato dei titoli di Stato decidono, con le loro scelte di acquisto e vendita di titoli del debito pubblico, se impiegare o meno i propri denari per finanziare il debito pubblico di determinati Paesi. Quando, infatti, un operatore acquista un titolo del debito pubblico italiano, sta di fatto prestando denaro allo Stato italiano. In cambio egli ottiene un documento rappresentativo di tale prestito: un titolo di Stato, per l’appunto. Le ragioni per le quali un soggetto acquista un titolo di Stato sono sostanzialmente quelle che spingono un soggetto ad acquistare una qualsiasi obbligazione: impiegare il proprio risparmio in un investimento abbastanza sicuro e ottenere, in cambio, il periodico pagamento di interessi. Oltre a queste operazioni che potremmo definire ‘da cassettista’, per le quali i margini sono piuttosto bassi (un titolo di Stato, generalmente, rende poco), le obbligazioni si prestano tuttavia anche a manovre speculative: un soggetto può acquistare oggi un titolo del debito pubblico italiano ad una certa cifra sperando di rivenderlo domani ad una cifra più alta.
La questione è che (ed è qui che “i mercati decidono”) sono le stesse decisioni degli investitori di vendere e comprare titoli che influiscono sui prezzi, e come vedremo sui rendimenti, dei medesimi. Quando, infatti, molti investitori cedono titoli di Stato, fanno ridurre il prezzo degli stessi e, di conseguenza, fanno aumentare gli interessi che lo Stato italiano dovrà pagare sui titoli di nuova emissione. Bisogna ricordare che le obbligazioni sono titoli che pagano una cedola fissa: un titolo dal valore nominale di 100 con cedola al 3% è un titolo che rende ogni anno 3 euro. Immaginiamo che quel titolo diventi oggetto di una massa di vendite tale che il suo prezzo scenda a 75: poiché il titolo paga una cedola di 3 euro all’anno (corrispondenti al 3% del valore nominale, valore dal quale si è discostato il prezzo di mercato), quel titolo adesso offre un rendimento del 4% – essendo 3 euro il 4% dei 75 euro pagati per acquistare il titolo sul mercato secondario. Ecco spiegato perché il rendimento di un’obbligazione è inversamente correlato al proprio prezzo. Una volta che i mercati hanno spinto il rendimento di quel titolo al 4%, lo Stato si trova costretto a garantire il nuovo e maggiore rendimento sui titoli di nuova emissione: nessuno infatti comprerebbe nuovi titoli di Stato al 3% se può comprarne con un rendimento maggiore sui mercati finanziari. Per questa ragione, il costo del debito pubblico dipende dai movimenti dei prezzi dei titoli di Stato sui mercati finanziari. Movimenti che spesso e volentieri finiscono per essere diretti da dinamiche speculative. Ricordate la crisi degli spread di qualche anno fa? Beh, pare che alcune banche, anche in quegli anni, abbiano fatto ‘cartello’ per orientare l’andamento del prezzo dei titoli di stato sui mercati e trarne un profitto speculativo.
Normalmente, gli Stati hanno diversi modi per ‘difendersi’ dagli attacchi speculativi, checché ne dica Carlo Cottarelli. L’argine principale alla speculazione vede protagonista l’autorità che emette la moneta di un Paese, ovvero la sua banca centrale. Al comportamento degli investitori che cedono titoli di Stato italiani, ad esempio, una banca centrale interessata a difendere il valore dei medesimi potrebbe opporre il comportamento inverso, consistente nell’acquisto massiccio di titoli: proprio in virtù del suo potere di creare moneta, la banca centrale può acquistare titoli senza limiti. In caso di attacco speculativo, la banca centrale avrebbe quindi tutti gli strumenti per ‘difendere’ il prezzo dei titoli pubblici italiani. Proprio quella crisi degli spread si risolse con un intervento massiccio della BCE attraverso un programma di acquisti di titoli di Stato sui mercati, il Securities Markets Programme: un sostegno istituzionale al debito pubblico, che fu condizionato alla sottoscrizione di programmi di austerità fiscale (i famosi tagli del Governo Monti), come placidamente ammesso dalla Prof.ssa Fornero.
Un altro modo per ridurre l’influenza della speculazione sui prezzi e i rendimenti dei titoli del debito pubblico consiste nell’introduzione di limitazioni ai movimenti di capitale: è del tutto evidente che se gli investitori sono liberi di spostare i capitali a proprio piacimento, per essi è molto più facile trovare impieghi alternativi per il proprio denaro. In altre parole, per essi è molto più facile perseguire i propri intenti speculatori portando altrove i propri capitali, tenendo quindi sotto scacco paesi apparentemente sovrani. Come usava dire Guido Carli, storico governatore della Banca d’Italia, la libertà di circolazione dei capitali consente ai risparmiatori di “votare” ogni giorno, perché consente di esercitare pressione sui governi spostando i proprio risparmi dai titoli di Stato italiani ai titoli di Stato di altri paesi; dimenticava di dire, Carli, che questa “libertà di voto” è assai poco democratica, essendo il voto in questione direttamente proporzionale alla propria ricchezza. Imporre controlli ai movimenti di capitale significa dunque frenare la deriva plutocratica della nostra democrazia: impedire che pochi gruppi finanziari decidano per tutti.
Va notato, inoltre, che la possibilità che si verifichi un attacco speculativo non dipende dal rapporto tra debito pubblico e PIL, potendosi portare avanti tale attacco anche in presenza di finanze perfettamente ‘sane’. L’esempio di quanto appena detto è presto fatto: il Giappone, con il suo rapporto debito/PIL stabilmente sopra il 200% (253% in base agli ultimi dati disponibili – per fare un confronto, quello italiano si aggira intorno al 132%), è la plastica dimostrazione del fatto che, in presenza di determinate regole istituzionali, un elevato debito pubblico non porta necessariamente alla speculazione finanziaria e all’apocalisse. A dirlo non siamo noi, non è un convinto signoraggista, non è un complottista. È Alberto Quadrio Curzio, il quale, sulle pagine del Sole 24 Ore, scriveva nel lontano 2013 (con argomentazioni tuttavia attuali): «Come mai il Giappone può permettersi di far galoppare la spesa pubblica pur convivendo da tempo con parametri di indebitamento molto simili a quelli della Grecia? Perché rispetto alla Grecia, o a un qualunque Paese dell’Eurozona, ha almeno due cartucce in più da giocare: la possibilità di stampare moneta della Bank of Japan [che, per legge, deve prendere le proprie decisioni di politica economica in maniera armonica rispetto alle decisioni del Governo, ndr] e la protezione del debito pubblico da parte dei cittadini e degli investitori interni che ne detengono la quasi totalità».
Possiamo quindi prendere per buona almeno una delle affermazioni di Mario Draghi e considerarla come una parziale confessione: la sovranità viene persa a causa di politiche sbagliate, questo è indubbio. Solo che queste politiche sbagliate non sono quelle che ci racconta il Governatore, e alle quali contrappone le politiche giuste (secondo lui) dei tagli alla spesa pubblica, ossia a sanità, istruzione e pensioni: le politiche che mettono i governi in balìa delle decisioni dei mercati sono piuttosto quelle che rendono indipendente la Banca Centrale Europea, che fanno sì che quest’ultima abbia come obiettivo principale il contenimento dell’inflazione, che impongono l’assoluta libertà di movimento dei capitali. È in questo modo che ogni decisione di politica finisce per «essere scrutinata dai mercati, cioè da persone che non votano e che sono fuori dal processo di controllo democratico».
Per invertire la rotta e riacquisire la sovranità della politica economica, dunque, non si devono rispettare presunte norme di prudenza fiscale, che altro non fanno che peggiorare crisi e disoccupazione, a tutto vantaggio dei padroni. Bisogna liberarsi delle assurde norme che costringono i governi a misurarsi con gli appetiti degli speculatori, rimettendo la politica monetaria al servizio della politica fiscale, in quanto quest’ultima ha tutti gli strumenti per perseguire gli emancipatori obiettivi della piena occupazione e dell’estensione dei diritti sociali. Basterebbe volerli usare.
Fonte
Lunedì scorso il Presidente della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, ha tenuto un discorso alla Commissione Affari Economici del Parlamento Europeo.
Deaghi ha fatto il punto su quella che secondo lui è la situazione economica dell’Eurozona e ha elencato i rischi ai quali vanno incontro gli incauti Paesi che non applicano le ricette consigliate dalle istituzioni comunitarie. Alcune frasi che ha pronunciato sono interessanti e vale la pena approfondirne il significato: come vedremo, questo esercizio ci sarà utile a comprendere come l’indipendenza di una banca centrale dal Governo si traduca nella perdita di uno strumento vitale di perseguimento dei più concreti obiettivi di equità sociale e piena occupazione.
Scorrendo i resoconti di stampa forniti dai vari giornali che si sono affrettati a diffondere il suo Verbo, scopriamo che secondo il Governatore «un Paese perde sovranità quando il debito è troppo alto»: a quel punto, infatti, «sono i mercati che decidono». Ne consegue che ogni decisione politica «deve essere scrutinata dai mercati, cioè da persone che non votano e che sono fuori dal processo di controllo democratico». Draghi cita come esempio quanto accaduto in Grecia, che dimostrerebbe che «il debito viene prodotto da decisioni politiche dei Governi» e che «la sovranità viene persa a causa di politiche sbagliate».
Le politiche sbagliate, quindi, sarebbero secondo Draghi quelle che generano un debito pubblico troppo elevato. Quelle giuste, per converso, sarebbero rappresentate da una ‘sana’ disciplina di bilancio. Niente di nuovo sotto il sole, verrebbe da dire. Eppure vale la pena leggere con più attenzione alcuni passaggi della fatwa di Draghi contro la prodigalità dei governi nazionali spendaccioni.
Cominciamo dalla considerazione che un Paese perde la sovranità quando il debito è alto perché quando, per l’appunto, il debito è alto, sono i mercati a decidere. Cosa vuol dire, in primo luogo, che i mercati decidono? Significa che i soggetti che operano sul mercato dei titoli di Stato decidono, con le loro scelte di acquisto e vendita di titoli del debito pubblico, se impiegare o meno i propri denari per finanziare il debito pubblico di determinati Paesi. Quando, infatti, un operatore acquista un titolo del debito pubblico italiano, sta di fatto prestando denaro allo Stato italiano. In cambio egli ottiene un documento rappresentativo di tale prestito: un titolo di Stato, per l’appunto. Le ragioni per le quali un soggetto acquista un titolo di Stato sono sostanzialmente quelle che spingono un soggetto ad acquistare una qualsiasi obbligazione: impiegare il proprio risparmio in un investimento abbastanza sicuro e ottenere, in cambio, il periodico pagamento di interessi. Oltre a queste operazioni che potremmo definire ‘da cassettista’, per le quali i margini sono piuttosto bassi (un titolo di Stato, generalmente, rende poco), le obbligazioni si prestano tuttavia anche a manovre speculative: un soggetto può acquistare oggi un titolo del debito pubblico italiano ad una certa cifra sperando di rivenderlo domani ad una cifra più alta.
La questione è che (ed è qui che “i mercati decidono”) sono le stesse decisioni degli investitori di vendere e comprare titoli che influiscono sui prezzi, e come vedremo sui rendimenti, dei medesimi. Quando, infatti, molti investitori cedono titoli di Stato, fanno ridurre il prezzo degli stessi e, di conseguenza, fanno aumentare gli interessi che lo Stato italiano dovrà pagare sui titoli di nuova emissione. Bisogna ricordare che le obbligazioni sono titoli che pagano una cedola fissa: un titolo dal valore nominale di 100 con cedola al 3% è un titolo che rende ogni anno 3 euro. Immaginiamo che quel titolo diventi oggetto di una massa di vendite tale che il suo prezzo scenda a 75: poiché il titolo paga una cedola di 3 euro all’anno (corrispondenti al 3% del valore nominale, valore dal quale si è discostato il prezzo di mercato), quel titolo adesso offre un rendimento del 4% – essendo 3 euro il 4% dei 75 euro pagati per acquistare il titolo sul mercato secondario. Ecco spiegato perché il rendimento di un’obbligazione è inversamente correlato al proprio prezzo. Una volta che i mercati hanno spinto il rendimento di quel titolo al 4%, lo Stato si trova costretto a garantire il nuovo e maggiore rendimento sui titoli di nuova emissione: nessuno infatti comprerebbe nuovi titoli di Stato al 3% se può comprarne con un rendimento maggiore sui mercati finanziari. Per questa ragione, il costo del debito pubblico dipende dai movimenti dei prezzi dei titoli di Stato sui mercati finanziari. Movimenti che spesso e volentieri finiscono per essere diretti da dinamiche speculative. Ricordate la crisi degli spread di qualche anno fa? Beh, pare che alcune banche, anche in quegli anni, abbiano fatto ‘cartello’ per orientare l’andamento del prezzo dei titoli di stato sui mercati e trarne un profitto speculativo.
Normalmente, gli Stati hanno diversi modi per ‘difendersi’ dagli attacchi speculativi, checché ne dica Carlo Cottarelli. L’argine principale alla speculazione vede protagonista l’autorità che emette la moneta di un Paese, ovvero la sua banca centrale. Al comportamento degli investitori che cedono titoli di Stato italiani, ad esempio, una banca centrale interessata a difendere il valore dei medesimi potrebbe opporre il comportamento inverso, consistente nell’acquisto massiccio di titoli: proprio in virtù del suo potere di creare moneta, la banca centrale può acquistare titoli senza limiti. In caso di attacco speculativo, la banca centrale avrebbe quindi tutti gli strumenti per ‘difendere’ il prezzo dei titoli pubblici italiani. Proprio quella crisi degli spread si risolse con un intervento massiccio della BCE attraverso un programma di acquisti di titoli di Stato sui mercati, il Securities Markets Programme: un sostegno istituzionale al debito pubblico, che fu condizionato alla sottoscrizione di programmi di austerità fiscale (i famosi tagli del Governo Monti), come placidamente ammesso dalla Prof.ssa Fornero.
Un altro modo per ridurre l’influenza della speculazione sui prezzi e i rendimenti dei titoli del debito pubblico consiste nell’introduzione di limitazioni ai movimenti di capitale: è del tutto evidente che se gli investitori sono liberi di spostare i capitali a proprio piacimento, per essi è molto più facile trovare impieghi alternativi per il proprio denaro. In altre parole, per essi è molto più facile perseguire i propri intenti speculatori portando altrove i propri capitali, tenendo quindi sotto scacco paesi apparentemente sovrani. Come usava dire Guido Carli, storico governatore della Banca d’Italia, la libertà di circolazione dei capitali consente ai risparmiatori di “votare” ogni giorno, perché consente di esercitare pressione sui governi spostando i proprio risparmi dai titoli di Stato italiani ai titoli di Stato di altri paesi; dimenticava di dire, Carli, che questa “libertà di voto” è assai poco democratica, essendo il voto in questione direttamente proporzionale alla propria ricchezza. Imporre controlli ai movimenti di capitale significa dunque frenare la deriva plutocratica della nostra democrazia: impedire che pochi gruppi finanziari decidano per tutti.
Va notato, inoltre, che la possibilità che si verifichi un attacco speculativo non dipende dal rapporto tra debito pubblico e PIL, potendosi portare avanti tale attacco anche in presenza di finanze perfettamente ‘sane’. L’esempio di quanto appena detto è presto fatto: il Giappone, con il suo rapporto debito/PIL stabilmente sopra il 200% (253% in base agli ultimi dati disponibili – per fare un confronto, quello italiano si aggira intorno al 132%), è la plastica dimostrazione del fatto che, in presenza di determinate regole istituzionali, un elevato debito pubblico non porta necessariamente alla speculazione finanziaria e all’apocalisse. A dirlo non siamo noi, non è un convinto signoraggista, non è un complottista. È Alberto Quadrio Curzio, il quale, sulle pagine del Sole 24 Ore, scriveva nel lontano 2013 (con argomentazioni tuttavia attuali): «Come mai il Giappone può permettersi di far galoppare la spesa pubblica pur convivendo da tempo con parametri di indebitamento molto simili a quelli della Grecia? Perché rispetto alla Grecia, o a un qualunque Paese dell’Eurozona, ha almeno due cartucce in più da giocare: la possibilità di stampare moneta della Bank of Japan [che, per legge, deve prendere le proprie decisioni di politica economica in maniera armonica rispetto alle decisioni del Governo, ndr] e la protezione del debito pubblico da parte dei cittadini e degli investitori interni che ne detengono la quasi totalità».
Possiamo quindi prendere per buona almeno una delle affermazioni di Mario Draghi e considerarla come una parziale confessione: la sovranità viene persa a causa di politiche sbagliate, questo è indubbio. Solo che queste politiche sbagliate non sono quelle che ci racconta il Governatore, e alle quali contrappone le politiche giuste (secondo lui) dei tagli alla spesa pubblica, ossia a sanità, istruzione e pensioni: le politiche che mettono i governi in balìa delle decisioni dei mercati sono piuttosto quelle che rendono indipendente la Banca Centrale Europea, che fanno sì che quest’ultima abbia come obiettivo principale il contenimento dell’inflazione, che impongono l’assoluta libertà di movimento dei capitali. È in questo modo che ogni decisione di politica finisce per «essere scrutinata dai mercati, cioè da persone che non votano e che sono fuori dal processo di controllo democratico».
Per invertire la rotta e riacquisire la sovranità della politica economica, dunque, non si devono rispettare presunte norme di prudenza fiscale, che altro non fanno che peggiorare crisi e disoccupazione, a tutto vantaggio dei padroni. Bisogna liberarsi delle assurde norme che costringono i governi a misurarsi con gli appetiti degli speculatori, rimettendo la politica monetaria al servizio della politica fiscale, in quanto quest’ultima ha tutti gli strumenti per perseguire gli emancipatori obiettivi della piena occupazione e dell’estensione dei diritti sociali. Basterebbe volerli usare.
Fonte
19/11/2018
La calma prima della tempesta
Lo spread non fa più notizia perché non si registrano più “salti in
alto” come quelli di settembre e sembra essersi assestato su un valore
intorno ai 300 punti con oscillazioni quotidiane, anche se, va detto,
che a maggio era a 140 e che a quota 300 non reggiamo mica molto.
Comunque, per ora possiamo far finta di nulla o quasi.
Di Maio ha detto che “fra lo spread e gli italiani” lui sceglie gli Italiani e rifiuta la “finanziaria di lacrime e sangue” che l’Europa vorrebbe imporci. Pienamente d’accordo sul rifiutare la “finanziaria lacrime e sangue”, ma è anche vero che lo spread lo pagano gli italiani sul conto in banca, sui mutui e, dopo, sulle tasse, mica qualche altro.
Il punto è che se va bene il rifiuto dell’austerità, non va bene come si pensa di spendere le risorse in disavanzo: tutto in mance elettorali e niente in investimenti ed occasioni di lavoro. Per di più con il rischio di annunci che poi non si sa bene come e quando troveranno attuazione.
Non abbiamo i centri per l’impiego pronti a stabilire chi e quanti hanno diritto al tanto celebrato reddito di cittadinanza, non abbiamo neppure un progetto legge che stabilisca quanto ed a quali condizioni, sappiamo che il tema è uscito dalla manovra finanziaria e non sappiamo con quali tempi e modalità rientrerà nell’agenda politica, per cui comincia ad essere dubbio che trovi attuazione entro il 2019. Il M5s ricordi che di “annuncite” è morto Renzi. Comunque i mercati scontano già gli effetti come se il reddito partisse domani. Ma vedremo come va a finire.
Intanto c’è questa “calma prima della tempesta” in vista delle europee dalle quali M5s e Lega si aspettano una gran boccata d’ossigeno, ma, se il buongiorno si vede dal mattino, non è che l’uscita del governo semi populista di Vienna lasci presagire che i gialloverdi troveranno tanti amici nel nuovo Parlamento di Strasburgo. Forse giusto la Le Pen, se non si parla di redistribuzione degli immigrati.
Ma la grana più grossa è un’altra e viene ben prima delle europee: nel 2019 bisognerà collocare circa 300 miliardi di titoli di Stato anche per rifinanziare quelli in scadenza e un terzo di questa cifra si concentra a fine gennaio. Già ad ottobre si è sudato parecchio per collocare 20 miliardi di titoli perché soprattutto gli italiani pare non abbiano grande intenzione di dar retta a Salvini e stanno disinvestendo per portare i capitali fuori del paese.
A gennaio le cose andranno meglio? E se anche andassero meglio, ci sarà ancora respiro per piazzare i titoli in scadenza a febbraio? Insomma, tra fine gennaio e primi marzo corriamo seriamente il rischio del default e ben prima la tempesta dello spread potrebbe ridestarsi.
In teoria il fondo europeo di stabilità potrebbe intervenire e la Bce potrebbe acquistare un'altra parte dei titoli inevasi. Solo che questi interventi sono possibili per gli stati in regola con le indicazione europee e noi stiamo andando dritti ad una procedura di infrazione. Non è esagerato prevedere una primavera calda, molto calda.
Una riflessione finale: alcuno lettori (che io dubito essere troll di marca governativa) mi accusano di essere un catastrofista, che fa di tutto per attaccare il governo in carica. Personalmente sono il primo ad augurarmi di sbagliare, anche perché in caso di default me la vedrei molto brutta anche individualmente e non ho propensioni masochiste, ma, se non vi dispiace, vorreste essere così cortesi da dire in quali punti il mio ragionamento è sbagliato, quali dati sono inesatti e quali speranze di galleggiare non considero? Il web è una cosa utile ma con molti aspetti negativi, ad esempio quello di diseducare la gente alla discussione e trasformare il dibattito politico in una rissa da stadio fra tifoserie.
Fonte
Di Maio ha detto che “fra lo spread e gli italiani” lui sceglie gli Italiani e rifiuta la “finanziaria di lacrime e sangue” che l’Europa vorrebbe imporci. Pienamente d’accordo sul rifiutare la “finanziaria lacrime e sangue”, ma è anche vero che lo spread lo pagano gli italiani sul conto in banca, sui mutui e, dopo, sulle tasse, mica qualche altro.
Il punto è che se va bene il rifiuto dell’austerità, non va bene come si pensa di spendere le risorse in disavanzo: tutto in mance elettorali e niente in investimenti ed occasioni di lavoro. Per di più con il rischio di annunci che poi non si sa bene come e quando troveranno attuazione.
Non abbiamo i centri per l’impiego pronti a stabilire chi e quanti hanno diritto al tanto celebrato reddito di cittadinanza, non abbiamo neppure un progetto legge che stabilisca quanto ed a quali condizioni, sappiamo che il tema è uscito dalla manovra finanziaria e non sappiamo con quali tempi e modalità rientrerà nell’agenda politica, per cui comincia ad essere dubbio che trovi attuazione entro il 2019. Il M5s ricordi che di “annuncite” è morto Renzi. Comunque i mercati scontano già gli effetti come se il reddito partisse domani. Ma vedremo come va a finire.
Intanto c’è questa “calma prima della tempesta” in vista delle europee dalle quali M5s e Lega si aspettano una gran boccata d’ossigeno, ma, se il buongiorno si vede dal mattino, non è che l’uscita del governo semi populista di Vienna lasci presagire che i gialloverdi troveranno tanti amici nel nuovo Parlamento di Strasburgo. Forse giusto la Le Pen, se non si parla di redistribuzione degli immigrati.
Ma la grana più grossa è un’altra e viene ben prima delle europee: nel 2019 bisognerà collocare circa 300 miliardi di titoli di Stato anche per rifinanziare quelli in scadenza e un terzo di questa cifra si concentra a fine gennaio. Già ad ottobre si è sudato parecchio per collocare 20 miliardi di titoli perché soprattutto gli italiani pare non abbiano grande intenzione di dar retta a Salvini e stanno disinvestendo per portare i capitali fuori del paese.
A gennaio le cose andranno meglio? E se anche andassero meglio, ci sarà ancora respiro per piazzare i titoli in scadenza a febbraio? Insomma, tra fine gennaio e primi marzo corriamo seriamente il rischio del default e ben prima la tempesta dello spread potrebbe ridestarsi.
In teoria il fondo europeo di stabilità potrebbe intervenire e la Bce potrebbe acquistare un'altra parte dei titoli inevasi. Solo che questi interventi sono possibili per gli stati in regola con le indicazione europee e noi stiamo andando dritti ad una procedura di infrazione. Non è esagerato prevedere una primavera calda, molto calda.
Una riflessione finale: alcuno lettori (che io dubito essere troll di marca governativa) mi accusano di essere un catastrofista, che fa di tutto per attaccare il governo in carica. Personalmente sono il primo ad augurarmi di sbagliare, anche perché in caso di default me la vedrei molto brutta anche individualmente e non ho propensioni masochiste, ma, se non vi dispiace, vorreste essere così cortesi da dire in quali punti il mio ragionamento è sbagliato, quali dati sono inesatti e quali speranze di galleggiare non considero? Il web è una cosa utile ma con molti aspetti negativi, ad esempio quello di diseducare la gente alla discussione e trasformare il dibattito politico in una rissa da stadio fra tifoserie.
Fonte
26/08/2016
L’attacco finale: “bail in per gli Stati con debito eccessivo”
Mentre a bordo della portaerei Garibaldi ci si beava davanti a Ventotene, ridotta a fondale per photo opportunity, a Berlino si lavorava alacremente per disegnare “le regole” per risolvere eventuali – più che probabili – default del debito pubblico dei paesi più esposti su questo fronte. E visto che il paese primo in questa triste classifica – la Grecia – è già stato devastato, lo studio che il Consiglio tedesco degli esperti economici ha fatto comparire sul proprio sito appare manifestamente rivolto ai paesi in seconda posizione: Italia, Spagna, Portogallo (con un occhio alla Francia, che accumula da anni un deficit eccessivo senza ricevere alcuna “rampogna” ufficiale, ma che inevitabilmente lascia crescere lo stock del debito ben oltre i parametri di Maastricht).
Questo “consiglio” non è un normale gruppo di studiosi, ma un team di «cinque saggi» nominati dal governo di Berlino con il compito di valutare le politiche economiche in Germania e altrove.
Per essere ancora più chiari, a firmare l'impegnativo documento – «Un meccanismo per regolare la ristrutturazione dei debiti sovrani» – è stato Lars Feld, ritenuto il consigliere più ascoltato da Wolfgang Schaeuble, potente e luciferino ministro delle finanze tedesco. Dunque le “regole” qui indicate saranno ben presto proposte dentro l'Eurogruppo, perché diventino norma per le crisi del debito pubblico da qui in avanti. Vista la capacità di resistenza politica, e in alcuni casi persino della scarsità di comprensione tecnica delle conseguenze (basti pensare a come furono votati molti trattati europei dal Parlamento italiano, primo fra tutti l'inserimento del “pareggio di bilancio” in Costituzione), non esiste alcun dubbio che questa impostazione passerà, con correzioni minime e comunque ininfluenti.
Cosa propongono dunque i “consiglieri” tedeschi? Di trattare le crisi del debito sovrano (ossia degli Stati) esattamente come quello delle banche private. In parole povere con il meccanismo del bail in. Che – come ci siamo accorti con Banca Etruria, CariFerrara, Popolare di Vicenza, CariChieti, Banca Marche, ecc – significa una cosa sola: a pagare saranno azionisti, obbligazionisti (a prescindere se siano stati raggirati o meno) e correntisti per la quota eccedente i 100.000 euro.
Ma gli Stati non sono enti relativamente semplici come le banche private, in primo luogo perché rappresentano intere popolazioni e non solo un gruppo di azionisti; in secondo luogo, perché sono tra loro interconnessi – nell'Unione Europea – da un sistema di trattati. E per affrontare le crisi del debito pubblico è già stato costruito uno strumento rilevante, l'Esm, fondo di salvataggio europeo.
La proposta tedesca, dunque, parte proprio dall'Esm e disegna una doppia tagliola: a) gli Stati che richiederanno l'intervento del fondo Esm saranno obbligati a rinviare nel tempo le scadenze di rimborso dei titoli di stato; b) in caso il debito restasse insostenibile anche dopo questa dilazione (pluriennale, evidentemente), scatterà il taglio effettivo delle somme dovute ai risparmiatori che avevano sottoscritto i bond di quello stato.
Proviamo a tradurre dal linguaggio finanziario. La prima tagliola implica che tutti i sottoscrittori di titoli di Stato – grandi banche, investitori istituzionali, ma anche pensionati che ci hanno messo la liquidazione per difenderla dall'erosione dell'inflazione, ecc – al momento della scadenza non si vedranno restituire i soldi versati come “prestito allo stato”. E resteranno ad aspettare anni per poterli riavere indietro, senza ovviamente essere per nulla protetti dall'avanzare dell'inflazione (che non resterà a zero per i prossimi millenni). Non ci fanno tenerezza i grandi fondi finanziari, ovviamente, che staranno già cominciando a spostare i propri investimenti dai titoli di stato a rischio (quelli dei Piigs, ma anche francesi) verso altri lidi più sicuri (e questo spostamento provocherà già da solo una robusta svalutazione dei prezzi di questi titoli, quindi un simmetrico aumento dei rendimenti, ossia degli interessi che lo stato dovrà pagare). Ma dobbiamo aver presente sia le conseguenze sistemiche di questi spostamenti, sia il peso sociale di un rinvio delle scadenze (pensate a quel che potrebbe avvenire nella vostra famiglia se quei 20 o 30mila euro in Bot dovessero restare congelati per anni...).
La seconda mannaia è quella definitiva. Passato un certo tempo, e “accertato” dai tecnici dell'Esm che quello Stato ha ancora un debito insostenibile il rimborso, già rinviato per anni, subirebbe un drastico taglio. Qui le normali famiglie, paradossalmente, rischiano meno, perché ben raramente hanno investito più di 100.000 euro in titoli di stato. Ma sarebbe la mazzata finale per le banche nazionali dei paesi interessati, perché fin qui tutte hanno “sostenuto” il corso dei titoli pubblici – incentivati in questo anche dal quantitative easing della Bce – acquistando dosi massicce di Bot, Cct, Ctz, Btp, ecc. (o come si chiamano nei diversi paesi a rischio).
Le conseguenze di un meccanismo del genere, una volta approvato, sarebbero immediatamente devastanti per le economie di questi paesi, perché “i mercati” fiutano il sangue molto prima che scorra e “anticipano” le cattive notizie spostandosi per il pianeta ala velocità di un click.
Come fanno notare alcuni analisti, “la Germania, semplicemente, sta smettendo di credere al Patto di stabilità e ai suoi bizantini rituali. Pochi dentro e intorno al governo di Berlino si illudono ancora che gli attuali sistemi europei di vigilanza sui conti pubblici possano spingere certi Paesi a risanare. «I poteri delle istituzioni europee nel far rispettare le regole restano limitati», si legge nel documento, «dunque future crisi di debito pubblico non possono essere escluse»”.
Non si stratta di una “sfiducia” di poco conto, perché significa mettere in soffitta tutto l'armamentario descritto dal Fiscal Compact e corollari (Six Pack, Two Pack, ecc).
Tutti liberi, quindi? Ogni paese sciolto dai vincoli asfissianti che ne stanno distruggendo la struttura economica, dando peraltro fiato ai “populismi”?
L'esatto contrario. Berlino da tempo mostra insofferenza per la politica monetaria della Bce (che con il quantitative easing ha ridato fiato alle quotazioni dei titoli dei paesi sotto attacco speculativo, riducendo gli spread entro limiti tollerabili) e per le scelte caute della Commissione guidata da Juncker, giudicata troppo acquiescente con paesi “discoli” (tutti quelli già nominati, più la Francia) e soprattutto poco attenta alla “credibilità” dei trattati sottoscritti.
Naturalmente è contrarissima a “mutualizzare” il debito europeo, come sarebbe logico in una struttura federale, perché tutto si può chiedere alla popolazione tedesca – ormai, dopo anni di narrazioni tossiche – tranne che di versare un euro in più ai “paesi cicala” del Mediterraneo (francesi compresi).
Dunque ha ripreso vigore e spessore propositivi l'idea di “contrattualizzare” gli impegni assunti dai diversi paesi, rendendoli il più simili possibile ai rapporti tra privati e al riparo da mediazioni politiche. Non a caso il documento tedesco prevede anche di “«costringere» i governi a emettere bond con clausole legali che ne rendono più facile il parziale default”. Inevitabilmente, una volta inserite nel prospetto di un bond una simile clausola, il prezzo crollerebbe all'istante e per quel governo sarebbe un suicidio emetterlo (i tassi di interesse da pagare schizzerebbero verso il cielo).
Un meccanismo del genere è un'assicurazione sulla vita delle finanze tedesche, ma anche la campana a morto per le velleità “comunitarie” e “solidali” dell'Unione Europea. È insomma in linea con le preoccupazioni di un paese a non vedersi coinvolto in “salvataggi” al di sopra delle proprie possibilità, ma mette in mora qualsiasi maggiore integrazione tra i paesi. Tranne, forse, per quelli più in linea con gli standard germanici.
Per capire: non si tratta di “restringere” il nucleo duro dell'Unione ai paesi “che ci stanno” (ovvero disposti a firmare anche trattati più suicidi degli attuali), ma di selezionare soltanto quelli che “se lo possono permettere”.
Non per caso il documento dei cinque “saggi” regala un inciso proprio all'Italia, escludendola per sempre dalla possibilità di sedere “tra i grandi decisori” d'Europa: «Grandi economie avanzate come l’Italia sono probabilmente troppo grandi per essere salvate in ogni caso». Quindi si facciano da parte, accettando senza discutere quel che viene loro imposto oppure raus.
L'alternativa è a questo punto secca: o finire come la Grecia, lasciandosi saccheggiare senza resistenza, oppure costruire la rottura con l'Unione Europea, che implica anche un altro posizionamento geostrategico.
In ogni caso, è chiaro, stiamo correndo verso un periodo ultra turbolento e carico di disastri, non certo verso “la ripartenza” di cui si ciancia – in modo sempre più irresponsabile – a Palazzo Chigi.
Fonte
Questo “consiglio” non è un normale gruppo di studiosi, ma un team di «cinque saggi» nominati dal governo di Berlino con il compito di valutare le politiche economiche in Germania e altrove.
Per essere ancora più chiari, a firmare l'impegnativo documento – «Un meccanismo per regolare la ristrutturazione dei debiti sovrani» – è stato Lars Feld, ritenuto il consigliere più ascoltato da Wolfgang Schaeuble, potente e luciferino ministro delle finanze tedesco. Dunque le “regole” qui indicate saranno ben presto proposte dentro l'Eurogruppo, perché diventino norma per le crisi del debito pubblico da qui in avanti. Vista la capacità di resistenza politica, e in alcuni casi persino della scarsità di comprensione tecnica delle conseguenze (basti pensare a come furono votati molti trattati europei dal Parlamento italiano, primo fra tutti l'inserimento del “pareggio di bilancio” in Costituzione), non esiste alcun dubbio che questa impostazione passerà, con correzioni minime e comunque ininfluenti.
Cosa propongono dunque i “consiglieri” tedeschi? Di trattare le crisi del debito sovrano (ossia degli Stati) esattamente come quello delle banche private. In parole povere con il meccanismo del bail in. Che – come ci siamo accorti con Banca Etruria, CariFerrara, Popolare di Vicenza, CariChieti, Banca Marche, ecc – significa una cosa sola: a pagare saranno azionisti, obbligazionisti (a prescindere se siano stati raggirati o meno) e correntisti per la quota eccedente i 100.000 euro.
Ma gli Stati non sono enti relativamente semplici come le banche private, in primo luogo perché rappresentano intere popolazioni e non solo un gruppo di azionisti; in secondo luogo, perché sono tra loro interconnessi – nell'Unione Europea – da un sistema di trattati. E per affrontare le crisi del debito pubblico è già stato costruito uno strumento rilevante, l'Esm, fondo di salvataggio europeo.
La proposta tedesca, dunque, parte proprio dall'Esm e disegna una doppia tagliola: a) gli Stati che richiederanno l'intervento del fondo Esm saranno obbligati a rinviare nel tempo le scadenze di rimborso dei titoli di stato; b) in caso il debito restasse insostenibile anche dopo questa dilazione (pluriennale, evidentemente), scatterà il taglio effettivo delle somme dovute ai risparmiatori che avevano sottoscritto i bond di quello stato.
Proviamo a tradurre dal linguaggio finanziario. La prima tagliola implica che tutti i sottoscrittori di titoli di Stato – grandi banche, investitori istituzionali, ma anche pensionati che ci hanno messo la liquidazione per difenderla dall'erosione dell'inflazione, ecc – al momento della scadenza non si vedranno restituire i soldi versati come “prestito allo stato”. E resteranno ad aspettare anni per poterli riavere indietro, senza ovviamente essere per nulla protetti dall'avanzare dell'inflazione (che non resterà a zero per i prossimi millenni). Non ci fanno tenerezza i grandi fondi finanziari, ovviamente, che staranno già cominciando a spostare i propri investimenti dai titoli di stato a rischio (quelli dei Piigs, ma anche francesi) verso altri lidi più sicuri (e questo spostamento provocherà già da solo una robusta svalutazione dei prezzi di questi titoli, quindi un simmetrico aumento dei rendimenti, ossia degli interessi che lo stato dovrà pagare). Ma dobbiamo aver presente sia le conseguenze sistemiche di questi spostamenti, sia il peso sociale di un rinvio delle scadenze (pensate a quel che potrebbe avvenire nella vostra famiglia se quei 20 o 30mila euro in Bot dovessero restare congelati per anni...).
La seconda mannaia è quella definitiva. Passato un certo tempo, e “accertato” dai tecnici dell'Esm che quello Stato ha ancora un debito insostenibile il rimborso, già rinviato per anni, subirebbe un drastico taglio. Qui le normali famiglie, paradossalmente, rischiano meno, perché ben raramente hanno investito più di 100.000 euro in titoli di stato. Ma sarebbe la mazzata finale per le banche nazionali dei paesi interessati, perché fin qui tutte hanno “sostenuto” il corso dei titoli pubblici – incentivati in questo anche dal quantitative easing della Bce – acquistando dosi massicce di Bot, Cct, Ctz, Btp, ecc. (o come si chiamano nei diversi paesi a rischio).
Le conseguenze di un meccanismo del genere, una volta approvato, sarebbero immediatamente devastanti per le economie di questi paesi, perché “i mercati” fiutano il sangue molto prima che scorra e “anticipano” le cattive notizie spostandosi per il pianeta ala velocità di un click.
Come fanno notare alcuni analisti, “la Germania, semplicemente, sta smettendo di credere al Patto di stabilità e ai suoi bizantini rituali. Pochi dentro e intorno al governo di Berlino si illudono ancora che gli attuali sistemi europei di vigilanza sui conti pubblici possano spingere certi Paesi a risanare. «I poteri delle istituzioni europee nel far rispettare le regole restano limitati», si legge nel documento, «dunque future crisi di debito pubblico non possono essere escluse»”.
Non si stratta di una “sfiducia” di poco conto, perché significa mettere in soffitta tutto l'armamentario descritto dal Fiscal Compact e corollari (Six Pack, Two Pack, ecc).
Tutti liberi, quindi? Ogni paese sciolto dai vincoli asfissianti che ne stanno distruggendo la struttura economica, dando peraltro fiato ai “populismi”?
L'esatto contrario. Berlino da tempo mostra insofferenza per la politica monetaria della Bce (che con il quantitative easing ha ridato fiato alle quotazioni dei titoli dei paesi sotto attacco speculativo, riducendo gli spread entro limiti tollerabili) e per le scelte caute della Commissione guidata da Juncker, giudicata troppo acquiescente con paesi “discoli” (tutti quelli già nominati, più la Francia) e soprattutto poco attenta alla “credibilità” dei trattati sottoscritti.
Naturalmente è contrarissima a “mutualizzare” il debito europeo, come sarebbe logico in una struttura federale, perché tutto si può chiedere alla popolazione tedesca – ormai, dopo anni di narrazioni tossiche – tranne che di versare un euro in più ai “paesi cicala” del Mediterraneo (francesi compresi).
Dunque ha ripreso vigore e spessore propositivi l'idea di “contrattualizzare” gli impegni assunti dai diversi paesi, rendendoli il più simili possibile ai rapporti tra privati e al riparo da mediazioni politiche. Non a caso il documento tedesco prevede anche di “«costringere» i governi a emettere bond con clausole legali che ne rendono più facile il parziale default”. Inevitabilmente, una volta inserite nel prospetto di un bond una simile clausola, il prezzo crollerebbe all'istante e per quel governo sarebbe un suicidio emetterlo (i tassi di interesse da pagare schizzerebbero verso il cielo).
Un meccanismo del genere è un'assicurazione sulla vita delle finanze tedesche, ma anche la campana a morto per le velleità “comunitarie” e “solidali” dell'Unione Europea. È insomma in linea con le preoccupazioni di un paese a non vedersi coinvolto in “salvataggi” al di sopra delle proprie possibilità, ma mette in mora qualsiasi maggiore integrazione tra i paesi. Tranne, forse, per quelli più in linea con gli standard germanici.
Per capire: non si tratta di “restringere” il nucleo duro dell'Unione ai paesi “che ci stanno” (ovvero disposti a firmare anche trattati più suicidi degli attuali), ma di selezionare soltanto quelli che “se lo possono permettere”.
Non per caso il documento dei cinque “saggi” regala un inciso proprio all'Italia, escludendola per sempre dalla possibilità di sedere “tra i grandi decisori” d'Europa: «Grandi economie avanzate come l’Italia sono probabilmente troppo grandi per essere salvate in ogni caso». Quindi si facciano da parte, accettando senza discutere quel che viene loro imposto oppure raus.
L'alternativa è a questo punto secca: o finire come la Grecia, lasciandosi saccheggiare senza resistenza, oppure costruire la rottura con l'Unione Europea, che implica anche un altro posizionamento geostrategico.
In ogni caso, è chiaro, stiamo correndo verso un periodo ultra turbolento e carico di disastri, non certo verso “la ripartenza” di cui si ciancia – in modo sempre più irresponsabile – a Palazzo Chigi.
Fonte
06/05/2016
Deutsche Bank ha manipolato i mercati e la politica Ue
Questa non è un’inchiesta giudiziaria qualsiasi. Il coperchio che la Procura di Trani ha sollevato, iscrivendo al registro degli indagati cinque top manager di Deutsche Bank, apre il vaso di Pandora del ruolo delle grandi banche d’affari internazionali nel determinare le scelte politiche dell’Unione Europea, la selezione delle classi dirigenti, gli indirizzi di politica economica nazionale e, ovviamente, anche le “manipolazioni del mercato”.
Solo l’ultima voce appare nella lista delle notizie di reato, dunque la procura pugliese può procedere solo su questa ipotesi. Ma politicamente, ed anche sul piano delle grandi opzioni economiche, non c’è alcun dubbio che il dato più rilevante sia il condizionamento esterno.
La vicenda oggetto dell’indagine riguarda il comportamento giudicato “anomalo” di Deutsche Bank nel primo semestre del 2011, quando da un lato rassicurava i mercati sulla sostenibilità del debito pubblico italiano e dunque anche sull'appetibilità dei titoli di stato (Bot, Btp, Cct, ecc); dall’altro procedeva a vendite ciclopiche degli stessi titoli, provocando come conseguenza diretta l’impennata dello spread e il verificarsi delle condizioni che portarono Mario Draghi e Jean-Claude Trichet (presidenti entrante e uscente della Bce) a scrivere la famosa “lettera di agosto” contenente il programma di “riforme” che ogni governo italiano, da quel momento in poi, sarebbe stato obbligato a realizzare. Compito ancora non completato, ma giunto ormai a uno stadio molto avanzato, con l’impoverimento drastico di buona parte della popolazione italiana, ceti popolari in primis.
Deutsche Bank ha venduto in poco tempo titoli per 7 miliardi, sui quasi 8 che deteneva all’inizio del 2011. Un quantitativo che si sarebbe tradotto in perdite per la stessa banca (tra l’inizio del processo e la conclusione il pezzo sarebbe certamente sceso di molto) se non avesse al contempo “garantito” sulla solvibilità dello Stato italiano (assicurandosi così la tenuta del prezzo dei titoli su livelli accettabili). Se provato, questo è certamente un reato per qualsiasi legislazione nazionale europea ed anche per le norme comunitarie.
I manager sotto accusa sono la creme de la creme della finanza europea: l’ex presidente di Deutsche Bank Josef Ackermann (al centro nella foto), gli ex co-amministratori delegati Anshuman Jain e Jurgen Fitschen (quest’ultimo è attualmente co-AD uscente della Banca), l’ex capo dell’ufficio rischi Hugo Banziger, e Stefan Krause, ex direttore finanziario ed ex membro del board di Db. Nei giorni scorsi – secondo quanto riportato dall’Ansa – i militari della Guardia di Finanza di Bari e il pm Michele Ruggiero hanno compiuto sequestri di atti e mail nella sede milanese dell’istituto tedesco, in piazza del Calendario, ascoltando anche diversi testimoni, tra cui Flavio Valeri, presidente e consigliere delegato del Consiglio di gestione di Deutsche Bank Italia, estraneo però all’indagine in corso.
Insomma: le politiche europee e di conseguenza nazionali, decise in base a una serie di indicatori presuntamente “oggettivi” espressi dai mercati finanziari, sono ampiamente manipolabili da pochi top manager di grandi banche e si traducono in “riforme” vincolanti che trasferiscono risorse, patrimoni, redditi da strati sociali con redditi da lavoro dipendente o pensione verso le multinazionali e le grandi società finanziarie.
Non è un’opinione, è un fatto. Dunque questa non è un’inchiesta semplicemente giudiziaria, ma un caso politico di primissima grandezza.
Fonte
Solo l’ultima voce appare nella lista delle notizie di reato, dunque la procura pugliese può procedere solo su questa ipotesi. Ma politicamente, ed anche sul piano delle grandi opzioni economiche, non c’è alcun dubbio che il dato più rilevante sia il condizionamento esterno.
La vicenda oggetto dell’indagine riguarda il comportamento giudicato “anomalo” di Deutsche Bank nel primo semestre del 2011, quando da un lato rassicurava i mercati sulla sostenibilità del debito pubblico italiano e dunque anche sull'appetibilità dei titoli di stato (Bot, Btp, Cct, ecc); dall’altro procedeva a vendite ciclopiche degli stessi titoli, provocando come conseguenza diretta l’impennata dello spread e il verificarsi delle condizioni che portarono Mario Draghi e Jean-Claude Trichet (presidenti entrante e uscente della Bce) a scrivere la famosa “lettera di agosto” contenente il programma di “riforme” che ogni governo italiano, da quel momento in poi, sarebbe stato obbligato a realizzare. Compito ancora non completato, ma giunto ormai a uno stadio molto avanzato, con l’impoverimento drastico di buona parte della popolazione italiana, ceti popolari in primis.
Deutsche Bank ha venduto in poco tempo titoli per 7 miliardi, sui quasi 8 che deteneva all’inizio del 2011. Un quantitativo che si sarebbe tradotto in perdite per la stessa banca (tra l’inizio del processo e la conclusione il pezzo sarebbe certamente sceso di molto) se non avesse al contempo “garantito” sulla solvibilità dello Stato italiano (assicurandosi così la tenuta del prezzo dei titoli su livelli accettabili). Se provato, questo è certamente un reato per qualsiasi legislazione nazionale europea ed anche per le norme comunitarie.
I manager sotto accusa sono la creme de la creme della finanza europea: l’ex presidente di Deutsche Bank Josef Ackermann (al centro nella foto), gli ex co-amministratori delegati Anshuman Jain e Jurgen Fitschen (quest’ultimo è attualmente co-AD uscente della Banca), l’ex capo dell’ufficio rischi Hugo Banziger, e Stefan Krause, ex direttore finanziario ed ex membro del board di Db. Nei giorni scorsi – secondo quanto riportato dall’Ansa – i militari della Guardia di Finanza di Bari e il pm Michele Ruggiero hanno compiuto sequestri di atti e mail nella sede milanese dell’istituto tedesco, in piazza del Calendario, ascoltando anche diversi testimoni, tra cui Flavio Valeri, presidente e consigliere delegato del Consiglio di gestione di Deutsche Bank Italia, estraneo però all’indagine in corso.
Insomma: le politiche europee e di conseguenza nazionali, decise in base a una serie di indicatori presuntamente “oggettivi” espressi dai mercati finanziari, sono ampiamente manipolabili da pochi top manager di grandi banche e si traducono in “riforme” vincolanti che trasferiscono risorse, patrimoni, redditi da strati sociali con redditi da lavoro dipendente o pensione verso le multinazionali e le grandi società finanziarie.
Non è un’opinione, è un fatto. Dunque questa non è un’inchiesta semplicemente giudiziaria, ma un caso politico di primissima grandezza.
Fonte
20/04/2016
Unione bancaria. La Germania prova a fare bingo
Per chi, come noi e i nostri lettori, vive quaggiù, lontano da quanto accade o viene deciso ai piani alti del potere, una discussione sull’unione bancaria europea può suonare decisamente astratta, quasi un esercizio di logica senza agganci con la realtà che viviamo o che vivremo nei prossimi anni. E invece si sta parlando del nostro pane e della nostra vita.
Venerdì e sabato i ministri finanziari dei 28 paesi membri dell’Unione Europea si incontreranno per discutere di come completare – appunto – l’unione bancaria disegnando criteri e regole della garanzia comune per i depositi bancari. In pratica, l’assicurazione dei correntisti fino a 100.000 euro che dovessero essere coinvolti nel fallimento della propria banca. Altrimenti chiamata “terza gamba” dell’unione bancaria.
Questa assicurazione è per ora fornita a livello nazionale, ma è intuibile che i paesi più deboli – per struttura e dimensioni del debito pubblico, quindi più esposti agli attacchi speculativi in caso di nuove turbolenze finanziarie – potrebbero trovarsi in difficoltà nell’affrontare concretamente questa situazione.
Si potrebbe pensare che non si tratti di affari comunitari, ma in realtà la stessa solidità di una banca dipende da regolamentazioni internazionali (Basilea 2 e 3) o comunitarie. Quindi ogni cambiamento delle regole può creare “sofferenze” là dove prima regnava la tranquillità o quasi. Dunque è logico che questa garanzia comune, a livello continentale, sia creata il prima possibile, rafforzando di fatto la solidità dell’intero sistema bancario europeo.
Naturalmente decidere una condivisione dei rischi è cosa complicata, con i più forti – casualmente: la Germania – nella posizione di chi dà le carte e probabilmente le ha già segnate. Mentre i più deboli sono in quella del debitore che non può pretendere più di tanto.
Non sarà una discussione semplice perché, nonostante la relativa calma sui mercati, assicurata dalle massicce iniezioni di liquidità realizzate ogni mese dalla Bce, è chiaro a tutti che – dopo nove anni di crisi senza soluzioni – ogni increspatura può diventare un’onda di tempesta.
Il “compromesso” era stato fin qui individuato in una sorta di scambio virtuoso: condivisione del rischio bancario, ma anche riduzione di questo rischio. Ha una logica, detta così, perché un indebitato non può pretendere una garanzia assoluta su qualsiasi dimensione di debito. Ma è altrettanto ovvio che qualsiasi modificazione nei criteri di valutazione dei singoli asset in portafoglio a una banca può creare squilibri prima inesistenti e mettere in crisi soggetti che apparivano solidissimi.
È noto, per esempio, che Germania e Olanda era riusciti ad imporre – in sede di valutazione della solidità delle banche, con gli stress test – un giudizio negativo per i crediti concessi a famiglie e imprese (tipica delle banche italiane, francesi e spagnole, oltre che di altri paesi minori) e un giudizio invece neutro per l’esposizione in prodotti finanziari derivati (tipica delle banche tedesche, oltre che inglesi). In questo modo, alcuni sistemi bancari salvati solo grazie ad aiuti di stato imponenti (a Londra e Berlino) apparivano floridi, mentre altri che erano rimasti immuni o quasi al grande tracollo del 2008-2009 risultavano invece “a rischio”. Miracoli del giudizio ad bancam...
Neme. Alla vigilia della riunione di fine settimana la presidenza olandese dell’Ecofin, quell’incredibile Jeroen Dijsselbloem che ha devastato la Grecia, sostenuta a spada tratta dal tedesco Wolfgang Schaeuble, ha presentato una proposta che potrebbe far esplodere una nuova crisi del debito sovrano nei paesi con elevati livello di debito pubblico.
L’idea è quella di considerare “rischiosi” i titoli di stato. Che andrebbero dunque quantitativamente ridotti nel portafoglio di qualsiasi banca europea.
Lo scopo dichiarato sembra addirittura virtuoso: spezzare il diabolico loop tra titoli di stato e bilanci delle banche, per cui i secondi seguono di fatto l’evoluzione positiva o negativa dei primi, con gravi rischi sistemici ma soprattutto con una sistematica “immobilizzazione delle risorse” che sottrae energie teoricamente disponibili per “la crescita”.
Ma è chiaro anche a uno studente del primo anno che un’offerta eccezionale di titoli di stati – conseguenza diretta della necessità delle banche di vendere quei titoli – provocherebbe un’improvvisa caduta del prezzo di quei titoli, esponendo gli stati nazionali meno forti ad offrire rendimenti più alti per rifinanziare il proprio debito. Con la forte probabilità di non riuscirci nemmeno per intero e aprire così il vaso di Pandora che porta al default.
È l’esatto opposto della strategia perseguita dalla Bce, che – allagando di liquidità il mercato – ha infatti reso tutti i titoli di stato europei “sicuri”, comprimendo lo spread fin quasi alla parità fra tutti i paesi (tra Bund tedeschi e bond italiani, oggi, c’è un differenziale di poco superiore all’1%).
Se questa proposta dovesse passare, insomma, già solo l’”effetto annuncio” in essa contenuto farebbe aumentare l’instabilità finanziaria fin qui stabilizzata dalla Bce, riaprendo una fase acuta di crisi del debito sovrano europeo, di corsa ai salvataggi in cambio di tagli di spesa, privatizzazioni (in alcuni paesi non c’è rimasto molto di “pubblico” da vendere), austerità, ecc. Il tutto mentre le vecchie prescrizioni della Troika non sono ancora del tutto diventate operative...
La Germania punta in modo palese a “fare bingo”, eliminando una lunga serie di istituti di credito basati nei paesi Piigs, e scatenando così una serie di svalutazioni di asset – non solo finanziari, ma anche industriali – che potrebbero essere a quel punto acquistati a prezzi stracciati. Mentre gli stati più deboli sarebbero indeboliti ancora di più (ma con i bilanci a posto, per carità...), e quindi obbligati a fare di corsa tutte le “riforme” che il mercato multinazionale pretende.
Conseguenze assai più rilevanti di quelle raggiungibili con un qualsiasi trattato, perché metterebbe in moto forze “di mercato” decisamente più “stringenti” e rapide di una procedura d’infrazione.
Diventa più chiaro, ora, perché certe decisioni prese nell’alto dei cieli di Bruxelles o Francoforte sono destinare – sempre – a caderci sulla testa?
Fonte
Venerdì e sabato i ministri finanziari dei 28 paesi membri dell’Unione Europea si incontreranno per discutere di come completare – appunto – l’unione bancaria disegnando criteri e regole della garanzia comune per i depositi bancari. In pratica, l’assicurazione dei correntisti fino a 100.000 euro che dovessero essere coinvolti nel fallimento della propria banca. Altrimenti chiamata “terza gamba” dell’unione bancaria.
Questa assicurazione è per ora fornita a livello nazionale, ma è intuibile che i paesi più deboli – per struttura e dimensioni del debito pubblico, quindi più esposti agli attacchi speculativi in caso di nuove turbolenze finanziarie – potrebbero trovarsi in difficoltà nell’affrontare concretamente questa situazione.
Si potrebbe pensare che non si tratti di affari comunitari, ma in realtà la stessa solidità di una banca dipende da regolamentazioni internazionali (Basilea 2 e 3) o comunitarie. Quindi ogni cambiamento delle regole può creare “sofferenze” là dove prima regnava la tranquillità o quasi. Dunque è logico che questa garanzia comune, a livello continentale, sia creata il prima possibile, rafforzando di fatto la solidità dell’intero sistema bancario europeo.
Naturalmente decidere una condivisione dei rischi è cosa complicata, con i più forti – casualmente: la Germania – nella posizione di chi dà le carte e probabilmente le ha già segnate. Mentre i più deboli sono in quella del debitore che non può pretendere più di tanto.
Non sarà una discussione semplice perché, nonostante la relativa calma sui mercati, assicurata dalle massicce iniezioni di liquidità realizzate ogni mese dalla Bce, è chiaro a tutti che – dopo nove anni di crisi senza soluzioni – ogni increspatura può diventare un’onda di tempesta.
Il “compromesso” era stato fin qui individuato in una sorta di scambio virtuoso: condivisione del rischio bancario, ma anche riduzione di questo rischio. Ha una logica, detta così, perché un indebitato non può pretendere una garanzia assoluta su qualsiasi dimensione di debito. Ma è altrettanto ovvio che qualsiasi modificazione nei criteri di valutazione dei singoli asset in portafoglio a una banca può creare squilibri prima inesistenti e mettere in crisi soggetti che apparivano solidissimi.
È noto, per esempio, che Germania e Olanda era riusciti ad imporre – in sede di valutazione della solidità delle banche, con gli stress test – un giudizio negativo per i crediti concessi a famiglie e imprese (tipica delle banche italiane, francesi e spagnole, oltre che di altri paesi minori) e un giudizio invece neutro per l’esposizione in prodotti finanziari derivati (tipica delle banche tedesche, oltre che inglesi). In questo modo, alcuni sistemi bancari salvati solo grazie ad aiuti di stato imponenti (a Londra e Berlino) apparivano floridi, mentre altri che erano rimasti immuni o quasi al grande tracollo del 2008-2009 risultavano invece “a rischio”. Miracoli del giudizio ad bancam...
Neme. Alla vigilia della riunione di fine settimana la presidenza olandese dell’Ecofin, quell’incredibile Jeroen Dijsselbloem che ha devastato la Grecia, sostenuta a spada tratta dal tedesco Wolfgang Schaeuble, ha presentato una proposta che potrebbe far esplodere una nuova crisi del debito sovrano nei paesi con elevati livello di debito pubblico.
L’idea è quella di considerare “rischiosi” i titoli di stato. Che andrebbero dunque quantitativamente ridotti nel portafoglio di qualsiasi banca europea.
Lo scopo dichiarato sembra addirittura virtuoso: spezzare il diabolico loop tra titoli di stato e bilanci delle banche, per cui i secondi seguono di fatto l’evoluzione positiva o negativa dei primi, con gravi rischi sistemici ma soprattutto con una sistematica “immobilizzazione delle risorse” che sottrae energie teoricamente disponibili per “la crescita”.
Ma è chiaro anche a uno studente del primo anno che un’offerta eccezionale di titoli di stati – conseguenza diretta della necessità delle banche di vendere quei titoli – provocherebbe un’improvvisa caduta del prezzo di quei titoli, esponendo gli stati nazionali meno forti ad offrire rendimenti più alti per rifinanziare il proprio debito. Con la forte probabilità di non riuscirci nemmeno per intero e aprire così il vaso di Pandora che porta al default.
È l’esatto opposto della strategia perseguita dalla Bce, che – allagando di liquidità il mercato – ha infatti reso tutti i titoli di stato europei “sicuri”, comprimendo lo spread fin quasi alla parità fra tutti i paesi (tra Bund tedeschi e bond italiani, oggi, c’è un differenziale di poco superiore all’1%).
Se questa proposta dovesse passare, insomma, già solo l’”effetto annuncio” in essa contenuto farebbe aumentare l’instabilità finanziaria fin qui stabilizzata dalla Bce, riaprendo una fase acuta di crisi del debito sovrano europeo, di corsa ai salvataggi in cambio di tagli di spesa, privatizzazioni (in alcuni paesi non c’è rimasto molto di “pubblico” da vendere), austerità, ecc. Il tutto mentre le vecchie prescrizioni della Troika non sono ancora del tutto diventate operative...
La Germania punta in modo palese a “fare bingo”, eliminando una lunga serie di istituti di credito basati nei paesi Piigs, e scatenando così una serie di svalutazioni di asset – non solo finanziari, ma anche industriali – che potrebbero essere a quel punto acquistati a prezzi stracciati. Mentre gli stati più deboli sarebbero indeboliti ancora di più (ma con i bilanci a posto, per carità...), e quindi obbligati a fare di corsa tutte le “riforme” che il mercato multinazionale pretende.
Conseguenze assai più rilevanti di quelle raggiungibili con un qualsiasi trattato, perché metterebbe in moto forze “di mercato” decisamente più “stringenti” e rapide di una procedura d’infrazione.
Diventa più chiaro, ora, perché certe decisioni prese nell’alto dei cieli di Bruxelles o Francoforte sono destinare – sempre – a caderci sulla testa?
Fonte
05/03/2016
Italia 2016: la speculazione sulla fame
di Pasquale Cicalese per Marx21.it
«Vogliamo
essere certi che il fondo abbia un fondamento stabile. Non siamo
contrari, in linea di principio, ma è importante che si rispetti ogni
passaggio per arrivarci. In primo luogo bisogna far convergere i diversi
quadri legislativi dei Paesi, che influenzano enormemente sulla
solvibilità di una banca e la solidità di un sistema bancario. Abbiamo
bisogno di un diritto fallimentare unico. Inoltre dobbiamo rendere più
solide le banche al livello nazionale, dunque adeguare il capitale delle
banche alla presenza di bond sovrani».
Dombrert,
Ecco le condizioni per il fondo europeo salva-risparmio. Intervista a
Alfred Dombrert, Vice Presidente Bundesbank, Vice Presidente Vigilanza
Bce, La Stampa 23 gennaio 2016.
“Di fondamentale rilievo la modifica al codice civile, nel quale, dopo l'art. 2929 è inserita la Sezione I-bis riguardante l'espropriazione di beni oggetto di vincoli d'indisponibilità o di alienazioni a titolo gratuito. In proposito, l'art. 2929-bis c.c. introduce una tutela rafforzata per il creditore in caso di pignoramento, grazie alla revocatoria semplificata. L'istituto introdotto dal d.l. in esame fa sì che il creditore ove si ritenga pregiudicato da una donazione, da un fondo patrimoniale, da un trust ovvero da un vincolo di destinazione in genere, possa iniziare l'esecuzione forzata indipendentemente dall'ottenimento di una sentenza dichiarativa d'inefficacia del trasferimento (cd. revocatoria)”.
“Di fondamentale rilievo la modifica al codice civile, nel quale, dopo l'art. 2929 è inserita la Sezione I-bis riguardante l'espropriazione di beni oggetto di vincoli d'indisponibilità o di alienazioni a titolo gratuito. In proposito, l'art. 2929-bis c.c. introduce una tutela rafforzata per il creditore in caso di pignoramento, grazie alla revocatoria semplificata. L'istituto introdotto dal d.l. in esame fa sì che il creditore ove si ritenga pregiudicato da una donazione, da un fondo patrimoniale, da un trust ovvero da un vincolo di destinazione in genere, possa iniziare l'esecuzione forzata indipendentemente dall'ottenimento di una sentenza dichiarativa d'inefficacia del trasferimento (cd. revocatoria)”.
“Ma
non dimentichiamo gli interventi importanti già fatti dal Governo per
accelerare il recupero del credito. Perché alla fine il salto di qualità
è proprio questo. Il recupero svelto è la condizione necessaria per lo
smaltimento dei credit non performing, un veicolo ad hoc in grado di
fare incontrare domanda e offerta sarebbe la classica ciliegina sulla
torta”.
Giù le mani dalle banche italiane,
Intervista a Carlo Messina, Amministratore delegato Intesa SanPaolo,
MilanoFinanza 23 gennaio 2016.
Di questi tempi ti accorgi che ci vorrebbe Sbancor. Lui, che dall’ufficio studi della fu Capitalia seguiva i movimenti di capitale e scriveva note sugli indici borsistici. Peccato, sarebbe stato di fondamentale utilità di questi tempi.
Perché non sappiamo come si stanno muovendo i capitali in Italia in questi mesi, ne sapremo di più a giugno quando la banca centrale italiana pubblicherà il Bollettino Economico con il conto finanziario delle partite correnti. Solo allora sapremo se e quanti capitali sono stati esportati all’estero.
Nel frattempo i media tacciono, qualche cosa trapela dalla Popolare Vicenza o da Mps, ma non di più. Su diversi siti si parla di “bankrun”, di fuga dei depositanti, ma numeri non ce ne sono. Sappiamo solo qualcosa fino a settembre scorso: il Target2, che descrive i movimenti di capitali nell’eurozona, in Italia è passato da un passivo di 164 miliardi di gennaio ad un passivo di 236 miliardi di settembre. Un deflusso di 71 miliardi dall’Italia che ha preso la via della Germania contribuendo a peggiorare il saldo del nostro paese con Francoforte. E non era ancora successo il bail in delle quattro popolari.
Per il resto tutto tace, non si sa niente. Dopo i crolli borsistici dei giorni scorsi a maggior ragione, meglio non parlarne.
Così come è meglio tacere del Decreto legge n. 83 del 27 giugno 2015, vale a dire la nuova legge fallimentare che ha profondamente riformato il Regio Decreto n. 267 del 1942 che confluì nel Codice Civile dello stesso anno e, soprattutto ha superato il Dlgs 5 del 2006 voluto da Berlusconi che dava enormi vantaggi ai debitori. Meglio non parlarne perché si creerebbe un panico e una rivolta sociale.
E' che con la nuova legge la procedura fallimentare è stata notevolmente semplificata e ha tempi di esecuzione molto più corti della precedente. La procedura concorsuale, secondo notizie provenienti dal Tesoro italiano, la prossima settimana, con un decreto ad hoc passerà da 7 anni a 3,5. La nuova legge dà un potere enorme ai creditori; esiste, tra le altre cose, il Comitato dei Creditori, che ha un potere ab soluto, cioè sciolto da ogni vincolo giuridico, nei confronti del debitori.
Gli possono togliere tutto, al debitore rimarrebbe giusto per riuscire a mangiare durante la giornata, per il resto potrebbe essere spogliato, a differenza di prima, di quasi tutto. Il Codice Civile del 1942 dava forme di protezione giuridica al debitore: il legislatore, forte delle esperienze dei crolli del 1929 e della Legge Bancaria del 1936, si preoccupò di garantire ai debitori la difesa dei propri beni. Il Pd nel 2015 fa una legge che lo spoglia di quasi tutto e con tempi di esecuzione accelerati.
Perché è stata fatta questa legge? Ordine di Ue, Commissione Europea e Banca Centrale Europea, fortemente voluta dai settori finanziari e industriali italiani legati al capitale europeo. Essa era propedeutica al recupero dei crediti delle banche e di altri creditori. Occorreva una cornice giuridica che togliesse le difese legali al fallito di modo che i crediti rientrassero velocemente.
Da chi è costituita in Italia la platea dei debitori? Proletari che hanno contratto un mutuo e che non possono più pagare, commercianti, professionisti e soprattutto la platea di piccoli e medi imprenditori strozzati dalla crisi economica. Qui sono da fare alcune considerazioni. La realtà produttiva italiana dopo l’autunno caldo del 1969 mutò: il capitale italiano rispose all’offensiva dei proletari con il decentramento produttivo, specie nelle zone definite Terza Italia, vale a dire il nord est, l’Emilia, la Toscana e le Marche. Nacquero non meno di 700 mila imprese manifatturiere, non poche brillanti e con alcune caratteristiche.
Queste aziende erano e sono sotto-capitalizzate perché la ricchezza prodotta in questi decenni non è rimasta nell’impresa ma è confluita nelle cassaforte familiari degli imprenditori, spesso sotto forma di trust. Aziende povere, imprenditori ricchi. Le attività economiche venivano finanziate da banche territoriali avendo in garanzia immobili e liquidi dell’imprenditore.
Tale sistema ha funzionato fino all’entrata dell’euro ed è sopravvissuto fino al 2011. Il Dlgs 5 del 2006 rappresentava la difesa del blocco reazionario di massa di matrice berlusconiana e fascista dal capitale finanziario transnazionale ed europeo, che aveva e ha come cardine politico il PD. Già nel 1994 lo scontro era palese e il Pds si offriva al governo al servizio del capitale finanziario europeo costruendo una cornice giuridico-istituzionale improntata alla deflazione economica, cornice nota al Pci degli anni settanta che non a caso si batté contro l’adesione al sistema monetario europeo.
Fino a quando sono intervenute le “manovre fiscali di inusitata violenza” degli ultimi 4 anni che, unite alla tremenda restrizione creditizia operata dalle banche a seguito dell’esplosione dello spread, ha fatto crollare il pil e ha messo ko centinaia di migliaia di imprenditori, con le sofferenze bancarie aumentate in 4 anni del 400%. Ora questi prestiti costituiscono sofferenze bancarie, pari a 201 miliardi di euro. La nuova legge fallimentare ha avuto ulteriori modifiche ad agosto per garantire poteri ancora maggiori ai creditori.
Dopo di allora la stampa economica incominciò a parlare diffusamente della necessità di creare una bad bank per, si diceva, liberare capitale e aumentare il credito alle imprese, sane, italiane. La cornice giuridica era stata fatta, ora occorreva passare all’azione. Dopodiché interviene la Commissione che stoppa la bad bank nazionale e il putiferio finanziario che ne è seguito. Ora sembra che Tesoro italiano e Commissione Europea abbiano trovato la quadra: tante piccole bad bank.
Il punto da definire è che valore dare alle sofferenze bancarie. E qui viene il bello. In questi anni le banche hanno svalutato le sofferenze del 50% accantonando circa 100 miliardi per coprire le perdite. Le sofferenze vere e proprie rimangono quindi 100 miliardi. La Commissione Europea propone un valore di circa il 20%. Le banche avrebbero dunque un buco di decine di miliardi, c’è chi parla di 80, chi di 40, chi di 37 miliardi.
In ogni caso se passa questo valore le banche dovranno o accantonare i miliardi messi in perdita, prosciugando gli utili che in ogni caso non sarebbero sufficienti, oppure varare aumenti di capitale. In ogni caso si assisterebbe ad una nuova edizione di credit crunch, di restrizione creditizia che farebbe ancor più danni all’economia reale. Ma chi acquista al 20% queste sofferenze? Si parla di americani, francesi, inglesi e tedeschi.
Ora torniamo a prima. Mettiamo un proletario che non paga più il mutuo. Con la nuova legge fallimentare sarà cacciato di casa molto prima rispetto a quando c’era il Regio Decreto 267. Si leggono di comitati contro gli sfratti a Roma, Torino, Milano, Bologna, ecc. Ebbene, nei prossimi anni avranno molto da lavorare. Dunque la casa viene presa. Diciamo che la garanzia della banca era pari a 100. La società finanziaria acquista questa sofferenza bancaria a 20. Riesce in poco tempo a cacciare il mutuatario fallito e la rivende a 40. Un affare del 100%, roba che a Wall Street te lo sogni di questi tempi. Passiamo ad un imprenditore fallito. Costui non ha più i mezzi di una volta per costituire una società ad hoc per ripararsi dai creditori perché la nuova legge glielo impedisce. Diciamo che il valore dell’azienda è pari a 10 milioni. La società finanziaria acquista il credito a 2 milioni, caccia l’imprenditore e vende l’azienda ad un cinese per 6 milioni. Ha guadagnato il 200%. Non contenta, questa società aggredisce il trust dell’imprenditore e tutti i beni di cui gode, guadagnandoci ancor di più.
Questa è la speculazione sulla fame, l’Italia di questi tempi offre solo questo.
Per inciso, sappiate che Davide Serra, il finanziatore di Renzi e della Leopolda, ha creato una società veicolo per l’acquisizione di non performing loans (ma si, facciamo gli inglesi che fa tanto moda), cioè sofferenze bancarie, con una dotazione di 420 milioni di euro e sta acquistando a man bassa crediti deteriorati. Ecco dove sono andati a finire i 4 mila miliardi di Draghi, a rimpinguare le casse di speculatori che hanno come unico scopo fare gli avvoltoi di gente in difficoltà.
Ecco perché Dombrert vuole che il diritto fallimentare sia comune a tutto l’eurozona, ma in una cornice giuridica in cui i creditori hanno poteri assoluti.
Passiamo alle banche italiane. Ora, si è visto che la regola aurea del 20% del valore delle sofferenze bancarie li costringerebbe ad accantonamenti e/o aumenti di capitale per decine di miliardi nei prossimi anni, dopo tantissimi aumenti di capitali che ci sono stati dal 2011. Ci si stupisce, dunque, del loro crollo?
Ma non finisce, qui. Bundesbank, Schauble e la CDU tedesca vogliono che le banche abbiano titoli di stato per non più il 25% del loro capitale e che i titoli di stato siano prezzati come bond a rischio. Si dia il caso che le banche italiane non sono specializzate come le tedesche in derivati e speculazione varia ma abbiano la bellezza di 400 miliardi di titoli del Tesoro italiano.
Se passa questa norma della Bundesbank le opzioni sono due: o le banche italiane fanno ancor di più sbalorditivi aumenti di capitale o venderanno centinaia di miliardi di titoli di stato italiani. In questo caso ci sarebbe un tracollo del prezzo e un aumento pazzesco dei rendimenti, a tal punto che lo spread schizzerebbe nuovamente verso quota 500, come nel 2011.
Nell’uno come nell’altro caso le banche verrebbero acquisite con pochi spiccioli da operatori stranieri. Non parliamo poi di che fine farebbe il risparmio italiano, già prossimo alla fuga con le nuove regole del bail in. Non c’è niente da fare. Da decenni i tedeschi se la studiano a tavolino, mossa per mossa, pedina per pedina. Gioco a somma zero: togliere un concorrente dall’arena mondiale, prima con il debito pubblico, poi con le banche, successivamente con entrambi.
A quel punto che farà il PD? Magari una legge fallimentare sul debito pubblico e il Paese farà la fine del mutuatario o dell’imprenditore fallito, con i Davide Serra di turno che, con i soldi di Draghi, speculeranno sulla fame di un paese intero.
E in tutto questo frangente la crisi sarebbe dovuta alla Cina… quando in quel paese le vendite al dettaglio sono cresciute a dicembre sull’anno dell’11,1%, mentre se crescono da noi dello 0,8% parlano di boom di consumi… Per dirla con il Principe monarchico socialista Antonio de Curtis: ma mi faccia il piacere!
Di questi tempi ti accorgi che ci vorrebbe Sbancor. Lui, che dall’ufficio studi della fu Capitalia seguiva i movimenti di capitale e scriveva note sugli indici borsistici. Peccato, sarebbe stato di fondamentale utilità di questi tempi.
Perché non sappiamo come si stanno muovendo i capitali in Italia in questi mesi, ne sapremo di più a giugno quando la banca centrale italiana pubblicherà il Bollettino Economico con il conto finanziario delle partite correnti. Solo allora sapremo se e quanti capitali sono stati esportati all’estero.
Nel frattempo i media tacciono, qualche cosa trapela dalla Popolare Vicenza o da Mps, ma non di più. Su diversi siti si parla di “bankrun”, di fuga dei depositanti, ma numeri non ce ne sono. Sappiamo solo qualcosa fino a settembre scorso: il Target2, che descrive i movimenti di capitali nell’eurozona, in Italia è passato da un passivo di 164 miliardi di gennaio ad un passivo di 236 miliardi di settembre. Un deflusso di 71 miliardi dall’Italia che ha preso la via della Germania contribuendo a peggiorare il saldo del nostro paese con Francoforte. E non era ancora successo il bail in delle quattro popolari.
Per il resto tutto tace, non si sa niente. Dopo i crolli borsistici dei giorni scorsi a maggior ragione, meglio non parlarne.
Così come è meglio tacere del Decreto legge n. 83 del 27 giugno 2015, vale a dire la nuova legge fallimentare che ha profondamente riformato il Regio Decreto n. 267 del 1942 che confluì nel Codice Civile dello stesso anno e, soprattutto ha superato il Dlgs 5 del 2006 voluto da Berlusconi che dava enormi vantaggi ai debitori. Meglio non parlarne perché si creerebbe un panico e una rivolta sociale.
E' che con la nuova legge la procedura fallimentare è stata notevolmente semplificata e ha tempi di esecuzione molto più corti della precedente. La procedura concorsuale, secondo notizie provenienti dal Tesoro italiano, la prossima settimana, con un decreto ad hoc passerà da 7 anni a 3,5. La nuova legge dà un potere enorme ai creditori; esiste, tra le altre cose, il Comitato dei Creditori, che ha un potere ab soluto, cioè sciolto da ogni vincolo giuridico, nei confronti del debitori.
Gli possono togliere tutto, al debitore rimarrebbe giusto per riuscire a mangiare durante la giornata, per il resto potrebbe essere spogliato, a differenza di prima, di quasi tutto. Il Codice Civile del 1942 dava forme di protezione giuridica al debitore: il legislatore, forte delle esperienze dei crolli del 1929 e della Legge Bancaria del 1936, si preoccupò di garantire ai debitori la difesa dei propri beni. Il Pd nel 2015 fa una legge che lo spoglia di quasi tutto e con tempi di esecuzione accelerati.
Perché è stata fatta questa legge? Ordine di Ue, Commissione Europea e Banca Centrale Europea, fortemente voluta dai settori finanziari e industriali italiani legati al capitale europeo. Essa era propedeutica al recupero dei crediti delle banche e di altri creditori. Occorreva una cornice giuridica che togliesse le difese legali al fallito di modo che i crediti rientrassero velocemente.
Da chi è costituita in Italia la platea dei debitori? Proletari che hanno contratto un mutuo e che non possono più pagare, commercianti, professionisti e soprattutto la platea di piccoli e medi imprenditori strozzati dalla crisi economica. Qui sono da fare alcune considerazioni. La realtà produttiva italiana dopo l’autunno caldo del 1969 mutò: il capitale italiano rispose all’offensiva dei proletari con il decentramento produttivo, specie nelle zone definite Terza Italia, vale a dire il nord est, l’Emilia, la Toscana e le Marche. Nacquero non meno di 700 mila imprese manifatturiere, non poche brillanti e con alcune caratteristiche.
Queste aziende erano e sono sotto-capitalizzate perché la ricchezza prodotta in questi decenni non è rimasta nell’impresa ma è confluita nelle cassaforte familiari degli imprenditori, spesso sotto forma di trust. Aziende povere, imprenditori ricchi. Le attività economiche venivano finanziate da banche territoriali avendo in garanzia immobili e liquidi dell’imprenditore.
Tale sistema ha funzionato fino all’entrata dell’euro ed è sopravvissuto fino al 2011. Il Dlgs 5 del 2006 rappresentava la difesa del blocco reazionario di massa di matrice berlusconiana e fascista dal capitale finanziario transnazionale ed europeo, che aveva e ha come cardine politico il PD. Già nel 1994 lo scontro era palese e il Pds si offriva al governo al servizio del capitale finanziario europeo costruendo una cornice giuridico-istituzionale improntata alla deflazione economica, cornice nota al Pci degli anni settanta che non a caso si batté contro l’adesione al sistema monetario europeo.
Fino a quando sono intervenute le “manovre fiscali di inusitata violenza” degli ultimi 4 anni che, unite alla tremenda restrizione creditizia operata dalle banche a seguito dell’esplosione dello spread, ha fatto crollare il pil e ha messo ko centinaia di migliaia di imprenditori, con le sofferenze bancarie aumentate in 4 anni del 400%. Ora questi prestiti costituiscono sofferenze bancarie, pari a 201 miliardi di euro. La nuova legge fallimentare ha avuto ulteriori modifiche ad agosto per garantire poteri ancora maggiori ai creditori.
Dopo di allora la stampa economica incominciò a parlare diffusamente della necessità di creare una bad bank per, si diceva, liberare capitale e aumentare il credito alle imprese, sane, italiane. La cornice giuridica era stata fatta, ora occorreva passare all’azione. Dopodiché interviene la Commissione che stoppa la bad bank nazionale e il putiferio finanziario che ne è seguito. Ora sembra che Tesoro italiano e Commissione Europea abbiano trovato la quadra: tante piccole bad bank.
Il punto da definire è che valore dare alle sofferenze bancarie. E qui viene il bello. In questi anni le banche hanno svalutato le sofferenze del 50% accantonando circa 100 miliardi per coprire le perdite. Le sofferenze vere e proprie rimangono quindi 100 miliardi. La Commissione Europea propone un valore di circa il 20%. Le banche avrebbero dunque un buco di decine di miliardi, c’è chi parla di 80, chi di 40, chi di 37 miliardi.
In ogni caso se passa questo valore le banche dovranno o accantonare i miliardi messi in perdita, prosciugando gli utili che in ogni caso non sarebbero sufficienti, oppure varare aumenti di capitale. In ogni caso si assisterebbe ad una nuova edizione di credit crunch, di restrizione creditizia che farebbe ancor più danni all’economia reale. Ma chi acquista al 20% queste sofferenze? Si parla di americani, francesi, inglesi e tedeschi.
Ora torniamo a prima. Mettiamo un proletario che non paga più il mutuo. Con la nuova legge fallimentare sarà cacciato di casa molto prima rispetto a quando c’era il Regio Decreto 267. Si leggono di comitati contro gli sfratti a Roma, Torino, Milano, Bologna, ecc. Ebbene, nei prossimi anni avranno molto da lavorare. Dunque la casa viene presa. Diciamo che la garanzia della banca era pari a 100. La società finanziaria acquista questa sofferenza bancaria a 20. Riesce in poco tempo a cacciare il mutuatario fallito e la rivende a 40. Un affare del 100%, roba che a Wall Street te lo sogni di questi tempi. Passiamo ad un imprenditore fallito. Costui non ha più i mezzi di una volta per costituire una società ad hoc per ripararsi dai creditori perché la nuova legge glielo impedisce. Diciamo che il valore dell’azienda è pari a 10 milioni. La società finanziaria acquista il credito a 2 milioni, caccia l’imprenditore e vende l’azienda ad un cinese per 6 milioni. Ha guadagnato il 200%. Non contenta, questa società aggredisce il trust dell’imprenditore e tutti i beni di cui gode, guadagnandoci ancor di più.
Questa è la speculazione sulla fame, l’Italia di questi tempi offre solo questo.
Per inciso, sappiate che Davide Serra, il finanziatore di Renzi e della Leopolda, ha creato una società veicolo per l’acquisizione di non performing loans (ma si, facciamo gli inglesi che fa tanto moda), cioè sofferenze bancarie, con una dotazione di 420 milioni di euro e sta acquistando a man bassa crediti deteriorati. Ecco dove sono andati a finire i 4 mila miliardi di Draghi, a rimpinguare le casse di speculatori che hanno come unico scopo fare gli avvoltoi di gente in difficoltà.
Ecco perché Dombrert vuole che il diritto fallimentare sia comune a tutto l’eurozona, ma in una cornice giuridica in cui i creditori hanno poteri assoluti.
Passiamo alle banche italiane. Ora, si è visto che la regola aurea del 20% del valore delle sofferenze bancarie li costringerebbe ad accantonamenti e/o aumenti di capitale per decine di miliardi nei prossimi anni, dopo tantissimi aumenti di capitali che ci sono stati dal 2011. Ci si stupisce, dunque, del loro crollo?
Ma non finisce, qui. Bundesbank, Schauble e la CDU tedesca vogliono che le banche abbiano titoli di stato per non più il 25% del loro capitale e che i titoli di stato siano prezzati come bond a rischio. Si dia il caso che le banche italiane non sono specializzate come le tedesche in derivati e speculazione varia ma abbiano la bellezza di 400 miliardi di titoli del Tesoro italiano.
Se passa questa norma della Bundesbank le opzioni sono due: o le banche italiane fanno ancor di più sbalorditivi aumenti di capitale o venderanno centinaia di miliardi di titoli di stato italiani. In questo caso ci sarebbe un tracollo del prezzo e un aumento pazzesco dei rendimenti, a tal punto che lo spread schizzerebbe nuovamente verso quota 500, come nel 2011.
Nell’uno come nell’altro caso le banche verrebbero acquisite con pochi spiccioli da operatori stranieri. Non parliamo poi di che fine farebbe il risparmio italiano, già prossimo alla fuga con le nuove regole del bail in. Non c’è niente da fare. Da decenni i tedeschi se la studiano a tavolino, mossa per mossa, pedina per pedina. Gioco a somma zero: togliere un concorrente dall’arena mondiale, prima con il debito pubblico, poi con le banche, successivamente con entrambi.
A quel punto che farà il PD? Magari una legge fallimentare sul debito pubblico e il Paese farà la fine del mutuatario o dell’imprenditore fallito, con i Davide Serra di turno che, con i soldi di Draghi, speculeranno sulla fame di un paese intero.
E in tutto questo frangente la crisi sarebbe dovuta alla Cina… quando in quel paese le vendite al dettaglio sono cresciute a dicembre sull’anno dell’11,1%, mentre se crescono da noi dello 0,8% parlano di boom di consumi… Per dirla con il Principe monarchico socialista Antonio de Curtis: ma mi faccia il piacere!
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