Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
14/04/2023
Il Sole 24 Ore come USB: 300 euro netti in busta paga per i contratti del Pubblico Impiego
Si tratta esattamente della proposta che USB ha formulato per tutto il mondo del lavoro e che sarà al centro della piattaforma dello sciopero generale del 26 maggio.
Mentre il governo Meloni continua sulla strada inutile e pericolosa del taglio del cuneo fiscale (qualche decina di euro in busta paga finanziato dal taglio del welfare) è davvero singolare che sia il giornale di Confindustria a fare i conti in tasca al governo.
Ma naturalmente non basta registrare asetticamente la drammatica condizione salariale dei lavoratori pubblici, occorre costruire una poderosa mobilitazione che consenta di riprenderci quello che da decenni ci hanno sottratto.
300 euro di aumenti netti in busta paga, non un euro di meno e no alla truffa del taglio del cuneo fiscale! Oramai lo dice anche il Sole 24 Ore ovvero l’organo di Confindustria...
Il 26 maggio sciopero generale!
USB Pubblico Impiego
Fonte
08/03/2022
I “leninisti” del Sole24Ore chiedono di sbrigarsi sulla costituzione dell’Esercito Europeo
Un espansionismo che, a suo dire, è “senza alcuna evidenza”. Come si vede nella grafica...
Subito dopo attacca la destra nostrana che, a causa delle strette relazioni economiche della sua base sociale con la Russia putiniana, si barcamena parlando di “conflitto territoriale tra due paesi”.
Due posizioni sideralmente diverse, da “utili idioti”, come dice Fabbrini citando Lenin quando definiva gli insulsi apologeti della rivoluzione d’Ottobre. Ma le citazioni di Lenin non si fermano qui.
Per criticare il progetto neo imperiale putiniano Fabbrini cita l’intervento di Putin del 21 febbraio, nel passaggio nel quale il presidente russo ha accusato il fondatore dell’URSS di avere aperto la strada alla frammentazione della Grande Russia, nel momento in cui veniva applicato il principio della autodeterminazione dei popoli, permettendo la costruzione dell’Ucraina (e di tanti altri paesi, a comporre quello che fu in più grande progetto di emancipazione dal capitalismo) come Stato nazionale.
Con questo passaggio si concludono le citazioni di Lenin, ma Fabbrini forse non sa, o fa finta di non sapere, che l’ombra del pensiero leninista attraversa tutto il suo articolo, sino all’ultima riga. Vedremo perché.
L’analisi sulle cause che hanno spinto l’attuale dirigenza russa all’attacco militare ricalcano sostanzialmente la vulgata che ci sta accompagnando dal primo giorno dell’avventura bellica putiniana: volontà neo imperiale grande russa e costruzione di Stati vassalli funzionali allo scopo.
Non una parola sulle strategie di sganciamento dall’Occidente intraprese da anni dalla dirigenza russa, attraverso i colossali accordi economici, finanziari e militari con la Cina, l’India, l’Iran, la Siria, che ridimensionano di molto le sanzioni economiche occidentali, creando un retroterra strategico per il gigante euroasiatico.
Contro queste supposte mire neo zariste, Fabbrini rispolvera la politica di “contenimento” adottata dagli USA nel 1946 contro l’URSS. La montagna partorisce un topolino alla ricerca delle briciole che rimangono dai rapporti economici ridotti all’osso dalle sanzioni. Come sempre, per i nostri confindustriali (così come per i capitalisti di ogni latitudine), pecunia non olet, per cui mentre si pianifica il rovesciamento dell’avversario ci si continua a fare affari.
E di business infine ci parla Fabbrini, nella parte finale e sostanziale delle sue dissertazioni, quando evidenzia l’enorme salto in avanti fatto dal sistema militare / industriale europeo, che vede come “campione” la Germania del socialdemocratico Olaf Scholtz, che ha messo in conto un aumento astronomico delle spese militari: oltre 100 miliardi di euro e la stabilizzazione della spesa annua a ben oltre il 2% richiesto dalla NATO.
Gli altri dati che Fabbrini sciorina evidenziano come questa tendenza al potenziamento militare europeo precede e di molto l’aggressione all’Ucraina. Infatti “...la spesa per la difesa degli stati membri dell’Ue è già cresciuta del 25% tra il 2014 (annessione russa della Crimea) e il 2020 (raggiungendo i 198 miliardi, 1,5% del Pil dell’Ue)”.
Ma la forma con la quale si stanno spendendo queste immense risorse non è consona all’obiettivo, anzi! Scrive infatti Fabbrini che “L’incremento di spesa ha portato alla duplicazione dei progetti e alla moltiplicazione dei costi, con il risultato che abbiamo avuto più spesa nazionale ma meno difesa europea. Occorre quindi costruire un vero e proprio esercito europeo, che significa centralizzare la parte strategica della spesa per la difesa, mettendola al servizio di un progetto europeo di difesa distinto da quelli nazionali”.
Di nuovo, il progetto di integrazione imperialistico europeo procede sull’onda delle crisi, ad un livello sempre più alto di sviluppo, quello che la Rete dei Comunisti definisce oggi come Super Stato europeo (si veda l’ultimo numero di Contropiano che raccoglie gli interventi del forum di novembre 2021 sul tema).
La costruzione dell’esercito europeo chiuderà il cerchio di questo processo, al quale manca appunto la forza militare per competere con il polo imperialista USA e con le potenze orientali ed asiatiche.
E qui rispunta lo zampino di Lenin, che nel testo sull’imperialismo ci permette, ancora oggi, di leggere ed interpretare i processi che, in forme relativamente originali, stanno avvicinando di nuovo l’umanità a catastrofi belliche, unica via per le classi dominanti per venire a capo di una crisi sistemica che non ha eguali nella storia del capitalismo.
Consapevole o meno, il buon Fabbrini ricalca, sul fronte opposto, le indicazioni dei maître à penser al servizio, ieri come oggi, delle classi dominanti.
Ai comunisti spetta assumere fino in fondo le indicazioni del grande rivoluzionario russo, per trasformare la guerra imperialista in guerra di classe. Parola d’ordine facile a scrivere ma difficile a realizzare, senza costruire l’unica arma a disposizione degli sfruttati: l’Organizzazione rivoluzionaria, che per noi significa rafforzare con ogni mezzo, qui ed ora, la Rete dei Comunisti.
Qui di seguito l’articolo de IlSole24Ore del 6/3/2022
Capacità militare comune – Ora la difesa europea deve fare un salto di qualità
Di Sergio Fabbrini
L’aggressione russa dell’Ucraina ci ha fatto capire la natura di chi l’ha compiuta, anche se non mancano (in Italia) coloro che non vogliono capire.
A sinistra, leader sindacali e organizzazioni partigiane hanno giustificato quell’aggressione «perché provocata» dalle mire espansionistiche della Nato, senza alcuna evidenza.
A destra, leader politici con legami organizzativi con il partito di Putin (Russia Unita) hanno ricondotto quell’aggressione a un conflitto territoriale tra due Paesi, anche qui sfidando l’evidenza. In nome del realismo del più forte, entrambi chiedono di depositare le armi, come se i torti fossero condivisi.
Vladimir Ilic Lenin aveva chiamato «utili idioti» coloro che esaltavano la rivoluzione bolscevica senza capirla. Lenin è morto da tempo, ma gli utili idioti dell’autoritarismo sono in buona salute (come l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder, finalmente allontanato dal suo partito). Vediamo invece come stanno le cose.
L’aggressione russa dell’Ucraina è il risultato sia di un sistema di potere (costruito intorno a Vladimir Putin negli ultimi vent’anni) che di una precisa visione politica (basata sulla missione della Russia come nazione-impero). Nel discorso del 21 febbraio scorso (durato un’ora e fatto a braccio), Putin ha sostenuto che vuole «rimediare agli errori di Lenin». Il principale dei quali è stato quello di istituzionalizzare il principio dell’autodeterminazione nazionale, non già quello della “dittatura del proletariato”.
Il principio di autodeterminazione, per Putin, ha condotto alla formazione di una pluralità di repubbliche di carattere etnico-nazionale (quindi aggregate nell’Unione delle repubbliche socialiste sovietiche), con l’inevitabile declino della “grande Russia” pre-bolscevica. Declino conclusosi definitivamente dopo la Guerra Fredda, quando quelle repubbliche rivendicarono il principio di autodeterminazione per realizzare la loro sovranità nazionale.
Come ha scritto Walter Russel Mead su The Wall Street Journal, l’aggressione all’Ucraina del 2022 è una tappa del percorso di ricostruzione della nazione-impero di impronta zarista. Un percorso iniziato nel 2008 con l’invasione della Georgia, andato avanti nel 2014 con l’annessione della Crimea, destinato ad allargarsi alle nuove repubbliche formatesi dopo il 1990.
Ne consegue che queste ultime, se non vogliono cadere sotto il tallone di ferro dei soldati russi, farebbero meglio a seguire l’esempio della Bielorussia di Aljaksandr Ryhoravi Lukašhenko, diventando “autonomamente” stati-fantoccio alle dipendenze di Mosca.
C’è dunque una sanguinosa coerenza imperiale nella visione di Putin, condivisa dai gruppi dirigenti del suo partito (Russia Unita) e dello stato (Federazione Russa). Se così è, non si può attendere, nel breve periodo, un suo rovesciamento. Ivo Daalder in Foreign Affairs ha proposto di ritornare alla strategia del Containment, elaborata nel 1946 dall’allora ambasciatore americano a Mosca, George Frost Kennan.
In un lungo telegramma inviato al presidente Truman, Kennan consigliò di contenere l’espansione dell’Unione Sovietica, così da creare le condizioni della sua implosione dall’interno. I russi non coincidono con i putiniani. Occorre tenere in vita tutte le cooperazioni possibili di tipo economico e culturale con quel Paese, ma contenendo con determinazione la sua espansione militare e riducendo la nostra dipendenza energetica da esso.
Se così è, l’Europa non può aspettare che passi la nottata. Tant’è che l’Unione Europea (Ue), per la prima volta, ha deciso di trasferire armi letali al governo ucraino del presidente Volodymyr Zelenskyy. Olaf Scholz, in una settimana, ha messo in soffitta una politica decennale di appeasement tedesco nei confronti della Russia, decidendo di investire più del 2% del Pil nazionale (100 miliardi di euro) nella difesa (come previsto da un impegno preso dai membri della Nato nel 2006 e mai rispettato).
Emmanuel Macron e Mario Draghi hanno proposto di accelerare il progetto dell’Unione della difesa. Bene, ma non basta. Come ha riportato Raul Caruso su Lavoce.info, la spesa per la difesa degli stati membri dell’Ue è già cresciuta del 25% tra il 2014 (annessione russa dell’Ucraina) e il 2020 (raggiungendo i 198 miliardi, 1,5% del Pil dell’Ue), ma ciò non ha accresciuto le capacità di difesa dell’Ue in quanto tale.
L’incremento di spesa ha portato alla duplicazione dei progetti e alla moltiplicazione dei costi, con il risultato che abbiamo avuto più spesa nazionale ma meno difesa europea. Occorre invece centralizzare la parte strategica della spesa per la difesa, mettendola al servizio di un progetto europeo di difesa distinto da quelli nazionali (Domenico Moro, tra gli altri, l’ha definito il progetto del «28esimo esercito»).
Se la pandemia ci ha obbligato ad avviare la costruzione di una capacità fiscale centrale, l’aggressività russa deve spingerci a costruire una capacità militare centrale, distinta ma non sostitutiva di quelle nazionali, governata da autorità democratiche sovranazionali.
Insomma, l’aggressione russa all’Ucraina non è l’atto crudele di un Macbeth uscito da una tragedia shakespeariana. Essa esprime la visione del gruppo dirigente della Federazione Russa finalizzata ad allargare lo “spazio vitale” (o meglio imperiale) di quest’ultima.
Occorre contenere con determinazione tale visione affinché si creino le condizioni interne a quel Paese per il suo rovesciamento. Ciò richiederà un salto di qualità nella difesa europea, senza rinunciare alle cooperazioni possibili. Se la Federazione Russa si comporta militarmente da “Stato canaglia”, come tale va affrontata.
Fonte
13/08/2021
L’inchiesta de IlSole24Ore sul “lavoro che non c’è”
Con l’entrata nella decina centrale di agosto, Il Sole 24 Ore sta presentando una “inchiesta sul lavoro” spalmata su più puntate per presentare ai lettori i settori economici dove, a dispetto di una significativa domanda di lavoro, scarseggerebbe l’offerta di personale.
L’assist viene offerto dal periodico “Bollettino Excelsior” realizzato da Unioncamere in collaborazione con l’Anpal, dove si afferma che entro l’autunno le imprese italiane sarebbero pronte ad aprire 1,2 milioni di posizioni lavorative.
L’impianto dell’inchiesta, giunta, al momento in cui scriviamo, alla terza puntata, si snoda lungo la seguente traccia: il lavoro c’è, ma a mancare sono i lavoratori e le lavoratrici.
Motivi? Due, principalmente: il reddito di cittadinanza (rdc) “distorce i meccanismi di mercato”, visto che i lavoratori lo preferiscono all’occupazione; la forza-lavoro “non è in grado di offrire le competenze richieste dalle imprese”.
Se Il Sole avesse ragione, in termini di politiche economiche si dovrebbe abolire il rdc, piegare ancora di più la formazione e la ricerca pubblica alle necessità delle imprese per formare forza-lavoro adeguata al sistema produttivo (o magari finanziare maggiormente le istituzioni private che “garantiscono” questa formazione) e rendere più flessibile i processi di entrata nel mercato del lavoro, con ampliamento della platea e prolungamento temporale degli istituti che, con la scusa di preparare il lavoratore alla mansione, sottopagano il lavoro (come apprendistato, stage, tirocini ecc).
Che questo siano alcune delle riforme innestate sul diritto del lavoro nell’ultimo trentennio non c’è alcun dubbio, almeno a partire dal Pacchetto Treu del 1997 fino ai suoi vari “superamenti” (legge Biagi, art. 8 del Berlusconi IV, legge Fornero, Jobs Act), in ossequio alle indicazioni fornite dalla Commissione europea con il Libro bianco del 1994 Crescita competitività occupazione.
Che questo non abbia funzionato è altrettanto evidente, come emerge dalle performance del nostro mercato del lavoro nei dati qui riportati nel confronto col resto dell’Ue (Italia in rosso, in arancione il resto dei Pigs...) per il tasso di occupazione (15-64 anni) sul totale della popolazione ad aprile 2021 (Q1).
Ma alla base dell’inchiesta del quotidiano di Confindustria non c’è solo la ripetizione di fallimentari dettami di politica economica basati sull’ideologia neoliberista, ma di più: si fonda sulla menzogna palese del mancato match (o più prosaicamente, incontro) tra domanda e offerta di lavoro come fattore principale della ristagnante condizione economica in cui versa il paese. Come a dire, la forza-lavoro non è all’altezza della sfida posta dal progresso.
La realtà, invece, è ben diversa ed è stata segnalata l’8 agosto su questo giornale (poi ripresa in prima pagina da Il Fatto Quotidiano due giorni dopo) semplicemente spiegando le statistiche dell’Istat: di domanda di lavoro ce n’è ben poca in giro, nel secondo trimestre appena l’1,2% in più di quanto già impiegato nel territorio nazionale.
A questo punto si potrebbe controbattere citando il Bollettino di Unioncamere, ma – oltre al fatto che si tratta solo di previsioni e, come tali, andranno verificate – con un minimo di approfondimento oltre la propaganda da “sbatti il numero in prima pagina”, si scopre che non c’è molto oro nel ritrito “milione di posti lavoro” che sarebbe all’orizzonte.
In primo luogo, poco meno della metà di questi posti sono quelli persi a partire dal primo lockdown e non ancora recuperati – senza contare perciò l’attuale sblocco dei licenziamenti, e alla faccia dello stesso – quindi non corrispondono a nessuna “creazione netta” di ricchezza rispetto alla già stagnante condizione pre-pandemica.
In secondo luogo, i settori maggiormente in cerca di manodopera sarebbero turismo, trasporti, logistica, costruzioni e manifattura (tra siderurgia, meccanica ed elettronica, tessile, farmaceutica ecc.). E sono, in termini generali, le mansioni che hanno subìto maggiormente la riduzione di diritti, tutele e retribuzioni nel corso di questi decenni, spalancando le porta al lavoro nero, in appalto, discontinuo, malpagato, insicuro.
Una situazione ben diversa dalla “ripresa” con cui si magnifica il lavoro fin qui svolto dall’esecutivo Draghi, e infatti anche Il Sole non può che tentare di indorare una condizione ben più drammatica.
“L’Italia in cerca di 17mila autisti”, ma gli italiani non sarebbero attratti da questo mestiere, per cui bisognerebbe intervenire nel “decreto flussi” per importare quote specifiche di manodopera non residente in Italia. Avete idea che cosa significhi scarrozzare su e giù un tir per l’Europa, con i ritmi imposti dal commercio internazionale e al livello dei salari nostrani? Salvo poi scoprire che le imprese in cerca di questi autisti non intendono farsi carico del costo della relativa patente (circa 6.000 euro a testa).
Oppure, “Industria della conserva senza manodopera, va a vuoto il 30% delle ricerche stagionali”. Avete idea di cosa significhi lavorare nella raccolta, trasporto, trasformazione e consegna dell’industria alimentare, per di più come lavoratore stagionale, a 25/30 euro per 10/12 ore di lavoro giornaliere?
E quali sarebbero i corsi di laurea non frequentati dagli studenti e dalle studentesse italiane che preparerebbero a queste mansioni? “L’industria farmaceutica necessita di 30.000 assunzioni”. Perché allora si mantiene il numero chiuso nelle facoltà che preparano a quelle specializzazioni?
Questo è ciò che Confindustria prova a vendere per scardinare le residue tutele conquistate dal movimento operaio durante il XX secolo, per abolire il rdc, importare immigrati da sfruttare, “allungare l’orario di lavoro degli autotrasportatori” (edizione di giovedì 12 agosto, p.13), ridurre il cuneo fiscale per abbassare il costo del lavoro, e tanto altro.
Una classe imprenditoriale meschina e omicida, che macina profitti basandosi sul pluslavoro assoluto (lavorare di più per meno salario) e sulle varie forme di sostegno pubblico (tra sgravi, decontribuzioni, sussidi ecc.), che riduce da anni gli investimenti produttivi virando il risparmio sulla speculazione finanziaria, che raschia il barile dello sfruttamento, e, quando questo tocca il fondo, delocalizza la produzione.
Questo, in realtà, esprime l’inchiesta sul lavoro che non c’è del quotidiano della Confindustria. O forse bisognerebbe chiamarla “inchiesta sullo sfruttamento”.
Fonte
07/08/2021
Stellantis e Sole24Ore sostituiscono i prestiti statali con finanziamenti meno vantaggiosi. E si liberano dei vincoli su ristrutturazioni e delocalizzazioni
Ci sono scelte che paiono illogiche sul piano economico, ma che rivelano, o meglio segnalano, la direzione di marcia di intenzioni future. Che possono voler dire mano libera su futuri piani di ristrutturazioni. È il caso dei rimborsi anzitempo dei prestiti garantiti, via Sace, dallo Stato italiano effettuati in questi giorni da due società. Stellantis in primis e Il Sole24Ore che hanno deciso quasi contemporaneamente di rinunciare al paracadute dello Stato sui debiti. Mossa curiosa dato che i prestiti erano stati sottoscritti solo un anno fa. Ora Stellantis rimborsa il credito da 6,3 miliardi emesso da Intesa Sanpaolo con una garanzia statale che copre l’80% dell’importo e che pertanto beneficia di condizioni particolarmente favorevoli. L’ha fatto grazie a una nuova linea di credito da ben 12 miliardi di euro sottoscritta da 29 banche internazionali lo scorso 23 luglio. Nuovo credito bancario che va a rimpiazzare i 6,3 miliardi di prestito garantito concessi nel giugno del 2020 a Fca Italy e 3 miliardi di esposizione di Peugeot.
Il Sole 24 Ore, gruppo controllato al 61% da Confindustria, dal canto suo ha emesso pochi giorni fa, presso la Borsa di Lussemburgo, un prestito obbligazionario da 45 milioni di euro con scadenza 7 anni e tasso annuo del 4,95%. Prestito di mercato, riservato a investitori professionali, che va a rimpiazzare la linea di credito garantita Sace da 37,5 milioni che sarebbe scaduta nel 2026. Due gruppi distanti anni luce quanto a dimensioni, attività e redditività, che scelgono di rinunciare alla ciambella pubblica, prevista dal decreto liquidità in piena pandemia Covid, e pagano prezzi più alti per l’indebitamento. Un apparente non sense, dato che la crisi Covid non è ancora finita e quei prestiti oltre a essere garantiti dalla mano pubblica costavano molto poco.
Nel caso della società che edita il giornale di Confindustria, e che si porta dietro un decennio di perdite record per oltre 300 milioni di euro, il nuovo bond emesso sul mercato costerà di interessi in 7 anni il 35% del suo valore nominale. Mentre con la garanzia pubblica Il Sole pagava solo l’1,65% sull’Euribor a 3 mesi. Un bella differenza di almeno 4 punti all’anno di oneri in più. Evidentemente un aggravio di costi, che pare senza motivazione alcuna. Stesso film per Stellantis che finirà per pagare interessi più alti alle banche, rispetto all’emissione pubblica garantita.
Una delle spiegazioni plausibile di una scelta così anti-economica, può esser solo il fatto che sia Stellantis che Il Sole si liberano in questo modo dei vincoli che accompagnavano i prestiti pubblici. Vincoli molto stringenti. I prestiti garantiti statali prevedono infatti che chi li riceve non può licenziare nel periodo di durata del finanziamento. Deve investire, come nel caso di Stellantis, sulle attività italiane, dato che il prestito era richiesto da Fca Italy prima della fusione con Psa. Non può delocalizzare a piacimento. Il prestito concesso a Fca Italy ad esempio prevedeva l’impiego a favore dell’intera filiera dei fornitori del gruppo e a sostegno dell’indotto ex Fiat. Insomma un prestito con paracadute dello Stato che però legava le mani, e molto, ai manager in tema di allocazione del capitale e in tema di difesa dell’occupazione. Vincoli stringenti in cambio di protezione sul debito. Un do ut des che ora a solo un anno di distanza pare andare assai stretto sia a Stellantis che a Il Sole.
Del resto l’amministratore delegato Carlos Tavares del colosso dell’auto ha già messo le mani avanti più volte spiegando che gli ex impianti italiani di Fca Italy sono costosi e inefficienti e che “in Italia non si può mantenere lo status quo”. Si riferisce evidentemente alle fabbriche dell’ex Fiat auto che da anni lavorano in perdita. Il sito Tag43 ha riportato i contenuti di una bozza che potrebbe andare a costituire il documento del gruppo Stellantis su cui avviare le negoziazioni con i sindacati. Si parla di 12mila esuberi su 66mila dipendenti italiani da qui al 2024. Di questi 12mila, 7mila sarebbero operai, il resto colletti bianchi.
Il Sole del resto continua a non acciuffare l’utile, dopo un decennio disastroso segnato da oltre 300 milioni di euro di perdite cumulate e da un declino dei ricavi passati da 500 milioni del 2009 ai 200 milioni del 2020. Anche nel primo semestre del 2021 il gruppo editoriale ha chiuso i conti ancora in perdita, lieve, solo 3 milioni ma pur sempre in perdita. Nonostante varie tornate di prepensionamenti e di contratti di solidarietà, il presidente di Confindustria Carlo Bonomi pare, secondo indiscrezioni, voler procedere a una nuova pesante ristrutturazione del gruppo con esuberi tra giornalisti e poligrafici da “smaltire” nei prossimi anni. Se il filo rosso dovesse essere questo, allora la rinuncia al debito garantito a tassi vantaggiosi, ma con vincoli stringenti sull’occupazione da preservare, potrebbe essere quella mano libera che sia Stellantis che il giornale della Confindustria vogliono avere nell’immediato futuro.
25/06/2021
Il poverometro del Sole24Ore e altri racconti umoristici
Loro lo chiamano “Calcolatore interattivo” e siccome le parole servono anche a determinare la posizione di chi le usa, serve per capire “Quanto sei lontano dalla soglia di povertà?”. Forse è troppo crudo scrivere direttamente “quanto sei povero”, ma la frase dà comunque il senso del movimento, dell’avvicinarsi inevitabilmente a quel mondo in cui, grazie alla lungimiranza di Confindustria, che chiede di poter licenziare chi vuole, quando vuole e perchè vuole, “Quasi un italiano su dieci è povero. Ma non di quella povertà che non ti permette di andare in vacanza ad agosto, quanto piuttosto di quella che ti costringe a misurare ogni euro quando si va a fare la spesa”. E noi lo sappiamo bene che costoro sono accaniti lettori del Sole24Ore e del suo sito web, a chi di noi non è capitato ogni giorno d’incontrare senzatetto, disoccupati, furfantelli e semioccupati a 400 euro al mese con una copia del Sole24Ore in mano. Precisiamo: non si vuole denigrare il lavoro di nessuno, il quotidiano e il suo sito sono fatti da professionisti in gamba e non sono loro l’oggetto di questo contrappunto, ma i loro e nostri “padroni”.
Un’idea precisa di come funziona il mondo negli ultimi anni, e non solo, ce la siamo fatta, e sembra corrispondere esattamente a quella frase con cui Mark Twain sosteneva che “Un banchiere è uno che ti presta il suo ombrello quando c’è il sole, ma lo rivuole indietro appena inizia a piovere”. IlSole24Ore si è accorto che il report annuale Istat certifica una situazione sotto al limite di sussistenza per 2 milioni di famiglie, ossia il 9,4% della popolazione italiana nel 2020 contro il 7,7% del 2019. Chi segue questi articoli sa che ne parliamo da molti mesi prima del giornale dei “padroni” italiani, che, lo ripeteremo all’infinito nel caso fosse sfuggito a qualcuno, sono quei cattivoni che nella maggior parte dei casi ti offrono cifre mensili ridicole per un lavoro duro, che non bastano nemmeno a coprire il pranzo con la cena, e adesso sono arrabbiati perchè con qualche ammortizzatore sociale in più come il reddito di cittadinanza puoi mandarli serenamente affanculo a parità di prezzo.
Torniamo al poverometro. C’è sulla pagina una infografica interattiva dove sono codificate solo le tipologie di famiglie riportate nel report Istat, quindi, parole loro, “non tutte le casistiche possibili”. Nelle caselle con fondo colorato di verde dovete inserire, in ordine crescente di classe di età, i membri della famiglia; in quelle con fondo azzurro i parametri legati alla situazione familiare: dove vivete, in quale tipologia di comune e soprattutto il reddito netto disponibile mensile totale (tenuto conto delle eventuali tredicesime ripartite e altre entrate). Il calcolatore misura se la vostra condizione sia più o meno lontana dalla soglia di povertà in percentuale rispetto a questa. Potete anche variare i parametri per valutare scenari possibili: ad esempio cosa succederebbe in caso di perdita di reddito o con la nascita di uno o due figli o ancora se vi spostaste per andare a vivere altrove. Non sono riuscito a compilarlo, mi dà errore (“io lo so che sono un errore, nella vita voglio vivere almeno un giorno da leone”), forse perchè uso Linux o forse perchè ho fallito anche come povero. Se volete provare anche voi, inserendo poi il risultato nei commenti, alimentiamo il dibattito.
“E se pensate che la povertà sia correlata esclusivamente ad una situazione di disoccupazione o marginalità sociale – spiega ai suoi lettori l’articolo – un dato potrebbe stupirvi: il 13,2% delle famiglie che ha come persona di riferimento un operaio è considerato “assolutamente povero”". Ma dai, davvero? Deve essere stato uno shock per tutti lì in redazione apprendere questa notizia. Sembra che qualcuno, un po’ in segno di solidarietà e un po’ per senso di colpa, abbia addirittura disdetto l’apericena in centro. Niente costa tanto caro come essere poveri, sosteneva il giornalista francese Paul Brulat, ma solo i poveri conoscono il significato della vita perchè chi ha soldi e sicurezza può soltanto tirare a indovinare. Oppure inventarsi il poverometro.
Fonte
11/06/2020
Il giornale di Confindustria critica le ricette ordoliberiste di Bonomi
Cipolletta puntava tutto su forti spese per sanità, istruzione, pubblica amministrazione (immagino massicce assunzioni), territori e città.
De Molli, dopo aver detto che l’austerità è stata necessaria post 2008, mette alcuni dati. La maggior parte dei lavoratori ha un reddito medio lordo annuale di 25 mila euro; “Gli stipendi dei nostri insegnanti, poliziotti, medici, infermieri, operai, impiegati, dirigenti, sono tra i più bassi in Europa“.
A oggi, metà delle famiglie (12,85 milioni di nuclei familiari) ha una possibilità di spesa limitata, ulteriormente ridotta dalla condizione di crisi e di incertezza che porta a ridurre tutti gli acquisti non indispensabili.
Quanto a disuguaglianza l’indice di Gini in Italia è 36, in Gran Bretagna 34, in Francia 31. Il salario reale è cresciuto negli ultimi 20 anni del 20,3% in Francia, del 13,6% in Germania, appena dell’1,5% nel nostro Paese.
Aggiungo io: se consideriamo anche l’aumento della tassazione negli ultimi 25 anni e il costo della vita post euro, la miseria del lavoro dipendente è sotto gli occhi di tutti.
De Milli è per forti aumenti salariali, in modo che la gente possa acquistare auto, beni durevoli e consumi vari.
Ora, chi mi conosce sa che non voto dall’inizio della Seconda Repubblica e non vedo tv. Ho sempre fatto la lode alla Prima con le gloriose lotte di un’intera generazione che portarono alla scala mobile, alla sanità, alle case popolari, all’istruzione di massa, ecc.
La Seconda Repubblica la vedo come la classica storia della colonna infame. 26 anni di infamia.
Fonte
05/05/2019
Istruzione e disoccupazione: chi non è causa del suo mal non pianga se stesso
Di recente Il Sole 24 Ore ha pubblicato l’ennesimo articolo in cui la colpa della disoccupazione giovanile ricadrebbe ancora una volta sui giovani stessi. Quale sarebbe la loro colpa, nello specifico? Avere scelto un percorso di studi non congruo alle richieste del mondo del lavoro. Ad un buon osservatore, potrebbe far già ridere così. Ma proviamo ad andare con ordine.
Qual è il paradigma che ispira l’autore del pezzo lo si capisce dalle prime righe: la domanda aggregata non ha alcuna importanza, nel determinare il livello d’occupazione. Detto altrimenti, secondo l’autore per le imprese non è rilevante quanta domanda di beni (e servizi) si trovino a dover fronteggiare, nel decidere quante persone assumere. Il problema vero, apparentemente, risiederebbe negli sbagli fatti dai ‘giovani’ al momento di scegliere quale scuola superiore frequentare o a quale facoltà iscriversi: abbiamo pochi studenti che frequentano i corsi di avviamento professionale e troppi che invece si accaniscono nelle inutili lauree umanistiche.
“L’Italia ha anche la più bassa percentuale di laureati in Europa”, afferma anche l’autore, e aggiunge: “questa scarsità però non si traduce in un vantaggio”. Pare di capire, quindi, che il problema sia che in pochi si iscrivono all’università e buona parte di quelli che lo fanno si iscrive alla facoltà sbagliata. Ad aggiungere la beffa al danno, tra i molti che invece all’università non ci vanno solamente pochi scelgono scuole utili, cioè quelle che idealmente dovrebbero trasformare lo studente in un precoce e spersonalizzato ingranaggio della catena produttiva.
Scorrendo l’articolo, si susseguono una serie di domande retoriche, a cui vengono date risposte controverse e contraddittorie. “Come è possibile che i nostri (relativamente pochi) laureati non riescano a soddisfare le esigenze delle imprese?”, si chiede l’autore. La domanda genera però un paradosso che l’autore non sembra cogliere. Ai troppi laureati in discipline umanistiche, che stentano a trovare lavoro poiché formati in materie non in linea con le esigenze del mercato, si affiancherebbe un numero esiguo – a questo punto – di laureati in facoltà tecniche. Questi ultimi però tendono a essere sovra-qualificati rispetto alla posizione lavorativa che si trovano a ricoprire. Come il combinato disposto delle due costatazioni possa far ritenere che la soluzione al problema della disoccupazione risieda in una scelta più oculata del percorso di studi, non ci è dato sapere. Come i giovani possano avere delle responsabilità nel non riuscire a districarsi in questo ginepraio, è incomprensibile: da un lato, si sostiene fin dal titolo che esistano lauree inutili; dall’altro, si ammette che i pochi laureati ‘utili’ non trovino un posto adatto alle loro qualifiche e adeguatamente pagato. Per quale ragione il ‘giovane’, anche quello desideroso di fare la scelta più atta a “soddisfare le esigenze delle imprese”, dovrebbe iscriversi alla facoltà ‘giusta’, se questo implica finire a lavorare sottopagati?
Ma non finisce qui. Parte delle responsabilità viene attribuita anche alle famiglie che “nella scelta della scuola superiore sono troppo focalizzate su aspetti di breve termine (il gradimento dello studente, l’impegno necessario, la qualità percepita dell’istituto) e troppo poco sugli aspetti di lungo periodo, come le prospettive in termini di mercato del lavoro o accesso all’università”. Dovrebbero, per farla breve, prediligere i cosiddetti programmi di vocational training. Questi programmi, la cui introduzione è fortemente incentivata dall’Ocse e dalle istituzioni europee, rappresentano quello che ai tempi della scuola esplicitamente classista si chiamava avviamento professionale, un’alternativa al percorso scolastico generalista il quale, a differenza del primo, permetteva l’accesso all’università. Nella loro versione contemporanea, i cosiddetti percorsi di istruzione e formazione professionale (IeFP) sono percorsi triennali o quadriennali, finalizzati all’ottenimento di un diploma professionalizzante e strutturati congiuntamente tra le Regioni e le imprese. Prevedono attività di stage, di laboratorio e di apprendistato: una vera e propria fabbrica di manodopera per le imprese.
Fa dunque capolino il consueto paragone con la Germania, la quale presenterebbe dei tassi di disoccupazione dei laureati decisamente più bassi dell’Italia. Ciò testimonierebbe come i giovani tedeschi siano in grado di scegliere con più efficacia il proprio percorso di studio. Andando a guardare i dati Eurostat, tuttavia, possiamo permetterci di avanzare qualche dubbio sull’interpretazione del fenomeno. La Germania mostra tassi di occupazione sensibilmente più alti di quelli italiani per qualsiasi classe di istruzione. Nel 2018, il tasso di occupazione per i lavoratori che non hanno più che la quinta elementare (o l’equivalente tedesco) è di quasi 5 punti percentuali più alto in Germania che in Italia (48,3% vs. 43,8%); 16% in più tra i diplomati (80% vs. 64%) e 9% tra i laureati (88% vs. 79%). Il quadro è variegato e risulta difficile sostenere che in Italia ci sia un problema specifico riguardante i lavoratori maggiormente specializzati, soprattutto volendo collegare questo risultato alla laurea scelta. Tra l’altro, si può notare come il tasso di occupazione cresca al crescere della qualifica, il che da sé fornirebbe un indizio contro la ben nota retorica dello studio che non serve a trovare lavoro e della convenienza nell’intraprendere percorsi di studi superiori professionalizzanti, invece che proseguire con gli studi universitari. Soprattutto, è necessario leggere questi dati tenendo conto che il tasso di occupazione complessivo nel 2018 è stato in Germania ben 17 punti maggiore di quello Italiano (79,9% vs. 63%) ed è quindi necessario, per affrontare il tema della disoccupazione, fare riferimento alla situazione complessiva del mercato del lavoro che, come sappiamo, dipende dalle dinamiche della domanda aggregata: se l’economia tira e c’è un’alta domanda di beni e servizi, le imprese assumono per poter produrre quanto viene loro domandato. Voler far passare la situazione sopra descritta come una pura e semplice questione di ‘qualità’ dei giovani che si offrono sul mercato del lavoro invece è non solo sbagliato, ma rappresenta bene l’ideologia che anima e arma questa retorica fortemente classista e antistatalista.
Proviamo comunque, per un attimo, a prendere sul serio l’argomento proposto dall’autore e più in generale da questo filone di pensiero. Non ci vuole molto a rendersi conto che i dati smentiscono in maniera netta questa narrazione, che vede nel mismatch la principale causa della disoccupazione in Italia.
Facciamo un passo indietro: cosa si intende per mismatch nel mercato del lavoro? Si parla di mismatch (o effetto disallineamento) riferendosi a quei casi in cui le imprese vorrebbero assumere più lavoratori ma non riescono a trovare candidati in linea con le loro esigenze. Per valutare questo fenomeno, in economia, si fa riferimento ai posti vacanti, che sono esattamente le posizioni aperte presso i datori di lavoro che ancora devono essere occupate. Per quanto il mismatch possa dipendere da fattori tipicamente congiunturali (come le varie fasi del ciclo) o temporanei (quali la c.d. disoccupazione frizionale), i teorici neoliberisti attribuiscono il problema esclusivamente alla rigidità del mercato del lavoro in entrata e in uscita o, nella versione apparentemente più edulcorata, alla mancata (auto)formazione della classe lavoratrice, che non sarebbe adatta a soddisfare le esigenze del mercato. Bene, andando a guardare i dati, sembrerebbe che il problema riguardi più la Germania che l’Italia. Il tasso di posti vacanti in Germania, a fine 2018, è pari al 3,4%, con un numero di posti vacanti che è oscillato tra 1.200.000 e 1.400.000. In Italia, invece, il tasso di posti vacanti è pari al 1% e il numero assoluto delle posizioni aperte non occupate è di poco superiore a 200.000, a fronte di oltre due milioni di disoccupati. Abbiamo già sottolineato come basterebbe questo dato a sgonfiare la retorica della disoccupazione ‘da offerta’ nel nostro Paese, ma pare che la realtà, nonostante la sua durezza, non riesca a scalfire l’insormontabile montagna retorica liberista.
Anche volendo accettare per assurdo l’interpretazione teorica della disoccupazione da mismatch, emergerebbe comunque un problema logico per i sostenitori di questa impostazione. Fingiamo per un momento che davvero da parte delle imprese ci sia questo indomabile e frustrato desiderio di assumere. Come mai gli esperti del giornale di Confindustria non consigliano a queste imprese un semplice rimedio che, all’interno del loro paradigma teorico di riferimento, dovrebbe risultare infallibile? Volendo credere ai meccanismi noti come curve di domanda e offerta di lavoro – strumenti teorici ‘volgari’ e completamente screditati da un punto di vista logico e analitico – sarebbe sufficiente aumentare a sufficienza i salari in quei settori in cui più pesa, come dice l’autore, la scarsità di offerta. Questo forse aiuterebbe a risolvere entrambi i presunti problemi che attanaglierebbero l’economia italiana: renderebbe più appetibili posizioni lavorative che potrebbero essere occupate anche da lavoratori altamente specializzati provenienti dall’estero – qualora non fossero disponibili in Italia – e incentiverebbe la scelta di quelle facoltà che forgiano le competenze che servono al nostro sistema produttivo.
Tuttavia, una curva di domanda decrescente nel salario, che postula cioè che ci sia una relazione inversa tra numero di lavoratori richiesti dalle imprese e salario di mercato (al diminuire del salario le imprese assumeranno più lavoratori e viceversa), sembra esistere solamente quando serve ai padroni, come strumento da brandire per chiedere tagli salariali per far ripartire l’occupazione. L’aumento dei salari, invece, è un vero e proprio tabù. E questo accade nonostante in tale maniera la teoria economica del mismatch, che è bene ricordarlo è un apparato analitico del nemico di classe, perda di coerenza interna. Persino Paul Krugman, non certo un economista eterodosso, ma pura espressione di una variante “progressista” del pensiero economico dominante, ha recentemente criticato l’idea che negli USA esista un problema di disallineamento, asserendo che, se fosse vero, nei settori in cui la scarsità di offerta è maggiore si sarebbe dovuto notare un aumento dei salari che in realtà non si nota.
A tutto questo si può aggiungere un altro paradosso: nonostante si sostenga che “l’Italia doppia la Germania per laureati in scienze sociali e in discipline artistiche e umanistiche”, i dati Istat ci dicono che il tasso di posti vacanti nel settore dell’istruzione in Italia è superiore alla media di tutta l’economia (1,1% nel terzo trimestre del 2018 e 1,9% nel secondo) e che quindi le discipline umanistiche non sono necessariamente l’anticamera per un futuro di disoccupazione.
In ogni caso, un quadro così complesso non scalfisce le convinzioni del giornalista del Il Sole 24 Ore, che conclude con le ben note ricette di stampo liberista: sussidiare le imprese, affinché si impegnino “in investimenti che facciano crescere il livello tecnologico delle produzioni, ma soprattutto spingere il pedale dell’acceleratore sull’attrattività e la comprensione di programmi di vocational training, puntando sulla formazione professionale più efficace e su politiche attive del lavoro”.
Scaricare tutto l’onere della disoccupazione su chi è disoccupato e cerca lavoro e sulle sue scelte formative assomiglia più ad un’operazione ideologica, assai lontana da un’analisi seria e verificabile del mercato del lavoro del paese, finalizzata a difendere politiche economiche e del lavoro di stampo liberista, che persistano nell’opera di compressione dei salari e dei diritti del lavoro. Né sembra coerente tenere insieme queste tesi e la proclamata necessità di spostare il Paese su una frontiera tecnologica più alta: come lo si fa in un contesto in cui l’azione e la programmazione pubblica sono impossibili e rappresentati come il male da estirpare? Tra l’altro, proprio questo approccio ha favorito e teorizzato la svendita dell’intero sistema produttivo pubblico, composto dalle imprese più produttive e innovative del Paese, nella convinzione che un processo di privatizzazione diffusa ci avrebbe garantito un sistema più efficiente e dinamico, grazie all’intraprendenza del settore privato. Invece, proprio gli investimenti privati, incentivati solo a colpi di tagli dei salari e del costo del lavoro, sono rimasti al palo, non avendo il Paese nessuna prospettiva concreta di crescita, azzoppato com’è da tagli continui alla spesa pubblica e da una dinamica dei consumi sfiancata, tra l’altro, da salari da fame.
È chiaro che la soluzione per incamminarsi su un sentiero di crescita occupazionale, che riguardi anche i giovani e tutte le categorie più svantaggiate, non possa che risiedere su due pilastri: da un lato, su un rinnovato stimolo alla domanda aggregata da parte dello Stato tramite una politica fiscale realmente espansiva; dall’altro su un nuovo ciclo di lotte per l’aumento dei salari, che comporti la crescita dei consumi e permetta di combattere la crescente disuguaglianza. Una duplice ricetta che richiede inevitabilmente la riappropriazione di tutti gli strumenti di politica economica, ad oggi resi inutilizzabili dai trattati europei.
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17/01/2019
Morire prima o lavorare più a lungo. Ce lo chiede il “Sistema”
Il problema infatti sembra proprio questo, cioè ridurre al minimo il periodo nel quale lavoratrici e lavoratori possono vivere e recuperare quanto hanno versato in contributi durante la loro vita lavorativa. Ne abbiamo parlato spesso sul nostro giornale sintetizzandolo in quel “dovete morire prima” che, purtroppo, somiglia sempre meno ad una battuta.
Ne avevamo avuto la chiara percezione sbirciando un rapporto del Fmi alcuni anni fa (quel Fmi che Junker ha definito come il “kattivone”) e vedendo, materialmente, come si stava procedendo sul piano delle controriforme dei sistemi previdenziali imposte dalle misure di austerity all’Italia e ad altri paesi europei della “cintura debole”, i Pigs. In Grecia sta già accadendo, nella Russia post sovietica degli anni Novanta è accaduto.
In occasione della discussione su “quota 100” (per pochi e per poco come abbiamo scritto nei giorni scorsi), il Sole 24 Ore e i suoi mandanti hanno avviato una campagna di articoli tutti tesi a modificare il sistema pensionistico allungando l’età pensionabile. Hanno addirittura rispolverato Luigi Einaudi che già negli anni ‘50 (con una aspettativa di vita decisamente più bassa di oggi) riteneva che di dovesse lavorare fino a settanta anni. C’era tutta la perversione del liberista in quella tesi, e avrebbe prevalso se non ci fosse stata l’opposizione del Pci e del movimento operaio e forse, o anche soprattutto, la “minaccia sovietica” che costringeva anche i liberisti più disinibiti a più miti consigli per mantenere la coesione sociale e non offrire argomenti all’avversario strategico.
Ma dagli anni Novanta in poi questi freni inibitori sono saltati tutti. Lo stesso processo di edificazione dell’Unione Europea basata sul Trattato di Maastricht, poi su quello di Lisbona ed infine sulla raffica di trattati imposti dal 2010 approfittando della crisi (Two Pack, Six Pack, Fiscal Compact, Mse etc.), ha creato una gabbia di vincoli e di automatismi che utilizza come una clava l’oggettività dei numeri per trarne conseguenze che tutto hanno come obiettivo tranne il benessere della popolazione o la riduzione delle disuguaglianze sociali tornate a livelli ottocenteschi.
Se si continua a rimanere dentro la gabbia e i suoi automatismi, appare sempre più evidente che il destino che attende milioni di persone, quelle che vivono del proprio lavoro o peggio ancora di precarietà e disoccupazione, è una vita più breve e una vecchiaia più misera.
Il Sole 24 Ore scrive che secondo le previsioni governative, con “Quota 100”! andranno in pensione circa 300mila italiani con 62 anni, “forse vale la pena tornare a guardare qualche indicatore demografico... Ebbene solo negli ultimi 15 anni la speranza di vita a 65 anni è aumentata di due, da 18 anni e 7 mesi a 20 e 6 mesi. L’età media della popolazione, sempre tra il 2003 e il 2018, è aumentata di oltre tre anni, da 41 e nove mesi a 45 e due mesi”. Ovvio quindi che se si sposta l’età pensionabile a 70 anni, dal sistema si risparmiano quelle risorse che poi possono essere destinate alle banche, alle imprese e alle spese militari.
Di fronte a questi dati che indicano un miglioramento delle aspettative di vita della popolazione (ma che i dati più recenti proprio sulla mortalità crescente si stanno incaricando di smentire), attraverso l’elaborazione dei numeri di Infodata, a quale sintesi di cinismo arriva il Sole 24 Ore? Eccola qua: “Il rosario potrebbe continuare ed è tutto positivo, se lo si legge guardando alla vita che si allunga. Oppure negativo, se lo si legge dal punto di vista di chi paga. Ecco, chi paga? Lo Stato ci mette molto, naturalmente, il che significa prenotare un maggior carico fiscale in futuro (già oggi il disavanzo previdenziale pro capite è di 1.300 euro). Ma consideriamo i “produttori” cioè i residenti in età lavorativa che (sempre ammesso che lavorino tutti) pagano con i loro contributi le pensioni dei loro predecessori. Ebbene: nel 2003 i 15-64enni erano il 67% della popolazione, oggi sono il 64%, ogni 100 persone nel 2002 si contavano 27,9 anziani contro i 35,2 di oggi. Bello vero? Siamo uno dei paesi più vecchi e longevi del mondo, si sa. La mini-bussola interpretativa per valutare quanto sia equa e sostenibile, dal punto di vista intergenerazionale, “quota 100”, si ferma qui. Correndo con il cursore sulle grafiche potete completare la ricognizione logica anche da soli. Buon viaggio”.
Inutile dire che i grafici de Il Sole 24 Ore portano tutti nella stessa direzione e alla stessa conclusione: la retribuzione delle lavoratrici e dei lavoratori che vanno in pensione dura troppo a lungo, dunque la salute e la longevità delle persone sono un costo non sostenibile.
Non hanno ancora il coraggio di dire: dovete morire prima perdio!! Ma vorrebbero arrivarci, come in romanzo distopico. Quello in cui i ricchi si possono rigenerare sul pianeta-satellite Elisium e gli anziani poveri devono recarsi nella stanza dedicata per togliersi di torno quando lo decide il sistema.
Capite perché si deve combattere e vincere per la nostra classe? Sta diventando una questione di sopravvivenza o di “morte tra tutte le classi in lotta”, proprio come anticipava Marx tanti, tanti anni fa.
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19/12/2018
I poteri forti tirano la volata a Milano, la Capitale “vicino all’Europa”
“Smog, traffico e scarsa sicurezza potrebbero far pensare che la prima classificata non si meriti il podio. Ma i dati, messi in graduatoria su base provinciale, dicono il contrario. Il capoluogo lombardo festeggia il suo primato, inedito nell’indagine annuale del Sole 24 Ore, piazzandosi ben sette volte su 42 nei primi tre posti per le performance conseguite negli indicatori del benessere. E conquista così lo scettro di provincia più vivibile d’Italia, dopo averlo sfiorato per quattro volte, fermandosi al secondo posto nel 2003 e 2004 e poi nel 2015 e nel 2016”. Sprizza soddisfazione da tutti i pori il giornale della Confindustria andando a confermare un processo di “Capitalizzazione” di Milano che i grandi gruppi economici del Nord stanno perseguendo negli ultimi anni. Un processo che il nostro giornale ha individuato e denunciato per tempo (il primo ad avercelo riconosciuto è stato lo scomparso urbanista Antonello Sotgia).
Queste classifiche sulla qualità della vita in realtà servono sempre più a sancire il luogo ideale per fare affari e riaffermare la logica delle “città competitive”, alimentando fantasmi che è bene conoscere e smascherare. Qualche settimana fa abbiamo fatto tana agli “errori” nella classifica sulla qualità della vita delle città italiane commissionata da Milano Finanza, altro giornale della grande borghesia del Nord, commissionato e realizzato dall’università La Sapienza. Uno scavallamento dei dati su disoccupazione e tasso di occupazione aveva influenzato il coefficiente, “premiando” le città virtuose e penalizzando quelle ritenute o condannate al declino (Roma e Napoli tra queste, ma anche Firenze).
In questo caso, il Sole 24 Ore spiega che la certificazione del benessere viene elaborata tramite 42 indicatori suddivisi in sei macro-aree («Ricchezza e consumi», «Affari e lavoro», «Ambiente e servizi», «Demografia e società», «Giustizia e sicurezza», «Cultura e tempo libero»), riferiti all’ultimo anno appena trascorso. Milano, appare in testa negli indicatori reddituali (prima per depositi in banca pro capite e consumi medi delle famiglie in beni durevoli) e vince l’iCityrate del Forum Pubblica amministrazione come la migliore “smart city”. E’ la seconda per prezzo medio di vendita delle case, ma è ultima per il costo medio degli affitti. È al terzo posto per tasso di occupazione tra i 15 e i 64 anni (pari al 69,5%), ma è anche tra le città più litigiose e meno sicure del Paese, seconda solo a Napoli per le rapine.
Diventa ormai sempre più evidente il progetto di fare di Milano la “Capitale di fatto” del nostro paese. In fondo è la metropoli più vicina all’Europa, anzi al magnete piazzato al centro dell’Unione Europea e che attrae, concentra, gerarchizza le risorse, spogliando e distruggendo tutto il resto dei territori periferici.
Il mondo della supremazia della competitività su tutto il resto, ha bisogno di vetrine e le città globali sono diventate questo: luoghi ideali per gli affari, paradisi per una urbanistica liberista, eventifici attenti ai flussi turistici dei “travel detailer” più che alle esigenze degli abitanti, territori pacificati dai conflitti sociali e con amministratori del tutto simili e intercambiabili. Roma viene ormai liquidata (e incentivata a diventarlo) come una città in declino, inadeguata ad essere ancora la Capitale di un paese europeo. L’aver dato in pasto la giunta Raggi agli agenti del declino incentivato, sembra non dare conto di un cortocircuito micidiale che usa i Patti di Stabilità e le campagne stampa mirate come una clava. Insomma Milano sempre più una Capitol City per la quale il resto dei distretti sono obbligati a portare risorse: umane, economiche, finanziarie, di conoscenze ed immagine.
A gennaio, sulle pagine del Corriere della Sera, era stato il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, a perdere i freni inibitori dichiarando che: “Milano è una città sistemica che riconosce tra i suoi doveri quello di mettere al servizio del Paese il suo modello”. In assenza di risposte “si rivolgerebbe direttamente all’Europa e alle sue risorse, rafforzerebbe la diplomazia estera, continuerebbe ad attrarre il mondo della finanza e delle imprese in forza della qualità dei suoi servizi e della sua vita”. Una sorta di ultimatum e di destino manifesto.
Anche nella classifica del Il Sole 24 Ore, del resto, tutte le prime venti città per benessere sono collocate in quello che ormai è diventata la “Marca tedesca”, una macroregione composta da Lombardia, Nordest ed Emilia Romagna che hanno fatto della subalternità di filiera alla industria tedesca, e della secessione reale dallo Stato repubblicano e dal resto del paese, un asse strategico.
Siamo pronti a tutto questo?
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17/12/2018
Il terrorismo del debito
Come i nostri lettori sanno, fin dal primo giorno abbiamo pronosticato al governo gialloverde la fine di Tsipras: partito per “riformare l’Unione Europea” e forzare i vincoli di bilancio, senza mai rompere il “dialogo” con Bruxelles, e velocemente trasformato in esecutore puntuale e feroce dei peggiori diktat antipopolari.
Non abbiamo quindi mai creduto né alla “rottamazione della Fornero” (subito attenuata in “quota 100”, poi 104, forse 105...), né tantomeno a un “reddito di cittadinanza universale”. Ad oggi, ci attendiamo al massimo un lavoratore in quota 100 e un destinatario dei famosi 780 euro: tipo all’autista di Salvini e a un vicino di casa di Di Maio...
Scherzi a parte, l’ordine di fare “terrorismo sul debito” costringe anche giornali seri a sparare cazzate a vanvera.
IlSole24Ore di sabato 15 riporta con grande evidenza “l’allarme del Fmi”: Il mondo è sotto 184mila miliardi di debiti: 86mila dollari a testa. Cifra stratosferica che viene raggiunta sommando i debiti pubblici di tutti gli Stati e quelli privati (che, detto fra noi, sono molti di più). Il profano legge e si spaventa, specie se – la stragrande maggioranza – sa che 86.000 euro tutti insieme non li vedrà mai in vita sua.
Paura grande...
Un lettore appena un po’ avvertito, invece, si chiede: ma con chi mai l’umanità intera avrebbe fatto questi debiti? Con i marziani? Un debito, infatti, presuppone due soggetti diversi: uno che presta soldi e uno che li riceve, impegnandosi a restituirli con un interesse. Se però diciamo che tutta l’umanità ha un certo debito, allora dovrebbe esserci un altro soggetto, abitante in un altro mondo, che quei soldi ce li ha prestati.
La logica e la matematica smontano insomma la notizia in un attimo: se ci sono 184.000 miliardi debiti, ci sono anche 184.000 miliardi di crediti. Se si esce dalla finzione terroristica, insomma, appaiono di nuovo chiaramente distinti debitori e creditori, tutti esseri umani abitanti su questa Terra. Il debito di qualcuno è il credito di qualcun altro. Punto.
La discussione, insomma, cambia indirizzo: chi ha debiti e, invece, chi ha concesso i prestiti. Ma soprattutto: chi non potrà restituire quei prestiti, mandando quindi in crisi anche i creditori.
Parliamo di nuovo, insomma, di ricchi e poveri, di speculatori e truffati, di banche e lavoratori, ecc. Di chi guadagna in modo spropositato da questo sistema di produzione e di chi viene dissanguato fino all’ultima goccia. Di lotta fra classi sociali diverse, in parole povere, lasciando i pace i marziani...
Ma nel caso de IlSole24Ore l’atto terroristico è ancora più grave e colpevole.
Questo stesso giornale, infatti, pochi giorni fa aveva pubblicato un assai più rilevante articolo sul vero problema che pesa sull’economia globale e promette di farla esplodere: 2,2 milioni di miliardi di “prodotti finanziari derivati” dal valore nominale improbabile (equivale a 33 volte il Prodotto interno lordo di tutto il mondo) e dalle pretese di “valorizzazione” impossibili.
Il terrore che attraversa le borse e le grandi istituzioni finanziarie e politiche nasce da questo “problemino”; ma ce lo riversano addosso gridando al debito.
E’ come se uno dicesse: ho fatto danni per un miliardo e tu hai l’ardire di pretendere un caffè? Oppure: abbiamo innescato tutte le bombe atomiche del mondo, non sappiamo più come arrestare il processo distruttivo e voi pretendete di vivere in modo dignitoso?
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29/08/2018
La “disinformazia” sullo spread nelle bollette
Come noto questa clava fu utilizzata nel 2011 per deporre Berlusconi e imporre Monti al governo. In queste settimane, nonostante si mantenga basso, i media mainstream legati o subalterni ai gruppi finanziari e alle oligarchie europee, continuano ad alimentare la paura dello spread sui titoli di stato italiani come un abisso orririfico da evitare a tutti i costi, soprattutto quelli che vengono poi scaricati sulle spalle della popolazioni e – specularmente – messi a profitto degli investitori.
Il terrorismo mediatico leggibile e alimentato anche dal Sole 24 Ore, omette accuratamente di dire la verità. Le bollette della luce e del gas aumenteranno in modo consistente con una decisione presa e già annunciata da mesi. Era infatti lo stesso giornale a scrivere testualmente il 28 giugno scorso che: “Da oggi e per i prossimi tre mesi la bolletta della luce rincara del +6,5% e la tariffa del metano rincara del +8,2%. L’ha deciso giovedì pomeriggio l’autorità dell’energia Arera nell’aggiornamento trimestrale delle bollette”.
Dunque quale sarebbe l’effetto di un aumento dello spread sulle nostre bollette? “Anche se gli aumenti dovrebbero essere contenuti, c’è la possibilità che si sommino con quelli determinati dall’impennata dei prezzi delle materie prime” scrive oggi Il Sole 24 Ore, “sui mercati europei all’ingrosso il metano e l’elettricità non sono mai stati così cari nel periodo estivo”. E certo che sono cari, il 1 luglio sono scattati aumenti del 6,5% per l’elettricità e del ben 8,2% per il gas!!!
Ma il giornale di Confindustria da un lato deve arrampicarsi sugli specchi, dall’altro fornisce altra materia esplosiva al verminaio apertosi dopo il crollo del ponte a Genova sulle concessioni ai privati di servizi pubblici. Come per le autostrade, anche sui servizi che gestiscono le reti strategiche di fornitura e distribuzione dell’energia, esiste un sistema di concessioni che garantisce i profitti ai privati anche quando le cose vanno male. Ce lo spiega direttamente Il Sole 24 Ore: “L’Arera — così si chiama oggi l’Autorità dell’energia, delle reti dell’ambiente — entro novembre dovrà aggiornare per il periodo 2019-2021 il livello di remunerazione degli investimenti effettuati dalle società del settore. Per gli addetti ai lavori, si tratta del Wacc, sigla che sta per Weighted average cost of capital: denaro che viene garantito a chi gestisce servizi regolati per ripagare infrastrutture come gasdotti, stoccaggi di metano, reti elettriche o il servizio di rigassificazione del gas liquefatto”. Ma la ciliegina sulla torta è questa:
“Questi investimenti, secondo la legge, sono pagati dagli utenti finali, in pratica da cittadini e imprese che consumano energia”.
Dunque abbiamo verificato come anche sui servizi a rete, le concessioni ai privati siano state un affare d’oro per loro assicurato dagli introiti delle bollette di luce e gas. Ma che c’entra lo spread? Anche qui il giornale della Confindustria ci spiega che “il valore degli investimenti sostenuti dalle aziende energetiche cambia in base al costo necessario a finanziarli”. A fine settembre questa famigerata Autorità dell’Energia (Arera,ndr), dovrà adeguare il Wacc al rischio paese ai costi degli investimenti. Questo parametro, nel triennio 2016-2018 era pari all’1% ma se dovesse aumentare il rischio paese potrebbe aumentare, ci dicono i nostri. Anzi ci dicono che “dal 1 gennaio è quasi certo che salirà”, dunque non dipende dallo spread ma da una previsione già decisa.
Siamo ormai davanti a dei “bloody liars”, dei mentitori sanguinari, come dicevano i minatori inglesi durante le lotte contro la Thatcher. E’ tempo di cambiare completamente l’aria in circolazione. La nazionalizzazione dei servizi strategici è il minimo sindacali per metterli a tacere e riprendersi tutti i soldi e le risorse che hanno sottratto alla popolazione in questi ultimi venticinque anni.
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27/06/2018
Riecco Banche e Confindustria: chissenefrega dei lavoratori e dei diritti, lo Stato difenda il capitale
Nessuno provi a sgattaiolare, qui non si parla di popoli! Si parla di interessi importanti in gioco per il sistema bancario, primo fra tutti l’accesso facilitato al credito da parte della BCE di cui noi non abbiamo mai beneficiato, quel sistema che ha ricevuto centinaia di miliardi di assistenza dallo Stato per ripianare deficit e buchi da vero e proprio fallimento, ad esempio anche attraverso una sorta di nazionalizzazione di MPS che invece si nega per Alitalia o Ilva, e di altrettanti interessi per i padroni.
Boccia infatti va giù duro e dice che il problema non sono le pensioni ma che il tema centrale è il lavoro e quindi chiede ancora maggiori interventi di sostegno alle imprese italiane che sono il miglior esempio, già da molto tempo nel nostro Paese, del peggior capitalismo assistito di cui si abbia notizia nel mondo occidentale. Un capitalismo che senza lo Stato non è mai stato capace di fare davvero il suo mestiere sbandierando però ad ogni piè sospinto la sacralità del mercato e la sua primazia rispetto all’intervento pubblico.
Insomma ci risiamo, si sbaracchi la politica, si accantoni in fretta la campagna elettorale, si accantonino i toni xenofobi e da crociata che ora c’è da servire lor signori! Frega niente a nessuno delle condizioni in cui versa il Paese, quello vero, quello delle disuguaglianze e degli omicidi sul lavoro; quello della condizione di schiavitù che si vive in interi comparti del lavoro come la normalità; quello dell’impossibilità per i nostri precari, giovani e non, di arrivare a fine mese e farsi una vita normale; dei guasti profondi che ha prodotto nella società l’innalzamento senza freni dei toni razzisti e fascisti propagati a piene mani da chi oggi pure ha importanti responsabilità di governo. Soprattutto si cerca di nascondere che grande parte di questi guasti sono il frutto proprio di quella competizione internazionale globale in cui l’Unione Europea ci ha cacciato e che oggi diviene fortissima a fronte delle impennate nazionaliste impresse da Trump alle relazioni economiche internazionali.
Sarà il caso che i lavoratori italiani tornino a ragionare a partire dai loro interessi veri, fatti di salari, di pensioni adeguate e non concesse post mortem, di occupazione fatta di lavoro buono e di qualità, di uguaglianza sociale, di diritti uguali per tutti coloro che nel nostro Paese lavorano, di diritto all’abitare e di servizi sociali non soggetti alla mannaia del pareggio di bilancio che impedisce qualsiasi intervento per ridare qualità ed efficienza al nostro sistema di protezione sociale.
Nessuno si illuda, men che meno i lavoratori, che qualcuno impugni per loro conto la bacchetta magica e risolva i problemi, l’illusione elettorale è destinata prima o poi, come sempre, a fare i conti con la realtà.
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11/01/2018
La disoccupazione tecnologica curata con la propaganda
Calcolando che l’automazione si applica sia alle mansioni quasi soltanto manuali, quanto (e a volte più facilmente) a quelle “di concetto”, la previsione è facile: centinaia di milioni di esseri umani resteranno senza un lavoro. Quindi con seri problemi di sopravvivenza, visto che i “mezzi di produzione” sono quasi tutti di proprietà privata e che, dunque, essere disponibili a vendere la propria forza lavoro non sarà affatto sufficiente a trovarlo, un lavoro.
Nasce da questa diffusa consapevolezza il moltiplicarsi di proposte più o meno realistiche su “reddito di cittadinanza”, “reddito minimo garantito”, “basic income” e via fantasticando. Non perché si tratti di soluzioni teoriche mal congegnate, a volte, ma per il banale fatto che l’erogatore di questo reddito dovrebbe essere lo Stato, o comunque istituzioni appartenenti alla sfera pubblica; che possono operare solo disponendo di risorse finanziarie derivanti dalla tassazione diretta (su redditi, ricavi, patrimoni, ecc) e indiretta (sui consumi, sotto forma di Iva o simili).
Ma il pensiero economico prevalente – anglosassone-neoliberista o germanico-ordoliberista – prescrive come indispensabile la riduzione al minimo delle prerogative di uno Stato: polizia, esercito, magistratura, servizi non remunerativi per i privati. E, di conseguenza, la riduzione al minimo del prelievo fiscale.
Ne deriva che uno Stato sempre più “povero” non ha alcuna possibilità di erogare reddito a un numero di cittadini sempre crescente che non riescono a trovare autonomamente un lavoro retribuito quanto basta a sopravvivere.
Ma fermare l’introduzione dell’automazione nei processi produttivi non si può. Anche se non vivessimo in regime capitalistico – appropriazione privata di quote crescenti della ricchezza prodotta – il lato “positivo” dell’automazione è solare: riduzione della fatica umana, sia dal lato fisico che da quello delle funzioni intellettuali noiose e ripetitive.
La soluzione “socialista” sarebbe la più logica (lavorare meno, lavorare tutti), ma è quella più difficile a farsi per pure ragioni di rapporti di forza: presuppone una rivoluzione globale, o perlomeno in un gran numero di paesi tecnologicamente avanzati.
Dunque, per tranquillizzare almeno un po’ le crescenti masse di disoccupati o sottoccupati – precari, part time, intermittenti, ecc, comunque con un salario al di sotto del livello minimo della sopravvivenza – diversi centri di analisi, media, opinionisti, ecc, si preoccupano di diffondere informazioni notevolmente addomesticate su come andranno le cose.
Appartiene a questo genere oppiaceo il rapporto elaborato dalla McKinsey e proposto in pillole da IlSole24Ore. Da un lato viene posto il dato agghiacciante – da qui al 2030, in tutto il mondo, spariranno 800 milioni di posti di lavoro – dall’altro un sedativo travestito da “consigli degli esperti”, con il titolo Ecco cosa devono imparare i nostri figli per battere i robot.
Ve lo riproponiamo così com’è, intervallato con le nostre obiezioni (in corsivo) proprio per evidenziare l’aspetto-sonnifero. Il crudele fato ha voluto che questo articoletto uscisse nello stesso giorno in cui l’Istat rende noti i dati sull’occupazione nella sola Italia, e che lo stesso giornale riassume – correttamente – nel titolo Cresce il lavoro ma non la qualità: boom di occupazione «bassa» e contratti precari, smontando in un colpo solo sia la narrazione proposta con insistenza dai camerieri di Renzi (“abbiamo creato un milione di posti di lavoro”), sia il clima di “fiducia nel futuro” che questo articolo vorrebbe spargere.
Enrico Marro
Un corposo report di McKinsey rivela: entro dodici anni le macchine avranno sostituito 800 milioni di lavoratori. Nelle economie avanzate un terzo di loro dovranno “reinventarsi”. E i bambini di oggi? Ecco come potrebbero riuscire a battere l’automazione.
Il contrasto tra notizia negativa (12 anni sono un battito di ciglia, in una tendenza di queste dimensioni) e “consulenza positiva” è immediato, violento, attenuato solo dall’essere scritto, anziché detto. Un terzo dei lavoratori attualmente “sicuri” uscirà dal processo produttivo e quindi resterà privo di un salario, decente o meno che sia. “Dovrà reinventarsi”, consola il terribile Marro. E insieme a loro i bambini che stanno frequentando scuole o corsi di formazione chiaramente inadeguati a contrastare lo tsunami. Come? In modi praticamente impossibili, anche se presentati come quasi facili.
1. Tenere conto della domanda lavoro STEM (scienze, tecnologia, ingegneria e matematica)
La prima cosa da tenere presente è la crescente domanda di professionisti che sviluppino nuove tecnologie, o siano in grado di analizzare e interpretare i “big data” prodotti da queste tecnologie. La domanda di professioni STEM (legate a scienza, tecnologia, ingegneria e matematica) è in continua crescita ovunque, anche in Europa dove – come conferma uno studio del Parlamento Europeo – la richiesta di figure di questo tipo è destinata ad aumentare dell’8% entro il 2025, contro il 3% medio degli altri lavori. Fondamentale è quindi insegnare nelle scuole le basi della statistica, per aiutare gli studenti a comprendere un mondo sempre più guidato dai “big data”, ma anche le basi della programmazione, che per la verità sono già presenti fin dalla prima elementare nei curriculum scolastici britannico e estone.
Partiamo dal dato più sicuro: le mansioni in campo informatico sono le uniche (o comunque tecnico-scientifico) ad avere una qualche possibilità di espansione quantitativa nell’immediato futuro. Ma quanti posti di lavoro in più è logico attendersi da questo comparto? L’8%.
Anche chi non ha dimestichezza con gli inganni della statistica può capire che l’8% in più (grazie allo sviluppo dell’automazione) è assai meno del 33% in meno (maledetto sviluppo dell’automazione). Se poi facciamo caso al fatto che l’aumento di posti nei settori tecnico-scientifici è proporzionale a un numero oggi abbastanza ridotto (la stragrande maggioranza degli attuali occupati è impegnato altrove), mentre la diminuzione riguarda appunto tutti gli altri comparti, c’è da preoccuparsi.
Facciamo due conti. Nella sola Unione Europea a 28 – inclusa ancora la Gran Bretagna – nel 2016 gli occupati nel settore Ict (information communication technology) erano il 3,5% del totale, 1 su 30 rispetto al totale. In pratica, meno di 8 milioni. Anche ammettendo che “la domanda lavoro STEM (scienze, tecnologia, ingegneria e matematica)” sia parecchio più vasta, ci sembra realistico ipotizzare una cifra da due a quattro volte superiore, al massimo. Ossia 16-32 milioni di persone, in un continente particolarmente sviluppato, su circa 250 milioni di occupati.
Traducendo in numeri assoluti le percentuali del rapporto McKinsey abbiamo che, nella sola Ue a 28, da qui al 2030 spariranno oltre 80 milioni di posti di lavoro, a fronte della creazione di una cifra oscillante tra gli 1,5 e i 3 milioni. Vi sentite rassicurati? Meglio che sappiate allora che l’Italia è uno dei paesi posizionati peggio, in questa classifica Ict, con appena 558mila occupati (il 2,5% del totale). Dunque – ipotizzando ottimisticamente che la classifica non peggiori – avremo tra poco più di dieci anni circa 45-90.000 lavoratori tecnologici in più, mentre andranno perduti oltre 7 milioni di posti attuali (gli occupati, secondo l’Istat, sono 23 milioni). Non parliamo poi, per non spaventare troppo, di cosa potrà accadere in economie meno sviluppate, dove – cioè – le mansioni sono in genere ancora più ripetitive, seriali, meccanizzabili, automatizzabili.
Per quanto riguarda i “consigli” di Marro, non abbiamo nulla da eccepire a che nelle scuole si impari un po’ più statistica e informatica, magari fin dalle elementari. Ma deve esser chiaro che queste conoscenze garantiranno un lavoro decente a una percentuale davvero minima dei bambini che oggi stanno studiando (l’offerta di lavoro non dipende dalle conoscenza disponibili, ma dalle necessità dell’impresa; perlomeno in ambito capitalistico)
Quanto agli adulti che dovrebbero “reinventarsi” in questo campo, beh… lasciamo perdere. Provate da soli ad immaginare quanti metalmeccanici, impiegati pubblici, autisti, camerieri o pizzettari potranno “reinventarsi” semi-scienziati nel giro di pochi anni.
2. Sviluppare creatività, empatia e flessibilità
Secondo l’analisi di McKinsey, nel futuro mondo delle macchine gli esseri umani domineranno ancora incontrastati tutte le professioni che implicano la guida, la gestione e l’interazione con altri esseri umani. Questo richiede doti di intelligenza emotiva, sensibilità, creatività e capacità di “problem solving” collaborativo: tutte abilità che spesso non fanno parte dei tradizionali curriculum scolastici. Automazione e globalizzazione richiederanno sempre più elasticità mentale, flessibilità, capacita di adattamento, ma soprattutto tenacia e voglia di imparare. Cose che non sempre si riescono a imparare sui banchi di scuola.
Dice bene, il Marro. Queste cose non si imparano in nessuna scuola del mondo. Sono infatti il prodotto di un mix molto particolare (esperienze di vita, talento individuale, studi in diverse discipline ad alto grado di astrazione) e senza quasi possibilità di essere tradotto in “programmi di scuola”. Diciamo che dei laureati in filosofia, matematica, fisica, hanno discrete possibilità di riuscire a sintetizzare alcune di queste capacità “creative”. Magari anche qualche altra laurea potrà fare da backgraound indispensabile. Ma non è pane masticabile da qualsiasi dentiera. Dunque questo “consiglio” non serve a molto. Tantomeno a molti.
3. Avere le idee chiare su ambizioni personali e mercato del lavoro
La tumultuosa evoluzione del mondo del lavoro mette a dura prova i programmi scolastici, spesso incapaci di formare figure al passo con la domanda. Il “gap” tra istruzione e lavoro rischia quindi di allargarsi, spiega il report, ricordando come sia i datori di lavoro che i giovani siano ben consapevoli dei limiti di quanto si è appreso a scuola. Un’altra ricerca McKinsey del 2012 conferma come il 39% dei datori consideri la mancanza di competenze il maggior limite alle assunzioni. E’ quindi fondamentale un corretto orientamento professionale, in sintonia con le attitudini e le ambizioni personali ma anche con le esigenze del mondo del lavoro.
Andando aventi si scende di livello, nella qualità dei “consigli”. Le scuole – sia pubbliche che private – sono istituzioni che si pongono l’obiettivo di trasmettere conoscenza. Il tempo di apprendimento di conoscenze di alto livello è necessariamente lungo, negli esseri umani. E il tempo di obsolescenza delle mitiche “competenze” viaggia quasi alla pari con quello degli smartphone Apple (appena indagata, in Francia, per averli programmati per una vita breve, stile Blade Runner). Tradotto: ti serve molto tempo per imparare cose complesse, quel che hai imparato serve per poco tempo, viene superato da “competenze” nuove. Gli imprenditori possono lamentarsi quanto vogliono per l’allargarsi del gap tra livelli formativi e conoscenze necessarie alla produzione. Ma quel gap è il risultato della scuola che loro hanno preteso di disegnare ovunque nel mondo, abolendo la conoscenza (flessibilità intellettuale, adattamento a condizioni diverse, ecc) a favore di “competenze” irrigidite in schemi di pronta applicazione pratica (sapere procedurale, inevitabilmente inadatto a qualsiasi upgrade che comporti salti cognitivi rilevanti). Lo stesso Marro, insomma, quando comincerà a vedersi sostituito da un programma di scrittura giornalistica (per ora, per esempio all’Associated Press, li si applica alle notizie di borsa e ai risultati sportivi, senza più intervento umano), potrebbe trovare abbastanza complicato “reinventarsi” in un altro mestiere...
4. Sfruttare le nuove possibilità di apprendimento online
L’era digitale sta portando con sé anche grandi possibilità di imparare in modo nuovo, attraverso piattaforme online molto più flessibili dell’insegnamento tradizionale. E’ il caso dei MOOC, i “massive open online course”, le piattaforme digitali per apprendere come Cousera o Udacity: secondo i dati di Class Central, oltre 800 università mondiali – comprese alcune italiane – hanno lanciato circa 8mila corsi online, con oltre 60 milioni di studenti che ne hanno frequentato almeno uno. E il trend continua a essere in crescita, anche se l’efficacia dei corsi online rispetto a una buona università “fisica” è ancora tutta da dimostrare.
Qui il manoscritto si interrompe brutalmente. Lo stesso “consigliere” si vede costretto a prendere le distanze da quel che ha appena scritto con una “chiusa” critica (l’efficacia dei corsi online rispetto a una buona università “fisica” è ancora tutta da dimostrare). Forse memore della gioia intellettuale provata apprendendo concetti, grazie a una buona guida e a testi che sfidano l’eternità.
Fonte
23/11/2017
I soldi dei servizi segreti per influenzare i mass media
Un articolo uscito il 16 novembre scorso, ha svelato non solo l’esistenza di molti conti bancari dei servizi segreti – l’Aisi in questo caso – dentro la Banca Popolare di Vicenza, (oggi al centro di una nuova tormenta bancaria), ma anche e soprattutto l’obiettivo di questa liquidità finanziaria dei servizi segreti: far arrivare soldi a chi in qualche modo è vicino o dà una mano all’attività dei servizi. Si tratta dei cosiddetti agenti di influenza (“attività condotta da soggetti, statuali o non, al fine di orientare a proprio vantaggio le opinioni di un individuo o di un gruppo”; definizione vaga, o comunque vasta, che inquadra ambiti tipici della politica).
Tra questi, è scritto testualmente, una tipologia di influencer davvero particolare: “Ci sono giovani autori e registi di fortunatissimi programmi di infotainment di tv nazionali private, conduttori di trasmissioni di successo sulla radio pubblica, fumettisti vicini al mondo dei centri sociali”. Cominciano così ad essere più chiare le motivazioni di alcune “sovraesposizioni” o, al contrario, omissioni e rimozioni nel sistema informativo del nostro paese. Del resto il caso dell’agente Betulla (l’ex vicedirettore di Libero, Farina, ndr) non è ancora finito nel dimenticatoio.
Quindi si conferma l’attenzione dei servizi segreti verso soggetti che hanno il compito di “influenzare” l’opinione pubblica tramite i talk show o trasmissioni, o addirittura in settori di movimento. Naturalmente in cambio di una munifica ricompensa monetaria. L’inchiesta del Sole 24 Ore si guarda bene dal rivelare i nomi di questi beneficiari dei finanziamenti dei servizi segreti nel mondo dei media e dei centri sociali, adducendo difficoltà (anche se dai dettagli si capisce che ne sono perfettamente a conoscenza tramite documenti “letti in chiaro”), ma la loro funzione emerge in modo piuttosto esplicito.
Occorre evitare come la peste la logica del sospetto indiscriminato, che ha la storica funzione di seminare tensioni, disgregazione, divisioni e recriminazioni che aumentano le difficoltà di ricomposizione di un fronte di classe; ma occorre smettere di essere ingenui e fare altrettanta attenzione proprio a quegli agenti di influenza – nei media e non – che operano per creare tensioni, disgregare, dividere, disorientare e alimentare recriminazioni infinite, che ritardano o ostacolano i possibili processi di avanzamento del conflitto sociale e di una sua espressione politica organizzata e non strumentalizzata dai fascisti.
Riuscire a scoprire chi, nel mondo dei mass media o magari più vicino ad ambiti “di movimento”, è stato destinatario di uno o più bonifici tramite la Banca Popolare di Vicenza aiuterebbe a ricostruire un quadro. A liberarsi di qualche piattola fastidiosa. Potrebbe essere solo questione di tempo.
Qui di seguito il testo dell’articolo de Il Sole 24 Ore sui conti correnti della Banca Popolare Veneta.
Nicola Borzi
Quasi 1.600 operazioni bancarie, in ingresso e in uscita, per un controvalore di oltre 642 milioni, in un periodo compreso tra il 17 giugno 2009, all’epoca del quarto governo Berlusconi, e il 25 gennaio 2013, durante il governo Monti. Di queste transazioni ben 425, per 43,2 milioni, erano in capo all’Agenzia informazioni e sicurezza interna (Aisi) e altre 20, per 6,2 milioni, alla gemella Aise.
Il singolo trasferimento di fondi più “pesante” è datato 16 marzo 2012: 88,5 milioni. Molti pagamenti sono stati realizzati tramite comuni strumenti di home banking. Date, identificativi, numeri di conto, causali: noleggi di auto e moto, saldi di fatture a fornitori, versamenti a società e persone, quietanze di affitti. Soprattutto nomi. Questo è l’“estratto conto” della Presidenza del Consiglio e dei Servizi segreti nazionali contenuto in decine di pagine di documenti “in chiaro” che Il Sole 24 Ore ha potuto visionare. Una costante unisce questa mole di dati: provengono tutti dal gruppo Banca Popolare di Vicenza.
Il materiale di questo “BpVi leaks” va letto come un “estratto conto”: una selezione, appunto, dei legittimi rapporti bancari intercorsi tra Palazzo Chigi e l’allora Popolare. Rapporti il cui inizio potrebbe essere retrodatato probabilmente ai primi anni 2000 e forse anche prima. Di certo BpVi non è stata l’unica banca operativa con i Servizi: lo testimoniano tre giroconti con Bnl, datati 15 febbraio 2010, per un totale di 9 milioni registrati dall’Aisi nella filiale romana numero 895 — non più operativa — di Banca Nuova.
Quanto ai nomi, è impossibile stabilire se le identità siano reali, poiché con i normali strumenti giornalistici non è dato verificarli né accertare eventuali omonimie. Ma i controlli condotti sulle fonti aperte avvalorano l’impianto complessivo dei file, che appaiono consistenti. Insieme a schiere di anonimi sparsi in tutta Italia, tra i beneficiari dei versamenti ci sono i nomi di contabili del ministero dell’Interno «inquadrati nel ruolo unico del contingente speciale della Presidenza del Consiglio dei ministri», personale della Protezione civile e del Dipartimento Vigili del fuoco, funzionari del Consiglio superiore della Magistratura. Poi avvocati, dirigenti medico-ospedalieri, vertici di autorità portuali e di istituzioni musicali siciliane.
Ci sono giovani autori e registi di fortunatissimi programmi di infotainment di tv nazionali private, conduttori di trasmissioni di successo sulla radio pubblica, fumettisti vicini al mondo dei centri sociali. Ma soprattutto i vertici dell’intelligence italiana, dotati di poteri di firma sui conti, e alti funzionari territoriali dei Servizi e delle forze dell’ordine: ufficiali del Carabinieri con ruoli in sedi estere, ispettori della Polizia di Stato coinvolti nel processo dell’Utri del 2001, dirigenti dell’ex centro Sisde di Palermo già noti alle cronache per vicende seguite all’arresto di Totò Riina. C’è pure un anziano parente del “capo dei capi” di Cosa Nostra (o qualcuno con lo stesso nome). E ci sono impiegati di Banca Nuova. O, ripetiamo, loro omonimi.
Oltre ai Servizi e a BpVi, un solo soggetto ha tutti gli strumenti per dare risposte precise: è la padovana Sec, il centro servizi informatici che, prima del salvataggio del Fondo Atlante e della cessione a Intesa Sanpaolo, era partecipato da una decina di soci capitanati da BpVi (la capogruppo deteneva il 47,95% del capitale di Sec, Banca Nuova l’1,66%) e Veneto Banca (con il 26,13% del capitale).
Il database della Sec è la chiave per capire quali legami collegavano Vicenza ai servizi segreti della Capitale e di Palermo: partendo, ad esempio, dai codici relativi alla banca (33 identifica l’ex Popolare Vicenza, 61 invece Banca Nuova), a quelli delle filiali, all’identificativo del cliente (il cosiddetto “Ndg”) e al numero di conto. Proprio l’istituto siciliano del gruppo BpVi è centrale, per più di un motivo, in queste carte. Alcuni addetti della Sec, che in questi giorni seguono la “migrazione informatica” al gruppo Intesa Sanpaolo, sono di certo in grado di ricostruire la mappa delle informazioni.
La società consortile di informatica per il settore creditizio non è stata, dunque, soltanto un hub tecnologico. Non pare un dettaglio casuale il fatto che Samuele Sorato, l’ex consigliere delegato della Vicenza, avesse iniziato la propria scalata interna al gruppo BpVi partendo come semplice ragioniere programmatore proprio da Sec. Né lo è il fatto che il braccio destro nonché uomo di fiducia di Gianni Zonin non abbia mai abbandonato la carica di presidente della società di servizi padovana, sino ai dissidi con Zonin e alle sue dimissioni del maggio 2015. Lo stesso Samuele Sorato, secondo alcune fonti, avrebbe esercitato un forte controllo diretto sulla Sec. Eppure, sempre secondo queste fonti, i sistemi di sicurezza del database di Sec sarebbero inadeguati: «Il sistema informativo è carente sotto tutti i profili».
Che i sistemi informatici del gruppo Popolare di Vicenza fossero attentamente monitorati dall’interno è indicato anche da alcune recenti dichiarazioni rilasciate alla Commissione d’inchiesta parlamentare sulle banche, secondo le quali durante le ispezioni di vigilanza le procedure informatiche dell’ex Popolare di Vicenza erano costantemente a rischio di essere disattivate “dall’alto” in qualsiasi momento, a seconda della bisogna. La scelta della Vicenza come interfaccia bancaria di Palazzo Chigi pare dunque basata più su logiche “politiche” che di qualità dei servizi — con o senza l’iniziale maiuscola.
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