Non si fa mai in tempo ad indicare la
Luna, che qualche editorialista de Il Sole 24 Ore continua a guardare il
dito. Qui però non si tratta di stolti, ma di ben educati alfieri del liberismo
proni e pronti a procurar sciagure ai diseredati. Il tema, nostro
malgrado, è ben noto: l’atavico problema della disoccupazione che
attanaglia l’economia italiana. La risposta della stampa padronale, con
minime variazioni sul tema, è sempre la stessa: quella sbagliata.
Di recente Il Sole 24 Ore ha pubblicato l’ennesimo articolo in cui la colpa della disoccupazione giovanile ricadrebbe ancora una volta sui giovani stessi. Quale sarebbe la loro colpa, nello specifico? Avere scelto un percorso di studi non congruo alle richieste del mondo del lavoro. Ad un buon osservatore, potrebbe far già ridere così. Ma proviamo ad andare con ordine.
Qual è il paradigma che ispira l’autore
del pezzo lo si capisce dalle prime righe: la domanda aggregata non ha
alcuna importanza, nel determinare il livello d’occupazione. Detto
altrimenti, secondo l’autore per le imprese non è rilevante quanta
domanda di beni (e servizi) si trovino a dover fronteggiare, nel
decidere quante persone assumere. Il problema vero, apparentemente,
risiederebbe negli sbagli fatti dai ‘giovani’ al momento di scegliere
quale scuola superiore frequentare o a quale facoltà iscriversi: abbiamo
pochi studenti che frequentano i corsi di avviamento professionale e
troppi che invece si accaniscono nelle inutili lauree umanistiche.
“L’Italia ha anche la più bassa
percentuale di laureati in Europa”, afferma anche l’autore, e aggiunge:
“questa scarsità però non si traduce in un vantaggio”. Pare di capire,
quindi, che il problema sia che in pochi si iscrivono all’università e
buona parte di quelli che lo fanno si iscrive alla facoltà sbagliata. Ad
aggiungere la beffa al danno, tra i molti che invece all’università non
ci vanno solamente pochi scelgono scuole utili, cioè quelle che
idealmente dovrebbero trasformare lo studente in un precoce e
spersonalizzato ingranaggio della catena produttiva.
Scorrendo l’articolo, si susseguono una
serie di domande retoriche, a cui vengono date risposte controverse e
contraddittorie. “Come è possibile che i nostri (relativamente pochi)
laureati non riescano a soddisfare le esigenze delle imprese?”, si
chiede l’autore. La domanda genera però un paradosso che l’autore non
sembra cogliere. Ai troppi laureati in discipline umanistiche, che
stentano a trovare lavoro poiché formati in materie non in linea con le
esigenze del mercato, si affiancherebbe un numero esiguo – a questo
punto – di laureati in facoltà tecniche. Questi ultimi però tendono a
essere sovra-qualificati rispetto alla posizione lavorativa che si
trovano a ricoprire. Come il combinato disposto delle due costatazioni
possa far ritenere che la soluzione al problema della disoccupazione
risieda in una scelta più oculata del percorso di studi, non ci è dato
sapere. Come i giovani possano avere delle responsabilità nel non
riuscire a districarsi in questo ginepraio, è incomprensibile: da un
lato, si sostiene fin dal titolo che esistano lauree inutili;
dall’altro, si ammette che i pochi laureati ‘utili’ non trovino un posto
adatto alle loro qualifiche e adeguatamente pagato. Per quale ragione
il ‘giovane’, anche quello desideroso di fare la scelta più atta a
“soddisfare le esigenze delle imprese”, dovrebbe iscriversi alla facoltà
‘giusta’, se questo implica finire a lavorare sottopagati?
Ma non finisce qui. Parte delle responsabilità viene attribuita anche alle famiglie
che “nella scelta della scuola superiore sono troppo focalizzate su
aspetti di breve termine (il gradimento dello studente, l’impegno
necessario, la qualità percepita dell’istituto) e troppo poco sugli
aspetti di lungo periodo, come le prospettive in termini di mercato del
lavoro o accesso all’università”. Dovrebbero, per farla breve,
prediligere i cosiddetti programmi di vocational training. Questi programmi, la cui introduzione è fortemente incentivata dall’Ocse e dalle istituzioni europee,
rappresentano quello che ai tempi della scuola esplicitamente classista
si chiamava avviamento professionale, un’alternativa al percorso
scolastico generalista il quale, a differenza del primo, permetteva
l’accesso all’università. Nella loro versione contemporanea, i
cosiddetti percorsi di istruzione e formazione professionale (IeFP) sono
percorsi triennali o quadriennali, finalizzati all’ottenimento di un
diploma professionalizzante e strutturati congiuntamente tra le Regioni e
le imprese. Prevedono attività di stage, di laboratorio e di
apprendistato: una vera e propria fabbrica di manodopera per le imprese.
Fa dunque capolino il consueto paragone
con la Germania, la quale presenterebbe dei tassi di disoccupazione dei
laureati decisamente più bassi dell’Italia. Ciò testimonierebbe come i
giovani tedeschi siano in grado di scegliere con più efficacia il
proprio percorso di studio. Andando a guardare i dati Eurostat,
tuttavia, possiamo permetterci di avanzare qualche dubbio
sull’interpretazione del fenomeno. La Germania mostra tassi di occupazione sensibilmente più alti di quelli italiani per qualsiasi classe di istruzione.
Nel 2018, il tasso di occupazione per i lavoratori che non hanno più
che la quinta elementare (o l’equivalente tedesco) è di quasi 5 punti
percentuali più alto in Germania che in Italia (48,3% vs. 43,8%); 16% in
più tra i diplomati (80% vs. 64%) e 9% tra i laureati (88% vs. 79%). Il
quadro è variegato e risulta difficile sostenere che in Italia ci sia
un problema specifico riguardante i lavoratori maggiormente
specializzati, soprattutto volendo collegare questo risultato alla
laurea scelta. Tra l’altro, si può notare come il tasso di occupazione
cresca al crescere della qualifica, il che da sé fornirebbe un indizio
contro la ben nota retorica dello studio che non serve a trovare lavoro e
della convenienza nell’intraprendere percorsi di studi superiori
professionalizzanti, invece che proseguire con gli studi universitari.
Soprattutto, è necessario leggere questi dati tenendo conto che il tasso
di occupazione complessivo nel 2018 è stato in Germania ben 17 punti
maggiore di quello Italiano (79,9% vs. 63%) ed è quindi necessario, per
affrontare il tema della disoccupazione, fare riferimento alla
situazione complessiva del mercato del lavoro che, come sappiamo,
dipende dalle dinamiche della domanda aggregata: se l’economia tira e
c’è un’alta domanda di beni e servizi, le imprese assumono per poter
produrre quanto viene loro domandato. Voler far passare la situazione
sopra descritta come una pura e semplice questione di ‘qualità’ dei
giovani che si offrono sul mercato del lavoro invece è non solo
sbagliato, ma rappresenta bene l’ideologia che anima e arma questa
retorica fortemente classista e antistatalista.
Proviamo comunque, per un attimo, a
prendere sul serio l’argomento proposto dall’autore e più in generale da
questo filone di pensiero. Non ci vuole molto a rendersi conto che i dati smentiscono in maniera netta questa narrazione, che vede nel mismatch la principale causa della disoccupazione in Italia.
Facciamo un passo indietro: cosa si intende per mismatch nel mercato del lavoro? Si parla di mismatch
(o effetto disallineamento) riferendosi a quei casi in cui le imprese
vorrebbero assumere più lavoratori ma non riescono a trovare candidati
in linea con le loro esigenze. Per valutare questo fenomeno, in
economia, si fa riferimento ai posti vacanti, che sono esattamente le
posizioni aperte presso i datori di lavoro che ancora devono essere
occupate. Per quanto il mismatch possa dipendere da fattori
tipicamente congiunturali (come le varie fasi del ciclo) o temporanei
(quali la c.d. disoccupazione frizionale), i teorici neoliberisti
attribuiscono il problema esclusivamente alla rigidità del mercato del
lavoro in entrata e in uscita o, nella versione apparentemente più
edulcorata, alla mancata (auto)formazione della classe lavoratrice, che
non sarebbe adatta a soddisfare le esigenze del mercato. Bene, andando a
guardare i dati, sembrerebbe che il problema riguardi più la Germania
che l’Italia. Il tasso di posti vacanti in Germania, a fine 2018, è pari
al 3,4%, con un numero di posti vacanti che è oscillato tra 1.200.000 e
1.400.000. In Italia, invece, il tasso di posti vacanti è pari al 1% e
il numero assoluto delle posizioni aperte non occupate è di poco
superiore a 200.000, a fronte di oltre due milioni di disoccupati. Abbiamo già sottolineato
come basterebbe questo dato a sgonfiare la retorica della
disoccupazione ‘da offerta’ nel nostro Paese, ma pare che la realtà,
nonostante la sua durezza, non riesca a scalfire l’insormontabile
montagna retorica liberista.
Anche volendo accettare per assurdo l’interpretazione teorica della disoccupazione da mismatch,
emergerebbe comunque un problema logico per i sostenitori di questa
impostazione. Fingiamo per un momento che davvero da parte delle imprese
ci sia questo indomabile e frustrato desiderio di assumere. Come mai
gli esperti del giornale di Confindustria non consigliano a queste
imprese un semplice rimedio che, all’interno del loro paradigma teorico
di riferimento, dovrebbe risultare infallibile? Volendo credere ai
meccanismi noti come curve di domanda e offerta di lavoro – strumenti
teorici ‘volgari’ e completamente screditati
da un punto di vista logico e analitico – sarebbe sufficiente aumentare
a sufficienza i salari in quei settori in cui più pesa, come dice
l’autore, la scarsità di offerta. Questo forse aiuterebbe a risolvere
entrambi i presunti problemi che attanaglierebbero l’economia italiana:
renderebbe più appetibili posizioni lavorative che potrebbero essere
occupate anche da lavoratori altamente specializzati provenienti
dall’estero – qualora non fossero disponibili in Italia – e
incentiverebbe la scelta di quelle facoltà che forgiano le competenze
che servono al nostro sistema produttivo.
Tuttavia, una curva di domanda
decrescente nel salario, che postula cioè che ci sia una relazione
inversa tra numero di lavoratori richiesti dalle imprese e salario di
mercato (al diminuire del salario le imprese assumeranno più lavoratori e
viceversa), sembra esistere solamente quando serve ai padroni, come
strumento da brandire per chiedere tagli salariali per far ripartire
l’occupazione. L’aumento dei salari, invece, è un vero e proprio tabù. E
questo accade nonostante in tale maniera la teoria economica del mismatch, che è bene ricordarlo è un apparato analitico del nemico di classe, perda di coerenza interna. Persino Paul Krugman,
non certo un economista eterodosso, ma pura espressione di una variante
“progressista” del pensiero economico dominante, ha recentemente
criticato l’idea che negli USA esista un problema di disallineamento,
asserendo che, se fosse vero, nei settori in cui la scarsità di offerta è
maggiore si sarebbe dovuto notare un aumento dei salari che in realtà
non si nota.
A tutto questo si può aggiungere un altro
paradosso: nonostante si sostenga che “l’Italia doppia la Germania per
laureati in scienze sociali e in discipline artistiche e umanistiche”, i
dati Istat ci dicono che il tasso di posti vacanti nel settore
dell’istruzione in Italia è superiore alla media di tutta l’economia
(1,1% nel terzo trimestre del 2018 e 1,9% nel secondo) e che quindi le
discipline umanistiche non sono necessariamente l’anticamera per un
futuro di disoccupazione.
In ogni caso, un quadro così complesso
non scalfisce le convinzioni del giornalista del Il Sole 24 Ore, che
conclude con le ben note ricette di stampo liberista: sussidiare le
imprese, affinché si impegnino “in investimenti che facciano crescere il
livello tecnologico delle produzioni, ma soprattutto spingere il pedale
dell’acceleratore sull’attrattività e la comprensione di programmi di vocational training, puntando sulla formazione professionale più efficace e su politiche attive del lavoro”.
Scaricare tutto l’onere della
disoccupazione su chi è disoccupato e cerca lavoro e sulle sue scelte
formative assomiglia più ad un’operazione ideologica, assai lontana da
un’analisi seria e verificabile del mercato del lavoro del paese,
finalizzata a difendere politiche economiche e del lavoro di stampo
liberista, che persistano nell’opera di compressione dei salari e dei
diritti del lavoro. Né sembra coerente tenere insieme queste tesi e la
proclamata necessità di spostare il Paese su una frontiera tecnologica
più alta: come lo si fa in un contesto in cui l’azione e la
programmazione pubblica sono impossibili e rappresentati come il male da
estirpare? Tra l’altro, proprio questo approccio ha favorito e
teorizzato la svendita dell’intero sistema produttivo pubblico, composto
dalle imprese più produttive e innovative del Paese, nella convinzione
che un processo di privatizzazione diffusa ci avrebbe garantito un
sistema più efficiente e dinamico, grazie all’intraprendenza del settore
privato. Invece, proprio gli investimenti privati, incentivati solo a
colpi di tagli dei salari e del costo del lavoro, sono rimasti al palo,
non avendo il Paese nessuna prospettiva concreta di crescita, azzoppato
com’è da tagli continui alla spesa pubblica e da una dinamica dei
consumi sfiancata, tra l’altro, da salari da fame.
È chiaro che la soluzione per
incamminarsi su un sentiero di crescita occupazionale, che riguardi
anche i giovani e tutte le categorie più svantaggiate, non possa che
risiedere su due pilastri: da un lato, su un rinnovato stimolo alla domanda aggregata da parte dello Stato tramite una politica fiscale realmente espansiva; dall’altro su un nuovo ciclo di lotte per l’aumento dei salari,
che comporti la crescita dei consumi e permetta di combattere la
crescente disuguaglianza. Una duplice ricetta che richiede
inevitabilmente la riappropriazione di tutti gli strumenti di politica
economica, ad oggi resi inutilizzabili dai trattati europei.
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