Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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02/03/2021

Migrazioni per ricchi. Dalla politica ai veri centri di potere

È di due giorni fa la notizia che l’On. Domenico “Marco” Minniti si è dimesso da parlamentare per andare a fare il Presidente della Fondazione MED-OR, neonata struttura che nasce quale emanazione diretta dall’industria bellica nazionale Leonardo (ex Finmeccanica).

La Fondazione in questione viene presentata come “un ponte attraverso il quale far circolare idee, programmi e progetti”, ed opererà per trasferimento di tecnologie tradizionali ed innovative e per l’alta formazione ed il trasferimento capacitivo.

Aree geografiche di interesse della formazione per i fini anzi detti saranno l’Africa mediterranea oltre a Medio ed Estremo Oriente, ovvero “l’orto di casa nostra” e l’area geografica di maggior espansione economica in questo momento storico.

Si può proprio dire l’uomo giusto al posto giusto! Minniti, per i passati incarichi politici ricoperti sia alla giuda politica delle nostre strutture informative, sia al Ministero degli Interni, conosce bene i paesi mediterranei, e le loro dinamiche interne ed internazionali, sia palesi sia nascoste, mentre per l’estremo oriente si presenta comunque come interlocutore presentabile e, soprattutto, affidabile.

Dovrà presumibilmente curare l’incremento della vendita delle armi italiane in quei paesi, ma soprattutto creare, mantenere e curare, contatti di tipo politico ad alto livello per incrementare le relazioni economiche: vuoi mettere Minniti con Di Maio?

Alcuni mesi fa anche l’On. Maurizio Martina, pure lui esponente del Partito Democratico e già ministro dell’agricoltura si è dimesso da parlamentare, per andare a ricoprire il ruolo di Vice Direttore Generale aggiunto della FAO (mica roba da poco), un ruolo fatto apposta per lui, infatti se è “aggiunto” vuol dire che un titolare della carica già c’era, e c’è tuttora. Chi di dovere ha creato appositamente una casella per lui.

Il ruolo è di primaria importanza non solo a livello internazionale, ma anche interno, eventuali eccedenze produttive della nostra agricolture, tipo il riso, eventualmente potrebbero essere ora acquistate dalla FAO con più facilità rispetto a prima.

A completare il quadro delle dimissioni da parlamentare di eletti nelle file del PD c’è Pier Carlo Padoan, già ministro dell’economia e delle finanze nei governi Renzi e Gentiloni, dal 22 febbraio 2014 al 1 giugno 2018, che è stato nominato componente del CdA di Unicredit e che ne diventerà presidente.

Sinceramente non credo che la nave stia affondando, evento da cui i topi scappano, ma ritengo che stiamo assistendo ad un ricollocamento mirato di esponenti del PD in posti chiave di altissimo potere, sia a livello nazionale che sovranazionale, atti a garantire, oltre alle fortune personali, anche un reale peso di una parte del ceto politico del così detto centro-sinistra per il dopo Draghi.

Si dà evidentemente per scontato che le prossime elezioni saranno vinte dal così detto centro-destra, ma piazzando propri uomini in alcuni posti chiave ci si assicura di contare nel “potere reale” molto di più di quanto i risultati elettorali possano poi assicurare in quello politico.

Tra pochi mesi si aprirà la partita delle nomine in 500 consigli di amministrazione di importantissimi enti economici controllati, in tutto o in parte, dallo Stato. Le nomine le farà Draghi, ed oltre a nomi di diretta emanazione del mondo e degli interessi che lui rappresenta sarà interessante vedere, e capire, chi e dove le varie “bande” che operano oggi nel palcoscenico politico nazionale metteranno i loro uomini.

Il potere reale di questo nostro paese si sta ridisegnando, il mondo e l’Italia post pandemia non saranno come prima, i cambiamenti stanno già avendo luogo, in molti casi senza che ce ne rendiamo conto; il futuro sembra campo di battaglia di ristrettissime oligarchie internazionali, come sempre pronte a governare politica ed economia, in difesa dei loro interessi di classe e gettando sempre più ai margini economici e sociali vaste masse di esseri umani (quanto sta succedendo nell’agricoltura indiana ne è un esempio paradigmatico).

Contro tutto questo è sempre più necessario che tutte le forze comuniste ed anticapitaliste, con tutti i loro attuali limiti, facciano fronte comune.

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03/03/2019

La manifestazione di Milano. Tanta gente in piazza, e poi?


La manifestazione di ieri a Milano era stata promossa da una trentina di associazioni, dall’Arci a Cgil Cisl Uil sullo slogan “People: prima le persone”. Nella coreografia spiccava un carro a forma di barcone – a ricordare i molti migranti morti in mare o respinti – e un altro contro la legge Pillon che indica una complessiva regressione civile del paese.

Il deus ex machina della manifestazione, nata come una sfida al decreto sicurezza di Matteo Salvini, era stato a gennaio l’assessore comunale al Welfare, il piddino Pierfrancesco Majorino che, pare, intende candidarsi alle prossime elezioni europee. L’associazionismo democratico e solidale milanese ha subito prontamente risposto all’appello, sia perché la realtà consegna quotidianamente episodi di razzismo e de-solidarizzazione che gridano vendetta, sia perché – ed è difficile negarlo – con il possibile ritorno della “Ditta” (ex Pci/Pds/Ds) alla guida del Pd, l’associazionismo collaterale spera di poter tornare a contare dopo la parentesi renziana che aveva sminuito o liquidato i cosiddetti ”corpi intermedi”.

Al corteo, come prevedibile, non mancava nessuno, neanche “il consiglio di fabbrica della Rizla” (come ironizzava una canzone del cantautore milanese Gianfranco Manfredi) ed hanno partecipato esponenti della politica e mondo dello spettacolo milanese, dal sindaco di Milano Giuseppe Sala a Ornella Vanoni, ma soprattutto i candidati alla segreteria del Pd Maurizio Martina e Nicola Zingaretti immortalati in una foto “segnante”. Quest’ultimo, nel corso della manifestazione, ha dichiarato che: “Questa maggioranza vive sulla propaganda ed è motivata solo dalla cultura dell’odio, l’odio non produce crescita, lavoro e serenità, per questo serve un’altra idea di Paese e il centrosinistra deve rifondare la sua identità”.

Il sindaco Sala, dal canto suo, ha provato a fare la quadratura del cerchio sul piano economico ed etico: “Costa fatica, ma mi sento di dire che i milanesi hanno bisogno di sentirsi solidali e sono passati i tempi in cui solo l’idea di successo, soldi e crescita dei consumi è attrattiva per le città”. Insomma la società civile produttiva e competitiva per eccellenza avrebbe dentro di sé anche uno spazio per la solidarietà. E’ l’esegesi del liberismo. Prima si fanno morti e feriti con le misure economiche antipopolari, poi si usano gli interstizi per non perdere completamente l’anima. Non solo. A Milano il Comune avalla i “pattuglioni” della polizia nelle zone degli immigrati in nome della sicurezza ma critica Salvini per il suo Decreto.

Nasce forse da questa sintesi del sindaco Sala l’eterno ritorno alla “catarsi” con cui i dirigenti del centro-sinistra ambiscono a recuperare immagine e verginità politica dopo i danni sociali provocati dalle scelte strategiche dei loro governi. Era accaduto con Berlusconi, sta accadendo di nuovo con Salvini, anche se l’obiettivo dichiarato sembrano essere più i Cinque Stelle dove è visibile una crisi della base elettorale. E’ leggibile nitidamente nell’editoriale di oggi di Eugenio Scalfari e nelle parole di Prodi su La Repubblica.

Ma fin qui la radiografia della manifestazione di Milano è facile, seppur parziale.

Le rogne si presentano quando nei “movimenti” e nella sinistra radicale o antagonista si apre la lacerante – e ripetuta – discussione su come rapportarsi ad eventi politici che hanno le caratteristiche sopra indicate ma che, richiamando in piazza tanta gente, mettono a dura prova le tesi di chi prova a indicarne le contraddizioni a venire piuttosto che quelle visibili oggi.

A Milano e dintorni le realtà di movimento e della sinistra radicale si sono in larga parte convinte ad essere nella manifestazione proprio perché la quantità (i manifestanti) ne era il punto di qualità. Lo hanno fatto con ragionamenti semplici ma non del tutto nuovi: alla manifestazione c’è tanta gente, attraversiamo questo momento di massa con i nostri contenuti e contrastiamo così l’egemonia del Pd sulle aspettative della gente in buona fede la quale afferma giustamente che vengono “prima le persone”. A memoria occorre ammettere che nei decenni ci si è riusciti solo una volta, quando nel 1992 volarono i bulloni ad una manifestazione di Cgil Cisl Uil di fronte all’ennesima svendita delle conquiste dei lavoratori. In tutte le altre innumerevoli occasioni simili, l’affermazione di contenuti diversi o più avanzati di quelli della gestione ufficiale non è mai riuscita. E per onestà occorre dirselo e ammetterlo.

Sulla questione, da sempre, ci sono interminabili discussioni tra i sostenitori di questa tesi e quella che non intende fare sconti ai responsabili (il Pd e i suoi ambiti collaterali) di una situazione pesante e regressiva sul piano politico, sociale e civile del paese, incarnata dall’egemonia della destra sul governo e in crescenti ambiti della società. Indubbiamente il richiamo all’unità, al sentirsi meglio in tanti che in pochi, ha una sua forza narrativa. Ma anche qui occorre assumersi la responsabilità – impopolare – di non accettare la sistematica catarsi con cui il Pd cerca di far dimenticare nelle piazze, quando è all’opposizione, quello che fa concretamente quando governa.

Il problema dunque non è dividersi su una manifestazione. Le manifestazioni sono diventati eventi di massa che vengono consumati in un giorno. Il problema è capire quale funzione si vuole esercitare dentro questa società e tra la nostra gente che “per rabbia e per rancore” ha affidato le sue aspettative a forze spurie (il M5S) e o reazionarie (la Lega).

Ripresentarsi come un terminale di quella “sinistra di governo” ormai invisa ai settori popolari, agli operai delle fabbriche che chiudono, alla gente delle periferie come ai ceti medi impoveriti (e quindi meno civili e “riflessivi” di quelli che guardano al Pd e alla sinistra), è un terreno impraticabile. O almeno lo è sicuramente per un movimento antagonista sul piano degli interessi sociali e alternativo sul piano delle ipotesi di governo del paese.

Continuare a lacerarsi se “attraversare” o no manifestazioni come quella di Milano (o quella di Cgil Cisl Uil di alcune settimane fa) è una perdita di tempo, di identità e di progettualità. Di manifestazioni come questa ce ne sono state tante e ce ne saranno ancora. Nella migliore delle ipotesi ci costringono su un terreno subordinato che riduce il nostro spazio politico e la nostra autonomia di intervento sulle contraddizioni sociali e civili del paese. Da qui si ricomincia.

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20/09/2018

Elezioni europee. Tra liberali e nazionalisti una contrapposizione ingannevole

In vista delle elezioni europee il segretario del Pd Martina ha fatto il più scontato – e irricevibile – degli endorsment alla proposta del presidente francese Macròn. “Dobbiamo lavorare per costruire una grande alleanza da Tsipras a Macron, e ovviamente con il Pse. L’idea di un’alleanza tra Salvini, Orban e Le Pen deve preoccupare”. Una dichiarazione rilanciata alla vigilia del vertice dei leader Pse che precede il summit informale europeo di Salisburgo. “Al vertice discuteremo anche di questo”, ha aggiunto Martina.

Qualche giorno fa era stato il presidente francese ad avanzare la proposta di un fronte repubblicano con dentro di tutto e di più per contrastare elettoralmente le liste di destra a livello europeo. Insomma una sintesi di tutta la geografia dell’europeismo liberale, sia quello di destra che quello di sinistra. In pratica di coloro che hanno gestito il massacro sociale dovuto alle misure di austerity imposte alle popolazioni europee, con particolare accanimento contro i paesi della periferia.

Su come si approccerà a questa proposta Tsipras ancora non è noto. Un eurodeputato di Syriza ha però già dichiarato di condividerla e probabilmente, vista la sistematica scalata di esponenti provenienti dal Pasok nelle leve decisionali di Syriza, tutto lascia pensare che la proposta di Macròn troverà attenzione ad Atene.

Ma la prima doccia fredda su questa proposta di unione sacrèe contro la destra, viene dal ponderato Le Monde Diplomatique. In un articolo scritto a quattro mani sul numero di settembre, due redattori storici come Serge Halimi e Pierre Rimbert, concludono una lunga analisi respingendo l’idea che sia in gioco una contrapposizione strategica tra democrazia e populismo: “Ridurre ostinatamente la vita politica dei decenni futuri allo scontro tra democrazia e populismo, tra apertura e sovranismo, non recherà alcuna alcun sollievo a quella porzione crescente delle categorie popolari che è “disincantata” nei confronti di una democrazia che l’ha abbandonata e in una sinistra trasformatasi in partito della borghesia istruita”.(1)

In Italia a spendersi su questa ipotesi finora è stato Massimo Cacciari (anche la sua influenza nel paese non arriva oltre Lilli Gruber che lo intervista a ogni piè sospinto). In una intervista Cacciari ha chiarito che : “La mia idea è fare leva sulla scadenza elettorale del 2019 per costruire un simbolo europeo. Le forze che condividono questo progetto si mettano insieme, in modo transnazionale: Macron in Francia, Ciudadanos in Spagna, Tsipras in Grecia, che è stato bravissimo. Un progetto che si chiami Nuova Europa. Senza questa iniziativa il Pd rischia la liquidazione. O ti ritiri e cavalchi in retromarcia o sfidi i populisti e i sovranisti su questo terreno”.

Ma sulla grande coalizione liberaldemocratica si dice possibilista anche Renzi che non ha escluso la nascita di un fronte comune contro i nazionalpopulisti, un fronte con Pse, Macron, Alde e verdi: “Non penso possa proporlo un ex premier italiano”, ha spiegato, “io vorrei dentro anche Tsipras, un fronte da Macron a Tsipras. Se ci sarà un candidato socialista, vorrei uno capace di dialogare con tutti, uno come Frans Timmermans, di cui abbiamo parlato anche con Minniti di recente, sarebbe un ottimo candidato”.

Inutile dire che l’idea del fronte europeista da Macron a Tsipras entusiasma tanto La Repubblica ed anche Il Corriere della Sera.

Forse sarà superfluo ribadirlo per i nostri lettori, ma talvolta repetita juvant.

Se e come ci misureremo con le elezioni europee lavoreremo ad un terzo polo con le forze popolari e di rottura venute fuori in questi anni in Francia, Spagna, Portogallo, Germania. E lo faremo proprio per combattere entrambe le opzioni messe in campo dalla borghesia europea: sia quella reazionaria che, nella migliore delle ipotesi, si candida a gestire il declino sociale giocando su razzismo e autoritarismo, sia quella liberaldemocratica che ha provocato il declino e il boom delle disuguaglianze sociali in Europa e vorrebbe continuare a farlo come prima.

Se saremo in campo sarà dunque per spezzare quella che anche Le Monde Diplomatique liquida come “contrapposizione ingannevole”, e per rompere la gabbia dell’Unione Europea dove destra xenofoba e liberali vogliono continuare a tenere subalterne e sottomesse le classi popolari... senza differenze sostanziali.

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08/05/2018

Un fungo potrebbe fermare la Xylella e la stupida volontà di eradicare

E’ l’esito di una ricerca condotta dai ricercatori dell’ SPA (Istituto di Scienze delle Produzioni Alimentari) del CNR per valutare l’attività in vitro di componenti antimicrobici contro la Xylella fastidiosa.

I test biologici hanno rivelato diverse informazioni sull’influenza esercitata dagli antibiotici usati sulla crescita del batterio della Xylella, ma il risultato più incoraggiante è stata riscontrata nell’attività antagonista nei confronti della Xylella da parte di alcuni composti fungini che il team di ricercatori ritiene possono essere oggetto di ulteriori ricerche per il trattamento preventivo e curativo di piante di ulivo malate o a rischio di sindrome da declino rapido.

La ricerca è stata pubblicata a fine dicembre 2017 e diffusa nel mese di marzo 2018 proprio mentre il ministro Martina firmava il decreto che prevede l’eradicazione di tutti gli alberi di ulivo nel raggio di 100 metri da alberi infetti, il diserbo dei terreni entro il 30 aprile e quattro trattamenti chimici nei mesi di maggio, giugno, settembre e dicembre.

Il decreto consiglia l’utilizzo di Acetamiprid e di Imidacloroprid, molecole che oltre a causare la morte di tutti gli insetti impollinatori sono considerati potenti neurotossici e sono stati banditi dall’Unione Europa ad aprile 2018 – un mese dopo il decreto Martina e con voto favorevole dell’Italia – con possibilità di utilizzo limitato alle serre senza contatto con le api. In una regione già devastata dall’inquinamento si impone un insetticida neurotossico vietato dall’UE con sicure ripercussioni sulla biodiversità degli insetti impollinatori e sulla produzione di frutti nei prossimi mesi.

Nel frattempo il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano chiede a Gentiloni, capo del governo ad interim, strumenti legislativi per procedere con più forza alla eradicazione di ulivi superando certi “impicci di natura giuridica” con chiaro riferimento al pronunciamento del Tar di Puglia che ha accolto il ricorso di un olivicoltore che chiede che si verifichi il carattere di monumentalità degli alberi prima dell’eradicazione.

Emiliano teme le sanzioni dell’UE e vantando di aver eradicato più ulivi dei commissari mandati precedentemente dal governo a gestire l’affare xylella, dichiara che non considera l’abbattimento degli alberi l’unica soluzione possibile “ma l’adempimento alle leggi viene prima di tutto”. Quella che tutela gli ulivi secolari evidentemente vale meno delle altre, meno dei piani europei e meno dei decreti ministeriali che impongono l’uso di insetticidi vietati dall’UE.

Quello che pare evidente è che di patogeni a distruggere il nostro ambiente, le nostre coltivazioni e a minare la nostra salute ce ne sono tanti ed i più pericolosi sono quelli istituzionali. La microbiologia ci insegna, e la ricerca lo conferma, che l’attività patogena si combatte coltivando forme fermentative antagoniste ai patogeni che tendono a prevalere e a ridurre la biodiversità delle comunità batteriche. E questa sembra essere l’unica soluzione sia per la Xylella che per la politica italiana.

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04/05/2018

Il regalo di Martina alla Bayer: pesticidi neonicotinoidi a tappeto nel Salento

Un provvedimento governativo impone un attacco chimico senza precedenti ad una delle terre più amate d’Italia, meta turistica di tutta Europa, al suo ecosistema e alla sua biodiversità, alla sua economia basata su cibo genuino e bellezze naturali, alla popolazione nativa e alle tante persone che in questi anni hanno scelto di trasferirsi proprio per la peculiarità del rapporto tra natura e cultura. A rischio perfino le certificazioni biologiche del territorio: anche Aiab, il principale organismo di controllo bio italiano, prende posizione. Dove sono le evidenze scientifiche dei benefici dell’Imidacloprid rispetto al disseccamento degli ulivi, tanto da bilanciare i suoi costi? Oppure si tratta di finire le scorte di questo pericoloso pesticida della Bayer, visto che dal 2019 sarà vietato in tutta Europa?

Di regali alle multinazionali gli ultimi due governi fotocopia di finta-sinistra ne hanno fatti tanti, ma forse questo è il più spettacolare di tutti: con la scusa della Xylella o forse proprio grazie al fatto di essere riusciti a propagare questo batterio in Salento (ma non si hanno elementi per stabilire con certezza condivisa né le origini né la reale portata del batterio), il Ministro delle Politiche Agricole Maurizio Martina ha imposto a partire dal 2 maggio, per decreto, l’utilizzo a tappeto di pesticidi neonicotinoidi in tutto il Salento, per il periodo maggio-dicembre.

Gli stessi neoenicotinoidi sono ormai riconosciuti come pericolosi “apicidi”. Ma la cosa assurda e davvero sensazionale è che pochi giorni fa, il 27 aprile, “i paesi membri dell’Ue hanno approvato la richiesta della Commissione di porre fine all’utilizzo nei campi all’aperto dei tre neonicotinoidi nocivi a partire dalla fine del 2018, consentendone l’uso solo in serra.” [da E’ arrivato lo stop ai pesticidi]

E’ dunque, il decreto Martina, un risarcimento alla Bayer, imposto esattamente nella finestra di tempo che rimane prima dell’attuazione delle decisioni europee? Non è forse arrivato il momento di voltare pagina e riflettere su quello che sta succedendo a questa sinistra geneticamente modificata che fornisce e promuove servitù coatte al capitalismo finanziario? Maurizio Martina è l’attuale reggente del PD, ricordiamo.

Non è arrivato il momento di svegliarsi dall’assuefazione del “popolo della sinistra” ad uno scientismo criminale applicato pavlovianamente e fideisticamente a tutta l’esistenza, con la giustificazione di emergenze inventate sui media e puntuali come un orologio, e con soluzioni peggiori dei problemi, ogni volta che c’è un investimento da fare da parte di un colosso economico?

Invece di vomitare bile ogni giorno contro i vegani e l’omeopatia per sfogare le sue psicosi, non sarebbe ora che l’uomo medio civile uscisse dal silenzio complice di crimini planetari e aprisse gli occhi sulla devastazione dei territori, in questo caso di un Salento già martoriato da altre follie criminali quali Tap e discariche abusive?

Ci rendiamo conto che il vassallaggio dei governi di centrosinistra a tutto questo, ogni giorno, non fa che alimentare fascisti e sovranisti, a cui viene servita su un piatto d’argento ogni giorno materia per il loro finto gioco anti-sistema?

Come può essere accettabile per il senso comune, e per un senso comune “progressista”, l’imposizione di un avvelenamento alle persone, alla biodiversità e a tutto il territorio, ma soprattutto ai danni di chi da anni e decenni pratica forme di salvezza del mondo, agricoltura naturale, stili di vita sostenibili e altri mondi possibili rispetto alla necrosi capitalista? E gli esempi virtuosi in Salento sono innumerevoli, oltre al fatto che ad essere in pericolo è la stessa salubrità del territorio e la sua economia basata principalmente, appunto, sulle risorse naturali.

Siamo tutti a favore dell’ambiente e della salute? Forse no, c’è chi lo dice e c’è chi lo pratica. E c’è chi invece di avere un atteggiamento critico nei confronti dell’informazione – come se non bastassero decenni di strategia della tensione e stragi di stato insabbiate – urla “fake news” ogni qualvolta qualcuno tenti di indagare sugli intrighi, le incongruenze o le palesi falsità di versioni ufficiali a dir poco traballanti. In nome di una fede scientista che ha ormai abdicato anche allo stesso metodo scientifico e che considera oggettive informazioni e visioni del mondo provenienti da imbarazzanti siti antibufala, divulgatori scientifici assunti direttamente dalle multinazionali e testate giornalistiche colluse con gli interessi dei loro stessi finanziatori.

Denunciare un governo che in Europa vota a favore, insieme ad altri governi, per bandire una sostanza chimica, e negli stessi giorni impone su un suo territorio l’utilizzo della stessa sostanza non è complottismo ma è ovvietà, è senso di giustizia, è capacità di vedere un paradosso logico, è buon senso sociale che dovrebbe avere ogni sincero democratico, se le sue idee non fossero state oscurate dal senso comune che oggi giustifica qualsiasi decisione in nome di una scienza che ovviamente non è più tale, ma è una parola-feticcio svuotata di senso e utilizzata per imporre un’ideologia. Il re è nudo e cammina per strada tranquillamente, tanto il popolo non lo vede perché ha i paraocchi tecnologici ed è imbottito di psicofarmaci. Altro che Medioevo, questo è il controllo biopolitico arrivato al suo stadio finale.

Leggi qui il Manifesto per l’agricoltura naturale nel Salento

Ma se si vuole arrivare, come in questo caso, non solo a deridere e denigrare socialmente, ma anche a rendere fisicamente impossibile la vita a chi pratica il cambiamento, non siamo forse vicini ad un punto di non ritorno per questo sistema sociale ed economico, e per questa fiction mediatica autoritaria e violenta chiamata – altro feticcio svuotato di senso – democrazia? O dobbiamo desertificare prima l’intero sistema Terra, in nome del nostro stile di vita e del profitto capitalista? Le alternative esistono, da decenni, alcune da millenni, ma ora sono ufficialmente sotto attacco. Ora è emergenza.

O forse, semplicemente, le cose stanno inevitabilmente cambiando, troppe persone sono ormai consapevoli dell’insostenibilità di un sistema come questo, anche se nella “politica” ufficiale esistono poche “sponde” per rappresentarle. E’ per questo che il delirio reazionario scientista sta usando tutte le sue armi per difendere il modello capitalista, anche le più assurde?

Il decreto Martina del 13 febbraio è leggibile sul Numero 80 della Gazzetta Ufficiale

Riportiamo di seguito l’articolo dal sito di Telerama, emittente locale salentina, che mette in luce la schizofrenia del governo italiano che ha votato in pochi giorni a favore della messa al bando dei pesticidi neonicotinoidi, e subito dopo a favore del loro utilizzo in Salento.

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13/04/2018

Guerra alla Siria. Il Pd con i bombardieri, Gentiloni in difficoltà. Lega contro, M5S “preoccupato”


Mentre il Mediterraneo orientale si riempie di navi da guerra, il vuoto di governo in Italia deve fare i conti con una situazione internazionale gravissima e con posizioni – finalmente occorre dire – divergenti dall’atlantismo subalterno che ha coinvolto troppo spesso il nostro paese in guerre scatenate per interessi strategici contrapposti a quelli del ripudio della guerra e del perseguimento della pace nelle relazioni internazionali.

Il leader della Lega Matteo Salvini ha alzato la voce dichiarando di non credere all’uso delle armi chimiche da parte del governo siriano, chiedendo al contempo lo stop a raid e bombardamenti annunciati dal presidente americano Trump. “Che qualcuno pensi ad una terza guerra mondiale farneticando di bombe e di missili sulla pelle di donne e bambini e’ assolutamente impensabile”, dice Salvini, “Chiedo al presidente Gentiloni una presa di posizione netta dell’Italia contro ogni ulteriore e disastroso intervento militare in Siria. Non vorrei che motivi economici, esigenze di potere o il presunto utilizzo mai provato di armi chimiche mai trovate in passato scatenassero un conflitto che può diventare pericolosissimo, sottolineando che l’Italia si deve opporre a raid missili e bombardamenti”.

Il governo Gentiloni, ormai ampiamente decaduto, pur condannando quanto avvenuto a Duma e sottolineando come “l’Italia non sia direttamente coinvolta in qualsiasi attività sul terreno”, continua imperterrito – e arbitrariamente – a difendere la propria posizione a fianco degli alleati storici, Stati Uniti, Francia e Regno Unito, a cui conferma di “aver sempre dato supporto” (la base di Sigonella sicuramente, dalla quale sono decollati più volti un P8-A e un aereo radar Awacs diretti verso le coste siriane, ndr). “L’Italia non parteciperà ad azioni militari in Siria. In base agli accordi internazionali e bilaterali vigenti, continuerà a fornire supporto logistico alle attività delle forze alleate, contribuendo a garantirne la sicurezza e la protezione” ha affermato Gentiloni.

La presa di posizione ufficiale della Farnesina e di Palazzo Chigi, è arrivata a fine giornata evidenziando la fatica di mettere a punto una linea definita. In Senato erano moltissimi i banchi vuoti del governo durante la discussione proprio sulla situazione siriana.

Il più allineato ai “bombardieri” statunitensi, britannici e francesi, appare come al solito il Pd. Il segretario reggente del Partito Democratico, Martina, si è espresso sulla crisi siriana, esprimendo come al solito “preoccupazione” ma specificando che il suo partito non intende venire meno alle alleanze militari nel campo occidentale. “Se qualcuno vuole cambiare alleanze deve dirlo chiaro, noi rimaniamo saldamente nel quadro delle alleanze europee e saldamente nel quadro delle alleanze storiche dell’Italia”.


Si fatica a trovare qualche dichiarazione da parte del M5S concentrato soprattutto sulla formazione del nuovo governo. Niente sul blog Cinque Stelle, niente sul blog di Beppe Grillo. Ci sono solo le dichiarazioni di Di Maio rilasciate al termine dell’incontro al Quirinale con Mattarella. Di Maio ha espresso “preoccupazione sull’escalation siriana e crediamo che si debba fare la massima chiarezza sulla natura dell’attacco di Duma, ma allo stesso tempo pensiamo che qualsiasi tipo di uso di armi chimiche sia intollerabile. Abbiamo ribadito e ribadisco qui che la nostra intenzione al governo di questo paese è restare al fianco dei nostri alleati e consigliarli in un’ottica di pace, prima di tutto. È chiaro anche che la fine del conflitto in Siria non sarà determinata dalle vittorie militari, ma dalla diplomazia, da una soluzione politica che, come candidato Presidente del Consiglio dei Ministri di questo Paese ho intenzione di sostenere a pieno nell’interesse delle istituzioni italiane ed europee. Questa escalation assieme alle tante richieste che vengono dai cittadini italiani impongono alle forze politiche un’accelerazione della formazione del governo: non possiamo pensare più di perdere altro tempo”.

Più espliciti appaiono invece gli esperti strategici e militari non allineati con l’atlantismo e con il Pd. “Non partecipare e non fornire appoggio a questa operazione, di cui ci sfuggono gli obiettivi finali tra i quali certo non ve ne sono che corrispondano alla stabilità nel Mediterraneo e neppure agli interessi di UE e di Italia, non significherebbe certo una dimostrazione di scarso attaccamento ai valori atlantici e ai legami che ne discendono” scrive oggi il sito specializzato Analisi Difesa. “Né ci si può nascondere ancora dietro a posizioni di ambiguo compromesso come il “supporto agli USA ma senza partecipare ai raid”, nella peggiore tradizione italiana. Anzi, sottrarsi a questa avventura militare dimostrerebbe la capacità di elaborare una politica estera e di sicurezza autonoma, che tenga in considerazione i tanto vilipesi “interessi nazionali”.

Anche su questa vicenda, irta di scenari estremamente pericolosi, vediamo agire di fatto il “pilota automatico”. In questo caso sono scattati automaticamente i vincoli della Nato ma soprattutto dei trattati militari con gli Stati Uniti che regolano la loro piena agibilità sulle basi militari presenti nel nostro paese, coinvolgendolo – anche senza una decisione del Parlamento e senza un governo legittimato – in uno scenario di guerra. E’ tempo di rompere questa gabbia e ridefinire completamente i parametri della politica estera e delle alleanze internazionali del nostro paese, affermando con forza la neutralità e il perseguimento della pace come asse prioritario. L’uscita dalla Nato e l’allontanamento delle basi militari Usa/Nato dal nostro territorio sono una prospettiva da perseguire ormai con forza. Prima è , meglio è.

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