Il giornale francese Le Monde, ed altre testate, hanno reso noto uno studio pubblicato dalla rivista Environmental Health, dal quale si rileva che diverse aziende di produzione di pesticidi avrebbero nascosto i risultati “sfavorevoli” dei test alle autorità europee.
In questi test omessi alle autorità erano evidenziati, in particolare, gli effetti deleteri delle sostanze da loro stessi commercializzate su animali da laboratorio.
I risultati di questo studio sono stati pubblicati contemporaneamente da Le Monde in Francia, dal Bayerischer Rundfunk e Der Spiegel in Germania, dalla Schweizer Radio und Fernsehen (SRF) in Svizzera e dal The Guardian in Gran Bretagna.
Lo studio è stato condotto dal chimico Axel Mie (Università di Stoccolma, Karolinska Institute) e dalla tossicologa Christina Rudén (Università di Stoccolma). Gli “effetti deleteri” riguarderebbero “i disturbi del neurosviluppo” nelle persone, quindi con effetti direttamente sul cervello, come “autismo, deficit di attenzione e iperattività e altre disabilità intellettive”, che vengono segnalati in aumento in molti paesi, tra cui figura anche la Francia, come sottolinea lo stesso giornale.
Scrive Le Monde che i due ricercatori hanno svolto un lavoro scrupoloso confrontando, in migliaia di pagine di fascicoli normativi, “i dati trasmessi dai produttori alle autorità americane, da un lato, ed europee, dall’altro” e sono stati così in grado “di identificare nove pesticidi per i quali diversi produttori (tra cui Bayer e Syngenta) hanno condotto e presentato studi sul Dnt all’Agenzia statunitense per la protezione dell’ambiente (Epa), ma non all’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa)”.
Condotti su animali da laboratorio tra il 2001 e il 2007, questi test “non sono stati presi in considerazione dall’Autorità europea durante le prime autorizzazioni di queste nove sostanze (abamectina, etoprofos, buprofezin, fenamidone, fenamifos, fluazinam, glifosato-trimesio, pimetrozina, piridaben), per lo più concesse alla fine degli anni 2000”.
Si legge poi che il lavoro dei due ricercatori “deve essere considerato tanto più seriamente dal momento che gli impatti dei pesticidi sui disturbi dello sviluppo neurologico sono stati inequivocabilmente dimostrati, non solo sugli animali da laboratorio, ma anche sugli esseri umani“, ha commentato il neurobiologo Yehezkel Ben-Ari, direttore Emeritus Research Fellow presso il National Institute di Salute e Ricerca Medica (Inserm), che non ha avuto parte nel lavoro dei due ricercatori svedesi.
Sull’autismo in particolare, “ma anche sul quoziente intellettivo, sappiamo che le esposizioni materne hanno un effetto sul nascituro” ha aggiunto.
Le Monde si chiede se “Gli studi non presentati avrebbero modificato la decisione commerciale delle autorità? Per quattro delle nove molecole in questione, Axel Mie e Christina Rudén ritengono che questo sia potenzialmente il caso. Per tre di loro, secondo i ricercatori, è dimostrato”, conclude rifacendosi ai risultati della ricerca.
La brama di profitto genera morte. Sempre.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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06/06/2023
10/07/2021
Gli studi sul glifosato in Europa non sono affidabili
Il glifosato è il pesticida più utilizzato al mondo. L’esposizione a erbicidi a base di glifosato è stata collegata ad alcuni tipi di cancro, nonché a effetti negativi sullo sviluppo e sul sistema ormonale.
Prima di proprietà della Monsanto e poi della Bayer, in Europa il prodotto è conosciuto come Roundup e ne è stato autorizzato l’uso fino a dicembre 2022. Sulla sua letalità, lo scomparso prof. Roberto Suozzi aveva scritto ampiamente sul nostro giornale.
Nel 2018, un Tribunale di San Francisco condannò la Monsanto a versare ad un giardiniere invalidato dall’uso di glifosato 289 milioni di dollari di risarcimento danni, di cui 250 a titolo di “danni punitivi” (ridotti in appello a 39, per un risarcimento finale di 78 milioni).
La sentenza del sig. Johnson ha creato un precedente, ripreso da altri provvedimenti analoghi in risposta a migliaia di azioni legali di persone in condizioni più o meno simili a quelle del giardiniere californiano. A finire nel mirino dei risarcimenti è stata la multinazionale tedesca Bayer, che nel frattempo aveva acquisito la multinazionale Usa.
La Bayer, acquisendo la Monsanto nel 2018 (pagata 63 miliardi di dollari) pensava di aver fatto l’affare del secolo. Non solo, in qualche modo la Commissione europea che prima aveva stoppato l’uso del glifosato della Monsanto in Europa, “curiosamente” cambiò opinione quando la proprietà passò nelle mani della tedesca Bayer, giungendo ad autorizzarne l’uso per quindici anni, poi ridotti a cinque su pressioni delle associazioni ambientaliste.
La scadenza dell’autorizzazione europea è fissata per dicembre 2022 e già sono in corso le grandi manovre per rinnovarla.
Ma intanto la Bayer ha dovuto raggiungere, con le vittime che avevano denunciato i danni del glifosato, un pagamento risarcitorio tra gli 8,8 e i 9,6 miliardi. Mentre altri 1,25 miliardi sono destinati a un’intesa per coprire future denunce e a finanziare studi sui rischi associati al glifosato.
Nel marzo 2019 una sentenza della Corte di giustizia europea affermava che l’EFSA (Autorità europea per la sicurezza alimentare) avrebbe dovuto pubblicare tutti gli studi (segreti) sui rischi di cancro provocato dal glifosato.
L’Ong SumOfUs ha richiesto all’EFSA 54 studi di genotossicità e ha avviato un’azione di finanziamento pubblico per poter pagare scienziati indipendenti per lo screening di questi studi.
Adesso è stato reso pubblico uno studio denominato “Evaluation of the scientific quality of studies concerning genotoxic properties of glyphosate” condotto da Armen Nersesyan e Siegfried Knasmueller, due noti esperti di genotossicità, dell’Institute of Cancer Research della Medizinische Univerität Wien.
Secondo questo studio “Non meno di 34 dei 53 studi di genotossicità finanziati dall’industria utilizzati per l’attuale autorizzazione dell’Ue del glifosato sono stati identificati come “non affidabili”, a causa di sostanziali deviazioni dalle linee guida per i test dell’OCSE, che potrebbero compromettere la sensibilità e la precisione del sistema di prova. Per quanto riguarda il resto dei 53 studi, 17 erano “parzialmente affidabili” e solo 2 studi “affidabili” da un punto di vista metodologico”.
Sono in molti a chiedere all’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) di tenere conto di queste nuove scoperte nella nuova procedura di autorizzazione del glifosato. I risultati appaiono molto preoccupanti dal punto di vista ambientale e sanitario.
La Commissione Europea e gli Stati membri si stanno preparando per rivedere l’attuale autorizzazione al glifosato, in scadenza il 15 dicembre 2022. E le multinazionali che lo producono e lo vendono stanno premendo pesantemente per rinnovarla.
Fonte
Prima di proprietà della Monsanto e poi della Bayer, in Europa il prodotto è conosciuto come Roundup e ne è stato autorizzato l’uso fino a dicembre 2022. Sulla sua letalità, lo scomparso prof. Roberto Suozzi aveva scritto ampiamente sul nostro giornale.
Nel 2018, un Tribunale di San Francisco condannò la Monsanto a versare ad un giardiniere invalidato dall’uso di glifosato 289 milioni di dollari di risarcimento danni, di cui 250 a titolo di “danni punitivi” (ridotti in appello a 39, per un risarcimento finale di 78 milioni).
La sentenza del sig. Johnson ha creato un precedente, ripreso da altri provvedimenti analoghi in risposta a migliaia di azioni legali di persone in condizioni più o meno simili a quelle del giardiniere californiano. A finire nel mirino dei risarcimenti è stata la multinazionale tedesca Bayer, che nel frattempo aveva acquisito la multinazionale Usa.
La Bayer, acquisendo la Monsanto nel 2018 (pagata 63 miliardi di dollari) pensava di aver fatto l’affare del secolo. Non solo, in qualche modo la Commissione europea che prima aveva stoppato l’uso del glifosato della Monsanto in Europa, “curiosamente” cambiò opinione quando la proprietà passò nelle mani della tedesca Bayer, giungendo ad autorizzarne l’uso per quindici anni, poi ridotti a cinque su pressioni delle associazioni ambientaliste.
La scadenza dell’autorizzazione europea è fissata per dicembre 2022 e già sono in corso le grandi manovre per rinnovarla.
Ma intanto la Bayer ha dovuto raggiungere, con le vittime che avevano denunciato i danni del glifosato, un pagamento risarcitorio tra gli 8,8 e i 9,6 miliardi. Mentre altri 1,25 miliardi sono destinati a un’intesa per coprire future denunce e a finanziare studi sui rischi associati al glifosato.
Nel marzo 2019 una sentenza della Corte di giustizia europea affermava che l’EFSA (Autorità europea per la sicurezza alimentare) avrebbe dovuto pubblicare tutti gli studi (segreti) sui rischi di cancro provocato dal glifosato.
L’Ong SumOfUs ha richiesto all’EFSA 54 studi di genotossicità e ha avviato un’azione di finanziamento pubblico per poter pagare scienziati indipendenti per lo screening di questi studi.
Adesso è stato reso pubblico uno studio denominato “Evaluation of the scientific quality of studies concerning genotoxic properties of glyphosate” condotto da Armen Nersesyan e Siegfried Knasmueller, due noti esperti di genotossicità, dell’Institute of Cancer Research della Medizinische Univerität Wien.
Secondo questo studio “Non meno di 34 dei 53 studi di genotossicità finanziati dall’industria utilizzati per l’attuale autorizzazione dell’Ue del glifosato sono stati identificati come “non affidabili”, a causa di sostanziali deviazioni dalle linee guida per i test dell’OCSE, che potrebbero compromettere la sensibilità e la precisione del sistema di prova. Per quanto riguarda il resto dei 53 studi, 17 erano “parzialmente affidabili” e solo 2 studi “affidabili” da un punto di vista metodologico”.
Sono in molti a chiedere all’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) di tenere conto di queste nuove scoperte nella nuova procedura di autorizzazione del glifosato. I risultati appaiono molto preoccupanti dal punto di vista ambientale e sanitario.
La Commissione Europea e gli Stati membri si stanno preparando per rivedere l’attuale autorizzazione al glifosato, in scadenza il 15 dicembre 2022. E le multinazionali che lo producono e lo vendono stanno premendo pesantemente per rinnovarla.
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26/06/2020
Glifosato. Doppio regime per la Bayer tra Usa e Ue
La multinazionale chimico-farmaceutico tedesca Bayer ha reso noto di aver raggiunto un accordo con i querelanti per chiudere le cause in corso negli Stati Uniti relative all’erbicida glifosato.
La questione del glifosato si è aperta dopo l’acquisizione della statunitense Monsanto da parte della Bayer nel 2018. Il diserbante, noto come Roundup, veniva prodotto e venduto diffusamente dalla multinazionale statunitense ed erano state avviate diverse class action contro di essa.
I querelanti ritengono che l’erbicida sia responsabile dei loro tumori, mentre la Bayer, che nega ogni nesso di causalità, ha già perso diverse cause relative al glifosato.
Secondo quanto riferisce il quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung, la Bayer si è impegnata a versare fino a 9,6 miliardi di dollari, mentre altri 1,25 miliardi di dollari saranno resi disponibili a tutti i futuri querelanti.
L’accordo non chiude però tutte le cause in corso negli Usa contro la Bayer per il glifosato. Vi sono ancora 30 mila casi in cui gli avvocati devono ancora concordare un’intesa. Secondo Bayer, l’accordo avrebbe chiuso i tre quarti di tutti i procedimenti relativi al glifosato, mentre vi sono 125 mila azioni legali intentate e non ancora avviate.
Recentemente, l’azienda aveva reso noto che le cause aperte per il glifosato erano 50 mila. Secondo l’amministratore delegato di Bayer, Werner Baumann, l’accordo “risolve la maggior parte delle cause legali in corso e stabilisce un chiaro meccanismo per affrontare i rischi di possibili controversie future”. Inoltre, l’intesa “ha senso dal punto di vista economico, rispetto ai notevoli rischi finanziari di una disputa legale di vecchia data e ai relativi effetti negativi sulla reputazione e l’attività” del conglomerato industriale.
In Europa la questione del divieto d’utilizzo del glifosato è spaventosamente contraddittoria. Prima – quando era Monsanto – era vietato, poi quando è diventato Bayer, è stato “sdoganato”.
Il primo ottobre del 2019, la Corte di Giustizia Ue ha riaperto il caso sulla base della causa presentata dal Tribunale penale di Foix (Francia) dopo la protesta dei “Mietitori volontari anti ogm dell’Ariège”.
Il gruppo ambientalista era stato accusato di aver danneggiato dei bidoni di Roundup, contenente glifosato, nella città di Pamiers. Da qui è seguita la domanda di chiarimenti alla Corte Ue da parte della giustizia francese sulla validità della normativa europea inerente l’utilizzo dell’erbicida.
Ma il risultato della corte europea è stato quantomeno sconcertante: “Non sussiste alcun elemento capace d’inficiare la liceità dell’uso del glifosato”.
Prodotto dalla Monsanto e introdotto nel 1974, dalla sua immissione nel mercato con il nome di “Roundup”, ne sono state spruzzate sui campi milioni di tonnellate. Si tratta di un prodotto economico e semplice da utilizzare.
Nel 2015, l’agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc), che fa parte dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), inserisce il glifosato nella lista delle sostanze “probabilmente cancerogene”, quindi nel gruppo 2A.
Ma a novembre del 2015 l’agenzia europea EFSA pubblica una valutazione del glifosato che contrasta con la conclusione della IARC: il glifosato non sarebbe genotossico (vale a dire non danneggerebbe il DNA) e non rappresenterebbe un rischio di indurre nell’uomo il cancro.
Nel 2017, il Guardian ha scoperto che molte pagine del rapporto dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) per la valutazione dei rischi dell’uso del glifosato, erano sono state copiate dalla richiesta di rinnovo dell’autorizzazione da parte delle aziende che lo producono.
Poi nel 2018, la proprietà e la vendita del Roundup passa da Monsanto a Bayer, cioè da una multinazionale statunitense ad una tedesca. E in Europa per la vendita del Roundup si aprono porte prime chiuse o socchiuse.
A poco più di due anni di distanza dalla decisione sul rinnovo dell’autorizzazione Ue all’erbicida più diffuso al mondo – ma sotto accusa per la potenziale cancerogenicità – gli stati europei si sono mossi decisamente in ordine sparso in vista della sua possibile messa al bando nel 2022, quando scadrà il permesso dimezzato a cinque anni per favorire un compromesso l’agricoltura sarebbe rimasta di fatto senza alternative.
In Italia, il Decreto del 9 agosto 2016 del Ministero della Salute non mette al bando i prodotti fitosanitari contenenti la sostanza attiva glifosato. Semplicemente, ne modifica le condizioni d’impiego. Ad oggi, le limitazioni sull’uso dell’erbicida Roundup riguardano:
- l’uso non agricolo su suoli che presentano una percentuale di sabbia superiore all’80%, nelle aree vulnerabili, nelle zone di rispetto e nelle aree frequentate dalla popolazione quali parchi, giardini, campi sportivi e aree ricreative, cortili e aree verdi all’interno di plessi scolastici, aree gioco per bambini e aree adiacenti alle strutture sanitarie;
- l’uso in antecedente la raccolta teso solo a ottimizzare il raccolto o la trebbiatura.
Per tutti gli altri casi, invece, i prodotti fitosanitari contenenti il potente erbicida continuano a essere autorizzati e ampiamente utilizzati.
Fonte
La questione del glifosato si è aperta dopo l’acquisizione della statunitense Monsanto da parte della Bayer nel 2018. Il diserbante, noto come Roundup, veniva prodotto e venduto diffusamente dalla multinazionale statunitense ed erano state avviate diverse class action contro di essa.
I querelanti ritengono che l’erbicida sia responsabile dei loro tumori, mentre la Bayer, che nega ogni nesso di causalità, ha già perso diverse cause relative al glifosato.
Secondo quanto riferisce il quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung, la Bayer si è impegnata a versare fino a 9,6 miliardi di dollari, mentre altri 1,25 miliardi di dollari saranno resi disponibili a tutti i futuri querelanti.
L’accordo non chiude però tutte le cause in corso negli Usa contro la Bayer per il glifosato. Vi sono ancora 30 mila casi in cui gli avvocati devono ancora concordare un’intesa. Secondo Bayer, l’accordo avrebbe chiuso i tre quarti di tutti i procedimenti relativi al glifosato, mentre vi sono 125 mila azioni legali intentate e non ancora avviate.
Recentemente, l’azienda aveva reso noto che le cause aperte per il glifosato erano 50 mila. Secondo l’amministratore delegato di Bayer, Werner Baumann, l’accordo “risolve la maggior parte delle cause legali in corso e stabilisce un chiaro meccanismo per affrontare i rischi di possibili controversie future”. Inoltre, l’intesa “ha senso dal punto di vista economico, rispetto ai notevoli rischi finanziari di una disputa legale di vecchia data e ai relativi effetti negativi sulla reputazione e l’attività” del conglomerato industriale.
In Europa la questione del divieto d’utilizzo del glifosato è spaventosamente contraddittoria. Prima – quando era Monsanto – era vietato, poi quando è diventato Bayer, è stato “sdoganato”.
Il primo ottobre del 2019, la Corte di Giustizia Ue ha riaperto il caso sulla base della causa presentata dal Tribunale penale di Foix (Francia) dopo la protesta dei “Mietitori volontari anti ogm dell’Ariège”.
Il gruppo ambientalista era stato accusato di aver danneggiato dei bidoni di Roundup, contenente glifosato, nella città di Pamiers. Da qui è seguita la domanda di chiarimenti alla Corte Ue da parte della giustizia francese sulla validità della normativa europea inerente l’utilizzo dell’erbicida.
Ma il risultato della corte europea è stato quantomeno sconcertante: “Non sussiste alcun elemento capace d’inficiare la liceità dell’uso del glifosato”.
Prodotto dalla Monsanto e introdotto nel 1974, dalla sua immissione nel mercato con il nome di “Roundup”, ne sono state spruzzate sui campi milioni di tonnellate. Si tratta di un prodotto economico e semplice da utilizzare.
Nel 2015, l’agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc), che fa parte dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), inserisce il glifosato nella lista delle sostanze “probabilmente cancerogene”, quindi nel gruppo 2A.
Ma a novembre del 2015 l’agenzia europea EFSA pubblica una valutazione del glifosato che contrasta con la conclusione della IARC: il glifosato non sarebbe genotossico (vale a dire non danneggerebbe il DNA) e non rappresenterebbe un rischio di indurre nell’uomo il cancro.
Nel 2017, il Guardian ha scoperto che molte pagine del rapporto dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) per la valutazione dei rischi dell’uso del glifosato, erano sono state copiate dalla richiesta di rinnovo dell’autorizzazione da parte delle aziende che lo producono.
Poi nel 2018, la proprietà e la vendita del Roundup passa da Monsanto a Bayer, cioè da una multinazionale statunitense ad una tedesca. E in Europa per la vendita del Roundup si aprono porte prime chiuse o socchiuse.
A poco più di due anni di distanza dalla decisione sul rinnovo dell’autorizzazione Ue all’erbicida più diffuso al mondo – ma sotto accusa per la potenziale cancerogenicità – gli stati europei si sono mossi decisamente in ordine sparso in vista della sua possibile messa al bando nel 2022, quando scadrà il permesso dimezzato a cinque anni per favorire un compromesso l’agricoltura sarebbe rimasta di fatto senza alternative.
In Italia, il Decreto del 9 agosto 2016 del Ministero della Salute non mette al bando i prodotti fitosanitari contenenti la sostanza attiva glifosato. Semplicemente, ne modifica le condizioni d’impiego. Ad oggi, le limitazioni sull’uso dell’erbicida Roundup riguardano:
- l’uso non agricolo su suoli che presentano una percentuale di sabbia superiore all’80%, nelle aree vulnerabili, nelle zone di rispetto e nelle aree frequentate dalla popolazione quali parchi, giardini, campi sportivi e aree ricreative, cortili e aree verdi all’interno di plessi scolastici, aree gioco per bambini e aree adiacenti alle strutture sanitarie;
- l’uso in antecedente la raccolta teso solo a ottimizzare il raccolto o la trebbiatura.
Per tutti gli altri casi, invece, i prodotti fitosanitari contenenti il potente erbicida continuano a essere autorizzati e ampiamente utilizzati.
Fonte
13/08/2018
Condanna Monsanto: a picco le azioni della Bayer, e potrebbero arrivare altre sentenze
Ogni tanto qualche buona notizia arriva, dal fronte dell’impari lotta tra la tutela dei diritti e l’obbligo di massimizzare il profitto. Una battaglia che è sempre più complicato combattere in un mondo a capitalismo avanzato dove sembrano sul punto di crollare tutti i presidi di welfare e di protezione dei più deboli.
Si può leggere così la sentenza di due giorni fa emessa da un giudice di S.Francisco che condanna la Monsanto – multinazionale di biotecnologie agrarie di recente acquisita dalla Bayer – a risarcire un giardiniere che si è ammalato di cancro in seguito all’esposizione prolungata ad un erbicida.
Il Tribunale ha ordinato un risarcimento di 289 milioni di dollari nei confronti di Dewayne Johnson, il giardiniere quarantaseienne che nel 2014 si è ammalato di linfoma. Resosi conto che la sua malattia poteva essere collegata all’utilizzo dell’erbicida commercializzato dalla Monsanto, l’uomo ha sporto denuncia. Il primo risultato è arrivato due giorni fa: per il tribunale di S. Francisco la causa della malattia è proprio l’utilizzo del prodotto e sopratutto l’assenza di adeguate avvertenze circa la sua pericolosità.
L’elemento di cancerogenicità individuato tra i componenti del prodotto è il glifosato, utilizzato da anni come diserbante e recentemente inserito dallo IARC (Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro) tra nell’elenco dei “probabili cangerogeni” per l’uomo.
Inutile sottolineare cosa può rappresentare questa sentenza: un incredibile precedente, l’apripista ad una lunga serie di cause e sentenze simili che darebbero il via ad un effetto domino di enormi proporzioni.
Solo negli USA sono circa cinquemila le cause in corso che vertono sulla pericolosità del glifosato, e valutando la quantificazione che il tribunale di S.Francisco ha attribuito al danno prodotto dalla Monsanto (289 milioni di dollari, appunto) è abbastanza facile immaginare cosa potrebbe avvenire se anche solo il 10% dei processi andassero come sta andando quello di S.Francisco.
La questione è di enorme portata, perchè non riguarda solo la Monsanto, già di per sé una importante multinazionale. La reale protagonista della vicenda è la Bayer, ancora più importante colosso farmaceutico tedesco che ha comprato Monsanto, mettendo sul piatto oltre 60 miliardi di dollari.
Entrambi i management (Monsanto e Bayer) hanno immediatamente annunciato che procederanno ad un ricorso nei confronti della sentenza, affrettandosi a dichiarare che il giudice si è sbagliato e che il glifosato non è realmente pericoloso per la salute umana.
Ma il mercato ha reagito, e questa mattina il titolo Bayer ha registrato una perdita del 10% sulla Borsa di Francoforte.
Vicenda da seguire con attenzione, perchè se regge la sentenza, la questione potrebbe farsi ancora più interessante.
Fonte
Si può leggere così la sentenza di due giorni fa emessa da un giudice di S.Francisco che condanna la Monsanto – multinazionale di biotecnologie agrarie di recente acquisita dalla Bayer – a risarcire un giardiniere che si è ammalato di cancro in seguito all’esposizione prolungata ad un erbicida.
Il Tribunale ha ordinato un risarcimento di 289 milioni di dollari nei confronti di Dewayne Johnson, il giardiniere quarantaseienne che nel 2014 si è ammalato di linfoma. Resosi conto che la sua malattia poteva essere collegata all’utilizzo dell’erbicida commercializzato dalla Monsanto, l’uomo ha sporto denuncia. Il primo risultato è arrivato due giorni fa: per il tribunale di S. Francisco la causa della malattia è proprio l’utilizzo del prodotto e sopratutto l’assenza di adeguate avvertenze circa la sua pericolosità.
L’elemento di cancerogenicità individuato tra i componenti del prodotto è il glifosato, utilizzato da anni come diserbante e recentemente inserito dallo IARC (Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro) tra nell’elenco dei “probabili cangerogeni” per l’uomo.
Inutile sottolineare cosa può rappresentare questa sentenza: un incredibile precedente, l’apripista ad una lunga serie di cause e sentenze simili che darebbero il via ad un effetto domino di enormi proporzioni.
Solo negli USA sono circa cinquemila le cause in corso che vertono sulla pericolosità del glifosato, e valutando la quantificazione che il tribunale di S.Francisco ha attribuito al danno prodotto dalla Monsanto (289 milioni di dollari, appunto) è abbastanza facile immaginare cosa potrebbe avvenire se anche solo il 10% dei processi andassero come sta andando quello di S.Francisco.
La questione è di enorme portata, perchè non riguarda solo la Monsanto, già di per sé una importante multinazionale. La reale protagonista della vicenda è la Bayer, ancora più importante colosso farmaceutico tedesco che ha comprato Monsanto, mettendo sul piatto oltre 60 miliardi di dollari.
Entrambi i management (Monsanto e Bayer) hanno immediatamente annunciato che procederanno ad un ricorso nei confronti della sentenza, affrettandosi a dichiarare che il giudice si è sbagliato e che il glifosato non è realmente pericoloso per la salute umana.
Ma il mercato ha reagito, e questa mattina il titolo Bayer ha registrato una perdita del 10% sulla Borsa di Francoforte.
Vicenda da seguire con attenzione, perchè se regge la sentenza, la questione potrebbe farsi ancora più interessante.
Fonte
04/05/2018
Il regalo di Martina alla Bayer: pesticidi neonicotinoidi a tappeto nel Salento
Un provvedimento governativo impone un attacco chimico senza precedenti ad una delle terre più amate d’Italia, meta turistica di tutta Europa, al suo ecosistema e alla sua biodiversità, alla sua economia basata su cibo genuino e bellezze naturali, alla popolazione nativa e alle tante persone che in questi anni hanno scelto di trasferirsi proprio per la peculiarità del rapporto tra natura e cultura. A rischio perfino le certificazioni biologiche del territorio: anche Aiab, il principale organismo di controllo bio italiano, prende posizione. Dove sono le evidenze scientifiche dei benefici dell’Imidacloprid rispetto al disseccamento degli ulivi, tanto da bilanciare i suoi costi? Oppure si tratta di finire le scorte di questo pericoloso pesticida della Bayer, visto che dal 2019 sarà vietato in tutta Europa?
Di regali alle multinazionali gli ultimi due governi fotocopia di finta-sinistra ne hanno fatti tanti, ma forse questo è il più spettacolare di tutti: con la scusa della Xylella o forse proprio grazie al fatto di essere riusciti a propagare questo batterio in Salento (ma non si hanno elementi per stabilire con certezza condivisa né le origini né la reale portata del batterio), il Ministro delle Politiche Agricole Maurizio Martina ha imposto a partire dal 2 maggio, per decreto, l’utilizzo a tappeto di pesticidi neonicotinoidi in tutto il Salento, per il periodo maggio-dicembre.
Gli stessi neoenicotinoidi sono ormai riconosciuti come pericolosi “apicidi”. Ma la cosa assurda e davvero sensazionale è che pochi giorni fa, il 27 aprile, “i paesi membri dell’Ue hanno approvato la richiesta della Commissione di porre fine all’utilizzo nei campi all’aperto dei tre neonicotinoidi nocivi a partire dalla fine del 2018, consentendone l’uso solo in serra.” [da E’ arrivato lo stop ai pesticidi]
E’ dunque, il decreto Martina, un risarcimento alla Bayer, imposto esattamente nella finestra di tempo che rimane prima dell’attuazione delle decisioni europee? Non è forse arrivato il momento di voltare pagina e riflettere su quello che sta succedendo a questa sinistra geneticamente modificata che fornisce e promuove servitù coatte al capitalismo finanziario? Maurizio Martina è l’attuale reggente del PD, ricordiamo.
Non è arrivato il momento di svegliarsi dall’assuefazione del “popolo della sinistra” ad uno scientismo criminale applicato pavlovianamente e fideisticamente a tutta l’esistenza, con la giustificazione di emergenze inventate sui media e puntuali come un orologio, e con soluzioni peggiori dei problemi, ogni volta che c’è un investimento da fare da parte di un colosso economico?
Invece di vomitare bile ogni giorno contro i vegani e l’omeopatia per sfogare le sue psicosi, non sarebbe ora che l’uomo medio civile uscisse dal silenzio complice di crimini planetari e aprisse gli occhi sulla devastazione dei territori, in questo caso di un Salento già martoriato da altre follie criminali quali Tap e discariche abusive?
Ci rendiamo conto che il vassallaggio dei governi di centrosinistra a tutto questo, ogni giorno, non fa che alimentare fascisti e sovranisti, a cui viene servita su un piatto d’argento ogni giorno materia per il loro finto gioco anti-sistema?
Come può essere accettabile per il senso comune, e per un senso comune “progressista”, l’imposizione di un avvelenamento alle persone, alla biodiversità e a tutto il territorio, ma soprattutto ai danni di chi da anni e decenni pratica forme di salvezza del mondo, agricoltura naturale, stili di vita sostenibili e altri mondi possibili rispetto alla necrosi capitalista? E gli esempi virtuosi in Salento sono innumerevoli, oltre al fatto che ad essere in pericolo è la stessa salubrità del territorio e la sua economia basata principalmente, appunto, sulle risorse naturali.
Siamo tutti a favore dell’ambiente e della salute? Forse no, c’è chi lo dice e c’è chi lo pratica. E c’è chi invece di avere un atteggiamento critico nei confronti dell’informazione – come se non bastassero decenni di strategia della tensione e stragi di stato insabbiate – urla “fake news” ogni qualvolta qualcuno tenti di indagare sugli intrighi, le incongruenze o le palesi falsità di versioni ufficiali a dir poco traballanti. In nome di una fede scientista che ha ormai abdicato anche allo stesso metodo scientifico e che considera oggettive informazioni e visioni del mondo provenienti da imbarazzanti siti antibufala, divulgatori scientifici assunti direttamente dalle multinazionali e testate giornalistiche colluse con gli interessi dei loro stessi finanziatori.
Denunciare un governo che in Europa vota a favore, insieme ad altri governi, per bandire una sostanza chimica, e negli stessi giorni impone su un suo territorio l’utilizzo della stessa sostanza non è complottismo ma è ovvietà, è senso di giustizia, è capacità di vedere un paradosso logico, è buon senso sociale che dovrebbe avere ogni sincero democratico, se le sue idee non fossero state oscurate dal senso comune che oggi giustifica qualsiasi decisione in nome di una scienza che ovviamente non è più tale, ma è una parola-feticcio svuotata di senso e utilizzata per imporre un’ideologia. Il re è nudo e cammina per strada tranquillamente, tanto il popolo non lo vede perché ha i paraocchi tecnologici ed è imbottito di psicofarmaci. Altro che Medioevo, questo è il controllo biopolitico arrivato al suo stadio finale.
Leggi qui il Manifesto per l’agricoltura naturale nel Salento
Ma se si vuole arrivare, come in questo caso, non solo a deridere e denigrare socialmente, ma anche a rendere fisicamente impossibile la vita a chi pratica il cambiamento, non siamo forse vicini ad un punto di non ritorno per questo sistema sociale ed economico, e per questa fiction mediatica autoritaria e violenta chiamata – altro feticcio svuotato di senso – democrazia? O dobbiamo desertificare prima l’intero sistema Terra, in nome del nostro stile di vita e del profitto capitalista? Le alternative esistono, da decenni, alcune da millenni, ma ora sono ufficialmente sotto attacco. Ora è emergenza.
O forse, semplicemente, le cose stanno inevitabilmente cambiando, troppe persone sono ormai consapevoli dell’insostenibilità di un sistema come questo, anche se nella “politica” ufficiale esistono poche “sponde” per rappresentarle. E’ per questo che il delirio reazionario scientista sta usando tutte le sue armi per difendere il modello capitalista, anche le più assurde?
Il decreto Martina del 13 febbraio è leggibile sul Numero 80 della Gazzetta Ufficiale
Riportiamo di seguito l’articolo dal sito di Telerama, emittente locale salentina, che mette in luce la schizofrenia del governo italiano che ha votato in pochi giorni a favore della messa al bando dei pesticidi neonicotinoidi, e subito dopo a favore del loro utilizzo in Salento.
Fonte
Di regali alle multinazionali gli ultimi due governi fotocopia di finta-sinistra ne hanno fatti tanti, ma forse questo è il più spettacolare di tutti: con la scusa della Xylella o forse proprio grazie al fatto di essere riusciti a propagare questo batterio in Salento (ma non si hanno elementi per stabilire con certezza condivisa né le origini né la reale portata del batterio), il Ministro delle Politiche Agricole Maurizio Martina ha imposto a partire dal 2 maggio, per decreto, l’utilizzo a tappeto di pesticidi neonicotinoidi in tutto il Salento, per il periodo maggio-dicembre.
Gli stessi neoenicotinoidi sono ormai riconosciuti come pericolosi “apicidi”. Ma la cosa assurda e davvero sensazionale è che pochi giorni fa, il 27 aprile, “i paesi membri dell’Ue hanno approvato la richiesta della Commissione di porre fine all’utilizzo nei campi all’aperto dei tre neonicotinoidi nocivi a partire dalla fine del 2018, consentendone l’uso solo in serra.” [da E’ arrivato lo stop ai pesticidi]
E’ dunque, il decreto Martina, un risarcimento alla Bayer, imposto esattamente nella finestra di tempo che rimane prima dell’attuazione delle decisioni europee? Non è forse arrivato il momento di voltare pagina e riflettere su quello che sta succedendo a questa sinistra geneticamente modificata che fornisce e promuove servitù coatte al capitalismo finanziario? Maurizio Martina è l’attuale reggente del PD, ricordiamo.
Non è arrivato il momento di svegliarsi dall’assuefazione del “popolo della sinistra” ad uno scientismo criminale applicato pavlovianamente e fideisticamente a tutta l’esistenza, con la giustificazione di emergenze inventate sui media e puntuali come un orologio, e con soluzioni peggiori dei problemi, ogni volta che c’è un investimento da fare da parte di un colosso economico?
Invece di vomitare bile ogni giorno contro i vegani e l’omeopatia per sfogare le sue psicosi, non sarebbe ora che l’uomo medio civile uscisse dal silenzio complice di crimini planetari e aprisse gli occhi sulla devastazione dei territori, in questo caso di un Salento già martoriato da altre follie criminali quali Tap e discariche abusive?
Ci rendiamo conto che il vassallaggio dei governi di centrosinistra a tutto questo, ogni giorno, non fa che alimentare fascisti e sovranisti, a cui viene servita su un piatto d’argento ogni giorno materia per il loro finto gioco anti-sistema?
Come può essere accettabile per il senso comune, e per un senso comune “progressista”, l’imposizione di un avvelenamento alle persone, alla biodiversità e a tutto il territorio, ma soprattutto ai danni di chi da anni e decenni pratica forme di salvezza del mondo, agricoltura naturale, stili di vita sostenibili e altri mondi possibili rispetto alla necrosi capitalista? E gli esempi virtuosi in Salento sono innumerevoli, oltre al fatto che ad essere in pericolo è la stessa salubrità del territorio e la sua economia basata principalmente, appunto, sulle risorse naturali.
Siamo tutti a favore dell’ambiente e della salute? Forse no, c’è chi lo dice e c’è chi lo pratica. E c’è chi invece di avere un atteggiamento critico nei confronti dell’informazione – come se non bastassero decenni di strategia della tensione e stragi di stato insabbiate – urla “fake news” ogni qualvolta qualcuno tenti di indagare sugli intrighi, le incongruenze o le palesi falsità di versioni ufficiali a dir poco traballanti. In nome di una fede scientista che ha ormai abdicato anche allo stesso metodo scientifico e che considera oggettive informazioni e visioni del mondo provenienti da imbarazzanti siti antibufala, divulgatori scientifici assunti direttamente dalle multinazionali e testate giornalistiche colluse con gli interessi dei loro stessi finanziatori.
Denunciare un governo che in Europa vota a favore, insieme ad altri governi, per bandire una sostanza chimica, e negli stessi giorni impone su un suo territorio l’utilizzo della stessa sostanza non è complottismo ma è ovvietà, è senso di giustizia, è capacità di vedere un paradosso logico, è buon senso sociale che dovrebbe avere ogni sincero democratico, se le sue idee non fossero state oscurate dal senso comune che oggi giustifica qualsiasi decisione in nome di una scienza che ovviamente non è più tale, ma è una parola-feticcio svuotata di senso e utilizzata per imporre un’ideologia. Il re è nudo e cammina per strada tranquillamente, tanto il popolo non lo vede perché ha i paraocchi tecnologici ed è imbottito di psicofarmaci. Altro che Medioevo, questo è il controllo biopolitico arrivato al suo stadio finale.
Leggi qui il Manifesto per l’agricoltura naturale nel Salento
Ma se si vuole arrivare, come in questo caso, non solo a deridere e denigrare socialmente, ma anche a rendere fisicamente impossibile la vita a chi pratica il cambiamento, non siamo forse vicini ad un punto di non ritorno per questo sistema sociale ed economico, e per questa fiction mediatica autoritaria e violenta chiamata – altro feticcio svuotato di senso – democrazia? O dobbiamo desertificare prima l’intero sistema Terra, in nome del nostro stile di vita e del profitto capitalista? Le alternative esistono, da decenni, alcune da millenni, ma ora sono ufficialmente sotto attacco. Ora è emergenza.
O forse, semplicemente, le cose stanno inevitabilmente cambiando, troppe persone sono ormai consapevoli dell’insostenibilità di un sistema come questo, anche se nella “politica” ufficiale esistono poche “sponde” per rappresentarle. E’ per questo che il delirio reazionario scientista sta usando tutte le sue armi per difendere il modello capitalista, anche le più assurde?
Il decreto Martina del 13 febbraio è leggibile sul Numero 80 della Gazzetta Ufficiale
Riportiamo di seguito l’articolo dal sito di Telerama, emittente locale salentina, che mette in luce la schizofrenia del governo italiano che ha votato in pochi giorni a favore della messa al bando dei pesticidi neonicotinoidi, e subito dopo a favore del loro utilizzo in Salento.
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08/12/2017
L’Unione Europea dei veleni e delle multinazionali. Il caso del glifosato
Alla fine di novembre, la multinazionale tedesca Bayer, che nel 2016 si era fusa con la statunitense Monsanto e che produce il glifosato, è riuscita ad ottenerne l’autorizzazione all’uso in agricoltura ed in altri settori da parte della #CommissioneEuropea per altri cinque lunghi anni.
Ma già a settembre l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA), competente a valutare i rischi per la salute, aveva dato il proprio assenso all’uso del glifosato copiando pari pari il dossier presentato da Monsanto. Dal confronto tra la richiesta di rinnovo dell’autorizzazione che Monsanto aveva presentato nel maggio 2012 per conto della Glyphosate Task Force (un consorzio di oltre 20 aziende che commercializzano prodotti a base di glifosato in Europa) e la relazione dell’EFSA è emerso, infatti, che le sezioni del rapporto dell’EFSA che riesaminavano gli studi pubblicati sul potenziale impatto del glifosato sulla salute umana sono stati copiati di sana pianta dal dossier presentato da Monsanto. Peraltro, le 100 pagine copiate di peso sono proprio quelle relative alle sezioni più controverse: quelle sulla potenziale genotossicità, la cancerogenicità e la tossicità riproduttiva del glifosato.
La stessa Commissione Europea, tuttavia, ad agosto di quest’anno era stata costretta ad aprire un’indagine su quella repentina fusione tra la tedesca Bayer e la statunitense Monsanto a seguito del parere negativo dell’Antitrust comunitario che aveva ritenuto il nuovo colosso, nato in seguito ad una maxifusione da 59 miliardi di dollari, “dannoso per la concorrenza” nei settori interessati.
Ecco, è questo il punto che merita tutta la nostra attenzione: la Commissione interviene puntualmente se solo esiste il sospetto di una minima lesione di uno dei princìpi cardini della UE, cioè , la “concorrenza”, ovvero, il cosiddetto “libero mercato”. Quando invece c’è in gioco la tutela ed il diritto alla salute delle persone, in ambito comunitario, le cose vanno assai diversamente.
Ma innanzitutto, cos’è il glifosato? È un diserbante non selettivo, cioè, una molecola che elimina tutte le erbe infestanti, in uso dal 1974, e che è oggi l’erbicida più utilizzato in agricoltura, al mondo, perchè molto economico ed il più semplice da utilizzare. La Monsanto ha scoperto la sua azione come erbicida ad ampio spettro nel 1994 e lo ha, pertanto, brevettato e commercializzato con il nome di “Roundup”. Da allora l’uso del glifosato è aumentato globalmente di 15 volte. Dal 2001 il brevetto è scaduto, e il glifosato viene utilizzato da molte aziende nella formulazione di diserbanti utilizzati soprattutto in agricoltura.
Nel 2015, un gruppo di esperti dell’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) di Lione ha reso pubblici i risultati dell’indagine sugli effetti che il glifosato produce sugli esseri umani e sugli animali. In esito a quell’analisi, lo IARC ha deciso di inserire il glifosato nella lista delle sostanze “probabilmente cancerogene” (categoria 2A). Inoltre, gli studi epidemiologici sulla possibile attività del glifosato negli esseri umani hanno segnalato un aumento del rischio di linfomi non-Hodgkin tra gli agricoltori che ne fanno uso e gli studi di laboratorio in cellule isolate hanno dimostrato che la sostanza provoca danni genetici e stress ossidativo.
Come ampiamente documentato in un articolo del Prof. Roberto Suozzi, pubblicato su questo giornale il 16 febbraio 2017, un recentissimo studio condotto dagli scienziati del King College di Londra, i cui esiti sono stati resi noti il 9 gennaio 2017, ha dimostrato che, sperimentalmente nei ratti, a un dosaggio bassissimo, il glifosato provoca una steatosi epatica: cioè un fegato grasso su base non-alcolica (NAFLD). Questa situazione non solo può portare alla cirrosi epatica, ma può indurre anche altre patologie tra cui quelle cardiovascolari, come infarti e ictus. Si tratta del primo studio che dimostra, in maniera inequivocabile, il collegamento tra glifosato e gravi malattie.
Eppure sul glifosato, lo scorso settembre l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) non ci ha pensato due volte ad approvarne l’uso copiando pari pari il dossier presentato da Monsanto proprio sulle questioni più controverse. E non è bastato nemmeno quell’importante studio degli scienziati del King College di Londra a fermare la #CommissioneEuropea che a fine novembre ha votato a favore dell’autorizzazione all’uso del glifosato con il voto decisivo della Germania. Quella stessa Germania che nelle precedenti votazioni si era sempre astenuta ma che, a dicembre, per mezzo del suo ministro Schmdit, ha dato il suo voto positivo risultato determinante al rinnovo dell’autorizzazione. Certo, la cancelliera Angela Merkel si è subito affrettata a smentire l’operato del suo ministro dichiarando che “questa non era la decisione del governo” e, tuttavia, si è ben guardata dal chiederne le dimissioni.
E la salute dei cittadini comunitari? Se ne riparla fra 5 anni. Manco fosse la “concorrenza”.
Fonte
Ma già a settembre l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA), competente a valutare i rischi per la salute, aveva dato il proprio assenso all’uso del glifosato copiando pari pari il dossier presentato da Monsanto. Dal confronto tra la richiesta di rinnovo dell’autorizzazione che Monsanto aveva presentato nel maggio 2012 per conto della Glyphosate Task Force (un consorzio di oltre 20 aziende che commercializzano prodotti a base di glifosato in Europa) e la relazione dell’EFSA è emerso, infatti, che le sezioni del rapporto dell’EFSA che riesaminavano gli studi pubblicati sul potenziale impatto del glifosato sulla salute umana sono stati copiati di sana pianta dal dossier presentato da Monsanto. Peraltro, le 100 pagine copiate di peso sono proprio quelle relative alle sezioni più controverse: quelle sulla potenziale genotossicità, la cancerogenicità e la tossicità riproduttiva del glifosato.
La stessa Commissione Europea, tuttavia, ad agosto di quest’anno era stata costretta ad aprire un’indagine su quella repentina fusione tra la tedesca Bayer e la statunitense Monsanto a seguito del parere negativo dell’Antitrust comunitario che aveva ritenuto il nuovo colosso, nato in seguito ad una maxifusione da 59 miliardi di dollari, “dannoso per la concorrenza” nei settori interessati.
Ecco, è questo il punto che merita tutta la nostra attenzione: la Commissione interviene puntualmente se solo esiste il sospetto di una minima lesione di uno dei princìpi cardini della UE, cioè , la “concorrenza”, ovvero, il cosiddetto “libero mercato”. Quando invece c’è in gioco la tutela ed il diritto alla salute delle persone, in ambito comunitario, le cose vanno assai diversamente.
Ma innanzitutto, cos’è il glifosato? È un diserbante non selettivo, cioè, una molecola che elimina tutte le erbe infestanti, in uso dal 1974, e che è oggi l’erbicida più utilizzato in agricoltura, al mondo, perchè molto economico ed il più semplice da utilizzare. La Monsanto ha scoperto la sua azione come erbicida ad ampio spettro nel 1994 e lo ha, pertanto, brevettato e commercializzato con il nome di “Roundup”. Da allora l’uso del glifosato è aumentato globalmente di 15 volte. Dal 2001 il brevetto è scaduto, e il glifosato viene utilizzato da molte aziende nella formulazione di diserbanti utilizzati soprattutto in agricoltura.
Nel 2015, un gruppo di esperti dell’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) di Lione ha reso pubblici i risultati dell’indagine sugli effetti che il glifosato produce sugli esseri umani e sugli animali. In esito a quell’analisi, lo IARC ha deciso di inserire il glifosato nella lista delle sostanze “probabilmente cancerogene” (categoria 2A). Inoltre, gli studi epidemiologici sulla possibile attività del glifosato negli esseri umani hanno segnalato un aumento del rischio di linfomi non-Hodgkin tra gli agricoltori che ne fanno uso e gli studi di laboratorio in cellule isolate hanno dimostrato che la sostanza provoca danni genetici e stress ossidativo.
Come ampiamente documentato in un articolo del Prof. Roberto Suozzi, pubblicato su questo giornale il 16 febbraio 2017, un recentissimo studio condotto dagli scienziati del King College di Londra, i cui esiti sono stati resi noti il 9 gennaio 2017, ha dimostrato che, sperimentalmente nei ratti, a un dosaggio bassissimo, il glifosato provoca una steatosi epatica: cioè un fegato grasso su base non-alcolica (NAFLD). Questa situazione non solo può portare alla cirrosi epatica, ma può indurre anche altre patologie tra cui quelle cardiovascolari, come infarti e ictus. Si tratta del primo studio che dimostra, in maniera inequivocabile, il collegamento tra glifosato e gravi malattie.
Eppure sul glifosato, lo scorso settembre l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) non ci ha pensato due volte ad approvarne l’uso copiando pari pari il dossier presentato da Monsanto proprio sulle questioni più controverse. E non è bastato nemmeno quell’importante studio degli scienziati del King College di Londra a fermare la #CommissioneEuropea che a fine novembre ha votato a favore dell’autorizzazione all’uso del glifosato con il voto decisivo della Germania. Quella stessa Germania che nelle precedenti votazioni si era sempre astenuta ma che, a dicembre, per mezzo del suo ministro Schmdit, ha dato il suo voto positivo risultato determinante al rinnovo dell’autorizzazione. Certo, la cancelliera Angela Merkel si è subito affrettata a smentire l’operato del suo ministro dichiarando che “questa non era la decisione del governo” e, tuttavia, si è ben guardata dal chiederne le dimissioni.
E la salute dei cittadini comunitari? Se ne riparla fra 5 anni. Manco fosse la “concorrenza”.
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30/11/2017
Veleni: Germania decisiva in Commissione Europea per autorizzare il Glifosato. La Bayer ringrazia
La Commissione Europea ha approvato l’autorizzazione all’uso del glifosato. Altri cinque anni, dunque, prima della messa al bando a partire dal 2022. Il Glifosato (in sigla C3H8NO5P) più correttamente definito Roundup, viene considerato un erbicida totale. Il maggiore produttore mondiale è la multinazionale statunitense Monsanto che però nel settembre 2016 è stata acquisita dalla multinazionale tedesca Bayer.
In Italia c’è il divieto di usarlo sul grano in pre-raccolta, diversamente da quanto avviene per quello straniero proveniente da Usa e Canada, dove – nella stessa fase produttiva – viene invece intensivamente impiegato per seccare e garantire artificialmente un livello proteico elevato. La rivista Nature ha pubblicato uno studio scientifico, condotto su ratti, che fa molta chiarezza sul Glifosato (Roundup) il quale provoca un aumento di incidenza di patologie del fegato e del rene in particolare. E’ uno studio molto importante, condotto per molto tempo, che sta provocando nella comunità scientifica grandi discussioni sull’uso dell’erbicida, del diserbante Roundup sulla salute umana. Su questo il nostro giornale ha già documentato ampiamente.
Gli scienziati del King College di Londra hanno dimostrato che, sperimentalmente nei ratti, a un dosaggio bassissimo, il Roundup provocava una steatosi epatica: cioè un fegato grasso su base non-alcolica (NAFLD). Questa situazione non solo può portare alla cirrosi epatica, ma può indurre anche altre patologie tra cui quelle cardiovascolari, come infarti e ictus. Questo è il primo studio che dimostra, in maniera inequivocabile, il collegamento tra Roundup e gravi malattie.
Per l’approvazione è stato determinante il parere positivo della Germania, che ha di fatto spostato l’equilibrio dei paesi della Ue riuniti per decidere. Impossibile non individuare il nesso tra questa posizione del governo tedesco – decisivo per la scelta della Commissione Europea – e il fatto che il maggior produttore mondiale di Glifosato sia adesso la multinazionale tedesca Bayer.
La maggioranza qualificata si espressa con 18 paesi a favore della proroga di cinque anni, 9 i paesi contrari (Italia, Francia, Belgio, Grecia, Ungheria, Cipro, Malta, Lussemburgo e Lettonia), 1 astenuto (Portogallo). La Germania, si era sempre astenuta negli scorsi tentativi nel Comitato permanente Ue di poter applicare il glifosato su piante, cibi e mangimi (Comitato Paff) facendo così mancare la maggioranza qualificata sia pro che contro la proposta della Commissione Europea. Questa volta si è invece espressa a favore. Per altri cinque anni la Monsanto potrà vendere il veleno con cui irrorare le coltivazioni, anche in una Europa dove a fare la differenza sono gli interessi di multinazionali come la tedesca Bayer.
Fonte
In Italia c’è il divieto di usarlo sul grano in pre-raccolta, diversamente da quanto avviene per quello straniero proveniente da Usa e Canada, dove – nella stessa fase produttiva – viene invece intensivamente impiegato per seccare e garantire artificialmente un livello proteico elevato. La rivista Nature ha pubblicato uno studio scientifico, condotto su ratti, che fa molta chiarezza sul Glifosato (Roundup) il quale provoca un aumento di incidenza di patologie del fegato e del rene in particolare. E’ uno studio molto importante, condotto per molto tempo, che sta provocando nella comunità scientifica grandi discussioni sull’uso dell’erbicida, del diserbante Roundup sulla salute umana. Su questo il nostro giornale ha già documentato ampiamente.
Gli scienziati del King College di Londra hanno dimostrato che, sperimentalmente nei ratti, a un dosaggio bassissimo, il Roundup provocava una steatosi epatica: cioè un fegato grasso su base non-alcolica (NAFLD). Questa situazione non solo può portare alla cirrosi epatica, ma può indurre anche altre patologie tra cui quelle cardiovascolari, come infarti e ictus. Questo è il primo studio che dimostra, in maniera inequivocabile, il collegamento tra Roundup e gravi malattie.
Per l’approvazione è stato determinante il parere positivo della Germania, che ha di fatto spostato l’equilibrio dei paesi della Ue riuniti per decidere. Impossibile non individuare il nesso tra questa posizione del governo tedesco – decisivo per la scelta della Commissione Europea – e il fatto che il maggior produttore mondiale di Glifosato sia adesso la multinazionale tedesca Bayer.
La maggioranza qualificata si espressa con 18 paesi a favore della proroga di cinque anni, 9 i paesi contrari (Italia, Francia, Belgio, Grecia, Ungheria, Cipro, Malta, Lussemburgo e Lettonia), 1 astenuto (Portogallo). La Germania, si era sempre astenuta negli scorsi tentativi nel Comitato permanente Ue di poter applicare il glifosato su piante, cibi e mangimi (Comitato Paff) facendo così mancare la maggioranza qualificata sia pro che contro la proposta della Commissione Europea. Questa volta si è invece espressa a favore. Per altri cinque anni la Monsanto potrà vendere il veleno con cui irrorare le coltivazioni, anche in una Europa dove a fare la differenza sono gli interessi di multinazionali come la tedesca Bayer.
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23/08/2017
Fusione Bayer-Monsanto. L’Unione Europea per ora “indaga”
L’oligopolio già esiste. La preoccupazione degli arbitri attivi nel campionato multinazionale è che si rischi il monopolio. E che dunque finiscano i giochi “virtuosi” della concorrenza.
L’Unione Europea ha deciso di bloccare temporaneamente il progetto di fusione tra Bayer e Monsanto, entrambi attivi in particolare nel settore dell’agrochimica, oltre che nella farmaceutica. Una fusione da 59 miliardi, festeggiata dalle borse, ma con qualche problema di eccessiva concentrazione.
Nel settore la corsa a concentrare è aperta da tempo, tanto che le fusioni tra Dow e Dupont, più quella tra ChemChina e Syngenta, sono già andate in porto. Ma Bayer e Monsanto possono vantare una posizione già pressoché insuperabile in alcuni comparti specifici, come pesticidi, sementi (Monsanto è nota soprattutto per gli Ogm, ufficialmente vietati in Europa e in Germania, “base” del colosso esploso con l’Aspirina) e composti chimici vari per l’agricoltura (fertilizzanti, ecc).
La Commissione si è presa tempo fino all’8 gennaio 2018 per sciogliere i dubbi, a partire da quello relativo all’«accesso dei rivali ai distributori e agli agricoltori», che sarebbe prevedibilmente blindato dalla fusione tra i due gruppi principali.
Stiamo parlando di un mercato fortemente caratterizzato da un oligopolio (i gruppi mondiali si contano sulle dita di una mano), anche se – soprattutto nei paesi “emergenti” – movimenti di agricoltori e società produttrici minori provano a contrastare la rapina delle sementi (com’è noto, i semi Ogm danno frutti senza semi, quindi ad ogni rotazione agricola bisogna ricomprarli di nuovo, rinunciando di fatto all’autonomia della riproduzione).
Ed è chiaro che se l’oligopolio si restringe ad un solo soggetto dominante qualsiasi “normativa” non potrà impedire alcun abuso (sia commerciale che, soprattutto, sulla sicurezza alimentare). Ciò spiega perché un soggetto assolutamente prono al grande capitale multinazionale, come l’Unione Europea, sia costretto ad occuparsi criticamente di una fusione appoggiata fortemente dal governo tedesco.
Nel comunicato che accompagna la decisione, la Commissione esprime infatti «preoccupazioni preliminari» che l’operazione «possa ridurre la concorrenza in una serie di diversi mercati che porterebbero a prezzi più alti, qualità inferiore, meno scelta e meno innovazione».
Dinamiche che, dal nostro punto di vista e per storia del capitalismo, si verificherebbero con assoluta certezza.
Fonte
L’Unione Europea ha deciso di bloccare temporaneamente il progetto di fusione tra Bayer e Monsanto, entrambi attivi in particolare nel settore dell’agrochimica, oltre che nella farmaceutica. Una fusione da 59 miliardi, festeggiata dalle borse, ma con qualche problema di eccessiva concentrazione.
Nel settore la corsa a concentrare è aperta da tempo, tanto che le fusioni tra Dow e Dupont, più quella tra ChemChina e Syngenta, sono già andate in porto. Ma Bayer e Monsanto possono vantare una posizione già pressoché insuperabile in alcuni comparti specifici, come pesticidi, sementi (Monsanto è nota soprattutto per gli Ogm, ufficialmente vietati in Europa e in Germania, “base” del colosso esploso con l’Aspirina) e composti chimici vari per l’agricoltura (fertilizzanti, ecc).
La Commissione si è presa tempo fino all’8 gennaio 2018 per sciogliere i dubbi, a partire da quello relativo all’«accesso dei rivali ai distributori e agli agricoltori», che sarebbe prevedibilmente blindato dalla fusione tra i due gruppi principali.
Stiamo parlando di un mercato fortemente caratterizzato da un oligopolio (i gruppi mondiali si contano sulle dita di una mano), anche se – soprattutto nei paesi “emergenti” – movimenti di agricoltori e società produttrici minori provano a contrastare la rapina delle sementi (com’è noto, i semi Ogm danno frutti senza semi, quindi ad ogni rotazione agricola bisogna ricomprarli di nuovo, rinunciando di fatto all’autonomia della riproduzione).
Ed è chiaro che se l’oligopolio si restringe ad un solo soggetto dominante qualsiasi “normativa” non potrà impedire alcun abuso (sia commerciale che, soprattutto, sulla sicurezza alimentare). Ciò spiega perché un soggetto assolutamente prono al grande capitale multinazionale, come l’Unione Europea, sia costretto ad occuparsi criticamente di una fusione appoggiata fortemente dal governo tedesco.
Nel comunicato che accompagna la decisione, la Commissione esprime infatti «preoccupazioni preliminari» che l’operazione «possa ridurre la concorrenza in una serie di diversi mercati che porterebbero a prezzi più alti, qualità inferiore, meno scelta e meno innovazione».
Dinamiche che, dal nostro punto di vista e per storia del capitalismo, si verificherebbero con assoluta certezza.
Fonte
21/09/2016
Nutrire il pianeta, da oggi ci pensa Bayer
Che il libero mercato tenda inevitabilmente al monopolio è una legge
economica difficilmente contestabile persino dall’economia politica
borghese neoclassica. Che persino l’alimentazione e i suoi connessi
legati al mondo della produzione agricola vengano governati
esclusivamente dalle logiche privatistiche, è anch’essa un’evidenza
ormai secolare. Nonostante Expo e gli intenti retorici sull’accesso al
cibo e nuove forme di produzione alimentare, a stabilire forme, tempi e
costi dell’agricoltura era, fino al 15 settembre, un ristretto gruppo di
mega aziende multinazionali di sementi e pesticidi. Da quel giorno, di
fatto, l’intero comparto agricolo globale, almeno in Occidente, è
controllato da una sola grande azienda. La recente acquisizione della
monopolista americana degli Ogm Monsanto da parte del colosso chimico
tedesco Bayer si inscrive nella battaglia mondiale in corso tra le
grandi corporation del settore, una guerra che la crisi economica, come
ogni crisi economica, ha incentivato e, in qualche modo, reso
inevitabile.
Un’acquisizione da 66 miliardi di dollari, che era stata preceduta negli ultimi mesi, sempre nel settore agrochimico, da altre due mega acquisizioni: quella tra Dow Chemical e DuPont, e quella avvenuta nelle scorse settimane tra il colosso cinese della chimica ChemCina e la svizzera Syngenta.
Ma ciò avviene in ogni settore. Soltanto in questo primo scorcio di secolo, possiamo verificare che il processo di concentrazione monopolistica e l’ordine di grandezza delle multinazionali ha visto una crescita senza precedenti delle acquisizioni e fusioni delle società nei più svariati campi dell’economia: dall’industria automobilistica alla grande distribuzione, dal mercato dell’energia alla logistica, dalle tecnologie avanzate al settore degli idrocarburi.
L’attuale concentrazione aziendale rappresenta però un salto di qualità: ad essere monopolizzato di fatto è la produzione e l’accesso al cibo. Se la concentrazione nell’Hi-Tech riguarda un campo tutto sommato secondario o comunque non direttamente vitale, il governo della produzione agricola controllato di fatto da un’unica azienda planetaria mina alle fondamenta le possibilità di sviluppo dello stesso genere umano. Sottrae ogni possibile autonomia produttiva individuale o pubblica: da oggi qualsiasi produttore agricolo deve passare per la Bayer per potersi garantire la possibilità di coltivare. Le conseguenze sociali e ambientali di questa operazione sono facilmente intuibili, visto che la Bayer ha un’assoluta posizione di monopolio nel campo della farmaceutica e dei pesticidi, e la Monsanto nel campo dei brevetti Ogm e sulle sementi, sia transgeniche sia convenzionali.
Detto per inciso, Bayer e Monsanto erano, fino al 15 settembre, diretti rivali, come riportato da Linkiesta che linkiamo nella piccola letteratura online in calce: “se si guarda agli erbicidi, Monsanto e Bayer sono concorrenti diretti e molto agguerriti. Dal 1974 la Monsanto ha messo a punto il suo prodotto erbicida a base di glifosato, chiamato Roundup Ready. Negli Usa il principale concorrente è il Liberty Link della Bayer, a base di glufinosato[…]La percentuale di semi utilizzati con brevetto Monsanto la configura come monopolista. Se si guarda ai semi coperti da brevetto utilizzati negli Usa, quelli della Monsanto sono il 97% per la soia, il 75% per il mais e il 95% per il cotone. Parti di questi semi sono venduti da società indipendenti, che però devono fare accordi con la Monsanto.”
Insomma con queste operazioni di “consolidamento”, come asetticamente le chiama Il Sole 24 Ore, il mercato della produzione di cibo e del settore agrochimico nel suo complesso sarà, alla fine di questo processo, in mano a tre colossi multinazionali, mentre solo fino a un anno fa il controllo mondiale di questo settore si spartiva tra 6-7 società multinazionali. Quando crisi fa rima con opportunità, nel mondo della concentrazione finanziaria.
La mega fusione consente anche altre appendici non proprio irrilevanti: è l’escamotage per aggirare il fallimento del TTIP, visto che la Bayer è un’azienda europea, dunque capace di aprire le porte dell’agricoltura continentale ad un’azienda, la Monsanto, che fino ad ora aveva subito forme di controllo capaci quantomeno di “limitare” la sua capacità espansiva e invasiva; ed è lo strumento finale attraverso cui imporre per vie traverse l’utilizzo generalizzato dei fertilizzanti Ogm, vietati in alcuni paesi europei e fortemente limitati in altri, a differenza del mercato americano.
Purtroppo, non solo il dado è ormai tratto, ma le popolazioni europee non hanno al momento alcuno strumento di difesa praticabile, se non quello di rafforzare organi tecnici di controllo continentale che però, paradossalmente, finirebbero per approfondire il problema più che ridurlo, visto che proprio l’ideologia tecnocratica europeista è stata il grimaldello attraverso cui disattivare forme di resistenza politica a processi di concentrazione finanziaria come queste.
Mai come in casi come questo appariamo disarmati di fronte all’esistente, ai macro-processi che determinano il nostro sviluppo, che avviene sopra (e contro) le nostre teste. Come col TTIP, dovremmo sperare che fusioni monopolistiche come queste entrino in conflitto con altri interessi di altri pezzi di borghesia europea, tali da rallentare o magari bloccare un processo altrimenti non arginabile.
Un’immagine decisamente poco rosea del nostro futuro.
Di seguito una sintetica letteratura online utile a capire i passaggi economici, finanziari, produttivi, ambientali e sociali della fusione monstre tra Bayer e Monsanto:
Il Sole 24 Ore:
http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2016-09-15/bayer-conquista-monsanto-063845.shtml?uuid=AD5HTkKB&fromSearch
http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2016-09-15/bayer-monsanto-puo-cambiare-storia-ogm-europa-in-italia-chissa-150236.shtml?uuid=AD09GzKB&fromSearch
http://www.econopoly.ilsole24ore.com/2016/09/15/bayer-monsanto-puo-cambiare-la-storia-degli-ogm-in-europa-in-italia-chissa/
http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2016-09-15/con-monsanto-bayer-compra-controversi-ogm-e-diserbanti-071049.shtml?uuid=ADoMekKB&fromSearch
http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2016-08-29/la-febbre-fusioni-tocca-quota-2200-miliardi-105445.shtml?uuid=ADBpQ1AB
Contropiano:
http://contropiano.org/news/internazionale-news/2016/09/15/bayer-si-pappa-monsanto-vuol-padrone-della-vita-083475
Linkiesta:
http://www.linkiesta.it/it/article/2016/08/19/fusione-bayer-monsanto-un-disastro-da-evitare-per-lagricoltura-mondial/31514/
Fonte
Un’acquisizione da 66 miliardi di dollari, che era stata preceduta negli ultimi mesi, sempre nel settore agrochimico, da altre due mega acquisizioni: quella tra Dow Chemical e DuPont, e quella avvenuta nelle scorse settimane tra il colosso cinese della chimica ChemCina e la svizzera Syngenta.
Ma ciò avviene in ogni settore. Soltanto in questo primo scorcio di secolo, possiamo verificare che il processo di concentrazione monopolistica e l’ordine di grandezza delle multinazionali ha visto una crescita senza precedenti delle acquisizioni e fusioni delle società nei più svariati campi dell’economia: dall’industria automobilistica alla grande distribuzione, dal mercato dell’energia alla logistica, dalle tecnologie avanzate al settore degli idrocarburi.
L’attuale concentrazione aziendale rappresenta però un salto di qualità: ad essere monopolizzato di fatto è la produzione e l’accesso al cibo. Se la concentrazione nell’Hi-Tech riguarda un campo tutto sommato secondario o comunque non direttamente vitale, il governo della produzione agricola controllato di fatto da un’unica azienda planetaria mina alle fondamenta le possibilità di sviluppo dello stesso genere umano. Sottrae ogni possibile autonomia produttiva individuale o pubblica: da oggi qualsiasi produttore agricolo deve passare per la Bayer per potersi garantire la possibilità di coltivare. Le conseguenze sociali e ambientali di questa operazione sono facilmente intuibili, visto che la Bayer ha un’assoluta posizione di monopolio nel campo della farmaceutica e dei pesticidi, e la Monsanto nel campo dei brevetti Ogm e sulle sementi, sia transgeniche sia convenzionali.
Detto per inciso, Bayer e Monsanto erano, fino al 15 settembre, diretti rivali, come riportato da Linkiesta che linkiamo nella piccola letteratura online in calce: “se si guarda agli erbicidi, Monsanto e Bayer sono concorrenti diretti e molto agguerriti. Dal 1974 la Monsanto ha messo a punto il suo prodotto erbicida a base di glifosato, chiamato Roundup Ready. Negli Usa il principale concorrente è il Liberty Link della Bayer, a base di glufinosato[…]La percentuale di semi utilizzati con brevetto Monsanto la configura come monopolista. Se si guarda ai semi coperti da brevetto utilizzati negli Usa, quelli della Monsanto sono il 97% per la soia, il 75% per il mais e il 95% per il cotone. Parti di questi semi sono venduti da società indipendenti, che però devono fare accordi con la Monsanto.”
Insomma con queste operazioni di “consolidamento”, come asetticamente le chiama Il Sole 24 Ore, il mercato della produzione di cibo e del settore agrochimico nel suo complesso sarà, alla fine di questo processo, in mano a tre colossi multinazionali, mentre solo fino a un anno fa il controllo mondiale di questo settore si spartiva tra 6-7 società multinazionali. Quando crisi fa rima con opportunità, nel mondo della concentrazione finanziaria.
La mega fusione consente anche altre appendici non proprio irrilevanti: è l’escamotage per aggirare il fallimento del TTIP, visto che la Bayer è un’azienda europea, dunque capace di aprire le porte dell’agricoltura continentale ad un’azienda, la Monsanto, che fino ad ora aveva subito forme di controllo capaci quantomeno di “limitare” la sua capacità espansiva e invasiva; ed è lo strumento finale attraverso cui imporre per vie traverse l’utilizzo generalizzato dei fertilizzanti Ogm, vietati in alcuni paesi europei e fortemente limitati in altri, a differenza del mercato americano.
Purtroppo, non solo il dado è ormai tratto, ma le popolazioni europee non hanno al momento alcuno strumento di difesa praticabile, se non quello di rafforzare organi tecnici di controllo continentale che però, paradossalmente, finirebbero per approfondire il problema più che ridurlo, visto che proprio l’ideologia tecnocratica europeista è stata il grimaldello attraverso cui disattivare forme di resistenza politica a processi di concentrazione finanziaria come queste.
Mai come in casi come questo appariamo disarmati di fronte all’esistente, ai macro-processi che determinano il nostro sviluppo, che avviene sopra (e contro) le nostre teste. Come col TTIP, dovremmo sperare che fusioni monopolistiche come queste entrino in conflitto con altri interessi di altri pezzi di borghesia europea, tali da rallentare o magari bloccare un processo altrimenti non arginabile.
Un’immagine decisamente poco rosea del nostro futuro.
Di seguito una sintetica letteratura online utile a capire i passaggi economici, finanziari, produttivi, ambientali e sociali della fusione monstre tra Bayer e Monsanto:
Il Sole 24 Ore:
http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2016-09-15/bayer-conquista-monsanto-063845.shtml?uuid=AD5HTkKB&fromSearch
http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2016-09-15/bayer-monsanto-puo-cambiare-storia-ogm-europa-in-italia-chissa-150236.shtml?uuid=AD09GzKB&fromSearch
http://www.econopoly.ilsole24ore.com/2016/09/15/bayer-monsanto-puo-cambiare-la-storia-degli-ogm-in-europa-in-italia-chissa/
http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2016-09-15/con-monsanto-bayer-compra-controversi-ogm-e-diserbanti-071049.shtml?uuid=ADoMekKB&fromSearch
http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2016-08-29/la-febbre-fusioni-tocca-quota-2200-miliardi-105445.shtml?uuid=ADBpQ1AB
Contropiano:
http://contropiano.org/news/internazionale-news/2016/09/15/bayer-si-pappa-monsanto-vuol-padrone-della-vita-083475
Linkiesta:
http://www.linkiesta.it/it/article/2016/08/19/fusione-bayer-monsanto-un-disastro-da-evitare-per-lagricoltura-mondial/31514/
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02/04/2013
India, sì all’anti cancro low cost. Novartis perde il ricorso sul brevetto
Dopo sei anni di battaglia legale la Corte Suprema indiana ha respinto l'istanza dell’industria farmaceutica svizzera per il brevetto di un farmaco anti tumore. I giudici hanno stabilito che l’industria locale ha il diritto a produrre il medicinale Glivec come farmaco generico per salvaguardare il diritto alla salute della popolazione
Sei anni di battaglia legale tra il colosso farmaceutico Novartis e l’India, ma già come avvenuto con Roche e Bayer i supremi giudici si sono messi una mano sulla coscienza dando torto a “Big Pharma”. La Corte Suprema indiana ha respinto il ricorso dell’industria farmaceutica svizzera relativo al brevetto di un farmaco anti tumore. I giudici, secondo la tv Cnn Ibn, hanno stabilito che l’industria locale ha il diritto a produrre il medicinale Glivec come farmaco generico low cost per salvaguardare il diritto alla salute della popolazione. La sentenza arriva dopo anni di carte bollate e recriminazioni ingaggiata dal colosso elvetico per ottenere il rispetto delle leggi sulla proprietà intellettuale. Come motivazione la Corte Suprema ha argomentato che il Glivec “non è un prodotto innovativo” perché utilizza una molecola già nota e quindi non rientra nei criteri stabiliti per le “invenzioni”. Le associazioni indiane di difesa dei diritti umani esultano perché si tratta di una conferma dell’India come “farmacia dei poveri” mondiale.
Poco meno di un mese fa, il 5 marzo, l’India aveva respinto un altro ricorso; quello della società farmaceutica Bayer sempre contro una versione low cost di un farmaco anti cancro. L’industri tedesca si era rivolta alla Commissione di appello per la proprietà intellettuale (Ipab) per chiedere l’annullamento della decisione di cedere all’indiana Natco Pharma un brevetto per produrre a basso costo il Nexavar, usato per curare il tumore al fegato e ai reni. La Bayer vendeva il medicinale a circa 5.600 dollari per 120 compresse, ovvero la scorta per un mese, mentre il prezzo della versione generica indiana è di 175 dollari per la stessa dose. Un anno fa, il governo indiano aveva concesso il brevetto alla Natco Pharma con la motivazione che ”doveva essere alla portata della maggior parte dei malati”. Il 3 novembre del 2012 l’India aveva revocato il brevetto di un costoso medicinale anti epatite prodotto dalla svizzera Roche rompendo di fatto il monopolio detenuto dalla società. Anche in questo caso la Corte di appello indiana per i brevetti (Ipab) ha ritenuto il farmaco Pegasys, usato per curare l’epatite C, non ”un’invenzione’‘, tale quindi da essere protetta da un brevetto secondo il regime sulla tutela della proprietà intellettuale noto. La cura, che dura sei mesi costa oltre 8.700 dollari, una cifra enorme per larga parte dei malati cronici di epatite che sono in maggioranza tossicodipendenti. Il Pegasys è stato il primo farmaco brevettato in India dove oltre il 90% dei medicinali sono generici, ovvero ”copiati” da prodotti che sono frutto di anni di ricerca delle aziende occidentali. Si tratta di un annosa disputa ma che di recente, con la crisi economica globale, è diventata di primaria importanza per i rapporti tra l’India e le aziende occidentali.
Quello del paese asiatico è uno dei mercati più appetitosi al mondo con un giro d’affari stimato di 12 miliardi di dollari, ma anche con una legislazione in materia di proprietà intellettuale che si presta a molte interpretazioni, come si lamentano le case farmaceutiche. Contrastate da organizzazioni umanitarie come ”Medici Senza Frontiere” che si riforniscono dall’India per le loro campagne mondiali sulla sanità e anti Aids.
Durissima la reazione della società: “La decisione della Corte suprema indiana scoraggia la ricerca di farmaci innovativi, essenziale per l’avanzamento della scienza medica al servizio dei pazienti. A Novartis non è mai stato riconosciuto un brevetto originale per Glivec in India. Siamo fermamente convinti che le innovazioni originali debbano essere riconosciute e tutelate da brevetti al fine di incoraggiare gli investimenti nell’innovazione medica, in particolare nel caso di bisogni clinici insoddisfatti” ha detto Ranjit Shahani, vice chairman e managing director di Novartis India Limited.
“Abbiamo portato avanti questo caso poiché crediamo che i brevetti tutelino l’innovazione e incoraggino i progressi medici, soprattutto per i bisogni clinici insoddisfatti”, ha aggiunto. “Questa sentenza rappresenta una battuta d’arresto per i pazienti e ostacolerà i progressi medici nelle patologie per le quali non sono ancora disponibili opzioni terapeutiche efficaci”. In una conferenza stampa a Mumbai trasmessa in diretta dalle tv indiane, Ranjani ha ricordato che il Glivec è “fornito gratuitamente al 95% dei pazienti indiani” nell’ambito delle iniziative dell’azienda svizzera per garantire l’accesso a farmaci salvavita alle fasce povere della popolazione. Il costoso farmaco elvetico è usato da 16 mila malati in India. “Novartis non ha quindi interessi commerciali su questo farmaco in India” ha aggiunto. Rispondendo a una domanda sulle ripercussioni del verdetto, il manager ha precisato che “Novartis continuerà a investire in India e a chiedere brevetti” per i suoi prodotti. Si è augurato inoltre che in futuro “possa migliorare il clima in cui si svolge la ricerca farmaceutica a beneficio delle aziende straniere e anche di quelle indiane”. Ha poi ricordato che dal 2005 “milioni di dollari di investimenti sono andati in Cina” a discapito dell’India dove manca un “ecosistema” favorevole alla tutela della proprietà intellettuale.
Fonte
E' un po' difficile farsi un'opinione univoca sul fatto in quanto da una parte ci sta Novartis (e il resto di Big Pharma che specula tranquillamente sulla salute della gente) che dice d'aver fornito il farmaco incriminato gratuitamente al 95% dei malati indiani, dall'altra c'è l'India e la sua industria farmaceutica che notoriamente vive e prolifica sui farmaci generici che necessitano di sentenze come questa sul mancato riconoscimento di brevetti altrui.
Mi sa che tra i due contendenti, come sempre ci rimette l'anello debole della catena: il malato.
Di una cosa sono certo, lo sviluppo e la ricerca medica - e non solo - dovrebbe essere completamente espropriante da qualsiasi interesse commerciale e privato, con buona pace delle stronzate sul progresso che senza i capitali privati non sarebbe possibile.
Sei anni di battaglia legale tra il colosso farmaceutico Novartis e l’India, ma già come avvenuto con Roche e Bayer i supremi giudici si sono messi una mano sulla coscienza dando torto a “Big Pharma”. La Corte Suprema indiana ha respinto il ricorso dell’industria farmaceutica svizzera relativo al brevetto di un farmaco anti tumore. I giudici, secondo la tv Cnn Ibn, hanno stabilito che l’industria locale ha il diritto a produrre il medicinale Glivec come farmaco generico low cost per salvaguardare il diritto alla salute della popolazione. La sentenza arriva dopo anni di carte bollate e recriminazioni ingaggiata dal colosso elvetico per ottenere il rispetto delle leggi sulla proprietà intellettuale. Come motivazione la Corte Suprema ha argomentato che il Glivec “non è un prodotto innovativo” perché utilizza una molecola già nota e quindi non rientra nei criteri stabiliti per le “invenzioni”. Le associazioni indiane di difesa dei diritti umani esultano perché si tratta di una conferma dell’India come “farmacia dei poveri” mondiale.
Poco meno di un mese fa, il 5 marzo, l’India aveva respinto un altro ricorso; quello della società farmaceutica Bayer sempre contro una versione low cost di un farmaco anti cancro. L’industri tedesca si era rivolta alla Commissione di appello per la proprietà intellettuale (Ipab) per chiedere l’annullamento della decisione di cedere all’indiana Natco Pharma un brevetto per produrre a basso costo il Nexavar, usato per curare il tumore al fegato e ai reni. La Bayer vendeva il medicinale a circa 5.600 dollari per 120 compresse, ovvero la scorta per un mese, mentre il prezzo della versione generica indiana è di 175 dollari per la stessa dose. Un anno fa, il governo indiano aveva concesso il brevetto alla Natco Pharma con la motivazione che ”doveva essere alla portata della maggior parte dei malati”. Il 3 novembre del 2012 l’India aveva revocato il brevetto di un costoso medicinale anti epatite prodotto dalla svizzera Roche rompendo di fatto il monopolio detenuto dalla società. Anche in questo caso la Corte di appello indiana per i brevetti (Ipab) ha ritenuto il farmaco Pegasys, usato per curare l’epatite C, non ”un’invenzione’‘, tale quindi da essere protetta da un brevetto secondo il regime sulla tutela della proprietà intellettuale noto. La cura, che dura sei mesi costa oltre 8.700 dollari, una cifra enorme per larga parte dei malati cronici di epatite che sono in maggioranza tossicodipendenti. Il Pegasys è stato il primo farmaco brevettato in India dove oltre il 90% dei medicinali sono generici, ovvero ”copiati” da prodotti che sono frutto di anni di ricerca delle aziende occidentali. Si tratta di un annosa disputa ma che di recente, con la crisi economica globale, è diventata di primaria importanza per i rapporti tra l’India e le aziende occidentali.
Quello del paese asiatico è uno dei mercati più appetitosi al mondo con un giro d’affari stimato di 12 miliardi di dollari, ma anche con una legislazione in materia di proprietà intellettuale che si presta a molte interpretazioni, come si lamentano le case farmaceutiche. Contrastate da organizzazioni umanitarie come ”Medici Senza Frontiere” che si riforniscono dall’India per le loro campagne mondiali sulla sanità e anti Aids.
Durissima la reazione della società: “La decisione della Corte suprema indiana scoraggia la ricerca di farmaci innovativi, essenziale per l’avanzamento della scienza medica al servizio dei pazienti. A Novartis non è mai stato riconosciuto un brevetto originale per Glivec in India. Siamo fermamente convinti che le innovazioni originali debbano essere riconosciute e tutelate da brevetti al fine di incoraggiare gli investimenti nell’innovazione medica, in particolare nel caso di bisogni clinici insoddisfatti” ha detto Ranjit Shahani, vice chairman e managing director di Novartis India Limited.
“Abbiamo portato avanti questo caso poiché crediamo che i brevetti tutelino l’innovazione e incoraggino i progressi medici, soprattutto per i bisogni clinici insoddisfatti”, ha aggiunto. “Questa sentenza rappresenta una battuta d’arresto per i pazienti e ostacolerà i progressi medici nelle patologie per le quali non sono ancora disponibili opzioni terapeutiche efficaci”. In una conferenza stampa a Mumbai trasmessa in diretta dalle tv indiane, Ranjani ha ricordato che il Glivec è “fornito gratuitamente al 95% dei pazienti indiani” nell’ambito delle iniziative dell’azienda svizzera per garantire l’accesso a farmaci salvavita alle fasce povere della popolazione. Il costoso farmaco elvetico è usato da 16 mila malati in India. “Novartis non ha quindi interessi commerciali su questo farmaco in India” ha aggiunto. Rispondendo a una domanda sulle ripercussioni del verdetto, il manager ha precisato che “Novartis continuerà a investire in India e a chiedere brevetti” per i suoi prodotti. Si è augurato inoltre che in futuro “possa migliorare il clima in cui si svolge la ricerca farmaceutica a beneficio delle aziende straniere e anche di quelle indiane”. Ha poi ricordato che dal 2005 “milioni di dollari di investimenti sono andati in Cina” a discapito dell’India dove manca un “ecosistema” favorevole alla tutela della proprietà intellettuale.
Fonte
E' un po' difficile farsi un'opinione univoca sul fatto in quanto da una parte ci sta Novartis (e il resto di Big Pharma che specula tranquillamente sulla salute della gente) che dice d'aver fornito il farmaco incriminato gratuitamente al 95% dei malati indiani, dall'altra c'è l'India e la sua industria farmaceutica che notoriamente vive e prolifica sui farmaci generici che necessitano di sentenze come questa sul mancato riconoscimento di brevetti altrui.
Mi sa che tra i due contendenti, come sempre ci rimette l'anello debole della catena: il malato.
Di una cosa sono certo, lo sviluppo e la ricerca medica - e non solo - dovrebbe essere completamente espropriante da qualsiasi interesse commerciale e privato, con buona pace delle stronzate sul progresso che senza i capitali privati non sarebbe possibile.
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