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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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06/11/2025

“A Gaza non c’è più terreno coltivabile”

La Food and Agricolture Organization (FAO), l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di questioni alimentari, ha tratteggiato, nel suo rapporto annuale, una situazione di criticità senza precedenti per Gaza: meno del 5% dei terreni rimane coltivabile, con il sistema locale di produzione sostanzialmente collassato.

La responsabilità ricade nelle operazioni israeliane: oltre l’80% dei terreni coltivati è stato distrutto sotto i bombardamenti continui delle IDF, e lo stesso destino è toccato a circa il 70% delle serre agricole. La maggior parte dei pozzi è stata danneggiata, rendendo l’accesso all’acqua un’impresa quasi impossibile. Alcune delle zone un tempo più floride rimangono ancora sotto occupazione.

L’agenzia ONU ha affermato che, se si parla di ortaggi e cereali, la produzione è scesa a meno della metà rispetto a quella di due anni fa. Anche la pesca ha subito danni e continue restrizioni che ne hanno impedito la funzionalità. Il risultato è che il 90% della popolazione di Gaza non ha accesso a cibo sufficiente per le proprie necessità.

La FAO ha dunque classificato la situazione nella Striscia di Gaza come una delle quattro peggiori crisi alimentari al mondo per il 2024-2025, insieme a Sudan, Yemen e Afghanistan. La richiesta dell’organismo è che si metta in moto urgentemente una risposta che, oltre alla sicurezza alimentare, garantisca anche supporto psicosociale.

Ovviamente, Israele impedirà tutto ciò, perché quello che osserviamo era un obiettivo esplicito dei sionisti. La pulizia etnica israeliana nei confronti dei palestinesi è stata sempre portata vanti con strumenti e meccanismi elaborati, in uno stillicidio che Tel Aviv e i suoi alleati hanno cercato di nascondere in ogni modo. Conosciamo bene le denunce, ad esempio, proprio sulla gestione delle acque finalizzata a mantenere un regime di apartheid.

Il rapporto ha portato all’attenzione il fatto che Gaza, oggi, è diventata completamente dipendente dagli aiuti umanitari per soddisfare il proprio fabbisogno alimentare, con le restrizioni all’ingresso di forniture agricole e carburante che potrebbero portare alla carestia diffusa nei prossimi mesi.

Israele è già stato accusato da più parti di usare la fame come arma di guerra, e continua a farlo durante la farsa della tregua di Trump. Ma la distruzione sistematica delle capacità alimentari della Striscia, rendendo Gaza completamente dipendente dagli aiuti umanitari, non è solo l’effetto della pulizia etnica, ma un suo moltiplicatore: i palestinesi devono decidere di andarsene piuttosto che stare in un’area dove non c’è più cibo.

Lo scopo è anche un altro: rendere un popolo intero dipendente dagli aiuti significa renderlo dipendente dall’estero, significa trasformare la Striscia in una zona in cui non c’è possibilità di portare avanti una politica autonoma di sostentamento dei suoi abitanti. Significa infliggere una ferita insanabile alla sovranità di Gaza e, dunque, a qualsiasi ipotesi di costruzione di uno stato palestinese.

È il politicidio della causa palestinese, quello che persino la situazione dei campi gazawi ci racconta. Non si risolve di certo con l’amministrazione coloniale trumpiana, ma solo con l’abbattimento dell’occupazione e dell’apartheid.

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30/10/2022

Venezuela - I progressi nella sovranità alimentare e la ripresa economica

Il presidente venezuelano Nicolás Maduro, durante il cosiddetto Mercoledì Produttivo (giornata dedicata agli aspetti economici), ha annunciato che il Paese ha fatto progressi nella produzione e nella sovranità alimentare e pertanto prevede che il prossimo anno sarà all’insegna del benessere e della crescita.

“Con la Missione Alimentare, la Missione AgroVenezuela, i CLAP, le Case dell’Alimentazione e altri sforzi, abbiamo fatto progressi nella produzione e nella sovranità alimentare del Paese”, ha dichiarato il presidente sul suo account Twitter.

“Il 2023 promette di essere un anno di maggiore benessere e crescita”, ha sottolineato dunque Maduro.

In un altro messaggio pubblicato sul social network, il presidente Maduro ha affermato che “il Venezuela sta iniziando a consolidare l’obiettivo dell’autosufficienza”. Obiettivo imprescindibile per un paese sotto sanzioni draconiane volte a strangolarlo.

“Ci stiamo impegnando al massimo per raggiungere l’obiettivo delle esportazioni, grazie allo sforzo collettivo di consolidare le forze produttive della Patria su un percorso chiaro. Produrre è vincere, e noi stiamo vincendo”, ha dichiarato il leader bolivariano.

Nell’ambito del Mercoledì Produttivo, guidato dal Presidente Maduro, il Ministro dell’Agricoltura e dei Territori Urbani, Wilmar Castro, ha fatto una valutazione del Piano Produttivo Globale nel settore agroalimentare del Venezuela.

Castro ha precisato che l’anticipo della produzione è di 11.145.000 tonnellate di alimenti, di cui 7.800.000 corrispondono al settore agricolo e 3.342.000 al settore zootecnico.

“Il raccolto di mais di quest’anno è stato un raccolto molto importante, siamo riusciti a seminare 514.299 ettari, con una resa di 4,5 tonnellate per ettaro, dando una proiezione di 2.314.000 tonnellate di mais, raggiungendo così una cifra rappresentativa” mai registrata, ha ricordato il ministro.

Parlando dell’andamento della coltivazione del riso, Castro ha affermato che si è raggiunta una superficie di 67.000 ettari, tra gli Stati di Guárico e Portuguesa, che indica una crescita del 27% rispetto agli anni precedenti.

Il ministro ha quindi osservato che la coltivazione del caffè ha raggiunto i 223.000 ettari nel Paese sudamericano.

Il Ministro della Pesca e dell’Acquacoltura, Juan Carlos Loyo, ha dichiarato che il Venezuela ha registrato 118.000 tonnellate di catture alieutiche.

Economia in ripresa

Al contrario di quanto afferma una certa rozza propaganda anti-venezuelana (in Italia spicca il solito Fatto Quotidiano) che dimentica le sanzioni imposte dagli Stati Uniti e utilizza dati inattuali e sorpassati, l’economia registra numeri positivi in termini di crescita, espansione e diversificazione nel corso del 2022.

“L’economia del Venezuela sta andando molto bene quest’anno nonostante il blocco, la persecuzione finanziaria, la persecuzione petrolifera, con più di 700 misure coercitive imperialiste unilaterali. Il Venezuela sta avanzando in termini di crescita, espansione e diversificazione economica”, ha sottolineato Nicolas Maduro.

Secondo il capo di Stato, la nazione bolivariana sta iniziando a sentire la nuova economia petrolifera post-rentier, che produce beni, servizi e ricchezza per il Paese.

Cooperazione con la Cina per la sovranità alimentare

Il Venezuela è da tempo impegnato con alleati come la Cina per raggiungere la completa sovranità alimentare. E forse sarebbe anche riuscito a raggiungere questo obiettivo se non fosse stato investito da un’ondata di sanzioni imperiali miranti a soffocare Caracas.

Nell’ormai lontano 2011, a tal proposito, Venezuela e Cina (Beidahuang) diedero vita a una impresa mista per aumentare la produzione alimentare nel paese sudamericano. Un paese storicamente costretto alla dipendenza dagli Stati Uniti che esportavano i propri prodotti in cambio del petrolio che il Venezuela possiede in abbondanza.

All’epoca dell’accordo il presidente Chavez evidenziava che l’azienda cinese Beidahuang era capace di produrre cibo per 100 milioni di abitanti.

L’accordo consentiva al Venezuela di attivare la produzione alimentare a livello bilaterale, nella formazione, nelle infrastrutture, nell’irrigazione, nei canali. Migliorando la vita degli agricoltori e della popolazione in generale.

Il Venezuela si era insomma avviato sulla strada giusta, come affermava anche la FAO, proprio nell’anno in cui gli Stati Uniti guidati da Barack Obama designavano Caracas una “minaccia inusuale e straordinaria alla sicurezza nazionale” dell’ingombrate vicino nordamericano.

“A nome dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, vorrei congratularmi con voi (…) Qui abbiamo un esempio molto vivido di come i contadini, le contadine, i consigli comunitari, i comuni e il governo stanno raggiungendo la sovranità e la sicurezza alimentare; quindi, congratulazioni a tutti voi per l’iniziativa”, affermava il rappresentate della FAO Marcelo Resende, in occasione dell’attivazione del piano nazionale per la produzione socialista di ortaggi e sementi agro-ecologiche.

Ribadiva inoltre, in una trasmissione della Venezolana de Televisión, la volontà della FAO di continuare a sostenere il Venezuela nello sviluppo della sua sovranità alimentare.

“C’è un momento nuovo in Venezuela (…) La FAO si unisce a questo progetto, che è di fondamentale importanza per l’agricoltura familiare”, aggiungeva, in riferimento al nuovo programma, promosso attraverso un accordo tra il Venezuela e il Movimento dei Lavoratori Rurali Senza Terra del Brasile.

Nel giugno 2013, a Roma, la FAO riconosceva al Venezuela di aver raggiunto in anticipo l’obiettivo proposto dal Vertice Mondiale sull’Alimentazione, tenutosi nel 1996, in cui si stabiliva di dimezzare il numero di persone sottonutrite in ogni Paese entro il 2015.

Secondo i dati dell’Organizzazione, tra il 1990 e il 1992, il Venezuela registrava il 13,5% della popolazione che soffriva la fame, mentre tra il 2007 e il 2012 questa percentuale si attestava ad appena il 5%.

Il resto è poi storia nota: sanzioni draconiane, blocco economico, guerra economica e finanziaria. Il Venezuela grazie anche all’aiuto di alleati come Iran, Cina, Russia e Turchia, è riuscito a resistere agli assalti imperialisti e adesso torna a vedere la luce. Con i principali dati che indicano un paese addirittura meglio in salute rispetto ad altri della regione sudamericana che in questi anni venivano decantati come esempi virtuosi.

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09/04/2022

Esplodono i prezzi dei beni alimentari, di corsa alla fame

I prezzi alimentari mondiali hanno raggiunto i “livelli più alti di sempre” a marzo spinti anche dalla guerra in Ucraina, che “causa shock” nei mercati dei cereali e dell’olio vegetale.

Lo afferma la Fao, spiegando che l’indice elaborato dall’agenzia Onu che traccia la variazione mensile dei prezzi internazionali di un paniere di prodotti alimentari di base, aveva già battuto il record a febbraio dalla sua creazione nel 1990, e ha registrato un ulteriore aumento del 12,6% a marzo.

L’aumento è principalmente imputabile all’Indice Fao dei prezzi dei cereali, che “ha registrato un aumento del 17,1% rispetto a febbraio, trainato dai forti aumenti dei prezzi del grano e di tutti i cereali minori, principalmente a causa della guerra in Ucraina“.

Federazione russa e Ucraina insieme hanno rappresentato negli ultimi tre anni circa il 30 e il 20% delle esportazioni mondiali rispettivamente di grano e mais.

Nel corso del mese, i prezzi mondiali del grano sono aumentati del 19,7%, spinti dalle preoccupazioni per le condizioni delle coltivazioni negli Stati Uniti (a conferma che la guerra deriva dalla crisi, non viceversa).

Nel frattempo, i prezzi del mais hanno fatto registrare un aumento del 19,1% su base mensile, raggiungendo un livello record, insieme a quelli dell’orzo e del sorgo.

A marzo le tendenze contrastanti fra le varie origini e qualità del riso ne hanno mantenuto pressoché invariato il valore dell’Indice Fao del prezzo rispetto a febbraio, attestandosi ancora al di sotto del 10% rispetto al livello dell’anno precedente.

L’Indice Fao dei prezzi degli oli vegetali è aumentato del 23,2% a causa dell’innalzamento delle quotazioni dell’olio di semi di girasole, di cui l’Ucraina è il principale esportatore mondiale.

Anche i prezzi dell’olio di palma, soia e colza sono saliti notevolmente a causa dell’aumento sia dell’olio di semi di girasole che del petrolio greggio, con i prezzi dell’olio di soia ulteriormente spinti dalle preoccupazioni per la riduzione delle esportazioni da parte del Sud America.

L’Indice Fao del prezzo dello zucchero è aumentato del 6,7% rispetto a febbraio, invertendo i recenti cali, per attestarsi a un livello superiore di oltre il 20% su marzo 2021.

L’aumento dei prezzi del greggio è stato un fattore trainante, insieme all’apprezzamento del real brasiliano, mentre le prospettive di produzione favorevoli in India hanno scongiurato maggiori aumenti mensili.

Lo scorso mese, poi, l’Indice Fao dei prezzi della carne è aumentato del 4,8% raggiungendo il suo massimo storico, spinto dai prezzi in rialzo della carne suina dovuti a una carenza di suini da macello in Europa occidentale.

Anche i prezzi internazionali del pollame si consolidano al rialzo, di pari passo con le minori forniture da parte dei principali paesi esportatori a seguito di focolai di influenza aviaria.

Infine, l’Indice Fao dei prezzi dei prodotti lattiero caseari è aumentato del 2,6%, attestandosi a un più 23,6% rispetto a marzo 2021, con le quotazioni di burro e latte in polvere aumentate vertiginosamente a causa dell’impennata delle importazioni per consegne a breve e lungo termine, soprattutto dai mercati asiatici.

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02/03/2021

Migrazioni per ricchi. Dalla politica ai veri centri di potere

È di due giorni fa la notizia che l’On. Domenico “Marco” Minniti si è dimesso da parlamentare per andare a fare il Presidente della Fondazione MED-OR, neonata struttura che nasce quale emanazione diretta dall’industria bellica nazionale Leonardo (ex Finmeccanica).

La Fondazione in questione viene presentata come “un ponte attraverso il quale far circolare idee, programmi e progetti”, ed opererà per trasferimento di tecnologie tradizionali ed innovative e per l’alta formazione ed il trasferimento capacitivo.

Aree geografiche di interesse della formazione per i fini anzi detti saranno l’Africa mediterranea oltre a Medio ed Estremo Oriente, ovvero “l’orto di casa nostra” e l’area geografica di maggior espansione economica in questo momento storico.

Si può proprio dire l’uomo giusto al posto giusto! Minniti, per i passati incarichi politici ricoperti sia alla giuda politica delle nostre strutture informative, sia al Ministero degli Interni, conosce bene i paesi mediterranei, e le loro dinamiche interne ed internazionali, sia palesi sia nascoste, mentre per l’estremo oriente si presenta comunque come interlocutore presentabile e, soprattutto, affidabile.

Dovrà presumibilmente curare l’incremento della vendita delle armi italiane in quei paesi, ma soprattutto creare, mantenere e curare, contatti di tipo politico ad alto livello per incrementare le relazioni economiche: vuoi mettere Minniti con Di Maio?

Alcuni mesi fa anche l’On. Maurizio Martina, pure lui esponente del Partito Democratico e già ministro dell’agricoltura si è dimesso da parlamentare, per andare a ricoprire il ruolo di Vice Direttore Generale aggiunto della FAO (mica roba da poco), un ruolo fatto apposta per lui, infatti se è “aggiunto” vuol dire che un titolare della carica già c’era, e c’è tuttora. Chi di dovere ha creato appositamente una casella per lui.

Il ruolo è di primaria importanza non solo a livello internazionale, ma anche interno, eventuali eccedenze produttive della nostra agricolture, tipo il riso, eventualmente potrebbero essere ora acquistate dalla FAO con più facilità rispetto a prima.

A completare il quadro delle dimissioni da parlamentare di eletti nelle file del PD c’è Pier Carlo Padoan, già ministro dell’economia e delle finanze nei governi Renzi e Gentiloni, dal 22 febbraio 2014 al 1 giugno 2018, che è stato nominato componente del CdA di Unicredit e che ne diventerà presidente.

Sinceramente non credo che la nave stia affondando, evento da cui i topi scappano, ma ritengo che stiamo assistendo ad un ricollocamento mirato di esponenti del PD in posti chiave di altissimo potere, sia a livello nazionale che sovranazionale, atti a garantire, oltre alle fortune personali, anche un reale peso di una parte del ceto politico del così detto centro-sinistra per il dopo Draghi.

Si dà evidentemente per scontato che le prossime elezioni saranno vinte dal così detto centro-destra, ma piazzando propri uomini in alcuni posti chiave ci si assicura di contare nel “potere reale” molto di più di quanto i risultati elettorali possano poi assicurare in quello politico.

Tra pochi mesi si aprirà la partita delle nomine in 500 consigli di amministrazione di importantissimi enti economici controllati, in tutto o in parte, dallo Stato. Le nomine le farà Draghi, ed oltre a nomi di diretta emanazione del mondo e degli interessi che lui rappresenta sarà interessante vedere, e capire, chi e dove le varie “bande” che operano oggi nel palcoscenico politico nazionale metteranno i loro uomini.

Il potere reale di questo nostro paese si sta ridisegnando, il mondo e l’Italia post pandemia non saranno come prima, i cambiamenti stanno già avendo luogo, in molti casi senza che ce ne rendiamo conto; il futuro sembra campo di battaglia di ristrettissime oligarchie internazionali, come sempre pronte a governare politica ed economia, in difesa dei loro interessi di classe e gettando sempre più ai margini economici e sociali vaste masse di esseri umani (quanto sta succedendo nell’agricoltura indiana ne è un esempio paradigmatico).

Contro tutto questo è sempre più necessario che tutte le forze comuniste ed anticapitaliste, con tutti i loro attuali limiti, facciano fronte comune.

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20/10/2014

L'ONU accoglie gli eredi di Bolivar

di Fabrizio Casari

I 193 paesi che compongono l’assemblea generale delle Nazioni Unite hanno votato l’ingresso del Venezuela nel Consiglio di Sicurezza. L’ingresso di Caracas è in qualità di membro a rotazione (mandato valido due anni) in osservanza al regolamento che vede affiancare dieci Paesi ai cinque membri permanenti, cioè Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Gran Bretagna.
Pur senza poter disporre del diritto di veto, i dieci membri a rotazione partecipano comunque alle decisioni dell’organismo. Il Venezuela è stato eletto con 181 voti, benché fossero sufficienti 122 per la sua elezione e le astensioni sono state dieci.

L’ingresso del Venezuela è significativo sia sotto l’aspetto globale che continentale. Nell’aspetto globale, evidenziato dal numero particolarmente alto dei Paesi che hanno votato a favore, che sembra voler indicare il bisogno da parte di molte nazioni di riequilibrare politicamente un organismo dove spesso l’Occidente maramaldeggia.
Sul piano continentale il valore è innegabile, dal momento che il Venezuela è stato il candidato unico dell’America Latina, così come deciso in una riunione tra tutti i paesi latinoamericani e caraibici proprio all’ONU nel Luglio scorso. Il Venezuela è stato scelto proprio per voler rappresentare l’unità politica latinoamericana e questo assegna a Caracas, oltre ad un riconoscimento continentale di assoluta grandezza, un ruolo molto più importante di qualunque altro Paese eletto nella stessa occasione come membro del Consiglio di Sicurezza.

L’elezione al Palazzo di Vetro si da in un momento nel quale il governo di Maduro è eletto alla Presidenza dei Paesi Non Allineati, il che certifica un generale riconoscimento di valore ad un paese che con la sua intensa attività nella politica internazionale suscita ammirazione e riconoscimenti -  per la coerenza come per i risultati - dei Paesi che non si sentono coinvolti nella destabilizzazione politica e militare permanente provocata dall’impero unipolare.

Nelle stesse ore in cui l’Assemblea Generale dell’ONU eleggeva il Venezuela al Consiglio di Sicurezza, la FAO, l’organizzazione dell’ONU per l’alimentazione, assegnava un importante riconoscimento al governo di Nicolas Maduro per aver raggiunto anticipatamente gli obiettivi previsti dal Conto del Millennio. Il riconoscimento segue altri già assegnati negli ultimi anni e dimostra la validità del cammino venezuelano sul terreno dell’alimentazione.

A New York non sarà semplice. Il nuovo Consiglio di Sicurezza dell’Onu s’insedia in un quadro internazionale particolarmente problematico. C’è il conflitto in Iraq e Siria, dove la coalizione guidata dagli Stati Uniti risulta come minimo eterogenea, comprendendo paesi (Turchia, Arabia Saudita e Qatar) che sono veri e propri alleati dell’ISIS contro il quale sarebbero in guerra e che si muovono a limitare l’azione della coalizione stessa.
C’è il conflitto in Ucraina, dove resta alto il rischio di un confronto militare regionale tra NATO ed Europa da un lato e Russia dall’altra. Ci sono le proteste teleguidate ad Hong Kong promosse con un chiaro intento destabilizzatore per la Cina, e che avranno un ulteriore input alla vigilia della visita di Stato di Obama a Pechino.
C’è poi la questione della lotta alla diffusione del virus Ebola, significativamente affrontata dagli Stati Uniti con i militari, mentre dai Paesi dell’ALBA (che ieri si sono riuniti a La Habana per determinare uno sforzo comune) arrivano aiuti e medici. Da Cuba in particolare, elogiata per il suo attivismo umanitario anche dal Segretario di Stato USA, John Kerry.

Questi ed altri numerosi conflitti configurano una congiuntura complessa nella quale le Nazioni Unite potranno e dovranno rappresentare un elemento di regolazione e moderazione nei confronti dell’ansia di conquista bellicista da parte di una NATO, che prova ad accendere fuochi in ogni parte del mondo per permettere all’impero in crisi di prestigio internazionale di mantenere e rafforzare la supremazia militare e politica a fil di spada.

Le Nazioni Unite dovranno avere la capacità di affrontare gli spazi politici e giuridici nei quali la comunità internazionale si muove e il Venezuela potrebbe giocare un ruolo determinante esibendo una volontà decisa di mantenersi ferma nei suoi princìpi, rappresentando le ragioni e le aspirazioni delle vittime della destabilizzazione mondiale. In questo senso, il ruolo del Venezuela sarà importantissimo, visto che dovrà rappresentare l’intera America Latina.

Dovrà riuscire a promuovere la sua cultura dell’integrazione economica e commerciale, la sua aspirazione all’unità  politica continentale e, più in generale, la sua capacità di proporsi a breve e  medio termine come nuovo asse fondamentale negli equilibri internazionali.
Dovrà valorizzare il peso politico, economico e commerciale della nuova America Latina, proponendo un disegno della governance internazionale su schema multipolare. Si tratta di un compito difficile che metterà a prova la maturità politica del governo venezuelano, ma non sarà solo.

Non sarà comunque semplice questa nuova trincea per la rivoluzione bolivariana. Mentre dovrà cercare un respiro internazionale, dovrà anche porre mano decisa nell’ottimizzazione del suo processo politico, cercando gli aggiustamenti necessari alla sua politica economica.
Nel contempo dovrà continuare a difendersi dall’aggressione di una destra golpista ad alto tasso criminogeno che intende solo il linguaggio della violenza, unica vera risorsa di cui dispone.

Ma nel contempo Caracas dovrà anche dimostrare una capacità negoziale, ponendo sul tavolo nuove e maggiori capacità di mediazione che permettano di elevare ulteriormente il suo prestigio, arma importantissima per resistere con successo alle provocazioni che la destra internazionale, capeggiata da Uribe e diretta da Miami, continua a proporre. La sua vittoria sarà quella di tutta l’America Latina.

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