Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Extraprofitto. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Extraprofitto. Mostra tutti i post

01/06/2026

Croazia - Nella guerra all’inflazione spunta la tassa sui superprofitti

La Croazia è entrata nell’euro da pochi mesi e da subito i cittadini si sono trovati difronte alla dura realtà dell’integrazione monetaria europea, fatta di aumento generale dei prezzi e conseguente svalutazione dei salari, in mancanza di un meccanismo automatico di adeguamento.

È notizia di questi giorni che, nel pieno della crisi internazionale, la Croazia si trova ad affrontare un’inflazione del 5,4%, una delle più alte nell’Unione Europea.

In risposta, il ministro delle Finanze Tomislav Čorić ha annunciato un “pacchetto anti-inflazione” che colpisce aziende e proprietà immobiliare: una tassa del 50% sui “superprofitti” delle aziende e un aumento delle tasse per gli affitti a breve termine.

La tassa del 50% sarebbe applicata agli utili che superano la media triennale di oltre il 15% e riguarderà le grandi e medie imprese.

Questa misura ha già suscitato ampie polemiche da parte dell’opposizione, che accusa il governo di scaricare la responsabilità della propria politica economica fallimentare sulle imprese.

Anche il settore turistico è entrato nelle mire del governo. Sono state infatti annunciate modifiche al sistema di tassazione fissa nel settore, che prevedono un aumento della tassa fissa per i proprietari privati del 150%.

Questa misura riguarderebbe i circa 130 mila proprietari presenti nel Paese, con il lascito di malcontento che questo si porta dietro, soprattutto considerando che l’anno scorso le tasse erano già state aumentate di cinque volte.

D’altra parte, le organizzazioni sindacali e il Servizio sanitario nazionale hanno sostenuto queste misure, in particolare la tassa sui profitti in eccesso delle aziende.

Allo stesso tempo hanno anche lanciato un monito circa l’onere finale su cui andrebbe a cadere l’inflazione.

Il pericolo all’orizzonte infatti è lo scarico dell’aumento dei prezzi sui lavoratori e le lavoratrici per mezzo del congelamento dei salari sia nel settore pubblico che privato, già duramente colpiti dall’adozione dell’euro nel Paese.

Fonte

17/05/2026

Le banche italiane continuano a macinare profitti di natura finanziaria. Chi ne beneficia?

di Alessandro Volpi

I numeri relativi ai profitti delle banche italiane sono sempre più strabilianti. Si tratta di un fenomeno che si ripete ormai da tempo ma che sta acquisendo proporzioni enormi. Nel primo trimestre del 2026 questi profitti hanno superato i 7,5 miliardi di euro, distribuiti per l’80% circa agli azionisti, dunque in dividendi. Una situazione del genere suggerisce una considerazione e una duplice proposta.

La considerazione consiste nel fatto che, a fronte di risultati così eclatanti, è evidente la pressoché assoluta assenza di legami con l’economia reale del nostro Paese. Le banche guadagnano 7,5 miliardi in tre mesi e l’economia non cresce affatto, anzi arretra a un misero 0,4%: il credito non è l’elemento portante dei profitti bancari perché non dipendono dall’erogazione di prestiti al sistema produttivo e alle famiglie ma da attività di commissione e di acquisto di titoli finanziari. Peraltro, quando il credito viene erogato i tassi sono decisamente alti e i destinatari attentamente selezionati lasciando fuori la stragrande maggioranza dei soggetti che hanno bisogno di finanziamenti.

I profitti bancari sono quindi di natura finanziaria e, bisogna aggiungere, pagano un carico fiscale che non è realmente proporzionato a risultati così eclatanti. Il tax rate, l’aliquota reale, è infatti per le banche, anche dopo i timidi interventi del Governo Meloni, ferma a poco meno del 34% beneficiando tuttora della deducibilità degli interessi passivi. Ora pagare il 33%, che scende al 31% in condizioni ordinarie, nell’ambito di un settore beneficiario, di fatto, di un monopolio per effetto della straordinaria concentrazione consentita dalla normativa e quindi dalla politica, pare davvero poco soprattutto se l’attività bancaria non apporta un reale beneficio all’economia del Paese.

È chiaro invece chi sono i beneficiari. BlackRock che è il principale azionista di Unicredit e il terzo di Intesa Sanpaolo, nel 2025 ha guadagnato dal settore bancario italiano un miliardo di euro in dividendi, 1,5 miliardi nella rivalutazione delle proprie partecipazioni e quasi due miliardi dalla vendita alle banche italiane, di cui è azionista, dei propri prodotti finanziari per un totale, tondo, di oltre 4,5 miliardi in un anno solo. Ma su questo la politica ha ben poco da dire.

La proposta è duplice. In primo luogo, è evidente in queste condizioni che l’Italia ha bisogno di una banca pubblica. Per questo sarebbe necessario riportare Cassa depositi e prestiti (Cdp), di cui lo Stato detiene già oltre l’80%, alla originaria funzione di banca pubblica che fa credito ai Comuni e alle piccole e medie imprese praticando tassi in grado di abbattere il costo del denaro e abbandonando le attuali tendenze immobiliari e finanziarie. Per farlo Cdp dispone di circa 350 miliardi di euro di risparmi e può usufruire delle garanzie pubbliche.

Nella stessa logica dovrebbe integrarsi con Poste italiane, nella sua parte bancaria, per costituire davvero un colosso pubblico che, oltre a incidere veramente sull’economia reale, potrebbe assolvere anche alle funzioni di vero regolatore del mercato facendo concorrenza alle grandi banche private. In tal senso occorrerebbe incentivare anche l’emissione da parte della nuova banca pubblica, nata dall’integrazione tra Cdp e Poste, di obbligazioni da destinare ai fondi in cui i risparmiatori italiani mettono le loro risorse legandole a progetti di investimento produttivo e ambientale nel nostro Paese. Naturalmente è obbligatorio scongiurare la privatizzazione di Poste italiane.

Il secondo aspetto della proposta riguarda la necessità di alcune regole e, soprattutto di controlli veri – come forse non è avvenuto nel caso Mps-Mediobanca di cui Altreconomia ha largamente parlato – per evitare le concentrazioni delle proprietà bancarie in pochissime mani, presenti peraltro nell’azionariato di istituti che dovrebbero farsi concorrenza, riservando una maggiore attenzione normativa sull’utilizzo dei risparmi italiani. In questo modo uno dei temi centrali delle difficoltà italiane potrebbe trovare una soluzione.

Fonte

20/10/2025

La commedia di Meloni sulla tassazione alle banche, ancora una volta

Ci sarà tempo per analizzare più attentamente le varie voci della legge di bilancio. Anche su questo giornale abbiamo accennato a qualche riflessione, ma ora che il testo del Consiglio dei Ministri è stato licenziato si potrà dire qualcosa in più. A partire dall’elemosina di 20 euro alle pensioni minime e dal rinvio dell’aumento dell’età pensionabile... in pratica a chi sarà al governo nella prossima legislatura.

Quello che sappiamo per certo è che il fulcro sarà l’aumento delle spese militari secondo i vincoli NATO, e le coperture arrivano per lo più da tagli al resto secondo i vincoli della UE. Un combinato disposto di povertà e morte, ormai difficile da nascondere. Ma è anche il caso di analizzare come si è risolta la diatriba che ha scosso momentaneamente il governo: quella sulla tassazione degli extraprofitti bancari.

Come già era successo in passato, da una parte c’è la Lega, che si erge a paladina dei piccoli imprenditori, e anche di tanti piccoli evasori, affermando che il contributo delle banche è “doveroso e ragionevole”. Dall’altra Forza Italia, che con Tajani ci ha tenuto ad affermare che una tassa sugli extraprofitti è un “concetto da Unione Sovietica”.

Nel caso, ce lo rivendichiamo, in un paese in cui persino il Presidente della Repubblica, che ha firmato di tutto e di più, ha sottolineato come la maggior parte delle entrate fiscali provenga da dipendenti, pubblici e privati, e pensionati. Ma ciò che è interessante è come alla fine abbiano trovato un accordo i tre partiti di governo.

Nella manovra vi sono una serie di interventi che si stima dovrebbero garantire un gettito pari a 4,3 miliardi per i prossimi due anni, e altri 2,5 miliardi nel 2028. Un totale di circa 11 miliardi nel triennio a venire. I pilastri di questo ‘prelievo’ sono sostanzialmente due: l’aumento dell’Irap e, appunto, questo contributo volontario sugli extraprofitti, che va però sviscerato per comprenderlo a pieno.

Per quanto riguarda l’Irap, l’importo dovuto aumenterà di 2 punti percentuali, dal 4,65% al 6,65% per le banche e dal 5,9% al 7,9% per le assicurazioni. Al riguardo, però, Lando Maria Sileoni, segretario generale della Federazione Autonoma Bancari Italiani (FABI), ha già messo in chiaro chi sarà a pagare lo scotto del provvedimento, alla fine.

“Esiste la possibilità teorica – dice Sileoni – che le tasse in più vengano recuperate con maggiori costi sui servizi pagati dalla clientela, come i conti correnti”. Non solo, quindi, è stato già indicato dove le banche recupereranno l’aumento dell’Irap, ma l’incremento dei costi legati ai servizi era già stato messo in conto con la riduzione dei tassi di interesse e dunque con la riduzione dei margini di profitto su prestiti e mutui. Ora le banche hanno pure il capro espiatorio per la loro rapacità.

Per quanto riguarda poi il contributo volontario sugli extraprofitti, è sempre Sileoni a chiarire il meccanismo che, tirate le somme, andrà a favorire le banche. Non c’è, infatti, una tassa sui bilanci di quest’anno, ma la possibilità di svincolare ora i miliardi degli extraprofitti del 2023 messi a riserva, e pagare immediatamente su di essi un prelievo comunque dovuto entro il 2029.

Sileoni storce il naso di fronte a un sistema che, nei fatti, è molto poco ‘volontario’: “chi vuole pagare nel 2026 paga il 27,5%, altrimenti rischia di pagare il 40% nel 2029”. La realtà, però, è che il governo sta facendo un favore alle banche, riducendo il contributo che sarebbe dovuto, per recuperare immediatamente soldi e mascherando il tutto come impegno degli istituti per la collettività.

Quanto effettivamente verrà tolto alle casse dello stato è chiarito in un prospetto pubblicato dall’ANSA e che riportiamo qui a sinistra. Il contenuto è inequivocabile: sono 700 i milioni di euro in meno che arriveranno al bilancio, garantendo così di potersi intascare una porzione maggiore degli extraprofitti incassati. Il contrario di una misura perequativa.

Inoltre, stando a una sentenza del primo agosto della Corte di giustizia UE, poiché l’Irap sul 50% dei dividendi incassati dalle partecipate estere delle banche italiane è stata valutata come illegittima, lo stato ha già previsto un esborso di circa 1,5 miliardi di euro per pagare i rimborsi che verranno chiesti: quasi tutto quello che verrà preso verrà nei fatti restituito.

Un gioco delle tre carte, con il quale Salvini può dire di aver difeso i lavoratori, Tajani le banche, Meloni di aver trovato i fondi necessari per aumentare le spese militari, gli istituti bancari e assicurativi di essere stati costretti a pagare più di quanto dovevano per il bene di tutti... recuperando poi buona parte del contributo. E coloro che ci andranno a perdere, nei fatti, saranno solo lavoratori e pensionati
Fonte

23/07/2025

Italia - Utili da record per le banche, hanno guadagnato sugli alti tassi di interesse

Con i dati economici del settore bancario per il 2024 alla mano, possiamo confermare quel che già è stato denunciato più volte: le banche hanno fatto utili da record approfittando della politica monetaria restrittiva della BCE, cioè degli alti tassi di interesse decisi a Francoforte, di cui a subire i peggiori effetti sono stati coloro che avevano da pagare un mutuo a tasso variabile.

Infatti, le banche italiane hanno raggiunto un nuovo record nell’anno passato: 46,5 miliardi di profitti, in aumento del 14% rispetto al 2023 per un totale di 5,7 miliardi di euro. Ancor più significativo è il dato aggregato per il triennio 2022-2024, in cui il guadagno ha superato la cifra straordinaria di 112 miliardi di euro.

Dal punto di vista dei ricavi totali, anche in questo caso si è raggiunta cifra da record: 110,1 miliardi di euro, in aumento del 7,2% rispetto all’anno precedente e del 33,8% rispetto al 2018. Viste le voci di entrata, a pesare più di tutto è il credito (58,5%), che è tornato a superare il valore delle commissioni (41,5%).

Queste percentuali sono l’indicatore più chiaro di come, a partire dal 2022, con le opportunità apertesi con gli alti tassi di interesse BCE, i vertici bancari hanno riorientato nettamente le attività dei propri istituti dai servizi ai prestiti. Ciò non significa che la parte commissionale sia in crisi: 45,7 miliardi di ricavi, in crescita del 12,4% rispetto al 2023, superando il picco del 2021.

In totale, un bel fiume di denaro per le banche, che tra il 2018 e il 2021 avevano avuto utili tra i 15 e i 16 miliardi, con l’affossamento nel 2020, anno della pandemia, a guadagni per soli 2 miliardi. Oggi, invece, migliora anche il rapporto tra costi operativi e ricavi, in continua diminuzione negli ultimi anni.

La Federazione Autonoma Bancari Italiani (FABI), che ha raccolto questi dati in un report, esprime soddisfazione per i risultati delle banche, ma sottolinea anche ora si apre una fase di normalizzazione di quanto possano crescere le entrate dal credito, con l’abbassamento dei tassi deciso negli ultimi mesi da parte di Francoforte.

L’obiettivo che ci si pone nel settore è dunque quello di rafforzare ulteriormente il guadagno dai servizi. Intanto, in tre anni gli alti tassi hanno strozzato una quota importante dei settori popolari, senza che ci sia parte politica che si prenda la responsabilità di scelte che hanno fatto arricchire sempre più gli istituti bancari.

Fonte

13/08/2024

Incassi record delle banche, nonostante le norme sui tassi d’interesse

È notizia recente che le banche italiane per il terzo anno consecutivo registrino andamenti record. Utili per un valore di 15 miliardi nel 2022, 28 miliardi nel 2023 e per il primo semestre 2024 si parla di un aumento del fatturato di 13 miliardi di euro per le maggiori banche italiane (UniCredit, Intesa Sanpaolo e Monte dei Paschi di Siena), il 18% in più rispetto al 2023. La domanda che qualcuno potrebbe porsi è come abbiano fatto a raggiungere questi numeri.

Le possibili opzioni sono un aumento della fiducia da parte dei cittadini, che hanno aperto più conti e dato in gestione (nella varie forme di risparmio e investimento) maggiori soldi.

Oppure potrebbero essersi mosse tutte particolarmente bene nel mercato finanziario, registrando quindi degli utili sui rendimenti (il rendimento di ogni investimento può essere sia positivo che negativo, ndr).

Purtroppo, nonostante queste due possibilità siano plausibili, non spiegherebbero i numeri così alti e per tutte le banche. È infatti inverosimile che i risparmiatori siano aumentati a dismisura e che tutti gli investimenti (complessivi) di tutte le maggiori banche siano andati bene.

La motivazione quindi va trovata da un’altra parte. Motivazione che era già stata individuata mesi fa dallo studio di Milena Gabanelli, nel suo “Dataroom”. Le banche hanno utilizzato l’aumento dei tassi d’interesse, solo nella parte a loro più consona.

Quando la BCE aumenta o diminuisce i tassi d’interesse, le banche devono seguirne l’andamento. Si tratta della politica monetaria che le banche centrali usano per stabilizzare l’inflazione intorno al 2%. Ad oggi il tasso d’interesse fissato dalla BCE è del 3,75%. Quindi quando le banche chiedono un prestito alla BCE o depositano liquidità in eccesso alla stessa, riceveranno un tasso d’interesse del 3,75%. Da restituire in caso di prestito o da ricevere in caso di deposito.

Lo stesso dovrebbero fare le banche con i loro clienti. Quello che però è stato fatto dalle principali banche italiane è leggermente diverso. Per i prestiti hanno seguito la crescita del tasso d’interesse, mentre per i depositi hanno mantenuto i tassi, medi, intorno allo 0,35%. Si tratta quindi di extraprofitti.

Tutto questo nonostante il Testo Unico della legge bancaria riporti che con l’aumento dei tassi d’interesse debitori (quelli ricevuti da mutui e prestiti) devono aumentare anche i tassi creditori (quelli dovuti per i depositi). E viceversa. [Fonte Testo Unico Bancario]

Ad oggi la vigilanza (a cura di Banca d’Italia) non ha battuto ciglio, né con sanzioni, né provvedimenti, né con altro. Aveva risposto lo scorso anno il governo Meloni e tutti ricordiamo com’è andata a finire. La proposta era quella di una tassazione aggiuntiva del 40% sugli extraprofitti delle banche. Dopo l’alzata di scudi, il governo ha ritrattato, i soldi che dovevano diventare una tassa potevano essere messi in cassaforte, per un minimo di due anni. Di fatto aumentando la solidità della banca stessa.

Non a caso durante gli ultimi anni le banche minori, o che stavano iniziando a lavorare, in Italia offrissero tassi d’interesse sui conti deposito al 4% e si potevano osservare le loro pubblicità in televisione o su internet. “Offerte” che per la maggior parte oggi vedono un adeguamento al tasso d’interesse della BCE (3,75%) come giusto che sia.

Non sappiamo cosa ne sarà degli extraprofitti delle banche di questi anni. C’è il forte sospetto che il tutto si concluda come si è concluso per quelli del campo energetico. L’imposta straordinaria è stata portata dinanzi la Corte costituzionale, che lo scorso giugno ha deciso per l’illegittimità della richiesta. Ma questa volta c’è di mezzo una violazione (di fatto) del Testo unico, ossia l’insieme delle norme che disciplinano il settore stesso. Ancora una volta potrebbero essere solo i cittadini a rimetterci.

Fonte

13/07/2024

Le banche italiane fanno più profitti della media mondiale

Le banche italiane hanno aumentato i profitti nel 2023 del +72% rispetto all’anno precedente, quintuplicando il risultato medio aggregato mondiale (+14%) e quasi raddoppiando il risultato europeo (+41%), dietro solo agli istituti svizzeri (+155%).

I dati sono stati pubblicati dalla rivista specializzata The Banker, che ha rilasciato la graduatoria 2024 relativa ai bilanci del 2023 sulle “Top 1.000 world bank”, classificati in base ai profitti lordi.

In termini aggregati, The Banker riposta che i profitti lordi registrati sono stati la stratosferica cifra di 1,53 trilioni di dollari, ossia 1,53 miliardi di miliardi, denominati in valuta statunitense.

Il rialzo dei tassi di interesse deciso dalla politica monetaria delle maggiori banche centrali del mondo nel 2023, aumentando il costo del denaro, ha spinto al rialzo gli utili delle maggiori banche globali.

La classifica è dominata dalle banche cinesi e statunitensi, che occupano i primi dieci posti della graduatoria, con i primi quattro appannaggio degli istituti del dragone (Industrial and commercial bank of China, China construction bank, Agricoltural bank of China, Bank of China).

Per trovare istituti con sede fiscale in Europa si deve arrivare nella seconda decina, con un istituto britannico al 11° posto (Hsbc), due francesi al 13° e 14° posto (Credit agricol e Bnp paribas) e uno spagnolo 20° (Banco Santander).

In valori assoluti, i profitti maggiori sono stati registrati dal gruppo statunitense JP Morgan (+61,5 miliardi di dollari), che ha battuto il colosso cinese Icbc nonostante quest’ultimo detenga asset totali superiori dell’80% rispetto all’istituto a stelle e strisce.

Il rialzo dei tassi e l’aumento degli utili per le banche hanno sottratto capitali all’economia reale, rendendo più difficile il rientro dai prestiti (più cari) da parte dei debitori.

Infatti, secondo The Banker i prestiti classificati come “stage 2”, quelli secondo cui il rischio per il creditore è in aumento rispetto alle sue performance di bilancio, hanno segnato un forte incremento, soprattutto – tra gli altri – in Germania (+10%).

Tornando all’Italia, rispetto a quanto pubblicato dalla rivista specializzata, possiamo dire che le mobilitazioni che chiedevano di tassare gli extra profitti delle banche italiane avevano ragioni da vendere.

Al contrario, il governo Meloni ha emanato un provvedimento che, anziché redistribuire la ricchezza accumulata sfruttando le molteplici crisi degli ultimi anni, in realtà non ha intaccato minimamente i patrimoni degli istituti finanziari nostrani.

Come se non bastasse, il governo sta discutendo un disegno di legge che intende limitare l’applicazione dei divieti sulle esportazioni di armamenti, ridurre al minimo l’informazione al parlamento e alla società civile, e soprattutto, eliminare dalla Relazione governativa annuale la documentazione riguardo alle operazioni svolte dagli istituti di credito nell’import-export di armi e sistemi militari italiani.

La subordinazione del governo Meloni ai grandi capitali finanziari, in Italia rappresentati soprattutto dal gruppo Unicredit di Andrea Orcel e da Intesa San Paolo di Carlo Messina, non potrebbe essere più chiaro.

Fonte

29/11/2023

Banche: extraprofitti - micro tasse

Si è parlato molto, nei mesi scorsi, della questione degli extraprofitti bancari. Mentre le famiglie sono impoverite dall’inflazione (e da 30 anni di politiche liberiste), le banche sembrano nuotare nell’oro. Ordunque, stando alla propaganda del governo, l’esecutivo guidato da Meloni ha spezzato le reni alle banche, con un’imposta sugli extraprofitti bancari, orgoglio nazionale e chiaro esempio di giustizia sociale. Insomma, uno strumento a favore delle famiglie, che fanno fatica a far quadrare i conti, contro l’ingordigia del settore bancario e le conseguenze dell’innalzamento dei tassi. Ma sarà vero?

Vediamo di spiegare meglio la vicenda. Innanzitutto, perché le banche fanno extraprofitti? Il motivo è semplice. Quando la banca centrale ha rialzato i tassi d’interesse, bastonando i lavoratori, le banche hanno aumentato i tassi attivi sui prestiti che effettuano a famiglie e imprese, ma non hanno alzato quelli sui depositi delle famiglie e delle imprese. Le banche, infatti, da un lato prestano a un determinato tasso di interesse, dall’altro raccolgono fondi – i depositi delle famiglie – che remunerano a un tasso ben più basso di quello a cui prestano. Su questo differenziale fanno i loro profitti. Ovviamente, nel momento in cui i tassi attivi sono saliti e quelli passivi sono rimasti fermi, i profitti sono aumentati. Questo sembra spiegare gli extraprofitti bancari, ma in realtà manca ancora l’elemento fondamentale.

Il settore bancario, con il suo alto grado di concentrazione, è un esempio perfetto di come funziona il cosiddetto “libero mercato”. Nel mondo di fantasia immaginato da alcuni economisti (quello, per capirci, in cui i meccanismi di mercato aprono automaticamente le porte verso il migliore dei mondi possibili), grazie all’aumento dei tassi applicati ai prestiti, i banchieri sarebbero indotti ad aumentare un po’ il tasso pagato ai risparmiatori, cercando di raccogliere più depositi. Il primo banchiere alzerebbe un po’ il tasso per sottrarre clientela alle altre banche, il secondo li alzerebbe ancora un po’ e così via, fino ad arrivare a una situazione simile alla precedente, con un differenziale tra i tassi più o meno invariato rispetto a prima. Se, invece, le banche sono d’accordo, se c’è un cartello o un comportamento monopolistico, nessun banchiere inizierà questa corsa al rialzo e il tasso sui depositi non sarà toccato. Quindi il motivo principale degli extraprofitti bancari è la forza dei banchieri rispetto ai lavoratori, che si esprime nella possibilità di agire di concerto per non danneggiarsi l’un l’altro.

Così mentre l’inflazione sale e i salari reali scendono, le banche fanno extraprofitti, alle spalle delle altre componenti sociali.

Di fronte a questa situazione, all’inizio di agosto, Salvini, in veste di vicepresidente del Consiglio, strombazza l’approvazione, in Consiglio dei Ministri, di una tassa sugli extra profitti bancari. Una buona idea, direte voi, giusto? Peccato che, posatasi la polvere della propaganda e ricevute le prime critiche delle banche (nonché della BCE), il governo abbia introdotto, molto più silenziosamente, una via d’uscita per le banche, un escamotage per permettere loro di non pagare di fatto un euro sui famosi extraprofitti.

La versione definitiva della tassa sugli extraprofitti, infatti, permette alle banche di scegliere se pagare la tassa o accantonare fondi per rinforzare il patrimonio. In questo secondo caso, le banche avrebbero dovuto accantonare un volume di fondi pari a 2,5 volte l’ammontare che avrebbero altrimenti pagato allo Stato. In altri termini, le banche sono state messe dal Governo davanti al seguente dilemma: pagare le tasse o non pagarle? Voi cosa fareste?

Strano a dirsi, praticamente nessuna banca ha pagato l’imposta e quasi tutte hanno accantonato fondi. Secondo alcuni analisti, poi, queste cifre da accantonare sono grosso modo simili a quelle che le banche avevano già in proposito di mettere da parte per la patrimonializzazione. Oltre al danno la beffa: persino le banche pubbliche hanno usato l’escamotage degli accantonamenti (fermo restando che delle banche pubbliche, in Italia, non è praticamente rimasto nulla)! Ovviamente se i fondi che si prevedeva di raccogliere tramite questa imposta non saranno raccolti (diversamente da quanto ipotizzato dal governo, per il quale il gettito non cambierà), bisognerà far quadrare il bilancio dello Stato in qualche modo, magari con un po’ di tagli o di spending review.

Insomma, di giustizia sociale se n’è vista poca, di orgoglio nazionale ancora meno.

Tirando le somme e al di là della natura ambigua stessa del concetto di extraprofitto – se tutti i profitti derivano dallo sfruttamento del lavoro, quali sono i profitti legittimi e quali quelli extra? – rileva ancora una volta la totale acquiescenza e servilismo del Governo di fronte a chi detiene le leve del potere economico e finanziario. Così si spiega la recita che ci è stata propinata negli ultimi mesi: strepitare a voce alta contro le banche cattive e poi, però, scrivere un decreto che permette alle banche stesse di non tirare fuori neanche un euro. Con un ulteriore nota di colore: come ha reagito il Governo di fronte all’evidenza che di fatto tutte le banche preferivano (ovviamente) accantonare invece che pagare? In nessuna maniera, a testimonianza di quanto, sin dall’inizio, la tassazione degli extraprofitti non fosse altro che una boutade propagandistica. L’ennesima buffonata che serve a mascherare la natura di questo Governo, a chiacchiere di rottura nei confronti delle politiche degli ultimi decenni, ma nei fatti del tutto allineato ai desiderata del capitale e delle istituzioni internazionali che ne curano gli interessi.

Fonte

15/11/2023

Extraprofitti delle banche. Un governo servile perde l’occasione di incassare un po’ di soldi

Come noto il famoso provvedimento sulla tassazione degli extraprofitti delle banche del governo Meloni si è rivelato un bluff. Non solo le banche non verseranno un euro nelle casse dello Stato ma useranno il provvedimento per consolidare i propri patrimoni.

Eppure le ultime informazioni ci confermano che nelle casse delle banche di extraprofitti ce ne sono una montagna e da lì di soldi da utilizzare per le esigenze collettive del Paese se ne potevano prendere parecchi.

Secondo un report della Kearney, una società di consulenza e managment globale, le banche italiane nel terzo trimestre di quest’anno, hanno visto schizzare i loro profitti a 16,8 miliardi con un balzo dell'80%.

Nell’elenco delle banche extraprofittevoli ci sono tutte: dalle big come Banca Intesa e Unicredit alle minori Mps, Bnp-Paribas, Credem, Banca popolare di Sondrio etc.

Ma i dati rilevati non sono una sorpresa. Lo sapevano tutti che con l’aumento dei tassi di interesse decisi dalla Bce nelle casse della banche sarebbero entrati più soldi. E si sapeva anche che tutto questo ha aumentato le difficoltà di famiglie alle prese con i mutui e delle imprese alla ricerca di prestiti.

Chiedere il dovuto contributo alle banche sui soldi in più che gli sono arrivati senza dover muovere un dito, sarebbe stato un atto dovuto, credibile e autorevole per qualsiasi governo, anche uno reazionario come quello in carica.

Eppure sono bastate pochissime settimane per depotenziare totalmente un provvedimento ampiamente giustificato e persino giustificabile nell’opinione pubblica. È bastato che le banche abbiano fatto “buh!” e il governo si è appecoronato servilmente. Non potendo ritirare il provvedimento, lo ha svuotato di ogni significato e soprattutto di ogni risultato concreto ossia soldi freschi da mettere a bilancio dello Stato.

E adesso le banche brindano ai 16,8 miliardi di profitti arrivati come una manna dal cielo. Vedere in tempi di inflazione e recessione che stritolano i redditi delle famiglie, che le banche aumentano dell’80% i loro profitti e la passano liscia, è una cosa che grida vendetta.

Ma il governo Meloni sembra riuscire a sopravvivere solo sulla abilità nel diffondere menzogne e sul vittimismo aggressivo. Peggio dei peggiori.

Fonte

28/09/2023

L’inflazione ha gonfiato i profitti e ha abbattuto il potere d’acquisto

L’Area Studi di Mediobanca ha pubblicato da pochi giorni lo studio annuale sui “Dati Cumulativi” di grandi e medie aziende dei settori industriale e dei servizi, con riferimento al 2022. Al solito, il verdetto è che l’inflazione ha aiutato la più importante imprenditoria italiana, mentre a farne le spese sono stati i lavoratori.

Le 2150 imprese esaminate hanno visto un aumento nominale del proprio fatturato del 30,9%, per un totale superiore a mille miliardi di euro (mezzo PIL italiano, per intendersi). Nell’industria, le cui vendite sono aumentate del 36,2%, a fare la parte del leone sono state ovviamente le attività legate al petrolio e all’energia, che valgono più della metà dell’aumento.

Una bella illusione creata dall’inflazione perché, calcolando la variazione dei prezzi per la produzione, la crescita delle vendite sale di un misero 0,6%, con il secondario che va un po’ meglio del terziario.

Eppure, gli utili sono schizzati del 26,2% con risultati positivi sulla redditività, soprattutto per la manifattura, paragonata anche al quinquennio pre-Covid.

Parlando di investimenti, l’aumento a prezzi costanti in moneta del 2013 è pari a un irrisorio 0,3%. Ancora una volta, è il manifatturiero delle società più grandi e del made in Italy a trainare i dati, mentre il terziario ha ridotto gli investimenti del 4,6% rispetto al 2021.

Tuttavia, il valore aggiunto è aumentato del 7,7% ed è migliorato anche il ritorno sugli investimenti e sul capitale. Ma qualche buon risultato non cancella quel che anche Mediobanca dice tra le righe, cioè che i ricavi e la stabilità finanziaria che sta facendo reggere le aziende viene dal ladrocinio sui salari.

Questo è l’atteggiamento dei “prenditori” italiani: rischio d’impresa neanche a parlarne, sussidi a pioggia, rara innovazione e sfruttamento intensivo. Nel documento si legge che l’incidenza del costo del lavoro è passata dal 18,2% dei fatturati nel 1980 all’8,4% di oggi.

La forza lavoro è aumentata di poco e niente (1,7%) e il costo medio unitario del personale del 2% su base annua. Ma il potere d’acquisto è crollato del 22%; i lavoratori hanno insomma perso poco meno di un quarto del proprio salario.

Sentiamo da mesi demonizzare qualsiasi aumento salariale, con la paura che ci sia una “rincorsa sui prezzi“. Eppure, da mesi i prezzi aumentano e a subirne il contraccolpo sono solo i settori popolari, da cui la ricchezza è drenata per garantire profitti e dividendi.

L’idea che un indirizzo del genere, con la continua compressione dei salari e la loro svalutazione con l’inflazione, possa reggere all’infinito si scontra con il fallimento del modello export-oriented della UE, di matrice tedesca.

Le filiere continentali e il PIL soffrono, ma la domanda interna continua a essere mortificata, sperando di recuperare sulle tasche dei lavoratori. Ma proprio questo “recupero” ad un certo punto diventa impossibile, visto che viene a mancare l’unica “clientela” possibile, quella interna.

Il salario minimo a 10 euro, indicizzato al costo della vita, avrebbe l’effetto di far respirare chi è sottopagato e di fissare una soglia da cui rilanciare la lotta sul piano economico. Ma rappresenterebbe anche un elemento programmatico su cui costruire una visione politica alternativa a chi continua imperterrito sulla strada della crisi e ce ne fa pagare il conto.

Fonte

25/09/2023

Sugli extraprofitti il governo si piega alle banche e alla BCE

La montagna ha partorito il classico topolino. I partiti di governo hanno fatto marcia indietro trovando un accordo sulle modifiche da applicare alla tassa sugli extraprofitti bancari attraverso un emendamento approvato dalla Ragioneria Generale dello Stato.

L’emendamento della tassa sugli extraprofitti è in obbedienza alle richieste della Bce, “che aveva evidenziato il rischio di indebolimento della posizione di capitale delle banche”.

Il governo ha così riscritto il provvedimento teso a reperire un po’ di risorse dagli extraprofitti che le banche hanno accumulato con i continui aumenti dei tassi di interessi. Come pannicello caldo sulla vergognosa ritirata, il governo afferma che attiverà l’Antitrust per vigilare affinché gli istituti non scarichino sui clienti il peso dell’imposta che dovranno pagare da quest’anno.

L’emendamento approvato dal governo ricalibra il prelievo sul biennio 2021-23 e fissa allo 0,26% (invece che lo 0,1%) il tetto massimo dell’imposta. Ma cambia la base imponibile: non più il totale dell’attivo ma l’importo complessivo dell’esposizione al rischio, una precisazione che quindi esclude i titoli di Stato.

Il tetto massimo della tassa che dovrà essere versata da ogni istituto bancario è definito come lo 0,26% degli RWA (asset ponderati per il rischio) invece dello 0,1% degli attivi.

Agli istituti bancari viene data inoltre la possibilità di destinare a una riserva non distribuibile un importo non inferiore a 2,5 volte l’ammontare dell’imposta, andando quindi a rafforzare la posizione del coefficiente di solidità patrimoniale, il Cet1 ratio. Qualora la riserva venga successivamente utilizzata per la distribuzione di utili, la banca dovrà pagare l’imposta maggiorata per la quota di interessi maturata al tasso di interesse sui depositi Bce.

Viene inoltre espressamente fatto divieto alle banche di trasferire gli oneri derivanti dall’imposta sui costi dei servizi erogati nei confronti dei clienti.

Secondo i calcoli, aggiungendo i conti anche di Poste Italiane e dei gestori del risparmio a quelli delle banche, gli utili del secondo trimestre 2023 potranno arrivare a 4,89 miliardi di euro. Nel solo primo trimestre 2023 erano pari a 2,83 miliardi di euro.

Secondo quest’ultima formulazione, il gettito previsto dovrebbe oscillare tra 2,5 e 2,7 miliardi ma non è detto. Perché considerati i sostanziosi utili 2023 attesi da quasi tutte le banche italiane – visibili nei risultati semestrali esposti nella tabella tratta dal Sole 24 Ore – e il modesto ammontare della sovraimposta rispetto a tale importo, per le banche sarà per relativamente facile mantenere gli obiettivi di remunerazione degli azionisti, riuscendo a destinare a riserva quanto basta per non versare la sovraimposta.

Il gettito dell’imposta viene stimato dal governo in poco meno di 3 miliardi. Troppo poco per le risorse necessarie ad una manovra che si aggira sui 20-25 miliardi. È bene rammentare che invece degli 11 miliardi stimati, la tassa decisa dal governo Draghi sugli extraprofitti delle società energetiche ha fruttato allo Stato solo 2,8 miliardi. Insomma, quando si tratta di banche o multinazionali dell’energia i governi vanno con i guanti bianchi. Sul reddito di cittadinanza o la sanità ci vanno invece con lo spadone.

Fonte

14/09/2023

Gli extraprofitti delle banche non si toccano. La BCE entra a gamba tesa

La BCE ha inviato la sua “letterina” al governo italiano, e questa volta non sul mancato rigore in bilancio ma sulle risorse fiscali per rimpolpare le casse. Il diktat è chiaro: “Giù le mani dalle banche!”

Dunque, il postino di Francoforte ha bussato di nuovo in Italia, dodici anni dopo la lettera della Bce firmata da Draghi e Trichet che costrinse il governo Berlusconi alle dimissioni.

In questo caso, il colpevole – la BCE – intende però negare i danni delle conseguenze della sua azione deliberata, cioè il ripetuto aumento dei tassi di interesse sui prestiti bancari alle imprese e alle famiglie in nome della “lotta all’inflazione”.

Superfluo sottolineare che la “lettera della BCE” ha fatto felici le banche italiane, le quali in sede di audizione al Senato erano arrivate a sollevare questioni di incostituzionalità per la tassa sugli extraprofitti, tra l’altro più simbolica che reale visto che il governo si era affrettato a ridurre subito a poco o nulla la percentuale del prelievo.

“L’imposta straordinaria è stata definita come tassazione di extraprofitti del settore bancario. L’extra-profitto si riferisce a una situazione specifica, quella in cui un’impresa godendo di una posizione di monopolio od oligopolio può fissare il prezzo dei suoi prodotti ricavando un profitto superiore a quello determinabile in un mercato concorrenziale. Questa situazione è assente nelle banche, non solo in forte concorrenza nell’intera area dell’euro”, ha affermato il direttore generale dell’Abi, Giovanni Sabatini nel corso della sua audizione al Senato.

Un ragionamento che non tiene, visto che tra le banche non si registra alcuna sensibile concorrenza sui tassi di interesse applicati ai mutui delle famiglie o ai prestiti alle imprese.

Da luglio 2022, la Bce ha alzato nove volte i tassi d’interesse sul denaro che presta alle banche private dei Paesi membri dell’area euro, che a loro volta erogano prestiti e mutui ai cittadini e alle imprese. In un anno i tassi sono passati dallo 0,25 al 4,5 per cento.

Adesso la BCE, dopo avere analizzato la proposta elaborata ad agosto dal governo italiano relativa all’imposizione di un’imposta straordinaria sugli extraprofitti delle banche – che in questi anni hanno acquistato il denaro praticamente a tasso zero mentre facevano prestiti con interessi crescenti – nella sua lettera al governo italiano “raccomanda che, al fine di valutare se la sua applicazione pone dei rischi per la stabilità finanziaria, e in particolare se ha il potenziale di compromettere la capacità di tenuta del settore bancario e di causare distorsioni del mercato, il decreto-legge sia accompagnato da un’analisi approfondita delle potenziali conseguenze negative per il settore bancario”.

È una stroncatura sull’unica iniziativa del governo Meloni non immediatamente destinata ad accanirsi sui poveri, quella che arriva da Francoforte.

La Bce sottolinea come “tale analisi dovrebbe illustrare in dettaglio in particolare, l’impatto specifico dell’imposta straordinaria sulla redditività a più lungo termine e sulla base patrimoniale, sull’accesso ai finanziamenti e sulla concessione di nuovi prestiti e sulle condizioni di concorrenza sul mercato, e il suo potenziale impatto sulla liquidità.

La tassa, continua la Bce, “può portare a una frammentazione del sistema finanziario europeo a causa della natura eterogenea di tali imposte per il settore bancario. Il rischio di una doppia imposizione per gli enti creditizi che operano anche attraverso succursali in altre giurisdizioni in cui si riscuote ugualmente un’imposta straordinaria può rappresentare un’ulteriore fonte di tale frammentazione”.

E ancora: “L’imposta straordinaria può rendere più costoso per le banche attrarre nuovo capitale azionario e finanziamento all’ingrosso, in quanto gli investitori nazionali ed esteri potrebbero avere meno interesse a investire in enti creditizi italiani che hanno prospettive più incerte”, scrive la Bce osservando come “l’introduzione di una imposta retroattiva ad hoc aumenta indebitamente l’incertezza sul quadro fiscale, danneggiando la fiducia degli investitori e influenzando potenzialmente anche il costo del finanziamento per le società non finanziarie. Inoltre, la sua natura retroattiva può alimentare la percezione di un quadro fiscale incerto e dar luogo a un ampio contenzioso, creando problemi di incertezza giuridica”.

Secondo un rapporto pubblicato a luglio dall’Abi, tra giugno 2022 e giugno 2023 il tasso di interesse applicato dalle banche alle famiglie per l’acquisto di abitazioni è cresciuto di oltre 200 punti base, passando dal 2,05 per cento al 4,25 per cento.

Per le banche un tasso di interesse più alto significa maggiori ricavi dai mutui a tasso variabile, oltre che dai nuovi mutui sottoscritti a tasso fisso. Basta guardare i dividendi distribuiti agli azionisti nell’ultimo anno per capire che le banche su questo ci hanno guadagnato eccome.

Ma guai a chiedergli di restituire qualcosa alla collettività. Ce lo chiede l’Europa!

Fonte

30/12/2022

Exxon contro l’UE per la tassa sugli extraprofitti

La multinazionale statunitense ExxonMobil ha fatto causa all’Unione europea per fermare la tassa sugli extraprofitti. La Exxon, secondo quanto riportano i media, sostiene che “la Commissione e il Parlamento europeo sono andati oltre i loro poteri legali”.

Si va dunque ad un primo testa a testa con le multinazionali petrolifere dopo che l’Ue ha deciso di tassare gli extraprofitti generati dall’aumento dei prezzi energetici acutizzato dalla guerra in Ucraina. Secondo la multinazionale, la tassa potrebbe “scoraggiare gli investimenti”.

“Le nostre affiliate, ExxonMobil Producing Netherlands BV e Mobil Erdgas-Erdöl GmbH, hanno citato in giudizio il Consiglio europeo nel tentativo di annullare una nuova tassa sui guadagni inaspettati per le compagnie petrolifere e del gas”, ha dichiarato Casey Norton, portavoce della ExxonMobil in Texas. La causa intentata da ExxonMobil verrà valutata dal Tribunale dell’Unione Europea.

La Ue prevede di ricavare 25 miliardi di dollari dalla tassa. In realtà la Commissione europea è stata attenta a non usare la parola “tassa” – definita infatti “contributo temporaneo di solidarietà” – perchè qualsiasi nuova disposizione fiscale a livello europeo avrebbe richiesto l’unanimità tra i 27 Stati membri, una procedura più complicata e rischiosa dell’adozione a maggioranza qualificata. L’idea era in particolare quella di evitare procedimenti come quello presentato alla Corte di Giustizia Europea in Lussemburgo dalle filiali tedesche e olandesi di ExxonMobil.

Il caso riguarda una delle prime applicazioni da parte dell’UE dell’articolo 122 di emergenza per la legislazione sull’energia, rendendolo potenzialmente un banco di prova.

L’entrata in vigore della nuova tassa è prevista per il 31 dicembre e consisterebbe in un’aliquota di almeno il 33% su ogni profitto tassabile nel 2022-23 che sia del 20% superiore alla media dei profitti tra il 2018 e il 2021. La Exxon, è uno dei maggiori fornitori di petrolio in Europa, e potrebbe pagare una tassa sugli extraprofitti di 2 miliardi di dollari. Nel terzo trimestre, la società ha generato profitti globali record di quasi 20 miliardi di dollari.

Fonte

29/12/2022

Regalo di Natale alle aziende energetiche. Ma Babbo Natale siamo noi

È una pericolosa ordinanza, la 05986/2022 della Sesta sezione del Consiglio di Stato, che accoglie il ricorso di IREN e la richiesta di sospensiva del provvedimento cautelare adottato nei suoi confronti da parte dell’Antitrust per non aver rispettato il blocco degli aumenti dei prezzi dell’energia alla scadenza annuale dei contratti di fornitura.

In pratica si dà ragione all’azienda che aveva aumentato i prezzi dopo il 10 agosto 2022, data dell’entrata in vigore del decreto Aiuti Bis emanato dal governo Draghi per calmierare i prezzi dell’energia, e che, all’articolo 3, obbligava le imprese fornitrici a non operare aumenti fino al 30 aprile 2023.

Su iniziativa di USB, dell’associazione dei consumatori A.BA.CO. e dell’avvocato Perticaro, dallo scorso settembre sono stati depositati esposti in più di 30 procure d’Italia, seguiti da centinaia di reclami dei cittadini, con i quali veniva richiesto agli organismi di controllo (AGCM, ARERA, Mister Prezzi) di verificare la corretta applicazione dei prezzi da parte delle imprese energetiche.

Dopo qualche settimana dal deposito delle denunce e dall’invio dei reclami, l’Antitrust aveva avviato un’attività pre-istruttoria su 25 imprese (metà delle quali ha ritirato gli aumenti) ed emesso i primi 4 provvedimenti cautelari verso IREN, Dolomiti, E.ON. e Iberdrola.

Ad essi erano seguiti, a dicembre, altri 7 provvedimenti cautelari nei confronti di Enel, Eni, Hera, A2A, Edison, Acea ed Engie per l’applicazione illecita degli aumenti inseriti nei contratti scaduti e rinnovati dopo il 10 agosto 2022.

La sentenza del Consiglio di Stato, dunque, rappresenta un preoccupante precedente alla luce dei ricorsi depositati da tutte le aziende sanzionate, che saranno discussi nelle prossime settimane. Sentenze della stessa portata consentirebbero loro di continuare ad applicare prezzi maggiorati ai nuovi contratti, di fatto annullando la già debole azione del governo centrale.

Che adesso anziché tutelare i cittadini si arrende completamente al volere delle aziende energetiche sanzionate inserendo nel Decreto Milleproroghe la possibilità, alla scadenza naturale dei contratti, di aumentare i prezzi. A poco serve l’estensione del periodo del blocco degli aumenti fino al 30 giugno 2023, se alla scadenza dei contratti possono essere applicati prezzi comunque più alti.

È chiaro che si sta facendo troppo poco per tutelare gli utenti e troppo per le aziende energetiche, le vere vincitrici della guerra dei prezzi in atto. Una guerra che ha permesso ai colossi dell’energia di accumulare 40 miliardi di extraprofitti, per il cui recupero il governo non è riuscito a mettere in atto nessuna azione concreta.

Sono lontane le uniche proposte utili a sostenere le famiglie in difficoltà colpite dalla crescita dell’inflazione e dall’erosione dei salari: la moratoria dei distacchi delle utenze per morosità e l’introduzione di un quantitativo minimo energetico per ogni utenza domestica, quantificabile in 1 smc di gas e 2 kwh di elettricità, per consentire ad ognuno di sostenere una vita dignitosa.  

Un’azione di questo tipo, però, implicherebbe che il governo tornasse ad occuparsi di politica economica. Tuttavia senza un’industria energetica statale difficilmente sarà possibile arginare l’iniziativa predatoria delle società energetiche che fanno profitti sulle spalle dei cittadini, e a cui la nostra giustizia amministrativa e il nostro governo hanno deciso di far passare un ottimo Natale e soprattutto uno splendido anno nuovo.

A discapito delle nostre tasche però.

Fonte

11/10/2022

L’Italia esporta gas. Ma che strano…

In 8 mesi l’Italia ha tagliato del 40% il ricorso al metano russo e ridotto di 1 miliardo di metri cubi il fabbisogno di gas. Ragion per cui, quasi paradossalmente, l’Italia è diventata anche un Paese esportatore di metano.

Lo rileva il censimento mensile del ministero della Transizione ecologica aggiornato al 31 di agosto.

Lo stesso ministro Cingolani, con un eccesso di nonchalance aveva affermato che “Bisogna distinguere i timori economici-inflattivi per il costo dai timori sulle quantità di gas. In Italia in questo momento stiamo esportando. Oggi ci sono oltre 40 milioni di metri cubi di gas per gli stoccaggi e tra i 18 e i 20 milioni esportati”.

Un’ulteriore conferma proviene dai dati del Ministero dello Sviluppo economico, secondo cui da gennaio ad agosto 2022 l’Italia ha esportato 2,33 miliardi di metri cubi di gas contro i 689 milioni di metri cubi del 2021, quasi triplicando le quantità che aveva esportato nello stesso periodo dell'anno precedente

Già nei giorni tra Natale e Capodanno del 2021, (quindi due mesi prima dell’attacco russo all’Ucraina) le aziende energetiche italiane avevano venduto più o meno ininterrottamente partite di gas naturale sia verso la Svizzera (e da qui verso Germania e Olanda), sia verso la Francia.

Ci hanno raccontato, e i fatti sembrano confermarlo, che l’Italia è importatrice netta di gas, dal momento che ufficialmente la produzione nazionale non soddisfa più del 3-4% del fabbisogno.

A Natale del 2021, grazie ad un autunno/inverno più miti il prezzo sul mercato nel nostro Paese è stato più basso rispetto ai prezzi nel resto d’Europa. Questo grazie al fatto che gli stoccaggi, i depositi di gas, sono stati ancora poco utilizzati non avendo fatto particolarmente freddo e grazie all’entrata in esercizio nel corso del 2021 del Tap, il gasdotto che ha portato in Europa quasi 8 miliardi di metri cubi dal lontano Azerbaijan, di cui 6,8 miliardi in Italia.

Secondo quanto reso noto dal gestore della rete nazionale del gas, la Snam (gruppo Eni, ndr) al punto di ingresso del Tarvisio, da dove passa il metano fornito dalla società russa Gazprom, a fine settembre sono arrivati 40 milioni di metri cubi di gas (25 + 15) e, di questi, 30 (18 + 12) sono stati quasi immediatamente rivenduti all’estero.

In sostanza in Italia al momento c’è un’abbondanza di gas, vuoi per gli stoccaggi quasi pieni, al 90% come ha indicato il Ministero della Transizione Ecologica, vuoi per i risparmi in atto dovuti alle temperature miti.

Giustamente in questi mesi abbiamo attaccato la speculazione sul mercato del gas al TTF di Amsterdam, ma quello che viene fuori è che ci sono tanti speculatori anche in casa nostra e spesso con certificazione della Cassa Depositi e Prestiti, cioè il soggetto pubblico.

Sta anche in questo la formazione di quegli extraprofitti accumulati senza muovere un unghia (il lavoro lo fa tutto la Snam del gruppo Eni) dalle aziende fornitrici di gas sul mercato italiano.

Abbiamo così davanti agli occhi tutte le distorsioni – e le speculazioni consentite che ne derivano – dovute alla deregulation del settore energetico, affidato agli spiriti animali del libero mercato invece che ad un rigido e dovuto controllo e proprietà pubblici.

Fonte

02/09/2022

Unione Popolare all’assalto degli extraprofitti e stop alla guerra

Alle spalle dei candidati campeggia il grattacielo dell’Eni, davanti – per una singolare coincidenza – c’è un palazzo con uffici dell’Acea. A entrambe devono essere fischiate le orecchie durante la conferenza stampa di presentazione dei candidati di Unione Popolare di Roma e del Lazio.

La richiesta di tassazione al 90% degli extraprofitti accumulati dalle società energetiche a causa della speculazione dei prezzi del gas, viene declinata con precisione da Luigi De Magistris e dagli altri candidati.

Nel caso dell’Eni si tratta di 8 miliardi ma l’azienda su cui lo Stato esercita la golden share sembra aver pagato regolarmente la prima rata del prelievo previsto sugli extraprofitti. Non l’ha fatto invece Acea, la multiutility romana diventata una multinazionale, in cui il Comune di Roma ha il 51% delle azioni. Fatto sta che alla prima scadenza prevista dalla legge lo Stato ha incassato solo 1,1 miliardi sui 4 previsti dalle varie società che forniscono e vendono energia nel nostro paese.

“La guerra insieme alla speculazione e alle privatizzazioni è la causa di tutto questo” ha detto Luigi De Magistris, il front man dell’Unione Popolare, ovviamente più ricercato e intervistato dai giornalisti sempre più a caccia del “personaggio” che dei contenuti che rappresenta ed esprime.

Unione Popolare a Roma e nel Lazio ha messo in campo una squadra di candidati molto articolata che hanno preso via via la parola. Ci sono i veterani come Paolo Ferrero ma anche giovani attiviste come Beatrice Gamberini, c’è una personalità preziosa come l’ex console Enrico Calamai e attiviste delle periferie come Maria Vittoria Molinari. E poi l’ex europarlamentare Eleonora Forenza, intellettuali come Raul Mordenti e giovani precarie come Margherita Cantelli, medici di prima linea come Elisabetta Canitano e tanti altri/e.

I candidati e gli attivisti sotto il palazzo dell’Eni esibiscono le riproduzioni di due bollette del gas. Sulle cause di una emergenza prezzi che sta diventando l’ipoteca sulle elezioni e sul dopo elezioni, la denuncia sulle responsabilità da parte dell’Unione Popolare sono chiare, tra queste il suicida coinvolgimento dell’Italia nella guerra voluto da Draghi e dai “draghiani” (Letta, Di Maio, Calenda ma anche l’atlantica Meloni). Una ipoteca pesante che si va ad aggiungere alla spaventosa e insopportabile crescita delle disuguaglianze sociali che richiede ormai terapie d’urto nella redistribuzione della ricchezza.

“Va revocato subito l’indecente aumento delle spese militari” afferma Beatrice Gamberini, “le risorse servono alla sanità non alla guerra, abbiamo visto durante la pandemia cosa ha significato avere una sanità pubblica al collasso”. Esplicito su questo anche Paolo Ferrero secondo il quale le guerre non si vincono ma si fermano. “Le sanzioni vanno tolte e va ripreso il negoziato, anche con la Russia” sostiene Ferrero.

La conferenza di presentazione di Unione Popolare e dei suoi candidati a Roma si è intersecata con una diretta televisiva su La 7. Ma i sondaggi e gli spazi televisivi continuano a negare l’esistenza e le proposte dell’Unione Popolare esercitando una manipolazione fin troppo spudorata che perimetra chi viene ammesso alla competizione politica e chi ne deve essere escluso.

È ancora una strada tutta in salita, ma l’ottimismo della volontà non scarseggia tra le attiviste e gli attivisti dell’Unione Popolare. È nata per essere nelle strade e probabilmente in esse cercherà quella visibilità e consensi che il sistema del Partito Unico degli Affari continua a negargli in tutti i modi.

Fonte

01/09/2022

Le aziende energetiche tirano calci contro la tassazione sugli extraprofitti

Prima Acea, adesso anche Hera si sta rifiutando di pagare la tassa sugli extraprofitti per le società fornitrici di energia che da mesi stanno facendo soldi a palate.

Nella prima rata del contributo straordinario sugli extraprofitti delle aziende energetiche al 30 giugno, sui 4,2 miliardi attesi ne sono mancati ben 3,1. Per le società del settore energetico che a oggi – 1 settembre – non avranno pagato la tassa del 25% sugli extraprofitti scatta una maxi multa: una maggiorazione del 60% di quanto dovuto.

Con il Decreto Aiuti Bis l’esecutivo aveva programmato di incassare 10,5 miliardi di euro con una tassa una tantum sugli utili extra delle aziende del settore. In due tranche: la prima da pagare entro il 30 giugno (il 40%) e il resto il 30 novembre (per il restante 60%). Ma diverse aziende hanno deciso di non pagare e ad oggi lo Stato ha incassato solo 1,1 miliardi.

L’Eni sembra che abbia pagato regolarmente, altre aziende invece stanno tirando calci.

La multiutility romana Acea ha invece presentato un ricorso al Tar contro il provvedimento adottato dal governo. Acea con una nota ha fatto sapere di aver determinato in 28,5 milioni di euro l’ammontare complessivo del contributo e di aver provveduto al versamento dell’importo dovuto secondo le modalità e le tempistiche previste dalla normativa. Acea ha precisato che “una parte significativa della base imponibile identificata per le società del Gruppo non è riconducibile agli extraprofitti che il legislatore intende tassare, bensì a operazioni straordinarie”. Da qui la decisione di opporsi con un ricorso al Tar del Lazio.

Ma Acea non è la sola. Apprendiamo dai giornali, come se fosse normale, che anche Hera starebbe valutando di aggiungersi a chi non vuol pagare le sue tasse. La grande multiservizi ha come primo azionista il patto di sindacato pubblico, cioè i comuni dell’Emilia-Romagna.

“Hera proclama di essere un’azienda pubblica, ma si comporta come i peggiori speculatori privati” denuncia Potere al Popolo di Bologna. “Di fronte a questa decisione i comuni azionisti, a partire da quello di Bologna, dovrebbero provare a riscoprire una spina dorsale e dire ai consiglieri d’amministrazione nominati dai comuni stessi che il ruolo sociale oggi si assolve pagando le tasse, non facendo i laboratori di partecipazione sui dettagli insignificanti”.

Fonte