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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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21/02/2024

Iren non rinnova l’accordo con la israeliana Mekorot. Adesso tocca ad Acea ed A2A

La multiutility emiliana Iren non ha rinnovato l’accordo di cooperazione con la società israeliana Mekorot.

“Iren mi ha confermato che l’accordo con la società idrica israeliana Mekorot è scaduto a fine gennaio e non sarà rinnovato” ha fatto sapere il sindaco di Reggio Emilia. La Iren è infatti una società municipalizzata che aveva siglato negli anni scorsi un memorandum d’intesa con la società israeliana per “lo scambio di know-how e soluzioni tecnologiche”. Al momento di siglare l’accordo, i vertici aziendali avevano ignorato il fatto che la israeliana Mekorot è al centro di una campagna di boicottaggio internazionale a causa di quello che da più parti viene definito “l’apartheid dell’acqua” in Palestina.

In numerose occasioni gli attivisti solidali con il popolo palestinese e della campagna Bds (boicottaggio, disinvestimento, sanzioni) avevano manifestato sotto la sede della società chiedendo di revocare il memorandum.

Adesso l’accordo non sarà rinnovato. La Iren ha scelto di non commentare (né smentire) la notizia ma il segnale è partito.

Tocca ad altre società simili come la romana Acea e la milanese A2A fare altrettanto.

L’A2A, società multiutility italiana quotata in Borsa e presente a Milano, Brescia, Bergamo, ha firmato recentemente con il fondo di venture capital israeliano “Southern Israel Bridging Fund (SIBF)” un memorandum d’intesa per la valutazione delle reciproche opportunità di investimento in start-up, sia italiane che israeliane, in particolare nel settore della transizione ecologica.

Il 2 dicembre 2013 è stato invece siglato ufficialmente un accordo tra ACEA, la società di utilities controllata dal Comune di Roma, e la Mekorot, la società idrica nazionale di Israele.

L’agenzia Reuters rese noto che durante un vertice bilaterale tra Italia-Israele venne firmato un memorandum of understanding fra Acea e l’azienda idrica israeliana Mekorot per una collaborazione nel settore. In particolare, si legge in una nota della società romana, la collaborazione prevede scambi di know how nel trattamento delle acque reflue, nella distribuzione di acqua potabile e prevede anche un confronto nel settore dell’incenerimento dei rifiuti.

Nel 2014 la campagna BDS rilanciò una nuova petizione al Comune di Roma che raccolse 10.000 firme chiedendo nuovamente che l’Acea cessasse ogni collaborazione con la società israeliana Mekorot per lo sfruttamento dell’acqua nei Territori Palestinesi. Ma l’Acea e il Comune fecero ancora una volta orecchie da mercante.

È arrivato il momento di “sturare” le orecchie all’Acea e ad A2A e mettere fine ad ogni collaborazione con la società israeliana Mekorot.

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24/01/2023

Bloccare gli affari di Iren con l’israeliana Mekorot

Parma. Il 10 gennaio scorso il Gruppo Iren ha siglato un accordo con la società israeliana Mekorot, interamente partecipata dallo stato di Israele. Questa società si è resa responsabile delle politiche di Apartheid di Israele utilizzando un bene primario come l’acqua come elemento di marginalizzazione e segregazione etnica e sociale.

Come documentato da un indagine condotta da Al Haq, un’organizzazione palestinese per i diritti umani, Mekorot sottrae l’acqua illegalmente ai territori palestinesi fornendola agli insediamenti illegali dei coloni. Una ricostruzione corroborata dalle denunce fatte sia da Amnesty International sia Human right Watch che spiegano come la gestione idrica rientri nella più complessiva politica di segregazione dei palestinesi da parte di Israele. È intollerabile che un’azienda come Iren che ha partecipazioni pubbliche tramite diversi comuni italiani, tra cui anche il nostro, stipuli un accordo con un’azienda che l’organizzazione israeliana Who Profits definisce “il braccio esecutivo del governo israeliano per la questione idrica”.

Siamo di fronte ad uno scenario in cui Mekorot non è semplicemente un’azienda di gestione della rete idrica, ma un’istituzione attivamente coinvolta nell’occupazione militare (illegale) dei territori palestinesi e del loro sfruttamento. La gestione dell’acqua, il suo possesso e il suo utilizzo, soprattutto in uno scenario di carenza dovuto ai mutamenti ambientali e climatici diventa un’arma formidabile nelle mani del governo per perpetrare una politica che è riconosciuta da molte organizzazioni indipendenti come assimilabile all’apartheid sudafricano.

Secondo le inchieste che abbiamo citato, Mekorot non solo preleva l’acqua dai territori occupati per servire gli insediamenti dei coloni, ma dopo aver creato una penuria artificiale di questo bene fondamentale rivende ai palestinesi l’acqua ad un prezzo 4 volte superiore a quello a cui la vende agli israeliani. Chi vive nella striscia di Gaza ad esempio, secondo le Nazioni Unite, è rifornito di acqua per il 96% inadatto al consumo umano. Le disparità di forniture giornaliere d’acqua sono scandalosamente ineguali.

La dotazione di acqua pro capite giornaliera dei coloni israeliani è di 350 litri al giorno, per i palestinesi dei territori occupati di soli 70 litri al giorno, considerando che lo standard minimo fissato dall’OMS è di 100 litri al giorno, abbiamo la misura della tragedia in atto, una tragedia in cui la gestione idrica è solo il tassello di una più ampia politica di segregazione.

Ci chiediamo il perché di una partnership con un soggetto come Mekorot, di quale know-how stiamo parlando? Mekorot ha attuato politiche di gestione idrica scellerate verso la popolazione palestinese, lucrando su una scarsità artificiale, figlia di un furto d’acqua, oltre che dannosa per l’ambiente, visto che una delle risposte a questa penuria, risolvibile ridistribuendo equamente le risorse già esistenti, è stata quella della desalinizzazione dell’acqua marina, un processo costoso in termini di energia e di inquinamento. È questo il modello di gestione della crisi climatica che Iren ha in mente? Certo, il driver delle decisioni di una società per azioni è il profitto ma non sentire l’odore di morte dietro i profitti che questo accordo potrebbe portare ci sembra davvero troppo anche per Iren.

Il presidio di stamattina sotto il Comune di Parma ha chiesto all’amministrazione comunale di prendere una posizione ufficiale come socia di Iren per recedere dall’accordo. Il sindaco ha ricevuto una delegazione delle realtà insieme agli assessori Borghi e Jacopozzi, che hanno partecipato al presidio e ci ha comunicato che l’accordo Iren-Mekorot è oggetto di attenzione da parte della giunta che porterà il tema in CDA la prossima settimana in Iren, esprimendo un evidente imbarazzo per la situazione.

Rimarremo in attesa del pronunciamento del CDA ma abbiamo ribadito l’intenzione di mantenere alta l’attenzione su questo accordo con altre mobilitazioni.

Questa piccola battaglia è importante non solo per cercare di far uscire dall’oblio il dramma dell’occupazione militare israeliana della Palestina, ma anche per noi e i nostri territori, sostenere la lotta del popolo palestinese è sostenere la nostra lotta per una trasformazione sociale ed ecologica dei nostri territori e delle nostre vite. Se ci voltiamo dall’altra parte la crisi climatica diverrà l’ennesima scusa per consentire ai grandi gruppi finanziari e industriali di arricchirsi distruggendo il pianeta e le nostre vite. La lotta del popolo palestinese è la nostra lotta.

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29/12/2022

Regalo di Natale alle aziende energetiche. Ma Babbo Natale siamo noi

È una pericolosa ordinanza, la 05986/2022 della Sesta sezione del Consiglio di Stato, che accoglie il ricorso di IREN e la richiesta di sospensiva del provvedimento cautelare adottato nei suoi confronti da parte dell’Antitrust per non aver rispettato il blocco degli aumenti dei prezzi dell’energia alla scadenza annuale dei contratti di fornitura.

In pratica si dà ragione all’azienda che aveva aumentato i prezzi dopo il 10 agosto 2022, data dell’entrata in vigore del decreto Aiuti Bis emanato dal governo Draghi per calmierare i prezzi dell’energia, e che, all’articolo 3, obbligava le imprese fornitrici a non operare aumenti fino al 30 aprile 2023.

Su iniziativa di USB, dell’associazione dei consumatori A.BA.CO. e dell’avvocato Perticaro, dallo scorso settembre sono stati depositati esposti in più di 30 procure d’Italia, seguiti da centinaia di reclami dei cittadini, con i quali veniva richiesto agli organismi di controllo (AGCM, ARERA, Mister Prezzi) di verificare la corretta applicazione dei prezzi da parte delle imprese energetiche.

Dopo qualche settimana dal deposito delle denunce e dall’invio dei reclami, l’Antitrust aveva avviato un’attività pre-istruttoria su 25 imprese (metà delle quali ha ritirato gli aumenti) ed emesso i primi 4 provvedimenti cautelari verso IREN, Dolomiti, E.ON. e Iberdrola.

Ad essi erano seguiti, a dicembre, altri 7 provvedimenti cautelari nei confronti di Enel, Eni, Hera, A2A, Edison, Acea ed Engie per l’applicazione illecita degli aumenti inseriti nei contratti scaduti e rinnovati dopo il 10 agosto 2022.

La sentenza del Consiglio di Stato, dunque, rappresenta un preoccupante precedente alla luce dei ricorsi depositati da tutte le aziende sanzionate, che saranno discussi nelle prossime settimane. Sentenze della stessa portata consentirebbero loro di continuare ad applicare prezzi maggiorati ai nuovi contratti, di fatto annullando la già debole azione del governo centrale.

Che adesso anziché tutelare i cittadini si arrende completamente al volere delle aziende energetiche sanzionate inserendo nel Decreto Milleproroghe la possibilità, alla scadenza naturale dei contratti, di aumentare i prezzi. A poco serve l’estensione del periodo del blocco degli aumenti fino al 30 giugno 2023, se alla scadenza dei contratti possono essere applicati prezzi comunque più alti.

È chiaro che si sta facendo troppo poco per tutelare gli utenti e troppo per le aziende energetiche, le vere vincitrici della guerra dei prezzi in atto. Una guerra che ha permesso ai colossi dell’energia di accumulare 40 miliardi di extraprofitti, per il cui recupero il governo non è riuscito a mettere in atto nessuna azione concreta.

Sono lontane le uniche proposte utili a sostenere le famiglie in difficoltà colpite dalla crescita dell’inflazione e dall’erosione dei salari: la moratoria dei distacchi delle utenze per morosità e l’introduzione di un quantitativo minimo energetico per ogni utenza domestica, quantificabile in 1 smc di gas e 2 kwh di elettricità, per consentire ad ognuno di sostenere una vita dignitosa.  

Un’azione di questo tipo, però, implicherebbe che il governo tornasse ad occuparsi di politica economica. Tuttavia senza un’industria energetica statale difficilmente sarà possibile arginare l’iniziativa predatoria delle società energetiche che fanno profitti sulle spalle dei cittadini, e a cui la nostra giustizia amministrativa e il nostro governo hanno deciso di far passare un ottimo Natale e soprattutto uno splendido anno nuovo.

A discapito delle nostre tasche però.

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12/09/2017

A Genova: nel più bel sobborgo di Milano...

Ho posto alcune domande a Stefano Giordano, Vigile del Fuoco e militante sindacale dell’USB eletto nelle scorse elezioni amministrative genovesi come consigliere comunale tra le file del Movimento 5 Stelle.

I quesiti riguardano alcuni punti relativi all’operato della giunta di centro-destra che governa la città e alcune significative battaglie che sono state condotte – dentro e fuori le sale di Tursi – su diverse questioni.

Il sindaco Bucci con piglio manageriale e fare decisionista ha posto per ora una pietra tombale sulla vendita dell’azienda partecipata che gestisce la raccolta ed il ciclo dei rifiuti Amiu. Il tentativo di privatizzarla, svendendola ad Iren era stata l’ultima pervicace battaglia persa della precedente giunta di centro-sinistra. Una ipotesi che si era scontrata contro la mobilitazione dei lavoratori e una efficace opposizione all’interno del consiglio comunale. Il quadro catastrofico che aveva ipotizzato la precedente giunta Doria per questa azienda municipalizzata non si è quindi realizzato, puoi farci una sintesi del comportamento dell’attuale giunta su Amiu?

Il comportamento dell’attuale giunta è stato quello di proporre-imporre un’unica soluzione per risanare il debito che il Comune ha con Amiu spalmando in dieci anni senza avere un piano di rientro, con un finanziamento a medio termine, dando un po’ di ossigeno immediato con 12 milioni di euro.

Sinceramente ho vissuto prima una giunta Doria blindata da poliziotti e celerini a Tursi nella votazione della delibera Iren Amiu dove si voleva far entrare un soggetto “privato” definitivamente nel business della “rumenta”, oramai trasformata in monete quotate, poi una giunta Bucci che impone scelte vincenti agli occhi del cittadino con il mantenimento del pubblico, ma alle porte ci sono forti dubbi sulla privatizzazione di alcuni rami di Amiu sotto la copertura di “investimenti privati”.

Mi sarei aspettato un rilancio della differenziata con un piano industriale serio che riporti dignità alla nostra amata “Superba”, invece – per ora – ho solo visto un debito nel debito grigio che colora tutti i giorni l’aula rossa.

Inoltre l’aver “regalato” ai cittadini una marchetta con l’abbassamento della quota oraria parcheggi “blu”, una azione di “pubblicità e regresso” che non guarda al futuro con un progetto di trasporto pubblico innovativo che migliori le condizioni di vivibilità è un segnale politico che evidenzia le volontà di una giunta che antepone l’immagine alla sostanza.

Il 31 agosto prima della sospensione del consiglio comunale il Movimento 5 stelle ha presentato un ordine del giorno, votato da tutti i capi gruppo e poi approvato dal consiglio stesso, con li quale è stato impegnato il sindaco ad attivare una serie di misure riguardo alla prevenzione e alla gestione di micro e macro calamità naturali sul territorio. Una delle questioni principale è la proporzione tra Vigili del Fuoco ed abitanti che a Genova sono 1 ogni 14000 abitanti contro una media europea di 1 ogni 1000, la situazione di mancanza di una struttura nel levante genovese, la rete degli idranti anti-incendio e così via... Puoi farci una panoramica di questo delicato aspetto legato alla sicurezza dei cittadini a Genova e le proposte contenute nell’ordine del giorno?

Il tema delicato del soccorso genovese ha avuto la degna attenzione in aula e la nostra proposta con un odg è stata approvata all’unanimità. Ritengo fondamentale l’istituzione di un tavolo tecnico-commissione grandi rischi con lo scopo di analizzare le emergenze e le economie spese, cercando di creare un gruppo di protezione civile che lavori in sinergia con tutte le forze presenti, eliminando competizioni che danneggiano il soccorso. La mia preoccupazione è che quando si consolidano economie sulle emergenze difficilmente si possono poi tramutare in prevenzione e salvaguardia. Oltre a questo punto la giunta si è impegnata ad investire sulla capillarizzazione della rete idranti antincendio con manutenzione programmata e certificata in quanto la situazione attuale è in stato di abbandono. Per quanto riguarda la struttura del corpo nazionale bisogna che sindaci e presidenti di ogni regione inizino a valorizzare la figura dei vvf all’interno della protezione civile, chiedendo più numeri sul territorio ora più che mai visto che gli incendi boschivi sono passati di competenza dal 1 gennaio dopo la soppressione del cfs, atto di “omicidio politico” che la riforma Madia ha inflitto alla popolazione italiana. Il dato oggettivo dell’insufficienza dei vvf sul territorio sono i numeri: 1 soccorritore ogni 14000 abitanti in un territorio che secondo i dati ISPRA risulta essere nei primi posti di indice mortalità in caso di frane e alluvioni, è impensabile tamponare la situazione di fallimento mediante convenzioni regionali che obbligano i pompieri ultracinquantenni a lavorare continuamente in straordinario, ricattati da un salario vergognoso e una paga oraria straordinaria di €7 all’ora.

Altro punto l’istituzione di un distaccamento nel levante genovese, zona assolutamente sguarnita che costringe i cittadini a sentirsi più deboli nella risposta del soccorso rispetto alle altre zone cittadine. Ultima questione non meno importante l’impegno di una azione politica che non permetta la chiusura delle mense, una delle continue riorganizzazioni infami che il ministero impone ai pompieri, che obbliga la loro cessazione dove le unità presenti sono inferiori alle 15 unità. È un atto che non tiene assolutamente in considerazione il lavoro atipico del pompiere, licenzia le cuoche con una abilità incredibile, giustificando il risparmio in un giro conto sul riordino delle carriere dove arrivano quattrini soprattutto alla classe dirigenziale che non necessita di mense in quanto basterebbe un gel energetico per un lavoro quotidiano molto sedentario a differenza di chi posa il sedere sui camion rossi. Inoltre siccome le sedi vvf sono a tutti gli effetti di protezione civile in caso di calamità non si possono permettere di non avere una mensa disponibile H24.

Per ultimo, la pulizia delle zone limitrofe delle caserme oramai assaltate dai topi che trovano accogliente dimora in edifici fatiscenti che nella maggior parte dei casi presentano porte non funzionanti nelle zone di entrata, quindi di facile accesso nelle mense e cucine, e una maggiore sensibilità su divieti di sosta perimetrali in quanto punti sensibili.

Tu personalmente come consigliere comunale durante il question time hai esposto il caso di Tullio Rossi, ponendo la questione sul controllo capillare esercitato dalla dirigenza dell’amministrazione Galliera sulle opinioni professate da Tullio sui social network e la rappresaglia nei suoi confronti per il suo puntuale ruolo di denuncia come militante sindacale e attivista del Movimento 5 Stelle. Tullio, che è un militante sindacale dell’USB, ha ricevuto tre contestazioni in un mese e mezzo. Il primo sul microchip estratto dalla camicia che ha portato all’emersione di un probabile controllo capillare dei circa 22.000 lavoratori della sanità interessati, la seconda sul commento al Cardinale Bagnasco e la terza sempre su un commento a Tettamanzi. Puoi spiegarci come hai posto il caso in comune e qual è stata la risposta alle tue richieste di presa di posizione?

Il problema portato con il question time in aula ha causato reazioni naturali in un ambiente dove le questioni lavorative vengono solo affrontate quando è già in atto un licenziamento.

Mi è stato contestato in aula che è una questione sindacale, sinceramente respingo al mittente la contestazione in quanto non parlo la lingua di quella politica che ha prodotto le condizioni affinché ci sia oggi la possibilità di un licenziamento libero senza giusta causa.

La questione Tullio Rossi invece deve essere discussa dalla politica perché merita un dibatto serio.

L’articolo 21 della Costituzione garantisce la libertà di espressione, non compare nessun articolo a mio avviso nella costituzione che autorizzi organi di polizia aziendali che controllino i suoi dipendenti sulle affermazioni nei social network. Il pretesto di una frase colorata sul cardinal Bagnasco o Tettamanzi sono una scusa per colpire chi ha denunciato uno sperpero di soldi a causa di una privatizzazione selvaggia della sanità pubblica, un progetto demenziale del “nuovo Galliera” che fonde concetti diametralmente opposti come la nascita di appartamenti residenziali con il “nuovo” ospedale che riduce posti letto, distruggendo un edificio storico che la duchessa di Galliera aveva donato ai genovesi.

Oggi molti delegati che dicono verità fastidiose sull’economia malata odierna vengono colpiti nel punto debole: la sopravvivenza economica salariale.

La non risposta dell’assessore Fassio rappresenta l’immobilismo politico di fronte alla repressione che tutto il mondo del lavoro subisce.

Un’altra battaglia importante è stata quella contro lo smantellamento della squadra notturna di pronto intervento per ciò che riguarda la manutenzione della rete di distribuzione del gas in mano alla multi-utility Iren. Una questione che intreccia anche in questo caso una vertenza portata avanti dai lavoratori per la tutela delle proprie garanzie e la sicurezza dei cittadini genovesi. Puoi riassumerci la vicenda e dirci cosa è stato fatto in consiglio comunale a riguardo?

La questione della squadra notturna è un braccio di ferro imposto dalla nostra mozione che votata all’unanimità ha posto un problema: il comune ha voce in una azienda partecipata come IREN?

E’ in corso un dibattito dove da una parte l’azienda continua la sua razionalizzazione a discapito dei cittadini che dovranno aspettare insieme ai pompieri in caso di fughe gas ore per l’arrivo dei reperibili.

I continui tagli che dobbiamo subire nella salvaguardia portano solo morte e disperazione e se pensano di zittire il gruppo di opposizione del movimento 5 stelle hanno sbagliato. Siamo pronti a denunciare alle autorità competenti se elimineranno la squadra di pronto intervento, poiché la nostra città ha una conformazione unica e una distribuzione gas particolare e non può permettersi una riorganizzazione che indebolisce il diritto alla vita. Vedremo se il sindaco Bucci insieme all’assessore Campora dimostreranno i concetti di indipendenza decantati durante la campagna elettorale.

Un ultima domanda sull’esito negativo che ha avuto, per mancanza di numero legale, la proposta di intitolare una via a Fabrizio Quattrocchi, operatore di una impresa militare privata della sicurezza in Iraq ed ucciso nel Paese del Medio-Oriente successivamente al suo rapimento il 13 aprile 2004. È da tempo un cavallo di battaglia della destra cittadina, in particolare dei Fratelli d’Italia che attualmente esprimono il vice-sindaco e tre consiglieri comunali. Bisogna ricordare che successivamente alla sua morte, una operazione di ascolto telefonico all’interno di una indagine per comprendere quali canali e quali trafile di interessi avesse portato i 4 body-guard rapiti in Iraq, aveva portato alla scoperta di una sorta di polizia parallela, la Dssa (Dipartimento di studi Streategici Antiterrorismo), a capo del quale c’era Gaetano Saya, fondatore del nuovo MSI. Un personaggio inquietante, all’interno di una vicenda dai tratti poco chiari che l’allora Ministro degli Interni Pisanu stigmatizzò in maniera caricaturale definendo coloro che ne erano implicati un “banda di pataccari”. In realtà il grado di libertà e copertura degli “agenti” del Dssa, tra gli apparati dello stato era quanto meno allarmante così come il loro reclutamento di personale, specialmente tra i Gruppi Operativi Mobili della polizia penitenziaria. Secondo quanto riporta Camillo Arcuri, in Sragione di Stato, un giovane agente inquisito avrebbe così risposto: Mi vuole dire come facevamo a dubitare di queste persone che vedevamo accolte con tutti i riguardi nei nostri capi? In consiglio comunale ha mai parlato di questa oscura vicenda, che non si è potuta chiarire in ambito processuale perché sembra essere stata archiviata...

Le piazze appartengono al popolo e la loro intitolazione spetta a chi ha combattuto per la libertà del Paese. L’Italia ripudia la guerra ma spende 80 milioni di euro al giorno per portare la pace armata nei paesi ricchi di giacimenti, producendo una migrazione continua di disperati in cerca di un tetto per la loro famiglia.

In questo contesto dove il problema è l’immigrato e non la politica internazionale non mi meraviglio che qualche consigliere di destra proponesse l’intitolazione di una piazza a un mercenario. Di fronte alla sua morte si deve comunque portare rispetto ma mi spiace contraddire la proposta, le piazze devono portare nomi di chi ha costruito il paese tramite progresso e prosperità senza intaccare i valori della pace.

Sulla questione porteremo chiarezza in aula per dare quella trasparenza su una vicenda che ancor oggi riporta lati oscuri.

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16/06/2017

Il rigassificatore se ne va? I tedeschi di Uniper annunciano la vendita agli EmiratiIl rigassificatore se ne va? I tedeschi di Uniper annunciano la vendita agli Emirati

Il sito specializzato Lngworldshipping.com ha annunciato che il rigassificatore di Livorno presto tornerà nei cantieri di Dubai per subire alcune modifiche e poi sarà riposizionato a Sharjah negli Emirati Arabi Uniti

L’articolo non lascia interpretazioni in merito: “Il rigassificatore FRSU Toscana situato a 22 km dalla costa livornese sarà noleggiato (charter) e ricollocato (redeploy) a Sharjah negli Emirati Arabi Uniti. Una dichiarazione clamorosa del responsabile Uniper per il medioriente John Roper. L’articolo però menziona solo le dichiarazioni dei tedeschi che detengono solo il 48,24% del terminale. Infatti OLT Offshore LNG Toscana S.p.A. detiene la proprietà del Terminale galleggiante di rigassificazione “FSRU Toscana” ma questa società è anche partecipata al 49,07% di IREN (quelli che detengono anche il 40% di Asa spa) e il 2,64% di Golar Lng. Cosa dicono gli altri soci? Probabilmente sono d’accordo visto che IREN aveva già più volte dichiarato pubblicamente di volersi disfare del rigassificatore (Iren vende il rigassificatore Olt), un investimento disastroso (è pressoché fermo da quando è stato ancorato 5 anni fa) alleviato solo dal fatto che con le nostre bollette paghiamo decine di milioni di euro ai proprietari perché la legge prevede che debba fare incassi anche se non lavora (Report smaschera il rigassificatore: inutile, costoso e pagato con le nostre bollette). Le ultime tendenze finanziarie danno il settore del gas naturale liquido come prodotto in ascesa e quindi si sono affacciati i compratori. Ma il vero motivo potrebbe essere che dopo la rottura delle petromonarchie arabe con il Qatar, gli Emirati vogliano mettere in sicurezza i propri approvvigionamenti con una infrastruttura diversificata in più.

Insomma, per noi niente di nuovo. Ma la situazione va monitorata per vedere quali strascichi lascia questa opera che al territorio non ha portato niente se non impatto ambientale, polemiche e bollette gonfiate.

Redazione, 15 giugno 2017

Di seguito l’articolo di Lngworldshipping tradotto

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Sharjah noleggia FSRU Toscana per importare il suo primo LNG


L’unità di stoccaggio e rigassificazione galleggiante con sede in Italia, FSRU Toscana, sarà riposizionata in Medio Oriente dopo una riparazione a Dubai Drydocks. Lo ha annunciato l’azionista di OLT Offshore Toscana, Uniper.

Il responsabile del Medio Oriente di Uniper Global Commodities, John Roper, ha annunciato la mossa in un’intervista pubblicata ieri da CPI Financial. La nave FRSU Toscana subirà “modifiche” quest’anno a Dubai Drydocks, ha detto Roper, per poi prendere i primi carichi di LNG di Sharjah ad inizio del 2019.

Sharjah sta consolidando i propri progetti per l’importazione di gas per la produzione di energia, per diventare il terzo stato all’interno degli Emirati Arabi Uniti (UAE) ad unirsi al club degli importatori LNG e per schierare il quarto FSRU del paese.

Questa settimana, la Sharjah National Oil Corporation (SNOC) ha firmato un accordo di vendita gas con l’autorità per l’energia elettrica e l’acqua di Sharjah (SEWA) per fornire gas naturale a tre centrali SEWA.

Nel mese di ottobre, il SNOC ha firmato un accordo con Uniper e Sharjah Petroleum Council per l’importazione di GNL attraverso il porto di Hamriya situato nella costa ovest dell’UAE.

SNOC e Uniper hanno costituito una joint venture per importare fino a 4 milioni di tonnellate all’anno di GNL a partire dal 2019. Uniper consegnerà LNG alla FSRU, da ormeggiare a Hamriyah per pompare gas nella griglia naturale.

Il sig. Roper ha detto a CPI Financial: “Per il progetto di importazione di LNG Sharjah, Uniper, come ingegnere proprietario per SNOC, garantirà la tempestiva messa in servizio del progetto. Uniper si baserà sulle sue conoscenze locali UAE, dopo aver modificato con successo il peschereccio italiano FSRU Toscana con Dubai Drydocks nel 2016.

“Il mandato di Uniper comprenderà la progettazione e la costruzione dell’impianto di importazione di LNG di Sharjah. Uniper garantirà soluzioni di spedizione competitive e affidabili per il progetto.

“Uniper sarà anche responsabile dell’approvvigionamento e dell’offerta di GNL a prezzi competitivi nel corso della durata di 10 anni del progetto, per garantire forniture ininterrotte di gas ai clienti proiettati”.

FSRU Toscana importa LNG per l’Italia OLT Offshore Toscana, una joint venture tra Uniper Global Commodities, il Gruppo Iren e la Golar Offshore Toscana Ltd. La FSRU è ormeggiata a 22 km in mare aperto, tra Livorno e Pisa, fornendo annualmente circa 3,75 miliardi di LNG, circa il 4 per cento delle esigenze del gas italiano.

LNG World Shipping ha invitato sia Uniper che OLT Offshore Toscana a commentare l’annuncio del sig. Roper. Non è chiaro quali accordi l’Italia farà, se del caso, per sostituire l’unica FSRU.

Annunciando l’accordo con SEWA, l’amministratore delegato di SNOC, Hatem al-Mosa, ha dichiarato che il progetto mira a “chiudere il gap di domanda di approvvigionamento di gas a Sharjah e gli emirati settentrionali, con spazio di espansione per sostenere la domanda di energia in tutto il paese per molti anni a venire” .

15 giungo 2017

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30/04/2017

Genova. Contro la privatizzazione di Amiu, mercoledì sciopero indetto da Usb

Mercoledì 3 maggio la giunta comunale di Genova porterà nuovamente in aula la delibera di aggregazione AMIU-Iren, già bocciata più volte in Consiglio Comunale.

Ancor più delle occasioni precedenti vi sono concrete possibilità che non ci siano i numeri sufficienti per l'approvazione. Comunque il sindacato USB ha indetto lo sciopero dei lavoratori AMIU e AMIU Bonifiche per l'intera giornata, con presidio davanti al Comune. Allo sciopero si sono uniti CISL, UIL e FIADEL, mentre la CGIL, come ha fatto fin dall'inizio, non partecipa allo sciopero e continua a sostenere l'azione della giunta.

La questione della privatizzazione di AMIU è diventata una sorta di punto d'onore per la giunta del sindaco uscente Doria. Come in altre occasioni, non sono mancati i ricatti ai sindacati e ai lavoratori.

Questa volta la minaccia rivolta ai lavoratori è che la bocciatura della delibera di aggregazione causerebbe un buco di bilancio e giustificherebbe tagli ai servizi sociali (accusa rilanciata anche dalla Cgil e dal Forum del Terzo Settore per dividere la lotta dei lavoratori). Inoltre i vertici di AMIU hanno provato più volte a sostenere che senza privatizzazione l'azienda fallirebbe.

La parte più combattiva dei lavoratori non si è fatta però intimidire: nel suo comunicato l'USB dichiara che il sindaco Doria è pronto all'ultimo colpo di coda di una gestione fallimentare. Il sindacato ricorda inoltre che le alternative alla privatizzazione e al mantenimento in house dell'azienda ci sono tutte, basta volerle praticare.

Anche l'Unione Lavoratori AMIU (ULA) parteciperà allo sciopero, invitando alla lotta anche i lavoratori delle altre aziende partecipate, già sotto attacco della giunta Doria fin dall'inizio del suo mandato.

Se la delibera non passerà, la questione sarà affrontata dalla nuova giunta comunale che si insedierà dopo le elezioni di giugno.

I lavoratori hanno comunque fatto sapere di essere contrari a qualsiasi tipo di privatizzazione. La loro forza durante il periodo della giunta Doria ha bloccato ogni tentativo di svendere le partecipate nel loro complesso, nonostante l'evidente lavoro sporco portato avanti dalla CGIL, che ha bloccato ogni tentativo di unione tra i lavoratori delle partecipate in nome della fedeltà al sistema di potere incarnato dal Partito Democratico.

Il NO a tutte le privatizzazioni, la richiesta di re-internalizzare i servizi in appalto e il rifiuto del patto di stabilità degli enti locali sono le uniche risposte possibili e necessarie che una politica degna di questo nome dovrebbe fornire per rappresentare la forza che i lavoratori hanno messo in campo. Non a caso, se non in frange ancora minoritarie, questo dibattito sembra totalmente assente nelle polemiche tra i candidati principali per le prossime comunali. Per questo la lotta dei lavoratori è fondamentale per difendere i diritti di tutti i cittadini. La forza dei lavoratori, per contrattaccare, ha assoluto bisogno di una sponda politica che non può fare a meno del loro contributo.

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31/03/2017

Genova. L’Amiu resta pubblica. Ma il PD fa commissariare la città da IREN


Dopo la sonora sconfitta giunta un mese fa in consiglio comunale, la giunta Doria è tornata alla carica, con una delibera fotocopia di quella bocciata in precedenza, per realizzare la fusione dell'azienda dei rifiuti con la multiutility IREN.

Durante il periodo trascorso non è cambiato molto. La delibera è stata in parte rivista ma i lavoratori hanno capito che l'avvio della privatizzazione di AMIU avverrebbe indipendentemente dalle piccole variazioni di percentuali sulle quote societarie proposte dal Comune.

Giovedì 30 marzo è quindi cominciato l'ennesimo iter sulla privatizzazione e le conseguenti proteste di piazza. Nonostante il parere diffuso tra i lavoratori, come durante le precedenti votazioni, la Cgil ha comunque pensato bene di schierarsi dalla parte del Sindaco e del PD boicottando lo sciopero e invitando esplicitamente a non scendere in piazza. A gestire lo sciopero è quindi la sola Cisl (USB e Uil hanno però indicato ai lavoratori di aderire allo sciopero) ma in piazza sono presenti soprattutto i lavoratori che hanno dato vita all'ULA (unione
lavoratori AMIU) che in questi mesi ha gestito la lotta.

La votazione in consiglio comunale era comunque in bilico. La maggioranza PD era in difficoltà anche perchè la votazione avviene a due mesi dalle elezioni comunali. Molti consiglieri di centrosinistra si stavano quindi ricollocando (la maggioranza sosterrà comunque e nuovamente il PD) ed era indecisa mentre la destra ha deciso di votare contro per mettere in difficoltà il PD e schierarsi con le associazioni di commercianti preoccupati per l'aumento della TARI.

Sulla votazione incombeva anche un esposto presentato dal consigliere di sinistra Antonio Bruno che poneva dubbi sulla trasparenza delle procedure con le quali il Comune aveva deciso di sostenere la fusione con IREN. L'esposto si basava sul fatto che, fin dall'inizio, IREN è stata l'unica interlocutrice della Giunta (con un assessore proveniente dal management della multiutility) e al bando pubblico sia stata presentata solo una offerta di acquisto.

La procura ha quindi aperto un fascicolo di indagine sulle procedure seguite. Il PD ha però deciso di continuare con la delibera parlando di normali procedure di indagine che non avrebbero in nessun modo inficiato le decisioni assunte.

In un Comune blindato (davanti al portone sostavano 4 camionette tra Polizia e Carabinieri) fin dal mattino i consiglieri hanno quindi discusso fino al colpo di scena delle ore 16 in cui un centinaio di emendamenti delle opposizioni è stato ritirato chiedendo il voto immediato sulla delibera.

Il PD ha cercato di reagire perché si è reso conto di non avere i numeri necessari all'approvazione e ha cominciato a scrivere emendamenti in proprio per prendere tempo.

Non contenti, hanno sospeso le votazioni perché era necessario sentire il parere di IREN in merito alla praticabilità di alcuni emendamenti. Ciò ha causato le proteste vibrate delle minoranze e battibecchi con i lavoratori che erano riusciti ad entrare a seguire i lavori. Per la prima volta è apparso evidente a tutti che le votazioni devono essere fatte solo quando il PD ha la maggioranza numerica e che gli emendamenti hanno valore solo se approvati da IREN. Questo schiaffo democratico ha consentito al PD di ritardare le operazioni di voto e mantenere viva una delibera che probabilmente sarebbe stata nuovamente respinta.

Ma il capolavoro politico del PD doveva ancora arrivare.

La mattina di venerdì 31 marzo il capogruppo chiedeva infatti il ritiro della delibera per mancanza di una maggioranza disposta a votarla.

Contemporaneamente parlava della necessità di votare subito un aumento della TARI per fare fronte al buco di bilancio. Il PD si trova quindi di fronte alla propria Caporetto. Da mesi puntava sulla aggregazione con IREN privatizzando l'azienda, nel contempo continuava a non proporre alternative aggravando la situazione economica di AMIU. L'aumento della TARI è quindi da un lato una ritorsione verso la città, dall'altro il prezzo da pagare per la loro politica che da anni punta allo sfascio dell'azienda pubblica per consentirne la svendita.

Inoltre, su pressione di IREN che ha commissariato la politica genovese, propone di rivotare l'aggregazione tra una settimana insieme al bilancio del Comune ponendo l'ennesimo ricatto ai cittadini e ai lavoratori: o si privatizza AMIU o si tagliano i servizi sociali.

In conclusione, per l'ennesima volta la costanza e la determinazione dei lavoratori (nonostante l'ennesimo tradimento della Cgil) hanno bloccato la svendita di un bene pubblico. Ci hanno provato due volte con AMIU e gli è andata male, come già successo con AMT (trasporti) e ASTER (manutenzione).

Contemporaneamente hanno perso la faccia dimostrando che sono eterodiretti da IREN e probabilmente tenteranno in extremis l'ennesimo ricatto. Mentre l'intera città rischia di pagare con l'aumento improvviso e deciso della TARI gli effetti della loro politica criminale.

Nel frattempo si preparano le elezioni in cui il centrosinistra unito tenterà per l'ennesima volta di ingannare tutti riproponendo con parole nuove questa politica fallimentare. In cui buona parte della sinistra si ricollocherà in maggioranza con il PD facendo l'ennesima operazione politica disgustosa, in cui la destra cercherà di vincere sfruttando le debolezze del PD e i lavoratori saranno costretti a restare alla finestra o aggrapparsi alle incognite provenienti dai 5 stelle divisi in due fazioni litigiose e con una idea di città tutta da decifrare.

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18/01/2017

Svendere AMIU ai privati: il colpo di coda del centrosinistra a Genova

La delibera che dovrebbe privatizzare l'azienda dei rifiuti pubblici AMIU arriverà, probabilmente, in Consiglio Comunale il 24 gennaio. Dovrebbe contenere la cessione del pacchetto di maggioranza dell'azienda pubblica a IREN, multiutility dei servizi attiva in Liguria, Piemonte ed Emilia. IREN è un'azienda che, a Genova, gestisce acqua e gas in spregio al referendum del 2011 e, nell'ultimo anno, ha accumulato profitti in sostanziale monopolio per 35 milioni di euro pari circa al 25% dell'intero fatturato. La cessione dell'AMIU a IREN è stata decisa nei mesi scorsi senza neppure una seria gara d'appalto visto che è stata presa in considerazione la sola offerta di IREN.

Come al solito, la giustificazione del Sindaco Doria e della Giunta Comunale sulla volontà di privatizzare AMIU riguarda l'applicazione del patto di stabilità e la necessità di recuperare un buco di bilancio dovuto alla cessazione dell'attività della discarica comunale di Scarpino recentemente dichiarata fuori norma. Tale discarica ha funzionato per anni e, nonostante ripetuti appelli da parte dei comitati cittadini che ne denunciavo il malfunzionamento, il Comune e i vertici di AMIU non hanno mosso un dito fino al sequestro giudiziario.

Appare evidente la volontà delle istituzioni di creare il disastro della discarica per gravare AMIU di debiti e giustificarne poi la svendita. Tra l'altro, il nuovo piano industriale studiato con IREN prevede il rientro del buco di bilancio in soli 10 anni (e non in 30 come previsto precedentemente). Questo rientro è messo nero su bianco che graverà sui cittadini genovesi che avranno aumenti sulla tassa della spazzatura dal 4 al 6%. Appare evidente che il Comune vuole favorire a tutti i costi IREN garantendogli ulteriori profitti in tempi rapidi estratti dalle tasche dei cittadini genovesi.

Tra l'altro, IREN ha già dato ampiamente prova di sé nella gestione di acqua e gas a Genova: la privatizzazione infatti non ha comportato nessun beneficio né per cittadini né per i lavoratori. A fronte di profitti continui (che vanno agli azionisti bancari di riferimento) la linea di distribuzione è totalmente obsoleta e il taglio della manutenzione della rete comporta continui e ripetuti disagi e allagamenti.

Il progetto di privatizzazione è quindi totalmente sbagliato e azzera la volontà di cittadini e utenti per favorire i progetti speculativi di IREN. La sudditanza del PD e di quel pezzo di centrosinistra che ancora sostiene il Sindaco (e si appresta a rimettere in campo la stessa operazione per le prossime comunali) agli azionisti privati è tale che si arriva addirittura a sostenere che IREN sarebbe una azienda pubblica a causa della presenza nelle quote dei Comuni interessati.

Contro la privatizzazione è in atto la giusta protesta dei lavoratori che spinge le burocrazie sindacali a protestare. La Cgil continua a perdere iscritti e non controlla più i lavoratori che, in gran parte, hanno recentemente bocciato a Genova il contratto nazionale. I vertici sindacali confederali e autonomi trattano in segreto la privatizzazione ma sono costretti a veloci marce indietro da parte di chi ha deciso comunque di lottare fino in fondo.

La partita è dunque ancora aperta e per i prossimi giorni sono previsti banchetti informativi e manifestazioni cittadine. Sul piede di guerra anche le associazioni ambientaliste che sono preoccupate anche per lo stravolgimento del progetto di raccolta differenziata che IREN ha tutto l'interesse a trasformare in un businnes per i propri inceneritori.

Ci sono quindi moltissime ragioni per sostenere questa battaglia contro la privatizzazione di AMIU e contro quel progetto di privatizzare tutto il settore pubblico che la Giunta uscente ha continuato a perseguire durante il proprio mandato.

Fin dall'inizio è stata questa la principale lotta a Genova contro i paladini della UE e dell'austerity.
Una lotta che ha visto il Sindaco Doria e la sua maggioranza schierata contro i lavoratori e che avrebbe ottenuto migliori risultati se i sindacati confederali non si fossero sempre rifiutati di unire le lotte di AMT (trasporti), ASTER (manutenzioni), AMIU (rifiuti) e ATP (trasporti provinciali) per trattare con una giunta comunale da loro a lungo sostenuta e infarcita di loro amichetti.

Motivo di più per stringersi intorno ai lavoratori contro la privatizzazione e lottare contro la riedizione di qualsiasi esperienza politica di centrosinistra a Genova in nome degli interessi di classe e della necessità di ribaltare totalmente il quadro politico nella nostra città.

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04/10/2016

Genova. Inizia la rivolta dei lavoratori Amiu?


A leggere stamattina gli ineffabili bollettini on line dei giornali locali (Secolo XIX e Repubblica-Genova) ieri a Genova non è successo niente. Eppure, ieri mattina alla sala Chiamata del Porto, è andata in porto una durissima contestazione dei lavoratori dell'igiene urbana AMIU nei confronti dei sindacati confederali e autonomi che spadroneggiano nell'azienda tutt'ora totalmente pubblica.

I sindacati confederali e autonomi avevano infatti indetto una assemblea pubblica per far approvare il nuovo contratto di settore, approvazione contestata in tutta Italia e che sta ricevendo parecchi voti contrari. A Genova la situazione è però ancora più complicata in quanto è in dirittura di arrivo la procedura di privatizzazione di AMIU le cui quote saranno cedute alla multiutility IREN, l'unica ad aver presentato bando pubblico di acquisizione.

I lavoratori contestano il nuovo contratto ma la rabbia è aumentata dal processo di privatizzazione che i sindacati hanno la faccia tosta di nascondere. In realtà, Cgil, Cisl, Uil e Fiadel, in perfetta assonanza con il Sindaco Doria, considerano, con sprezzo del ridicolo, IREN come un partner pubblico. Come tutti sanno invece, IREN è una multiutility privata che controlla tra l'altro la gestione dell'acqua a Genova. Sindacati confederali e giunta di centrosinistra dovrebbero battersi per la ripubblicizzazione dell'acqua come richiesto da un referendum nazionale e invece prendono in giro i lavoratori sostenendo di aver salvato il carattere pubblico di AMIU.

Come spesso accade in questi casi, ieri l'assemblea pubblica con oltre 500 lavoratori si è svolta in un clima di confusione. USB e il coordinamento ULA (Unione Lavoratori AMIU) volantinavano fuori dalla sala contro il nuovo contratto e contro la svendita di AMIU mentre, all'interno, i sindacati tenevano il solito teatrino surreale sostenendo di aver ottenuto una grande vittoria. La confusione tra i lavoratori è molto alta in quanto nei mesi scorsi i confederali avevano indetto parecchi scioperi contro la privatizzazione. Peccato che gli stessi burocrati che al mattino sfilavano con slogan rivoluzionari, al pomeriggio si incontravano con il Sindaco per stabilire le regole della privatizzazione. Questo atteggiamento indecente è una caratteristica tipica dei sindacati genovesi: tutta la Cgil, nei mesi scorsi, è scesa in piazza anche contro la Giunta ma l'avvicinarsi delle elezioni comunali sembra aver compattato Sindaco e organizzazioni sindacali terrorizzati da una possibile sconfitta del centrosinistra. Visto che di cambiare politica non se ne parla proprio, il modo migliore rimane quello di ingannare i lavoratori. E continuare con le privatizzazioni, la svendita del patrimonio industriale etc..

Durante l'assemblea un buon gruppo, ben oltre la metà, ieri ha contestato duramente e ha abbandonato la sala lasciando i burocrati di fronte a pochissimi lavoratori. Le immagini parlano chiaro. I lavoratori hanno lasciato la sala perché stufi di essere ingannati.

E' ovviamente presto per capire se i lavoratori hanno assunto la consapevolezza necessaria in questa fase e sono pronti ad abbandonare i sindacati complici. Sicuramente i giornali locali tacciono perché sanno che la contestazione ai sindacalisti è anche una contestazione al Sindaco e al PD che stanno riorganizzandosi per le prossime elezioni. Altro che manipolo di sobillatori esterni, come sostengono alcuni burocrati, la contestazione arriva dall'interno dell'azienda che non è pacificata come vorrebbero lorsignori.

Per il sindacato di base USB e per i lavoratori combattivi comunque quello di ieri è un ottimo risultato. Se cade la maschera del sindacato complice e di una politica pronta solo a seguire le direttive liberiste della UE è un buon viatico per riprendere il filo di una lotta decisiva contro le privatizzazioni e contro l'impoverimento cittadino. E progettare un futuro diverso per la città di Genova.

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21/12/2014

Bologna: il sindaco Merola vuol vendere l’acqua pubblica


Qualcuno si è mai chiesto come sta andando la privatizzazione dell’acqua, dopo che gli ultimi tre governi nazionali e vari governi locali hanno calpestato il referendum del 2011 in cui si affermava chiaramente la volontà degli italiani e delle italiane di mantenere pubblica la gestione del servizio di erogazione idrica?

Beh diciamo che di questi tempi di crisi e di corsa alla speculazione, tutto è buono per fare cassa. Il sindaco di Bologna, Merola, principale azionista della multiutility Hera, ha annunciato qualche settimana fa la possibilità di vendere una parte consistente delle quote dell’azienda detenute dal comune.

In questo modo, la quota di proprietà pubblica di Hera passerebbe dal 51% al 35%. Se l’operazione dovesse andare in porto rappresenterebbe una delle più gravi violazioni sostanziali dell’espressione della volontà popolare, e il comune incasserebbe 100 milioni di euro per “investimenti”, in realtà per tentare di far quadrare il bilancio della città, svendendo però un importante patrimonio cittadino.

I cavilli legislativi, del resto, permettono di scavalcare la volontà popolare e di permettere tutto questo: la Legge di Stabilità infatti permetterebbe il controllo della municipalizzata anche senza la detenzione della maggioranza assoluta delle quote, anche se ovviamente, quello che non sarà più di proprietà pubblica diventerà un affare degli azionisti… bell’affare insomma!

D’altra parte, in Emilia Romagna, succede anche l’opposto! Dopo il referendum, alcuni comuni tra cui quello di Reggio Emilia, Parma e Picenza, hanno intrapreso la via del mantenimento della gestione pubblica dell’acqua, tirandosi fuori dall’altra multiutility emiliana, l’Iren. Per qualche “strano” motivo oggi chi spinge per la privatizzazione di Iren, non sono i privati, i magnati delle città… ma il sindacato tornato per un po’ sulle ‘barricate’ contro Renzi e già tornato a nanna dopo lo sciopero spot del 12 dicembre, la CGIL.

Proprio pochi giorni fa infatti il sindacato di Susanna Camusso e Maurizio Landini ha auspicato una maggiore autonomia per l’azienda che offre servizi pubblici a Reggio Emilia, Parma e Piacenza, definendo però i processi di aggregazione tra le utility come la strada giusta per gli investimenti e il miglioramento dei servizi, e chiedendo allo stesso tempo anche di ritornare a un radicamento nel territorio.

“Leggere sulla stampa che ‘la Cgil regionale è contraria al processo di ripubblicizzazione dell’acqua avviato a Reggio’, ci disorienta a dir poco” spiega in un comunicato il comitato Acqua Bene Comune di Reggio Emilia, aggiungendo che “Piuttosto che a procedere con la ripubblicizzazione dell’acqua, si invitano i sindaci a ‘riflettere fino in fondo sull’esperienza Iren, invitandoli a restare in Iren stessa chiedendo una maggiore autonomia attraverso il rilancio di Iren Emilia, oggi una scatola vuota”.

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26/01/2014

Rigassificatore inutilizzato! Il comitato No Offshore pone delle domande a OLT

Il 31 agosto con grande strombazzamento mediatico il terminale di rigassificazione è arrivato di fronte alle coste livornesi. Il 20 dicembre la OLT, proprietaria del terminale, ha annunciato con uno striminzito comunicato di cinque righe e mezzo l’avvio delle attività commerciali del terminale di rigassificazione. Poiché ci sembra doveroso che la popolazione livornese sia correttamente informata sulle prospettive di questo impianto chiediamo alla OLT:

Quanti contratti essa abbia concluso per l’arrivo di navi gasiere al terminale.

Quanti contratti essa abbia concluso con società disposte a utilizzare in “affitto” il terminale per farvi arrivare proprie navi gasiere.

Quanti contratti essa abbia concluso per la vendita del gas, che a quanto pare sarebbe stato stoccato presso il terminale in attesa di acquirenti.

Quanti lavoratori sono stati assunti direttamente dalla OLT, quanti dalla società Ecos, quanti dalla società Fratelli Neri.

Infine chiediamo alla OLT se è vero che l’amministratore delegato della IREN, comproprietaria della OLT, ha dichiarato ai propri azionisti che i ricavi del rigassificatore per il 2014 sono garantiti dallo Stato, cioè da un aggravio sulle bollette del gas.

Ci auguriamo che la OLT vorrà rispondere a queste poche e semplici domande perché se da una parte non possiamo che constatare con soddisfazione che il terminale giace inoperoso, evitando quindi la devastazione del mare e i rischi di incidente, dall’altra riteniamo scandaloso che i costi di questo dissennato progetto (circa 1 miliardo di euro) vengano fatti pagare ai contribuenti.

Comitato contro il rigassificatore

Livorno 23/01/2014

Nota redazionale

Anche La Repubblica abbandona il rigassificatore ed è costretta a dire la verità: Il rigassificatore è al palo scatta l'ipotesi porta a porta. 

Ora spunta l'ipotesi di un utilizzo del rigassificatore nell'ambito della riconversione a gas delle navi. Una prospettiva di lunghissimo periodo in cui addirittura ogni porto dovrebbe avere un centro di stoccaggio del gas liquido arrivato con le bettoline e un piccolo rigassificatore per poter rifornire le navi. La realtà è un'altra: il rigassificatore è un flop totale a nostre spese. E quando leggiamo queste ipotesi ci sembra di ascoltare in sottofondo il rumore delle unghie aggrappate agli specchi

03/04/2013

Flop rigassificatore Olt: Iren ed E.On lo mettono in vendita. Ma a Livorno tutto tace...

Le istituzioni livornesi continuano, con l'appoggio del fedele quotidiano locale, a fantasticare sopra le opportunità del rigassificatore Olt e proseguono a fare operazioni di facciata presentando le briciole di progetti e convenzioni fra Olt e amministrazione, come grandi ricadute. Come ormai scriviamo da mesi, il rigassificatore è una palla al piede per chi ci ha investito e presto lo diventerà anche per il nostro territorio. La fine degli incentivi pubblici, il ridimensionamento del ruolo strategico del gas naturale liquido e la difficoltà di reperirlo stanno diventando ostacolo per molti rigassificatori e per quello di Livorno in particolare. Il governo ha inoltre detto che non autorizzerà più nessun progetto riguardante rigassificatori sul territorio italiano.

Proponiamo di seguito un articolo uscito questa mattina sul Secolo XIX di Genova (sui quotidiani livornesi invece tutto tace...) che segue altri che abbiamo già commentato e che definivano il rigassificatore un incubo, specialmente per la multiutility genovese che ci ha investito.

red. 2 aprile 2013

RIGASSIFICATORE OLT: Iren ed E.On alzano bandiera bianca

Genova - A meno di tre mesi dal previsto arrivo del rigassificatore Fsru Toscana al largo della costa di Livorno, Olt Offshore Lng (controllata da Iren ed E.On con il 46,7% ciascuna) abdica alla gestione dell’impianto e decide di mettere in vendita l’intera capacità di rigassificazione della ex nave norvegese Golar. Detto in altri termini, Olt non è più interessata ad alimentare l’impianto direttamente, ma ha deciso di “affittarlo” ad altri operatori.
La procedura pubblica di cessione della capacità è stata avviata ieri. L’azienda conferma la notizia, spiegando di vendere «tutta la capacità del terminale a tutti gli operatori interessati». In base alle richieste che arriveranno, saranno definiti i «programmi di utilizzo».

Costato tra gli 830 milioni di euro (dato ufficiale, ma risalente al 2009) e il miliardo di euro, il terminale di Livorno ha una capacità di rigassificazione annua pari a 3,75 miliardi di metri cubi di gas naturale ed è il secondo in Italia per dimensione dopo quello di Rovigo. Il rigassificatore è in grado di ricevere navi metaniere «tra i 65mila e i 155mila metri cubi di capacità di trasporto», si legge nel documento, e conta su una capacità di stoccaggio pari a 135mila metri cubi.

Ad oggi, e come messo in luce dal Secolo XIX lo scorso 13 marzo, la società governata dagli amministratori delegati Peter Carolan (E.On) e Valter Pallano (Iren) continua a non essere nelle condizioni di alimentare l’impianto, non avendo siglato contratti di fornitura di gas naturale liquido né spot né di lungo termine. Olt conferma, ribadendo le argomentazioni che già due settimane fa aveva espresso a questo giornale. E cioè che le «forniture spot» negli ultimi anni «si sono rivelate più economiche dei classici contratti di lungo periodo». La società si era anche detta, lo ribadisce, «in grado di cogliere le opportunità di mercato che si verificheranno».

Ma in attesa di cogliere le future «opportunità di mercato», Carolan e Pallano alzano bandiera bianca, abdicando all’utilizzo del terminale e mettendo sul mercato l’intera capacità di rigassificazione di un impianto costato un decennio di lavoro e un investimento quasi certamente superiore agli 830 milioni di euro dichiarati a suo tempo: dal 2009 ad oggi si è infatti reso necessario correggere errori progettuali (come per esempio il sistema di ancoraggio e l’impianto di vaporizzazione) e di costruzione.

Autorizzato dal ministero nel 2006, Fsru Toscana ha accumulato anni di ritardo (avrebbe dovuto entrare in esercizio entro il 30 giugno 2011) ed è stato inaugurato lo scorso febbraio a Dubai. Al momento si trova ancora presso i cantieri arabi Drydocks World, dopo peraltro esserci arrivato quattro anni fa (giugno 2009). La società ha spiegato che si stanno «espletando le ultime operazioni di collaudo onshore prima della partenza». L’arrivo in Italia è previsto entro il prossimo giugno, l’entrata in esercizio nel terzo trimestre dell’anno, in tempo utile per afferrare la stagione fredda 2013-2014. Il fatto singolare è che Olt aveva chiesto e ottenuto l’esenzione di accesso a terzi per il 100% della capacità (potrebbe cioè utilizzare l’impianto in via esclusiva): il mutato scenario e la difficoltà a reperire gas naturale liquefatto sul mercato deve aver fatto maturare nel vertice questa netta inversione di strategia. Non più un impianto da utilizzare in via esclusiva, dunque, bensì un impianto da “affittare” completamente a terzi.

I soggetti potenzialmente interessati ad acquistare la capacità del rigassificatore di Livorno sono le grandi compagnie petrolifere del mondo: British Petroleum, Shell, Total, Gaz de France. La caccia a eventuali compratori di capacità dell’impianto è stata aperta con procedura pubblica. Da ieri sono disponibili sul sito internet della società le informazioni sul terminale utili per avviare, «con decorrenza prevista dal 1° luglio 2013, la procedura pubblica di offerta di capacità di rigassificazione ai soggetti interessati, su base trasparente e non discriminatoria, tale da garantire la libertà di accesso a parità di condizioni». I dettagli di tale procedura saranno meglio chiariti «in un secondo momento», ma si stima che la procedura «debba concludersi per la metà del mese di luglio 2013».

GILDA FERRARI

tratto da http://shippingonline.ilsecoloxix.it - 2 aprile 2013


Quello di Livorno è uno dei tanti frutti marci nati dalla totale assenza di una politica energetica nazionale (ve li ricordate gli allarmi che produssero un paio d'inverni un po' più freddi della norma e gli scazzi tra Gazprom e Ucrania per il transito del gas dalla Russia all'Europa?) che s'è tramutata in una gara alla speculazione sull'onda dei finanziamenti pubblici e della nascita di quelle idrovore pubbliche che sono le "multiutility".

15/09/2012

IREN e Fassino, indebitati a Torino

Il comune di Torino è indebitato, molto indebitato. Il più indebitato d’Italia. Nel 2012 i torinesi pagheranno 137 milioni di tasse in più per l’aumento dell’addizionale Irpef e per l’IMU. Torino ha tra i propri creditori persino sé stesso. Insieme al comune di Genova possiede infatti il 35,9% della holding finanziaria FSU (Finanziaria Sviluppo Utilities), principale azionista di IREN, la multiutility indebitata per circa tre miliardi di euro. IREN vanta un credito di 260 milioni di euro nei confronti del comune da saldare per una quota di 100 milioni entro fine anno. In questo gorgo di debiti, la stessa FSU ha chiuso in rosso il 2011 per mancanza di dividendi da IREN, e ha rinegoziato debiti per 180 milioni con Intesa Sanpaolo. Il tormentone non è finito, anzi è appena iniziato perché Intesa San Paolo possiede a sua volta il 3% di IREN e il prestito erogato a FSU è superiore al valore azionario di FSU in IREN. Per pagare IREN il comune di Torino metterà in vendita le quote nelle sue partecipate nei trasporti, GTT, gestione rifiuti, AMIAT e l’inceneritore di Gerbido, TRM. Non sembra però che ci sia un grande interesse da parte di eventuali compratori. La possibile soluzione? L’acquisto delle partecipazioni del Comune di Torino da parte di IREN che si è detta interessata. In sostanza, il creditore, IREN, indebitato per circa tre miliardi, acquista dal debitore (il Comune di Torino), che è anche il suo proprietario, i beni messi in vendita per saldare il debito nei suoi confronti. Chi paga per tutti è il torinese, tassato e cortese. Con fiducia verso la catastrofe.

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