Intervista a Fabrizio Nigro e a Paolo Petrosino
Le recenti elezioni per le Rappresentanze Sindacali Unitarie in Amiu – azienda municipalizzata che gestisce a Genova la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti – hanno visto l’Unione Sindacale di Base partecipare per la prima volta con una propria lista, ottenendo l’elezione di 4 rsu e di un rappresentante dei lavoratori alla sicurezza.
L’USB su un totale di poco superiore ai 1150 votanti ha ottenuto più di 200 voti, 250 se si considera l’elezione degli rls.
Un risultato importante all’interno di una geografia sindacale mutata, con la CGIL che non è più il sindacato maggioritario.
Il voto ha premiato chi si è opposto all’ipotesi di privatizzazione voluta da Marco Doria ed ha visto aumentata l’affluenza alle urne.
Questo incremento è un probabile segno che i lavoratori non hanno vissuto le elezioni come una operazione “rituale”.
Dai lavoratori di una azienda di poco più di 1500 dipendenti che la precedente amministrazione di centro-sinistra voleva privatizzare a fine mandato e che ha incontrato una efficace resistenza operaia, è un ottimo segnale di radicamento del sindacalismo conflittuale che pone le basi per affrontare la sfida della “rappresentanza” anche in altri comparti delle municipalizzate.
È sembrato opportuno intervistare Fabrizio Nigro – dipendente di Amiu Bonifiche e militante di USB – insieme a Paolo Petrosino che è risultato il lavoratore più votato nella lista dell’USB, per fare un quadro sulle elezioni, evidenziare i passaggi che l’hanno preceduta, ed in generale delineare la situazione attuale di Amiu e le prospettive per il futuro.
Volevo chiedervi prima di tutto di fornire un quadro generale di Amiu e di come nel corso degli ultimi anni sia cambiata la sensibilità dei lavoratori a causa della pervicace volontà della giunta Doria di privatizzare le aziende partecipate, ipotesi che ha incontrato prima la tenace resistenza dei lavoratori del trasporto pubblico di AMT nel novembre del 2013 e poi quella di AMIU nella primavera di quest’anno?
F.N. Le cinque giornate di Genova hanno probabilmente rappresentato una rottura definitiva tra i lavoratori delle partecipate genovesi e le rappresentanze politiche locali. Lo storico rapporto tra la sinistra che dal secondo dopo-guerra in poi ha sempre governato la città e i lavoratori delle aziende partecipate (ma non solo), è stato messo in crisi dalle politiche neo-liberiste che la classe dirigente locale e nazionale di provenienza PCI hanno assunto e sviluppato quale unico orizzonte politico praticabile.
Non è un caso se già alle scorse amministrative ci fu una forte affermazione del candidato del Movimento 5 Stelle, e solamente un ampio e contraddittorio cartello elettorale permise l’elezione a sindaco di Marco Doria.
Un operazione che, nonostante la mobilitazione di tutte le forze sociali (Arci, Comunità di San Benedetto, etc.) e sindacali cittadine (CGIL in testa) che fanno riferimento al PD e al centro-sinistra, non è riuscita nell’ultima tornata elettorale, portando alla vittoria Marco Bucci, il primo sindaco di centro-destra a governare Genova.
A tal proposito ricordo che mentre in Consiglio Comunale si discuteva la delibera per svendere Amiu a Iren con i lavoratori davanti al Comune blindato dalle forze di polizia e carabinieri, la CGIL si sedeva proprio ai tavoli elettorali del centro-sinistra, lasciando di fatto i lavoratori al proprio destino.
Questi due momenti (le cinque giornate e il tentativo di privatizzazione), credo che siano stati almeno per i lavoratori di Amiu, i più significativi per il formarsi di una nuova coscienza sindacale.
Un passaggio chiave è stata la massiccia bocciatura dell’ipotesi di accordo del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro proposto da CGIL, CISL e UIL, nell’ottobre del 2016 (più di 958 no contro 275 si) puoi ripercorre quella esperienza che ha messo in seria difficoltà, tra l’altro, la dirigenza della CGIL che era allora il sindacato maggiormente rappresentativo ed ha aperto una crepa che si è poi allargata tra questo sindacato e i lavoratori?
P.P. Quella del 2016 non è stata la prima bocciatura di un’ipotesi di accordo del CCNL da parte dei dipendenti di Amiu: anche il rinnovo precedente, avvenuto nel 2011, unico caso in Italia, era stato respinto nel corso di una movimentata Assemblea Generale. La scollatura tra i lavoratori e le OO.SS. manifestatasi in quell’occasione è diventata sempre più profonda. Nel 2016 le cose si sono replicate. Nuovamente è stato presentato un rinnovo contrattuale a perdere che, dapprima rifiutato dalla Cgil locale, veniva presentato come una vittoria accogliendo le direttive sindacali nazionali. Che il clima però non fosse favorevole, anche grazie alla mobilitazione dei lavoratori di ULA, era talmente evidente che un segretario nazionale distaccato proprio da Amiu non ha trovato il modo di liberarsi dagli impegni per presenziare personalmente all’assemblea in cui è stata presentata l’ipotesi di accordo. In quella Assemblea i lavoratori hanno manifestato con forza la loro posizione contraria subendo anche attacchi da parte di esponenti sindacali sulla stampa cittadina.
A fine mandato la Giunta Doria, con precisi Diktat ed una azione di vero e proprio terrorismo psicologico nei confronti di una parte dei consiglieri critici che componevano la propria maggioranza, l’appoggio della dirigenza della CGIL ed il sostegno unanime dei mass-media cittadini, ha cercato a più riprese – capitolando più volte – di far passare la privatizzazione di Amiu cedendola alla Multi-utility Iren. Potete fare una sintesi di quelle settimane di lotta?
F.N. E’ una lotta che come Usb portammo all’attenzione dei lavoratori di Amiu in tre momenti precisi: nel novembre 2013, dopo la c.d. ‘delibera privatizza-tutto’, con alcuni compagni di Amiu Bonifiche e senza nessun permesso sindacale, ci presentammo con volantino e striscione all’assemblea dei lavoratori di Amiu indetta dai sindacati confederali. Qui trovammo l’appoggio dei compagni di ULA, ed insieme riuscimmo a cacciare i confederali dal palco e a promuovere un grande corteo fino a palazzo Tursi, sede del Comune di Genova.
Il secondo momento è stata la chiusura della discarica e gli arresti di alcuni dirigenti che gestivano la discarica stessa e gli appalti e che, tra le altre cose, ha portato al fallimento della cooperativa che si occupava della raccolta dei rifiuti ingombranti, il licenziamento dei suoi lavoratori e la sospensione per due anni del servizio.
Nel novembre 2014, sempre insieme a pochi compagni iscritti e non a Usb, intervenimmo pesantemente in una manifestazione dei confederali denunciando che sotto la patina della ‘economia circolare’ presentata nel nuovo piano industriale, il tentativo di privatizzare l’azienda non era affatto scongiurato, tutt’altro, e che dopo la chiusura della discarica e la necessità di trasportare i rifiuti urbani fuori regione, questa da lì a poco avrebbe trovato nuove e ancora più cogenti motivazioni in seno sia all’amministrazione comunale e sia nel suo più determinato alfiere: il Partito Democratico.
Se dunque nel 2013 si voleva privatizzare attraverso la ricerca di una ‘partner economico’ e che questo rispondeva all’assunzione da parte della giunta Doria di un paradigma di politica economica neo-liberista, a partire dal 2014 è la necessità finanziaria il grimaldello alla privatizzazione; il tutto utilizzando il classico corredo retorico del ‘ce lo chiede l’Europa’ piuttosto che ricorrendo alle minacce di fallimenti e licenziamenti nel caso non si fosse realizzata la fusione con Iren.
L’ultimo momento che voglio ricordare sono le giornate a sostegno dei lavoratori di Amiu portati in piazza dall’Ula, alla cui lotta la Federazione provinciale di Usb ha dato immediato sostegno e, in ultimo, copertura sindacale, proclamando il primo sciopero di tutti i lavoratori del gruppo, con la presenza quindi anche dei lavoratori di Amiu Bonifiche.
Un aspetto importante successivo a quella lotta è stato il passaggio di un numero consistente dei lavoratori di ULA (Unione dei Lavoratori Amiu) – che è stata la protagonista e l’anima della lotta contro la privatizzazione – a USB a luglio di quest’anno. Potete descrivere questo aspetto, e cosa ha significato per l’USB in Amiu?
P.P. Amiu è sempre stata un’azienda fortemente sindacalizzata. In questi ultimi anni però si è verificata una profonda frattura tra le OO.SS. ed i lavoratori. Posizioni troppo lontane hanno fatto sì che molti non si sentissero più rappresentati dai sindacati. ULA è nata proprio dalla necessità di riportare in primo piano la nostra dignità di lavoratori. Le vicende che ci hanno visti protagonisti hanno sempre avuto questo scopo. Il rinnovo della RSU ha reso per noi necessario partecipare alle elezioni. Non potendo farlo come collettivo per via di vincoli contrattuali, conseguenza logica è stata confluire in USB che durante la lotta è sempre stata al nostro fianco.
Potete dare un quadro di come è stata costruita la lista di USB, come si è svolta la “campagna elettorale”, le differenze con la precedente tornata, e l’aria che si sta respirando dopo i risultati, tenuto conto che il lavoro che avete svolto è stato fatto interamente senza avere quell’agibilità sindacale di cui godevano solo coloro che erano stati precedentemente eletti?
P.P. La lista è nata praticamente da sola. È parso naturale che venissero candidati i componenti più attivi di ULA. In questi anni ognuno di essi ha usato il proprio tempo libero e le proprie risorse (anche economiche) per portare avanti il lavoro intrapreso. Lo stesso impegno è stato riversato nella campagna elettorale.
Quali sono le questioni più rilevanti ora, scongiurata per il momento l’ipotesi di “privatizzazione” (vista l’attuale politica della Giunta di centro-destra Bucci riguardo alle partecipate) su cui lavorare come rsu e rls, e come USB in genere all’interno dell’azienda?
F.N. Indubbiamente, almeno fino a questo momento, la nuova amministrazione guidata da Marco Bucci sembrerebbe avere un orientamento politico opposto rispetto alla precedente.
Dopo pochi giorni dal suo insediamento, grazie a una delibera che riconosceva il credito che Amiu vantava nei confronti del Comune di Genova, ha di fatto salvato Amiu dal possibile fallimento e le ha restituito solidità economica e finanziaria. Ed è di pochi giorni fa la notizia dell’assunzione degli ultimi trenta precari ancora presenti nella graduatoria seppur con contratto part-time, assunzioni che la precedente giunta di centro-sinistra (col beneplacito della CGIL) aveva vincolato alla fusione con Iren. Ma è bene ricordare ai lavoratori che non esistono ‘governi nazionali o locali amici’ e le cose da fare sono molte a cominciare dalla richiesta di un piano industriale capace di far fare ad Amiu ciò che deve fare: costruzione degli impianti necessari alla chiusura del ciclo dei rifiuti, unicità dell’azienda, nuove assunzioni, re-internalizzazione dei servizi dati in appalto, controllo tariffario. In poche parole: Servizio Pubblico.
P.P. In verità l’ipotesi privatizzazione non è ancora del tutto scongiurata e, allo stato attuale, rischiamo che ciò che è uscito dalla porta rientri dalla finestra. Senza un piano industriale efficiente, che è la condizione obbligata per rendere questa azienda forte anche in prospettiva futura, e senza una riorganizzazione dell’azienda e del lavoro, si rischia di concedere ai privati la possibilità di costruire gli impianti necessari per la chiusura del ciclo dei rifiuti. Inoltre, non mettere in tariffa gli extra-costi (tra cui il costo per il trasporto fuori regione dei rifiuti e quelli per la messa in sicurezza della discarica), così come sembrerebbe essere l’orientamento della giunta, significherebbe scaricarli ancora una volta sui lavoratori, che già in passato hanno pagato sulla propria pelle la disastrosa gestione dell’azienda.
Usb, infine, grazie alla coerenza che da sempre la contraddistingue, ha un compito fondamentale: ricreare un dialogo e una rinnovata fiducia coi lavoratori, elementi che sono venuti a mancare a causa di comportamenti sindacali che troppo spesso anteponevano interessi particolari a quelli dei lavoratori e degli stessi cittadini genovesi, comportamenti che i lavoratori non sono più disposti a tollerare.
Il risultato elettorale, con l’ottima affermazione della nostra lista, credo che ne sia la più efficace testimonianza.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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17/05/2017
Elezioni. Genova tra passato... e futuro
Intervista al consigliere comunale Antonio Bruno esponente di “Genova in Comune”. Questa è la prima di una serie di interviste che, in procinto delle elezioni amministrative, verranno fatte ad alcuni noti attivisti “base” della Superba. Antonio Bruno, è uno dei consiglieri comunali che, elettro tra le fila della Federazione della Sinistra, si è maggiormente distinto (insieme a Giampiero Pastorino) per l’opposizione coerente delle politiche intraprese ben presto dalla Giunta Doria, nonostante fosse stato eletto appoggiando l’ultimo baluardo della “rivoluzione arancione”.
Le domande, partendo dall’oggi, vanno a ritroso lungo la sua ventennale esperienza di consigliere e militante politico della sinistra anti-liberista.
Puoi fare un quadro sintetico dell’ultima fase della Giunta Doria, in particolare ciò che concerne il tentativo di aggregazione AMIU-IREN e le misure più rilevanti del bilancio approvato?
Il Consiglio Comunale eletto nel 2012 è il Consiglio Comunale che vede una presenza di “sinistra” più marcata rispetto a tutti gli altri. Il Pd non è più maggioranza assoluta e il Sindaco Doria appare espressione di movimenti impegnati per la difesa del servizio pubblico, la lotta alle grandi opere e la partecipazione. Forse sono queste caratteristiche percepite che gli permettono di vincere le primarie contro l’ex Sindaco Vincenzi e la non ancora ministra Pinotti e non permettono al Movimento 5 stelle di Paolo Putti [fuoriuscito dal Movimento e ora candidato sindaco per la lista civica “Chiamami Genova”. NdC] di andare al ballottaggio.
Lo stesso programma del Sindaco appare ambiguo solo sul Terzo Valico, mentre apre spazi interessanti sulle altre questioni.
Ma da subito i Comitati Doria – che erano un luogo di partecipazione – vengono chiusi o marginalizzati e, durante il mandato, la Giunta Doria approva la Gronda Autostradale di Ponente: raddoppio della autostrada tra Genova Voltri e Genova Ovest, con limitati interventi sul nodo di Genova Ovest, che è il vero tappo di bottiglia del traffico genovese. Inoltre appoggia costantemente la costruzione del collegamento ad alta velocità ferroviaria Genova-Fegino – Tortona, chiamato Terzo Valico, anche se di valichi tra Genova e il Piemonte ce ne sono già tre.
Queste due Grandi Opere, 4 milioni di euro per la Gronda, 6,2 miliardi la Tav – Terzo Valico, sono significative per il sistema economico che governa la Liguria: grandi investimenti – nel caso del Terzo Valico tutti pubblici – , senza alcuna gara europea, grande impatto sulle popolazioni e sulla loro salute, visto che tra l’altro le colline attorno a Genova sono piene di materiale amiantifero.
Da decenni queste opere sono proposte sotto diversa forma “Bretella Autostradale Voltri Rivarolo” – la Gronda; “Supertreno” o “Alta Capacità” – il Terzo Valico.
Da decenni associazioni, comitati e politici (pochi) si oppongono, propongono – senza essere ascoltati – soluzioni alternative.
Inoltre, la Giunta Doria promuove lo svilimento dei servizi pubblici tentando dapprima di privatizzare l’azienda del trasporto pubblico AMT e poi la s.p.a. in house AMIU. Obiettivi, al momento, non raggiunti per la strenua opposizione di alcuni di noi e dei lavoratori.
Doria rompe poi decisamente con le aree dei centri sociali, durante il suo mandato si assiste allo sgombero del LSOA Buridda, mentre per quanto riguarda le politiche abitative, non vi è stata alcuna politica di blocco degli sgomberi per i “morosi incolpevoli”. L’unico impegno assolto è quello sui diritti di genere e per i migranti con il progetto “Chanche”.
Sei stato uno dei pochi rappresentanti della politica “ufficiale” a prendere nettamente parola contro il decreto ora legge Minniti-Orlando ed il DASPO urbano, e in generale a rivelare i rischi di una torsione autoritaria in città. Tenendo conto che una giovane generazione di attivisti che dall’Onda in poi si è affacciata alla politica è stata criminalizzata con uno stillicidio di denunce, processi e condanne: come ci si può opporre a questa tendenza neo-autoritaria delle istituzioni?
Difficilissimo. Certo si tocca con mano che settori della società che non hanno rapporti – riferimenti politici, specie in Parlamento, oggi sono massacrati e indifesi sin nella loro dignità. D’altro canto, si sta diffondendo un virus securitario e paranoico.
Siamo arrivati al punto che in Consiglio Comunale sono Prefetto e Questore a dirci che i reati sono in calo e che l’emergenza criminalità è frutto di campagne politiche montate ad arte.
Alti esponenti della Polizia intervengono per dire che questo o quel centro sociale sono comunque importanti perché “lì si fa politica”, mentre media e molti colleghi consiglieri strepitano contro l’illegalità diffusa degli antagonisti.
Telecamere e ronde sono un effetto placebo e un formidabile strumento di campagna politica di criminalizzazione verso minoranze, specie quelle politiche.
Bisognerebbe riannodare i fili politici tra settori antagonisti e forze che intendono lavorare anche nelle istituzioni.
Quali sono stati secondo te i nodi politici principali che emergono da questa esperienza amministrativa del centro-sinistra nel suo complesso?
Il centro sinistra è subordinato alla finanza e alla tecno-burocrazia, si limita a “gestire le miserie”, “curare i feriti di una guerra” che in effetti subisce quando non condivide.
Purtroppo ci sono esponenti della società civile che seguono i loro interessi particolari (giardinetto, progettino, ecc.) rinchiudendosi in un recinto che non mette in discussione le regole del gioco.
Quando e come hai deciso di uscire dalla maggioranza, nonostante tu avessi partecipato a quell’ampio e variegato arco di forze che avevano appoggiato la candidatura di Doria alle precedenti elezioni?
Sono uscito quando è stato dato il parere positivo alla Gronda Autostradale, una grande opera inutile, fortemente impattante sul territorio, da parte del Consiglio Comunale, anche di chi è stato eletto perché contrario a questo intervento. Nel frattempo si stava delineando lo sfascio dei servizi pubblici e l’apertura a banche e fondi speculativi.
Quali sono stati invece le grandi trasformazioni introdotte a Genova grazie all’operato dell’amministrazione comunale prima con Pericu, poi con la Vincenzi e negli ultimi anni Doria che hanno cambiato il volto della città e che costituiscono l’eredità in negativo per la Superba e i suoi abitanti?
La mancanza di una riconversione ecologica e sociale dell’economia ha consegnato la città a diventare un corridoio per le merci prodotte con sfruttamento bestiale di persone e natura nel Sud del mondo. Messa sul mercato della ricchezza maggiore dell’Amministrazione: i servizi pubblici, primo tra tutti il servizio idrico, prima con la vendita (illegittima) degli invasi, poi con la trasformazione di Amga in Spa durante la giunta Sansa, in ultimo la formazione in multi utility prima Iride (con aziende piemontesi), successivamente Iren (con ingresso comuni emiliani).
Quali sono le maggiori trasformazioni intercorse lungo la tua lunga esperienza di consigliere nella rappresentanza politica, in particolare in quelli che ne sono stati i vettori politici quali i partiti?
I partiti erano luoghi dove comunque si discuteva e da cui passavano tutte le decisioni, che alla fine venivano assunte dai segretari che dettavano la linea ai Sindaci. Oggi apparentemente è tutto più liquido, tutto più casuale. In effetti è il potere che si è trasformato, cerca di instillare alcuni paradigmi efficientisti, apparente buon senso. Quante volte sentiamo dire: “la rumenta non è di destra o di sinistra”, oppure “la sicurezza non è di destra o di sinistra”. Di fatto significa che Amiu deve essere privatizzata e un tutti gli uomini sono uguali, però i profughi un po’ meno e così alcuni politici, dopo aver votato l’indigeribile tornano dalla loro cooperativina, dalla loro associazione, dal comitatino con le briciole elemosinate per un voto favorevole o un mal di pancia al momento giusto.
E quando il gioco si fa duro, allora... Vedi sono stato in consiglio comunale coabitando con esponenti che, si diceva, avevano cattive amicizie, ma nessuno aveva mai tentato di intimidirmi, minacciando un mio amico, come è stato in occasione dell’aggregazione di Amiu con la multiutility Iren. Beh, almeno ho finito in bellezza.
Qual è stato il rapporto tra le istanze dei movimenti sociali e consiglieri come te in questi anni, qual è stata in sintesi la dialettica tra movimento reale e rappresentanza politica, e come pensi possano essere strutturati in futuro?
C’è movimento sociale e movimento sociale. In genere i movimenti contro le Grandi Opere o per obiettivi specifici sono molto concentrati sul loro obiettivo e hanno un atteggiamento pragmatico. Quando avevo un ruolo importante nell’amministrazione venivo coinvolto, passando all’opposizione in un ruolo oggettivamente marginale questi movimenti si rivolgono a chi può incidere maggiormente. Le aree più antagoniste si sono progressivamente allontanate dal rapporto con le istituzioni. I movimenti “altermondialisti” che avevano un ruolo politico a tutto tondo oggi a Genova non esistono quasi più.
Sei stato uno dei principali e primi esponenti della piattaforma politico-sociale “Genova in Comune” che ha deciso di non sostenere organicamente nessuna lista elettorale, ma di appoggiare solo alcuni esponenti di “Chiamami Genova” e questa volta hai deciso di non candidarti. All’interno di questa lista ci sono alcuni candidati che rappresentano una certa continuità con il blocco di potere di cui la Giunta Doria è espressione (dirigenza della Lega delle Cooperative e della CGIL) o che hanno espresso posizioni non nette su alcuni nodi centrali della politica cittadina come Grandi Opere e Privatizzazioni: secondo te quali sono i limiti e le prospettive di “Chiamami Genova”?
“Chiamami Genova” potrebbe essere un’esperienza interessante che mette in relazione settori che contrastano il neoliberismo, pur provenendo da mondi differenti. Per riuscire a mobilitare l’astensionismo (fortissimo tra settori popolari e marginali) deve da un lato promuovere forme di politica dal basso e forme di democrazia partecipata inedite e non burocratiche, dall’altro gridare a gran voce quei due – tre punti che periferie e settori marginali attendono: lotta alla finanza, alle rendite di posizione, alle trame di potere affaristico criminale.
Direi servizi pubblici! Senza difendere l’esistente, ma coinvolgendo cittadini e lavoratori nella gestione delle aziende partecipate, meglio se tornano nella forma azienda speciale; contrastare lo scandalo di decine di migliaia di case vuote, mentre molti sono costretta a dormire per strada o a convivenza forzata – non mi pare estremistico prevedere la requisizione delle case sfitte di banche e fondi speculativi – pensare, insieme ai movimenti altermondialisti, una diversa economia: promuovere forme di vera cooperazione economica, blocco dei grandi supermercati – e quelli che ci sono paghino alla collettività una quota per i parcheggi a loro disposizione – basta speculazioni immobiliari nelle aree dismesse che vanno dedicate alle cooperative di cui sopra.
Per fare politica non basta essere dei “bravi ragazzi” (questo lo pensavano alcuni gruppi scout prima di Papa Francesco...) bisogna entrare nei conflitti e saperli gestire, dalla parte di chi è sfruttato e marginalizzato.
Un raggruppamento politico che vuole governare Genova deve dire chiaramente se proporrà la fusione Iren – Amiu, oppure se accetta la politica di austerità del governo.
In generale quale pensi possa essere il futuro per chi voglia costruire una rappresentanza politica delle classi subalterne in questo Paese che rompa con il quadro politico dato?
Mah, non saprei. Lavorare sul territorio e nello stesso tempo connettersi a esperienze e lotte italiane e mondiali. Ricostruire una narrazione non nazionalistica e un’alternativa globale. Il pianeta come patria, e l’umanità come popolo. Però sempre dentro le dinamiche locali.
Infine, un ultima domanda, sei sempre stato per sensibilità, cultura politica e impegno in prima persona, legato alle lotte ambientali e pacifiste. Quali sono secondo te i compiti attuali a Genova su questi due fondamentali nodi politici?
Non si possono scindere le due questioni. La riconversione economica e sociale dell’economia significa ciclo corto delle materie, nuove produzioni nella nostra città e non solo transito merci, ripresa agricoltura di famiglia, commercio equo solidale con il Sud del mondo, boicottaggio prodotti non equi e prodotti da soggetti sfruttatori, riallaccio di rapporti comunitari, contrastare la finanza e riprendere in mano le produzioni.
Ma soprattutto superare una concezione del mondo basato su stati – possono andare bene per le partite di calcio – e su popoli autosufficienti. Il solo fatto che sia stato possibile a Barcellona una grande manifestazione per l’accoglienza dei profughi, fa capire come siamo di fronte a un’esperienza esemplare. Barcellona è molto simile a Genova e, ad esempio, sta cercando di affrontare la questione turismo, senza che per questo le persone meno ricche debbano scappare per l’aumento del costo della vita nei quartieri del centro città.
Fonte
Le domande, partendo dall’oggi, vanno a ritroso lungo la sua ventennale esperienza di consigliere e militante politico della sinistra anti-liberista.
Puoi fare un quadro sintetico dell’ultima fase della Giunta Doria, in particolare ciò che concerne il tentativo di aggregazione AMIU-IREN e le misure più rilevanti del bilancio approvato?
Il Consiglio Comunale eletto nel 2012 è il Consiglio Comunale che vede una presenza di “sinistra” più marcata rispetto a tutti gli altri. Il Pd non è più maggioranza assoluta e il Sindaco Doria appare espressione di movimenti impegnati per la difesa del servizio pubblico, la lotta alle grandi opere e la partecipazione. Forse sono queste caratteristiche percepite che gli permettono di vincere le primarie contro l’ex Sindaco Vincenzi e la non ancora ministra Pinotti e non permettono al Movimento 5 stelle di Paolo Putti [fuoriuscito dal Movimento e ora candidato sindaco per la lista civica “Chiamami Genova”. NdC] di andare al ballottaggio.
Lo stesso programma del Sindaco appare ambiguo solo sul Terzo Valico, mentre apre spazi interessanti sulle altre questioni.
Ma da subito i Comitati Doria – che erano un luogo di partecipazione – vengono chiusi o marginalizzati e, durante il mandato, la Giunta Doria approva la Gronda Autostradale di Ponente: raddoppio della autostrada tra Genova Voltri e Genova Ovest, con limitati interventi sul nodo di Genova Ovest, che è il vero tappo di bottiglia del traffico genovese. Inoltre appoggia costantemente la costruzione del collegamento ad alta velocità ferroviaria Genova-Fegino – Tortona, chiamato Terzo Valico, anche se di valichi tra Genova e il Piemonte ce ne sono già tre.
Queste due Grandi Opere, 4 milioni di euro per la Gronda, 6,2 miliardi la Tav – Terzo Valico, sono significative per il sistema economico che governa la Liguria: grandi investimenti – nel caso del Terzo Valico tutti pubblici – , senza alcuna gara europea, grande impatto sulle popolazioni e sulla loro salute, visto che tra l’altro le colline attorno a Genova sono piene di materiale amiantifero.
Da decenni queste opere sono proposte sotto diversa forma “Bretella Autostradale Voltri Rivarolo” – la Gronda; “Supertreno” o “Alta Capacità” – il Terzo Valico.
Da decenni associazioni, comitati e politici (pochi) si oppongono, propongono – senza essere ascoltati – soluzioni alternative.
Inoltre, la Giunta Doria promuove lo svilimento dei servizi pubblici tentando dapprima di privatizzare l’azienda del trasporto pubblico AMT e poi la s.p.a. in house AMIU. Obiettivi, al momento, non raggiunti per la strenua opposizione di alcuni di noi e dei lavoratori.
Doria rompe poi decisamente con le aree dei centri sociali, durante il suo mandato si assiste allo sgombero del LSOA Buridda, mentre per quanto riguarda le politiche abitative, non vi è stata alcuna politica di blocco degli sgomberi per i “morosi incolpevoli”. L’unico impegno assolto è quello sui diritti di genere e per i migranti con il progetto “Chanche”.
Sei stato uno dei pochi rappresentanti della politica “ufficiale” a prendere nettamente parola contro il decreto ora legge Minniti-Orlando ed il DASPO urbano, e in generale a rivelare i rischi di una torsione autoritaria in città. Tenendo conto che una giovane generazione di attivisti che dall’Onda in poi si è affacciata alla politica è stata criminalizzata con uno stillicidio di denunce, processi e condanne: come ci si può opporre a questa tendenza neo-autoritaria delle istituzioni?
Difficilissimo. Certo si tocca con mano che settori della società che non hanno rapporti – riferimenti politici, specie in Parlamento, oggi sono massacrati e indifesi sin nella loro dignità. D’altro canto, si sta diffondendo un virus securitario e paranoico.
Siamo arrivati al punto che in Consiglio Comunale sono Prefetto e Questore a dirci che i reati sono in calo e che l’emergenza criminalità è frutto di campagne politiche montate ad arte.
Alti esponenti della Polizia intervengono per dire che questo o quel centro sociale sono comunque importanti perché “lì si fa politica”, mentre media e molti colleghi consiglieri strepitano contro l’illegalità diffusa degli antagonisti.
Telecamere e ronde sono un effetto placebo e un formidabile strumento di campagna politica di criminalizzazione verso minoranze, specie quelle politiche.
Bisognerebbe riannodare i fili politici tra settori antagonisti e forze che intendono lavorare anche nelle istituzioni.
Quali sono stati secondo te i nodi politici principali che emergono da questa esperienza amministrativa del centro-sinistra nel suo complesso?
Il centro sinistra è subordinato alla finanza e alla tecno-burocrazia, si limita a “gestire le miserie”, “curare i feriti di una guerra” che in effetti subisce quando non condivide.
Purtroppo ci sono esponenti della società civile che seguono i loro interessi particolari (giardinetto, progettino, ecc.) rinchiudendosi in un recinto che non mette in discussione le regole del gioco.
Quando e come hai deciso di uscire dalla maggioranza, nonostante tu avessi partecipato a quell’ampio e variegato arco di forze che avevano appoggiato la candidatura di Doria alle precedenti elezioni?
Sono uscito quando è stato dato il parere positivo alla Gronda Autostradale, una grande opera inutile, fortemente impattante sul territorio, da parte del Consiglio Comunale, anche di chi è stato eletto perché contrario a questo intervento. Nel frattempo si stava delineando lo sfascio dei servizi pubblici e l’apertura a banche e fondi speculativi.
Quali sono stati invece le grandi trasformazioni introdotte a Genova grazie all’operato dell’amministrazione comunale prima con Pericu, poi con la Vincenzi e negli ultimi anni Doria che hanno cambiato il volto della città e che costituiscono l’eredità in negativo per la Superba e i suoi abitanti?
La mancanza di una riconversione ecologica e sociale dell’economia ha consegnato la città a diventare un corridoio per le merci prodotte con sfruttamento bestiale di persone e natura nel Sud del mondo. Messa sul mercato della ricchezza maggiore dell’Amministrazione: i servizi pubblici, primo tra tutti il servizio idrico, prima con la vendita (illegittima) degli invasi, poi con la trasformazione di Amga in Spa durante la giunta Sansa, in ultimo la formazione in multi utility prima Iride (con aziende piemontesi), successivamente Iren (con ingresso comuni emiliani).
Quali sono le maggiori trasformazioni intercorse lungo la tua lunga esperienza di consigliere nella rappresentanza politica, in particolare in quelli che ne sono stati i vettori politici quali i partiti?
I partiti erano luoghi dove comunque si discuteva e da cui passavano tutte le decisioni, che alla fine venivano assunte dai segretari che dettavano la linea ai Sindaci. Oggi apparentemente è tutto più liquido, tutto più casuale. In effetti è il potere che si è trasformato, cerca di instillare alcuni paradigmi efficientisti, apparente buon senso. Quante volte sentiamo dire: “la rumenta non è di destra o di sinistra”, oppure “la sicurezza non è di destra o di sinistra”. Di fatto significa che Amiu deve essere privatizzata e un tutti gli uomini sono uguali, però i profughi un po’ meno e così alcuni politici, dopo aver votato l’indigeribile tornano dalla loro cooperativina, dalla loro associazione, dal comitatino con le briciole elemosinate per un voto favorevole o un mal di pancia al momento giusto.
E quando il gioco si fa duro, allora... Vedi sono stato in consiglio comunale coabitando con esponenti che, si diceva, avevano cattive amicizie, ma nessuno aveva mai tentato di intimidirmi, minacciando un mio amico, come è stato in occasione dell’aggregazione di Amiu con la multiutility Iren. Beh, almeno ho finito in bellezza.
Qual è stato il rapporto tra le istanze dei movimenti sociali e consiglieri come te in questi anni, qual è stata in sintesi la dialettica tra movimento reale e rappresentanza politica, e come pensi possano essere strutturati in futuro?
C’è movimento sociale e movimento sociale. In genere i movimenti contro le Grandi Opere o per obiettivi specifici sono molto concentrati sul loro obiettivo e hanno un atteggiamento pragmatico. Quando avevo un ruolo importante nell’amministrazione venivo coinvolto, passando all’opposizione in un ruolo oggettivamente marginale questi movimenti si rivolgono a chi può incidere maggiormente. Le aree più antagoniste si sono progressivamente allontanate dal rapporto con le istituzioni. I movimenti “altermondialisti” che avevano un ruolo politico a tutto tondo oggi a Genova non esistono quasi più.
Sei stato uno dei principali e primi esponenti della piattaforma politico-sociale “Genova in Comune” che ha deciso di non sostenere organicamente nessuna lista elettorale, ma di appoggiare solo alcuni esponenti di “Chiamami Genova” e questa volta hai deciso di non candidarti. All’interno di questa lista ci sono alcuni candidati che rappresentano una certa continuità con il blocco di potere di cui la Giunta Doria è espressione (dirigenza della Lega delle Cooperative e della CGIL) o che hanno espresso posizioni non nette su alcuni nodi centrali della politica cittadina come Grandi Opere e Privatizzazioni: secondo te quali sono i limiti e le prospettive di “Chiamami Genova”?
“Chiamami Genova” potrebbe essere un’esperienza interessante che mette in relazione settori che contrastano il neoliberismo, pur provenendo da mondi differenti. Per riuscire a mobilitare l’astensionismo (fortissimo tra settori popolari e marginali) deve da un lato promuovere forme di politica dal basso e forme di democrazia partecipata inedite e non burocratiche, dall’altro gridare a gran voce quei due – tre punti che periferie e settori marginali attendono: lotta alla finanza, alle rendite di posizione, alle trame di potere affaristico criminale.
Direi servizi pubblici! Senza difendere l’esistente, ma coinvolgendo cittadini e lavoratori nella gestione delle aziende partecipate, meglio se tornano nella forma azienda speciale; contrastare lo scandalo di decine di migliaia di case vuote, mentre molti sono costretta a dormire per strada o a convivenza forzata – non mi pare estremistico prevedere la requisizione delle case sfitte di banche e fondi speculativi – pensare, insieme ai movimenti altermondialisti, una diversa economia: promuovere forme di vera cooperazione economica, blocco dei grandi supermercati – e quelli che ci sono paghino alla collettività una quota per i parcheggi a loro disposizione – basta speculazioni immobiliari nelle aree dismesse che vanno dedicate alle cooperative di cui sopra.
Per fare politica non basta essere dei “bravi ragazzi” (questo lo pensavano alcuni gruppi scout prima di Papa Francesco...) bisogna entrare nei conflitti e saperli gestire, dalla parte di chi è sfruttato e marginalizzato.
Un raggruppamento politico che vuole governare Genova deve dire chiaramente se proporrà la fusione Iren – Amiu, oppure se accetta la politica di austerità del governo.
In generale quale pensi possa essere il futuro per chi voglia costruire una rappresentanza politica delle classi subalterne in questo Paese che rompa con il quadro politico dato?
Mah, non saprei. Lavorare sul territorio e nello stesso tempo connettersi a esperienze e lotte italiane e mondiali. Ricostruire una narrazione non nazionalistica e un’alternativa globale. Il pianeta come patria, e l’umanità come popolo. Però sempre dentro le dinamiche locali.
Infine, un ultima domanda, sei sempre stato per sensibilità, cultura politica e impegno in prima persona, legato alle lotte ambientali e pacifiste. Quali sono secondo te i compiti attuali a Genova su questi due fondamentali nodi politici?
Non si possono scindere le due questioni. La riconversione economica e sociale dell’economia significa ciclo corto delle materie, nuove produzioni nella nostra città e non solo transito merci, ripresa agricoltura di famiglia, commercio equo solidale con il Sud del mondo, boicottaggio prodotti non equi e prodotti da soggetti sfruttatori, riallaccio di rapporti comunitari, contrastare la finanza e riprendere in mano le produzioni.
Ma soprattutto superare una concezione del mondo basato su stati – possono andare bene per le partite di calcio – e su popoli autosufficienti. Il solo fatto che sia stato possibile a Barcellona una grande manifestazione per l’accoglienza dei profughi, fa capire come siamo di fronte a un’esperienza esemplare. Barcellona è molto simile a Genova e, ad esempio, sta cercando di affrontare la questione turismo, senza che per questo le persone meno ricche debbano scappare per l’aumento del costo della vita nei quartieri del centro città.
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04/05/2017
Genova. Vittoria dei lavoratori dell’Amiu. Stoppata la privatizzazione
La notizia si era diffusa già all'inizio della mattina. Mentre i lavoratori AMIU di USB e ULA sfilavano in corteo dal deposito Volpara verso il centro, il centrosinistra genovese costringeva il Sindaco Doria a rinunciare alla delibera di privatizzazione di AMIU. Arrivato davanti al Comune, il corteo dei lavoratori può dunque festeggiare. La delibera è stata bocciata per la terza volta e AMIU rimane in mano pubblica. Il video dove i lavoratori festeggiano la vittoria
E' stata una battaglia durata mesi ma, alla fine, i lavoratori hanno vinto. Lo hanno fatto nonostante il lavoro sporco della Cgil, nonostante le ripetute minacce di default finanziario dell'azienda, nonostante avessero contro la stampa cittadina. La delibera passa quindi alla nuova giunta che si dovrà insediare dopo le elezioni di giugno. Ma i lavoratori hanno giurato che la lotta continuerà.
Per quel che vale il PD e il centrosinistra sono stati sconfitti e qualunque sia la nuova maggioranza troverà lavoratori che non si arrendono. Nel frattempo i vari candidati alle elezioni di giugno in piazza non si sono visti se non come comparse. A cantare Bella Ciao erano solo i lavoratori e i sindacati che lottano. Il PD e il centrodestra sono il partito delle privatizzazioni ma anche gli altri candidati maggiori non prendono posizione netta contro la svendita del patrimonio pubblico. In attesa di una rappresentanza politica di queste lotte, la resistenza continua e, ogni tanto, vince.
Fonte
E' stata una battaglia durata mesi ma, alla fine, i lavoratori hanno vinto. Lo hanno fatto nonostante il lavoro sporco della Cgil, nonostante le ripetute minacce di default finanziario dell'azienda, nonostante avessero contro la stampa cittadina. La delibera passa quindi alla nuova giunta che si dovrà insediare dopo le elezioni di giugno. Ma i lavoratori hanno giurato che la lotta continuerà.
Per quel che vale il PD e il centrosinistra sono stati sconfitti e qualunque sia la nuova maggioranza troverà lavoratori che non si arrendono. Nel frattempo i vari candidati alle elezioni di giugno in piazza non si sono visti se non come comparse. A cantare Bella Ciao erano solo i lavoratori e i sindacati che lottano. Il PD e il centrodestra sono il partito delle privatizzazioni ma anche gli altri candidati maggiori non prendono posizione netta contro la svendita del patrimonio pubblico. In attesa di una rappresentanza politica di queste lotte, la resistenza continua e, ogni tanto, vince.
Fonte
02/05/2017
Genova City Lights: elezioni comunali, rappresentanza politica e ruolo dei comunisti
A poco più di un mese dalle elezioni la campagna che deciderà chi amministrerà la Superba è entrata nel vivo.
La sfida per Tursi vede svariati schieramenti in campo e si sovrappone alle battaglie che la giunta Doria sta conducendo per portare avanti parte degli obiettivi incompiuti della mission che il PD gli aveva attribuito, privatizzazioni in primis.
Se da un lato l’ultima esperienza della “rivoluzione arancione” stenta non poco ad avere i numeri per potere attuare, in dirittura d’arrivo, il proprio programma, dall’altro la frantumazione della rappresentanza politica tra le fila di coloro che avrebbero potuto costituire un alternativa sia al centro destra che al centro sinistra è una realtà.
Dal tentativo iniziale di governare le contraddizioni sociali attraverso la creazione di una narrazione di “alterità” e la ricerca di un minimo di consenso della base sociale che l’aveva votato, la giunta Doria è passata al terrorismo psicologico tout court.
Ci si è trovati quindi in un clima di “creazione del nemico” nei confronti di coloro che si oppongo all’attuale corso politico, siano essi consiglieri comunali “dissidenti”, porzioni combattive della working class, componenti politiche “incompatibili” con il progetto che la trama di poteri ha designato per Genova.
Quattro sono i dossier principali che questa amministrazione giunta al capolinea sta cercando di “archiviare”, lasciando le scelte compiute in eredità a chi governerà la Superba, ma soprattutto alla popolazione del capoluogo ligure:
– la privatizzazione delle partecipate con il previsto accorpamento tra Amiu e Iren e la preparazione per la svendita dell’azienda del trasporto pubblico urbano AMT;
– il finanziamento pubblico del Blue Print: ennesima operazione di speculazione edilizia utile solo al “partito trasversale” del cemento, progettata dall’archi-star Renzo Piano nel solco della ristrutturazione urbana secondo la filosofia della smart city;
– la velocizzazione delle politiche per rendere il centro cittadino una vetrina per il turismo mordi-e-fuggi e bandito all’attività politica delle classi subalterne anche attraverso la rigida applicazione della legge Orlando-Minniti;
– il definitivo sdoganamento di una politica dichiaratamente razzista nei confronti degli immigrati da parte delle forze politiche del centro-sinistra che si sono rese protagoniste, tra l’altro, di una mobilitazione della totalità degli eletti del Municipio Centro-Ovest contro l’installazione di un Cas con un centinaio di migranti in una zona retro-portuale pressoché disabitata.
Il centro destra e il centro-sinistra, sono entrambi motivati nel perseguimento della dismissione dell’apparato produttivo rimanente almeno che non prenda la forma di “zone economiche speciali”, e delle privatizzazioni, nella riconfigurazione del porto agli interessi delle “multinazionali del Mare”, nel proseguimento delle “Grandi Opere” e nei vari progetti di speculazione edilizia (e del Sistema che alimentano), nell’abbandono sostanziale delle periferie, tranne che per un parziale soddisfacimento di quella residuale rete clientelare che ne garantisce il sostegno elettorale attraverso interventi di cosmesi urbana che incidono molto parzialmente sulla realtà dei quartieri-dormitorio.
La peculiarità di questo passaggio elettorale per il centro-sinistra sta nella recisione netta con il proprio storico corpo sociale di riferimento, al di là degli endorsement della dirigenza del “vecchio movimento operaio” e dei corpi sociali intermedi ad esso connessi, portando a compimento la lunga marcia di cui la giunta Doria è stata un tassello fondamentale.
Per il centro-destra l’aspetto rilevante è una ricomposizione politica attorno ad un blocco sociale di riferimento che vuole giocare le sue carte in un contesto di rapporti di forza che hanno fatto saltare ogni istanza conciliatoria e concertativa soprattutto tra Capitale e Lavoro Salariato.
Questo “centro-destra” vuole capitalizzare maggiormente gli anni di “lotta di classe dall’alto”, liberandosi di pratiche di mediazione a cui ha dovuto suo malgrado adattarsi.
In sostanza si candida a farsi carico in prima persona dell’attuale congiuntura politica, sobbarcandosi direttamente il governo della città (dopo quello della regione) per smaltire una obsoleta rete clientelare che “a sinistra” gli ha garantito fino ad ora una relativa pace sociale e una sostanziale subordinazione ai propri interessi.
Si appresta in questo senso a cercare di “sfondare” anche tra i ceti popolari, assumendo un profilo di “destra sociale” fino ad ora relativamente sconosciuto in città.
L’allineamento imposto dal blocco sociale dominante definisce nettamente due campi rispetto ai nodi centrali sovra-esposti: chi “a sinistra” non ha scelto ancora da che parte stare è inservibile ad un qualsiasi progetto alternativo al quadro politico dato, mentre chi questa scelta l’ha fatta “dalla parte giusta della barricata” è indispensabile per la costruzione di una differente rappresentanza politica, al di là della propria collocazione all’interno della configurazione delle rappresentanze elettorali “alternative” che non sono state in grado di trovare una espressione unitaria.
Questa mancanza non è dovuta esclusivamente ad un deficit di capacità di “ingegneria politica”, ma alla pressoché totale assenza di un processo politico collettivo sufficientemente forte che non prendesse come proprio orizzonte prioritario la consultazione elettorale e che cercasse di imparare dalle situazioni concrete in cui questa dinamica virtuosa ha portato a risultati limitati ma apprezzabili nei contesti delle Città Ribelli. In questo quadro la frantumazione della rappresentanza, e la priorità date alle scelte personali individuali senza un dibattito pubblico danno la cifra della fase politica, in cui il “primato della Politica” è stato sostituito dal “primato della persona” seguendo in fondo uno dei credo dell’ideologia neo-liberale, e senza comunque produrre come risultato nessuna leadership “forte” tra le fila dell’opposizione.
Emblematico è il caso del Movimento 5 Stelle a Genova, di fatto spaccato in tre “tronconi”: la coalizione elettorale “Chiamami Genova” con il candidato sindaco Putti, ex capogruppo consiliare del Movimento fuoriuscito alcuni mesi fa insieme ad altri 3 consiglieri comunali ed un eletto in regione, la lista elettorale di Marika Cassimatis, vincitrice delle “comunarie” poi ben presto estromessa dallo staff pentastellato, e Luca Pirondini, il candidato della dirigenza nazionale del Movimento in città, votato dagli aventi diritto dei 5 Stelle a livello nazionale.
Per chi vuole costruire una rappresentanza politica degna di questo nome, e per il ruolo centrale che in essa devono svolgere i comunisti ed in generale chi si riconosce in un orizzonte di trasformazione radicale dell’esistente si apre una partita importante che va giocata al meglio e che non può prescindere dall’analisi concreta della situazione concreta per risolvere praticamente i rompicapi politici che ci stanno di fronte.
In prima istanza bisogna partire da un dato oggettivo che non può essere rimosso: il fallimento trasversale di tutte le forze politiche comuniste (e allargando lo spettro: antagoniste e di “movimento”) nell’essere state in grado di dettare un piano politico qualsiasi su qualsiasi tema in vista delle elezioni.
Ragionare sulla sconfitta è una necessità propedeutica per affrontare le sfide che ci attendono, a cui non sopperiscono le scorciatoie elettoraliste né l’atteggiamento da “anime belle” pronte a “cecchinare” qualsiasi tentativo di costruire un percorso differente dalla riproduzione dei propri angusti perimetri di gruppi ideologico-identitari, salvo poi ricadere in un cretinismo elettoralista “in sedicesimi” ancora più deleterio e paradossale.
Si tratta di ricostruire un progetto politico con una agenda sociale ed un radicamento ancora deficitario nei settori strategici della classe lavoratrice: i settori centrali nella creazione della catena del valore e la sempre più ampia porzione di precariato sociale diffuso.
Una ipotesi politica capace di radicarsi nei territori periferici in cui la crisi ha impattato maggiormente, incominciando a sperimentare forme organizzative che coniughino le istanze sociali con un orientamento politico definito, e rifuggendo la nefasta ipotesi di divaricazione tra lotta sociale e lotta politica.
Nel solco di questa strategia, l’appuntamento elettorale può essere una verifica del proprio consenso, un passaggio di consolidamento di quella guerra di posizione che permetta di non essere esclusi dalla rappresentanza politica istituzionale ed un tentativo di intercettare quella fascia degli esclusi dal patto sociale che se non trova una ragione d’essere per recarsi alle urne, le diserta.
In questo processo appare prioritario “lo svecchiamento” dei quadri politici attuali e delle loro scelte (e non scelte) corresponsabili della situazione politica attuale, anche rispetto alle elezioni.
Diviene centrale una formazione che fornisca non solo “la cassetta degli attrezzi” per una corretta decifrazione della realtà, ma un metodo organizzativo che ponga l’accento primario sulla necessità dell’organizzazione stessa come orizzonte imprescindibile e probabilmente unico ancoraggio in grado di assicurare una certa capacità di tenuta in questi tempi estremamente fluttuanti e soggetti a repentine accelerazioni storiche.
Bisogna invertire “il provincialismo politico” teso a non saper leggere la propria situazione specifica in dialettica con l’universo-mondo, capendo la prossimità e l’incidenza di fenomeni continentali anche e soprattutto dal punto di vista della costruzione della rappresentanza politica e il ruolo che in questa svolgono i comunisti e le forze antagoniste nell’UE.
In questa fase specifica non si intravede nella UE un modello unico di organizzazione che serva da “matrice” o da “polo principale”, ma una pluralità di esperienze chiamate a passaggi storici per certi versi epocali che spesso hanno poco a che fare con le discussioni astratte dei “generali senza esercito” risultanti dal processo di balcanizzazione della rappresentanza politica di classe.
Ed il discrimine fondamentale appare sempre più evidente quello dell’atteggiamento rispetto all’UE e all’inasprirsi delle contraddizioni inter-imperialistiche che generano una tendenza alla guerra sempre più al rischio di precipitazioni.
Appare quindi chiaro che senza questa prospettiva a monte, le elezioni per le forze di opposizione politico-sociale rischiano di essere la sterile riproposizione di uno schema che non funziona ormai nemmeno per avere una rappresentanza politica istituzionale residuale che capitalizzi in parte l’impegno politico quotidiano profuso nel lottare contro il blocco sociale dominante.
Senza questo orizzonte, le elezioni certificheranno solo la propria inconsistenza politica e la fase “crepuscolare” della sinistra di classe e difficilmente si potrà impedire che le luci della città vengano spente...
P.S. Una versione organica dei quattro interventi precedenti rivisti e corretti sulle elezioni genovesi usciti su Contropiano è disponibile su: qui
Fonte
La sfida per Tursi vede svariati schieramenti in campo e si sovrappone alle battaglie che la giunta Doria sta conducendo per portare avanti parte degli obiettivi incompiuti della mission che il PD gli aveva attribuito, privatizzazioni in primis.
Se da un lato l’ultima esperienza della “rivoluzione arancione” stenta non poco ad avere i numeri per potere attuare, in dirittura d’arrivo, il proprio programma, dall’altro la frantumazione della rappresentanza politica tra le fila di coloro che avrebbero potuto costituire un alternativa sia al centro destra che al centro sinistra è una realtà.
Dal tentativo iniziale di governare le contraddizioni sociali attraverso la creazione di una narrazione di “alterità” e la ricerca di un minimo di consenso della base sociale che l’aveva votato, la giunta Doria è passata al terrorismo psicologico tout court.
Ci si è trovati quindi in un clima di “creazione del nemico” nei confronti di coloro che si oppongo all’attuale corso politico, siano essi consiglieri comunali “dissidenti”, porzioni combattive della working class, componenti politiche “incompatibili” con il progetto che la trama di poteri ha designato per Genova.
Quattro sono i dossier principali che questa amministrazione giunta al capolinea sta cercando di “archiviare”, lasciando le scelte compiute in eredità a chi governerà la Superba, ma soprattutto alla popolazione del capoluogo ligure:
– la privatizzazione delle partecipate con il previsto accorpamento tra Amiu e Iren e la preparazione per la svendita dell’azienda del trasporto pubblico urbano AMT;
– il finanziamento pubblico del Blue Print: ennesima operazione di speculazione edilizia utile solo al “partito trasversale” del cemento, progettata dall’archi-star Renzo Piano nel solco della ristrutturazione urbana secondo la filosofia della smart city;
– la velocizzazione delle politiche per rendere il centro cittadino una vetrina per il turismo mordi-e-fuggi e bandito all’attività politica delle classi subalterne anche attraverso la rigida applicazione della legge Orlando-Minniti;
– il definitivo sdoganamento di una politica dichiaratamente razzista nei confronti degli immigrati da parte delle forze politiche del centro-sinistra che si sono rese protagoniste, tra l’altro, di una mobilitazione della totalità degli eletti del Municipio Centro-Ovest contro l’installazione di un Cas con un centinaio di migranti in una zona retro-portuale pressoché disabitata.
Il centro destra e il centro-sinistra, sono entrambi motivati nel perseguimento della dismissione dell’apparato produttivo rimanente almeno che non prenda la forma di “zone economiche speciali”, e delle privatizzazioni, nella riconfigurazione del porto agli interessi delle “multinazionali del Mare”, nel proseguimento delle “Grandi Opere” e nei vari progetti di speculazione edilizia (e del Sistema che alimentano), nell’abbandono sostanziale delle periferie, tranne che per un parziale soddisfacimento di quella residuale rete clientelare che ne garantisce il sostegno elettorale attraverso interventi di cosmesi urbana che incidono molto parzialmente sulla realtà dei quartieri-dormitorio.
La peculiarità di questo passaggio elettorale per il centro-sinistra sta nella recisione netta con il proprio storico corpo sociale di riferimento, al di là degli endorsement della dirigenza del “vecchio movimento operaio” e dei corpi sociali intermedi ad esso connessi, portando a compimento la lunga marcia di cui la giunta Doria è stata un tassello fondamentale.
Per il centro-destra l’aspetto rilevante è una ricomposizione politica attorno ad un blocco sociale di riferimento che vuole giocare le sue carte in un contesto di rapporti di forza che hanno fatto saltare ogni istanza conciliatoria e concertativa soprattutto tra Capitale e Lavoro Salariato.
Questo “centro-destra” vuole capitalizzare maggiormente gli anni di “lotta di classe dall’alto”, liberandosi di pratiche di mediazione a cui ha dovuto suo malgrado adattarsi.
In sostanza si candida a farsi carico in prima persona dell’attuale congiuntura politica, sobbarcandosi direttamente il governo della città (dopo quello della regione) per smaltire una obsoleta rete clientelare che “a sinistra” gli ha garantito fino ad ora una relativa pace sociale e una sostanziale subordinazione ai propri interessi.
Si appresta in questo senso a cercare di “sfondare” anche tra i ceti popolari, assumendo un profilo di “destra sociale” fino ad ora relativamente sconosciuto in città.
L’allineamento imposto dal blocco sociale dominante definisce nettamente due campi rispetto ai nodi centrali sovra-esposti: chi “a sinistra” non ha scelto ancora da che parte stare è inservibile ad un qualsiasi progetto alternativo al quadro politico dato, mentre chi questa scelta l’ha fatta “dalla parte giusta della barricata” è indispensabile per la costruzione di una differente rappresentanza politica, al di là della propria collocazione all’interno della configurazione delle rappresentanze elettorali “alternative” che non sono state in grado di trovare una espressione unitaria.
Questa mancanza non è dovuta esclusivamente ad un deficit di capacità di “ingegneria politica”, ma alla pressoché totale assenza di un processo politico collettivo sufficientemente forte che non prendesse come proprio orizzonte prioritario la consultazione elettorale e che cercasse di imparare dalle situazioni concrete in cui questa dinamica virtuosa ha portato a risultati limitati ma apprezzabili nei contesti delle Città Ribelli. In questo quadro la frantumazione della rappresentanza, e la priorità date alle scelte personali individuali senza un dibattito pubblico danno la cifra della fase politica, in cui il “primato della Politica” è stato sostituito dal “primato della persona” seguendo in fondo uno dei credo dell’ideologia neo-liberale, e senza comunque produrre come risultato nessuna leadership “forte” tra le fila dell’opposizione.
Emblematico è il caso del Movimento 5 Stelle a Genova, di fatto spaccato in tre “tronconi”: la coalizione elettorale “Chiamami Genova” con il candidato sindaco Putti, ex capogruppo consiliare del Movimento fuoriuscito alcuni mesi fa insieme ad altri 3 consiglieri comunali ed un eletto in regione, la lista elettorale di Marika Cassimatis, vincitrice delle “comunarie” poi ben presto estromessa dallo staff pentastellato, e Luca Pirondini, il candidato della dirigenza nazionale del Movimento in città, votato dagli aventi diritto dei 5 Stelle a livello nazionale.
Per chi vuole costruire una rappresentanza politica degna di questo nome, e per il ruolo centrale che in essa devono svolgere i comunisti ed in generale chi si riconosce in un orizzonte di trasformazione radicale dell’esistente si apre una partita importante che va giocata al meglio e che non può prescindere dall’analisi concreta della situazione concreta per risolvere praticamente i rompicapi politici che ci stanno di fronte.
In prima istanza bisogna partire da un dato oggettivo che non può essere rimosso: il fallimento trasversale di tutte le forze politiche comuniste (e allargando lo spettro: antagoniste e di “movimento”) nell’essere state in grado di dettare un piano politico qualsiasi su qualsiasi tema in vista delle elezioni.
Ragionare sulla sconfitta è una necessità propedeutica per affrontare le sfide che ci attendono, a cui non sopperiscono le scorciatoie elettoraliste né l’atteggiamento da “anime belle” pronte a “cecchinare” qualsiasi tentativo di costruire un percorso differente dalla riproduzione dei propri angusti perimetri di gruppi ideologico-identitari, salvo poi ricadere in un cretinismo elettoralista “in sedicesimi” ancora più deleterio e paradossale.
Si tratta di ricostruire un progetto politico con una agenda sociale ed un radicamento ancora deficitario nei settori strategici della classe lavoratrice: i settori centrali nella creazione della catena del valore e la sempre più ampia porzione di precariato sociale diffuso.
Una ipotesi politica capace di radicarsi nei territori periferici in cui la crisi ha impattato maggiormente, incominciando a sperimentare forme organizzative che coniughino le istanze sociali con un orientamento politico definito, e rifuggendo la nefasta ipotesi di divaricazione tra lotta sociale e lotta politica.
Nel solco di questa strategia, l’appuntamento elettorale può essere una verifica del proprio consenso, un passaggio di consolidamento di quella guerra di posizione che permetta di non essere esclusi dalla rappresentanza politica istituzionale ed un tentativo di intercettare quella fascia degli esclusi dal patto sociale che se non trova una ragione d’essere per recarsi alle urne, le diserta.
In questo processo appare prioritario “lo svecchiamento” dei quadri politici attuali e delle loro scelte (e non scelte) corresponsabili della situazione politica attuale, anche rispetto alle elezioni.
Diviene centrale una formazione che fornisca non solo “la cassetta degli attrezzi” per una corretta decifrazione della realtà, ma un metodo organizzativo che ponga l’accento primario sulla necessità dell’organizzazione stessa come orizzonte imprescindibile e probabilmente unico ancoraggio in grado di assicurare una certa capacità di tenuta in questi tempi estremamente fluttuanti e soggetti a repentine accelerazioni storiche.
Bisogna invertire “il provincialismo politico” teso a non saper leggere la propria situazione specifica in dialettica con l’universo-mondo, capendo la prossimità e l’incidenza di fenomeni continentali anche e soprattutto dal punto di vista della costruzione della rappresentanza politica e il ruolo che in questa svolgono i comunisti e le forze antagoniste nell’UE.
In questa fase specifica non si intravede nella UE un modello unico di organizzazione che serva da “matrice” o da “polo principale”, ma una pluralità di esperienze chiamate a passaggi storici per certi versi epocali che spesso hanno poco a che fare con le discussioni astratte dei “generali senza esercito” risultanti dal processo di balcanizzazione della rappresentanza politica di classe.
Ed il discrimine fondamentale appare sempre più evidente quello dell’atteggiamento rispetto all’UE e all’inasprirsi delle contraddizioni inter-imperialistiche che generano una tendenza alla guerra sempre più al rischio di precipitazioni.
Appare quindi chiaro che senza questa prospettiva a monte, le elezioni per le forze di opposizione politico-sociale rischiano di essere la sterile riproposizione di uno schema che non funziona ormai nemmeno per avere una rappresentanza politica istituzionale residuale che capitalizzi in parte l’impegno politico quotidiano profuso nel lottare contro il blocco sociale dominante.
Senza questo orizzonte, le elezioni certificheranno solo la propria inconsistenza politica e la fase “crepuscolare” della sinistra di classe e difficilmente si potrà impedire che le luci della città vengano spente...
P.S. Una versione organica dei quattro interventi precedenti rivisti e corretti sulle elezioni genovesi usciti su Contropiano è disponibile su: qui
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30/04/2017
Genova. Contro la privatizzazione di Amiu, mercoledì sciopero indetto da Usb
Mercoledì 3 maggio la giunta comunale di Genova porterà nuovamente in aula la delibera di aggregazione AMIU-Iren, già bocciata più volte in Consiglio Comunale.
Ancor più delle occasioni precedenti vi sono concrete possibilità che non ci siano i numeri sufficienti per l'approvazione. Comunque il sindacato USB ha indetto lo sciopero dei lavoratori AMIU e AMIU Bonifiche per l'intera giornata, con presidio davanti al Comune. Allo sciopero si sono uniti CISL, UIL e FIADEL, mentre la CGIL, come ha fatto fin dall'inizio, non partecipa allo sciopero e continua a sostenere l'azione della giunta.
La questione della privatizzazione di AMIU è diventata una sorta di punto d'onore per la giunta del sindaco uscente Doria. Come in altre occasioni, non sono mancati i ricatti ai sindacati e ai lavoratori.
Questa volta la minaccia rivolta ai lavoratori è che la bocciatura della delibera di aggregazione causerebbe un buco di bilancio e giustificherebbe tagli ai servizi sociali (accusa rilanciata anche dalla Cgil e dal Forum del Terzo Settore per dividere la lotta dei lavoratori). Inoltre i vertici di AMIU hanno provato più volte a sostenere che senza privatizzazione l'azienda fallirebbe.
La parte più combattiva dei lavoratori non si è fatta però intimidire: nel suo comunicato l'USB dichiara che il sindaco Doria è pronto all'ultimo colpo di coda di una gestione fallimentare. Il sindacato ricorda inoltre che le alternative alla privatizzazione e al mantenimento in house dell'azienda ci sono tutte, basta volerle praticare.
Anche l'Unione Lavoratori AMIU (ULA) parteciperà allo sciopero, invitando alla lotta anche i lavoratori delle altre aziende partecipate, già sotto attacco della giunta Doria fin dall'inizio del suo mandato.
Se la delibera non passerà, la questione sarà affrontata dalla nuova giunta comunale che si insedierà dopo le elezioni di giugno.
I lavoratori hanno comunque fatto sapere di essere contrari a qualsiasi tipo di privatizzazione. La loro forza durante il periodo della giunta Doria ha bloccato ogni tentativo di svendere le partecipate nel loro complesso, nonostante l'evidente lavoro sporco portato avanti dalla CGIL, che ha bloccato ogni tentativo di unione tra i lavoratori delle partecipate in nome della fedeltà al sistema di potere incarnato dal Partito Democratico.
Il NO a tutte le privatizzazioni, la richiesta di re-internalizzare i servizi in appalto e il rifiuto del patto di stabilità degli enti locali sono le uniche risposte possibili e necessarie che una politica degna di questo nome dovrebbe fornire per rappresentare la forza che i lavoratori hanno messo in campo. Non a caso, se non in frange ancora minoritarie, questo dibattito sembra totalmente assente nelle polemiche tra i candidati principali per le prossime comunali. Per questo la lotta dei lavoratori è fondamentale per difendere i diritti di tutti i cittadini. La forza dei lavoratori, per contrattaccare, ha assoluto bisogno di una sponda politica che non può fare a meno del loro contributo.
Fonte
Ancor più delle occasioni precedenti vi sono concrete possibilità che non ci siano i numeri sufficienti per l'approvazione. Comunque il sindacato USB ha indetto lo sciopero dei lavoratori AMIU e AMIU Bonifiche per l'intera giornata, con presidio davanti al Comune. Allo sciopero si sono uniti CISL, UIL e FIADEL, mentre la CGIL, come ha fatto fin dall'inizio, non partecipa allo sciopero e continua a sostenere l'azione della giunta.
La questione della privatizzazione di AMIU è diventata una sorta di punto d'onore per la giunta del sindaco uscente Doria. Come in altre occasioni, non sono mancati i ricatti ai sindacati e ai lavoratori.
Questa volta la minaccia rivolta ai lavoratori è che la bocciatura della delibera di aggregazione causerebbe un buco di bilancio e giustificherebbe tagli ai servizi sociali (accusa rilanciata anche dalla Cgil e dal Forum del Terzo Settore per dividere la lotta dei lavoratori). Inoltre i vertici di AMIU hanno provato più volte a sostenere che senza privatizzazione l'azienda fallirebbe.
La parte più combattiva dei lavoratori non si è fatta però intimidire: nel suo comunicato l'USB dichiara che il sindaco Doria è pronto all'ultimo colpo di coda di una gestione fallimentare. Il sindacato ricorda inoltre che le alternative alla privatizzazione e al mantenimento in house dell'azienda ci sono tutte, basta volerle praticare.
Anche l'Unione Lavoratori AMIU (ULA) parteciperà allo sciopero, invitando alla lotta anche i lavoratori delle altre aziende partecipate, già sotto attacco della giunta Doria fin dall'inizio del suo mandato.
Se la delibera non passerà, la questione sarà affrontata dalla nuova giunta comunale che si insedierà dopo le elezioni di giugno.
I lavoratori hanno comunque fatto sapere di essere contrari a qualsiasi tipo di privatizzazione. La loro forza durante il periodo della giunta Doria ha bloccato ogni tentativo di svendere le partecipate nel loro complesso, nonostante l'evidente lavoro sporco portato avanti dalla CGIL, che ha bloccato ogni tentativo di unione tra i lavoratori delle partecipate in nome della fedeltà al sistema di potere incarnato dal Partito Democratico.
Il NO a tutte le privatizzazioni, la richiesta di re-internalizzare i servizi in appalto e il rifiuto del patto di stabilità degli enti locali sono le uniche risposte possibili e necessarie che una politica degna di questo nome dovrebbe fornire per rappresentare la forza che i lavoratori hanno messo in campo. Non a caso, se non in frange ancora minoritarie, questo dibattito sembra totalmente assente nelle polemiche tra i candidati principali per le prossime comunali. Per questo la lotta dei lavoratori è fondamentale per difendere i diritti di tutti i cittadini. La forza dei lavoratori, per contrattaccare, ha assoluto bisogno di una sponda politica che non può fare a meno del loro contributo.
Fonte
31/03/2017
Genova. L’Amiu resta pubblica. Ma il PD fa commissariare la città da IREN
Dopo la sonora sconfitta giunta un mese fa in consiglio comunale, la giunta Doria è tornata alla carica, con una delibera fotocopia di quella bocciata in precedenza, per realizzare la fusione dell'azienda dei rifiuti con la multiutility IREN.
Durante il periodo trascorso non è cambiato molto. La delibera è stata in parte rivista ma i lavoratori hanno capito che l'avvio della privatizzazione di AMIU avverrebbe indipendentemente dalle piccole variazioni di percentuali sulle quote societarie proposte dal Comune.
Giovedì 30 marzo è quindi cominciato l'ennesimo iter sulla privatizzazione e le conseguenti proteste di piazza. Nonostante il parere diffuso tra i lavoratori, come durante le precedenti votazioni, la Cgil ha comunque pensato bene di schierarsi dalla parte del Sindaco e del PD boicottando lo sciopero e invitando esplicitamente a non scendere in piazza. A gestire lo sciopero è quindi la sola Cisl (USB e Uil hanno però indicato ai lavoratori di aderire allo sciopero) ma in piazza sono presenti soprattutto i lavoratori che hanno dato vita all'ULA (unione
lavoratori AMIU) che in questi mesi ha gestito la lotta.
La votazione in consiglio comunale era comunque in bilico. La maggioranza PD era in difficoltà anche perchè la votazione avviene a due mesi dalle elezioni comunali. Molti consiglieri di centrosinistra si stavano quindi ricollocando (la maggioranza sosterrà comunque e nuovamente il PD) ed era indecisa mentre la destra ha deciso di votare contro per mettere in difficoltà il PD e schierarsi con le associazioni di commercianti preoccupati per l'aumento della TARI.
Sulla votazione incombeva anche un esposto presentato dal consigliere di sinistra Antonio Bruno che poneva dubbi sulla trasparenza delle procedure con le quali il Comune aveva deciso di sostenere la fusione con IREN. L'esposto si basava sul fatto che, fin dall'inizio, IREN è stata l'unica interlocutrice della Giunta (con un assessore proveniente dal management della multiutility) e al bando pubblico sia stata presentata solo una offerta di acquisto.
La procura ha quindi aperto un fascicolo di indagine sulle procedure seguite. Il PD ha però deciso di continuare con la delibera parlando di normali procedure di indagine che non avrebbero in nessun modo inficiato le decisioni assunte.
In un Comune blindato (davanti al portone sostavano 4 camionette tra Polizia e Carabinieri) fin dal mattino i consiglieri hanno quindi discusso fino al colpo di scena delle ore 16 in cui un centinaio di emendamenti delle opposizioni è stato ritirato chiedendo il voto immediato sulla delibera.
Il PD ha cercato di reagire perché si è reso conto di non avere i numeri necessari all'approvazione e ha cominciato a scrivere emendamenti in proprio per prendere tempo.
Non contenti, hanno sospeso le votazioni perché era necessario sentire il parere di IREN in merito alla praticabilità di alcuni emendamenti. Ciò ha causato le proteste vibrate delle minoranze e battibecchi con i lavoratori che erano riusciti ad entrare a seguire i lavori. Per la prima volta è apparso evidente a tutti che le votazioni devono essere fatte solo quando il PD ha la maggioranza numerica e che gli emendamenti hanno valore solo se approvati da IREN. Questo schiaffo democratico ha consentito al PD di ritardare le operazioni di voto e mantenere viva una delibera che probabilmente sarebbe stata nuovamente respinta.
Ma il capolavoro politico del PD doveva ancora arrivare.
La mattina di venerdì 31 marzo il capogruppo chiedeva infatti il ritiro della delibera per mancanza di una maggioranza disposta a votarla.
Contemporaneamente parlava della necessità di votare subito un aumento della TARI per fare fronte al buco di bilancio. Il PD si trova quindi di fronte alla propria Caporetto. Da mesi puntava sulla aggregazione con IREN privatizzando l'azienda, nel contempo continuava a non proporre alternative aggravando la situazione economica di AMIU. L'aumento della TARI è quindi da un lato una ritorsione verso la città, dall'altro il prezzo da pagare per la loro politica che da anni punta allo sfascio dell'azienda pubblica per consentirne la svendita.
Inoltre, su pressione di IREN che ha commissariato la politica genovese, propone di rivotare l'aggregazione tra una settimana insieme al bilancio del Comune ponendo l'ennesimo ricatto ai cittadini e ai lavoratori: o si privatizza AMIU o si tagliano i servizi sociali.
In conclusione, per l'ennesima volta la costanza e la determinazione dei lavoratori (nonostante l'ennesimo tradimento della Cgil) hanno bloccato la svendita di un bene pubblico. Ci hanno provato due volte con AMIU e gli è andata male, come già successo con AMT (trasporti) e ASTER (manutenzione).
Contemporaneamente hanno perso la faccia dimostrando che sono eterodiretti da IREN e probabilmente tenteranno in extremis l'ennesimo ricatto. Mentre l'intera città rischia di pagare con l'aumento improvviso e deciso della TARI gli effetti della loro politica criminale.
Nel frattempo si preparano le elezioni in cui il centrosinistra unito tenterà per l'ennesima volta di ingannare tutti riproponendo con parole nuove questa politica fallimentare. In cui buona parte della sinistra si ricollocherà in maggioranza con il PD facendo l'ennesima operazione politica disgustosa, in cui la destra cercherà di vincere sfruttando le debolezze del PD e i lavoratori saranno costretti a restare alla finestra o aggrapparsi alle incognite provenienti dai 5 stelle divisi in due fazioni litigiose e con una idea di città tutta da decifrare.
Fonte
28/02/2017
Il Rebus dell’elezioni politiche genovesi nella crisi della politica italiana
Le prossime elezioni comunali a Genova, come nel resto d’Italia saranno un banco di prova interessante per saggiare lo stato dell’arte del processo di delegittimazione delle élites di potere e dei loro attori politici anche a livello locale, così come della capacità di articolare una risposta adeguata all’emergente bisogno di rappresentanza politica, anche in chiave elettorale, delle classi popolari.
Questo contributo, è il primo di una serie che vuole fornire il quadro, non solo delle mutate condizioni della situazione politica locale (e dei suoi intrecci con quello nazionale), ma dei cambiamenti profondi della Superba nel suo complesso: la governace dei processi che la sta attraversando è la vera posta in gioco delle prossime elezioni.
Il suo futuro è incerto e non è ancora scritto.
La competizione elettorale saggerà il prodotto dell’attuale fase di “decomposizione/ricomposizione” delle formazioni politiche emerse con la “Seconda Repubblica” e del loro gradimento da parte dei ceti popolari: seppure hanno apertamente manifestato il loro interesse a governare anche con una scarsa base di consenso – dovuta a quella che sembrava essere una crescente e inarrestabile tendenza all’astensione al voto – devono comunque passare per le forche caudine della prova elettorale che le ha punite quando una parte consistente della popolazione ha visto il voto come uno strumento utile per mettere in discussione il loro operato, come è avvenuto nel recente referendum costituzionale anche sul territorio genovese.
La scissione del PD nazionale e la frammentazione delle correnti interne al PD a livello locale, polarizzate attorno ai “Renzi-Renzi” (come vengono definiti i referenti locali dell’ex Presidente del Consiglio) e i “Bersaniani”, tra cui l’attuale vice-sindaco Bernini – vero deus ex machina della giunta Doria – hanno portato (insieme ad un complicato rapporto con chi ha appoggiato da “sinistra” Doria) ad una notevole empasse nella scelta di un possibile candidato sindaco, questione su cui non sembrano aver trovato la quadra. L’unica sicurezza è la mancata ricandidatura di Doria, e la probabile apertura delle temute “primarie”, osteggiate fino all’ultimo.
Il PD locale non può più attingere da quella cassa continua e apparentemente “senza fondo” che era Banca Carige, a causa degli scandali giudiziari che hanno fortemente depotenziato quella “bolla” di liquidità da cui aveva attinto per i propri progetti e su cui si strutturava la base economica del co-governo regionale Burlando-Scajola, sostanziato in una logica spartitoria di pax con la destra, assieme alla quale formava il trasversale “partito del mattone”.
Giova ricordare che le ultime primarie avevano portato alla bocciatura di due “pezzi da novanta” del PD locale: la sindaca Marta Vincenzi, e nientedimeno che l’ex pacifista Roberta Pinotti, a cui è stato dato poi uno dei ruoli più importanti nel governo nazionale.
L’affermazione di Doria alle primarie aveva reso meno appetibile l’ipotesi del Movimento Cinque Stelle e meno travolgente il suo successo elettorale. Il suo candidato sindaco era l’ora fuoriuscito Paolo Putti, storico militante dei pentastellati, figura più rilevante del movimento “No Gronda” (una bretella autostradale classificabile nel novero delle Grandi Opere Inutili devastatrici del territorio). L’affermazione di Doria alle primarie aveva di fatto azzerato ogni ipotesi di intervento “alla sua sinistra” con una presenza alternativa che non fosse mera rappresentazione delle organizzazioni che l’esprimevano. Naturalmente i comitati che l’avevano sostenuto, una volta eletti sono stati di fatto sciolti, e le politiche intraprese, in particolare sulle privatizzazioni delle partecipate, ne hanno stravolto il programma elettorale. Rendendo così la Giunta, guidata dal professore proveniente dall’“aristocrazia rossa” genovese, la disillusione più celere delle tre esperienze delle giunte arancioni, che avevano conquistato in precedenza i comuni di Milano e di Cagliari.
Con il suo operato Doria ha lasciato la maggioranza saldamente nelle mani del PD – con un SEL assolutamente appiattito sulle politiche di fondo – facendo fare ben presto marcia indietro alla parte “migliore” che aveva sostenuto l’emulo di Pisapia.
Le prossime elezioni contribuiranno a comprendere la capacità di tenuta della “narrazione” del M5S, che finora ha incarnato in larghi strati delle classi subalterne quell’alternativa possibile all’attuale quadro politico, anche se le difficoltà della giunta capitolina e le emorragie interne al “movimento”, come a Genova, sembrano metterla seriamente in discussione almeno all’interno della cerchia dei suoi simpatizzanti.
Nel caso genovese l’uscita di tre consiglieri eletti tra le file del movimento (tra cui il capo-gruppo Paolo Putti con una maggiore sensibilità politica per le questioni sociali reali e una opposizione netta ai grandi progetti speculativi), divenuti poi quattro; le aspre polemiche tra il nuovo “gruppo dirigente” (rappresentato per lo più da militanti dell’ultima ora del Movimento, più inclini a concentrarsi sul marketing della comunicazione politica che sulle istanze politico-sociali) e i “fuori-usciti”, o comunque le frizioni tra chi, pur non seguendo il percorso di Putti, ha giudicato eccessivi i toni usati contro di lui (tacciato dallo stesso Grillo di essere un “traditore”), hanno avvelenato il clima.
A questo ha contribuito le discussioni relative alle nuovissime modalità di selezione dei candidati sindaco e consiglieri, il cosiddetto “Metodo Genova”, che forse avvia una nuova fase nella modalità di selezione “blindata” del personale politico pentastellato che si candida a governare una città. Il candidato sindaco sarà chi – nella rosa dei candidati consiglieri – riceve più voti, e i candidati consiglieri saranno scelti a loro volto sola tra coloro che hanno espresso la preferenza per il candidato sindaco che risulta vincitore, blindandone così l’ipotetica giunta. Questi fattori potrebbero “indebolire” l’ipotesi dei 5 Stelle come alfiere degli interessi popolari.
Certamente si sta assistendo ad un riposizionamento complessivo del Movimento, più incline ad accreditarsi complessivamente come opzione di governo affidabile per parti importanti del blocco di potere; un ceto politico “neo-borghese” pronto a raddrizzare le storture del sistema – caratterizzato anche a Genova da un sistema di clientele, corruzione e intrecci con la criminalità organizzata – ma dentro l’orizzonte di una "governabilità" che non solo non mette in discussione, ma rischia di non scalfire nemmeno i pilastri dell’attuale assetto politico-sociale a livello locale, né i profondi processi peggiorativi che sta conoscendo la Superba.
La “sinistra” e i corpi sociali intermedi che ad essa afferiscono (dirigenza di Camera del Lavoro, Arci, Comunità di S.Benedetto, “terzo settore”, associazionismo, tra gli altri) rinnova per lo più quel ruolo di subalternità all’asse di potere del PD che, se non si trasformeranno in accordi elettorali veri e propri, non ne mette in discussione le linee guida. Concependo il più delle volte solo “frizioni” che non hanno portato ad una convergenza con la Giunta (espressesi parzialmente, e solo a fine mandato) a semplici “incidenti di percorso”; come del resto sembrano confermare le vicende legate al tentativo di privatizzazione dell’azienda pubblica che gestiste il ciclo dei rifiuti, conferendola a Iren, una multi-utility che già gestisce le risorse idriche genovesi attraverso una sua controllata.
Lo spettro delle Regionali, dove la mancata alleanza con il PD (il cui corpo elettorale non ha metabolizzato positivamente la scelta di candidare la Paita da parte del suo grande sponsor Burlando) ha fatto perdere la Regione al centro sinistra “regalandola” alla destra, e lo spauracchio di “un anti-Berlusconismo senza Berlusconi” sembra essere l’idea-forza della narrazione di quella “sinistra” incline ad una alleanza con il PD.
Questa “sinistra” ha sempre sostenuto la giunta arancione nelle sue scelte peggiori di fondo: la fine dell’ipotesi del centro-sinistra ha prodotto perciò un effetto “si salvi chi può”, in cui il toto-candidato assomiglia più ad un immagine caricaturale delle fantasie del calcio mercato che ad una sfida elettorale; auto-candidature di personaggi screditati dal loro pervicace carrierismo e vere e proprie invenzioni giornalistiche. Anche quando hanno tirato fuori dal cappello il “meno peggio” – il presidente della Fondazione Ducale, Luca Borzani – tutta l’operazione cosmetica non si discostava da una copia in sedicesimi della fallimentare "rivoluzione arancione", nonostante l’indubbio valore e “il capitale simbolico” del candidato.
La destra cittadina è storicamente debole e frammentata, ma “ringaluzzita” dalla recente conquista della Regione e del vicino comune di Savona. Al suo interno la componente leghista non si è mai radicata nel capoluogo Ligure, mentre la mancanza di una “destra sociale” vicina alla galassia dei gruppi neo-fascisti – comunque presenti ed in cerca di visibilità – non conta nei giochi politici della Superba. Questo non vuol dire che la destra non punti su Genova; anzi sembra essere anche per lei un banco di prova per una possibile candidatura unitaria, in una sorta di “destra plurale”. Questo non tanto per un calcolo sulle sue forze, ma per le debolezze dell’avversario. Di fatto la destra non ha mai visto i propri interessi intralciati dal centro-sinistra, se non nelle sue più oltranziste ed episodiche crociate che hanno tratto forza più dalla cattiva gestione del centro-sinistra su alcuni temi delicati che da una vera e propria capacità politica.
Naturalmente una sinistra “sex and the city” che ha saputo condurre battaglie solo sui diritti civili individuali, mentre era protagonista, o nel migliore dei casi spettatrice, del taglio delle garanzie sociali delle classi subalterne; una "sinistra" espressione di quel ceto medio-alto, cui è spesso debitrice per la propria condizione sociale, risulta un facile bersaglio per gli attacchi della destra.
Altro cavallo di battaglia è il sovranismo di destra, specie se il “sovranismo” del Movimento 5 Stelle venisse ulteriormente diluito; un argomento che, se ben dosato, potrebbe populisticamente intercettare il risentimento delle classi subalterne in chiave anti-europeista, attraverso la narrazione del ritorno dell’Italietta della Lira.
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Questo contributo, è il primo di una serie che vuole fornire il quadro, non solo delle mutate condizioni della situazione politica locale (e dei suoi intrecci con quello nazionale), ma dei cambiamenti profondi della Superba nel suo complesso: la governace dei processi che la sta attraversando è la vera posta in gioco delle prossime elezioni.
Il suo futuro è incerto e non è ancora scritto.
La competizione elettorale saggerà il prodotto dell’attuale fase di “decomposizione/ricomposizione” delle formazioni politiche emerse con la “Seconda Repubblica” e del loro gradimento da parte dei ceti popolari: seppure hanno apertamente manifestato il loro interesse a governare anche con una scarsa base di consenso – dovuta a quella che sembrava essere una crescente e inarrestabile tendenza all’astensione al voto – devono comunque passare per le forche caudine della prova elettorale che le ha punite quando una parte consistente della popolazione ha visto il voto come uno strumento utile per mettere in discussione il loro operato, come è avvenuto nel recente referendum costituzionale anche sul territorio genovese.
La scissione del PD nazionale e la frammentazione delle correnti interne al PD a livello locale, polarizzate attorno ai “Renzi-Renzi” (come vengono definiti i referenti locali dell’ex Presidente del Consiglio) e i “Bersaniani”, tra cui l’attuale vice-sindaco Bernini – vero deus ex machina della giunta Doria – hanno portato (insieme ad un complicato rapporto con chi ha appoggiato da “sinistra” Doria) ad una notevole empasse nella scelta di un possibile candidato sindaco, questione su cui non sembrano aver trovato la quadra. L’unica sicurezza è la mancata ricandidatura di Doria, e la probabile apertura delle temute “primarie”, osteggiate fino all’ultimo.
Il PD locale non può più attingere da quella cassa continua e apparentemente “senza fondo” che era Banca Carige, a causa degli scandali giudiziari che hanno fortemente depotenziato quella “bolla” di liquidità da cui aveva attinto per i propri progetti e su cui si strutturava la base economica del co-governo regionale Burlando-Scajola, sostanziato in una logica spartitoria di pax con la destra, assieme alla quale formava il trasversale “partito del mattone”.
Giova ricordare che le ultime primarie avevano portato alla bocciatura di due “pezzi da novanta” del PD locale: la sindaca Marta Vincenzi, e nientedimeno che l’ex pacifista Roberta Pinotti, a cui è stato dato poi uno dei ruoli più importanti nel governo nazionale.
L’affermazione di Doria alle primarie aveva reso meno appetibile l’ipotesi del Movimento Cinque Stelle e meno travolgente il suo successo elettorale. Il suo candidato sindaco era l’ora fuoriuscito Paolo Putti, storico militante dei pentastellati, figura più rilevante del movimento “No Gronda” (una bretella autostradale classificabile nel novero delle Grandi Opere Inutili devastatrici del territorio). L’affermazione di Doria alle primarie aveva di fatto azzerato ogni ipotesi di intervento “alla sua sinistra” con una presenza alternativa che non fosse mera rappresentazione delle organizzazioni che l’esprimevano. Naturalmente i comitati che l’avevano sostenuto, una volta eletti sono stati di fatto sciolti, e le politiche intraprese, in particolare sulle privatizzazioni delle partecipate, ne hanno stravolto il programma elettorale. Rendendo così la Giunta, guidata dal professore proveniente dall’“aristocrazia rossa” genovese, la disillusione più celere delle tre esperienze delle giunte arancioni, che avevano conquistato in precedenza i comuni di Milano e di Cagliari.
Con il suo operato Doria ha lasciato la maggioranza saldamente nelle mani del PD – con un SEL assolutamente appiattito sulle politiche di fondo – facendo fare ben presto marcia indietro alla parte “migliore” che aveva sostenuto l’emulo di Pisapia.
Le prossime elezioni contribuiranno a comprendere la capacità di tenuta della “narrazione” del M5S, che finora ha incarnato in larghi strati delle classi subalterne quell’alternativa possibile all’attuale quadro politico, anche se le difficoltà della giunta capitolina e le emorragie interne al “movimento”, come a Genova, sembrano metterla seriamente in discussione almeno all’interno della cerchia dei suoi simpatizzanti.
Nel caso genovese l’uscita di tre consiglieri eletti tra le file del movimento (tra cui il capo-gruppo Paolo Putti con una maggiore sensibilità politica per le questioni sociali reali e una opposizione netta ai grandi progetti speculativi), divenuti poi quattro; le aspre polemiche tra il nuovo “gruppo dirigente” (rappresentato per lo più da militanti dell’ultima ora del Movimento, più inclini a concentrarsi sul marketing della comunicazione politica che sulle istanze politico-sociali) e i “fuori-usciti”, o comunque le frizioni tra chi, pur non seguendo il percorso di Putti, ha giudicato eccessivi i toni usati contro di lui (tacciato dallo stesso Grillo di essere un “traditore”), hanno avvelenato il clima.
A questo ha contribuito le discussioni relative alle nuovissime modalità di selezione dei candidati sindaco e consiglieri, il cosiddetto “Metodo Genova”, che forse avvia una nuova fase nella modalità di selezione “blindata” del personale politico pentastellato che si candida a governare una città. Il candidato sindaco sarà chi – nella rosa dei candidati consiglieri – riceve più voti, e i candidati consiglieri saranno scelti a loro volto sola tra coloro che hanno espresso la preferenza per il candidato sindaco che risulta vincitore, blindandone così l’ipotetica giunta. Questi fattori potrebbero “indebolire” l’ipotesi dei 5 Stelle come alfiere degli interessi popolari.
Certamente si sta assistendo ad un riposizionamento complessivo del Movimento, più incline ad accreditarsi complessivamente come opzione di governo affidabile per parti importanti del blocco di potere; un ceto politico “neo-borghese” pronto a raddrizzare le storture del sistema – caratterizzato anche a Genova da un sistema di clientele, corruzione e intrecci con la criminalità organizzata – ma dentro l’orizzonte di una "governabilità" che non solo non mette in discussione, ma rischia di non scalfire nemmeno i pilastri dell’attuale assetto politico-sociale a livello locale, né i profondi processi peggiorativi che sta conoscendo la Superba.
La “sinistra” e i corpi sociali intermedi che ad essa afferiscono (dirigenza di Camera del Lavoro, Arci, Comunità di S.Benedetto, “terzo settore”, associazionismo, tra gli altri) rinnova per lo più quel ruolo di subalternità all’asse di potere del PD che, se non si trasformeranno in accordi elettorali veri e propri, non ne mette in discussione le linee guida. Concependo il più delle volte solo “frizioni” che non hanno portato ad una convergenza con la Giunta (espressesi parzialmente, e solo a fine mandato) a semplici “incidenti di percorso”; come del resto sembrano confermare le vicende legate al tentativo di privatizzazione dell’azienda pubblica che gestiste il ciclo dei rifiuti, conferendola a Iren, una multi-utility che già gestisce le risorse idriche genovesi attraverso una sua controllata.
Lo spettro delle Regionali, dove la mancata alleanza con il PD (il cui corpo elettorale non ha metabolizzato positivamente la scelta di candidare la Paita da parte del suo grande sponsor Burlando) ha fatto perdere la Regione al centro sinistra “regalandola” alla destra, e lo spauracchio di “un anti-Berlusconismo senza Berlusconi” sembra essere l’idea-forza della narrazione di quella “sinistra” incline ad una alleanza con il PD.
Questa “sinistra” ha sempre sostenuto la giunta arancione nelle sue scelte peggiori di fondo: la fine dell’ipotesi del centro-sinistra ha prodotto perciò un effetto “si salvi chi può”, in cui il toto-candidato assomiglia più ad un immagine caricaturale delle fantasie del calcio mercato che ad una sfida elettorale; auto-candidature di personaggi screditati dal loro pervicace carrierismo e vere e proprie invenzioni giornalistiche. Anche quando hanno tirato fuori dal cappello il “meno peggio” – il presidente della Fondazione Ducale, Luca Borzani – tutta l’operazione cosmetica non si discostava da una copia in sedicesimi della fallimentare "rivoluzione arancione", nonostante l’indubbio valore e “il capitale simbolico” del candidato.
La destra cittadina è storicamente debole e frammentata, ma “ringaluzzita” dalla recente conquista della Regione e del vicino comune di Savona. Al suo interno la componente leghista non si è mai radicata nel capoluogo Ligure, mentre la mancanza di una “destra sociale” vicina alla galassia dei gruppi neo-fascisti – comunque presenti ed in cerca di visibilità – non conta nei giochi politici della Superba. Questo non vuol dire che la destra non punti su Genova; anzi sembra essere anche per lei un banco di prova per una possibile candidatura unitaria, in una sorta di “destra plurale”. Questo non tanto per un calcolo sulle sue forze, ma per le debolezze dell’avversario. Di fatto la destra non ha mai visto i propri interessi intralciati dal centro-sinistra, se non nelle sue più oltranziste ed episodiche crociate che hanno tratto forza più dalla cattiva gestione del centro-sinistra su alcuni temi delicati che da una vera e propria capacità politica.
Naturalmente una sinistra “sex and the city” che ha saputo condurre battaglie solo sui diritti civili individuali, mentre era protagonista, o nel migliore dei casi spettatrice, del taglio delle garanzie sociali delle classi subalterne; una "sinistra" espressione di quel ceto medio-alto, cui è spesso debitrice per la propria condizione sociale, risulta un facile bersaglio per gli attacchi della destra.
Altro cavallo di battaglia è il sovranismo di destra, specie se il “sovranismo” del Movimento 5 Stelle venisse ulteriormente diluito; un argomento che, se ben dosato, potrebbe populisticamente intercettare il risentimento delle classi subalterne in chiave anti-europeista, attraverso la narrazione del ritorno dell’Italietta della Lira.
Fonte
08/02/2017
Genova. AMIU rimane pubblica, vincono i lavoratori
Il colpo di scena che non ti aspetti arriva alle sette di sera di una giornata convulsa e infinita. Fin dal mattino i lavoratori AMIU sono scesi in corteo bloccando la città in più punti. Tra fumogeni e petardi, tutti i cori sono contro il Sindaco Doria, il PD e il sindacato Cgil che ha deciso di abbandonare i lavoratori accettando la delibera che privatizza AMIU per regalarla a IREN. La delibera era già stata bloccata la settimana scorsa ma la Giunta ha deciso di ripresentarla tale e quale. Nel frattempo la Cgil ha deciso che le mobilitazioni potevano cessare e che l'accordo non era poi così male facendosi superare a sinistra anche da Cisl e Uil. Per rincarare la dose il Sindaco aveva lasciato che le forze dell'ordine si presentassero da un lavoratore USB molto attivo nelle lotte per consegnargli una denuncia per oltraggio. Il lavoratore aveva usato un termine molto forte contro il Sindaco durante un battibecco in aula e aveva avuto il coraggio di ribadire ai giornali il proprio pensiero. Nei cori dei lavoratori, per più volte veniva ribadita la solidarietà con Emanuele e spiccava uno striscione che esprimeva la solidarietà al compagno di lavoro.
Nel pomeriggio andava in onda lo sfacelo della Giunta. Dopo aver perso due consiglieri di maggioranza (che per una volta avevano deciso di disobbedire) la maggioranza cominciava a capire che il centrodestra (pur favorevole alle privatizzazioni) avrebbe potuto votare contro. Senza il sostegno della destra il PD e il Sindaco non avevano la maggioranza che invano hanno cercato nei consiglieri di centro che alla fine si sono astenuti decretando la bocciatura della privatizzazione di AMIU.
Più che una vittoria dei gruppi politici che hanno votato contro, quella di ieri è stata una grandissima vittoria dei lavoratori che da due mesi non hanno smesso per un secondo di lottare, prima bocciando il contratto nazionale dei confederali poi imponendo in assemblea la loro linea contro la privatizzazione. Al loro fianco alcuni comitati, i due consiglieri di sinistra, il 5 stelle e la sinistra di classe.
Dall'altra parte una giunta che ha nuovamente perso la faccia vedendosi bocciare per l'ennesima volta quella politica di privatizzazione dei servizi che ha pervicacemente sostenuto fin dal suo insediamento.
Dopo la sonora bocciatura, accolta con gioia dai lavoratori che avevano resistito in piazza davanti alle transenne della polizia schierata, il Sindaco e la giunta si sono chiusi in una stanza annunciando conferenze stampa per i prossimi giorni.
Che si dimettano o meno, quella di ieri sembra proprio l'ultimo atto di una giunta e di un sindaco che sono riusciti nell'intento di far rimpiangere i loro pessimi predecessori. La giunta arancione sembra quindi definitivamente arrivata al capolinea. Sullo sfondo rimane un vuoto che potrebbe essere riempito dal 5 stelle o da quella destra che, grazie alle politiche del centrosinistra, rischia di essere scambiata per amica dei lavoratori. A meno che non siano loro stessi a scendere in campo in prima persona nella ricostruzione di una sinistra di classe di cui tutta la città ha bisogno.
Per il momento la città intera li può ringraziare. Se le partecipate sono ancora nostre e non di banche o padroni privati il merito è tutto loro.
Fonte
Nel pomeriggio andava in onda lo sfacelo della Giunta. Dopo aver perso due consiglieri di maggioranza (che per una volta avevano deciso di disobbedire) la maggioranza cominciava a capire che il centrodestra (pur favorevole alle privatizzazioni) avrebbe potuto votare contro. Senza il sostegno della destra il PD e il Sindaco non avevano la maggioranza che invano hanno cercato nei consiglieri di centro che alla fine si sono astenuti decretando la bocciatura della privatizzazione di AMIU.
Più che una vittoria dei gruppi politici che hanno votato contro, quella di ieri è stata una grandissima vittoria dei lavoratori che da due mesi non hanno smesso per un secondo di lottare, prima bocciando il contratto nazionale dei confederali poi imponendo in assemblea la loro linea contro la privatizzazione. Al loro fianco alcuni comitati, i due consiglieri di sinistra, il 5 stelle e la sinistra di classe.
Dall'altra parte una giunta che ha nuovamente perso la faccia vedendosi bocciare per l'ennesima volta quella politica di privatizzazione dei servizi che ha pervicacemente sostenuto fin dal suo insediamento.
Dopo la sonora bocciatura, accolta con gioia dai lavoratori che avevano resistito in piazza davanti alle transenne della polizia schierata, il Sindaco e la giunta si sono chiusi in una stanza annunciando conferenze stampa per i prossimi giorni.
Che si dimettano o meno, quella di ieri sembra proprio l'ultimo atto di una giunta e di un sindaco che sono riusciti nell'intento di far rimpiangere i loro pessimi predecessori. La giunta arancione sembra quindi definitivamente arrivata al capolinea. Sullo sfondo rimane un vuoto che potrebbe essere riempito dal 5 stelle o da quella destra che, grazie alle politiche del centrosinistra, rischia di essere scambiata per amica dei lavoratori. A meno che non siano loro stessi a scendere in campo in prima persona nella ricostruzione di una sinistra di classe di cui tutta la città ha bisogno.
Per il momento la città intera li può ringraziare. Se le partecipate sono ancora nostre e non di banche o padroni privati il merito è tutto loro.
Fonte
02/02/2017
Contro le provocazioni naziste a Genova
Qualche mese fa, il leader di Forza Nuova Roberto Fiore in una passeggiata quasi solitaria per il centro di Genova (che era stata spacciata per un presidio di Forza Nuova) ha annunciato che a Genova si sarebbe tenuto un convegno delle forze europee di estrema destra. La provocazione di Fiore si è svolta davanti a tutti i mezzi di informazione cittadini, così solerti nel negare ogni spazio alle lotte sociali o alle forze di classe ostili al PD ma prontissimi a rilanciare ogni vera o presunta iniziativa dei fascisti.
Un paio di giorni fa, comunque, su una pagina fb di Forza Nuova è apparsa la convocazione di un convegno di alcuni gruppi radicali legati all'APF (Alliance for Peace and Freedom). Sono preannunciati quindi a Genova, per l'undici febbraio, vari esponenti neonazisti dal Belgio, dalla Francia e dalla Germania.
Su notizie come queste occorre avere cautela. I neofascisti genovesi sono noti per iniziative che poi sono fasulle o specchietti per le allodole. In particolare non è ancora noto il luogo dell'incontro e il tutto potrebbe essere l'ennesima provocazione.
Periodicamente infatti vengono annunciate ronde per la legalità o altre nefandezze che poi regolarmente non si tengono o si rivelano piccolissimi volantinaggi.
Ovviamente la notizia ha fatto il giro del web e non va sottovalutata perché avverrebbe, non a caso, in una città in cui il sentimento antifascista è fortissimo e radicato. Genova è, tra le altre cose, medaglia d'oro della Resistenza e la città in cui il 30 giugno 1960 si sviluppò la rivolta contro lo sdoganamento del MSI da parte del governo Tambroni e la pretesa di tenere in città il congresso neofascista.
Dopo la diffusione della notizia tutta la politica genovese ha preso posizione. Il centrosinistra e i sindacati sono stati sollecitati dall'ANPI provinciale e hanno dichiarato la loro contrarietà, a cominciare dal Sindaco Doria. La destra che governa la Regione ha dichiarato nell'immediatezza di essere contraria a ogni divieto perché antidemocratico ma, successivamente, ha ammorbidito la propria posizione favorevole dichiarando che la decisione spetta alla Prefettura e alle forze dell'ordine. A favore del convegno rimane solo la Lega Nord, che comunque, ha un peso notevole nella maggioranza regionale.
Riteniamo doveroso e utile che l'ANPI abbia dichiarato la propria contrarietà al convegno e ci fa anche piacere che le istituzioni abbiano confermato il proprio sentimento antifascista. Ovviamente occorrerà contrastare in ogni modo l'agibilità dei fascisti e dei nazisti nella nostra città, ma occorrerà farlo in maniera coerente e non improvvisata.
A Genova Forza Nuova, blocco studentesco e simili sono molto deboli ma comunque godono di parecchia pubblicità, spesso sono presenti davanti alle scuole e appaiono periodicamente i loro manifesti. Recentemente Forza Nuova ha aperto una sede in un quartiere del levante. In quell'occasione la sinistra moderata ha fatto un presidio simbolico in centro il giorno prima dell'inaugurazione, mentre alcune centinaia di compagni hanno giustamente protestato nel quartiere della sede nel giorno dell'apertura. In quell'occasione le forze cosiddette responsabili hanno pensato bene di non presentarsi e i fascisti hanno potuto provocare tranquillamente, sfilando in dieci ben protetti da cordoni di polizia in tenuta antisommossa che proteggevano le loro pagliacciate e si apprestavano a denunciare alcuni compagni per inesistenti reati.
Ma non è solo questo il problema. Il sindaco Doria ha giustamente ricordato che la destra fa paura in momenti di crisi. Siamo d'accordo, ma aggiungiamo che la destra trova alimento anche in una politica antipopolare che decide di schiacciare cittadini e lavoratori in nome degli interessi di banche, padroni e Unione Europea. Il sindaco dovrebbe infatti capire che continuare a privatizzare, sostenere progetti di deindustrializzazione, lasciare case sfitte continuando a non vedere il problema abitativo, propagandare sprechi e ruberie come le grandi opere sono azioni politiche che alimentano i sentimenti razzisti e xenofobi molto più di tutto il resto. Per questo gli appelli del PD, di alcuni sindacati e del Sindaco sono per lo meno ipocriti e servono solo a rifarsi una verginità che hanno perduto da anni. Se vogliono fare qualcosa di concreto contro la destra e il razzismo dovrebbero innanzitutto cambiare politica o sparire dalla circolazione. Per il momento, comunque, ci accontenteremmo che oltre alle dichiarazioni sui giornali facessero magari partire una richiesta ufficiale a Prefetto e Questura per vietare il convegno.
In caso contrario, se il convegno sarà confermato, i compagni e le compagne di Genova risponderanno come al solito all'ennesima provocazione nazista rinsaldando il nostro legame con le forti tradizioni antifasciste alle quali non intendiamo in nessun modo rinunciare.
Fonte
Un paio di giorni fa, comunque, su una pagina fb di Forza Nuova è apparsa la convocazione di un convegno di alcuni gruppi radicali legati all'APF (Alliance for Peace and Freedom). Sono preannunciati quindi a Genova, per l'undici febbraio, vari esponenti neonazisti dal Belgio, dalla Francia e dalla Germania.
Su notizie come queste occorre avere cautela. I neofascisti genovesi sono noti per iniziative che poi sono fasulle o specchietti per le allodole. In particolare non è ancora noto il luogo dell'incontro e il tutto potrebbe essere l'ennesima provocazione.
Periodicamente infatti vengono annunciate ronde per la legalità o altre nefandezze che poi regolarmente non si tengono o si rivelano piccolissimi volantinaggi.
Ovviamente la notizia ha fatto il giro del web e non va sottovalutata perché avverrebbe, non a caso, in una città in cui il sentimento antifascista è fortissimo e radicato. Genova è, tra le altre cose, medaglia d'oro della Resistenza e la città in cui il 30 giugno 1960 si sviluppò la rivolta contro lo sdoganamento del MSI da parte del governo Tambroni e la pretesa di tenere in città il congresso neofascista.
Dopo la diffusione della notizia tutta la politica genovese ha preso posizione. Il centrosinistra e i sindacati sono stati sollecitati dall'ANPI provinciale e hanno dichiarato la loro contrarietà, a cominciare dal Sindaco Doria. La destra che governa la Regione ha dichiarato nell'immediatezza di essere contraria a ogni divieto perché antidemocratico ma, successivamente, ha ammorbidito la propria posizione favorevole dichiarando che la decisione spetta alla Prefettura e alle forze dell'ordine. A favore del convegno rimane solo la Lega Nord, che comunque, ha un peso notevole nella maggioranza regionale.
Riteniamo doveroso e utile che l'ANPI abbia dichiarato la propria contrarietà al convegno e ci fa anche piacere che le istituzioni abbiano confermato il proprio sentimento antifascista. Ovviamente occorrerà contrastare in ogni modo l'agibilità dei fascisti e dei nazisti nella nostra città, ma occorrerà farlo in maniera coerente e non improvvisata.
A Genova Forza Nuova, blocco studentesco e simili sono molto deboli ma comunque godono di parecchia pubblicità, spesso sono presenti davanti alle scuole e appaiono periodicamente i loro manifesti. Recentemente Forza Nuova ha aperto una sede in un quartiere del levante. In quell'occasione la sinistra moderata ha fatto un presidio simbolico in centro il giorno prima dell'inaugurazione, mentre alcune centinaia di compagni hanno giustamente protestato nel quartiere della sede nel giorno dell'apertura. In quell'occasione le forze cosiddette responsabili hanno pensato bene di non presentarsi e i fascisti hanno potuto provocare tranquillamente, sfilando in dieci ben protetti da cordoni di polizia in tenuta antisommossa che proteggevano le loro pagliacciate e si apprestavano a denunciare alcuni compagni per inesistenti reati.
Ma non è solo questo il problema. Il sindaco Doria ha giustamente ricordato che la destra fa paura in momenti di crisi. Siamo d'accordo, ma aggiungiamo che la destra trova alimento anche in una politica antipopolare che decide di schiacciare cittadini e lavoratori in nome degli interessi di banche, padroni e Unione Europea. Il sindaco dovrebbe infatti capire che continuare a privatizzare, sostenere progetti di deindustrializzazione, lasciare case sfitte continuando a non vedere il problema abitativo, propagandare sprechi e ruberie come le grandi opere sono azioni politiche che alimentano i sentimenti razzisti e xenofobi molto più di tutto il resto. Per questo gli appelli del PD, di alcuni sindacati e del Sindaco sono per lo meno ipocriti e servono solo a rifarsi una verginità che hanno perduto da anni. Se vogliono fare qualcosa di concreto contro la destra e il razzismo dovrebbero innanzitutto cambiare politica o sparire dalla circolazione. Per il momento, comunque, ci accontenteremmo che oltre alle dichiarazioni sui giornali facessero magari partire una richiesta ufficiale a Prefetto e Questura per vietare il convegno.
In caso contrario, se il convegno sarà confermato, i compagni e le compagne di Genova risponderanno come al solito all'ennesima provocazione nazista rinsaldando il nostro legame con le forti tradizioni antifasciste alle quali non intendiamo in nessun modo rinunciare.
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31/01/2017
Genova: la determinazione dei lavoratori blocca la delibera di privatizzazione dell’AMIU
Alle 13,30 il portone del Comune di Genova è presidiato dalle forze dell'ordine in assetto antisommossa. Sono state chiuse anche le vie laterali per impedire che i lavoratori AMIU si avvicinino al portone blindato al cui interno la giunta Doria vorrebbe far votare la delibera che privatizza l'azienda dei rifiuti AMIU cedendola alla multiutility IREN.
L'atmosfera era tesa da settimane ma si è ulteriormente riscaldata ieri mattina quando i lavoratori in assemblea hanno bocciato per l'ennesima volta la bozza accettata da Cgil, Cisl, Uil e Fiadel che, con qualche modifica di contorno, accettava di fatto la svendita della partecipata pubblica.
Questo ha creato scompiglio in una una maggioranza di centrosinistra sempre più risicata in quanto un paio di consiglieri, che fino a questo momento avevano comunque sostenuto le peggiori nefandezze contro i lavoratori, hanno annunciato voto contrario.
L'ultimo tentativo della Giunta Doria incontrava la complicità dei sindacati confederali che, fino all'ultimo secondo, hanno cercato di far digerire un accordo che i lavoratori hanno continuato a rifiutare. La forza dei lavoratori ha però prevalso e, nonostante la precettazione del Prefetto, oggi si sono presentati sotto il Comune scavalcando ogni burocrazia.
La giunta Doria aveva, con tutta probabilità, i numeri per procedere con la privatizzazione. Il PD era compatto, la “sinistra” che sostiene il Sindaco subiva un paio di defezioni ma continuava incredibilmente a sostenere le politiche fallimentari della giunta. La destra e i centristi si sarebbero astenuti o avrebbero votato a favore.
Contrari solo le due frazioni del 5 stelle (che nel frattempo ha subito una scissione interna) e i consiglieri di sinistra all'opposizione.
Evidentemente, nel rinvio hanno pesato la netta contrarietà dei lavoratori e la sollevazione delle associazioni dei commercianti, preoccupati per l'aumento della tassa sui rifiuti inserita come condizione dall'acquirente privato per risanare i conti di AMIU a spese dei cittadini.
Per l'ennesima volta, la giunta Doria è stata quindi bloccata nel tentativo di portare a termine una privatizzazione in un settore strategico della città.
Ci avevano già provato con l'azienda dei trasporti causando la reazione nelle 5 giornate di AMT. Questa volta sembravano a un passo dal risultato, ma i lavoratori hanno risposto con la lotta.
La delibera è stata però solo rinviata di una settimana, necessaria per nuove trattative. Trattative che però vedranno come protagonisti quei lavoratori che hanno sconfessato sul campo i dirigenti confederali e non si sono arresi segnando una prima vittoria parziale.
In piazza i lavoratori hanno valutato positivamente il rinvio della delibera e si sono dati appuntamento per la settimana prossima.
Il Sindaco e il PD oramai sono allo sbando. Ogni tentativo di ingannare i lavoratori non ottiene risultati e la politica delle privatizzazioni convince sempre di meno i cittadini.
Questo è l'alimento della forza dei lavoratori che non hanno ceduto di un millimetro nonostante le manovre dei sindacati di regime e di un quadro politico che occorre far saltare in aria il prima possibile.
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18/01/2017
Svendere AMIU ai privati: il colpo di coda del centrosinistra a Genova
La delibera che dovrebbe privatizzare l'azienda dei rifiuti pubblici AMIU arriverà, probabilmente, in Consiglio Comunale il 24 gennaio. Dovrebbe contenere la cessione del pacchetto di maggioranza dell'azienda pubblica a IREN, multiutility dei servizi attiva in Liguria, Piemonte ed Emilia. IREN è un'azienda che, a Genova, gestisce acqua e gas in spregio al referendum del 2011 e, nell'ultimo anno, ha accumulato profitti in sostanziale monopolio per 35 milioni di euro pari circa al 25% dell'intero fatturato. La cessione dell'AMIU a IREN è stata decisa nei mesi scorsi senza neppure una seria gara d'appalto visto che è stata presa in considerazione la sola offerta di IREN.
Come al solito, la giustificazione del Sindaco Doria e della Giunta Comunale sulla volontà di privatizzare AMIU riguarda l'applicazione del patto di stabilità e la necessità di recuperare un buco di bilancio dovuto alla cessazione dell'attività della discarica comunale di Scarpino recentemente dichiarata fuori norma. Tale discarica ha funzionato per anni e, nonostante ripetuti appelli da parte dei comitati cittadini che ne denunciavo il malfunzionamento, il Comune e i vertici di AMIU non hanno mosso un dito fino al sequestro giudiziario.
Appare evidente la volontà delle istituzioni di creare il disastro della discarica per gravare AMIU di debiti e giustificarne poi la svendita. Tra l'altro, il nuovo piano industriale studiato con IREN prevede il rientro del buco di bilancio in soli 10 anni (e non in 30 come previsto precedentemente). Questo rientro è messo nero su bianco che graverà sui cittadini genovesi che avranno aumenti sulla tassa della spazzatura dal 4 al 6%. Appare evidente che il Comune vuole favorire a tutti i costi IREN garantendogli ulteriori profitti in tempi rapidi estratti dalle tasche dei cittadini genovesi.
Tra l'altro, IREN ha già dato ampiamente prova di sé nella gestione di acqua e gas a Genova: la privatizzazione infatti non ha comportato nessun beneficio né per cittadini né per i lavoratori. A fronte di profitti continui (che vanno agli azionisti bancari di riferimento) la linea di distribuzione è totalmente obsoleta e il taglio della manutenzione della rete comporta continui e ripetuti disagi e allagamenti.
Il progetto di privatizzazione è quindi totalmente sbagliato e azzera la volontà di cittadini e utenti per favorire i progetti speculativi di IREN. La sudditanza del PD e di quel pezzo di centrosinistra che ancora sostiene il Sindaco (e si appresta a rimettere in campo la stessa operazione per le prossime comunali) agli azionisti privati è tale che si arriva addirittura a sostenere che IREN sarebbe una azienda pubblica a causa della presenza nelle quote dei Comuni interessati.
Contro la privatizzazione è in atto la giusta protesta dei lavoratori che spinge le burocrazie sindacali a protestare. La Cgil continua a perdere iscritti e non controlla più i lavoratori che, in gran parte, hanno recentemente bocciato a Genova il contratto nazionale. I vertici sindacali confederali e autonomi trattano in segreto la privatizzazione ma sono costretti a veloci marce indietro da parte di chi ha deciso comunque di lottare fino in fondo.
La partita è dunque ancora aperta e per i prossimi giorni sono previsti banchetti informativi e manifestazioni cittadine. Sul piede di guerra anche le associazioni ambientaliste che sono preoccupate anche per lo stravolgimento del progetto di raccolta differenziata che IREN ha tutto l'interesse a trasformare in un businnes per i propri inceneritori.
Ci sono quindi moltissime ragioni per sostenere questa battaglia contro la privatizzazione di AMIU e contro quel progetto di privatizzare tutto il settore pubblico che la Giunta uscente ha continuato a perseguire durante il proprio mandato.
Fin dall'inizio è stata questa la principale lotta a Genova contro i paladini della UE e dell'austerity.
Una lotta che ha visto il Sindaco Doria e la sua maggioranza schierata contro i lavoratori e che avrebbe ottenuto migliori risultati se i sindacati confederali non si fossero sempre rifiutati di unire le lotte di AMT (trasporti), ASTER (manutenzioni), AMIU (rifiuti) e ATP (trasporti provinciali) per trattare con una giunta comunale da loro a lungo sostenuta e infarcita di loro amichetti.
Motivo di più per stringersi intorno ai lavoratori contro la privatizzazione e lottare contro la riedizione di qualsiasi esperienza politica di centrosinistra a Genova in nome degli interessi di classe e della necessità di ribaltare totalmente il quadro politico nella nostra città.
Fonte
Come al solito, la giustificazione del Sindaco Doria e della Giunta Comunale sulla volontà di privatizzare AMIU riguarda l'applicazione del patto di stabilità e la necessità di recuperare un buco di bilancio dovuto alla cessazione dell'attività della discarica comunale di Scarpino recentemente dichiarata fuori norma. Tale discarica ha funzionato per anni e, nonostante ripetuti appelli da parte dei comitati cittadini che ne denunciavo il malfunzionamento, il Comune e i vertici di AMIU non hanno mosso un dito fino al sequestro giudiziario.
Appare evidente la volontà delle istituzioni di creare il disastro della discarica per gravare AMIU di debiti e giustificarne poi la svendita. Tra l'altro, il nuovo piano industriale studiato con IREN prevede il rientro del buco di bilancio in soli 10 anni (e non in 30 come previsto precedentemente). Questo rientro è messo nero su bianco che graverà sui cittadini genovesi che avranno aumenti sulla tassa della spazzatura dal 4 al 6%. Appare evidente che il Comune vuole favorire a tutti i costi IREN garantendogli ulteriori profitti in tempi rapidi estratti dalle tasche dei cittadini genovesi.
Tra l'altro, IREN ha già dato ampiamente prova di sé nella gestione di acqua e gas a Genova: la privatizzazione infatti non ha comportato nessun beneficio né per cittadini né per i lavoratori. A fronte di profitti continui (che vanno agli azionisti bancari di riferimento) la linea di distribuzione è totalmente obsoleta e il taglio della manutenzione della rete comporta continui e ripetuti disagi e allagamenti.
Il progetto di privatizzazione è quindi totalmente sbagliato e azzera la volontà di cittadini e utenti per favorire i progetti speculativi di IREN. La sudditanza del PD e di quel pezzo di centrosinistra che ancora sostiene il Sindaco (e si appresta a rimettere in campo la stessa operazione per le prossime comunali) agli azionisti privati è tale che si arriva addirittura a sostenere che IREN sarebbe una azienda pubblica a causa della presenza nelle quote dei Comuni interessati.
Contro la privatizzazione è in atto la giusta protesta dei lavoratori che spinge le burocrazie sindacali a protestare. La Cgil continua a perdere iscritti e non controlla più i lavoratori che, in gran parte, hanno recentemente bocciato a Genova il contratto nazionale. I vertici sindacali confederali e autonomi trattano in segreto la privatizzazione ma sono costretti a veloci marce indietro da parte di chi ha deciso comunque di lottare fino in fondo.
La partita è dunque ancora aperta e per i prossimi giorni sono previsti banchetti informativi e manifestazioni cittadine. Sul piede di guerra anche le associazioni ambientaliste che sono preoccupate anche per lo stravolgimento del progetto di raccolta differenziata che IREN ha tutto l'interesse a trasformare in un businnes per i propri inceneritori.
Ci sono quindi moltissime ragioni per sostenere questa battaglia contro la privatizzazione di AMIU e contro quel progetto di privatizzare tutto il settore pubblico che la Giunta uscente ha continuato a perseguire durante il proprio mandato.
Fin dall'inizio è stata questa la principale lotta a Genova contro i paladini della UE e dell'austerity.
Una lotta che ha visto il Sindaco Doria e la sua maggioranza schierata contro i lavoratori e che avrebbe ottenuto migliori risultati se i sindacati confederali non si fossero sempre rifiutati di unire le lotte di AMT (trasporti), ASTER (manutenzioni), AMIU (rifiuti) e ATP (trasporti provinciali) per trattare con una giunta comunale da loro a lungo sostenuta e infarcita di loro amichetti.
Motivo di più per stringersi intorno ai lavoratori contro la privatizzazione e lottare contro la riedizione di qualsiasi esperienza politica di centrosinistra a Genova in nome degli interessi di classe e della necessità di ribaltare totalmente il quadro politico nella nostra città.
Fonte
03/11/2016
Genova. Procede la privatizzazione a puntate dell’Amt
Con sprezzo del ridicolo, l’assessora comunale ai trasporti del Comune di Genova Dagnino ha annunciato l’esternalizzazione di 21 linee di trasporto pubblico sostenendo che non ci saranno ripercussioni negative né sui lavoratori né sugli utenti.
Le linee vengono definite collinari come a indicare che si tratta di linee minori o periferiche. In realtà, come sa bene chi conosce Genova, questa distinzione tra linee collinari e centrali è assolutamente fuorviante.
Dalle due principali valli interne e dalle colline si riversano ogni giorno in centro migliaia di cittadini e lavoratori che intaseranno il traffico con mezzi propri o saranno costretti a utilizzare linee private.
L’assessore però non si scompone e annuncia che l’esternalizzazione è stata concordata con i sindacati (che tra l’altro non muovono un dito per contestare), che non ci saranno variazioni di stipendio per i lavoratori, che il biglietto non verrà variato e che le ditte appaltatrici porteranno in dote nuovi mezzi.
Insomma, un successo della Giunta Doria che risparmierà riducendo i debiti della ditta pubblica di trasporti.
Che ci sia qualcosa di strano però non viene in mente a nessuno, neppure a Cgil, Cisl, Uil e Faisa che concordano con l’assessora (anche se continuano a mentire ai lavoratori dicendo di essere contro la privatizzazione) e neppure a quella parte di sinistra cittadina che difende a spada tratta la giunta.
Se le linee collinari sono in perdita, non si capisce perché i privati le acquistino in appalto lasciando tra l’altro inalterato il costo del lavoro, la tariffa per i cittadini e regalino alla collettività nuovi mezzi. L’unica possibilità è che si tratti di maghi o di benefattori. In realtà dovrebbe essere chiaro che i privati (per natura) sanno di guadagnarci e mettono le mani sugli appalti in attesa della svendita dell’azienda. Chiunque sia un minimo accorto sa che si verificherà una diminuzione dello stipendio, verranno tagliate le corse o si aumenterà il prezzo del biglietto. Cose tra l’altro già successe in occasione di altre linee affidate agli appalti (come il Volabus che collega il centro con l’Aeroporto di Genova dove il prezzo è triplicato e il servizio è scadente).
Già impegnato a privatizzare AMIU (l’azienda di rifiuti pubblica), nonostante il voto negativo dei lavoratori sul contratto, la Giunta Doria sigla l’ennesimo tradimento dei lavoratori e dei cittadini avviando la privatizzazione mascherata di AMT. Il tutto con l’assenso dei sindacati confederali e autonomi (la triplice con la FAISA) che fin dall’inizio avevano ingannato i lavoratori tradendo la grande lotta contro le privatizzazioni (le 5 giornate di sciopero e mobilitazione del 2013 ) con accordi farsa e incontri sottobanco per gestire la svendita dell’azienda.
Il loro silenzio assordante è la conferma di quel patto siglato da Renzi con il Sindaco Doria e avallato dai sindacati verso la riproposizione del patto del centrosinistra nelle elezioni del 2017. Un patto in cui il PD, la peggior sinistra genovese (la lista Doria, Rete a Sinistra, SEL e altre associazioni) e il sindacato pensano sia il caso di replicare una esperienza in cui a perdere sono i lavoratori e i cittadini schiacciati da norme europee, direttive nazionali del PD e da quel Decreto Madia sulle partecipate la cui applicazione mostra subito i suoi frutti avvelenati.
A tutto questo si risponde con l’azione sindacale di base che deve essere sempre più forte e con la costruzione di una sinistra di classe che recuperi il rapporto con i lavoratori e smascheri la falsa alternativa di sinistra che in questi anni a Genova ha mostrato tutta la sua inconsistenza.
Fonte
Le linee vengono definite collinari come a indicare che si tratta di linee minori o periferiche. In realtà, come sa bene chi conosce Genova, questa distinzione tra linee collinari e centrali è assolutamente fuorviante.
Dalle due principali valli interne e dalle colline si riversano ogni giorno in centro migliaia di cittadini e lavoratori che intaseranno il traffico con mezzi propri o saranno costretti a utilizzare linee private.
L’assessore però non si scompone e annuncia che l’esternalizzazione è stata concordata con i sindacati (che tra l’altro non muovono un dito per contestare), che non ci saranno variazioni di stipendio per i lavoratori, che il biglietto non verrà variato e che le ditte appaltatrici porteranno in dote nuovi mezzi.
Insomma, un successo della Giunta Doria che risparmierà riducendo i debiti della ditta pubblica di trasporti.
Che ci sia qualcosa di strano però non viene in mente a nessuno, neppure a Cgil, Cisl, Uil e Faisa che concordano con l’assessora (anche se continuano a mentire ai lavoratori dicendo di essere contro la privatizzazione) e neppure a quella parte di sinistra cittadina che difende a spada tratta la giunta.
Se le linee collinari sono in perdita, non si capisce perché i privati le acquistino in appalto lasciando tra l’altro inalterato il costo del lavoro, la tariffa per i cittadini e regalino alla collettività nuovi mezzi. L’unica possibilità è che si tratti di maghi o di benefattori. In realtà dovrebbe essere chiaro che i privati (per natura) sanno di guadagnarci e mettono le mani sugli appalti in attesa della svendita dell’azienda. Chiunque sia un minimo accorto sa che si verificherà una diminuzione dello stipendio, verranno tagliate le corse o si aumenterà il prezzo del biglietto. Cose tra l’altro già successe in occasione di altre linee affidate agli appalti (come il Volabus che collega il centro con l’Aeroporto di Genova dove il prezzo è triplicato e il servizio è scadente).
Già impegnato a privatizzare AMIU (l’azienda di rifiuti pubblica), nonostante il voto negativo dei lavoratori sul contratto, la Giunta Doria sigla l’ennesimo tradimento dei lavoratori e dei cittadini avviando la privatizzazione mascherata di AMT. Il tutto con l’assenso dei sindacati confederali e autonomi (la triplice con la FAISA) che fin dall’inizio avevano ingannato i lavoratori tradendo la grande lotta contro le privatizzazioni (le 5 giornate di sciopero e mobilitazione del 2013 ) con accordi farsa e incontri sottobanco per gestire la svendita dell’azienda.
Il loro silenzio assordante è la conferma di quel patto siglato da Renzi con il Sindaco Doria e avallato dai sindacati verso la riproposizione del patto del centrosinistra nelle elezioni del 2017. Un patto in cui il PD, la peggior sinistra genovese (la lista Doria, Rete a Sinistra, SEL e altre associazioni) e il sindacato pensano sia il caso di replicare una esperienza in cui a perdere sono i lavoratori e i cittadini schiacciati da norme europee, direttive nazionali del PD e da quel Decreto Madia sulle partecipate la cui applicazione mostra subito i suoi frutti avvelenati.
A tutto questo si risponde con l’azione sindacale di base che deve essere sempre più forte e con la costruzione di una sinistra di classe che recuperi il rapporto con i lavoratori e smascheri la falsa alternativa di sinistra che in questi anni a Genova ha mostrato tutta la sua inconsistenza.
Fonte
17/10/2016
Genova: la peggior sinistra e il PD
La “ricostruzione” della sinistra a Genova prende il nome di Rete a Sinistra. Questa coalizione comprende SEL, la pattuglia del Sindaco Doria (Lista Doria in Consiglio Comunale), i dirigenti dell'ARCI, alcune associazioni di volontariato che gestiscono pezzi di welfare attraverso le cooperative e una parte dei vari spezzoni dell'ex sinistra radicale.
Questa coalizione ha sostenuto da principio il Sindaco Doria, ne ha votato compattamente tutte le delibere (dalle privatizzazioni fino alla riproposizione delle grandi opere come gronda e terzo valico). Ha sostenuto il Sindaco quando i lavoratori delle partecipate, dell'ILVA e di altre fabbriche in crisi assediavano il palazzo dove il Sindaco era rintanato gridando all'arrivo dei barbari.
Questa coalizione ha gestito gli interessi di un gruppo di potere legato al partito di maggioranza PD che detta le politiche comunali imponendo tagli, privatizzazioni, lottizzazioni, speculazioni territoriali e immobiliari. Non ha mai pensato che il Governo di Genova stava facendo il lavoro sporco per un governo nazionale che ha inanellato jobs act e “buona scuola”, che prende in giro i pensionati, che taglia la sanità, che imbarca l'esercito in guerre illegali in giro per il mondo e che si appresta a rottamare la Carta Costituzionale.
Questo incubo di sinistra genovese continua a non vedere, non sentire e non capire. Per qualche tempo ci ha raccontato la favola che il Sindaco Doria era costretto a seguire il PD, poi ci ha raccontato che occorreva sostenerlo perché non tagliava il welfare in tempi difficili (in realtà tagliava e privatizzava ma occorreva far finta di niente), dopodiché ha pensato che sarebbe stato possibile ripartire da Doria ma intanto proponeva come nuovo sindaco il Presidente della Fondazione Palazzo Ducale Borzani, che è di area PD ma, molto più a sinistra... In difficoltà ha provato a lanciare Ignazio Marino come candidato (perché nato a Genova...); ora continua a sostenere che il sindaco uscente è la miglior scelta per incalzare il PD sui programmi. Dei quali, ovviamente, non si fa alcuna menzione.
Nel frattempo Genova si appresta alle elezioni del 2017 con una disoccupazione dilagante, con un territorio fragilissimo dal punto di vista idrogeologico, con attività produttive che continuano a chiudere, con la privatizzazione dell'AMIU in dirittura di arrivo, con gli speculatori che gongolano con i lavori dell'inutile Terzo Valico, con la promessa dell'altrettanto inutile Gronda di Ponente, con i lavori di uno scolmatore del Bisagno che servirà solo a far crescere i profitti di Salini-Impregilo permettendo a Renzi di far continui spot elettorali sulla pelle dei cittadini e dei lavoratori.
Tutto questo la cosiddetta sinistra genovese non lo capisce e fa finta di non capirlo perché legata da un filo indissolubile con il Partito Democratico. Scambia i diritti dei lavoratori con gli assessorati nei municipi, considera chi lotta per la casa o contro le grandi opere come dei sognatori buoni solo per raccattare qualche voto con promesse da marinaio prima delle elezioni. Non commettono errori, agiscono di proposito per salvare se stessi lavorando scientificamente per sacrificare i diritti dei più deboli. Non sono incapaci, sono dei nemici dei lavoratori.
Se qualcuno volesse comprendere perché la parola sinistra è diventata un incubo per chi lavora può quindi tranquillamente passare da Genova dove qualche giorno fa, Renzi in persona ha fatto sapere che per il momento il Sindaco Doria va sostenuto in cambio del silenzio o dell'appoggio al referendum costituzionale.
Di questa sinistra non sappiamo che farcene. Non è solo inutile ma fa enormi danni. Chiunque voglia ricostruirla per davvero e sottrarre i lavoratori alla propaganda della destra razzista per prima cosa deve lavorare per farla sparire dalla faccia della politica e ricominciare dal basso con una coalizione di lavoratori e cittadini che in questi anni hanno fatto lotte, opposizione e sono stati dalla parte dei più deboli.
La via per la sinistra di classe e dei lavoratori a Genova è strettissima e non prevede scorciatoie di nessun tipo. L'alternativa che va praticata è fatta da quella parte di lavoratori e attivisti sociali che in questi anni non hanno avuto nulla a che spartire con le contorsioni delle fallimentari esperienze arancioni. Ripartire da qui è l'unica scelta percorribile. Tutto il resto è, per quel che ci riguarda, una perdita di tempo e una presa in giro per i lavoratori e le fasce più deboli.
Fonte
Questa coalizione ha sostenuto da principio il Sindaco Doria, ne ha votato compattamente tutte le delibere (dalle privatizzazioni fino alla riproposizione delle grandi opere come gronda e terzo valico). Ha sostenuto il Sindaco quando i lavoratori delle partecipate, dell'ILVA e di altre fabbriche in crisi assediavano il palazzo dove il Sindaco era rintanato gridando all'arrivo dei barbari.
Questa coalizione ha gestito gli interessi di un gruppo di potere legato al partito di maggioranza PD che detta le politiche comunali imponendo tagli, privatizzazioni, lottizzazioni, speculazioni territoriali e immobiliari. Non ha mai pensato che il Governo di Genova stava facendo il lavoro sporco per un governo nazionale che ha inanellato jobs act e “buona scuola”, che prende in giro i pensionati, che taglia la sanità, che imbarca l'esercito in guerre illegali in giro per il mondo e che si appresta a rottamare la Carta Costituzionale.
Questo incubo di sinistra genovese continua a non vedere, non sentire e non capire. Per qualche tempo ci ha raccontato la favola che il Sindaco Doria era costretto a seguire il PD, poi ci ha raccontato che occorreva sostenerlo perché non tagliava il welfare in tempi difficili (in realtà tagliava e privatizzava ma occorreva far finta di niente), dopodiché ha pensato che sarebbe stato possibile ripartire da Doria ma intanto proponeva come nuovo sindaco il Presidente della Fondazione Palazzo Ducale Borzani, che è di area PD ma, molto più a sinistra... In difficoltà ha provato a lanciare Ignazio Marino come candidato (perché nato a Genova...); ora continua a sostenere che il sindaco uscente è la miglior scelta per incalzare il PD sui programmi. Dei quali, ovviamente, non si fa alcuna menzione.
Nel frattempo Genova si appresta alle elezioni del 2017 con una disoccupazione dilagante, con un territorio fragilissimo dal punto di vista idrogeologico, con attività produttive che continuano a chiudere, con la privatizzazione dell'AMIU in dirittura di arrivo, con gli speculatori che gongolano con i lavori dell'inutile Terzo Valico, con la promessa dell'altrettanto inutile Gronda di Ponente, con i lavori di uno scolmatore del Bisagno che servirà solo a far crescere i profitti di Salini-Impregilo permettendo a Renzi di far continui spot elettorali sulla pelle dei cittadini e dei lavoratori.
Tutto questo la cosiddetta sinistra genovese non lo capisce e fa finta di non capirlo perché legata da un filo indissolubile con il Partito Democratico. Scambia i diritti dei lavoratori con gli assessorati nei municipi, considera chi lotta per la casa o contro le grandi opere come dei sognatori buoni solo per raccattare qualche voto con promesse da marinaio prima delle elezioni. Non commettono errori, agiscono di proposito per salvare se stessi lavorando scientificamente per sacrificare i diritti dei più deboli. Non sono incapaci, sono dei nemici dei lavoratori.
Se qualcuno volesse comprendere perché la parola sinistra è diventata un incubo per chi lavora può quindi tranquillamente passare da Genova dove qualche giorno fa, Renzi in persona ha fatto sapere che per il momento il Sindaco Doria va sostenuto in cambio del silenzio o dell'appoggio al referendum costituzionale.
Di questa sinistra non sappiamo che farcene. Non è solo inutile ma fa enormi danni. Chiunque voglia ricostruirla per davvero e sottrarre i lavoratori alla propaganda della destra razzista per prima cosa deve lavorare per farla sparire dalla faccia della politica e ricominciare dal basso con una coalizione di lavoratori e cittadini che in questi anni hanno fatto lotte, opposizione e sono stati dalla parte dei più deboli.
La via per la sinistra di classe e dei lavoratori a Genova è strettissima e non prevede scorciatoie di nessun tipo. L'alternativa che va praticata è fatta da quella parte di lavoratori e attivisti sociali che in questi anni non hanno avuto nulla a che spartire con le contorsioni delle fallimentari esperienze arancioni. Ripartire da qui è l'unica scelta percorribile. Tutto il resto è, per quel che ci riguarda, una perdita di tempo e una presa in giro per i lavoratori e le fasce più deboli.
Fonte
04/10/2016
Genova. Inizia la rivolta dei lavoratori Amiu?
A leggere stamattina gli ineffabili bollettini on line dei giornali locali (Secolo XIX e Repubblica-Genova) ieri a Genova non è successo niente. Eppure, ieri mattina alla sala Chiamata del Porto, è andata in porto una durissima contestazione dei lavoratori dell'igiene urbana AMIU nei confronti dei sindacati confederali e autonomi che spadroneggiano nell'azienda tutt'ora totalmente pubblica.
I sindacati confederali e autonomi avevano infatti indetto una assemblea pubblica per far approvare il nuovo contratto di settore, approvazione contestata in tutta Italia e che sta ricevendo parecchi voti contrari. A Genova la situazione è però ancora più complicata in quanto è in dirittura di arrivo la procedura di privatizzazione di AMIU le cui quote saranno cedute alla multiutility IREN, l'unica ad aver presentato bando pubblico di acquisizione.
I lavoratori contestano il nuovo contratto ma la rabbia è aumentata dal processo di privatizzazione che i sindacati hanno la faccia tosta di nascondere. In realtà, Cgil, Cisl, Uil e Fiadel, in perfetta assonanza con il Sindaco Doria, considerano, con sprezzo del ridicolo, IREN come un partner pubblico. Come tutti sanno invece, IREN è una multiutility privata che controlla tra l'altro la gestione dell'acqua a Genova. Sindacati confederali e giunta di centrosinistra dovrebbero battersi per la ripubblicizzazione dell'acqua come richiesto da un referendum nazionale e invece prendono in giro i lavoratori sostenendo di aver salvato il carattere pubblico di AMIU.
Come spesso accade in questi casi, ieri l'assemblea pubblica con oltre 500 lavoratori si è svolta in un clima di confusione. USB e il coordinamento ULA (Unione Lavoratori AMIU) volantinavano fuori dalla sala contro il nuovo contratto e contro la svendita di AMIU mentre, all'interno, i sindacati tenevano il solito teatrino surreale sostenendo di aver ottenuto una grande vittoria. La confusione tra i lavoratori è molto alta in quanto nei mesi scorsi i confederali avevano indetto parecchi scioperi contro la privatizzazione. Peccato che gli stessi burocrati che al mattino sfilavano con slogan rivoluzionari, al pomeriggio si incontravano con il Sindaco per stabilire le regole della privatizzazione. Questo atteggiamento indecente è una caratteristica tipica dei sindacati genovesi: tutta la Cgil, nei mesi scorsi, è scesa in piazza anche contro la Giunta ma l'avvicinarsi delle elezioni comunali sembra aver compattato Sindaco e organizzazioni sindacali terrorizzati da una possibile sconfitta del centrosinistra. Visto che di cambiare politica non se ne parla proprio, il modo migliore rimane quello di ingannare i lavoratori. E continuare con le privatizzazioni, la svendita del patrimonio industriale etc..
Durante l'assemblea un buon gruppo, ben oltre la metà, ieri ha contestato duramente e ha abbandonato la sala lasciando i burocrati di fronte a pochissimi lavoratori. Le immagini parlano chiaro. I lavoratori hanno lasciato la sala perché stufi di essere ingannati.
E' ovviamente presto per capire se i lavoratori hanno assunto la consapevolezza necessaria in questa fase e sono pronti ad abbandonare i sindacati complici. Sicuramente i giornali locali tacciono perché sanno che la contestazione ai sindacalisti è anche una contestazione al Sindaco e al PD che stanno riorganizzandosi per le prossime elezioni. Altro che manipolo di sobillatori esterni, come sostengono alcuni burocrati, la contestazione arriva dall'interno dell'azienda che non è pacificata come vorrebbero lorsignori.
Per il sindacato di base USB e per i lavoratori combattivi comunque quello di ieri è un ottimo risultato. Se cade la maschera del sindacato complice e di una politica pronta solo a seguire le direttive liberiste della UE è un buon viatico per riprendere il filo di una lotta decisiva contro le privatizzazioni e contro l'impoverimento cittadino. E progettare un futuro diverso per la città di Genova.
Fonte
22/08/2016
Profughi e sciacalli a Genova
Venti profughi che dovrebbero essere sistemati in un appartamento pubblico inutilizzato in Via XX Settembre a Genova scaldano l'atmosfera della politica genovese.
In realtà è una questione tutta simbolica e una classe politica incapace di agire su qualsiasi problema reale ci si tuffa a capofitto. Dimostrando il livello di sciacallaggio a cui giunge una politica inguardabile e un mondo della comunicazione che amplifica a dismisura il problema. Ma chi sono gli sciacalli? Ce ne sono di diversi tipi, a cominciare dai peggiori di tutti: i leghisti rappresentati dal solito Rixi, i fascisti di Forza Nuova che all'occasione spuntano nonostante di fatto a Genova non esistano, i candidati alle primarie del PD (Regazzoni) che hanno deciso che c'è uno spazio a destra. Volenti o meno, il loro razzismo è quello classico, biologico. Campano alimentando paure con la scusa dell'insicurezza sociale. A loro si uniscono i giornali che sanno quali notizie fanno vendere copie e non esitano a pubblicare qualsiasi sconcezza esca dalla bocca di questi personaggi.
Dall'altra parte il centrosinistra, il Sindaco e gli assessori (in)competenti che ripetono come un mantra il tema della necessaria integrazione ma applicano politiche che vanno in senso contrario a ogni integrazione reale.
La notizia è che il Prefetto ha ordinato la requisizione di una casa demaniale abbandonata per ospitare i profughi. Ha fatto benissimo, peccato che di case di quel tipo a Genova ne esistano circa ventimila e il Prefetto non muova un dito per assegnarle a chi la casa non ce l'ha o viene sfrattato per morosità (in media una famiglia al giorno). Se si requisissero le case e si ordinassero lavori di ristrutturazione urgenti per risolvere il problema abitativo si darebbe lavoro in edilizia e si avrebbero molte più case del necessario per accogliere tutti gli italiani che una casa non ce l'hanno e molti più stranieri di quanti facciano richiesta. In questo modo, oltre a recuperare patrimonio pubblico e far crescere le casse comunali con affitti equi, si toglierebbe un'arma propagandistica a razzisti e fascisti ma questo concetto a chi governa non interessa. Preferiscono sostenere i grandi proprietari e chi specula sugli affitti lasciando che i razzisti convincano i genovesi che la colpa è dei profughi.
Il Sindaco e gli assessori, apparentemente dotati di buon senso antirazzista, continuano a propagandare l'idea che i profughi possono essere usati per lavori gratuiti (in questo caso aiuterebbero il vicino mercato orientale) di pubblica utilità. Quei lavori andrebbero fatti da lavoratori in regola e pagati secondo i contratti di lavoro stabiliti dalle leggi. Gli immigrati non devono essere usati come arma per abbassare diritti e costo del lavoro ma questo evidentemente c'è chi non lo capisce e alimenta la propaganda fascista di chi sostiene che gli immigrati rubano il posto agli italiani.
Anche in questo caso è facile capire che i lavori da fare sono infiniti e che, volendo investire, ci sarebbe spazio per molti disoccupati indipendentemente dal colore della pelle. Evidentemente la coperta è corta: privatizzazioni e tagli sono la politica dominante e si usano i profughi per tappare buchi facendoli lavorare gratis con il piccolo problema di fornire, anche in questo caso, argomenti per la propaganda xenofoba.
Su tutta la questione dei profughi comunque la gestione è surreale. Per ottenere lo status di rifugiato i tempi sono lunghissimi. Nell'intervallo si destinano risorse a enti privati (non solo cooperative) che si prendono quasi tutto e ai profughi non resta un euro. Il motivo per cui stazionano agli angoli delle strade a chiedere l'elemosina sta tutto qua, non esiste nessun complotto e nessun particolare racket gestito esternamente. Se le risorse venissero date direttamente ai profughi (magari sotto forma di buoni da usare obbligatoriamente nel Comune di Residenza) la gestione sarebbe molto più trasparente, l'economia cittadina ne guadagnerebbe e il “business dell'accoglienza” finirebbe di essere il principale cavallo di battaglia delle peggiori destre.
La divisione dei lavoratori in etnie, nazioni e religioni è da anni sfruttata dai padroni e dalla peggior politica per sfruttare meglio tutti: sotto questo aspetto nulla di nuovo. Tra chi specula ci sono come al solito i peggiori razzisti ma anche chi continua a mettere in atto politiche che di antirazzista hanno solo la forma. I cittadini stranieri che hanno diritto all'asilo politico devono saperlo in tempi rapidissimi (rendendo la fase di soggiorno di emergenza molto breve e gestibile), i lavoratori che decidono di trasferirsi in Italia devono essere immediatamente regolarizzati e avere regole lavorative e stipendiali assolutamente identiche a ogni lavoratore italiano, chi vuol transitare verso altri paesi deve avere facilità di attraversare la frontiera abbattendo quelle vergogne che in questi mesi si vedono non solo a Ventimiglia.
In una situazione di regole certe, chi decide di lavorare e vivere in Italia avrà le stesse condizioni di tutti i lavoratori italiani, potrà organizzarsi con loro per migliorare le proprie condizioni e lottare contro le politiche di sfruttamento. Chi scapperà da fame e guerre potrà tranquillamente attraversare i confini e vivere nel luogo che sceglie rispettando le regole che troverà. In questo modo i padroni e i politici liberali non potranno più nascondere politiche criminali con la scusa dell'antirazzismo, i fascisti e i leghisti avranno soltanto da ritornare nelle loro fogne a teorizzare superiorità razziali in nome del colore della pelle e della religione non avendo più nulla da dire a chi è sfruttato.
Nel mondo esistono solo due razze: chi sfrutta e chi è sfruttato.
Fonte
In realtà è una questione tutta simbolica e una classe politica incapace di agire su qualsiasi problema reale ci si tuffa a capofitto. Dimostrando il livello di sciacallaggio a cui giunge una politica inguardabile e un mondo della comunicazione che amplifica a dismisura il problema. Ma chi sono gli sciacalli? Ce ne sono di diversi tipi, a cominciare dai peggiori di tutti: i leghisti rappresentati dal solito Rixi, i fascisti di Forza Nuova che all'occasione spuntano nonostante di fatto a Genova non esistano, i candidati alle primarie del PD (Regazzoni) che hanno deciso che c'è uno spazio a destra. Volenti o meno, il loro razzismo è quello classico, biologico. Campano alimentando paure con la scusa dell'insicurezza sociale. A loro si uniscono i giornali che sanno quali notizie fanno vendere copie e non esitano a pubblicare qualsiasi sconcezza esca dalla bocca di questi personaggi.
Dall'altra parte il centrosinistra, il Sindaco e gli assessori (in)competenti che ripetono come un mantra il tema della necessaria integrazione ma applicano politiche che vanno in senso contrario a ogni integrazione reale.
La notizia è che il Prefetto ha ordinato la requisizione di una casa demaniale abbandonata per ospitare i profughi. Ha fatto benissimo, peccato che di case di quel tipo a Genova ne esistano circa ventimila e il Prefetto non muova un dito per assegnarle a chi la casa non ce l'ha o viene sfrattato per morosità (in media una famiglia al giorno). Se si requisissero le case e si ordinassero lavori di ristrutturazione urgenti per risolvere il problema abitativo si darebbe lavoro in edilizia e si avrebbero molte più case del necessario per accogliere tutti gli italiani che una casa non ce l'hanno e molti più stranieri di quanti facciano richiesta. In questo modo, oltre a recuperare patrimonio pubblico e far crescere le casse comunali con affitti equi, si toglierebbe un'arma propagandistica a razzisti e fascisti ma questo concetto a chi governa non interessa. Preferiscono sostenere i grandi proprietari e chi specula sugli affitti lasciando che i razzisti convincano i genovesi che la colpa è dei profughi.
Il Sindaco e gli assessori, apparentemente dotati di buon senso antirazzista, continuano a propagandare l'idea che i profughi possono essere usati per lavori gratuiti (in questo caso aiuterebbero il vicino mercato orientale) di pubblica utilità. Quei lavori andrebbero fatti da lavoratori in regola e pagati secondo i contratti di lavoro stabiliti dalle leggi. Gli immigrati non devono essere usati come arma per abbassare diritti e costo del lavoro ma questo evidentemente c'è chi non lo capisce e alimenta la propaganda fascista di chi sostiene che gli immigrati rubano il posto agli italiani.
Anche in questo caso è facile capire che i lavori da fare sono infiniti e che, volendo investire, ci sarebbe spazio per molti disoccupati indipendentemente dal colore della pelle. Evidentemente la coperta è corta: privatizzazioni e tagli sono la politica dominante e si usano i profughi per tappare buchi facendoli lavorare gratis con il piccolo problema di fornire, anche in questo caso, argomenti per la propaganda xenofoba.
Su tutta la questione dei profughi comunque la gestione è surreale. Per ottenere lo status di rifugiato i tempi sono lunghissimi. Nell'intervallo si destinano risorse a enti privati (non solo cooperative) che si prendono quasi tutto e ai profughi non resta un euro. Il motivo per cui stazionano agli angoli delle strade a chiedere l'elemosina sta tutto qua, non esiste nessun complotto e nessun particolare racket gestito esternamente. Se le risorse venissero date direttamente ai profughi (magari sotto forma di buoni da usare obbligatoriamente nel Comune di Residenza) la gestione sarebbe molto più trasparente, l'economia cittadina ne guadagnerebbe e il “business dell'accoglienza” finirebbe di essere il principale cavallo di battaglia delle peggiori destre.
La divisione dei lavoratori in etnie, nazioni e religioni è da anni sfruttata dai padroni e dalla peggior politica per sfruttare meglio tutti: sotto questo aspetto nulla di nuovo. Tra chi specula ci sono come al solito i peggiori razzisti ma anche chi continua a mettere in atto politiche che di antirazzista hanno solo la forma. I cittadini stranieri che hanno diritto all'asilo politico devono saperlo in tempi rapidissimi (rendendo la fase di soggiorno di emergenza molto breve e gestibile), i lavoratori che decidono di trasferirsi in Italia devono essere immediatamente regolarizzati e avere regole lavorative e stipendiali assolutamente identiche a ogni lavoratore italiano, chi vuol transitare verso altri paesi deve avere facilità di attraversare la frontiera abbattendo quelle vergogne che in questi mesi si vedono non solo a Ventimiglia.
In una situazione di regole certe, chi decide di lavorare e vivere in Italia avrà le stesse condizioni di tutti i lavoratori italiani, potrà organizzarsi con loro per migliorare le proprie condizioni e lottare contro le politiche di sfruttamento. Chi scapperà da fame e guerre potrà tranquillamente attraversare i confini e vivere nel luogo che sceglie rispettando le regole che troverà. In questo modo i padroni e i politici liberali non potranno più nascondere politiche criminali con la scusa dell'antirazzismo, i fascisti e i leghisti avranno soltanto da ritornare nelle loro fogne a teorizzare superiorità razziali in nome del colore della pelle e della religione non avendo più nulla da dire a chi è sfruttato.
Nel mondo esistono solo due razze: chi sfrutta e chi è sfruttato.
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29/02/2016
Genova - Come si è stinto (ed estinto) l'arancione del sindaco Doria
Ancora la grande stampa nazionale non si è accorta del “caso politico” Genova. La Liguria ha fatto notizia, è diventata emblematica lo scorso anno quando primarie spurie, provocando profonde fratture nel PD e l’uscita dal partito di Sergio Cofferati, finirono col portare nelle successive elezioni regionali al rovesciamento di un quadro politico che sembrava consolidato attorno alla figura del dominus, il governatore Claudio Burlando, alle cui spalle peraltro reggeva l’entente cordiale con l’altro Claudio, l’ex-ministro forzista Scaiola.
Prima però di questa crisi relativamente recente, a livello cittadino si era verificato, giusto quattro anni fa, un evento eclatante agli occhi di un corpo politico avvezzo per tradizione a coltivare il “primato del Partito”, e cioè la sconfitta alle primarie per il Comune di Genova tanto del sindaco uscente Marta Vincenzi quanto dell’allora deputata Roberta Pinotti, entrambe PD. Marco Doria, professore universitario, convinto da un ristretto gruppo di amici intellettuali in larga parte di provenienza PCI, si presentò e vinse, favorito anche dalla doppia candidatura che gli si contrapponeva. Molto fu lo sconcerto, da una parte, e la speranza di una discontinuità, dall’altra.
Alle elezioni, forte dell’influenza grande di don Andrea Gallo sulla “sinistra diffusa” e godendo palesemente del suo appoggio, Doria vinse, portando in consiglio comunale ben sei eletti della sua lista. Un trionfo, una maggioranza più che sicura.
Tornando all’oggi o a ieri l’altro, non è un caso che, prima ancora dei dissapori del costituendo partito della Sinistra Italiana nei confronti dell’arancione più eminente, Giuliano Pisapia, uno dei componenti della triade nazionale (assieme a Zedda cagliaritano), Doria, per l’appunto, venisse per amor patrio omesso dall’onore delle cronache, espunto dai presunti fasti di stampo arancione. Che cosa è successo nel frattempo, che ne è stato di un programma elettorale discusso anche con la sinistra, per così dire, istituzionale, che conteneva, oltre a posizioni ambigue o “aperte”, anche punti pregevoli?
Un processo a senso unico, maledettamente unico, costituito da rotture via via più laceranti col corpo vivo della società e destinate a ripercuotersi cumulativamente sulla rappresentanza comunale, tanto che oggi la Giunta Doria non gode più della maggioranza consiliare e qualcuno fa balenare l’eventualità dello scioglimento e di elezioni anticipate, che verrebbero accorpate con le amministrative previste in primavera per alcune grandi città.
C’è da premettere che nel Consiglio siedono, in varia collocazione esponenti (alcuni fino all’altro ieri ufficialmente membri della maggioranza, altri collocati nel gruppo del Movimento 5 Stelle) che sono stati e sono espressione più che di partito, delle lotte sul territorio (il contrasto alle grandi opere: terzo valico, gronda autostradale ecc.).
Andando la politica amministrativa in senso sostanzialmente opposto alle speranze degli elettori, il confronto pubblico si fece aspro, tanto che in diverse occasioni (vertenza degli autisti del trasporto pubblico AMT, scontro con i lavoratori delle aziende partecipate considerati dei privilegiati, e quindi atteggiamento di supponenza, se non di dispregio, nei confronti della stessa CGIL), le sedute del Consiglio furono sbarrate al pubblico “contestatore” e si tennero a porte chiuse.
Diciamo che nei primi sei mesi del mandato, Doria, forte del suo gruppo consiliare e dei rappresentanti della sinistra (Federazione della Sinistra e SEL) entrambi in maggioranza, avrebbe potuto giocarsi la partita da posizioni di forza. Così non fu, mentre il PD nutriva nei suoi confronti un atteggiamento diffidente (bruciava ancora la sconfitta alle primarie!), Successivamente, le parti si ribaltarono e fu Doria a lasciarsi condizionare pesantemente; oggi, il PD segnala una presa di distanza, temendo, a ragione, di finire schiacciato da un “abbraccio mortale”, al culmine di un’esperienza fallimentare.
Sintetizzando, è mancata una idea di città, nessun progetto di riconversione ecologica e sociale: un assessore è giunto ad affermare che non è il traffico privato ad essere un problema, bensì la mancanza di parcheggi; non vengono contrastati progetti edilizi, come il Nuovo Ospedale Galliera, che impattano fortemente sul tessuto urbanistico; procedono le privatizzazioni, che si preannunciano come dequalificazione dei servizi; si lascia mano libera in fatto di progettazione ai poteri forti e alle multinazionali sui nodi fondamentali (porto, cantieri navali, aziende elettroniche).
In vista di elezioni che, al più tardi, si dovranno tenere nel 2017, il gioco, la simulazione cui si assiste, è quella di prefigurare il nome di un candidato di prestigio, cui la sinistra-sinistra organizzata, sostanzialmente assente dallo scontro politico cittadino, non possa dire di no: pronti comunque a far scattare il ricatto del “voto utile”. La ricerca non sarà facile: Luca Borzani, presidente di Palazzo Ducale (attività culturale) ha immediatamente rinviato l’invito al mittente.
Fonte
Prima però di questa crisi relativamente recente, a livello cittadino si era verificato, giusto quattro anni fa, un evento eclatante agli occhi di un corpo politico avvezzo per tradizione a coltivare il “primato del Partito”, e cioè la sconfitta alle primarie per il Comune di Genova tanto del sindaco uscente Marta Vincenzi quanto dell’allora deputata Roberta Pinotti, entrambe PD. Marco Doria, professore universitario, convinto da un ristretto gruppo di amici intellettuali in larga parte di provenienza PCI, si presentò e vinse, favorito anche dalla doppia candidatura che gli si contrapponeva. Molto fu lo sconcerto, da una parte, e la speranza di una discontinuità, dall’altra.
Alle elezioni, forte dell’influenza grande di don Andrea Gallo sulla “sinistra diffusa” e godendo palesemente del suo appoggio, Doria vinse, portando in consiglio comunale ben sei eletti della sua lista. Un trionfo, una maggioranza più che sicura.
Tornando all’oggi o a ieri l’altro, non è un caso che, prima ancora dei dissapori del costituendo partito della Sinistra Italiana nei confronti dell’arancione più eminente, Giuliano Pisapia, uno dei componenti della triade nazionale (assieme a Zedda cagliaritano), Doria, per l’appunto, venisse per amor patrio omesso dall’onore delle cronache, espunto dai presunti fasti di stampo arancione. Che cosa è successo nel frattempo, che ne è stato di un programma elettorale discusso anche con la sinistra, per così dire, istituzionale, che conteneva, oltre a posizioni ambigue o “aperte”, anche punti pregevoli?
Un processo a senso unico, maledettamente unico, costituito da rotture via via più laceranti col corpo vivo della società e destinate a ripercuotersi cumulativamente sulla rappresentanza comunale, tanto che oggi la Giunta Doria non gode più della maggioranza consiliare e qualcuno fa balenare l’eventualità dello scioglimento e di elezioni anticipate, che verrebbero accorpate con le amministrative previste in primavera per alcune grandi città.
C’è da premettere che nel Consiglio siedono, in varia collocazione esponenti (alcuni fino all’altro ieri ufficialmente membri della maggioranza, altri collocati nel gruppo del Movimento 5 Stelle) che sono stati e sono espressione più che di partito, delle lotte sul territorio (il contrasto alle grandi opere: terzo valico, gronda autostradale ecc.).
Andando la politica amministrativa in senso sostanzialmente opposto alle speranze degli elettori, il confronto pubblico si fece aspro, tanto che in diverse occasioni (vertenza degli autisti del trasporto pubblico AMT, scontro con i lavoratori delle aziende partecipate considerati dei privilegiati, e quindi atteggiamento di supponenza, se non di dispregio, nei confronti della stessa CGIL), le sedute del Consiglio furono sbarrate al pubblico “contestatore” e si tennero a porte chiuse.
Diciamo che nei primi sei mesi del mandato, Doria, forte del suo gruppo consiliare e dei rappresentanti della sinistra (Federazione della Sinistra e SEL) entrambi in maggioranza, avrebbe potuto giocarsi la partita da posizioni di forza. Così non fu, mentre il PD nutriva nei suoi confronti un atteggiamento diffidente (bruciava ancora la sconfitta alle primarie!), Successivamente, le parti si ribaltarono e fu Doria a lasciarsi condizionare pesantemente; oggi, il PD segnala una presa di distanza, temendo, a ragione, di finire schiacciato da un “abbraccio mortale”, al culmine di un’esperienza fallimentare.
Sintetizzando, è mancata una idea di città, nessun progetto di riconversione ecologica e sociale: un assessore è giunto ad affermare che non è il traffico privato ad essere un problema, bensì la mancanza di parcheggi; non vengono contrastati progetti edilizi, come il Nuovo Ospedale Galliera, che impattano fortemente sul tessuto urbanistico; procedono le privatizzazioni, che si preannunciano come dequalificazione dei servizi; si lascia mano libera in fatto di progettazione ai poteri forti e alle multinazionali sui nodi fondamentali (porto, cantieri navali, aziende elettroniche).
In vista di elezioni che, al più tardi, si dovranno tenere nel 2017, il gioco, la simulazione cui si assiste, è quella di prefigurare il nome di un candidato di prestigio, cui la sinistra-sinistra organizzata, sostanzialmente assente dallo scontro politico cittadino, non possa dire di no: pronti comunque a far scattare il ricatto del “voto utile”. La ricerca non sarà facile: Luca Borzani, presidente di Palazzo Ducale (attività culturale) ha immediatamente rinviato l’invito al mittente.
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