Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
18/07/2022
Giulio II, i ravennati e la monnezza a Roma
Con la fine dello stato di emergenza Covid, nonostante il cruento conflitto che dilania russi e ucraini, sembra che il flusso dei turisti, che inonda la città di Roma, sia ritornato ai livelli precedenti alla fase acuta e pervasiva della crisi pandemica.
Il traffico aereo ha subito un notevole incremento: ogni giorno, le compagnie aeree di tutto il mondo scaricano migliaia di passeggeri, molti dei quali soggiornano nella capitale, per visitare le piazze, i musei, gli incantevoli reperti archeologici e per provare a rivivere l’esperienza di tuffarsi in antiche atmosfere. Flotte consistenti di visitatori nazionali e internazionali, prendono la direzione Ostiense, per immergersi nel Parco archeologico di Ostia Antica. Ma non appena escono dalla stazione della metro, nel percorrere una stradina chiusa al traffico che costeggia il Parco dei Ravennati, si trovano davanti ai loro occhi uno spettacolo che li lascia perplessi: la spazzatura disseminata tra le erbacce e le sterpaglie che contrasta con la bellezza delle maestose pigne che ammantano il castello di Giulio II.
I viaggiatori, sotto la pressione dei tour operators, in genere, non trovano il tempo per ammirare il grazioso borgo e tirano dritti verso gli scavi, là dove, spesso, incontreranno una guida locale, pronta a inebriarli con una narrazione che rievoca gli antichi fasti e splendori del primo porto di Roma.
Nel ritrovarsi in uno dei siti archeologici più grandi del pianeta, come al solito, apprenderanno il nome di un illustre monarca come Anco Marzio, ma continueranno a ignorare l’utilizzo dei prigionieri rinchiusi nel castello e impiegati ai lavori forzati per portare alla luce i primi rinvenimenti dei reperti archeologici, portati avanti e sostenuti, in prima battuta, da Pio VII (1800-1823) e successivamente da Pio IX (1846-1878), sino alla breccia di Porta Pia, nel 1870. Così come, difficilmente, le loro menti intercetteranno la storia dei braccianti romagnoli, chiamati a bonificare i territori di Ostia e Maccarese, per debellare la malaria.
In piena epoca rinascimentale, gli interessi del potere temporale del papato furono indirizzati al controllo della ripresa dei traffici commerciali lungo l’ultimo tratto navigabile del Tevere e sulle saline che si trovavano in prossimità di quest’area. Da qui il bisogno di costruire un borgo sulle rovine di Gregoriopoli e un castello che lo proteggesse dalle “incursioni straniere”.
La fortezza contro gli “invasori” fu completata da Giuliano della Rovere, ovvero da Giulio II, il “Papa guerriero” che esercitò un forte fascino su Machiavelli, tanto che gli dedicò una sezione di un capitolo de Il Principe.
Quest’uomo, agli occhi di Machiavelli, incarnava la figura del principe ideale, era ambizioso e aggressivo al punto giusto, agiva senza troppe paure e procedeva «in modo assennato, con prudenza e umanità evitando così sia un eccesso di fiducia che lo rendeva incauto, sia l’eccesso di diffidenza che lo rendeva intollerabile». (1)
Fortuna e virtù si amalgamavano insieme; dire che possedeva gli attributi era un eufemismo per intendere che aveva le palle per governare. Sulla scia di Alessandro VI, riuscì a neutralizzare le lotte intestine dei baroni romani, a contenere i tumulti scatenati dai cardinali, e alla guida del suo esercito riprese i territori della Romagna, conquistò Bologna e cacciò i francesi dall’Italia.
Semmai esistano dei limiti, per questo genere di principati, Machiavelli non preferisce addentrarsi, sarebbe un’azione presuntuosa e temeraria quella di spiegare la coesione interna di questi sistemi che si fondano su credenze divine. Ma ciò che Machiavelli pone in evidenza, da un lato, è la sfacciataggine con cui il pontefice sfodera il suo potere materiale e si candida, in qualche modo, a monarca nazionale, avendo come riferimento le potenze europee già costituite, dall’altro, evidenzia che Giulio II «fa ogni cosa solo per la potenza della Chiesa e non per i suoi interessi privati».(2)
Il bene dello Stato viene prima degli interessi particolari dei governati (sudditi) e delle varie fazioni interne in lotta tra di loro, pertanto il principe dev’essere astuto, forte e per raggiungere i propri scopi può diventare spietato, spregiudicato, scorretto e malvagio.
Cosa può fare, per affrontare la sorte avversa?
Può tentare di costruire un argine al fiume in piena degli eventi storici.
Qualche decennio dopo la scomparsa di Giulio II e Machiavelli, a livello nazionale si resero conto che la divisione in tanti piccoli staterelli impediva di costruire un argine politico, mentre a livello locale, una devastante inondazione deviò il corso del fiume Tevere, dando luogo a una lenta formazione di paludi malariche che di fatto ostacolavano la vita nel borgo rinascimentale di Ostia Antica.
Lo splendore e la ricchezza dei piccoli Stati rinascimentali furono fortemente ridimensionati, non solo per il fatto che il Mediterraneo perse la centralità dei traffici commerciali, in seguito alle nuove scoperte geografiche, ma anche per l’incapacità dei vari “Signorotti” della penisola di trovare un accordo che consentisse di costituire “una società di società”. Tale passaggio è spiegato bene da Montesquieu quando fa riferimento alla capacità di individuare «una convenzione in base alla quale numerosi corpi politici consentono a divenire parti di uno Stato più grande che tutti insieme intendono formare». (3)
Il diventare una grande potenza, purtroppo, non elimina i rischi e i pericoli che sorgono al suo interno. Su questo punto Montesquieu è in linea con Machiavelli, esiste un duplice inconveniente che pervade democrazie e aristocrazie: «il male è nella sostanza delle cose, non esiste alcuna forma di rimedio», (4) se non quello di allentare la sovranità di un singolo Stato, quando quest’ultimo diventi troppo forte, o di unirsi agli altri Stati, nel momento in cui ci sia il tentativo di un altro Stato di prevalere e dominare.
Per il resto, io direi che il teorico della separazione dei poteri si emancipa dalla cosiddetta visione machiavellica delle relazioni umane. In un certo senso il suo pensiero supera la ricerca forsennata dello spirito nazionalista, quando scrive quella perla arcinota: se sapessi una cosa utile alla mia nazione, ma che fosse dannosa per un’altra, non la proporrei al mio principe, poiché sono un uomo prima di essere francese, o meglio, perché io sono necessariamente un uomo, mentre non sono francese che per combinazione.
Quello che è stato definito “un dialogo agli inferi” tra Machiavelli e Montesquieu continua anche ai nostri giorni: Erdogan appoggia la Sant’Alleanza, ossia concede il via libero all’ingresso di Finlandia e Svezia nella NATO. In cambio ottiene la patente per reprimere il popolo curdo. Il Governo Sanchez II, sostenuto da una coalizione di centro-sinistra, sacrifica i diritti del popolo saharawi, a lungo vessato dal regime di Mohammed VI, e in cambio ottiene la repressione dei migranti da parte dei gendarmi marocchini, repressione sfociata nella strage di Melilla.
2.
Questo filone narrativo, caratterizzato da una stridente retorica, mette in secondo piano, oscura il tema dei diritti sociali, o meglio, è un approccio che continua a esaltare o far risaltare la cultura dei grandi Condottieri, dei Generali illustri, dei Signori delle città, dei capi di Governo e dei loro azzecca-garbugli e così via dicendo, come se il flusso degli avvenimenti storici fosse il risultato di singoli individui o di un pugno di eletti.
Ecco perché ho richiamato una storia collettiva, una storia di uomini e donne che sfuggivano dalla povertà e dalla disoccupazione e approdarono nell’inferno delle paludi dell’Agro Romano, armati di carriole, vanghe, badili e dell’esperienza già acquisita in Romagna per la costruzione di opere idrauliche. Scavarono 22 Km di canali, prosciugarono terreni acquitrinosi e malsani.
Andrea Costa volle ricordare quei braccianti come un “esercito di pace” che restituì alla coltura, all’igiene e in generale alla civiltà del lavoro quelle aree che «ignavia di principi e prelati ed inerzia colpevole dei Governi», per più di tre secoli, avevano consegnato al troneggiare della malaria.
L’accoglienza dei ravennati non fu né calorosa né cordiale, erano visti come sovversivi, anticlericali e delinquenti, sebbene avessero accettato di lavorare in subappalto, per l’impresa Angeletti che si era aggiudicata la gara per prosciugare le paludi del Litorale Romano, e di lavorare in un luogo inospitale: dei 500 braccianti che partirono da Ravenna, nel primo anno di permanenza in questo putiferio, ne perirono 100. Molti di loro vollero tornare indietro e in questo senso Nullo Baldini non ebbe vita facile a persuaderli di rimanere e portare avanti il progetto che avevano lanciato nella loro città di origine.
In realtà, le condizioni di provenienza non erano affatto idilliache, in Romagna, la rivoluzione dei trasporti aveva mandato in frantumi il sistema di produzione delle risaie: il prezzo di questo cereale, per effetto della concorrenza dei paesi asiatici, scese così in basso da non essere più remunerativo, di conseguenza i proprietari terrieri passarono dalla coltura arativa a quella prativa, con il risultato che c’era meno bisogno di forza lavoro, quindi i mezzadri furono trasformati in braccianti agricoli e utilizzati all’occorrenza. Aumentarono il numero dei salariati e degli operai stagionali, la disoccupazione prese il sopravvento e con essa la miseria avvolse la comunità che basava la sua riproduzione sulla raccolta del riso.
Dal Censimento del Comune di Ravenna si evince che: «dal 1871 al 1881 il numero dei braccianti era passato da 500 a 9.589». (5) La paura degli scioperi, della rivolta contro le classi benestanti e la possibilità che gli operai si riunissero, fecero in modo che le istituzioni optassero per la realizzazione di grandi opere pubbliche, per mezzo delle quali si poteva imbrigliare la forza lavoro potenzialmente pericolosa se lasciata inoccupata.
La penuria di lavoro stimolava la concorrenza fra il crescente numero di salariati; i forti ribassi praticati dalle imprese per aggiudicarsi gli appalti delle opere di sistemazione del territorio determinarono un peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori. In questo contesto nascevano le prime forme di mutualismo operaio: nel 1883 venne alla luce, a Ravenna, l’Associazione Generale degli Operai e dei Braccianti, con lo scopo di difendersi dai raggiri degli appaltatori.
Nel far riaffiorare quest’affresco di vita e lavoro in comune, non ci sono tentativi nostalgici, per lo meno non prevalgono, ci sono, invece, desideri e intenti che spingono nella direzione di vedere «le cose e le loro immagini concettuali essenzialmente nel loro nesso, nel loro concatenamento, nel loro movimento, nel loro sorgere e tramontare». (6)
Dunque, non solo competenze idrauliche e lavoro di squadra, ma i ravennati portarono anche le esperienze organizzative che avevano maturato in Romagna: ogni socio prendeva una paga uguale, se uno di loro si ammalava, non perdeva il salario, se la malattia diventava invalidante, si organizzavano raccolte di fondi per aiutare la famiglia caduta in disgrazia.
La diffidenza della Roma cinica e papalina, ben presto iniziò a dissolversi quando si cominciò a percepire l’utilità sociale e l’importanza dell’opera che stavano realizzando, un’opera il cui manifesto esplicito non era solo la condivisione e l’espletamento del lavoro comune, allo scopo di rendere vivibile un ambiente insalubre alle porte della capitale della neonata Monarchia italica, ma anche il rafforzamento della consapevolezza che si potesse affrontare il problema della disoccupazione, provando a incidere sulle circostanze esterne avverse.
Ed è proprio sulla sintesi di questi valori, a mio avviso, che “i socialisti della repubblica di Utopia”, così come sono stati definiti, trovarono la forza e il potere di coniare monete e stampare banconote, precisando che tale denaro, in un primo momento, aveva una funzione interna alla colonia agraria. Successivamente la sua validità fu estesa alla sola provincia di Roma.
3.
Ma veniamo al punto dal quale siamo partiti. Il castello che prende il nome di Giulio II, con qualche ristrutturazione della Soprintendenza dei Beni Culturali, rimane nel suo fossato, è chiuso al pubblico e si paga un biglietto per entrare. Al contrario, il Parco dei Ravennati è uno spazio aperto che rientra nella gestione del verde urbano da parte di Roma Capitale, ma è lasciato all’incuria, al degrado, anche se si trova in prossimità degli scavi archeologici.
Di sicuro c’è lo zampino dei “teppisti della spazzatura”, ovvero di coloro che riescono, per vie traverse, a evadere il pagamento del tributo, quindi si divertono a disperderla in quei punti che sono considerati terra di nessuno, ma anche lungo le piazzole di sosta delle strade, in prossimità della raccolta del vetro e degli indumenti della Caritas, ma non è una risposta sufficiente al problema della monnezza a Roma, che si sta trasformando in una specie di calamità naturale e perenne.
Se il secchione che si trova nel parco è stracolmo dev’essere svuotato, e per farlo, a meno che non si brevetti una macchina che effettui tale attività oppure sorga un’associazione di volontari e si prenda cura di un determinato luogo, è necessario ricorrere al lavoro salariato, ai netturbini o collaboratori ecologici, altrimenti arriva il vento e disperde la monnezza nell’ambiente.
A un’emergenza ne segue un’altra, si alternano le amministrazioni comunali di diverse composizioni politiche, si scrivono Piani d’intervento. In quasi tutte le feste rionali di varie organizzazioni politiche, il tema della spazzatura non manca mai, vengono interpellati studiosi ed esperti stranieri per dire che Roma seguirà il modello virtuoso di un’altra città (vedi raccolta differenziata di San Francisco, 2012), non mancano gli impegni solenni, l’ultimo, quello di Gualtieri, è grottesco: pulizia straordinaria della città nei primi 100 giorni!
Il flop della sua Giunta è evidente, si trova in grosse difficoltà, ma l’imbarazzo più grosso lo vivono le guide turistiche, gli albergatori, i taxisti e altri operatori che accolgono quel fiume di persone che si dirama, per lo più, nell’area del Tridente. Per non parlare degli abitanti che ormai sono esasperati e iniziano a pensare che il problema dei rifiuti sia irrisolvibile, qualcosa che somiglia sempre di più a un’alluvione perpetua, che determina un doppio sacrificio: pagare la TARI all’AMA e vedere il sudiciume davanti alle proprie abitazioni.
C’è una dimensione ancora più spiazzante sul tema della spazzatura a Roma, un aspetto antropologico della componente gestionale della città che si fonde con il buttarla in caciara, con il creare scompiglio e caos, con il dar vita a una specie di alone all’interno del quale il simpatico si confonde con il brutto e zozzo, l’ordine con il disordine, il legale con l’illegale, che non significa riconoscere l’ambivalenza nelle cose e nei rapporti sociali, ma esprime la sintesi della confusione. I famosi personaggi recitati dal grande Tomas Milian ci forniscono un indizio di quello che è diventato un rebus ingarbugliato: er Monnezza è un ladro che collabora con la giustizia, mentre Nico Girardi è un ex ladro diventato poliziotto. Si, perché a Roma, lo scarto, l’immondizia si chiama monnezza. Nel linguaggio anglofono, per dire che un’idea, un pensiero, una qualsiasi cosa non serve a niente, utilizzano la parola rubbish, ma non credo che tale sostantivo sia diventato il nome di un famoso personaggio cinematografico.
La suddetta commistione è solo un elemento concomitante del problema o aggiuntivo, per confondere le acque, in qualche modo, contribuisce a inasprire le difficoltà croniche dell’AMA S.p.A. con socio unico: il Comune di Roma.
Alla base di quella che potrebbe essere definita una catastrofe ecologica ci sono due variabili chiave strettamente interconnesse tra di loro: l’eccesso di produzione di beni materiali e immateriali e la svalutazione o deprezzamento del lavoro, in particolare di quello manuale.
La tendenza all’incremento costante dei rifiuti solidi è sotto i nostri sensi, la percepiamo nel fluire del tempo dentro le nostre case, è sufficiente effettuare una semplice retrospettiva sulla quantità di plastica che accumuliamo rispetto a pochi anni fa. A livello mondiale, la produzione di rifiuti solidi si attesta intorno a 2,1 miliardi di tonnellate all’anno e si prevede un incremento del 70 %, entro il 2050, stando agli incrementi di produttività collegati all’introduzione di nuove tecnologie e alle più efficienti combinazioni di capitale e lavoro. A ciò dobbiamo aggiungere altre importanti implicazioni: riduzione del lasso di tempo in cui si realizza il ciclo di vita dei prodotti; la non convenienza economica a riaggiustare una serie di prodotti, in quanto i costi di riparazione si avvicinano a quelli dei prodotti nuovi; difficoltà ad aprire le nostre menti sull’importanza delle pratiche che rientrano nelle cosiddette cinque erre: ridurre, riutilizzare, riciclare, recuperare e razionalizzare.
Sebbene i dati della raccolta differenziata non siano incoraggianti (intorno al 44 % nel 2021), nei quartieri dove viene praticata, qualora non si verifichino intoppi agli impianti di stoccaggio, la situazione è migliore. Ma questo non cambia il quadro osservabile: discariche abusive, intere aree verdi, che delimitano i popolosi Municipi di periferia, sarebbero da bonificare.
Ma il principe è nudo, è incatenato dai debiti e lo nasconde, è succube della rendita fondiaria e finanziaria, (7) si affida al mercato. Sembra che lo spettacolo indecoroso a cui si è assistito nello scorso mese di giugno nel centro storico sia dovuto al mal funzionamento della raccolta relativa all’utenza non domestica che AMA ha subappaltato a quattro imprese esterne.
Come rileva il Roma Today, all’AMA mancano uomini e mezzi, quindi per pulire il centro invaso dai rifiuti spostano i netturbini dislocati nelle periferie, mentre uno studio della Cgil Roma calcola un fabbisogno di 1.500 lavoratori e lavoratrici per assolvere al contratto di servizio.
A fronte di un aumento della quantità di rifiuti prodotti, l’AMA, nel quinquennio che va dal 2015 al 2019, ha ridotto il budget destinato ai costi del personale, tagliando 500 posti di lavoro, passando da 8.000 a 7.500 addetti. (8). Il servizio di raccolta differenziata, com’è noto, richiede una presenza capillare sul territorio, quindi ingenti risorse, le quali sono state ottenute, in larga misura, con il taglio e conseguente peggioramento del servizio di pulizia e igiene urbana: un travaso di personale da un servizio all’altro di circa 2.000 unità.
L’AMA continua ad esternalizzare i servizi più complicati a imprese o cooperative che taglieggiano la manodopera sul piano economico e quello dei diritti, mentre a Roma gradiscono il ritorno del flusso dei turisti a livelli pre-Covid, ma non riescono a smaltire i rifiuti che producono. I dati di provenienza Telco ci dicono che in media nel Comune di Roma si aggirano 230.000 turisti al giorno, il 51 % dei quali sono stranieri, che hanno iniziato a inviare per il mondo fotografie con cumuli d’immondizia nei pressi di monumenti d’interesse storico, architettonico e archeologico.
Il principe (la politica) affida le sue sorti al mercato, continua a produrre leggi che di fatto avallano il deprezzamento del lavoro e lo relegano in una condizione di “minorità”, egli ha perso la bussola per orientarsi e il fiume delle scartoffie burocratiche, inerenti ai diritti civili, si è così ingrossato che straripa quotidianamente, in quanto gli argini sono quasi inesistenti.
La rappresentanza politica finisce per essere completamente sconnessa dalla vita sociale, non riconosce il lavoro sociale e si annida in proclami salvifici, che si fondano su atteggiamenti magici e miracolistici. In pratica, stenta a veder che dietro il completamento di qualsiasi opera c’è passione, dedizione, interesse, intelligenza, spreco di energia, in breve quella parola astratta che si chiama lavoro e che in tanti, nella società in cui viviamo, disprezzano o deprezzano.
Per un altro verso, le persone che vivono del loro lavoro, agendo come individui isolati, hanno dissolto la consapevolezza che l’attività che pongono in essere abbia un’utilità sociale, anche in funzione del fatto che sorgono continue difficoltà nel distinguere il lavoro necessario da quello superfluo.
Il lavoro dello spazzino, in quanto lavoro manuale, non è molto ambito, e poi, in qualche misura, persistono i pregiudizi che Antonio De Curtis descrive in modo pregnante nella sua poesia A Livella. Nondimeno, a produrre monnezza non sono solo i nobili o i grandi industriali, non possiamo prescindere dal legame tra produzione e consumo che ci vede coinvolti.
Come lavoratori e lavoratrici dipendenti, per emanciparci dalla condizione di “minorità”, non possiamo accettare passivamente la guida di chi compra il nostro lavoro, e forse sarebbe opportuno prendere spunto dalla storia dei ravennati, per iniziare a realizzare quest’immensa opera di bonifica dell’ambiente in cui siamo immersi, beninteso che non riguarda solo Roma.
Infine, ad Alessandro Gassmann, fautore di una lodevole iniziativa per ripulire Roma, nel lontano 2015, direi che non basta farsi fotografare con una scopa sulla spalla, mentre si pulisce il proprio vicoletto: il netturbino fa un lavoro duro, 38 ore settimanali, esclusi gli straordinari, rimane a contatto con materiali maleodoranti. Si tratta di un lavoro fisico che alla lunga provoca acciacchi, usure, allergie. Insomma, non è una passeggiata maneggiare le fetenzie degli altri, le buste puzzolenti, e non è gradevole viaggiare in camion infestati da un morbo repellente.
Ecco!
Il riconoscimento dell’utilità sociale degli operatori ecologici deve passa attraverso gli intrecci di queste difficili condizioni lavorative e sulla necessità di mitigarle, riducendo le ore di esposizione ai cattivi odori, non di certo sugli attacchi pettegoli di quei giornalisti che trovano qualsiasi insulso pretesto, pur di sminuire la portata del loro lavoro collettivo, senza il quale saremmo sommersi dai rifiuti fino alla testa.
Note
1) Niccolò Machiavelli, Il Principe, versione in lingua italiana moderna a cura di Edoardo Mori, Bolzano, 2020, p. 65.
2) Ivi, p. 45.
3) Charles de Seconda! barone di Montesquieu, Lo spirito delle leggi, a cura di Sergio Cotta, Volume I, libro IX, p. 238.
4) Ibidem
5) P. Isaja, G. Lattanzi e V. Lattanzi, Pane e lavoro. Storia di una colonia cooperativa: i braccianti romagnoli e la bonifica di Ostia, Marsilio Editori, Venezia 1986.
6) F. Engels, Anti-Duhring in Opere vol. XXV, Editori Riuniti, Roma 1974.
7) Si veda, Rendita finanziaria e rendita fondiaria a Roma. Dialogo con Federico Sannio, https://www.coku.it
8) Addetti e monte salari AMA (2010-2019). Fonte: bilanci AMA.
Fonte
02/07/2022
I ladri nelle discariche
I rapinatori sono stati denunciati a piede libero per Tentato Furto in Concorso. Non si tratta di un caso isolato. Le forze dell’ordine registrano un incremento di questi episodi.
Le Discariche attirano più degli sportelli bancari. Forse i rapinatori comuni nostrani non hanno il know-how per attaccare le banche e gli uffici postali, dove i soldi sono stati materializzati in codici cifrati e blockchain.
Oppure, visto che i corsi delle valute, sia di quelle statali, sia di quelle del libero scambio, puntano verso la spazzatura, i rapinatori hanno creduto bene di anticipare i tempi appostandosi in una location di maggiore appeal.
Ora, se la marcia delle valute verso il Trash avanza del 10% all’anno, dopo 10 anni – quando la spazzatura avrà raggiunto il 100% – ci si dovrà pur fare qualcosa.
Nel 1962, Rachel Carson, in tre puntate, pubblica su The New Yorker, Silent Spring, dove vengono descritti gli effetti del DDT sui tessuti animali (compreso quello umano), ed è generalmente considerato il testo che ha dato il via al movimento ambientalista negli Stati Uniti.
Donald Barthelme, che scriveva regolarmente sulla stessa rivista, e che dunque conosceva il testo di Carson, propose, già nel 1962, non solo una stringente critica del nascente movimento ecologista, ma anche una soluzione – soluzione elaborata (hegelianamente) con strumenti matematici altrettanto Trash – giusto per sottolineare che non ci può essere differenza tra mezzo e messaggio, tra strumento e contenuto, tra metodo e oggetto scientifico, e che il DDT (la soluzione) è peggio del male (il pidocchio), che tutto ciò che viene usato per eliminare la spazzatura dal mondo (i pidocchi) crea altra spazzatura (il grano contaminato), eccetera.
Di spazzatura ed ecologia di recente si è occupato anche il filosofo Žižek. In un articolo pubblicato sul Guardian la settimana scorsa se la prende con i pacifisti, con i sovranisti, con John Lennon e Imagine, e con tutti coloro che, a tempo scaduto, credono che ci si possa schierare a destra o a sinistra del fronte Ucraino.
Quello che dice Zizek, e che diceva già Barthelme, è che non c’è più fronte, che il capitalismo abolisce le frontiere tra amici e nemici.
Non ci sono vincitori e vinti, non ci sono signori e servi, sovrani e sudditi, imperi del male e colonie, e non ci sono perché, dice Žižek, siamo tutti perseguitati (we are all haunted) dalle stesse catastrofi. Siamo tutti sotto schiaffo di un potere più forte.
Di più: per il mondo intero, dice Zizek, oggi si aggira un nuovo fantasma (haunt). Un nuovo spettro ossessione l’Europa e unifica il globo, e non è la spettro del comunismo, non sono i proletari uniti o i partiti comunisti internazionalisti.
Niente universalismo socialista.
Siamo tutti nel mezzo – gettati, situati – effetti di un Dio (la Natura) che si nega. Né sovrani né conquistati. Insistere di fronte alle discariche in fiamme che surriscaldano il mondo è pura follia, dice Žižek.
Abbiamo raggiunto il 100%. Ecco la verità di una matematica Trash, di una filosofia Trash, di un mondo diventato tutto spazzatura.
Il fatto è che non siamo nel 1962, l’anno della piena occupazione e del consumismo, e non siamo nemmeno nel 1992, anno in cui Tarantino inizia a scrivere l’epitaffio (Pulp Fiction) del Trash.
Fonte
01/04/2022
PNRR: una, nessuna o cinquecentoventotto condizioni (Parte III)
La vita politica istituzionale italiana, mai come oggi, riflette come uno specchio d’acqua equilibri di potere stabiliti altrove e, per essere precisi, a Bruxelles. Il 6 luglio 2021 è stato approvato dal Consiglio dell’Unione europea il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) italiano, che fissa una serie di obiettivi da raggiungere da qui al 2026 come condizione per l’erogazione delle successive tranche di finanziamento; tali obiettivi vanno a comporre una vera e propria agenda politica fitta e dettagliata per i prossimi cinque anni che vincola qualsiasi governo e qualsiasi maggioranza parlamentare all’indirizzo politico scandito dalle riforme e dagli investimenti che ci chiede l’Europa. Il riflesso di questa cristallizzazione dell’agenda politica italiana intorno alle priorità del PNRR è stato il teatrino dell’elezione del Presidente della Repubblica: l’assetto politico istituzionale del Paese ricalca la stabilità dell’indirizzo politico, e dunque restano al loro posto il Presidente della Repubblica, il Presidente del Consiglio e tutti i Ministri a garanzia della continuità nell’esecuzione di tutte le misure previste dal PNRR.
Per questa ragione, la strategia politica di questo Governo, e di qualsiasi Governo scelga la piena compatibilità con l’Unione europea, è scritta nero su bianco nel PNRR. Studiare gli obiettivi imposti dalle rigide scadenze del Piano significa dunque visualizzare chiaramente le priorità politiche individuate a Bruxelles per il nostro Paese. Il ritmo di queste priorità è la cadenza semestrale delle tranche di finanziamento, e dunque abbiamo davanti a noi la scadenza del prossimo giugno, che individua circa 50 traguardi ed obiettivi da raggiungere per ottenere poco più di 20 miliardi di euro, tra prestiti e contributi a fondo perduto.
Il primo punto che salta agli occhi, in questa fitta agenda politica, è l’entrata in vigore della riforma del codice degli appalti, fissato nella documentazione ufficiale all’obiettivo M1C1-70. Tale riforma è descritta espressamente come “una nuova disciplina più snella rispetto a quella vigente, che riduca al massimo le regole che vanno oltre quelle richieste dalla normativa europea”. Più snella significa innanzitutto meno restrizioni ai subappalti. Dal momento che i requisiti normativi per l’accesso da parte delle imprese agli appalti pubblici impongono tutta una serie di garanzie – che vanno dalla sicurezza sul lavoro fino all’assenza di qualsiasi traccia di potenziale infiltrazione criminale nella storia dell’operatore economico – il subappalto è lo strumento principale usato per aggirare le regole: vince l’appalto una società di facciata, pura e limpida, che poi subappalta ad imprese che operano ai limiti delle regole o fuori da esse, allungando così la catena di gestione dell’affidamento e rendendo sensibilmente meno efficaci i controlli.
Ecco cosa ci chiede l’Europa, dunque: meno controlli sul rispetto delle norme da parte delle imprese – che devono essere libere, sì, ma di accedere all’ambito bottino della spesa pubblica senza passare per il rigoroso rispetto delle norme che tutelano i lavoratori, la legalità o l’ambiente. Già, l’ambiente di cui tanto parla il nostro PNRR è oggetto specifico della dieta imposta al codice degli appalti dall’obiettivo M1C1-70, che prevede anche uno snellimento delle Verifiche di Impatto Ambientale (VIA) necessarie a sbloccare gli investimenti pubblici. Tali verifiche servono a controllare e misurare l’effetto dei progetti pubblici sull’ambiente, in modo da considerare tale variabile nella complessiva analisi costi-benefici preliminare a qualsiasi scelta di politica economica: ad esempio, se la realizzazione di un’infrastruttura autostradale rischia di compromettere un bacino acquifero, lo Stato chiederà all’impresa aggiudicataria di considerare nel capitolato anche le spese per scongiurare tale rischio. Dunque, il contenimento delle VIA ha un significato limpido: la tutela dell’ambiente deve essere derubricata a fattore marginale nella valutazione degli investimenti pubblici, perché quel capitolato – che contiene i costi dell’impresa privata per la realizzazione del progetto – deve essere più snello possibile. Meno costi significa più profitti. Peccato che i costi servono a tutelare l’ambiente – di tutti – mentre i profitti finiscono nelle tasche di pochi.
La medesima logica ispira l’obiettivo M2C1-13, che prevede l’entrata in vigore del decreto ministeriale sul programma nazionale per la gestione dei rifiuti. Il ruolo di questo intervento normativo richiesto dall’Europa è fondamentale: lo stesso PNRR prevede di investire oltre 2 miliardi di euro per l’economia circolare, ma prima che questi soldi siano stanziati deve intervenire la riforma che marginalizzi il ruolo delle municipalizzate (pubbliche) nella gestione dei rifiuti e apra la strada per il protagonismo dei soggetti privati. Così, la bozza di Programma Nazionale per la Gestione dei Rifiuti (PNGR) redatta il 17 marzo scorso dal Ministero per la Transizione Ecologica (MiTE), che disciplinerà il settore della gestione dei rifiuti per i prossimi sei anni (2022-2028), mette in prima pagina i nobilissimi obiettivi di “colmare il gap impiantistico, aumentare il tasso di raccolta differenziata e di riciclaggio” ma poi rende esplicito il suo reale traguardo che, come ci dice lo stesso MiTE, “mira a orientare le politiche pubbliche ed incentivare le iniziative private per lo sviluppo di un’economia sostenibile e circolare”. Se dunque si devono proprio spendere risorse per migliorare la gestione dei rifiuti, sembra dirci la Commissione europea attraverso il PNRR, è preferibile che quei soldi vadano a profitto delle imprese private, piuttosto che essere investiti nella gestione pubblica del servizio. Peccato che l’opzione di mercato, oltre a comportare un drenaggio di risorse verso i profitti privati, che non ci sarebbe nel caso di gestione pubblica, comporti una serie di rischi enormi nel particolare settore della catena dei rifiuti.
Proviamo a capire come sia possibile, attraverso un semplice piano pluriennale di gestione strategica dei rifiuti, sdoganare l’ingresso dei privati in un settore che rischia di avvelenare ambiente e popolazione. Il PNGR funziona così: stabilisce una serie di obiettivi che devono essere conseguiti dalle amministrazioni territoriali che hanno la responsabilità della gestione strategica dei rifiuti, ovvero Regioni e Province autonome; tali obiettivi mirano a colmare le carenze strutturali di impianti e si declinano in target regionali che vanno dall’aumento del tasso di raccolta differenziata alla riduzione del tasso di smaltimento in discarica. Dal momento che i target sono fissati su base regionale, la possibilità per le amministrazioni territoriali di rispettarli con le risorse disponibili le spinge necessariamente a focalizzare le azioni di intervento sulla realizzazione di grandi impianti: esattamente ciò che frutta profitti ai privati, esattamente ciò che prelude alla peggiore gestione dei rifiuti dal punto di vista dell’ambiente e dei cittadini che si trovano a vivere in prossimità di questi ecomostri. I grandi impianti sono quelli che hanno un maggior impatto negativo sui territori circostanti: con la scusa di garantire adeguate capacità di trattamento dei rifiuti, si tagliano fuori proprio i piccoli impianti di prossimità, gli unici capaci di coniugare l’impiego delle tecnologie di smaltimento più avanzate con il minore impatto su ambiente e popolazione circostante.
L’agenda politica imposta dal PNRR fa così strage della sicurezza del lavoro, dell’ambiente, della salute, ma si preoccupa anche dell’istruzione e della ricerca, purtroppo. L’obiettivo M4C1-4 richiede l’adozione del Piano Scuola 4.0, ovviamente “al fine di favorire la transizione digitale del sistema scolastico italiano”, manco a dirlo. Peccato che questa ennesima riforma della scuola, che troverà il suo compimento entro dicembre con un secondo obiettivo PNRR dedicato (M4C1-5), riduca ulteriormente il perimetro del sistema d’istruzione pubblica, come nei desiderata della dottrina neoliberista. Difatti, la riforma mira – asetticamente, come tutte le misure apparentemente tecniche e non politiche – ad “adeguare il sistema di istruzione agli sviluppi demografici”. La tecnica, però, serve solo a mascherare gli indirizzi politici più meschini: dal momento che è in atto un significativo declino demografico, dichiarare di adeguare il sistema scolastico agli sviluppi demografici significa dire (senza avere il coraggio di farlo) che si devono ridurre aule, docenti, scuole. È un attacco al sistema pubblico di istruzione, che appare tanto più odioso dopo una pandemia che ha reso drammaticamente evidenti i limiti delle classi pollaio e di tutte le carenze strutturali del nostro sistema scolastico. Eppure, ce lo chiede l’Europa.
Così come ci chiede, con l’obiettivo M4C2-17, di mettere la ricerca scientifica al servizio del profitto privato. Viene infatti finanziato il ‘Fondo per la realizzazione di un sistema integrato di infrastrutture di ricerca e innovazione’ per “facilitare l’osmosi tra la conoscenza scientifica generata in infrastrutture di ricerca di alta qualità e il settore economico (…) che colleghino il settore industriale e quello accademico”. Detto in parole povere: il privato decide in cose si fa ricerca e se ne gusta i risultati, gratis. La logica di mercato entra a gamba tesa nel mondo della ricerca. Lo scopo è quello di finanziare la creazione di centri di ricerca nazionali, secondo una logica competitiva, che abbiano tra gli elementi essenziali il coinvolgimento di soggetti privati nell’attuazione dei progetti di ricerca. Insomma, si toglie ai privati persino l’onere del rischio! Non solo la ricerca si piega all’interesse del mercato, ma il Governo si pone l’obiettivo di regalare ai profitti i frutti della ricerca pubblica.
L’ultima delle 50 condizioni imposte dal PNRR all’azione di governo entro la scadenza tassativa (pena la perdita del finanziamento europeo) del giugno prossimo su cui vogliamo concentrare l’attenzione in questa sintesi politica è l’obiettivo M1C1-104, che ha un profilo paradigmatico dell’intero PNRR. Con questo obiettivo, il Governo si è impegnato ad “adottare obiettivi di risparmio per le spending review relative agli anni 2023-2025”. Ne sentivamo davvero la mancanza, in questi anni di pandemia: è tornata l’austerità. Già, perché dietro a quell’anglicismo c’è la sistematica riduzione della spesa sociale, della sanità pubblica, dell’istruzione, dei servizi per i cittadini e l’altrettanto ineluttabile aumento delle tasse che servono a garantire il pareggio del bilancio pubblico, il feticcio di un’impostazione dell’economia e della società che serve a smontare lo stato sociale e favorire la sfrenata ricerca del profitto sopra ogni altro interesse. In virtù di questa rigorosa introduzione della spending review in termini di “obiettivi di risparmio” prevista entro giugno, ogni euro di PNRR concesso all’Italia porta con sé il taglio di decine di euro di spesa pubblica, un gioco al massacro per lo stato sociale, la sanità pubblica, l’istruzione pubblica, le pensioni.
Ci hanno raccontato che i soldi del PNRR avrebbero consentito la ripresa dalla crisi pandemica. È la favola dell’Unione europea che cambia, chiude la stagione dell’austerità e diventa il motore del progresso sociale ed economico. La realtà, invece, è fatta di un PNRR che impone ben 528 condizioni politiche: i soldi arrivano se e solo se l’Italia introduce una serie di riforme che allargano gli spazi del mercato e smantellano gli ultimi residui di stato sociale. In questa prima metà del 2022, per avere l’elemosina del PNRR, l’Italia dovrà riformare il codice degli appalti favorendo i subappalti e dunque la deregolamentazione, imporre una gestione dei rifiuti disastrosa per l’ambiente e i cittadini ma favorevole al grande business dell’immondizia, accelerare la già evidente trasformazione della scuola pubblica in una sorta di azienda al servizio del profitto privato, a detrimento del diritto allo studio, e piegare la ricerca scientifica agli interessi dei privati, proprio mentre la pandemia ci mostra l’importanza di finanziare una ricerca pubblica orientata al bene collettivo. Tutto mentre si impone una rigida spending review che riporta la finanza pubblica nel vicolo cieco dell’austerità.
Leggi anche le parti precedenti:
- PNRR: una, nessuna o cinquecentoventotto condizioni (Parte I)
- PNRR: una, nessuna o cinquecentoventotto condizioni (Parte II)
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28/12/2020
Traffico di rifiuti pericolosi tra l’Italia e la Tunisia. Ma in Italia tutto tace
LA VICENDA
La società privata italiana SRA di Polla (Salerno), addetta allo stoccaggio di rifiuti, in base ad un accordo di fornitura sospetto, stipulato con la società tunisina SOREPLAST, titolare di licenza di attività di selezione, recupero e riciclaggio dei rifiuti di plastica, ha spedito in Tunisia migliaia di tonnellate di rifiuti pericolosi, la cui esportazione, però, è vietata dalla legislazione tunisina nonché dalle convenzioni internazionali (accordo di Basilea e convenzione di Bamako).
In estate i funzionari doganali, nell’ambito di un’ispezione nel magazzino della società fornitrice, constatarono un’infrazione in considerazione della tipologia di codice di identificazione in base al quale i rifiuti sono arrivati in Tunisia (classificati come rifiuti di plastica in realtà contenevano rifiuti pericolosi). Nonostante la prima contestazione, con la richiesta di riesportare i container vietati, la SOREPLAST ha continuato ad operare, facendo arrivare nel porto di Sousse 212 nuovi container carichi di rifiuti pericolosi.
Le autorità doganali hanno sequestrato il secondo lotto di rifiuti, per il quale la parte tunisina avrebbe dovuto ricevere l’equivalente di 150 dinari per tonnellata (circa 45 euro), secondo il contratto stipulato con la SRA, che mirava a smaltire circa 120.000 tonnellate nelle discariche tunisine, per un fatturato complessivo di quasi 5 milioni di euro. A Sousse, l’8 luglio, è stato finalmente deciso di sequestrare i container per rispedirli in Italia, ma, fino ad oggi, i rifiuti sono ancora in Tunisia.
LE INDAGINI E GLI ARRESTI IN TUNISIA. IL NULLA IN ITALIA
La mobilitazione delle forze progressiste e delle associazioni della società civile ha messo pressione alle autorità competenti, che hanno aperto un’indagine giudiziaria, arrestando alti funzionari tra cui il ministro dell’ambiente Moustapha Aroui, licenziato dal governo solo il giorno prima dell’arresto.
Quanto alla giustizia italiana, per il momento non ha dato importanza al caso e non ha aperto un’indagine nonostante le proteste della società civile italiana e delle associazioni tunisine presenti nel paese, che stanno sollecitando anche la stampa locale ad approfondire la questione. Nella vicenda ci sembra paradossale non tirare in ballo la regione Campania, che ha dato l’autorizzazione all’esportazione di questi rifiuti pericolosi, in barba ad ogni convenzione internazionale. C’è l’urgenza di stabilire anche qui in Italia quale sia stata la catena di comando che ha permesso ciò.
In Campania, tra l’altro, conosciamo molto bene il sistema marcio, corrotto e criminale che esiste nell’ambito della gestione dei rifiuti, che tanto ha danneggiato la nostra terra.
COSA VOGLIAMO
Il Partito dei Lavoratori (Tunisia) e “Potere al Popolo” (Italia) condannano l’esportazione di questi rifiuti pericolosi in Tunisia, considerata alla stregua di molti altri paesi del Sud come meri cimiteri per gli scarti di paesi e aziende capitaliste a scapito della vita umana e della natura.
Consideriamo che queste operazioni costituiscono crimini contro l’umanità e una sorta di azioni terroristiche che prendono di mira sia l’intera collettività sia l’ambiente, minando il diritto alla vita.
Invitiamo le forze progressiste nei due paesi a un maggiore coordinamento di azioni per denunciare e contrastare l’attività commerciale ed economica mafiosa che beneficiano della copertura dei governi nei due Paesi. A questo proposito, accogliamo con favore tutte le azioni intraprese, comprese quelle per il perseguimento di coloro che sono coinvolti in questi crimini.
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06/07/2019
Rifiuti a Roma, dallo scontro sull’emergenza rispuntano le ditte appaltatrici
Mancano gli impianti in cui conferire l’immondizia raccolta, dopo che gli incendi ne hanno messo fuori causa due in pochi mesi, le manutenzioni “programmate” hanno ridotto i quantitativi trattati negli impianti tmb di Malagrotta. Risultato: città in ginocchio perché non si sa dove conferire i rifiuti.
Ma la responsabilità è solo del Comune? Ebbene no, la Regione Lazio, che ha rinnovato il piano rifiuti dopo ben sette anni, è l’ente deputato a identificare le aree dove i comuni laziali possono conferire i rifiuti.
Non solo: in casi come questi dovrebbe attivarsi con tempestività, emettendo un’ordinanza per permettere ad Ama di procedere al conferimento della spazzatura negli impianti risultati idonei. Invece alla Pisana si è voluto attendere l’ultimo momento utile. Chissà perché.
Adesso l’urgenza è togliere dalle strade l’immondizia accumulata. Oggi la sindaca Raggi ha firmato l’ordinanza che individua a Saxa Rubra il sito per il trasbordo dei rifiuti urbani verso gli impianti della Regione. Il governatore-segretario Zingaretti ha invece dato al Comune le 48 ore per lo sgombero dei rifiuti. E, guarda caso, nell’ordinanza della Regione sono rispuntate le ditte appaltatrici.
Ama, dal suo canto, deve lavorare ad un piano industriale che attraverso la raccolta differenziata porta a porta, possa abbattere sensibilmente la mole dei rifiuti non riciclabili.
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12/12/2018
TMB Salario, un disastro provocato da centrodestra, centrosinistra e Movimento 5 stelle
L’incendio divampato nell’impianto per il Trattamento meccanico biologico dei rifiuti a Villa Spada (Tmb Salario) è l’ennesimo disastro provocato da una gestione totalmente fallimentare dei rifiuti a Roma.
Siamo perfettamente consapevoli che la soluzione non è semplice e immediata. Infatti, solamente attuando in modo partecipato, consapevole e totalmente pubblico la strategia dei rifiuti zero, sarà possibile affrontare le criticità legate alla raccolta differenziata. In questo senso è fondamentale organizzare la raccolta differenziata domiciliare, e attuare diverse misure che incentivino la cittadinanza a produrre meno rifiuti.
Tutte queste misure per una soluzione a lungo termine devono però essere accompagnate da decisioni e azioni per chiudere immediatamente i Tmb situati nei centri abitati.
Questo perché rappresentano un pericolo costante per la salute degli abitanti; il diritto a respirare dei cittadini della periferia non può essere disatteso a causa di una connivenza tra istituzioni e interessi privati. I calcoli politici non possono venire prima di un’emergenza così importante.
Come Potere al Popolo Roma stiamo organizzando una campagna cittadina di sensibilizzazione e partecipazione attorno alla gestione dei rifiuti, che metta al centro la grave crisi ecologica e allo stesso tempo leghi la questione ambientale al necessario rilancio di Ama, trasformandola magari in un’azienda speciale di diritto pubblico con la gestione partecipativa di chi ci lavora.
In tutta Italia, vogliamo il controllo popolare sulla gestione dei rifiuti la bonifica delle aree dove vivono migliaia di persone, una gestione virtuosa dei rifiuti per liberare i nostri territori dal degrado, dai rischi di salute pubblica e per realizzare nuovi posti di lavoro nella raccolta e nella filiera della differenziazione dei rifiuti!
Le responsabilità politiche sono di chi ha governato e governa la città, ma anche della dirigenza Ama di cui chiediamo subito le dimissioni. Ora bisogna unire la lotta degli abitanti con quella dei lavoratori e delle lavoratrici Ama per attuare una soluzione integrale e definitiva del problema rifiuti a Roma.
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30/10/2018
Milano: le lunghe mani “smart” sulla città
A quanto pare, però, le caratteristiche che sfodera Repubblica come punti forti della città c’entrano ben poco con l’inclusività e la vivibilità.
Meta privilegiata dai giovani americani e tedeschi che vengono a fare il master in Cattolica o in Bocconi, centro d’elezione per le “city” e le “week” dedicate a moda, design, libri, arte, musica perché finalmente “è passato il concetto – anche tra i grandi sponsor – che l’arte non sia solo un godimento, ma anche un buon investimento”, città smart grazie alla realizzazione di opere come i grattacieli di City Life, pronta a trasformare l’ex area Expo in un “ambiziosissimo tecno-park che assomiglierà ad un campus americano”, per finire con una sviolinata sulle politiche di accoglienza del Sindaco Sala e su come gli stranieri sono buoni a “produrre reddito, Pil, tasse e rimesse verso i paesi emergenti”, pur avendo qualche problemino di povertà e marginalità sociale, ma tutto sommato niente di ché.
Ah scusate. Forse ci siamo sbagliati... perché noi Milano la vediamo un po’ diversa da questa.
O forse ai giornalisti di Repubblica, acuti osservatori, è sfuggito qualcosina. Se solo avessero messo il naso fuori da via Tortona e dal quadrilatero della moda si sarebbero accorti che:
– a Milano gli spazi autogestiti dove si fa cultura, quella gratis e accessibile a tutti e non quella degli investimenti dei grandi sponsor, vengono sistematicamente sgomberati dalle forze dell’ordine, come è successo di recente ai collettivi Zip e Lambretta;
– a fronte delle speculazioni edilizie di City Life, dove un appartamento costa 10.000 euro al metro quadro, in città esiste una vera e propria emergenza abitativa, l’edilizia popolare cade a pezzi, e i progetti sociali che cercano di sopperire a tale emergenza come il residence sociale “aldo dice 26 X 1” vengono altrettanto sgomberati; a quanto pare gli sfrattati se ne fanno poco del fatto che il Bosco Verticale abbia “rimesso la città sulle mappe degli archilover globali”...
– nell’hinterland, nel frattempo, si moltiplicano gli incendi dolosi nei depositi di rifiuti, espressione del potere mafioso ben radicato sul territorio. È la “guerra dei rifiuti”, che negli ultimi 15 mesi in tutta la Lombardia ha visto almeno un incendio al mese, soprattutto nel milanese e nel pavese, e che fa della regione una terra dei fuochi al pari di altre zone d’Italia.
– chi abita l’Hinterland milanese (soprattutto le classi popolari costrette ad allontanarsi dalla città a causa degli affitti elevatissimi) subisce poi il degrado e l’inefficienza del sistema di trasporto di Rfi e Trenord, fatto di quotidiani ritardi, soppressioni e guasti, che rendono il pendolarismo in Lombardia una vera odissea, fino alle tragedie come quella di Pioltello, che ha visto il deragliamento di un treno e la morte di tre persone a causa delle condizioni pessime delle rotaie; ed è di ieri l’ennesimo guasto su un treno di Trenord, con i vagoni che si sono riempiti di fumo a causa di un guasto ai freni.
– Milano come centro della cultura digitale e della “condivisione di competenze per costruire il nuovo”; ma, dietro queste parole fumose, sharing economy a Milano vuol dire soprattutto lavoro sfruttato dei fattorini, che fanno consegne con paghe da fame e privi di qualsiasi tutela: la chiamano innovazione ma è caporalato digitale. Accanto a loro, ulteriori forme di lavoro precario come quella dei lavoratori della logistica, negli stabilimenti e centri di smistamento appena fuori dalla città; il modello EXPO del lavoro gratuito e degli stage; quella degli operatori sociali dei centri di accoglienza che affollano Milano e l’hinterland, pagati pochissimo con turni massacranti e che rischiano ora il posto di lavoro anche a causa della svolta securitaria di Salvini, con la chiusura del centro di accoglienza di via Corelli e la sua riconversione in un cpr. Sacche enormi di lavoratori precari uniti nella logica di sfruttamento del sistema delle cooperative e dei cambi di appalto.
– nonostante ATM sia in attivo di più di 39 milioni, è previsto da gennaio un rincaro di biglietti e abbonamenti.
– La creazione dell’”ambiziosissimo tecno park” in salsa americana è stata pensata al solo fine di coprire i buchi di bilancio lasciati dall’Expo e il trasferimento delle facoltà scientifiche della Statale in quell’area serve per rendere appetibili quei terreni alle grandi multinazionali che ci speculeranno; in ogni caso è un’operazione che va contro gli interessi degli studenti che si vedranno ridurre gli spazi a loro disposizione dai 220.000 metri quadri attuali di Città Studi a 150.000. Evidentemente la parte del leone nell’ambiziosissimo tecnopark la giocheranno le multinazionali e non l’Università Statale. E per quest’operazione scellerata di svendita dell’università pubblica lo stato sborserà 130 milioni di fondi europei. I finanziamenti alla ricerca vengono continuamente tagliati ma quando c’è da socializzare le perdite dell’Expo vuoi che non si trovino 130 milioni?
– Per quanto il PD locale si autoproclami aperto all’accoglienza e tollerante, in piazza a “dare un segnale contro il razzismo” ci va soltanto per opportunismo quando le politiche razziste le porta avanti Salvini e non quando sono targate Minniti, che del PD è uno dei fiori all’occhiello.
Al di là della retorica patinata, è questa la vicinanza di Milano all’Europa, che viene proclamata come modello da Repubblica: sacche enormi di lavoro precario, svendita delle istituzioni e dei servizi pubblici ai privati e una città che diventa sempre più a misura di ricchi, mentre i poveri se ne devono stare nelle periferie a prendersi le briciole (perché in effetti con il biglietto ATM a due euro forse non vale la pena andare fino in piazza Gae Aulenti per “sperare di incontrare i Ferragnez + pupo”). Nel frattempo, l’aria continua ad essere irrespirabile, a dispetto di car sharing e bike sharing tanto decantati, anche grazie alle guerre mafiose che si consumano nell’hinterland intorno alla questione rifiuti.
A fronte di tutto questo, il resoconto che ha premiato Milano come città più smart d’Italia parla della città come di “una realtà che fronteggia con determinazione le sfide ambientali e funzionali metropolitane e che ha saputo individuare nuove dinamiche di sviluppo economico”.
Ma a noi le “dinamiche di sviluppo economico” di Milano sembrano le stesse di tante altre parti d’Italia: l’intera città cannibalizzata dalla speculazione edilizia utile solo a pochi ricchi, le classi popolari esiliate nei quartieri dormitorio fuori città (ormai anche la periferia è diventata off limits) il servizio di trasporto pubblico che connette città e hinterland abbandonato all’incuria e al degrado; un centro dorato ed esclusivo che si autocompiace della propria “modernità”, mentre tutto il resto attorno va in malora: queste non sono dinamiche di sviluppo economico “nuove”, sono le tradizionali e vecchissime ricette di “sviluppo” che vengono proposte.
Ed è questo il modello di città che noi, come Potere al Popolo Milano, vogliamo combattere su tutti i fronti, prima di tutto smascherando le ipocrisie dei media e di presunte “agenzie di rating” delle città, a favore invece di politiche del lavoro, abitative, culturali e dei trasporti realmente al servizio degli interessi pubblici e non schiave della speculazione privata.
#riprendiamociquellocheènostro #poterealpopolo
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23/12/2017
I bandi legali che riproducono l’economia illegale
Come si riproduce “Mafia capitale”? Attraverso la privatizzazione dell’economia cittadina. Un processo ininterrotto, che non ha bisogno di sparatorie e minacce, di Buzzi e dei Carminati. In questi giorni Ama – l’azienda municipalizzata che si occupa della raccolta e smaltimento rifiuti – ha proceduto a esternalizzare l’ennesimo servizio di sua competenza: la raccolta del fogliame. Un bando monstre, di due anni e per il valore di 13 milioni di euro. Una situazione paradossale ma ormai strutturale: l’Ama, l’azienda pubblica che dovrebbe tenere le strade pulite, affida ai privati la pulizia delle strade. Producendo così due meccanismi perversi: da una parte accumulando debito pubblico, e sviluppando di conseguenza quella retorica sul debito utilizzata come grimaldello dei processi di privatizzazione; dall’altra favorendo la competizione al ribasso tra aziende, una competizione “oliata” da quegli stessi meccanismi indagati nelle inchieste sul «mondo di mezzo»: finanziamenti privati ai partiti, piccoli favori, cortesie istituzionali, eccetera.
L’esternalizzazione è dettata dalla carenza di organico: nonostante gli strepiti liberisti, nella pubblica amministrazione romana manca personale, così come manca in tutte le aziende di pubblica utilità. Pur di non assumerli, il Comune di Roma verserà nelle tasche di un’azienda privata 13 milioni di euro. Ma è solo l’ultimo dei bandi che alimentano il circuito perverso di appalti e subappalti che favorisce l’incesto mafioso tra politica ed economia. Lo scorso maggio sempre Ama aveva messo a bando la pulizia delle aree verdi «di pertinenza o ad uso aziendale». Avete capito bene: le aree versi ad uso della stessa Ama, inerenti agli uffici, vengono pulite non dall’Ama ma da un’azienda privata a cui sono affidati, tramite bando, compensi per 1 milione e 125 mila euro per tre anni. Due anni fa, sempre l’Ama mise a bando la raccolta della differenziata. E così via, in un loop infinito che progressivamente affida ai privati la gestione dell’amministrazione cittadina. Questa è “Mafia capitale”, non i videogiochi criminali dove vince il più furbo. Purtroppo nessuna fiction ci racconterà le gesta di questa economia criminale che si sviluppa alla luce del sole.
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15/12/2017
A Livorno lo scandalo dei rifiuti pericolosi: intercettazioni, arresti e scandali. Tutto previsto e prevedibile
Il video e l’articolo dello scandalo delle intercettazioni
Due le aziende sequestrate, la Lonzi srl e la Rari srl, entrambe di Livorno ed a pieno regime dentro il sistema di smaltimento livornese e toscano. Secondo l’accusa, nei loro impianti i rifiuti non venivano affatto smaltiti ma piuttosto tritati o miscelati. E a volte neppure questo. Lo scopo di tutto: massimizzare i profitti grazie al falso smaltimento, pagando una ecotassa regionale assai più bassa di quella dovuta. Gli inquirenti hanno calcolato un ricavo di oltre 27 milioni di euro a fronte di tasse evase a danno della Regione Toscana per 4,2 milioni.
Può sembrare strano ma in città nessuno è sorpreso. Gli incendi “improvvisi” ma scadenzati un paio di volte all’anno che lasciavano sul terreno tanta diossina, le lotte dei comitati dei quartier nord che volevano la delocalizzazione dopo tanti morti per tumore, la richiesta di trasparenza per il sistema privato di smaltimento rifiuti a Livorno rappresentano la storia di questa città e di chi aveva sempre lottato perché questi fatti non succedessero più.
Qui la nostra inchiesta del 2013 sugli interessi che girano intorno ai rifiuti a Livorno
http://archivio.senzasoste.it/…/il-denaro-non-puzza-ecco-ch…
Qui un articolo del 2014 con il presidio davanti alla Lonzi
http://archivio.senzasoste.it/…/livorno-bloccato-l-ingresso…
Qui un nostro editoriale di allarme del 2009
http://archivio.senzasoste.it/…/perche-lonzi-metalli-e-unaz…
Qui gli articoli dopo gli incendi del 2009 e del 2012
http://archivio.senzasoste.it/…/livorno-dopo-40-ore-lincend…
http://archivio.senzasoste.it/…/lonzi-metalli-un-incendio-p…
Ci sono anche due le discariche in Toscana finite nel mirino degli inquirenti: la Rea di Rosignano Marittimo, che pochi giorni fa ha ricevuto l’autorizzazione dalla Regione e dalle istituzioni locali al raddoppio (http://www.senzasoste.it/incredibile-scapigliato-piu-inqui…/), e la Rimateria di Piombino, entrambe a partecipazione pubblica. Non sono state sequestrate ma alcuni dipendenti della Rea sono stati raggiunti da misure interdittive. Le indagini dell’ex sostituto della Dda Ettore Squillace Greco sono ancora in corso: una cinquantina gli indagati.
Domanda finale: ma le istituzioni preposte al controllo finora dove erano? Noi ci ricordiamo che ogni volta che succedeva qualcosa erano più che altro preposte a minimizzare.
Redazione 14 dicembre 2017
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03/07/2017
Inceneritori, una pratica insostenibile
“Quella degli inceneritori è stata una strada sbagliata”.
Parole di Ida Auken, ex ministro dell’ambiente danese, dimessosi proprio per la questione inceneritori.
Una strada sbagliata che ha portato il paese nord europeo verso una crisi sistemica di gestione. Secondo Eurostat, la produzione di rifiuti urbani della Danimarca pro capite è la più alta in Europa: 747 kg a persona nel 2013 (rispetto a una media europea di 481 kg). Circa il 60% di questi rifiuti domestici, inclusi i rifiuti organici ad alta potenzialità calorifica, vengono inviati direttamente all’inceneritore più vicino (ufficialmente, solo il 3 per cento viene inviato alla discarica a livello nazionale, ma questo numero non include ceneri e scorie da incenerimento che in quanto “rifiuti speciali” spesso non vengono poi riportati nelle statistiche relative agli urbani, pur derivando da essi).
Questa dipendenza dagli inceneritori ha causato l’impossibilità per la Danimarca di raggiungere gli obiettivi europei fissati dalla direttiva comunitaria per il 2020 (Direttiva quadro 2008/98) tra cui quello del 50% di recupero di materia visto che il paese incenerisce più del 60% dei rifiuti. Motivo per il quale alla Danimarca è stato concesso di adottare il calcolo semplificato, in cui il 50% si computa sulle sole frazioni carta, vetro, plastica e metallo. Ma ora la UE sta discutendo obiettivi ancora più ambiziosi (il 65 o 70%) sul totale del rifiuto urbano, ossia senza semplificazioni di calcolo, e questo sta mettendo in forte crisi il sistema danese di gestione dei rifiuti. Per risolvere questa criticità, e riallineare la gestione anche con gli obiettivi della strategia energetica che prevede il 100% di energia rinnovabile al 2015 (mentre dall’incenerimento viene prodotta energia in gran parte di origine fossile, come dalla componente plastica) il ministero dell’ambiente due anni fa elaborò una nuova Strategia Nazionale (“Denmark without waste”) per abbandonare progressivamente l’utilizzo degli inceneritori favorendo e incentivando il riciclo dei materiali.
Con i suoi 26 inceneritori, il sistema danese dimostra quanto, al di là dell’impiantistica avanzata e di ultima generazione, skyline e piste da sci sulle ciminiere, l’incenerimento dei rifiuti resti una pratica insostenibile, poco redditizia e messa in profonda crisi dagli obiettivi della strategia sulla Economia Circolare, attualmente in discussione a livello europeo.
Tanto che la stessa Commissione Europea, a fine Gennaio ha adottato una Comunicazione sulla Energia da Rifiuto, che mette in guardia contro il ricorso eccessivo all’incenerimento, raccomanda di disinvestire dallo stesso, e chiede di terminare i sussidi alla produzione energetica che, ad oggi, costituisce lo strumento fondamentale (e deteriore, essendo pagato dalla collettività) per garantire l’equilibrio economico dell’incenerimento.
Inceneritori italiani, tra processi, infrazioni e traffico illecito di rifiuti.
Dei 40 impianti di incenerimento italiano – che bruciano rifiuti urbani e speciali – 20 sono sotto la lente della magistratura con inchieste in corso per traffico illecito di rifiuti, violazioni della normativa ambientale, incidenti, emissioni sopra i limiti di legge di diossine e metalli pesanti. Per altri 12 impianti sono stati accertati violazioni delle prescrizioni dell’Autorizzazione integrata ambientale. Alcuni, anche nel recente passato, vennero chiusi, dopo accertamenti della Magistratura, per avere falsificato i dati sulle emissioni. C’ è anche da sottolineare che rispettare un limite non significa comunque rispettare la salute, visto peraltro che alcune sostanze, come il nanoparticolato, non sono attualmente regolamentate, e che i monitoraggi generalmente non coprono le fasi di accensione/spegnimento per le manutenzioni periodiche, in cui si hanno emissioni ben superiori che in condizioni operative standard.
L’inceneritore di Bolzano non è da meno visto che vanta un processo per emissione di sostanze nocive oltre i limiti di legge dopo l’incendio avvenuto a novembre 2013. La realtà degli inceneritori italiani è costellata di incendi, malagestione, illeciti e costituisce da Nord a Sud del paese, fonte di aumento di ricoveri ospedalieri per gravi patologie.
L’incenerimento dei rifiuti resta una pratica insostenibile, che sottrae la possibilità di recuperare materia in favore del recupero di energia e che non consente di incrementare processi virtuosi di riduzione a monte dei rifiuti secondo i percorsi della Economia Circolare. Che peraltro, sarebbero quelli più efficienti anche dal punto di vista della minimizzazione dei costi e della creazione di indotto occupazionale.
Energia o materia?
A parità di materiale, l’energia recuperata con incenerimento è inferiore a quella risparmiata riciclando lo stesso materiale. Il riciclo è quindi da 2 a 5 volte più efficiente del recupero energetico e questo fattore determina un vantaggio economico diretto, oltre a un migliore uso delle risorse e a un vantaggio ambientale.
Quindi, per motivi energetici ed economici, è urgente programmare la conversione dei sistemi di raccolta rifiuti verso il massimo riciclo. Conversione che comprende la riprogettazione dei prodotti per ridurre i materiali non riciclabili immessi a consumo, oppure le plastiche miste, difficilmente recuperabili.
Ad esempio, se la media di produzione di residuo secco indifferenziato si riducesse a 75 kg per abitante all’anno, un obiettivo già raggiunto da molti Comuni italiani, sarebbe sufficiente una capacità di smaltimento di 4.5 milioni di tonnellate. I 40 impianti di incenerimento hanno una capacità totale di circa 8 milioni di tonnellate.
Raggiungere questo obiettivo consentirebbe un uso razionale delle risorse, riutilizzando le materie per nuovi prodotti, e un sensibile risparmio di energia.
I distretti che hanno seguito con coerenza i percorsi Rifiuti Zero, proprio grazie alla assenza di inceneritori, come la Provincia di Treviso, già oggi producono solo 50 kg/ab.anno di rifiuto indifferenziato residuo, e si sono posti l’obiettivo di arrivare a 10 kg nel 2023. Cosa possibile in quanto non hanno sul loro territorio la rigidità di un inceneritore da alimentare con i tonnellaggi previsti dal “business plan”.
Pertanto, la materia è più preziosa dell’energia.
A Sud
Energia per L’Italia
Ugi Colleferro
Zero Waste Europe
Fonte
10/05/2017
Roma o Milano? La guerra sulle Capitali
Immondizia a Roma, Obama a Milano. Due istantanee che ci segnalano uno scenario. Se un marziano osservasse dall’alto le due fotografie non avrebbe dubbi su quale dovrebbe essere la Capitale di un paese che ambisce a stare nel “direttorio” europeo. Ed è questa visione “dall’alto” dei simboli, della realtà e della sua rappresentazione che ci restituisce una sensazione inquietante.
Come è noto andiamo sostenendo che esiste una parte dei poteri forti che sta lavorando per spostare la Capitale del paese da Roma a Milano.
La conferma era arrivata da una sorta di dossier nella rivista dell’Acer (l’associazione dei costruttori romani), ovvero l’organizzazione storica dei palazzinari di Roma. Nell’ultimo numero della rivista, il titolo è esplicito: “La Capitale a Milano?”
E’ Edoardo Bianchi, presidente dell’Acer ad affermare che mentre Milano da circa 20 anni è al centro di un processo di trasformazione urbana rilevante che riguarda soprattutto le aree ex industriali e fieristiche (vedi il modello Expo) Roma, invece, è paralizzata in decine e decine di opere ferme. “Noi abbiamo un sogno – scrive il presidente dell’Acer Edoardo Bianchi – Quello di una città che esca dal suo stato catatonico, si doti di una sua vision del futuro e su questa lavori e si impegni concretamente”. A dargli manforte nella “provocazione” di spostare la Capitale a Milano arriva è anche Filippo Tortoriello, presidente di Unindustria (la Confindustria romana).
Provocazioni nel senso propositivo della parola dunque, cioè tese a mettere sul piatto un problema anche ragionando per paradossi. Ma messe sul piatto dal presidente dei costruttori e della Confindustria locale, non sono certo provocazioni pour parler. “Provocazioni” che si aggiungono a quelle degli ambienti finanziari milanesi, del sindaco Sala, del Corriere della Sera.
In tal senso non si può che rimanere colpiti dal fatto che Barak Obama, ex presidente degli Stati Uniti, scelga di venire in Italia e di recarsi solo a Milano e proprio lì di incontrarsi con Matteo Renzi, ex presidente del Consiglio e candidatosi a tornarvi.
Il linguaggio dei simboli ha una sua forza comunicativa e persuasiva. Sopratutto se Obama, Renzi e le èlite si incontrano a Milano e cenano tutti insieme alla modica spesa di 850 euro cadauno. In un giorno, dunque, Milano è diventata di fatto anche la Capitale “politica” del paese.
In contrasto con questa immagine di Milano metropoli globale, arrivano quelle assai meno luminose di Roma invasa dai rifiuti nelle strade. Immagini accompagnate da una campagna mediatica e politica che sembra aver decretato la fine della “tregua” concessa alla giunta Raggi dopo il cedimento sul progetto dello Stadio/cementificazione a Tor di Valle.
Sull’emergenza rifiuti a Roma si riscatena la canea di commenti, denunce, ipotesi, scontro politico. Da una parte il Corriere della Sera, i Tg del giornale unico, il Pd, il governo centrale e regionale, dall’altra la giunta comunale e il M5S, in mezzo gli abitanti.
Eppure girando per le strade di Roma, soprattutto nella periferia intra ed extra anulare, balza agli occhi come i cassonetti siano stati svuotati ma molti rifiuti giacciono ancora in terra. Un segno evidente o di cattiva organizzazione del servizio raccolta rifiuti (i camion passano e svuotano i cassonetti ma non passano i furgoni scoperti per raccogliervi i sacchetti lasciati su strade e marciapiedi) oppure di boicottaggio a vantaggio di telecamere e fotografie.
Alimentare – in tutti i sensi – l’emergenza rifiuti a Roma appare propedeutico anche a rilanciare la privatizzazione dell’Ama (l’azienda municipale addetta ai rifiuti), ipotesi questa caldeggiata dal Pd e dai “prenditori” privati ma momentaneamente congelata dalle contraddizioni interne nella giunta Raggi. “Una cordata di imprenditori privati calati dall’alto e superpagati con incarichi nella amministrazione capitolina e dentro l’azienda, sta mettendo in atto quanto imposto dalla politica nazionale e dal decreto Madia sulle partecipate: affidamento dei servizi ai privati; liste di mobilità del personale in esubero, blocco delle assunzioni, spacchettamento del servizio pubblico” denuncia in un volantino l’Usb dei lavoratori dell’Ama.
Decostruito questo scenario e fatte le dovute connessioni, da tempo sul giornale (vedi la nostra inchiesta a febbraio) vogliamo segnalare ai nostri lettori quella che per ora appare come una tendenza. Se l’Italia vuole o sarà costretta a stare nel direttorio europeo con Germania, Francia e Spagna, dovrà adeguarvi non solo l’economia e le relazioni sociali ma anche i suoi apparati istituzionali, renderli cioè adeguati alla governance multilivello su cui agisce l'Unione Europea.
Già il Sole 24 Ore due settimane fa sottolineava l’asimmetria sistemica della catena del valore in Italia. Il 20% delle imprese (concentrate in Lombardia, Emilia-Romagna, Trentino e poco più) produce l’80% del valore aggiunto e dell’export. Sono le regioni “renziane”, le uniche dove ha prevalso il Si nel referendum costituzionale e sono le regioni più integrate nella filiera della subfornitura legata al nucleo avanzato dell’Unione Europea intorno alla Germania e satelliti.
Questo modello produttivo del sistema Italia 4.0 ruota ormai intorno a Milano, la quale attrae investimenti, forza lavoro qualificata e giovanile, flussi economici, eventi politici e pratiche di governance apertamente bipartizan, insomma quella “Milano vicino l’Europa”, che presenta tutte le caratteristiche richieste per essere “città globale” e dunque Capitale, tanto da essere consacrata dalla visita di Obama.
Per ora sono sussurri, “provocazioni” come quelle dell’Acer o di Unindustria, “punture” buttate là dagli editorialisti del Corriere della Sera o di Milano Finanza. Ma a queste si accompagnano sistematicamente campagne mediatiche sul degrado di Roma, sulla sua immobilità di fronte al "dinamismo renziano", sulla incapacità di governo del M5S, sulla inadeguatezza di Roma come Capitale di una potenza del direttorio europeo. Un modo di dire piuttosto esplicitamente che "There Is Not Alternative". La guerra sulla Capitale è appena cominciata.
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18/01/2017
Svendere AMIU ai privati: il colpo di coda del centrosinistra a Genova
Come al solito, la giustificazione del Sindaco Doria e della Giunta Comunale sulla volontà di privatizzare AMIU riguarda l'applicazione del patto di stabilità e la necessità di recuperare un buco di bilancio dovuto alla cessazione dell'attività della discarica comunale di Scarpino recentemente dichiarata fuori norma. Tale discarica ha funzionato per anni e, nonostante ripetuti appelli da parte dei comitati cittadini che ne denunciavo il malfunzionamento, il Comune e i vertici di AMIU non hanno mosso un dito fino al sequestro giudiziario.
Appare evidente la volontà delle istituzioni di creare il disastro della discarica per gravare AMIU di debiti e giustificarne poi la svendita. Tra l'altro, il nuovo piano industriale studiato con IREN prevede il rientro del buco di bilancio in soli 10 anni (e non in 30 come previsto precedentemente). Questo rientro è messo nero su bianco che graverà sui cittadini genovesi che avranno aumenti sulla tassa della spazzatura dal 4 al 6%. Appare evidente che il Comune vuole favorire a tutti i costi IREN garantendogli ulteriori profitti in tempi rapidi estratti dalle tasche dei cittadini genovesi.
Tra l'altro, IREN ha già dato ampiamente prova di sé nella gestione di acqua e gas a Genova: la privatizzazione infatti non ha comportato nessun beneficio né per cittadini né per i lavoratori. A fronte di profitti continui (che vanno agli azionisti bancari di riferimento) la linea di distribuzione è totalmente obsoleta e il taglio della manutenzione della rete comporta continui e ripetuti disagi e allagamenti.
Il progetto di privatizzazione è quindi totalmente sbagliato e azzera la volontà di cittadini e utenti per favorire i progetti speculativi di IREN. La sudditanza del PD e di quel pezzo di centrosinistra che ancora sostiene il Sindaco (e si appresta a rimettere in campo la stessa operazione per le prossime comunali) agli azionisti privati è tale che si arriva addirittura a sostenere che IREN sarebbe una azienda pubblica a causa della presenza nelle quote dei Comuni interessati.
Contro la privatizzazione è in atto la giusta protesta dei lavoratori che spinge le burocrazie sindacali a protestare. La Cgil continua a perdere iscritti e non controlla più i lavoratori che, in gran parte, hanno recentemente bocciato a Genova il contratto nazionale. I vertici sindacali confederali e autonomi trattano in segreto la privatizzazione ma sono costretti a veloci marce indietro da parte di chi ha deciso comunque di lottare fino in fondo.
La partita è dunque ancora aperta e per i prossimi giorni sono previsti banchetti informativi e manifestazioni cittadine. Sul piede di guerra anche le associazioni ambientaliste che sono preoccupate anche per lo stravolgimento del progetto di raccolta differenziata che IREN ha tutto l'interesse a trasformare in un businnes per i propri inceneritori.
Ci sono quindi moltissime ragioni per sostenere questa battaglia contro la privatizzazione di AMIU e contro quel progetto di privatizzare tutto il settore pubblico che la Giunta uscente ha continuato a perseguire durante il proprio mandato.
Fin dall'inizio è stata questa la principale lotta a Genova contro i paladini della UE e dell'austerity.
Una lotta che ha visto il Sindaco Doria e la sua maggioranza schierata contro i lavoratori e che avrebbe ottenuto migliori risultati se i sindacati confederali non si fossero sempre rifiutati di unire le lotte di AMT (trasporti), ASTER (manutenzioni), AMIU (rifiuti) e ATP (trasporti provinciali) per trattare con una giunta comunale da loro a lungo sostenuta e infarcita di loro amichetti.
Motivo di più per stringersi intorno ai lavoratori contro la privatizzazione e lottare contro la riedizione di qualsiasi esperienza politica di centrosinistra a Genova in nome degli interessi di classe e della necessità di ribaltare totalmente il quadro politico nella nostra città.
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27/12/2016
Ispra: “Più riciclo = bollette più leggere”. Ma si continua a bruciare troppo
1) La bolletta diminuisce con l’aumentare della differenziazione del rifiuto. E’ una formula che andiamo ripetendo da anni. Se è vero che la raccolta differenziata costa di più (ma costa di più in termini di lavoro quindi significa più stipendi, assunzioni e ricchezza che rimane sul territorio), alla fine del ciclo si spende di meno in termini di costi di conferimento del rifiuto in discarica o inceneritore, in termini di costi di costruzione e mantenimento degli inceneritori e in termini di salute e ambiente.
2) Aumenta il rifiuto bruciato e diminuisce il conferimento in discarica. E’ la conseguenza delle norme europee che nella scala dello smaltimento hanno privilegiato gli inceneritori alle discariche. Ma attenzione, la norma europea dice che si può bruciare solo tutto ciò che non è riciclabile. In Italia siamo indietro. Indietrissimo. Naturalmente per avere dei risultati economici e ambientali dal riciclo serve che la raccolta differenziata sia accompagnata dalla presenza di impianti e filiere del riciclo e del riuso.
3) La plastica finisce in buona parte per essere bruciata. E qui si va al nodo di tutto. Non si potrà mai raggiungere livelli accettabili di riciclo e di diminuzione dell’impatto ambientale se non viene regolamentato in modo ferreo il problema degli imballaggi. Tanti rifiuti non si possono riciclare perché sono progettati e costruiti in modo assurdo. In altri paesi chi inquina paga e chi vuole progettare male per motivi di marketing paga l’assurdo imballaggio. L’esempio classico ad esempio è il brick dell’Estathè tanto di moda a Livorno: plastica, alluminio e carta in un unico imballaggio. Roba da 1800!
Meno della metà dell’immondizia raccolta nel nostro Paese viene riciclata. E anche se il conferimento in discarica scende, aumenta l’uso dei termovalorizzatori. Forte divario tra Nord e Sud sulla presenza di impianti. Il 37% dei rifiuti bruciato nella sola Lombardia. Mentre la plastica è un caso: è più quella bruciata di quella riutilizzata. E i contribuenti ci perdono: lo studio indica che con alti tassi di differenziata, le bollette scendono
Riciclo zoppicante, impianti per i rifiuti organici non pervenuti, crescita della monnezza bruciata negli inceneritori. Il quadro delineato dall’ultimo rapporto Ispra sui rifiuti urbani non è positivo. Ancora oggi, infatti, meno della metà dell’immondizia urbana in Italia viene riciclata: parliamo di circa 13 milioni di tonnellate su un totale di quasi 30. Il 44% totale, somma del 18% di umido usato per produrre compost e biogas e del 26% di rifiuti in carta, plastica, vetro, legno e metalli avviati a seconda vita. C’è spazio per migliorare, ma intanto c’è soprattutto spazio per discariche e inceneritori, dove finisce principalmente tutto il resto dei rifiuti. Se la “sepoltura” in discarica continua a prevalere (26%), aumentano i rifiuti bruciati (19%, il 5% in più rispetto al 2014). E stando alla direzione impartita dal governo Renzi con lo Sblocca Italia, che prevede la costruzione di otto nuovi inceneritori, questo dato non potrà che crescere ancora. Anche se non conviene: come dimostrano i confronti fatti dall’Ispra, infatti, la bolletta diminuisce con l’aumento della raccolta differenziata.
Cresce l’umido, ma mancano gli impianti
Rispetto al 2014, l’anno scorso la percentuale complessiva del riciclo è cresciuta di tre punti, arrivando al 44%. Un risultato su cui ha pesato molto la raccolta dell’organico: gli avanzi di cibo, gli scarti della cucina e le potature trattati negli impianti per produrre fertilizzanti per l’agricoltura e biogas sono aumentati del 7% tra il 2014 e il 2015, raggiungendo l’anno scorso i 5,2 milioni di tonnellate. Con differenze molto ampie, però, tra le diverse zone d’Italia, dovute prima di tutto alla mancanza al Centro-Sud di siti di trattamento: “202 impianti dei 309 operativi a livello nazionale sono localizzati al Settentrione”, fa notare l’Ispra. Un quadro che poi si riflette nei numeri della raccolta: 122 chili pro capite al Nord, 101 al Centro e 70 al Sud. Secondo l’ultimo studio della società di consulenza Althesys sui rifiuti, “nel meridione 2,3 milioni di tonnellate di umido non sono ancora intercettate”, mentre se si avviasse a riciclo entro il 2020 circa il 70% dei rifiuti organici si potrebbe creare una vera e propria filiera del biogas con benefici economici per 1,3 miliardi di euro.
L’anomalia plastica: è più quella che si brucia di quella che si ricicla
Non è solo il riciclo dell’umido a crescere: gli imballaggi in plastica avviati a seconda vita sono aumentati nel 2015 del 10%, quelli in legno e carta del 5% circa. L’exploit della plastica nasconde però un’anomalia non da poco, perché quella bruciata è in realtà più di quella riciclata, il 44% contro il 41%. Colpa del proliferare di imballaggi in materiali misti difficili da riciclare, mentre mancano soluzioni per disincentivarli o investimenti in innovazione per tentare di avviarli a seconda vita. Così, mentre il riciclo di bottiglie, flaconi e pellicole nel 2015 ha raggiunto quota 870mila tonnellate, l’incenerimento, che cresce a un ritmo doppio dal 2011, ha sfiorato le 930mila. Non è un buon affare: in uno studio dell’agenzia Usa per l’Ambiente (Epa), spiega il docente dell’università di Bologna Alberto Bellini nel suo ultimo libro Ambiente clima e salute, infatti, “si mostra che l’energia risparmiata attraverso il riciclo è da due a sei volte superiore a quella recuperata con incenerimento”. Per la plastica delle bottiglie, nello specifico, il rapporto secondo l’Epa è di tre a uno.
Meno discarica, più inceneritori
L’aumento della combustione dei rifiuti non è una tendenza che vale solo per la plastica: nel 2015 è diminuito del 16% il ricorso allo smaltimento in discarica, ma in parallelo sono aumentati del 5% i rifiuti bruciati negli inceneritori, per un totale di 5,6 milioni di tonnellate. Oggi gli impianti sono in tutto 41, ma la distribuzione sul territorio nazionale non è omogenea: “Il 70% dei rifiuti viene incenerito al Nord, dove è localizzata la maggioranza degli impianti presenti sul territorio nazionale, l’11% al Centro ed il 19% al Sud”, calcola l’Ispra. La patria dei termovalorizzatori è la Lombardia, che da sola brucia il 37% dei rifiuti inceneriti in Italia, ricevendo “nei propri inceneritori circa 160mila tonnellate di rifiuti prodotte in altre regioni (principalmente Lazio e Campania). Anche l’Emilia Romagna riceve circa 140mila tonnellate di rifiuti da Toscana, Lazio, Veneto, Lombardia e Abruzzo”. A dare una mano al proliferare di rifiuti da mandare ai forni ci pensano i Comuni che ancora non hanno introdotto servizi di raccolta differenziata per alcuni tipi di rifiuti attraverso gli ecocentri municipali: quella di apparecchiature elettriche ed elettroniche, per esempio, al Sud manca ancora nel 28% dei Comuni, mentre oltre il 33% delle amministrazioni del centro Italia non si occupa di raccogliere in modo differenziato il legno. Per le tasche dei cittadini non è per niente un affare: analizzando i costi per l’igiene urbana, infatti, il rapporto Ispra mostra che passando da una situazione in cui la raccolta differenziata è compresa tra il 20% e il 40% a uno scenario in cui questa supera il 60%, i risparmi in bolletta sono consistenti. Per i comuni con una popolazione compresa tra i 50 ed i 150 mila abitanti, per esempio, “il costo scende da 213,41 a 170,35 euro/abitante per anno”.
22 dicembre 2016