Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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27/12/2016

Ispra: “Più riciclo = bollette più leggere”. Ma si continua a bruciare troppo

L’ultimo rapporto ISPRA sui rifiuti urbani ha confermato con i numeri molte delle proposte che anche noi, come testata, portiamo avanti da anni. Di seguito un articolo del Fatto Quotidiano che riassume per punti il rapporto. Da parte nostra vogliamo sottolineare tre fatti importantissimi che emergono dal rapporto.

1) La bolletta diminuisce con l’aumentare della differenziazione del rifiuto. E’ una formula che andiamo ripetendo da anni. Se è vero che la raccolta differenziata costa di più (ma costa di più in termini di lavoro quindi significa più stipendi, assunzioni e ricchezza che rimane sul territorio), alla fine del ciclo si spende di meno in termini di costi di conferimento del rifiuto in discarica o inceneritore, in termini di costi di costruzione e mantenimento degli inceneritori e in termini di salute e ambiente.

2) Aumenta il rifiuto bruciato e diminuisce il conferimento in discarica. E’ la conseguenza delle norme europee che nella scala dello smaltimento hanno privilegiato gli inceneritori alle discariche. Ma attenzione, la norma europea dice che si può bruciare solo tutto ciò che non è riciclabile. In Italia siamo indietro. Indietrissimo. Naturalmente per avere dei risultati economici e ambientali dal riciclo serve che la raccolta differenziata sia accompagnata dalla presenza di impianti e filiere del riciclo e del riuso.

3) La plastica finisce in buona parte per essere bruciata. E qui si va al nodo di tutto. Non si potrà mai raggiungere livelli accettabili di riciclo e di diminuzione dell’impatto ambientale se non viene regolamentato in modo ferreo il problema degli imballaggi. Tanti rifiuti non si possono riciclare perché sono progettati e costruiti in modo assurdo. In altri paesi chi inquina paga e chi vuole progettare male per motivi di marketing paga l’assurdo imballaggio. L’esempio classico ad esempio è il brick dell’Estathè tanto di moda a Livorno: plastica, alluminio e carta in un unico imballaggio. Roba da 1800! 

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Rifiuti, rapporto Ispra: differenziata aumenta, ma i rifiuti bruciati crescono di più. E ai cittadini non conviene

di – tratto da http://www.ilfattoquotidiano.it

Meno della metà dell’immondizia raccolta nel nostro Paese viene riciclata. E anche se il conferimento in discarica scende, aumenta l’uso dei termovalorizzatori. Forte divario tra Nord e Sud sulla presenza di impianti. Il 37% dei rifiuti bruciato nella sola Lombardia. Mentre la plastica è un caso: è più quella bruciata di quella riutilizzata. E i contribuenti ci perdono: lo studio indica che con alti tassi di differenziata, le bollette scendono 

Riciclo zoppicante, impianti per i rifiuti organici non pervenuti, crescita della monnezza bruciata negli inceneritori. Il quadro delineato dall’ultimo rapporto Ispra sui rifiuti urbani non è positivo. Ancora oggi, infatti, meno della metà dell’immondizia urbana in Italia viene riciclata: parliamo di circa 13 milioni di tonnellate su un totale di quasi 30. Il 44% totale, somma del 18% di umido usato per produrre compost e biogas e del 26% di rifiuti in carta, plastica, vetro, legno e metalli avviati a seconda vita. C’è spazio per migliorare, ma intanto c’è soprattutto spazio per discariche e inceneritori, dove finisce principalmente tutto il resto dei rifiuti. Se la “sepoltura” in discarica continua a prevalere (26%), aumentano i rifiuti bruciati (19%, il 5% in più rispetto al 2014). E stando alla direzione impartita dal governo Renzi con lo Sblocca Italia, che prevede la costruzione di otto nuovi inceneritori, questo dato non potrà che crescere ancora. Anche se non conviene: come dimostrano i confronti fatti dall’Ispra, infatti, la bolletta diminuisce con l’aumento della raccolta differenziata.

Cresce l’umido, ma mancano gli impianti

Rispetto al 2014, l’anno scorso la percentuale complessiva del riciclo è cresciuta di tre punti, arrivando al 44%. Un risultato su cui ha pesato molto la raccolta dell’organico: gli avanzi di cibo, gli scarti della cucina e le potature trattati negli impianti per produrre fertilizzanti per l’agricoltura e biogas sono aumentati del 7% tra il 2014 e il 2015, raggiungendo l’anno scorso i 5,2 milioni di tonnellate. Con differenze molto ampie, però, tra le diverse zone d’Italia, dovute prima di tutto alla mancanza al Centro-Sud di siti di trattamento: “202 impianti dei 309 operativi a livello nazionale sono localizzati al Settentrione”, fa notare l’Ispra. Un quadro che poi si riflette nei numeri della raccolta: 122 chili pro capite al Nord, 101 al Centro e 70 al Sud. Secondo l’ultimo studio della società di consulenza Althesys sui rifiuti, “nel meridione 2,3 milioni di tonnellate di umido non sono ancora intercettate”, mentre se si avviasse a riciclo entro il 2020 circa il 70% dei rifiuti organici si potrebbe creare una vera e propria filiera del biogas con benefici economici per 1,3 miliardi di euro.

L’anomalia plastica: è più quella che si brucia di quella che si ricicla

Non è solo il riciclo dell’umido a crescere: gli imballaggi in plastica avviati a seconda vita sono aumentati nel 2015 del 10%, quelli in legno e carta del 5% circa. L’exploit della plastica nasconde però un’anomalia non da poco, perché quella bruciata è in realtà più di quella riciclata, il 44% contro il 41%. Colpa del proliferare di imballaggi in materiali misti difficili da riciclare, mentre mancano soluzioni per disincentivarli o investimenti in innovazione per tentare di avviarli a seconda vita. Così, mentre il riciclo di bottiglie, flaconi e pellicole nel 2015 ha raggiunto quota 870mila tonnellate, l’incenerimento, che cresce a un ritmo doppio dal 2011, ha sfiorato le 930mila. Non è un buon affare: in uno studio dell’agenzia Usa per l’Ambiente (Epa), spiega il docente dell’università di Bologna Alberto Bellini nel suo ultimo libro Ambiente clima e salute, infatti, “si mostra che l’energia risparmiata attraverso il riciclo è da due a sei volte superiore a quella recuperata con incenerimento”. Per la plastica delle bottiglie, nello specifico, il rapporto secondo l’Epa è di tre a uno.

Meno discarica, più inceneritori

L’aumento della combustione dei rifiuti non è una tendenza che vale solo per la plastica: nel 2015 è diminuito del 16% il ricorso allo smaltimento in discarica, ma in parallelo sono aumentati del 5% i rifiuti bruciati negli inceneritori, per un totale di 5,6 milioni di tonnellate. Oggi gli impianti sono in tutto 41, ma la distribuzione sul territorio nazionale non è omogenea: “Il 70% dei rifiuti viene incenerito al Nord, dove è localizzata la maggioranza degli impianti presenti sul territorio nazionale, l’11% al Centro ed il 19% al Sud”, calcola l’Ispra. La patria dei termovalorizzatori è la Lombardia, che da sola brucia il 37% dei rifiuti inceneriti in Italia, ricevendo “nei propri inceneritori circa 160mila tonnellate di rifiuti prodotte in altre regioni (principalmente Lazio e Campania). Anche l’Emilia Romagna riceve circa 140mila tonnellate di rifiuti da Toscana, Lazio, Veneto, Lombardia e Abruzzo”. A dare una mano al proliferare di rifiuti da mandare ai forni ci pensano i Comuni che ancora non hanno introdotto servizi di raccolta differenziata per alcuni tipi di rifiuti attraverso gli ecocentri municipali: quella di apparecchiature elettriche ed elettroniche, per esempio, al Sud manca ancora nel 28% dei Comuni, mentre oltre il 33% delle amministrazioni del centro Italia non si occupa di raccogliere in modo differenziato il legno. Per le tasche dei cittadini non è per niente un affare: analizzando i costi per l’igiene urbana, infatti, il rapporto Ispra mostra che passando da una situazione in cui la raccolta differenziata è compresa tra il 20% e il 40% a uno scenario in cui questa supera il 60%, i risparmi in bolletta sono consistenti. Per i comuni con una popolazione compresa tra i 50 ed i 150 mila abitanti, per esempio, “il costo scende da 213,41 a 170,35 euro/abitante per anno”.

22 dicembre 2016
 
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06/01/2015

Emergenza rifiuti a Genova, maiali e spazzatura in strada durante le Feste


Un maiale intento a grufolare fra i sacchetti della spazzatura a Certosa, periferia occidentale di Genova: è la scena immortalata in alcune foto pubblicate su giornali e social network nelle prime ore del 2015. Pessima pubblicità per una città che faticosamente sta rialzando la testa dopo la tragedia dell’alluvione, ma soprattutto segnale di un vecchio problema mai risolto. Quello della “rumenta”, come chiamano la spazzatura i genovesi, è un antico nervo scoperto. Ma la questione si è aggravata durante le scorse feste natalizie: i sacchi di spazzatura sono stati abbandonati per le strade tra le proteste dei cittadini. Solo l’11 dicembre, era stata proprio l’azienda per i rifiuti Amiu a lanciare l’appello: “Tenete in casa i sacchi, siamo sommersi dalla richieste. Almeno quelli che non puzzano”. E alle furibonde telefonate ai giornali che denunciavano lo scandalo si era unito il governatore ligure, Claudio Burlando, accusando Amiu di disorganizzazione.

Ma la situazione rifiuti a Genova e provincia è preoccupante da alcuni mesi. La raccolta differenziata è ferma in città ad un misero 35 per cento, con l’obiettivo dichiarato dal piano regionale dei rifiuti di salire al 42 nel 2015 e al 50 nel 2016. Entro l’anno corrente la raccolta dell’organico dovrebbe essere estesa – dopo gli esercizi commerciali – anche a tutte le utenze domestiche. Ma il gap da colmare è enorme. Intanto l’unica discarica, sul monte di Scarpino, è chiusa dall’ottobre scorso, in attesa di radicali ristrutturazioni strutturali che dovrebbero essere realizzate nei prossimi mesi. Sugli appalti di Amiu indaga la magistratura che ha sollevato il velo su un presunto giro di gare truccate che ha portato in carcere, tra gli altri, Corrado Grondona, direttore degli affari legali di Amiu (già licenziato in tronco) accusato di aver favorito alcune ditte amiche (la EcoGe dei fratelli Mamone, la Edildue di Stefano e Daniele Raschellà, padre e figlio) e la Gungui di Claudio Deiana, in cambio di spassose serate con escort dell’Est procurate dagli imprenditori. Tre dirigenti di Amiu (fra cui Carlo Sacco, il direttore di Scarpino) sono indagati e il gip ha disposto la loro sospensione dalla rispettive cariche da 6 a 8 settimane.

Nel frattempo, i rifiuti prodotti a Genova e in alcuni comuni limitrofi (800 tonnellate al giorno) vengono indirizzati a varie discariche fuori Liguria. Naturalmente in cambio di denaro sonante che finirà per essere pagato dagli utenti genovesi. “Spendiamo centomila euro al giorno”, calcola il presidente di Amiu, Marco Castagna. Castagna ha però respinto le accuse. In sostanza nessun errore, né peccato di disorganizzazione, Amiu al contrario avrebbe affrontato al meglio, secondo il presidente, una situazione di emergenza che si è inserita in una condizione anormale (la discarica di Scarpino chiusa da mesi) ben nota a tutti. “La Regione Liguria”, ha detto Castagna a ilfattoquotidiano.it, “ci ha presentato solo il 22 dicembre l’accordo raggiunto con la Regione Piemonte per il conferimento dei rifiuti e lo ha confermato il 23. A noi è rimasto appena un giorno e mezzo per verificare l’effettiva disponibilità delle discariche indicate per accogliere i rifiuti genovesi. Le festività hanno bloccato tutto fino al 29 dicembre e anche volendo non avremmo potuto utilizzare le discariche fuori Liguria, tutte chiuse. Né i nostri camion avrebbero potuto viaggiare nei giorni di festa a causa delle limitazioni al traffico pesante”. Circa 200 tonnellate di rifiuti sono dunque rimasti “inevasi”, sfregiando strade e piazze cittadine. Per smaltirli rapidamente, sostiene Castagna, il 30 dicembre ci si è messi in contatto con la Cermec di Massa, che ha accettato di ricevere 100 tonnellate in più di rifiuti dalla Liguria.

Castagna punta il dito sui ritardi accumulati negli ultimi 5/6 anni. A parte la questione Scarpino, il nuovo piano industriale presentato da Amiu al Comune (azionista di riferimento) prevede investimenti per 100 milioni di euro nei prossimi tre anni. Indirizzati a quello che i tecnici definiscono “economia circolare”. Ossia i rifiuti non dovranno più rappresentare soltanto un costo ma trasformarsi in una risorsa, diventando materia prima. Castagna lo spiega così: “Il piano regionale dei rifiuti – che corrisponde alle indicazioni dell’Unione Europea – non prevede l’inceneritore. I rifiuti dunque dovranno anzitutto essere totalmente differenziati al momento della raccolta. La frazione organica dovrà essere conferita a biodigestori anaerobici che li trasformeranno in energia. Il secco sarà destinato ad impianti che estrarranno le diverse materie prime che potranno andare sul mercato ed essere vendute. In questo modo gli investimenti saranno ripagati e i costi in bolletta ridotti”.

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29/12/2013

“Boom della differenziata”. Venezia chiude inceneritore

Legambiente cauta: “Differenziata aumentata in modo vertiginoso, ma ancora in fase sperimentale”


In diverse città fanno discutere quelli attivi o che potrebbero nascere. A Venezia un inceneritore ce l’hanno, ma hanno scelto di chiuderlo. Possibile – dice il Comune – grazie all’aumento della differenziata. Legambiente parla di «intervento senza eguali», di una promessa politica mantenuta ma con effetti da verificare. Se la cosa funziona, può essere la prova che questa strada è percorribile anche altrove.

Cambio di rotta
«L’impianto di Fusina (località del Comune di Venezia, ndr) è entrato in funzione nel 1998 - racconta l’assessore all’Ambiente, Gianfranco Bettin - . Negli anni è stato potenziato e reso più efficiente». Dal 2010 il sindaco è Giorgio Orsoni, Pd. «Abbiamo deciso subito di chiudere l’inceneritore – continua Bettin – . Siamo stati la prima amministrazione della città a muoversi in questa direzione». Per raggiungere l’obiettivo, dice, è stato necessario ridurre al minimo i rifiuti portati in discarica. «Era l’unico modo per non doverli far bruciare altrove».

Bettin spiega che la raccolta porta a porta è stata raddoppiata, passando da tre a sei passaggi settimanali. Poi sono stati introdotti cassonetti con una chiave personalizzata per ogni cittadino e un’apertura molto stretta, che costringe a separare la spazzatura più accuratamente. Risultati? «Nella prima municipalità in cui li abbiamo piazzati la differenziata ha superato il 78% nel giro di un anno. Nella seconda siamo sopra il 70 per cento. Nella terza oltre il 60. L’ultima in ordine di tempo è la più grande, Mestre centro, per cui finora abbiamo solo dati parziali». La terraferma veneziana, che ha più di 200mila abitanti, sarebbe stabilmente tra il 60 e il 70 per cento. «Un anno fa era poco sopra il 50. Il successo ci ha permesso addirittura di anticipare la chiusura di Fusina».

La previsione è che l’impianto si spenga del tutto entro fine gennaio. Le decine di persone che ci lavorano dovrebbero restare dipendenti dell’azienda pubblica che lo gestiva. Secondo il Comune le emissioni di anidride carbonica scenderanno di circa 60mila tonnellate all’anno. «Questa scelta – riprende l’assessore – ha comportato un investimento, ma contiamo di recuperare, perché in prospettiva la differenziata fa risparmiare. E poi su questo tema il calcolo economico non può essere decisivo». Bettin pensa che una decisione simile potrebbe esser presa ovunque, ma riconosce le difficoltà: «Negli ultimi 20 anni le politiche nazionali sono state fortemente orientate alla costruzione dei ‘termovalorizzatori’, come vengono pudicamente chiamati».

Dubbi e speranze
Luigi Lazzaro, presidente di Legambiente Veneto, ammette che l’amministrazione ha mantenuto una promessa, ma è cauto sui prossimi mesi. «Secondo noi il Comune ha fatto un passo un po’ lungo, anche se rispettabile. La differenziata è aumentata in modo vertiginoso, però siamo ancora in fase sperimentale. Mestre è diversa dai piccoli centri, e per ora non abbiamo dati certi». Di cosa avete paura? «Se resta una quota di rifiuti da bruciare, può finire in altri inceneritori. Serve un livello di differenziata che tenda almeno al 70%: ancora non abbiamo percentuali consolidate di questo tipo».

Lazzaro si augura che l’esempio veneziano sia replicabile. «Se vogliamo che lo sia in tutta Italia dobbiamo pensare a un ciclo virtuoso dei rifiuti, a riciclarli ma anche a ridurli. Bisogna produrne meno e differenziarli meglio. Su questo la politica latita a tutti i livelli: nazionale, regionale, locale». Perché altri Comuni non dicono no agli inceneritori? «Usare la spazzatura per produrre energia rende. Finché Roma manterrà gli incentivi per chi lo fa, sarà difficile che le amministrazioni scelgano strade diverse». E continueremo a raccontare solo casi isolati.

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04/01/2013

Monnezza alla romana - Il mistero del piano di Corrado Clini

La proroga di Malagrotta e la scelta di Monti dell’Ortaccio per la discarica provvisoria “saranno riconsiderate”. Corrado Clini apre l’anno appena iniziato – che rischia di essere ricordato come quello dell’emergenza rifiuti a Roma, capitale fragile d’Italia – con un dietrofront ancora tutto da interpretare. Solo tre giorni prima il prefetto Goffredo Sottile – nominato dal governo Monti e quindi uomo di fiducia del ministero dell’ambiente – aveva firmato la sua ultima ordinanza, prima della chiusura del periodo di commissariamento “soft”, che prelude a ben più pesanti interventi del governo. Sottile aveva prorogato per 180 giorni l’apertura di Malagrotta alla monnezza romana, sito che ha superato abbondantemente la saturazione; con lo stesso provvedimento il prefetto apriva poi le porte alle ex cave di Monti dell’Ortaccio. Due siti, uno stesso padrone, Manlio Cerroni, ed una stessa ubicazione, la zona di Ponte Galeria, zona nord ovest di Roma. Un monopolista che succedeva a se stesso, una scelta giudicata più che sospetta.

Sono bastate poco più di quarantotto ore per la retromarcia, ingranata mentre i comitati cittadini stavano preparando la battaglia finale contro la scelta di Sottile:  ”Saranno riconsiderate le autorizzazioni rilasciate dal prefetto Goffredo Sottile per gli impianti di smaltimento di Malagrotta e Monti dell’Ortaccio, e comunque – ha spiegato il ministro – deve essere evitato il conferimento in discarica di rifiuti non trattati”. Il nodo centrale era proprio la caratteristica tipicamente romana di mandare in discarica il tal quale, la monnezza così come usciva dai cassonetti un po’ fetidi sparsi nella città. Una violazione aperta delle norme in vigore da una decina d’anni – evitate grazie ad un regime di emergenza continua che ha caratterizzato il Lazio da vent’anni a questa parte – che è costata una pesante procedura d’infrazione in via di definizione.

L’annuncio arrivato ieri pomeriggio apre la strada al decreto che Clini sta preparando in queste ore, una vera e propria roadmap per affrontare l’emergenza. Il Clini-pensiero su come gestire la monnezza alla romana era in buona parte già inserito nel “piano per Roma”, presentato nei mesi scorsi come la carta vincente e rimasto lettera morta. La chiave si chiama “ciclo industriale”, ovvero quell’insieme di impiantistica che punta, alla fine, alla produzione di energia dai rifiuti. Una soluzione antitetica alla regola del riciclo, riuso e riduzione, alla base dell’idea – che prevale oggi in Europa – del perseguimento dell’obiettivo rifiuti zero. Già dall’anticipazione del ministro dell’ambiente di ieri è chiara l’impostazione del decreto in preparazione:  ”Il provvedimento – ha spiegato Corrado Clini – si baserà su raccolta differenziata e recupero di materia ed energia ma punterà anche sul trattamento meccanico biologico, sul recupero della frazione organica e sulla produzione di compost di qualità, utilizzando in via prioritaria gli impianti che esistono nel Lazio e completando le procedure di autorizzazione di quelli da oltre un anno sono sotto esame delle amministrazioni competenti”. Il trucco c’è e si vede pure: differenziata e recupero di energia sono concetti che non possono, seriamente, convivere. Sono modelli contrapposti: l’industria degli inceneritori – perché di questo si parla quando si inserisce la parola energia – ha bisogno di grandi quantità di rifiuti da bruciare, dato che si tratta di impianti poco competitivi. Una raccolta differenziata seria e moderna – il porta a porta, con un recupero del materiale – sottrae la materia prima a questo tipo di impianti. Non solo: gli inceneritori hanno bisogno di forti finanziamenti – l’impianto di Cerroni a Malagrotta è fermo da più di un anno, perché non conveniente dal punto di vista economico – e quindi sottrarranno risorse, già scarse, alla politica dei rifiuti zero. Lo stesso “trattamento meccanico biologico” è poi finalizzato alla produzione del Cdr, il combustibile da rifiuti che alimenta gli inceneritori.

C’è di più. Quello che Clini sta proponendo in queste ore è sostanzialmente la riscrittura del piano regionale dei rifiuti approvato dalla Regione Lazio un anno fa. Il problema vero in questo momento è come trattare più di quattromila tonnellate di monnezza che Roma produce ogni giorno, chiudendo Malagrotta, sito arrivato ad un passo dal rischio implosione. Con una aggravante che in un anno e mezzo di gestione commissariale (prima Pecoraro, poi Sottile) non solo non è stata risolta, ma neanche affrontata seriamente: che fare con le mille tonnellate di tal quale che oggi finiscono a Malagrotta illegalmente, ponendo l’Italia a rischio di una multa comunitaria stratosferica, oltre a contaminare aria, acqua e suolo? E non solo a Roma, ma anche a Latina, a Colleferro, a Guidonia, in buona parte del Lazio. Gli impianti promessi dal ministro dell’ambiente richiedono anni per essere realizzati – e sarebbe una sciagura – mentre appare difficile far partire una differenziata vera in pochi giorni a Roma, che oggi vanta il triste record di peggiore capitale europea, con un misero 26%. Dunque? Qual è la carta segreta di Clini?

L’emergenza va spostata in provincia, allontanandola dagli occhi dell’opinione pubblica durante la campagna elettorale. In un’intervista a Repubblica di qualche giorno fa Corrado Clini ha preannunciato l’invio della monnezza romana verso Latina, Viterbo e forse altri siti laziali. I gestori sono nomi noti: Manlio Cerroni, patron indiscusso. I fratelli Colucci, soci del monopolista romano in Ecoambiente, a Latina. E poi il gruppo Grossi, proprietario dell’Indeco, altro gestore del sito di Borgo Montello, a pochi chilometri dalla capitale pontina. Sarà portato lì il tal quale? No, assicura Clini, tutti i rifiuti verranno trattati. Non dice dove, non dice come. Gli impianti laziali avrebbero la potenzialità di farlo – “lavorano al 55%”, spiega il ministro -, ma fino ad oggi hanno funzionato al minimo, perché l’interesse era – e ancora è – la discarica, vera gallina dalle uova d’oro. E realizzarne di nuovi costerebbe tempo e denaro, che nessuno ha. Rimane il mistero. La vera partita è appena iniziata.

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13/02/2012

Il Signor Rossi e i rifiuti zero



Ancora non ho capito per quali motivi questo tizio sia stato trombato dalla giunta De Magistris, che della soluzione sostenibile della questione rifiuti napoletana, aveva fatto cavallo di battaglia durante la campagna elettorale.