Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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28/07/2026

Cosa sta cambiando nella Terra dei Fuochi?

A quasi diciotto mesi dalla pronuncia con cui la Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) ha condannato l’Italia per non aver protetto la vita delle popolazioni della Terra dei Fuochi, è tempo di tracciare un primo bilancio del percorso intrapreso. Occorre farlo numeri alla mano, riconoscendo con oggettività ciò che si sta facendo, senza sottrarre lo sguardo da ciò che resta ancora incompiuto.

La decisione di affidare il coordinamento degli interventi al Commissario unico per la bonifica delle discariche e dei siti contaminati, struttura incardinata presso la Presidenza del consiglio dei ministri e guidata dal generale Giuseppe Vadalà, è stata inizialmente accolta con diffidenza da una parte significativa dei comitati attivi nella Terra dei Fuochi.

Una diffidenza tutt’altro che pregiudiziale, maturata piuttosto nella lunga e controversa storia della gestione straordinaria dei rifiuti in Campania. Dal 1994 la regione è stata attraversata da emergenze, poteri eccezionali e commissariamenti, dapprima per la gestione dei rifiuti urbani, poi per fronteggiare gli effetti prodotti dallo smaltimento illecito dei rifiuti speciali.

L’autonomia del giudizio impone di riconoscere i primi risultati, senza rinunciare a mettere in luce le contraddizioni che accompagnano il percorso. La struttura ha seguito in maniera coerente le direttrici indicate dalla sentenza e recepite nel Piano d’azione presentato al comitato dei ministri del Consiglio d’Europa.

Sono state avviate le rimozioni dei rifiuti abbandonati in superficie, sottraendo materiale ai roghi tossici e intervenendo su situazioni che per anni erano rimaste immobili. Sono stati censiti 418 siti di abbandono, 246 dei quali sono stati sottoposti a sopralluogo; al 23 giugno 2026 risultano rimosse oltre 7.159 tonnellate di rifiuti in 80 siti distribuiti in 34 comuni.

È stato inoltre riportato al centro dell’azione pubblica il lavoro di indagine sui terreni agricoli; sono state riattivate o accelerate le procedure di caratterizzazione delle discariche storiche e dei siti contaminati; è stato firmato un protocollo con l’Istituto superiore di sanità (Iss) per aggiornare il quadro conoscitivo sanitario, integrare dati epidemiologici e ambientali e predisporre un nuovo studio a supporto delle misure richieste dalla Cedu, sulla falsariga dello studio che l’Iss ha pubblicato nel 2020 in collaborazione con la Procura di Napoli Nord.

Questo va riconosciuto. E il fatto stesso che sia necessario sottolinearlo rivela quanto questi territori siano stati disabituati alla continuità dell’intervento pubblico, di fronte al fatto che una struttura dello Stato, quando interviene sull’inquinamento ambientale, sta solo facendo il proprio dovere, cominciando a restituire ciò che per decenni è stato negato in termini di tutela della salute, sicurezza ambientale, informazione pubblica e risanamento ecologico.

Il punto vero, però, è valutare gli atti, le risorse, i risultati e le responsabilità. Ed è qui che cominciano le criticità. La struttura commissariale ha dichiarato un impegno economico complessivo per i prossimi anni di 329 milioni di euro, di cui 28 per le rimozioni e la riqualificazione dei primi 80 siti, 101 per caratterizzazioni e interventi su 32 grandi aree contaminate e 200 destinati alle successive opere di bonifica o messa in sicurezza definitiva.

Di questa cifra, sono arrivati i primi 30 milioni di euro, mentre sono in programmazione 100 milioni per il 2026 e altrettanti per il 2027. La stessa ricognizione commissariale, tuttavia, stima in 2 miliardi e 527 milioni di euro il fabbisogno relativo ai soli 71 siti contaminati di competenza pubblica.

A questa cifra si aggiungono circa 76,7 milioni per i terreni agricoli e 30 milioni per la rimozione dei rifiuti abbandonati in superficie. Il fabbisogno complessivo individuato supera quindi i 2,6 miliardi di euro. Che cosa rappresentano, allora, le risorse finora messe in campo, se non una prima e ancora insufficiente anticipazione rispetto alle esigenze di quasi tre milioni di persone che vivono nei territori contaminati? Qualcuno potrebbe appassionarsi alla questione contabile.

Ciò che emerge davvero, però, è la misura della distanza tra il bisogno politico del governo di mostrare risultati dinanzi al Consiglio d’Europa e l’esigenza reale dei territori di una politica capace di durare nel tempo, attraversare la complessità delle matrici ambientali e accompagnare le indagini fino alle bonifiche.

La distanza non riguarda soltanto la quantità delle risorse disponibili, ma anche la qualità e la velocità degli interventi. Se sul fronte dei rifiuti abbandonati in superficie l’azione commissariale ha mostrato un impegno visibile, le procedure di caratterizzazione, messa in sicurezza e bonifica delle discariche e dei siti contaminati continuano ad avanzare con il contagocce, ancorché qui si concentri il dramma più profondo della Terra dei Fuochi.

Peraltro, in alcuni casi una parte delle indagini era già stata eseguita molti anni prima, impiegando consistenti risorse pubbliche, senza che alle attività conoscitive seguissero le necessarie opere di messa in sicurezza o bonifica. Oggi si spende nuovamente per aggiornare il quadro, mentre gli interventi definitivi continuano a essere rinviati a una fase dove, scaduti i termini della sentenza, non vi è certezza dell’intervento pubblico. Come non vi è certezza alcuna della durata temporale dell’intervento commissariale.

Questa problematica è resa ancora più evidente dalle nuove criticità relative alla qualità delle acque sotterranee, emerse solo pochi mesi fa dal programma di monitoraggio della Regione Campania in collaborazione con l’Università Federico II. Le analisi hanno rilevato superamenti delle concentrazioni soglia di contaminazione nelle acque sotterranee per il tricloroetilene e il tetracloroetilene, sostanze utilizzate nei processi industriali e classificate rispettivamente come cancerogena e probabile cancerogena.

Le criticità più significative si concentrano proprio nei territori della Terra dei Fuochi, con superamenti registrati, tra gli altri, a Villa Literno, Giugliano, Aversa, Casal di Principe, Casapesenna, Castel Volturno, Acerra e Succivo. La Federico II aveva già trasmesso alla Regione, il 20 febbraio 2026, la richiesta di adottare azioni immediate di sanità pubblica.

La Regione ha riconosciuto l’esistenza di criticità, disponendo il rafforzamento dei controlli sanitari, ambientali e sulle filiere agricole e zootecniche. Il problema riguarda soprattutto i pozzi privati, spesso utilizzati per l’irrigazione o altri usi non domestici. Le interdizioni all’utilizzo dei pozzi stanno infatti divenendo uno degli effetti più visibili di questa nuova emergenza.

In questo rovente mese di luglio, ad Acerra, il Comune ha disposto la chiusura di altri sette pozzi dopo il riscontro di concentrazioni di tricloroetilene e tetracloroetilene superiori ai limiti, portando a nove il numero dei pozzi interdetti nel territorio comunale. Anche in altri comuni interessati dai superamenti si moltiplicano i controlli e l’interdizione cautelativa dei pozzi privati.

Il rapporto tra contaminazione dei terreni e qualità delle acque sotterranee, tuttavia, non emerge come una priorità della strategia di governo, rendendola di fatto anacronistica rispetto alla mutevolezza del quadro di indagine nei territori di Napoli e Caserta.

A oggi siamo ancora nel guado di una rincorsa del problema e di una gestione cautelativa ex post, mentre si fa sempre più pressante un intervento sulle cause della diffusione di tricloroetilene, tetracloroetilene e degli altri contaminanti, e su quali interventi di contenimento e bonifica siano praticabili. Diversamente, il costo di una non tempestiva gestione del problema piomberà, ancora una volta, sulle comunità e sulle produzioni agricole.

C’è poi il tema dei roghi di rifiuti. Se è vero che i dati delle prefetture di Napoli e Caserta restituiscono, nel medio periodo, una riduzione del numero degli incendi, è altrettanto vero che la diminuzione degli episodi non è di per sé evocativa della risoluzione del problema.

I maxi-roghi verificatisi recentemente tra Giugliano e Scampia, così come i roghi di Acerra e di altri territori puntualmente vessati dal fenomeno, dimostrano che esso conserva una capacità di produrre eventi di grande intensità, e dunque di continuare a esporre intere aree abitate agli effetti della combustione incontrollata di plastiche, pneumatici, tessuti, apparecchiature elettriche e altri rifiuti urbani e speciali.

Inoltre, il dato statistico rilevato all’interno del perimetro storico della Terra dei Fuochi rischia di nascondere una trasformazione più complessa. Le accelerazioni dell’ultimo anno dimostrano che il fenomeno ha cambiato forma, scala e geografia.

Insieme ai roghi di rifiuti nei contesti periurbani, hanno acquisito rilevanza gli incendi che interessano impianti di trattamento e stoccaggio, depositi di mezzi, capannoni e nodi intermedi della filiera dei rifiuti. In questi casi bruciano concentrazioni molto più rilevanti di materiali combustibili, con incendi difficili da spegnere, prolungati nel tempo e potenzialmente capaci di produrre una contaminazione atmosferica su scala sovracomunale.

È quanto sta accadendo da qualche tempo nell’Agro Caleno in funzione dell’espansione settentrionale del problema. Il maxi-incendio dell’agosto 2025 nell’azienda di stoccaggio Campania Energia, tra Teano e Riardo, ha interessato un enorme accumulo di rifiuti speciali, richiedendo quattordici giorni di intervento e determinando concentrazioni di diossine e furani superiori al valore di riferimento utilizzato dalla comunità scientifica.

A questo episodio si aggiungono i ripetuti incendi che negli anni hanno coinvolto altri impianti, come Gesia di Pastorano e le criticità riscontrate nelle attività di gestione dei rifiuti presenti tra Vitulazio, Pignataro Maggiore, Sparanise e gli altri comuni dell’area. Non a caso, nel marzo 2026, la prefettura di Caserta ha esteso i controlli proprio sulla filiera delle imprese nell’Agro Caleno e nel Medio Volturno.

Lo spostamento del fenomeno si allarga anche a est e nord-est del perimetro storico di Terra dei Fuochi. Una dinamica analoga sta emergendo in Puglia, dove la sequenza di incendi che interessa impianti, depositi e siti di stoccaggio sta segnando in maniera inquietante l’estate in corso.

Nel giro di poche settimane, un grande incendio ha coinvolto ecoballe di plastica in un impianto di stoccaggio a Francavilla Fontana, imponendo limitazioni precauzionali nel raggio di due chilometri; a Manduria sono stati distrutti dalle fiamme sette autocompattatori all’interno del deposito dell’azienda incaricata della raccolta; a San Paolo di Civitate, nel foggiano, un incendio di vaste proporzioni ha investito un centro di stoccaggio posto a poche centinaia di metri dalle abitazioni.

Analoga situazione si dispiega nelle campagne baresi tra Carbonara, Ceglie e Loseto; e proprio la persistenza dei roghi e degli abbandoni ha spinto alla convocazione del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, con la decisione di procedere a una mappatura delle aree più esposte.

Nel maggio 2026, l’operazione coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Bari ha ricostruito una filiera organizzata che avrebbe trasportato rifiuti speciali provenienti anche dalle province di Napoli e Caserta verso le aree interstiziali delle province di Foggia e Barletta-Andria-Trani.

L’inchiesta ha interessato rifiuti tessili, scarti del trattamento industriale e frazioni residue provenienti da impianti di diverse regioni, con il sequestro di dieci aziende e sessanta automezzi. Già alcuni mesi prima, il procuratore di Trani aveva avvertito del rischio che una parte della Puglia diventasse una nuova area di destinazione degli sversamenti e degli incendi di rifiuti.

A questo quadro si aggiunge la crisi, ormai non più trascurabile, del mercato delle plastiche riciclate, che interessa in particolare il polietilene e il polipropilene. Il crollo della domanda e la perdita di competitività delle materie prime seconde stanno determinando un progressivo accumulo di materiali presso gli impianti di selezione, trattamento e stoccaggio, sottoponendo l’intera filiera a una pressione crescente.

Al momento, la criticità appare più evidente nelle regioni centro-settentrionali, dove i maggiori livelli di raccolta differenziata producono volumi superiori di rifiuti da avviare a riciclo. Ma si tratta di un equilibrio fragile; in assenza di sbocchi industriali e di adeguate capacità di trattamento, la saturazione degli impianti potrebbe propagarsi rapidamente verso il Mezzogiorno, aggravando le condizioni già esistenti e aumentando il rischio di accumuli incontrollati, trasferimenti irregolari e incendi nei siti di deposito.

Il nodo politico, allora, è inevitabile. Ora che il governo ha assunto la responsabilità della Terra dei Fuochi, come intende affrontare i flussi intraregionali e interregionali di rifiuti che alimentano e ridisegnano il fenomeno ben oltre il suo perimetro storico? La pressione esercitata nel nucleo storico, insieme alla mobilità propria delle filiere illegali e alla persistente convenienza economica dello smaltimento irregolare, sta contribuendo a ridisegnare una geografia reticolare del fenomeno.

La storia, insomma, si ripete a diverse latitudini. Proprio per questa ragione, la riduzione dei roghi comunicata dalle prefetture dovrebbe essere interpretata con maggiore cautela. I dati disponibili sono prevalentemente aggregati su scala provinciale per Napoli e Caserta; consentono quindi di sapere quanti incendi siano stati registrati, ma non permettono di comprendere in quali comuni si concentrino, quali materiali abbiano coinvolto, se si tratti di cumuli abbandonati, siti produttivi, depositi o impianti, né se gli episodi si ripetano negli stessi luoghi.

La scala provinciale può descrivere una tendenza generale, ma appiattisce le differenze interne e rende incomprensibili le nuove tendenze territoriali. Manca, poi, uno strumento pubblico che restituisca la cifra del fenomeno, associando a ogni episodio la data, il comune, le coordinate geografiche, la tipologia del sito, i materiali combusti, la durata dell’incendio, gli esiti dei campionamenti ambientali e le misure cautelative adottate.

Una banca dati permetterebbe di costruire cluster spaziali, individuare le aree di reiterazione, distinguere i piccoli episodi diffusi dai grandi incendi industriali e mettere in relazione i roghi con le caratteristiche dei territori.

Un’altra questione decisiva riguarda ciò che accade dopo la rimozione dei rifiuti abbandonati. Ripulire i siti è necessario e, come già ricordato, questo lavoro è finalmente in corso. Ma ripulire senza stabilire chi debba vigilare il giorno dopo, chi debba mantenere l’area integra, impedire nuovi abbandoni e quali conseguenze debba subire l’ente che non adempie significa rischiare di finanziare una deresponsabilizzazione circolare, che finisce per diventare la variabile indipendente dell’inquinamento e del degrado ambientale.

La struttura commissariale interviene con risorse straordinarie, i rifiuti vengono rimossi, spesso si svolge una cerimonia e l’area viene simbolicamente restituita alla comunità. Poi, però, se il Comune o l’ente preposto non garantisce controllo, raccolta degli ingombranti e presidio territoriale, quello spazio torna rapidamente nelle condizioni precedenti.

In questo modo, i cittadini finiscono per pagare più volte, attraverso la fiscalità generale, il costo dello stesso problema, mentre la responsabilità ordinaria si disperde nei meandri della frammentazione amministrativa, schiacciata tra le inerzie regionali di lungo periodo e la miopia di corto respiro delle comunali.

In questo senso, il governo avrebbe dovuto prevedere fin dall’inizio un sistema vincolante di responsabilizzazione degli enti beneficiari delle rimozioni dei rifiuti, con accordi post-intervento e obblighi precisi, le risorse dedicate alla manutenzione e al controllo, gli indicatori di monitoraggio e forme di condizionalità finanziaria o di rivalsa nei casi di persistente inadempienza.

Lungi dal prefigurare alcuna logica punitiva nei confronti di quei comuni ridotti all’osso dalle politiche neoliberiste di taglio alla spesa pubblica, a causa delle quali soffrono carenze strutturali di personale e risorse; significa, piuttosto, impedire che la debolezza amministrativa si trasformi sistematicamente in un alibi e che l’intervento straordinario copra la responsabilità ordinaria vanificando, come un cane che si morde la coda, ogni sforzo e ogni euro speso.

La stessa Corte europea ha posto la necessità di una strategia politico-amministrativa globale, l’esigenza di un sistema indipendente di monitoraggio e una piattaforma pubblica di informazione trasparente. Ed è proprio su questo punto che emerge un’ulteriore contraddizione.

Il governo ha affidato il monitoraggio a Ispra, ma ha poi indebolito la credibilità della sua terzietà nominando, nel febbraio 2026, alla presidenza dell’Istituto Maria Alessandra Gallone, già senatrice per due legislature nelle file di Forza Italia e collaboratrice dello stesso ministro dell’ambiente, Pichetto Fratin.

In altre parole, il governo ha affidato il controllo sull’attuazione delle proprie politiche a un istituto il cui vertice è espressione diretta dello stesso perimetro politico. Ciò ha svuotato, almeno sul piano della terzietà sostanziale, una delle principali garanzie richieste dalla Corte europea.

La strategia delineata dalla struttura commissariale può dunque essere considerata globale sulla carta, ma rischia di rimanere monca nella sostanza, soprattutto nei gangli di quella frammentazione amministrativa individuata dalla Corte. Tutti dovrebbero fare qualcosa, ma troppo spesso ciascuno si chiama fuori, indicando la competenza di qualcun altro.

Il governo rinvia alla Regione, la Regione agli enti d’ambito, gli enti d’ambito ai comuni, i comuni alla carenza di risorse, gli enti proprietari delle strade alla disciplina dei rifiuti, gli uffici ambientali alle forze dell’ordine, le forze dell’ordine alla necessità di prevenzione amministrativa. In questo gioco di sponda il sistema mostra ancora tutta la sua vulnerabilità.

Le responsabilità si muovono da un tavolo all’altro, mentre i fattori di povertà economica territoriale, che generano il fenomeno dello smaltimento illecito dei rifiuti, restano inosservati. Nessun investimento politico programmatico, oltre la repressione degli illeciti con la legge n. 147 del 3 ottobre 2025, è stato ancora predisposto per rispondere alle difficoltà economiche del tessuto produttivo locale.

Può la repressione sostituire una politica capace di intervenire sulle condizioni materiali entro cui l’illegalità ambientale si riproduce? E quali risposte intende offrire lo Stato, attraverso le sue articolazioni, alla marginalità economica, al lavoro irregolare, alla frammentazione delle filiere, alle difficoltà di accesso ai circuiti legali di raccolta e trattamento dei rifiuti speciali?

Non si intravede ancora una strategia rivolta alla gestione del tessuto produttivo locale, dal distretto industriale di Grumo Nevano-Aversa, specializzato nei comparti calzaturiero e tessile-abbigliamento, al distretto di San Giuseppe Vesuviano, uno dei principali poli meridionali del tessile-abbigliamento e della produzione per conto terzi. Basta farsi un giro nelle campagne di questi territori per osservarne la portata, con decine e decine di balle di rifiuti tessili, di pellame, oltre agli scarti edili, alle plastiche e agli pneumatici.

La stessa assenza di una politica industriale ambientalmente sostenibile e territorialmente orientata attraversa le Aree di sviluppo industriale (Asi) disseminate tra le province di Napoli e Caserta, oggi relegate a contesti insediativi privi di identità territoriale, se non quella della gestione del ciclo dei rifiuti. Soprattutto questa è, oggi, la Terra dei Fuochi.

I prossimi mesi saranno decisivi. Il 30 gennaio 2027, a due anni dalla pronuncia, rappresenterà un passaggio politico inevitabile. Sarà il momento di verificare se la condanna europea avrà determinato soltanto una stagione di attivismo commissariale oppure una trasformazione strutturale delle politiche ambientali nel contesto nazionale e regionale.

Il 30 aprile 2027, termine giuridico decorrente dalla definitività della sentenza, lo Stato dovrà dimostrare di avere ottemperato alla strategia complessiva, al monitoraggio indipendente e al sistema pubblico di informazione richiesti dalla Corte. In questi mesi si deciderà se la Terra dei Fuochi continuerà a essere amministrata come spazio emergenziale o se diventerà, finalmente, una questione di ordinaria priorità per gli enti locali.

In questo contesto, i comitati e le associazioni devono preservare e conservare la propria autonomia strategica. Autonomia che non significa isolamento. Significa intavolare il contraddittorio a partire dai territori, senza arruolarsi a cause che non sono le proprie. Significa produrre conoscenza dai territori senza che questa venga neutralizzata nella spirale istituzionale.

Significa riconoscere i passi avanti senza trasformarsi nel pubblico non pagante delle cerimonie istituzionali. Significa continuare a formulare domande e porre contraddizioni scomode anche quando chi governa accetta di sedersi allo stesso tavolo. Significa, in ultima analisi, rifuggire dai processi di istituzionalizzazione del dissenso, che resta l’unica fiamma utile da mantenere viva per il futuro di questi territori.

Perché, in definitiva, il futuro della Terra dei Fuochi, o per meglio dire dell’inquinamento ambientale nei territori di Napoli e Caserta, dipenderà anche e soprattutto dalla capacità collettiva di agire significativamente sulla distanza tra ciò che è stato annunciato e ciò che sarà stato realmente realizzato. E, in questo grande spazio di partecipazione, già occupato dai comitati e dalle associazioni della Terra dei Fuochi, vivono gli anticorpi capaci di alimentare una nuova stagione di resistenza ecologica.

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04/08/2024

In dirittura d’arrivo il decreto materie prime, ma c’è tensione nel governo Meloni

Il decreto materie prime è passato alla Camera e ora è in Senato, per l’approvazione definitiva che dovrebbe avvenire in settimana. Il provvedimento dovrebbe servire a garantire “un approvvigionamento sicuro e sostenibile delle materie prime critiche considerate strategiche e assicurare lo sviluppo di progetti che siano di rilevante interesse pubblico”.

Con questa norma viene adeguata la legge italiana al Critical Raw Material Act della UE. E infatti viene pure riconosciuta l’importanza di questi beni “nella realizzazione delle transizioni verde e digitale e nella salvaguardia della resilienza economica e dell’autonomia strategica”.

Una legge tutto interna alla logica imperialistica europea. Sul sito del ministero delle Imprese si legge “che al 2030 l’Europa avrà bisogno di 18 volte più litio e 5 volte più cobalto […]. Nel 2050 questo fabbisogno crescerà a 60 volte più litio e 15 volte più cobalto rispetto ai livelli attuali. Per il neodimio già nel 2025 potrebbe servire 120 volte l’attuale domanda dell’Unione Europea”.

Sarà proprio questo dicastero ad avere il compito di monitorare le catene del valore strategiche e di misurare il fabbisogno nazionale di queste materie prime, conducendo anche degli stress test. Con questa prospettiva è stato creato il Registro nazionale delle aziende e delle catene del valore strategiche.

Il provvedimento individua 34 materie prime critiche e 17 strategiche, fondamentali anche per l’industria della difesa e dell’aerospazio. Stabilisce, inoltre, le percentuali da rispettare rispetto alla loro provenienza e lavorazione: il 10% dovrà provenire da estrazioni locali, il 40% sarà trasformato nella UE e il 25% sarà recuperato tramite riciclaggio.

Per quanto riguarda le concessioni minerarie relative a progetti strategici è ora previsto il versamento di un’aliquota del prodotto tra il 5% e il 7%. Gli introiti ottenuti saranno poi destinati a finanziare altri progetti per lo sviluppo del settore, in mare e sulla terraferma.

È stato attribuito all’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra – Servizio geologico d’Italia) l’elaborazione del Programma nazionale di esplorazione per queste materie. Esso si basa su di una convenzione stipulata con il ministero delle Imprese e quello dell’Ambiente e della sicurezza energetica.

Il viceministro di quest’ultimo, Vannia Gava, ha detto che Palazzo Chigi vuole “rilanciare il settore minerario italiano attraverso iter autorizzativi semplificati per i progetti strategici, con procedure non più lunghe di 18 mesi per le estrazioni e 10 mesi per il riciclo”. Ispra ha da poco presentato la banca dati sulle risorse minerarie nazionali.

Si tratta di 76 miniere ancora attive in Italia, 22 delle quali estraggono materiali che rientrano nell’elenco della UE. A giudicare dalle parole della Gava, possiamo immaginare la devastazione senza regole del territorio che ci aspetta, per le mire di potenza della UE, e la repressione di chi vi si opporrà attraverso il nuovo ddl Sicurezza.

Ma non c’è accordo totale all’interno del governo, anche se considerata la necessità di convertire in legge il decreto prima del 25 agosto è difficile che ciò porti a qualche modifica al Senato. La Difesa, dietro la critica retorica e propagandistica verso possibili acquirenti esteri, voleva infatti un provvedimento più sbilanciato verso il complesso militare-industriale.

Dopo il voto alla Camera, Gianclaudio Torlizzi, consigliere del ministro della Difesa per le materie prime, ha scritto su X che “la Difesa ha fatto tutto quello che ha potuto per scongiurare un rischio che purtroppo diventa ora una certezza: ossia quella di favorire il depauperamento minerario del paese. Il paese da questo provvedimento ne esce sconfitto”.

“La Difesa aveva presentato un emendamento che prevedesse, nell’ambito delle attività di riconoscimento dei progetti strategici di estrazione, trasformazione o riciclo di materie prime, di cui all’articolo 2 del provvedimento in esame, uno specifico meccanismo di prelazione esercitabile da Difesa Servizi SpA per l’acquisto delle materie prime nei casi in cui la loro carenza sia in grado di compromettere gli interessi essenziali della Difesa e della sicurezza nazionale”.

Crosetto e compagnia volevano una misura che desse priorità alla filiera della guerra, per accelerare ulteriormente sulla transizione verso un’economia di guerra (altro che verde). Ma era probabilmente più un favore a qualche consorteria perché, come abbiamo visto, la norma è pensata precisamente dentro il rafforzamento dell’autonomia, e dunque della Difesa europea.

Continua la svolta bellicista UE, che più che una deriva è lo svelamento del suo vero volto.

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19/06/2023

Il paradosso di un’Italia in siccità colpita dalle alluvioni

Quando nell’ultimo mese e poco più, dopo un lungo periodo di mancanza di piogge, l’acqua ha cominciato a cadere senza sosta sulla penisola, non si sono fatti attendere i commenti ironici di chi ha considerato questo clima tropicale come una soluzione alla siccità. Ebbene, non è così, e il problema è più complesso.

Innanzitutto, bisogna notare che c’è poca ironia da fare, mentre da Nord a Sud, da Bergamo a Nola, ogni pioggia si è trasformata in eventi atmosferici da zona tropicale, con conseguenti e sostanziosi danni. L’alluvione della Romagna, dopo il caso marchigiano, si è portato via 17 persone: non c’è nulla da ridere.

Poi, non basta un mese di precipitazioni torrenziali, grandine e neve, per rimettere in ordine gli equilibri di un intero ecosistema. La Fondazione Centro Internazionale in Monitoraggio Ambientale (CIMA) ha calcolato il deficit di quantità d’acqua contenuta nella neve delle nostre montagne pari al 49% della media degli ultimi 12 anni.

Bisogna poi tenere a mente che le previsioni del tempo non sono come quelle generali dell’andamento climatico. Francesco Avanzi, ricercatore della CIMA, ricorda che gli “effetti della siccità emergono nel tempo, man mano che la scarsità d’acqua si va facendo sentire sugli ecosistemi, sulle coltivazioni, sull’approvvigionamento energetico, sulla falda acquifera e quindi sui nostri fiumi”.

Ieri era la giornata mondiale della lotta alla desertificazione, pericolo che riguarda quasi un terzo del territorio nazionale secondo l’ISPRA. Secondo un modello dell’Istituto per la Protezione e la Ricerca Ambientale, nel 2022 il 20% del territorio nazionale ha sofferto di siccità estrema, il 40% di siccità severa o moderata.

In Italia solo l’11% dell’acqua piovana viene recuperata, afferma l’ANBI, l’Associazione nazionale consorzi di gestione e tutela del territorio e acque irrigue. Paragonando le risorse idriche dell’ultimo trentennio con quelle del trentennio 1951-1980, risulta che ne è stato perso il 13%: 19 miliardi di metri cubi, poco meno del Lago di Como.

Si tratta di un volume di acqua pari a due terzi di quello usato annualmente nelle attività umane del paese. Più della metà di questa quota viene prelevata nel distretto padano, soprattutto per alimentare le attività agricole, come se servissero altre prove per dimostrare che la gestione dell’acqua è prima di tutto un problema di modello di sviluppo.

Lo stress idrico, cioè il rapporto tra prelievi idrici totali e disponibilità di acqua dolce superficiale e sotterranea, ha il suo picco proprio lungo il bacino del Po (65,6%). Un valore quasi doppio rispetto a quello di aree considerate tradizionalmente maggiormente esposte al rischio desertificazione, come quelle del Sud e delle Isole.

Il ricercatore ISTAT Stefano Tersigni ha affermato che “il modello agricolo che si è sviluppato negli ultimi 50 anni non è più adeguato alle risorse oggi disponibili, perché ne utilizza troppe ed è poco resiliente ai cambiamenti climatici”. È una questione di caratteri delle filiere produttive, e dunque di organizzazione della produzione e di forme di mercato a cui dà origine.

Anche solo guardando al proprio portafoglio, persino le multinazionali dovrebbero avere interesse a prendere di petto il problema. La Conferenza ONU sull’acqua, tenutasi a New York a fine marzo, ha registrato che dal 1998 al 2017, considerando solo le perdite economiche e non quelle umane, la siccità ha mandato in fumo 124 miliardi di dollari.

Ma è proprio questa la contraddizione fondamentale tra capitale e natura. Il sistema capitalista deve garantire una valorizzazione continua in un mondo finito, e questo alla fine va a detrimento dell’ambiente. Anche gli idrovori allevamenti intensivi sono solo un fenomeno di una società fondata sullo sfruttamento delle risorse, senza nessun equilibrio con esse.

Sempre la Conferenza ONU citata ha previsto che entro il 2030 la domanda globale di acqua dolce supererà del 40% l’offerta disponibile. Appare chiaro che non sono più rimandabili misure per il ripristino dei suoli e per ampliare gli invasi, ma questa coscienza sembra essere ancora poco diffusa nelle agende politiche della classe dirigente occidentale.

C’è poi il nodo che fa da corollario a tutta la questione. Se i nostri governanti decidono di muoversi sulla strada della transizione ecologica, lo fanno senza mettere in discussione l’intero modello, e anzi mettendo in campo misure parziali. E i costi vengono fatti ricadere sulle spalle dei settori popolari.

La battaglia che ci aspetta è avviarsi davvero sulla strada della transizione ecologica, ribaltando le fondamenta del modo di produzione capitalistico. Affinché siano le grandi aziende, i responsabili della crisi climatica – le prime 100 società del fossile hanno prodotto la metà di tutte le emissioni dalla Rivoluzione Industriale – a pagarne i costi, non i lavoratori e le giovani generazioni.

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18/12/2021

Ispra - Calore urbano e consumo di suolo aggravano la vita nelle metropoli italiani

Nell’ultimo rapporto dell’Ispra – Tea-Transizione ecologica aperta. Dove l’ambiente italiano? – ci sono informazioni e spunti degni di attenzione. In particolare sulla situazione nelle metropoli. L’Italia è un paese fortemente urbanizzato, più di un terzo della popolazione si concentra nelle sue 14 città metropolitane.

Sempre più allarmante – secondo l’Ispra – è il fenomeno dell’isola di calore urbano: cementificazione, scarsità di aree verdi, utilizzo dei sistemi di riscaldamento e raffrescamento degli edifici sono tra i principali responsabili dell’aumento delle temperature dei centri cittadini fino a 4-5°C in più rispetto alle aree periferiche. In generale quanto più grandi e compatte sono le città, tanto maggiore è l’intensità del fenomeno isola di calore. Il 2020 ha chiuso il decennio più caldo di sempre, con anomalie medie annuali comprese tra +0,9 e +1,71°C. Anche la temperatura superficiale dei mari italiani negli ultimi 22 anni è stata sempre superiore alla media.

Ed è stata proprio l’espansione del cemento a rendere le cose ancora peggiori. Nonostante una leggera flessione a partire dal 2012, il consumo di suolo in Italia è ancora forte: 60 chilometri quadri l’anno ovvero 15 ettari al giorno. Quanto al dissesto idrogeologico, secondo il rapporto dell’Ispra sono tante le costruzioni, abitazioni, attività produttive, infrastrutture di ogni tipo, che aggravano il fenomeno e i suoi costi umani ed economici.

Negli ultimi 20 anni, i danni per gli eventi idrogeologici, stimati in oltre un miliardo di euro l’anno, sono stati di gran lunga superiori agli investimenti per interventi di mitigazione del rischio frane e alluvioni, pari in media a circa 300 milioni. Solo negli ultimi tre anni gli investimenti hanno raggiunto il miliardo l’anno: ancora poco, tenuto conto che il fabbisogno per il territorio italiano è di 26 miliardi.

La percentuale di territorio coperto da aree boschive è oggi pari al 37% della superficie nazionale, un valore superiore a quello di due paesi europei tradizionalmente forestali come Germania e Svizzera, entrambi al 31%. Dal secondo dopoguerra ad oggi le foreste italiane sono aumentate costantemente, passando 5,6 a 11,1 milioni di ettari. La crescita, avvenuta a spese delle superfici agricole e di terreni naturali e semi-naturali, ha subìto un’accelerazione negli anni più recenti: dal 1985 al 2015 le foreste hanno avuto un incremento pari al 28%.

Anche le aree protette terrestri e marine sono molto aumentate dagli anni ’70 per numero ed estensione. La superficie protetta a terra tocca il 20% di quella nazionale. Quella marina copre oltre il 19% delle aree di mare a giurisdizione italiana; cifra che comprende, oltre a quelle protette, le aree sottoposte a speciali misure di conservazione. Manca ancora un 10% per raggiungere il target europeo fissato al 2030 (30%), ma sono già previste 23 nuove aree marine protette.

Ci sono poi notizie più confortanti sulle emissioni. Negli ultimi 30 anni, scrive il rapporto dell’Ispra, le emissioni di gas serra prodotte dall’Italia si sono ridotte del 19% rispetto al 1990. Negli stessi anni è anche aumentata la quantità di anidride carbonica assorbita dalle foreste e dai suoli, contribuendo in modo significativo a combattere i cambiamenti climatici. La riduzione delle emissioni è avvenuta soprattutto grazie ai grandi utilizzatori, che dispongono delle risorse necessarie per investire in nuove tecnologie più efficienti: diminuite le emissioni del 46% nell’industria manifatturiera e del 33% nelle industrie energetiche. Meno bene, invece, nei trasporti e negli edifici, dove i costi ricadono più direttamente sulle spalle dei cittadini.

L’Italia si trova al centro del bacino del Mediterraneo – rammenta l’Ispra – dove l’impatto dei cambiamenti climatici sarà presumibilmente più intenso e potenzialmente disastroso a causa dell’elevata vulnerabilità dell’area”.

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15/01/2021

Ispra - Rapporto 2020 sui pesticidi nelle acque

Dati da imprimere per bene nella propria memoria per togliersi di torno le favolette sul "Paese più bello del mondo" con gli annessi e connessi circa il primato qualitativo degli alimenti e quindi della cucina italiana. Tutte balle, ingurgitiamo in parte maggioritaria prodotti di bassa qualità se non vera e propria merda, la retorica sulle tradizioni serve esclusivamente a coprire semanticamente un dato di fatto.

Parimenti, in quanto esposto di seguito, va tenuto a mente che quella proposta in chiusura non è una soluzione. Lo "voto col portafoglio" è un'altra balla, in questo caso a firma dei liberali cosmopoliti e ben educati perchè c'è ben poco da "votare" quando il portafoglio è semivuoto e la scelta davanti allo scaffale è guidata esclusivamente da ciò che puoi permetterti e non da ciò che sarebbe meglio per il tuo stomaco e la tua salute.

Un ambiente pulito e una buona qualità alimentare si conquistano e difendono con la lotta di classe, non con quella del portafoglio.

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Il 23.12.20 ISPRA ha pubblicato il suo rapporto 2020 sui pesticidi nelle acque in Italia (dati del 2017 -2018). 299 agrotossici sono stati rilevati, nel 77,3% delle acque superficiali e nel 32,2% delle acque di profondità. A concentrazioni che non di rado superano le c.d. ‘soglie di sicurezza’ finora ammesse. Il Piano di Azione Nazionale sui Pesticidi (PAN) è lo strumento preposto a mitigare la contaminazione chimica degli ecosistemi. Ma le (ir)responsabili delle autorità continuano a omettere i doverosi atti d’ufficio.

ISPRA, i dati sui pesticidi nelle acque

ISPRA ha raccolto i dati relativi a 16.962 campioni prelevati in 4.775 punti di monitoraggio, di cui 1.980 su acque superficiali e 2.795 in acque sotterranee. Analisi multi-residuali asimmetriche, sui vari territori, hanno rilevato la presenza di 299 sostanze sulle 426 complessivamente indagate.

Fuori controllo il 21% delle acque superficiali (415 punti di monitoraggio) e il 5,2% di quelle sotterranee (146 punti), ove le concentrazioni di agrotossici sono risultate superiori ai limiti ambientali. Le sostanze più ricorrenti oltre le soglie ammesse sono:

– in acque superficiali, erbicidi (glifosate e il suo metabolita AMPA, nonché metolaclor), fungicidi (dimetomorf e azossistrobina),

– nelle acque di falda, ancora glifosato e AMPA, bentazone, ma anche i metaboliti atrazina (vietata ormai da tre decadi), desetil e desisopropil. Oltre ai fungicidi triadimenol, oxadixil e metalaxil.

Contaminazioni in aumento, incertezze

Le contaminazioni sono aumentate, tra il 2009 e il 2018. ‘Nelle acque superficiali la percentuale di punti con presenza di pesticidi è aumentata di circa il 25%, in quelle sotterranee di circa il 15%’. ISPRA attribuisce questo fenomeno anche alla maggiore estensione dei punti di prelievo. E sottolinea tuttavia come il rapporto si basi sulle informazioni ricevute dalle Regioni e Province autonome, in relazione a indagini sul territorio e analisi di laboratorio condotte dalle rispettive Agenzie (regionali e provinciali) per la protezione dell’ambiente.

Le incertezze derivano proprio dalle ‘importanti disomogeneità’ che ‘non consentono agevolmente un confronto diretto tra diverse aree territoriali. Differenze significative, infatti, ci sono nella densità della rete di monitoraggio, nelle prestazioni dei laboratori che operano spesso con diverse capacità di analisi. Il numero delle sostanze cercate, infine, varia sensibilmente da regione a regione.’

Veleni in pianura padana, e non solo

La pianura padano-veneta risulta essere l’area con più veleni nelle acque. ‘Questo dipende, oltre che dalle intense attività in agricoltura e dalla particolare situazione idrologica dell’area, anche dal fatto che le indagini sono generalmente più efficaci nelle regioni del nord.’ (6)

L’asimmetria nella qualità delle indagini e le capacità di analisi può per altro aver condotto a una sottovalutazione dei pericoli in altre Regioni e province autonome, si legge tra le righe di ISPRA. E in ogni caso, ‘anche in zone dove prima non evidenziata, emerge ora una significativa presenza di pesticidi nelle acque.’

Effetto cocktail

L’effetto cocktail – vale a dire l’impatto dei mix di principi attivi e altre sostanze impiegate nella produzione di agrotossici – è stato finora ampiamente trascurato dalle autorità regolatorie. La Commissione europea è stata condannata dal Tribunale UE, per gli inammissibili ritardi nell’identificazione degli interferenti endocrini tra cui il glifosato si annovera. E l’analisi del rischio condotta da EFSA sull’esposizione multipla a tali sostanze, come si è visto, è tuttora incompleta.

Potere di scelta

La narrativa sulla ipotetica ‘sostenibilità’ della lotta integrata in agricoltura, ancora una volta, è smentita dai dati. I consumi di agrotossici in Italia sono almeno 1,6 volte superiori alla media UE, 12 volte tanto in Veneto. E l’effetto deriva dei pesticidi, già ampiamente dimostrato dalla scienza, trova ulteriore conferma nel rapporto ISPRA in esame.

La conversione al biologico è l’unica speranza di salvezza, per l’economia agroalimentare dell’Italia e dei suoi distretti nonché per la salute di chi vi abita, e delle generazioni che verranno. A noi tutti la potestà di scelta, mediante il ‘voto col portafoglio’ nella propria spesa quotidiana. La domanda influenza l’offerta più di ogni altro fattore. Ed è solo scegliendo alimenti biologici, tanto meglio se da filiera corta, che si può invertire la rotta dei veleni in aumento nelle nostre acque.

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16/01/2019

Il consumo di suolo distrugge i territori. L’impietosa analisi dell’Ispra


“E’ il clima che cambia.. non ci sono più le mezze stagioni”. Dai detti popolari siamo arrivati ad un punto in cui questa frase non è più un modo di dire simbolico, ma un dato di fatto. La comunità scientifica internazionale lo dice da anni, ma si sa, la scienza non è neutra, e molto spesso di fronte alle esigenze del mercato (e della politica), preferisce rimanere sul piano dell’enunciazione del pericolo. Conseguenza ne è che tutti gli accordi internazionali ad oggi siglati, da Kyoto in poi, sono a carattere volontario, e ogni Stato nel nome della sua sovranità nazionale può decidere se e come intraprendere misure che siano compatibili con i grandi problemi che il nostro Pianeta ci mette di fronte. Così accade, ad esempio, che al di là delle enunciazioni dell’UE sulla necessità di ridurre a zero il tasso di consumo di suolo, in Italia ancora una legislazione coerente non sia stata formulata, e ogni regione può formulare leggi più o meno peggiorative a tal proposito, e predisporre deroghe per acconsentire a nuove speculazioni sui territori.

Solo nel 2017, in Italia, a dispetto del consumo di suolo zero, sono andati distrutti 15 ettari di suolo ogni giorno, che per avere un idea, corrisponderebbero più o meno 2,5 Vaticani (città del Vaticano) ogni settimana!

E’ quanto emerge dal rapporto ISPRA 2018 sul consumo di suolo, che a volerlo leggere bene, presenta un quadro sempre più preoccupante rispetto alla situazione nel nostro Paese.

Premessa l’importanza di conservare il suolo, non solo perché su di esso si basa sia la produzione alimentare, sia l’esistenza di molte forme vegetali che “banalmente” ci servono per produrre ossigeno e carbonio (di cui tutta la materia vivente è fatta), serve dire, altrettanto “banalmente”, che impermeabilizzando il suolo si riduce la capacità di un territorio di assorbire l’acqua e quindi di resistere alle sempre più frequenti alluvioni, ma anche che ciò che prende il posto del suolo, negli ultimi decenni, diventa per la maggiore spazio privato che serve al profitto di qualcuno e allo sfruttamento di altri.

I vari scenari al 2050 presentati nel rapporto, parlano infatti di un consumo netto di suolo che va dagli 818 km2/anno nel caso si adottasse una strategia di riduzione progressiva di consumo di suolo, fino agli 8073 km2/anno nel caso in cui la ripresa economica portasse di nuovo la velocità del consumo di suolo a valori medi o massimi registrati negli ultimi decenni. Regioni come Veneto, Lombardia, Emilia Romagna e Piemonte, dove il PIL cresce di più, si registra per il 2017 un aumento da 0.2 a 0.5% del consumo di suolo. Tradotto in termini assoluti significa la perdita, in un anno, di 1134 ettari in Veneto, 603 in Lombardia, 456 in Emilia Romagna e 416 in Piemonte (in totale fanno un po’ più di 58 Vaticani).

Non sono risparmiate nemmeno le zone naturali protette, come i Monti Sibillini (+1.3) e il Parco nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga (+0.5), mentre nelle zone costiere nonostante un quarto del territorio sia già stato cementificato, il consumo di suolo registra un +1.1% in Friuli Venezia Giulia.

Queste tendenze, secondo ISPRA, sono supportate soprattutto da abbandono delle attività agricole, ma anche da processi di urbanizzazione diffusa (ex. Roma, con percentuali doppie rispetto alla media europea), trasformazione di aree industriali (ex. Milano, Foggia, Cremona, Bari) e costruzione di nuove reti di trasporto (ex. Venezia, Padova). È questo in buona sostanza, il significato del “consumo di suolo”: cementificazione al servizio dei palazzinari e dei costruttori in città metropoli che sono sempre più esclusive dal momento che si costruisce quasi esclusivamente per il mercato privato e non, ad esempio, per l'edilizia residenziale pubblica; oppure cementificazione al servizio di strade e autostrade per il trasporto di merci e la conseguente trasformazione del territorio (come ad esempio quello della pianura padana) in un grande snodo della logistica.

Altro rischio, emergente anche dal rapporto ISPRA, è quello di cercare di contrastare questo processo attraverso la monetarizzazione delle risorse naturali. Un tentativo, legato a quel filone della ricerca che indaga sui cosiddetti “servizi ecosistemici”, e quantificando in termini economici il valore d'uso di ogni risorsa. Quantificando ad esempio, quanti soldi vale l’ossigeno emesso da un bosco, l’anidride carbonica stoccata (e quindi non emessa) da un suolo, il valore turistico e ricreativo di un oasi naturale, il valore economico di una sorgente d’acqua pulita e quello di una sorgente inquinata, ecc. Un modo sicuramente efficiente di comunicazione, in un mondo in cui tutto può generare denaro e plusvalore. Ma in questo caso le cose stanno in modo un po diverso, in quanto il rapporto rischio/opportunità è molto alto.

Conclude l’ISPRA “la lezione rivoluzionaria del concetto di servizio ecosistemico, a volerla cogliere attentamente, sta nel mostrarci quanto potente è ogni singola risorsa in natura e quanto è vitale per l’uomo e l’ambiente. Ogni risorsa fa cose impensabili ai più e sempre senza chiedere nulla in cambio all’uomo. Davanti a tale vastità e al fatto che tutto è legato con tutto, all’uomo è chiesto di rivedere il suo approccio alla natura. Ma questa è la teoria, e, come ogni buona teoria, si affida alla buona volontà del destinatario” conclude l’ISPRA (non noi!). “Anche in questo caso non possiamo nascondere che il concetto è tanto rivoluzionario quanto a rischio di essere travisato da banali interpretazioni e astute minimizzazioni.”

“Il suolo sono io”, di Riccardo Mei, un monologo su cui riflettere:



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20/07/2017

Precari dell’Ispra: “Affossano la ricerca nel paese delle emergenze ambientali”

Oggi nella sede dell’Ispra in via Brancati a Roma, è il sessantesimo giorno di occupazione, uno in più della famosa occupazione del tetto nel 2009. Da allora, dopo un calvario e un abuso di pessimi contratti per i ricercatori precari, c’è stata la stabilizzazione. Ma per alcuni, 93 per la precisione, il calvario non è ancora finito del tutto.

Mercoledì pomeriggio una delegazione della Piattaforma Eurostop (Cremaschi, Cararo, Della Croce) è andata a trovare i lavoratori dell’Ispra che insieme all’Usb, da 59 giorni occupano di giorno e di notte una saletta dell’istituto. L’incontro è diretto ed empatico, interrotto dalla solidarietà della barista che porta qualcosa da mangiare per gli occupanti. Piccole cose ma importanti per resistere un minuto di più.

L’Ispra è un istituto di ricerca importante. Si occupa della protezione e della ricerca sull’ambiente. E’ decisivo per la mappatura dei rifiuti, soprattutto quelli pericolosi, e del consumo di suolo. Solo poche settimane fa il rapporto annuale dell’Ispra è stato pubblicato e ampiamente commentato su giornali e a livello istituzionale. Troppo pochi sanno che dietro quelle ricerche ed elaborazioni spesso ci sono uomini e donne altamente qualificati e motivati ma costretti in condizioni che gridano vergogna sullo stato della ricerca pubblica nel nostro paese. Un ricercatore ricorda i suoi 9 anni da co.co.co. a 900 euro al mese.

L’Ispra era stato commissariato affidandolo a due ex vice prefetti diventati poi presidente e vicepresidente dell’Istituto. Il clima interno è ben presto diventato “prefettizio” ossia rigido sui regolamenti ma disattento alla qualità della ricerca, come se non fosse proprio questa la missione dell’istituto. Il calvario dei contratti a termine ha pesato come un macigno sulla condizione – e la concentrazione – di chi deve dedicarsi ad elaborare, incrociare i dati, connetterli e ricavarne le criticità e le linee guida dello stato dell’ambiente in Italia. E si che di emergenze ambientali ce ne sono e fin troppo numerose: dal terremoto agli incendi, dallo stoccaggio dei rifiuti al consumo di suolo, dal clima all’inquinamento del mare. Eppure, ci raccontano i ricercatori, i fondi per le missioni – cioè per andare sui luoghi dove servono le ricerche – ammontano a ben 700 euro.

I precari sono ancora quasi un centinaio su 1400 dipendenti, ma di direttori con retribuzioni da centinaia di migliaia di euro ce ne sono ben 1 ogni quaranta dipendenti. Ogni ragionamento sui costi dovrebbe concentrarsi su questa pletora di dirigenti piuttosto che sulla stabilizzazione dei ricercatori precari che sono in prima linea. Una ricercatrice rammenta che il Ministero dell’Ambiente ha avuto ben 789 milioni di euro di residui passivi cioè di soldi non spesi che rischiano di tornare indietro. Un altro ci ricorda che ogni anno entrano 150 milioni dalle quote acquistate dalle aziende termoelettriche per le emissioni in atmosfera, su questo c’è stata anche una interrogazione parlamentare nel 2015.

Insomma i soldi per la stabilizzazione dei precari Ispra (cifre tutt’altro che proibitive) ci sono, il problema è la volontà politica del governo e i vincoli imposti dalla Ue attraverso i diktat del Mef che alla fine decide se, come e quanto spendere. La Commissione Ambiente della Camera dovrebbe deliberare in materia proprio in queste ore.

Tre settimane fa l’Usb ha tenuto una assemblea nazionale di tutto il comparto della ricerca. Si tratta di 32.000 lavoratrici e lavoratori, ricercatori ma anche tecnici e amministrativi, di cui almeno 10.000 sono ancora precari. Evidente come lotta per la stabilizzazione dei precari e difesa e sviluppo della ricerca pubblica siano i due temi inscindibili e unificanti. All’attivo c’è la vittoria dei precari dell’Istituto Superiore di Sanità. Un risultato che incoraggia anche gli altri enti di ricerca a proseguire nella mobilitazione.

La discussione affronta anche la tendenza del governo a inglobare gli istituti e gli enti di ricerca dentro il modello delle agenzie (vedi l’Anpal) ma anche su questo i ricercatori hanno le idee chiare. Nel paese servono istituti indipendenti e non subalterni alle esigenze della “politica” o delle imprese, anche e soprattutto in materia ambientale o sanitaria. Una ricercatrice cita il caso delle conseguenze dell’incendio di un deposito rifiuti di Pomezia (vicino Roma), in cui le dichiarazioni delle agenzie ufficiali e delle istituzioni erano state tutte riduttive e rassicuranti. All’Ispra i risultati sull’aria davano esiti assai diversi e tre giorni dopo tutti sono stati costretti a dire la verità alla gente.

Cremaschi insiste molto su questo. La ricerca deve essere pubblica proprio per assicurare terzietà e indipendenza e nel nostro paese, dove le emergenze ambientali sono ormai croniche e spesso devastanti, un istituto pubblico come l’Ispra è strategico, guai a continuare a sottovalutare il fatto che chi deve avere testa per la ricerca debba invece fare i conti con le miserie e i calvari della precarietà. E’ un nonsenso al quale occorre mettere la parola fine.

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18/06/2017

Ispra contro la “desertificazione” della ricerca pubblica

Oggi, giornata mondiale ONU contro la desertificazione, il TG3 ha fatto visita all’ISPRA occupato. E il messaggio che abbiamo voluto dare anche in questa giornata di sole, di mare ma anche di consapevolezza su quello che rischiamo se non interveniamo sulle attività umane che influenzano il clima, è che se si desertifica la ricerca pubblica mandando a casa due generazioni di lavoratori dell’Ispra e di tutti gli Enti di Ricerca Pubblica, siamo tutti perdenti” dichiara Michela Mannozzi dell’USB ISPRA.

“Noi siamo qui, rinunciando a spazi individuali e familiari, proprio per evitare che ciò accada. Vista la latitanza del Ministro Galletti, chiediamo al Premier Gentiloni di riportare in primo piano, con fatti concreti e non solo con le parole d’occasione, le politiche ambientali di questo Paese e riorganizzare l’ISPRA, investendo sui controlli e sulle attività ‘terze’ di questo Ente, anche rivoluzionandone i vertici”.

“Fra ‘tesoretto’ dell’Istituto Italiano di Tecnologia e fondi europei, i soldi ci sono.” prosegue Mannozzi “Gentiloni sblocchi i finanziamenti alla Ricerca Pubblica e stabilizzi i precari e le attività degli Enti in favore della cittadinanza. Per questo USB-Ricerca Pubblica organizza l’Assemblea Nazionale del precariato negli EPR il 27 giugno alle 9.30 al centro congressi Cavour di Roma”.

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27/12/2016

Ispra: “Più riciclo = bollette più leggere”. Ma si continua a bruciare troppo

L’ultimo rapporto ISPRA sui rifiuti urbani ha confermato con i numeri molte delle proposte che anche noi, come testata, portiamo avanti da anni. Di seguito un articolo del Fatto Quotidiano che riassume per punti il rapporto. Da parte nostra vogliamo sottolineare tre fatti importantissimi che emergono dal rapporto.

1) La bolletta diminuisce con l’aumentare della differenziazione del rifiuto. E’ una formula che andiamo ripetendo da anni. Se è vero che la raccolta differenziata costa di più (ma costa di più in termini di lavoro quindi significa più stipendi, assunzioni e ricchezza che rimane sul territorio), alla fine del ciclo si spende di meno in termini di costi di conferimento del rifiuto in discarica o inceneritore, in termini di costi di costruzione e mantenimento degli inceneritori e in termini di salute e ambiente.

2) Aumenta il rifiuto bruciato e diminuisce il conferimento in discarica. E’ la conseguenza delle norme europee che nella scala dello smaltimento hanno privilegiato gli inceneritori alle discariche. Ma attenzione, la norma europea dice che si può bruciare solo tutto ciò che non è riciclabile. In Italia siamo indietro. Indietrissimo. Naturalmente per avere dei risultati economici e ambientali dal riciclo serve che la raccolta differenziata sia accompagnata dalla presenza di impianti e filiere del riciclo e del riuso.

3) La plastica finisce in buona parte per essere bruciata. E qui si va al nodo di tutto. Non si potrà mai raggiungere livelli accettabili di riciclo e di diminuzione dell’impatto ambientale se non viene regolamentato in modo ferreo il problema degli imballaggi. Tanti rifiuti non si possono riciclare perché sono progettati e costruiti in modo assurdo. In altri paesi chi inquina paga e chi vuole progettare male per motivi di marketing paga l’assurdo imballaggio. L’esempio classico ad esempio è il brick dell’Estathè tanto di moda a Livorno: plastica, alluminio e carta in un unico imballaggio. Roba da 1800! 

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Rifiuti, rapporto Ispra: differenziata aumenta, ma i rifiuti bruciati crescono di più. E ai cittadini non conviene

di – tratto da http://www.ilfattoquotidiano.it

Meno della metà dell’immondizia raccolta nel nostro Paese viene riciclata. E anche se il conferimento in discarica scende, aumenta l’uso dei termovalorizzatori. Forte divario tra Nord e Sud sulla presenza di impianti. Il 37% dei rifiuti bruciato nella sola Lombardia. Mentre la plastica è un caso: è più quella bruciata di quella riutilizzata. E i contribuenti ci perdono: lo studio indica che con alti tassi di differenziata, le bollette scendono 

Riciclo zoppicante, impianti per i rifiuti organici non pervenuti, crescita della monnezza bruciata negli inceneritori. Il quadro delineato dall’ultimo rapporto Ispra sui rifiuti urbani non è positivo. Ancora oggi, infatti, meno della metà dell’immondizia urbana in Italia viene riciclata: parliamo di circa 13 milioni di tonnellate su un totale di quasi 30. Il 44% totale, somma del 18% di umido usato per produrre compost e biogas e del 26% di rifiuti in carta, plastica, vetro, legno e metalli avviati a seconda vita. C’è spazio per migliorare, ma intanto c’è soprattutto spazio per discariche e inceneritori, dove finisce principalmente tutto il resto dei rifiuti. Se la “sepoltura” in discarica continua a prevalere (26%), aumentano i rifiuti bruciati (19%, il 5% in più rispetto al 2014). E stando alla direzione impartita dal governo Renzi con lo Sblocca Italia, che prevede la costruzione di otto nuovi inceneritori, questo dato non potrà che crescere ancora. Anche se non conviene: come dimostrano i confronti fatti dall’Ispra, infatti, la bolletta diminuisce con l’aumento della raccolta differenziata.

Cresce l’umido, ma mancano gli impianti

Rispetto al 2014, l’anno scorso la percentuale complessiva del riciclo è cresciuta di tre punti, arrivando al 44%. Un risultato su cui ha pesato molto la raccolta dell’organico: gli avanzi di cibo, gli scarti della cucina e le potature trattati negli impianti per produrre fertilizzanti per l’agricoltura e biogas sono aumentati del 7% tra il 2014 e il 2015, raggiungendo l’anno scorso i 5,2 milioni di tonnellate. Con differenze molto ampie, però, tra le diverse zone d’Italia, dovute prima di tutto alla mancanza al Centro-Sud di siti di trattamento: “202 impianti dei 309 operativi a livello nazionale sono localizzati al Settentrione”, fa notare l’Ispra. Un quadro che poi si riflette nei numeri della raccolta: 122 chili pro capite al Nord, 101 al Centro e 70 al Sud. Secondo l’ultimo studio della società di consulenza Althesys sui rifiuti, “nel meridione 2,3 milioni di tonnellate di umido non sono ancora intercettate”, mentre se si avviasse a riciclo entro il 2020 circa il 70% dei rifiuti organici si potrebbe creare una vera e propria filiera del biogas con benefici economici per 1,3 miliardi di euro.

L’anomalia plastica: è più quella che si brucia di quella che si ricicla

Non è solo il riciclo dell’umido a crescere: gli imballaggi in plastica avviati a seconda vita sono aumentati nel 2015 del 10%, quelli in legno e carta del 5% circa. L’exploit della plastica nasconde però un’anomalia non da poco, perché quella bruciata è in realtà più di quella riciclata, il 44% contro il 41%. Colpa del proliferare di imballaggi in materiali misti difficili da riciclare, mentre mancano soluzioni per disincentivarli o investimenti in innovazione per tentare di avviarli a seconda vita. Così, mentre il riciclo di bottiglie, flaconi e pellicole nel 2015 ha raggiunto quota 870mila tonnellate, l’incenerimento, che cresce a un ritmo doppio dal 2011, ha sfiorato le 930mila. Non è un buon affare: in uno studio dell’agenzia Usa per l’Ambiente (Epa), spiega il docente dell’università di Bologna Alberto Bellini nel suo ultimo libro Ambiente clima e salute, infatti, “si mostra che l’energia risparmiata attraverso il riciclo è da due a sei volte superiore a quella recuperata con incenerimento”. Per la plastica delle bottiglie, nello specifico, il rapporto secondo l’Epa è di tre a uno.

Meno discarica, più inceneritori

L’aumento della combustione dei rifiuti non è una tendenza che vale solo per la plastica: nel 2015 è diminuito del 16% il ricorso allo smaltimento in discarica, ma in parallelo sono aumentati del 5% i rifiuti bruciati negli inceneritori, per un totale di 5,6 milioni di tonnellate. Oggi gli impianti sono in tutto 41, ma la distribuzione sul territorio nazionale non è omogenea: “Il 70% dei rifiuti viene incenerito al Nord, dove è localizzata la maggioranza degli impianti presenti sul territorio nazionale, l’11% al Centro ed il 19% al Sud”, calcola l’Ispra. La patria dei termovalorizzatori è la Lombardia, che da sola brucia il 37% dei rifiuti inceneriti in Italia, ricevendo “nei propri inceneritori circa 160mila tonnellate di rifiuti prodotte in altre regioni (principalmente Lazio e Campania). Anche l’Emilia Romagna riceve circa 140mila tonnellate di rifiuti da Toscana, Lazio, Veneto, Lombardia e Abruzzo”. A dare una mano al proliferare di rifiuti da mandare ai forni ci pensano i Comuni che ancora non hanno introdotto servizi di raccolta differenziata per alcuni tipi di rifiuti attraverso gli ecocentri municipali: quella di apparecchiature elettriche ed elettroniche, per esempio, al Sud manca ancora nel 28% dei Comuni, mentre oltre il 33% delle amministrazioni del centro Italia non si occupa di raccogliere in modo differenziato il legno. Per le tasche dei cittadini non è per niente un affare: analizzando i costi per l’igiene urbana, infatti, il rapporto Ispra mostra che passando da una situazione in cui la raccolta differenziata è compresa tra il 20% e il 40% a uno scenario in cui questa supera il 60%, i risparmi in bolletta sono consistenti. Per i comuni con una popolazione compresa tra i 50 ed i 150 mila abitanti, per esempio, “il costo scende da 213,41 a 170,35 euro/abitante per anno”.

22 dicembre 2016
 
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30/11/2016

La ricerca umiliata dal poltronificio. Il caso dell’Ispra

Il ministro dell’ambiente Galletti appare in seria difficoltà nel piazzare i suoi protetti al Ministero dell'Ambiente e dintorni. E la scadenza referendaria aumenta le fibrillazioni.

È ormai risaputo che l’unico vero obiettivo degli inquilini del ministero in via Cristoforo Colombo – che magari avrebbero desiderato un ministero ben più “pesante” – è quello di nominare i membri del proprio entourage nei vari uffici ministeriali, società private ed enti pubblici controllati, commissioni, comitati e quant’altro, molto spesso in barba alle norme, sempre in sprezzo dell’etica.

Nonostante diversi scandali, denunce, indagini, arresti eccellenti, nel corso degli ultimi mandati ministeriali abbiamo assistito al perpetrarsi di abitudini degne non già della prima repubblica, ma piuttosto dei regimi dinastici settecenteschi.

Ma a volte qualcosa si mette di traverso e nell’agosto scorso l’intervento della Corte dei Conti1 boccia le nomine dei membri di due strategici organismi di competenza ministeriale, la Commissione per le valutazioni di impatto ambientale e le valutazioni ambientali strategiche (VIA-VAS) e quella per la Prevenzione e Limitazione Integrate dell'Inquinamento (IPPC), effettuate ex imperio dal Ministro Galletti. Con il pretesto degli “atti di alta amministrazione”, dal cilindro di Galletti erano spuntati personaggi dai curricola totalmente avulsi dalle materie in questione, ai quali evidentemente erano stati riconosciuti dal ministro alti meriti, decisamente non tecnici, ma sicuramente ritenuti più apprezzabili dal punto di vista politico e della possibilità di controllo delle decisioni delle commissioni.

Dovrà allora essere il dott. Stefano Laporta, attualmente direttore generale in scadenza di mandato dell'ISPRA (Ente di ricerca vigilato dal Ministero dell’ambiente), a dover risolvere, in qualità di presidente delle due commissioni di valutazione dei candidati, questo cruccio di Galletti. Lo stesso Laporta che è stato recentemente nominato alla Consulta dell’Ispettorato Nazionale per la Sicurezza Nucleare e la radioprotezione (ISIN), con funzioni di coordinamento organizzativo interno, in pratica il braccio destro di Maurizio Pernice, contestualmente nominato Direttore dell’ISIN.

La spirale si avviluppa. Infatti il dott. Pernice, attualmente dirigente di lungo corso del MATTM, è il risultato di un’altra nomina tribolata in capo a Galletti. Prevista entro 90 giorni dal 10 aprile 2014, ce ne sono voluti invece 943 (anzi, un po’ di più, visto che manca ancora il DPR dopo la decisione del Consiglio dei Ministri), passando per la trombatura del personaggio di “prima scelta”, l’attuale Segretario Generale del Ministero dell'Ambiente Antonio Agostini, la cui candidatura, attaccata da più parti per l’evidente mancanza delle competenze specifiche richieste dalla legge, fu silurata definitivamente da un avviso di garanzia. Il neo Direttore ISIN avrà quindi un curriculum allineato al dettato di legge2? "Ci pare proprio di no, a giudicare da quanto pubblicato sul sito del ministero3, ma, evidentemente, Galletti sa essere fedele alla linea, quando si tratta di nomine forzate" denuncia la USB che da tempo martella contro lo smantellamento della ricerca pubblica nel nostro paese.

Come prosegue la nostra spirale? Torna ora in “zona ISPRA”: da più parti si vociferava infatti che-dopo il tramonto di Agostini, il dott. Laporta ambisse alla carica poi assegnata a Pernice, ma a quanto pare si è dovuto accontentare del secondo posto. Essendo ancora in attesa della determinazione di compensi degli organi di vertice dell’ISIN, non siamo in grado di valutare quale livello di retrocessione economica si affiancherebbe a quella funzionale per il dott. Laporta quando terminerà il doppio incarico attuale (qualora ne venisse ratificata la compatibilità). Potrebbe finalmente voler scegliere di tornare al suo ruolo di viceprefetto al ministero degli interni? Pare proprio di no, tanto che si dice abbia richiesto un parere alla Funzione Pubblica sulla possibilità di essere nuovamente incaricato a DG dell'ISPRA grazie all'entrata in vigore della legge n. 132/2016 di “Istituzione del Sistema nazionale a rete per la protezione dell'ambiente e disciplina dell’ISPRA” che secondo lui ed i suoi sponsor consentirebbe di superare il vincolo dei due mandati. Non sarà che queste decisioni dovranno passare per il comportamento di Laporta nelle commissioni di nomina di cui sopra? Qualche domanda sulla serenità di giudizio di cui egli possa sentirsi dotato nella valutazione dei titoli di chi dovrà scegliere, per conto di Galletti, come commissario VIA-VAS o IPPC, sorge spontanea.

Il sospetto trova giustificazione nella storia dei rapporti fra il MATTM e l’ISPRA sin dalla sua istituzione, datata fine 2008, con la fusione dell’agenzia per la protezione ambientale e due istituti di ricerca (sul mare e sulla fauna selvatica). L’ISPRA doveva rappresentare il braccio operativo del Ministero, fornendo servizi altamente qualificati e soprattutto con quel grado di autonomia e terzietà tecnico-scientifica che sarebbe necessaria in tema di controlli ambientali, ma che evidentemente spaventa il “decisore politico” che riconosce come committenza non già la comunità dei contribuenti, ma qualche lobby o potentato economico o finanziario.

Ed ecco quindi che il Ministero (già prima di Galletti, in verità) intensifica i finanziamenti a SOGESID, società “in house”, privata nella gestione ma pubblica nelle spese, dove può piazzare vertici, dirigenti e personale senza l’alea del concorso pubblico, in barba alle limitazioni alle assunzioni della PA. Tutto ciò, a discapito dell’ISPRA e del suo personale (con circa 150 precari, la metà dei quali con alle spalle una storia ultradecennale di contratti di vario tipo).

Ma la SOGESID, pur avendo occupato abusivamente le stanze di via Colombo (tanto che ora che il MATTM ha dovuto dichiarare il numero dei propri dipendenti all’Agenzia del Demanio in vista di un cambio di sede, non ha certo potuto dire che ci sono 300 “esterni”, creando il panico fra i “miracolati” dirigenti e quadri SOGESID) e pur sovrapponendosi a molte competenze proprie dell’ISPRA, evidentemente non riesce a coprire tutte le necessità tecnico-scientifiche del Ministero ed allora Galletti che fa? Inserisce un “articolicchio” nella legge di stabilità 2016 con cui, invece di prevedere risorse per assunzioni all’ISPRA, con la stessa spesa è andato a “saccheggiare” le graduatorie dei concorsi espletati dall’ISPRA, assumendo 25 ricercatori e 15 tecnici o amministrativi, fra cui una ventina di precari ISPRA, che hanno sì avuto una trasformazione del proprio contratto a tempo indeterminato, ma hanno visto (per ora?) sfumare la possibilità di essere stabilizzati nell’ente per i quale avevano vinto un concorso e che nel corso degli anni ha investito nella loro formazione specifica.

"All’ISPRA basterebbero 10 milioni in legge di stabilità (una goccia nell’oceano dei finanziamenti alla ricerca privata) per rendere perseguibili gli obiettivi di rilancio dell’Istituto e di stabilizzazione del proprio personale precario, ma nella bozza attuale non ce n’è neanche l’ombra" sottolinea l'USB. I finanziamenti passano per il Ministero dell’Ambiente ed evidentemente Galletti ha solo l’obiettivo (ed il relativo peso politico) di accontentare qualche amico o amico degli amici, tirando i fili di qualche burattino come Laporta. Sempre che faccia in tempo ad anticipare lo scenario che si potrebbe aprire dopo il referendum del prossimo 4 dicembre.

Note
1 http://www.corteconti.it/attivita/controllo/pa_enti_pubblici/personale/delibera_9_2016_prev/index.html
http://www.corteconti.it/attivita/controllo/pa_enti_pubblici/personale/delibera_10_2016_prev/index.html

2 D.Lgs 4 marzo 2014, n. 45; Art. 6 comma 5: “Il Direttore è scelto tra persone di indiscussa moralità e indipendenza, di comprovata e documentata esperienza e professionalità ed elevata qualificazione e competenza nei settori della sicurezza nucleare, della radioprotezione, della tutela dell'ambiente e sulla valutazione di progetti complessi e di difesa contro gli eventi estremi naturali o incidentali…”

3 http://www.minambiente.it/sites/default/files/archivio/allegati/curriculum/Pernice.pdf

Fonte