Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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28/07/2026

Cosa sta cambiando nella Terra dei Fuochi?

A quasi diciotto mesi dalla pronuncia con cui la Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) ha condannato l’Italia per non aver protetto la vita delle popolazioni della Terra dei Fuochi, è tempo di tracciare un primo bilancio del percorso intrapreso. Occorre farlo numeri alla mano, riconoscendo con oggettività ciò che si sta facendo, senza sottrarre lo sguardo da ciò che resta ancora incompiuto.

La decisione di affidare il coordinamento degli interventi al Commissario unico per la bonifica delle discariche e dei siti contaminati, struttura incardinata presso la Presidenza del consiglio dei ministri e guidata dal generale Giuseppe Vadalà, è stata inizialmente accolta con diffidenza da una parte significativa dei comitati attivi nella Terra dei Fuochi.

Una diffidenza tutt’altro che pregiudiziale, maturata piuttosto nella lunga e controversa storia della gestione straordinaria dei rifiuti in Campania. Dal 1994 la regione è stata attraversata da emergenze, poteri eccezionali e commissariamenti, dapprima per la gestione dei rifiuti urbani, poi per fronteggiare gli effetti prodotti dallo smaltimento illecito dei rifiuti speciali.

L’autonomia del giudizio impone di riconoscere i primi risultati, senza rinunciare a mettere in luce le contraddizioni che accompagnano il percorso. La struttura ha seguito in maniera coerente le direttrici indicate dalla sentenza e recepite nel Piano d’azione presentato al comitato dei ministri del Consiglio d’Europa.

Sono state avviate le rimozioni dei rifiuti abbandonati in superficie, sottraendo materiale ai roghi tossici e intervenendo su situazioni che per anni erano rimaste immobili. Sono stati censiti 418 siti di abbandono, 246 dei quali sono stati sottoposti a sopralluogo; al 23 giugno 2026 risultano rimosse oltre 7.159 tonnellate di rifiuti in 80 siti distribuiti in 34 comuni.

È stato inoltre riportato al centro dell’azione pubblica il lavoro di indagine sui terreni agricoli; sono state riattivate o accelerate le procedure di caratterizzazione delle discariche storiche e dei siti contaminati; è stato firmato un protocollo con l’Istituto superiore di sanità (Iss) per aggiornare il quadro conoscitivo sanitario, integrare dati epidemiologici e ambientali e predisporre un nuovo studio a supporto delle misure richieste dalla Cedu, sulla falsariga dello studio che l’Iss ha pubblicato nel 2020 in collaborazione con la Procura di Napoli Nord.

Questo va riconosciuto. E il fatto stesso che sia necessario sottolinearlo rivela quanto questi territori siano stati disabituati alla continuità dell’intervento pubblico, di fronte al fatto che una struttura dello Stato, quando interviene sull’inquinamento ambientale, sta solo facendo il proprio dovere, cominciando a restituire ciò che per decenni è stato negato in termini di tutela della salute, sicurezza ambientale, informazione pubblica e risanamento ecologico.

Il punto vero, però, è valutare gli atti, le risorse, i risultati e le responsabilità. Ed è qui che cominciano le criticità. La struttura commissariale ha dichiarato un impegno economico complessivo per i prossimi anni di 329 milioni di euro, di cui 28 per le rimozioni e la riqualificazione dei primi 80 siti, 101 per caratterizzazioni e interventi su 32 grandi aree contaminate e 200 destinati alle successive opere di bonifica o messa in sicurezza definitiva.

Di questa cifra, sono arrivati i primi 30 milioni di euro, mentre sono in programmazione 100 milioni per il 2026 e altrettanti per il 2027. La stessa ricognizione commissariale, tuttavia, stima in 2 miliardi e 527 milioni di euro il fabbisogno relativo ai soli 71 siti contaminati di competenza pubblica.

A questa cifra si aggiungono circa 76,7 milioni per i terreni agricoli e 30 milioni per la rimozione dei rifiuti abbandonati in superficie. Il fabbisogno complessivo individuato supera quindi i 2,6 miliardi di euro. Che cosa rappresentano, allora, le risorse finora messe in campo, se non una prima e ancora insufficiente anticipazione rispetto alle esigenze di quasi tre milioni di persone che vivono nei territori contaminati? Qualcuno potrebbe appassionarsi alla questione contabile.

Ciò che emerge davvero, però, è la misura della distanza tra il bisogno politico del governo di mostrare risultati dinanzi al Consiglio d’Europa e l’esigenza reale dei territori di una politica capace di durare nel tempo, attraversare la complessità delle matrici ambientali e accompagnare le indagini fino alle bonifiche.

La distanza non riguarda soltanto la quantità delle risorse disponibili, ma anche la qualità e la velocità degli interventi. Se sul fronte dei rifiuti abbandonati in superficie l’azione commissariale ha mostrato un impegno visibile, le procedure di caratterizzazione, messa in sicurezza e bonifica delle discariche e dei siti contaminati continuano ad avanzare con il contagocce, ancorché qui si concentri il dramma più profondo della Terra dei Fuochi.

Peraltro, in alcuni casi una parte delle indagini era già stata eseguita molti anni prima, impiegando consistenti risorse pubbliche, senza che alle attività conoscitive seguissero le necessarie opere di messa in sicurezza o bonifica. Oggi si spende nuovamente per aggiornare il quadro, mentre gli interventi definitivi continuano a essere rinviati a una fase dove, scaduti i termini della sentenza, non vi è certezza dell’intervento pubblico. Come non vi è certezza alcuna della durata temporale dell’intervento commissariale.

Questa problematica è resa ancora più evidente dalle nuove criticità relative alla qualità delle acque sotterranee, emerse solo pochi mesi fa dal programma di monitoraggio della Regione Campania in collaborazione con l’Università Federico II. Le analisi hanno rilevato superamenti delle concentrazioni soglia di contaminazione nelle acque sotterranee per il tricloroetilene e il tetracloroetilene, sostanze utilizzate nei processi industriali e classificate rispettivamente come cancerogena e probabile cancerogena.

Le criticità più significative si concentrano proprio nei territori della Terra dei Fuochi, con superamenti registrati, tra gli altri, a Villa Literno, Giugliano, Aversa, Casal di Principe, Casapesenna, Castel Volturno, Acerra e Succivo. La Federico II aveva già trasmesso alla Regione, il 20 febbraio 2026, la richiesta di adottare azioni immediate di sanità pubblica.

La Regione ha riconosciuto l’esistenza di criticità, disponendo il rafforzamento dei controlli sanitari, ambientali e sulle filiere agricole e zootecniche. Il problema riguarda soprattutto i pozzi privati, spesso utilizzati per l’irrigazione o altri usi non domestici. Le interdizioni all’utilizzo dei pozzi stanno infatti divenendo uno degli effetti più visibili di questa nuova emergenza.

In questo rovente mese di luglio, ad Acerra, il Comune ha disposto la chiusura di altri sette pozzi dopo il riscontro di concentrazioni di tricloroetilene e tetracloroetilene superiori ai limiti, portando a nove il numero dei pozzi interdetti nel territorio comunale. Anche in altri comuni interessati dai superamenti si moltiplicano i controlli e l’interdizione cautelativa dei pozzi privati.

Il rapporto tra contaminazione dei terreni e qualità delle acque sotterranee, tuttavia, non emerge come una priorità della strategia di governo, rendendola di fatto anacronistica rispetto alla mutevolezza del quadro di indagine nei territori di Napoli e Caserta.

A oggi siamo ancora nel guado di una rincorsa del problema e di una gestione cautelativa ex post, mentre si fa sempre più pressante un intervento sulle cause della diffusione di tricloroetilene, tetracloroetilene e degli altri contaminanti, e su quali interventi di contenimento e bonifica siano praticabili. Diversamente, il costo di una non tempestiva gestione del problema piomberà, ancora una volta, sulle comunità e sulle produzioni agricole.

C’è poi il tema dei roghi di rifiuti. Se è vero che i dati delle prefetture di Napoli e Caserta restituiscono, nel medio periodo, una riduzione del numero degli incendi, è altrettanto vero che la diminuzione degli episodi non è di per sé evocativa della risoluzione del problema.

I maxi-roghi verificatisi recentemente tra Giugliano e Scampia, così come i roghi di Acerra e di altri territori puntualmente vessati dal fenomeno, dimostrano che esso conserva una capacità di produrre eventi di grande intensità, e dunque di continuare a esporre intere aree abitate agli effetti della combustione incontrollata di plastiche, pneumatici, tessuti, apparecchiature elettriche e altri rifiuti urbani e speciali.

Inoltre, il dato statistico rilevato all’interno del perimetro storico della Terra dei Fuochi rischia di nascondere una trasformazione più complessa. Le accelerazioni dell’ultimo anno dimostrano che il fenomeno ha cambiato forma, scala e geografia.

Insieme ai roghi di rifiuti nei contesti periurbani, hanno acquisito rilevanza gli incendi che interessano impianti di trattamento e stoccaggio, depositi di mezzi, capannoni e nodi intermedi della filiera dei rifiuti. In questi casi bruciano concentrazioni molto più rilevanti di materiali combustibili, con incendi difficili da spegnere, prolungati nel tempo e potenzialmente capaci di produrre una contaminazione atmosferica su scala sovracomunale.

È quanto sta accadendo da qualche tempo nell’Agro Caleno in funzione dell’espansione settentrionale del problema. Il maxi-incendio dell’agosto 2025 nell’azienda di stoccaggio Campania Energia, tra Teano e Riardo, ha interessato un enorme accumulo di rifiuti speciali, richiedendo quattordici giorni di intervento e determinando concentrazioni di diossine e furani superiori al valore di riferimento utilizzato dalla comunità scientifica.

A questo episodio si aggiungono i ripetuti incendi che negli anni hanno coinvolto altri impianti, come Gesia di Pastorano e le criticità riscontrate nelle attività di gestione dei rifiuti presenti tra Vitulazio, Pignataro Maggiore, Sparanise e gli altri comuni dell’area. Non a caso, nel marzo 2026, la prefettura di Caserta ha esteso i controlli proprio sulla filiera delle imprese nell’Agro Caleno e nel Medio Volturno.

Lo spostamento del fenomeno si allarga anche a est e nord-est del perimetro storico di Terra dei Fuochi. Una dinamica analoga sta emergendo in Puglia, dove la sequenza di incendi che interessa impianti, depositi e siti di stoccaggio sta segnando in maniera inquietante l’estate in corso.

Nel giro di poche settimane, un grande incendio ha coinvolto ecoballe di plastica in un impianto di stoccaggio a Francavilla Fontana, imponendo limitazioni precauzionali nel raggio di due chilometri; a Manduria sono stati distrutti dalle fiamme sette autocompattatori all’interno del deposito dell’azienda incaricata della raccolta; a San Paolo di Civitate, nel foggiano, un incendio di vaste proporzioni ha investito un centro di stoccaggio posto a poche centinaia di metri dalle abitazioni.

Analoga situazione si dispiega nelle campagne baresi tra Carbonara, Ceglie e Loseto; e proprio la persistenza dei roghi e degli abbandoni ha spinto alla convocazione del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, con la decisione di procedere a una mappatura delle aree più esposte.

Nel maggio 2026, l’operazione coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Bari ha ricostruito una filiera organizzata che avrebbe trasportato rifiuti speciali provenienti anche dalle province di Napoli e Caserta verso le aree interstiziali delle province di Foggia e Barletta-Andria-Trani.

L’inchiesta ha interessato rifiuti tessili, scarti del trattamento industriale e frazioni residue provenienti da impianti di diverse regioni, con il sequestro di dieci aziende e sessanta automezzi. Già alcuni mesi prima, il procuratore di Trani aveva avvertito del rischio che una parte della Puglia diventasse una nuova area di destinazione degli sversamenti e degli incendi di rifiuti.

A questo quadro si aggiunge la crisi, ormai non più trascurabile, del mercato delle plastiche riciclate, che interessa in particolare il polietilene e il polipropilene. Il crollo della domanda e la perdita di competitività delle materie prime seconde stanno determinando un progressivo accumulo di materiali presso gli impianti di selezione, trattamento e stoccaggio, sottoponendo l’intera filiera a una pressione crescente.

Al momento, la criticità appare più evidente nelle regioni centro-settentrionali, dove i maggiori livelli di raccolta differenziata producono volumi superiori di rifiuti da avviare a riciclo. Ma si tratta di un equilibrio fragile; in assenza di sbocchi industriali e di adeguate capacità di trattamento, la saturazione degli impianti potrebbe propagarsi rapidamente verso il Mezzogiorno, aggravando le condizioni già esistenti e aumentando il rischio di accumuli incontrollati, trasferimenti irregolari e incendi nei siti di deposito.

Il nodo politico, allora, è inevitabile. Ora che il governo ha assunto la responsabilità della Terra dei Fuochi, come intende affrontare i flussi intraregionali e interregionali di rifiuti che alimentano e ridisegnano il fenomeno ben oltre il suo perimetro storico? La pressione esercitata nel nucleo storico, insieme alla mobilità propria delle filiere illegali e alla persistente convenienza economica dello smaltimento irregolare, sta contribuendo a ridisegnare una geografia reticolare del fenomeno.

La storia, insomma, si ripete a diverse latitudini. Proprio per questa ragione, la riduzione dei roghi comunicata dalle prefetture dovrebbe essere interpretata con maggiore cautela. I dati disponibili sono prevalentemente aggregati su scala provinciale per Napoli e Caserta; consentono quindi di sapere quanti incendi siano stati registrati, ma non permettono di comprendere in quali comuni si concentrino, quali materiali abbiano coinvolto, se si tratti di cumuli abbandonati, siti produttivi, depositi o impianti, né se gli episodi si ripetano negli stessi luoghi.

La scala provinciale può descrivere una tendenza generale, ma appiattisce le differenze interne e rende incomprensibili le nuove tendenze territoriali. Manca, poi, uno strumento pubblico che restituisca la cifra del fenomeno, associando a ogni episodio la data, il comune, le coordinate geografiche, la tipologia del sito, i materiali combusti, la durata dell’incendio, gli esiti dei campionamenti ambientali e le misure cautelative adottate.

Una banca dati permetterebbe di costruire cluster spaziali, individuare le aree di reiterazione, distinguere i piccoli episodi diffusi dai grandi incendi industriali e mettere in relazione i roghi con le caratteristiche dei territori.

Un’altra questione decisiva riguarda ciò che accade dopo la rimozione dei rifiuti abbandonati. Ripulire i siti è necessario e, come già ricordato, questo lavoro è finalmente in corso. Ma ripulire senza stabilire chi debba vigilare il giorno dopo, chi debba mantenere l’area integra, impedire nuovi abbandoni e quali conseguenze debba subire l’ente che non adempie significa rischiare di finanziare una deresponsabilizzazione circolare, che finisce per diventare la variabile indipendente dell’inquinamento e del degrado ambientale.

La struttura commissariale interviene con risorse straordinarie, i rifiuti vengono rimossi, spesso si svolge una cerimonia e l’area viene simbolicamente restituita alla comunità. Poi, però, se il Comune o l’ente preposto non garantisce controllo, raccolta degli ingombranti e presidio territoriale, quello spazio torna rapidamente nelle condizioni precedenti.

In questo modo, i cittadini finiscono per pagare più volte, attraverso la fiscalità generale, il costo dello stesso problema, mentre la responsabilità ordinaria si disperde nei meandri della frammentazione amministrativa, schiacciata tra le inerzie regionali di lungo periodo e la miopia di corto respiro delle comunali.

In questo senso, il governo avrebbe dovuto prevedere fin dall’inizio un sistema vincolante di responsabilizzazione degli enti beneficiari delle rimozioni dei rifiuti, con accordi post-intervento e obblighi precisi, le risorse dedicate alla manutenzione e al controllo, gli indicatori di monitoraggio e forme di condizionalità finanziaria o di rivalsa nei casi di persistente inadempienza.

Lungi dal prefigurare alcuna logica punitiva nei confronti di quei comuni ridotti all’osso dalle politiche neoliberiste di taglio alla spesa pubblica, a causa delle quali soffrono carenze strutturali di personale e risorse; significa, piuttosto, impedire che la debolezza amministrativa si trasformi sistematicamente in un alibi e che l’intervento straordinario copra la responsabilità ordinaria vanificando, come un cane che si morde la coda, ogni sforzo e ogni euro speso.

La stessa Corte europea ha posto la necessità di una strategia politico-amministrativa globale, l’esigenza di un sistema indipendente di monitoraggio e una piattaforma pubblica di informazione trasparente. Ed è proprio su questo punto che emerge un’ulteriore contraddizione.

Il governo ha affidato il monitoraggio a Ispra, ma ha poi indebolito la credibilità della sua terzietà nominando, nel febbraio 2026, alla presidenza dell’Istituto Maria Alessandra Gallone, già senatrice per due legislature nelle file di Forza Italia e collaboratrice dello stesso ministro dell’ambiente, Pichetto Fratin.

In altre parole, il governo ha affidato il controllo sull’attuazione delle proprie politiche a un istituto il cui vertice è espressione diretta dello stesso perimetro politico. Ciò ha svuotato, almeno sul piano della terzietà sostanziale, una delle principali garanzie richieste dalla Corte europea.

La strategia delineata dalla struttura commissariale può dunque essere considerata globale sulla carta, ma rischia di rimanere monca nella sostanza, soprattutto nei gangli di quella frammentazione amministrativa individuata dalla Corte. Tutti dovrebbero fare qualcosa, ma troppo spesso ciascuno si chiama fuori, indicando la competenza di qualcun altro.

Il governo rinvia alla Regione, la Regione agli enti d’ambito, gli enti d’ambito ai comuni, i comuni alla carenza di risorse, gli enti proprietari delle strade alla disciplina dei rifiuti, gli uffici ambientali alle forze dell’ordine, le forze dell’ordine alla necessità di prevenzione amministrativa. In questo gioco di sponda il sistema mostra ancora tutta la sua vulnerabilità.

Le responsabilità si muovono da un tavolo all’altro, mentre i fattori di povertà economica territoriale, che generano il fenomeno dello smaltimento illecito dei rifiuti, restano inosservati. Nessun investimento politico programmatico, oltre la repressione degli illeciti con la legge n. 147 del 3 ottobre 2025, è stato ancora predisposto per rispondere alle difficoltà economiche del tessuto produttivo locale.

Può la repressione sostituire una politica capace di intervenire sulle condizioni materiali entro cui l’illegalità ambientale si riproduce? E quali risposte intende offrire lo Stato, attraverso le sue articolazioni, alla marginalità economica, al lavoro irregolare, alla frammentazione delle filiere, alle difficoltà di accesso ai circuiti legali di raccolta e trattamento dei rifiuti speciali?

Non si intravede ancora una strategia rivolta alla gestione del tessuto produttivo locale, dal distretto industriale di Grumo Nevano-Aversa, specializzato nei comparti calzaturiero e tessile-abbigliamento, al distretto di San Giuseppe Vesuviano, uno dei principali poli meridionali del tessile-abbigliamento e della produzione per conto terzi. Basta farsi un giro nelle campagne di questi territori per osservarne la portata, con decine e decine di balle di rifiuti tessili, di pellame, oltre agli scarti edili, alle plastiche e agli pneumatici.

La stessa assenza di una politica industriale ambientalmente sostenibile e territorialmente orientata attraversa le Aree di sviluppo industriale (Asi) disseminate tra le province di Napoli e Caserta, oggi relegate a contesti insediativi privi di identità territoriale, se non quella della gestione del ciclo dei rifiuti. Soprattutto questa è, oggi, la Terra dei Fuochi.

I prossimi mesi saranno decisivi. Il 30 gennaio 2027, a due anni dalla pronuncia, rappresenterà un passaggio politico inevitabile. Sarà il momento di verificare se la condanna europea avrà determinato soltanto una stagione di attivismo commissariale oppure una trasformazione strutturale delle politiche ambientali nel contesto nazionale e regionale.

Il 30 aprile 2027, termine giuridico decorrente dalla definitività della sentenza, lo Stato dovrà dimostrare di avere ottemperato alla strategia complessiva, al monitoraggio indipendente e al sistema pubblico di informazione richiesti dalla Corte. In questi mesi si deciderà se la Terra dei Fuochi continuerà a essere amministrata come spazio emergenziale o se diventerà, finalmente, una questione di ordinaria priorità per gli enti locali.

In questo contesto, i comitati e le associazioni devono preservare e conservare la propria autonomia strategica. Autonomia che non significa isolamento. Significa intavolare il contraddittorio a partire dai territori, senza arruolarsi a cause che non sono le proprie. Significa produrre conoscenza dai territori senza che questa venga neutralizzata nella spirale istituzionale.

Significa riconoscere i passi avanti senza trasformarsi nel pubblico non pagante delle cerimonie istituzionali. Significa continuare a formulare domande e porre contraddizioni scomode anche quando chi governa accetta di sedersi allo stesso tavolo. Significa, in ultima analisi, rifuggire dai processi di istituzionalizzazione del dissenso, che resta l’unica fiamma utile da mantenere viva per il futuro di questi territori.

Perché, in definitiva, il futuro della Terra dei Fuochi, o per meglio dire dell’inquinamento ambientale nei territori di Napoli e Caserta, dipenderà anche e soprattutto dalla capacità collettiva di agire significativamente sulla distanza tra ciò che è stato annunciato e ciò che sarà stato realmente realizzato. E, in questo grande spazio di partecipazione, già occupato dai comitati e dalle associazioni della Terra dei Fuochi, vivono gli anticorpi capaci di alimentare una nuova stagione di resistenza ecologica.

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10/07/2015

Ecomafie: impennata nel 2014

di Alessandro Iacuelli

Legambiente ha presentato, come ogni anno, i dati del rapporto Ecomafia 2015. Dopo qualche anno di presenza costante su tutto il territorio nazionale, da questo nuovo rapporto si evince che nel corso del 2014 si è registrata una nuova impennata verso l'alto delle attività, e dei guadagni, delle mafie nel settore ambientale.
Il "fatturato" in nero dei clan nel 2014 ha raggiunto i 22 miliardi di euro; si tratta del valore più alto dopo il picco del 2007, con un aumento di ben 7 miliardi di euro rispetto al 2013.
Sul piano giudiziario, i dati fanno rabbrividire: 29.293 reati accertati in campo ambientale, circa 80 al giorno, poco meno di quattro ogni ora. Si tratta naturalmente di una punta d'iceberg: mancano all'appello tutti i reati commessi ma non accertati. Una situazione esplosiva che mette a repentaglio il futuro stesso del nostro Paese.

A registrare l'impennata più alta è soprattutto il giro d'affari del settore agroalimentare e della pericolosa infiltrazione mafiosa che si registra in tutto il ciclo produttivo, di distribuzione e vendita. In crescita anche il business dell'archeomafia, sono infatti ben pochi i beni archeologici recuperati, i falsi sequestrati e i sequestri effettuati: nel 2014 con 500 milioni di euro di guadagni illeciti, l'archeomafia vede più che raddoppiata la sua presenza sul mercato nero.

L'unico calo si registra sul fronte dell'abusivismo edilizio, che risente della contrazione del numero dei nuovi immobili costruiti abusivamente (circa 18mila secondo le stime più recenti, a fronte delle 26mila del 2013) e si riduce a 1,1 miliardi (nel 2013 era di 1,7 miliardi).

C'è una seconda novità, nel rapporto Ecomafia 2015. Per la prima volta, la Campania perde il primato storico nella presenza ecomafiosa in tutte le sue attività. E' ora la Puglia la prima nella classifica delle illegalità ambientali in Italia. In realtà, è molto probabile che la Puglia avesse questo primato già da qualche anno, soprattutto grazie alla sua posizione strategica nel basso Adriatico, che la rende il fulcro di quasi tutti i traffici transfrontalieri: dai rifiuti tossici, ai beni archeologici, passando per gli animali esotici, proprio come nella prima metà degli anni '90 era al centro del traffico di sigarette di contrabbando.

Nessuno se ne era ancora accorto, però, e la Puglia si scopre protagonista delle attività delle ecomafie solo perché nel 2014 c'è stato un capillare lavoro di monitoraggio e controllo svolto in tutta la regione dalle forze dell’ordine, in particolare dal Corpo Forestale dello Stato, dalla Guardia di Finanza e dai Carabinieri, coordinate operativamente da diversi anni grazie a un Accordo Quadro promosso e finanziato dalla Regione e che si avvale delle competenze scientifiche di CNR e ARPA Puglia.

Sono 4.499 le infrazioni accertate in Puglia, pari al 15,4% di quelle accertate su tutto il territorio nazionale. Record anche per numero di persone denunciate, 4.159, e di sequestri effettuati, 2.469; 5 le persone arrestate. Nella classifica provinciale dell’illegalità ambientale nel 2014, Bari si piazza al primo posto con 2.519 infrazioni accertate, l’8,6% su scala nazionale, scavalcando Napoli. Segue nella classifica la provincia di Foggia con 802 infrazioni accertate.

C'è anche un altro settore strategico, assolutamente da non tralasciare, circa gli interessi delle ecomafie: gli investimenti a rischio; qui si registra un'impennata degli appalti pubblici nel settore ambientale infiltrati dalle mafie, soprattutto nell'ambito delle bonifiche e dei rifiuti speciali, stimati per il 2014 in 7,9 miliardi di euro, mentre rimangono stabili intorno al miliardo gli appalti a rischio per la gestione dei rifiuti urbani. Sommando i fatturati dell'ecomafia dal 1992 a oggi si superano abbondantemente i 340 miliardi.

La fotografia di Legambiente è completata da altre novità: cresce di quattro volte la superfice boschiva percorsa dagli incendi, nonostante una stagione molto umida, mentre si assiste alla drastica riduzione degli illeciti nel traffico internazionale dei rifiuti.

Le indagini, inoltre, confermano che i traffici illeciti dei rifiuti urbani fioriscono dove il sistema di raccolta rispecchia i modelli antiquati dell'indifferenziato e della discarica, mentre per i rifiuti speciali è la collusione tra imprese ed ecomafie, con la mediazione dei colletti bianchi, a garantire gli affari illegali.

E' di sicuro un bilancio pesante, quello sui crimini contro l'ambiente registrato nel corso del 2014. Le ecomafie, nonostante il primato della Puglia, seguita a ruota da Campania e Calabria, non sono più, da anni, una prerogativa del Sud Italia. Ad esempio, è allarmante il bilancio ambientale del Piemonte, che ha chiuso il 2014 con 469 infrazioni, 631 denunce, 2 arresti e 106 sequestri. L'ennesima prova del radicamento degli interessi mafiosi nell'economia delle regioni del Nord.

Secondo gli autori del rapporto, un'attenzione particolare va posta al ruolo delle grandi opere, come Tav e Terzo Valico, e alle possibilità d'infiltrazione mafiosa. Per Legambiente è necessario intensificare i controlli sui cantieri delle opere pubbliche, attraverso la costruzione di commissioni di controllo specifiche che "abbiano i poteri per vigilare sulle gestione degli appalti e sulla realizzazione dei lavori, ma anche riducendo, ripensando e valutando bene l'elenco delle opere strategiche per la collettività".

Fondamentale, per l’associazione, è  vietare i subappalti nei cantieri e abolire l'anomalo istituto del general contractor per evitare che la direzione lavori sia in carico alla stessa stazione appaltante”

In conclusione come ha dichiarato Fabio Dovana, presidente di Legambiente Piemonte e Valle d'Aosta, "è preoccupante verificare che, nonostante la crisi, le ecomafie non subiscano flessioni". Nonostante la recente introduzione, dopo 21 anni di battaglie, degli ecoreati nel codice penale.

In risposta a questo nuovo strumento di controllo e repressione, le mafie hanno alzato il tiro, dopo qualche anno di stabilità, uscendo dai tradizionali settori ambientali come edilizia e rifiuti speciali, e invadendo l'agricoltura ed il settore alimentare, giungendo così fino nei nostri piatti. Segno che la battaglia di verità, legalità, giustizia, ha ora un nuovo fronte su cui combattere.


Fonte

13/01/2012

Il mare livornese è una discarica di bidoni tossici

La tragedia ambientale che si sta consumando nel mare livornese, con imprecisate centinaia di fusti di monossido di cobalto e molibdeno finiti in mare dalla nave cargo Venezia della Grimaldi Lines durante la mareggiata del 17 dicembre scorso, sembra stia rompendo il tradizionale muro di omertà che avvolge i pescatori, da sempre restii a raccontare – loro che il mare lo conoscono meglio di chiunque altro – la salute delle nostre acque. Quanto segue è il frutto di una chiacchierata fatta al Porto Mediceo tra un pescatore livornese di mezza età e un membro della nostra redazione.

“Ho voluto contattarvi dopo aver letto su Panorama l’intervista di un tale Francesco, presunto mio collega di 52 anni, da voi riportata qualche giorno fa”.

Quali reazioni ti ha suscitato?
“Quel che ha detto non mi ha certo meravigliato, visto che mi è capitato più volte di vivere identiche esperienze”.

A cosa ti riferisci?
“Puntualmente capita anche a noi di tirare su fusti con sostanze maleodoranti, palesemente tossiche”.

In quali tratti di mare?
“Noi abbiamo delle rotte fisse e caliamo le reti sempre nei soliti punti, ma periodicamente ci capita di tirare su questa merda. E quando accade significa che poche ore prima è passata una nave a scaricare quelle sostanze. Però a differenza del mio presunto collega non ho mai avvertito bruciori o irritazioni. Questa almeno è la mia esperienza personale”.

C’è anche chi parla di zone appositamente riservata alla pesca ed altre allo scarico dei bidoni tossici. Leggenda?
“No, purtroppo ha molto di vero. A levante di Gorgona, ad esempio, è difficile tirare su questa robaccia perché un po’ tutti pescano in questo specchio di mare e chi fa affondare i bidoni ha interesse che la cosa resti più nascosta possibile. Se invece vai a ponente di Gorgona, nel tratto dall’isola a La Spezia per intendersi, trovi di tutto. È una zona quasi mai battuta dai pescatori un po’ per la profondità delle acque e un po’ perché si sa che ci buttano di tutto. Però attenzione, capita anche come ha riportato Panorama di pescare bidoni nella rotta Vada-Gorgona. A me è successo non sai quante volte”.

E anche tu hai denunciato la cosa alle autorità competenti?
“Se qualcuno di noi lo facesse troverebbero il modo di farti smettere di pescare. Quanto dice tale Francesco, cioè che lui e tutti i suoi colleghi hanno sempre denunciato il tutto, è una favola. Anzi, che sappia io nessuno lo ha mai fatto. Forse ci ha provato, ma è cosa ben diversa”.

E quando hai tirato su i bidoni cosa hai fatto?
“Quello che fanno tutti”.

E cioè?
“Li ho ributtati in mare”.

Ma come…
“Li ributtiamo a mare sottocosta, cioè entro le prima tre miglia dal litorale, dove c’è divieto di pesca. Sai perché non lo comunico a nessuno? Perché se vado alla Capitaneria o all’Asl fermano il peschereccio chissà per quanto tempo e per noi il tempo è prezioso, Già facciamo fatica a sopravvivere così… È un po’ come i pescatori siciliani quando tirano su i cadaveri degli immigrati. Sono costretti a ributtarli a mare e stare zitti altrimenti gli sequestrano il peschereccio per intere settimane”.

Può essere ricondotto a uno di questi bidoni riversati sottocosta l’odore di solvente proveniente dal mare riferito qualche giorno fa da alcuni bagnanti alla Rotonda d’Ardenza?
“Potrebbe essere anche colpa di qualche altro bidone affondato molto più sottocosta”.

La Capitaneria di porto ha escluso che l’odore di solvente sia correlabile con la vicenda dei fusti.
“Si riferivano ai fusti del cargo Venezia. Non hanno mica detto che non è correlabile con nessuna sostanza sversata in mare. Mi viene da ridere a leggere – tira fuori un foglietto – che “per una verifica più puntuale della situazione la Capitaneria effettuerà un sorvolo aereo sul litorale, in particolare sulla zona della costa segnalata dai cittadini. Invece di prendere un campione d’acqua volano sopra il mare con l’elicottero. Lo capisci che è tutta una colossale presa in giro?”

Perché non c’è mai stata una sollevazione collettiva di voi pescatori? In fondo il mare è la vostra risorsa.
“Hai ragione, ma ti trovi di fronte a cose talmente più grandi di te che ti senti impotente. Tutti sanno cosa succede qua davanti ma nessuno vuole fare niente”.

Nessuno vuole o nessuno può?
“Nessuno vuole. La maggior parte dei fusti tossici non viene denunciata alle autorità competenti. Viaggia sotto traccia perché costa molto meno ungere tizio nell’ufficio X, Caio nell’ufficio Y e Sempronio della compagnia Z che smaltirli in modo corretto. Cosa pensi ci voglia a imbarcare e poi scaricare un certo numero di bidoni su una nave? È una pura formalità”.

Se è una formalità, perché stavolta il comandante della Grimaldi ha denunciato l’affondamento in mare dei bidoni?
“Secondo me per almeno un paio di motivi. Primo perché riversare una tale quantità di sostanze nocive nel mare non è come gettare un paio di fusti, ma significa distruggere un intero ecosistema probabilmente per sempre. (Silenzio). Nessuno mi sembra si stia rendendo davvero conto della catastrofe ecologica che è scoppiata. O forse chi di dovere se ne rende conto e ha interesse a silenziare la questione. Secondo perché si è evidentemente sfruttato un mare forza 10 per fare finta che si possa essere trattato di un incidente. Ma un incidente non è stato di sicuro. Hai presente com’è fatta una nave cargo come la Venezia? No? Guardala e dimmi come fa una nave del genere a perdere 200 fusti. Lo sanno tutti che non è stata una disgrazia fortuita, ma non conviene a nessuno denunciarlo e andare fino in fondo”.

Spiegati meglio.
“Ti dico come la penso? Se le autorità competenti facessero fino in fondo il loro mestiere e condannassero la Grimaldi si scoperchierebbe il famoso vaso di Pandora. Emergerebbero le tangenti e le mazzette che girano intorno al business dei rifiuti tossici affondati, l’approssimazione dei controlli degli enti preposti e la totale vulnerabilità delle aree portuali. E ovviamente si spargerebbe il panico tra la popolazione: la gente non comprerebbe più il pesce, noi pescatori ci ritroveremmo improvvisamente senza lavoro, i politici locali verrebbero chiusi a doppia mandata alle Sughere per aver permesso di trasformare una zona come il Santuario dei Cetacei in una discarica e il turismo crollerebbe. Hai visto come tutti si rimpallano le responsabilità? E chi non lo fa parla, parla, parla, ma non fa niente. Io, comunque, il pesce che peschiamo glielo do malvolentieri a mio figlio, preferisco dargli un nasello surgelato che viene dalla Norvegia”.

Stai facendo un quadro drammatico del mare livornese.
“Credimi, non esagero, anche perché come capirai non ho nessuna convenienza nel farlo. Per far capire la portata di questa catastrofe ti faccio un paragone. Ti ricordi quando qualche anno fa bruciò il Castellaccio? Solo le ceneri che si riversarono in mare provocarono una sterminata moria di pesci. Tiravamo su le reti e trovavamo quintali e quintali di pesci morti, soprattutto sogliole, che sono tra i pesci che vivono a più stretto contatto col fondale. Ovviamente non ne parlò nessuno perché anche in quell’occasione a nessuno conveniva tirar fuori la notizia. Oggi specie come le stesse sogliole o i branzini sono praticamente spariti dal nostro mare. Tutto questo solo per le ceneri di un incendio. Hai presente cosa possono voler dire tonnellate e tonnellate di rifiuti tossici di ogni specie riversati periodicamente e continuativamente in mare? Il mare, con le sue correnti, restituisce tutto e quel che gli dai a largo te lo riporta a riva”.


Che schifo, a tutti i livelli, pescatori compresi, che sono merde tanto quanto l'intera filiera di stronzi che lucra e s'ingrassa sullo smaltimento illegale dei rifiuti, ovviamente fino a quando il branzino contaminato non finirà anche nel piatto di questi gran signori.

10/01/2012

Mar Tirreno in mezzo a ecomafie e inquinamento

Rifiuti chimici, scorie radioattive, scarti petroliferi, bombe inesplose, siluri attivi, ordigni Nato: nell’Alto Tirreno - compreso l’omologo Basso, come nell’Adriatico e nello Jonio - abbonda sui fondali l’armamentario proibito, vietato da leggi e normative nazionali e comunitarie. I pescatori da tempo denunciano inascoltati rischi e pericoli concreti, ma le autorità non muovono un dito. Esiste infatti, una tacita connivenza internazionale a danno della Penisola italiana, ben insabbiata dai governi tricolore: una situazione acclarata e definita “segreti di Stati e multinazionali del crimine”. Le rotte delle navi dei veleni levano le ancore sempre in loco: Genova, La Spezia, Livorno, Massa Carrara. Qui transitano frequentemente container imbottiti di radioattività, come ha attestato il recente caso proprio di Genova e poi di Cagliari. Prim’ancora di Ravenna: dove sono stati in più occasioni sbarcati container di residui nucleari provenienti dalla Turchia e da Israele, registrando addirittura la discesa in campo - a difesa degli eco mafiosi - dello studio legale Pecorella di Milano. Gaetano Pecorella è l’attuale presidente della Commissione Bicamerale sul ciclo dei rifiuti. Ennesimo conflitto di interessi?
 
Gola profonda - Un lavoratore del mare - che invoca l’anonimato - rivela un’esperienza patita sulla propria pelle: «Non è la prima volta che vengono persi o gettati in mare davanti alla costa livornese e in prossimità dell’Arcipelago Toscano bidoni contenenti sostanze tossiche. Non bisogna andare molto a largo delle nostre coste per imbattersi in questi fusti. Già a 70 o 80 metri di profondità, a 2 miglia dalla costa, tra il fanale di Vada e l’isola di Gorgona, il fondale è disseminato di fusti contenenti sostanze irritanti. Capita molto spesso. Più di quanto non si possa immaginare. Tra il faro di Vada e Gorgona ho tirato a bordo dei fusti con dentro una sostanza rossa particolarmente irritante. Sembrava scarto di vernice, era molliccia. Mi bruciavano le mani, le braccia e persino gli occhi. Mi sono dovuto lavare tante, tante volte e continuavo ad avvertire dolore e prurito. Anche in quell’occasione ho denunciato tutto alle autorità competenti. Lo comunichiamo alla Capitaneria o alla Asl ma non succede mai niente. Il silenzio. Ci ringraziano ma tutto rimane come prima. E i contenitori in fondo al mare. Come per questo incidente se non fosse stato per la stampa, nessuno di noi avrebbe mai saputo niente. Noi gente di mare siamo a conoscenza da anni che le navi scaricano il materiale scomodo in questo tratto di mare. Sono scarti industriali ma anche militari. Sul banco di Santa Lucia e la Gorgona, dove la nave Venezia della Grimaldi ha perso il carico di cobalto, il mare arriva ad una profondità di 600 metri ed ha un fondale fangoso. Tutta sabbia, per capirsi. Quindi quando i fusti toccano il fondo, sprofondano e vengono immediatamente ricoperti dalle correnti e dalle mareggiate successive, da strati e strati di sabbia. Quando mi trovo a calare le reti ad una profondità di 200 metri per pescare scampi o paranza, in prossimità delle acque dell’isola di Gorgona, avverto un fastidioso pizzicore alle mani. Questo avviene in particolar modo d’estate. Non so perchè, ma io credo che dipenda dal fatto che l’acqua è più calda, ribolle. E forse si avverte di più la presenza di sostanze irritanti. Davanti a Gorgona ad una profondità di 250 metri c’è un’enorme scatola, o meglio un grosso blocco di cemento armato ancorato al fondale. E’ impossibile da tirare su perché chi lo ha abbandonato, lo ha anche bloccato al fondo del mare. E rimarrà per sempre lì».
 
La denuncia dimenticata - Che nel mare toscano qualcosa non andasse i pescatori lo avevano capito, eccome. E non da ora, ma da almeno un quindicennio. Tempo fa erano usciti, come di consueto, con il peschereccio al largo del porto, ma diversamente dal solito quella volta tirare su le reti era stata un’impresa. È quanto denunciato dal consigliere regionale Marco Montemagni in Consiglio dopo un incontro con alcuni pescatori viareggini. «Mi hanno detto che fu molto faticoso - dice Montemagni - perché le reti erano piene di fango». Non era tutto. Una volta lavate videro che le maglie erano «spappolate», corrose da una sostanza acida che aveva rovinato gran parte del tessuto provocando un danno economico tutt’altro che trascurabile. «Il fatto fu segnalato subito alle autorità marittime - continua - ora sono necessari controlli immediati». Montemagni annuncia che presto potrebbe essere localizzato il punto esatto in cui le reti furono danneggiate: «Ho chiesto all’equipaggio di verificare le coordinate e credo che sia in grado di farlo». Intanto, Legambiente Toscana sollecita l’intervento immediato della magistratura e del Governo. «La Procura di Livorno si è già mossa - dice il presidente di Legambiente Toscana Piero Baronti - chiediamo di fare altrettanto a quelle di La Spezia e Carrara. E naturalmente il Governo deve fare la sua parte, in modo da potere usare al più presto i battelli per scandagliare il mare e individuare queste navi, se ci sono». Per il presidente della commissione Ambiente del Consiglio regionale Erasmo D’Angelis il controllo dei fondali deve estendersi almeno fino a 10 miglia a nord di Marciana Marina, dove alle 21 del 9 luglio 2009 fu avvistata la portacontainer maltese Toscana. Secondo il rapporto dell’autorità portuale livornese stilato dall’equipaggio dell’imbarcazione tedesca Thales le «gru gettavano oggetti fuori bordo che sembravano essere container da 16 piedi, circa 5 metri».
 
Guerrieri dell’arcobaleno - Il 12 ottobre 2011 una decina di attivisti di Greenpeace sono entrati in azione al palazzo della regione Liguria a Genova, sede simbolo del Santuario dei Cetacei, per chiedere al Presidente Burlando di salvare il Santuario. Gli attivisti hanno aperto un enorme striscione con il messaggio “SANTUARIO INQUINATO: ORA BASTA!” e si sono incatenati a dodici bidoni con la scritta “danger” posizionati all’ingresso. Due attivisti travestiti da balena, hanno portato i messaggi SOS SANTUARIO e CERCO CASA.  Greenpeace ha presentato il rapporto: “Veleni a galla. Fonti inquinanti nel Santuario dei Cetacei” denunciando con nuovi dati la contaminazione da sostanze chimiche pericolose delle coste liguri e toscane. Diamo i numeri. Oltre il 50 per cento dei campioni esaminati è risultato positivo ai test di laboratorio. Tra le sostanze rinvenute, pericolose per la salute dell’uomo e dell’ambiente: metalli pesanti, idrocarburi policiclici aromatici (IPA) e composti organici volatili. Critica la situazione in Liguria, con valori accertati oltre i limiti in quattro delle cinque fonti inquinanti (hot spot) testate. Presso l’acciaieria Ilva di Genova, ad esempio, cadmio e zinco superano la soglia di riferimento così come il triclorometano e il tetracloroetilene, due composti organici cancerogeni. Anche in Toscana i dati non sono positivi con quattro hot spot su sei campionati oltre i limiti di riferimento. «Dai dati di Greenpeace, anche se preliminari e parziali, emerge un quadro molto grave che dovrebbe obbligare le amministrazioni locali e nazionali a intervenire con urgenza per salvaguardare ambiente e salute - commenta il dottor Valerio Gennaro, medico oncologo ed epidemiologo che lavora all’Istituto Tumori di Genova e membro di Medici per l’Ambiente  (ISDE-Italia) - In tanti anni di ricerche è sempre più evidente il legame fra la contaminazione dell’ambiente da sostanze chimiche pericolose, l’insorgenza di malattie e gli enormi costi sociali ed economici associati». Elevati i livelli di idrocarburi policiclici presso le aree portuali. Ad esempio, la concentrazione di benzo(a)pirene - una sostanza cancerogena - riscontrata nel sedimento prelevato al porto di Piombino è 90 volte superiore al limite di riferimento. Anche nei pressi dell’acciaieria di Piombino si rivela la presenza di IPA, di cui tre composti in quantità doppia rispetto la soglia, e di alcuni metalli pesanti, come arsenico e zinco. Gli stessi metalli insieme al benzo(a)pirene (con valori due volte oltre la soglia) sono stati rilevati a Vado Ligure, presso la foce del torrente Segno, all’Oasi dei Germani, non lontano da una località balneare. Da anni Greenpeace monitora lo stato di salute del Santuario denunciandone il crescente degrado. Dopo l’allarme “Sogliole tossiche nel Santuario dei Cetacei: non ingerire”, lanciato ad agosto 2010, il rapporto “Veleni a galla” conferma l’inattività delle Regioni e del Ministero dell’Ambiente. «Quasi due anni fa, dal Salone Nautico di Genova, abbiamo chiesto alle Regioni di intervenire per salvare il Santuario - ricorda Giorgia Monti, responsabile della campagna Mare di Greenpeace - Se Liguria, Toscana e Sardegna vogliono davvero tutelare il Santuario, devono smetterla di rimpallare la responsabilità al Ministero dell’Ambiente e impegnarsi subito a definire entro giugno 2012 piani di monitoraggio e misure restrittive per mitigare e, laddove possibile, eliminare le cause principali di degrado, come l’inquinamento. Altrimenti dovremo pensare che non sono interessate a proteggere le balene, né la salute e l’economia dei propri cittadini».
 
Pesci tossici - Le sogliole che nuotano nel Santuario dei Cetacei sono tossiche. Contengono metalli pesanti, idrocarburi policiclici aromatici e Bisfenolo A. Tutte sostanze pericolose per la salute. La denuncia presentata da Greenpeace già da tempo è basata su solidi dati scientifici: una ricerca svolta tra mar Ligure e medio-alto Tirreno per capire quanto sono contaminate le acque di questa area: una riserva marina grande circa 90.000 metri quadrati che si estende dalla Toscana alla Costa Azzurra, comprendendo il mar di Liguria e quello intorno alla Corsica. Il Santuario dei Cetacei, o Santuario Pelagos, è nato circa 12 anni fa per proteggere un ecosistema particolare dove vivono numerosi mammiferi marini come balenottere, capodogli, stenelle e tursiopi (della famiglia dei delfini), ma si è subito rivelato una creatura fragile, una riserva “sulla carta” che in realtà è funestata da inquinamento e traffico marino. Un’altra indagine di Greenpeace aveva evidenziato nel 2009 una pesante contaminazione da coliformi e streptococchi fecali delle acque della zona. Ora si è voluto vedere cosa accade ai pesci. Si sono scelte le sogliole per vari motivi. Innanzitutto conducono una vita stanziale, a contatto con i fondali marini fangosi e quindi sono un ottimo bioindicatore, ovvero permettono di valutare la qualità dell’ambiente in cui vivono. In secondo luogo, sono un importante anello della catena alimentare. Di sogliole si nutrono i cetacei, ma anche noi, esseri umani, ne apprezziamo la carne delicata, tanto che la sogliola è tra i pesci che vengono consigliati per lo svezzamento dei bambini. Da giugno a luglio scorsi sono stati prelevati 31 campioni di questo pesce in 5 aree: Viareggio, Livorno, Lerici, Genova e Civitavecchia. Le prime quattro si trovano all’interno del Santuario, l’ultima invece si trova poco fuori del margine meridionale dell’area. Le sogliole sono state poi inviate per l’analisi al dipartimento di scienze ambientali dell’università di Siena. Tutti i campioni sono contaminati da metalli pesanti, idrocarburi policiclici aromatici e Bisfenolo A. In alcuni casi, metalli e idrocarburi hanno raggiunto concentrazioni al di sopra dei limiti di legge. Ma di quali sostanze stiamo parlando? Gli idrocarburi policicli aromatici (IPA) si trovano naturalmente nel carbon fossile e nel petrolio, ma si possono anche produrre ad esempio bruciando combustibile fossile, legname, rifiuti. In alcuni casi vengono utilizzati per la creazione di plastiche, coloranti, pesticidi e medicinali. Gli IPA sono tanti, ma 16 di essi sono stati inseriti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità tra i principali inquinanti dell’ambiente. Tra questi, ce ne sono alcuni che lo Iarc (International Agency for Research on Cancer) ha classificato come “probabili cancerogeni per l’uomo”, mentre uno, il benzo(a)pirene, è stato riconosciuto come sicuramente cancerogeno per l’uomo. Il Bisfenolo A (BPA) è usato per la produzione di plastiche. Molti studi hanno dimostrato che ha effetti cancerogeni e effetti neurotossici, tanto che alcune industrie lo hanno eliminato dai prodotti, soprattutto quelli destinati ai bambini. Infine, i metalli pesanti. Nelle sogliole analizzate ne sono stati trovati tre: piombo, cromo e mercurio. Il piombo è tossico per il sistema nervoso. Il cromo è in grado di causare diversi effetti sulla salute umana, da reazioni allergiche a problemi respiratori, fino a indurre cancro ai polmoni. Il mercurio è dannoso sia per il sistema nervoso centrale che per i reni. Sicuramente il campione di sogliole preso in esame dalla ricerca di Greenpeace è piccolo, ma ci dà comunque un’indicazione importante. Soprattutto perché quei pesci provengono da un’area che dovrebbe essere protetta. Il Santuario dei cetacei è nato da un accordo tra Italia, Francia e Principato di Monaco per preservare questo ecosistema e gli animali che lo abitano. Ma secondo le recenti stime dell’Istituto Thetis, la mortalità dei cetacei è in aumento. A ottobre del 2009 sono state adottate dieci risoluzioni per far fronte alle principali problematiche del Santuario: l’inquinamento acustico, il traffico marittimo, la pesca illegale e l’inquinamento marino. Ma tutto è rimasto lettera morta. Anzi, pochi mesi dopo, il Segretariato Permanente del Santuario ha chiuso la sua sede a Genova e il segretario esecutivo Philippe Robert è tornato ad occuparsi delle aree marine protette francesi. Insomma: un Santuario senza fondi e senza sostegni istituzionali.
 
Bomba ad orologeria - Il rigassificatore OLT sorge nell’area tutelata dall’Accordo sul Santuario dei Cetacei. Greenpeace è stata tra i promotori dell’idea di Santuario ma ha criticato l’Accordo che non ha sancito nessuna vera misura di tutela: ora il Santuario viene minacciato da nuove attività in contrasto con le più elementari norme di conservazione. L’impianto potrebbe rappresentare un pericoloso precedente per la creazione di siti industriali in mare, non essendoci nemmeno una normativa completa che regoli tutti i tipi di emissione di impianti industriali off shore. Esistono rischi ambientali inaccettabili, che non sono stati correttamente valutati nella procedura di Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) che ha portato all’autorizzazione dell’impianto.  Secondo gli esperti di Greenpeace questi rischi riguardano: la mobilitazione dei sedimenti e in particolare di quelli, contaminati, provenienti dal porto di Livorno; il popolamento di Posidonia oceanica, che si intende trapiantare senza che sia garantito il buon esito del trapianto; la presenza di cloro negli scarichi dell’impianto, ignorata nella Valutazione di Impatto Ambientale; la dispersione in mare degli scarichi dell’impianto; nessuna analisi sulla rumorosità dell’impianto industriale e dell’impatto sulle popolazioni di cetacei residenti e migratori. Il Santuario dei Cetacei, in quanto area “speciale” e protetta, dovrebbe far convergere fondi per sperimentare nuove opzioni di interazione tra le attività umane e l’ambiente marino, considerando anche le attività industriali e produttive. Purtroppo il rigassificatore OLT rappresenta un esperimento negativo, che potrebbe danneggiare seriamente l’ecosistema marino. L’idea di spostare in mare, dove non ci sono controlli e abitanti che protestano, le attività industriali che sporcano e inquinano è molto allettante. L’Italia ha autorizzato la realizzazione in mare - in un’area che il sito web del ministero dell’Ambiente considera “area protetta” - di un sito industriale. Si tratta di un rigassificatore, un tipo di impianto industriale considerato “a rischio” dalla Direttiva Seveso, creata dall’Ue per mettere un freno ai disastri industriali. Sulla base di un’istruttoria irregolare, con falsi documentali e ricerche fasulle, l’Italia ha deciso di collocare il rigassificatore al largo della costa di Pisa-Livorno dove, hanno affermato, ci sarebbe un “buco” nel Santuario dei Cetacei. Ciò è smentito da numerose osservazioni che confermano la presenza nell’area di stenelle, tursiopi e delfini comuni. E di questo l’Italia non ha neppure informato il Segretariato del Santuario dei Cetacei. Greenpeace ha prima smontato la Valutazione di Impatto Ambientale costruita dal ministero dell’Ambiente e poi ha dimostrato che essa si basava anche su falsi documentali, regolarmente denunciati alla Magistratura. Eppure, nonostante nel 2008 il TAR della Toscana avesse dato ragione a Greenpeace e comunità locali e sospeso l’autorizzazione all’impianto, il Consiglio di Stato, mentendo spudoratamente, ha poi annullato tale sentenza, dando il via all’inizio del 2010 alla costruzione del rigassificatore. Greenpeace ha protestato contro l’inizio dei lavori nell’area, chiedendo al ministro dell’Ambiente di intervenire e “Salvare il Santuario”. Gli  ecologisti hanno atteso per ben 12 ore dalla gru della nave posacavi una risposta del ministro Stefania Prestigiacomo che però non è mai arrivata. Uno scandalo per tutti: lo scarico in mare di mercurio della Solvay a Rosignano.