Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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20/05/2021

Si squarcia il silenzio sul traffico di rifiuti pericolosi tra Italia e Tunisia

La puntata di Report di lunedì 17 maggio ha portato nelle case degli italiani la vicenda del traffico illecito internazionale di rifiuti dall’Italia alla Tunisia. Nel 2020 ben 282 container sono salpati dal porto di Salerno e sbarcati in quello di Sousse: un’esportazione che risulta irregolare e in violazione degli accordi internazionali sottoscritti da entrambi i Paesi.

Se in Tunisia c'è stato un terremoto politico, nel dicembre scorso, con l’arresto di ben 12 funzionari e addirittura del Ministro dell'Ambiente, in Italia solo da poco pare cominci a muoversi qualcosa, sebbene – come dimostra l'inchiesta di Report – ci sia l'ennesimo rimpallo di responsabilità tra livelli istituzionali.

Intanto da 11 mesi, 212 container sono sotto sequestro nel porto di Sousse in attesa di essere rispediti in Italia. Ognuno di essi “rischia di trasformarsi in una bomba. Ci sono perdite di liquidi, di acidi corrosivi“.

“Abbiamo incontrato telematicamente attivisti tunisini e il consigliere comunale di Sousse Sohayel Medimaghafferma Giuliano Granato, portavoce nazionale di Potere al Popolo! – che temono che le reazioni chimiche che si sono attivate all'interno dei container possano mettere a rischio la vita delle migliaia di tunisini che vivono nelle immediate prossimità del porto di Sousse. Bisogna sbloccare la situazione prima che degeneri ulteriormente.”

Oltre alle interrogazioni sottoposte alla Regione Campania dalla consigliera M5S Muscarà, da un mese interrogazioni parlamentari giacciono sia al Senato (prima firmataria Paola Nugnes, Sinistra Italiana) sia alla Camera.

Doriana Sarli (Gruppo Misto) che l'ha depositata a Montecitorio, afferma: “Attendiamo una risposta che si fa ancor più urgente dopo le due inchieste di Rai News 24 e Irpi Media e ora di Report. I nostri Ministri nelle scorse settimane hanno incontrato esponenti dell'esecutivo di Tunisi; sappiamo che hanno parlato di migranti, ma nulla trapela su questo traffico illegale di rifiuti. Eppure stanno emergendo sempre più chiaramente le responsabilità del nostro Paese e il conto da pagare è già salatissimo, in termini ecologici ed economici.“

Granato e Sarli concludono: “Da una parte le persone non sono libere di muoversi; dall'altra l'immondizia viaggia senza problemi. Stiamo esportando non solo rifiuti pericolosi, ma un modello: il rischio, se non si agisce subito, è che altri pezzi del Mediterraneo possano trasformarsi in nuove Terre dei Fuochi. Bisogna fermare subito questo scempio. Rimpatriare l'immondizia, come chiedono gli attivisti tunisini, smetterla con queste politiche neo-coloniali e lavorare affinché il nostro Paese possa finalmente uscire dalla perenne emergenza rifiuti.“

Fonte

05/04/2021

Ancora nebbia sul traffico di rifiuti tossici dall’Italia alla Tunisia

Il Partito dei Lavoratori (Tunisia) e “Potere al Popolo” (Italia) sono impegnati comunemente da mesi nella denuncia del traffico dei rifiuti pericolosi esportati dall’Italia verso la Tunisia.

Due giorni fa si è tenuta una conferenza online che ha dettagliato i contorni inquietanti di questa vicenda.


Stando a quanto riferito dal giornale tunisino al-Araby al-Jadeed, il 17 febbraio, il Ministero dell’Ambiente tunisino ha affermato che la Regione Campania, il 9 dicembre scorso, hanno emanato una decisione che impone alla società italiana SRA di riprendersi i propri rifiuti entro un termine non superiore a novanta giorni, ovvero entro il 9 marzo, in linea con quanto stabilito dalla Convenzione di Basilea. In caso di rifiuto da parte dell’azienda campana, le autorità italiane, a detta delle fonti governative tunisine, si sono dette pronte a intervenire.

Secondo quanto riportato dal quotidiano tunisino, l’impegno di Roma nei confronti di Tunisi giunge a seguito di un lungo percorso, che ha visto la SRA Campania fare ricorso al Tar, chiedendo la sospensione della decisione emanata dalla Regione. Il Tar, da parte sua, ha declinato la questione, affermando di non avere competenza. Quando è coinvolto anche uno Stato straniero che ha aderito alla Convenzione di Basilea, è stato precisato dal Tar, bisogna ricorrere a un arbitro o, in alternativa, alla Corte Internazionale di Giustizia. Sebbene l’azienda campana abbia affermato di aver agito secondo la legge, le autorità italiane hanno, invece, ammesso la sua colpevolezza, e hanno esortato la SRA ad assumersi le proprie responsabilità, ritirando le tonnellate di rifiuti che si pensa possano emettere sostanze tossiche in un’area portuale abitata.

La SRA di Polla (Salerno), è una società addetta allo stoccaggio di rifiuti ed ha un accordo di fornitura, stipulato con la società tunisina SOREPLAST, titolare di licenza di attività di selezione, recupero e riciclaggio dei rifiuti di plastica.

La SRA avrebbe spedito in Tunisia migliaia di tonnellate di rifiuti pericolosi, almeno così lascia intendere la lettura dei report della stampa informata sui fatti. L’esportazione di tali rifiuti, però, è vietata dalla legislazione tunisina nonché dalle convenzioni internazionali (accordo di Basilea e convenzione di Bamako). L’estate scorsa i funzionari doganali, nell’ambito di un’ispezione nel magazzino della società fornitrice, constatarono un’infrazione in considerazione della tipologia di codice di identificazione in base al quale i rifiuti sono arrivati in Tunisia (classificati come rifiuti di plastica in realtà contenevano rifiuti pericolosi). Nonostante la prima contestazione, con la richiesta di riesportare i container vietati, la SOREPLAST ha continuato ad operare, facendo arrivare nel porto di Sousse 212 nuovi container carichi di rifiuti pericolosi. Le autorità doganali hanno sequestrato il secondo lotto di rifiuti, per il quale la parte tunisina avrebbe dovuto ricevere l’equivalente di 150 dinari per tonnellata (circa 45 euro), secondo il contratto stipulato con la SRA, che mirava a smaltire circa 120.000 tonnellate nelle discariche tunisine, per un fatturato complessivo di quasi 5 milioni di euro. A Sousse, l’8 luglio, è stato finalmente deciso di sequestrare i container per rispedirli in Italia, ma, fino ad oggi, i rifiuti sono ancora in Tunisia.

La mobilitazione delle forze progressiste e delle associazioni della società civile ha messo pressione alle autorità competenti, che hanno aperto un’indagine giudiziaria, arrestando alti funzionari tra cui il ministro dell’ambiente Moustapha Aroui, licenziato dal governo solo il giorno prima dell’arresto. La Regione Campania rispondendo a gennaio all’interrogazione della consigliera Muscarà ha rivelato che il “Dossier rifiuti” è in mano alla Procura. Infatti la Regione afferma che non può permettere l’accesso agli atti alla consigliera in quanto sono in mano alla Procura di Salerno e ai Noe, il Nucleo ambientale dei Carabinieri, di Salerno.

Fonte

21/03/2021

Le biografie dei “migliori”. Lamberto Giannini

Nel 1998 il neo capo della Polizia – direttore generale della pubblica sicurezza ebbe un ruolo centrale nell’arresto e nell’incriminazione di Hashi Omar Hassan, il cittadino somalo accusato ingiustamente dell’omicidio della giornalista di Rai3 Ilaria Alpi e del fotografo e operatore di ripresa Miran Hrovatin trucidati nel maggio del 1994 a Mogadiscio.

Hassan fu tenuto in carcere per 17 anni sulla base di testimonianze anomale per poi essere assolto dalla seconda sezione della Corte d’Assise di Roma.

Il caso venne riaperto in seguito ad una puntata della trasmissione televisiva Chi l’ha visto? in cui venne trasmessa una dichiarazione del testimone chiave delle accuse mosse a Hassan, indicato come uno dei componenti del commando che assassinò gli inviati del Tg3. Ahmed Ali Rage, detto “Gelle”, aveva testimoniato contro Hassan e solo sulla base di quella testimonianza Hassan venne condannato a 26 anni di carcere dalla corte di assise di appello di Roma.

“Gelle”, rintracciato da Chi l’ha visto, ammise di aver dichiarato il falso, ossia che non si trovava sul luogo del duplice omicidio e di aver accusato Hassan in quanto «gli italiani avevano fretta di chiudere il caso» e che, a lui, era stato promesso un aiuto a lasciare il Paese.

I giudici del tribunale di Perugia che, nel 2016, hanno deciso di indennizzare Hassan, per la lunga ed ingiusta detenzione, nelle motivazioni della sentenza scrissero che si trattava di “un depistaggio di ampia portata“.

Hassan, pochi giorni prima della sentenza di assoluzione raccontò a Fanpage.it come fosse stato incastrato dall’ex ambasciatore italiano in Somalia, Giuseppe Cassini, dall’intermediario somalo Ahmed Washington e da Ali Ahmed Rage, detto “Gelle”, il quale venne pagato, come lui stesso ammise molti anni dopo, per accusare Hassan di essere un membro del commando che uccise Ilaria Alpi e Miran Hrovatin.

Nel 1998, Hassan, dopo essere stato chiamato a testimoniare presso la commissione parlamentare sui crimini dei soldati italiani in Somalia, fu fermato dalla Digos di Roma che all’epoca era diretta proprio da Lamberto Giannini. Su quella circostanza riferì Hassan: “La Digos mi portò in un ufficio insieme a quello che era stato l’autista di Ilaria Alpi in Somalia, subito dopo mi dissero che ero accusato dell’omicidio dei giornalisti a condurre l’interrogatorio fu il Dottor Giannini“.

E fu ancora Lamberto Giannini a raccogliere anche la testimonianza di Sid Abdi, l’autista di Alpi e Hrovatin. Come si legge anche nella sentenza del Tribunale di Perugia, Abdi in un primo momento disse di non riconoscere in Hashi Omar Hassan uno degli uomini del commando che uccise i giornalisti ma poi Abdi cambiò clamorosamente versione accusando Hassan di essere autore dell’omicidio.

Fu proprio Giannini a raccogliere l’anomala accusa nei confronti di Hassan.

Come ebbe a raccontare lo stesso Hassan a Fanpage.it nel 2016 “L’autista restò in Italia fino a quando il mio processo non divenne definitivo, poi è tornato in Somalia e misteriosamente dopo 8 giorni è morto”. Prima però riuscì a parlare con dei giornalisti locali: “Disse che avevano pagato anche lui per accusarmi, per questo lo avevano portato in Italia“.

L’altro grande accusatore, “Gelle”, subito dopo la deposizione alla Digos di Roma diretta da Giannini, fuggì all’estero, in Inghilterra, dove poi fu trovato nel 2016 dai giornalisti di Chi l’ha visto? ed ammise di essere stato pagato per accusare Hassan.

Ad opporsi fermamente contro l’archiviazione delle indagini sul duplice omicidio sono sempre stati i genitori di Ilaria Alpi: Giorgio Alpi, morto l’11 luglio del 2010, e la madre, Luciana Alpi, scomparsa nel 2018. Anche dopo la morte di Giorgio, Luciana ha continuato la sua battaglia contro il muro di gomma che circondava la vicenda dell’assassinio dei due reporter.

Nonostante la stanchezza e i malanni che l’hanno afflitta nell’ultimo decennio di vita, Luciana non si era mai rassegnata alla morte di sua figlia Ilaria e non aveva mai sposato la versione ufficiale: troppe contraddizioni, troppe buchi nelle testimonianze offerte, troppe omissioni da parte degli stessi inquirenti.

Lo aveva capito sin da quando negarono a lei e Giorgio l’autopsia sul corpo di Ilaria mentre il referto dell’esame autoptico era già sparito dall’incartamento ufficiale per riapparire, poi, tra le carte di un trafficante internazionale di armi. E poi le tantissime bugie che si susseguivano, i depistaggi, le tesi precostituite, le conclusioni contraddittorie e stravaganti delle due Commissioni parlamentari d’indagine.

Luciana e Giorgio Alpi avevano compreso che il duplice omicidio di Ilaria e Miran era connesso ad un’inchiesta che i due reporter stavano conducendo sull’ambiguo mondo della cooperazione internazionale che aveva fatto da copertura ad un gigantesco scambio di rifiuti tossici e forniture di armi tra il governo italiano dell’epoca e la Somalia.

Mogadiscio nel 1994 era in piena guerra civile. La parte Nord era sotto il controllo di Ali Madhi e la parte sud del clan avversario di Aidid. Nel 1991 c’era stata la guerra civile dopo una dittatura durata anni da parte di Siad Barre. Per questo motivo l’Onu nel 1992 decide la missione di pace “Restore Hope”. Il 20 marzo 1994 i soldati italiani si preparano a lasciare la città.

L’ ultimo viaggio in Somalia di Ilaria e Miran è stato ricostruito dalla Commissione d’inchiesta presieduta da Carlo Taormina attraverso le immagini – ritrovate – girate da Ilaria e Miran stessi. Una ricostruzione piena di “buchi”: non si vede mai chi accompagna Ilaria e Miran, quale macchina usano, né chi incontrano a Gardo e nulla si deduce sulla motivazione di quel viaggio. Nei dieci giorni trascorsi in Somalia Ilaria e Miran passano per Mogadiscio, Balad, Merca, Johar, Bosaso, Gardo, Bosaso e, infine, di nuovo a Mogadiscio.

Il 14 marzo 1994 Ilaria e Miran si recano a Bosaso presso il compound di Africa ’70 dove i giornalisti vanno appena arrivati e dove trovano solo personale somalo. Tutti gli italiani si trovano infatti a Gibuti (rientreranno il 16 marzo), dove hanno dovuto riparare in seguito ad accuse e minacce da parte di una fazione dell’SSDF, il partito del nordest della Somalia. Ilaria e Miran si recano in ospedale per registrare le immagini dei malati di colera che sono ricoverati: donne, giovani, bambini. Poi, quasi al tramonto, raggiungono il porto.

Il giorno dopo, quasi all’alba, ancora al porto, Miran riprende le attività di carico e scarico con una lunga carrellata su navi e banchina. Poi Ilaria intervista il dottor Kamal, un medico proprietario del compound e delle auto utilizzate da Africa ’70, il quale fornisce le cifre dell’epidemia di colera: 26 morti, 635 persone ricoverate e almeno il triplo rimaste nella propria casa. Nel corso delle riprese, si sente una voce fuori campo chiedere ai giornalisti, in italiano, se sono della Rai.

Nel pomeriggio Ilaria intervista il sultano di Bosaso, Abdullahi Moussa Bogor. L’intervista dura tre ore. La telecamera viene spenta e riaccesa due volte: tra una pausa e l’altra, si sente Ilaria chiedere al sultano di Mugne, della nave sequestrata, degli scandali della cooperazione italo-somala, delle armi, dei rifiuti tossici seppelliti lungo la strada Garoe-Bosaso.

Alle ore 15 del 20 marzo 1994, un dispaccio dell’Ansa riportava la tragica notizia della uccisione dei due giornalisti italiani a Mogadiscio in cui si precisava anche la fonte: “Giancarlo Marocchino, un autotrasportatore italiano che vive a Mogadiscio da dieci anni».

Giancarlo Marocchino, potentissimo imprenditore di Mogadiscio, è l’uomo che per primo arrivò sul luogo dell’esecuzione di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Mai indagato dalla procura di Roma per l’omicidio, si prodigò per portare in Italia l’automobile coinvolta nell’agguato su incarico della commissione Taormina. O meglio, quella che si riteneva essere l’automobile della giornalista uccisa. Ma il sangue rimasto sui sedili non era compatibile con il Dna di Ilaria e Miran, come accerterà una perizia della Procura di Roma nel 2008. Dunque, Marocchino aveva tentato di depistare le indagini.

Decine di annotazioni, rapporti, messaggi rinvenute e declassificate dal SISMI indicano Marocchino come uno dei principali trafficanti di armi verso i signori della guerra somali. Nel 1993 i suoi traffici hanno come destinatario principale Aidid, inviso dagli Usa, tanto che verrà espulso dalla Somalia. Tuttavia, il governo italiano riuscirà a farlo rientrare pochi mesi dopo. Ma di cosa si occupava Marocchino? Oltre che di logistica, per il Sismi “Avrebbe ripreso a trafficare in armi e rifiuti tossici e radioattivi”, dopo aver costruito un nuovo porto ad El Maan, cento chilometri da Mogadiscio.

Dal quel 20 marzo di 27 anni fa si sono susseguiti depistaggi, false dichiarazioni, ritrattazioni. Ci sono stati tre processi e una commissione parlamentare d’inchiesta. Due le tesi: quella della Commissione d’inchiesta, secondo la quale Ilaria e Miran sono stati uccisi per un tentativo di rapina finito male; l’altra è invece del Gip della Procura di Roma del 2007, che ha respinto la richiesta di archiviazione avanzata dal pm Ionta perché, secondo il gip, è stato un omicidio su commissione per impedire che Ilaria e Miran portassero a conoscenza dell’opinione pubblica le loro inchieste in Somalia. In mezzo, decine di depistaggi, false piste, false dichiarazioni, ritrattazioni e omissioni

Ad ottobre del 2014, inoltre, sono emersi i depistaggi ad opera dei servizi segreti. Sono emerse diverse informative che venivano trasmesse da Mogadiscio a Roma, che facevano riferimento al duplice omicidio e che poi venivano cancellate. Si tratta di informative scritte a mano da un uomo del Sismi, Alfredo Tedesco, presente a Mogadiscio, cancellate e non riportate nei rapporti del Sismi.

Tra gli appunti di Ilaria pervenuti in Italia, si legge in un block-note: SHIFCO/MUGNE/1400 MILIARDI FAI/ DOVE È FINITA QUESTA INGENTE MOLE DI DENARO?

17 aprile 2018 durante l’udienza preliminare sono emersi nuovi documenti trasmessi dalla procura di Firenze a quella di Roma. Si tratterebbe di intercettazioni che risalirebbero al 2012 tra cittadini somali che parlano dell’omicidio della giornalista e del suo operatore. Tuttavia, a Giugno, la procura di Roma ha chiesto di nuovo l’archiviazione del caso perché giudica irrilevanti le intercettazioni trasmesse dalla procura di Firenze a quella di Roma ed emerse nel corso dell’udienza preliminare il 17 aprile scorso.

Ma il gip Andrea Fanelli, a giugno, ha dato alla Procura di Roma l’incarico di proseguire l’indagine per altri sei mesi. A quel punto la FNSI e l’ordine dei giornalisti e i giornalisti Rai si sono costituiti parti offese.

Ad ottobre del 2019 i legali della famiglia Alpi hanno presentato l’atto di opposizione all’archiviazione dell’indagine citando, tra gli altri, la sentenza di primo grado legata all’uccisione di Mauro Rostagno, l’audizione del generale Mario Mori in Commissione parlamentare, la sentenza di Palermo sulla cosiddetta trattativa Stato-Mafia e ad alcuni appunti della stessa giornalista e di atti desecretati nel 2014.

Anche la Federazione della Stampa, l’Ordine dei giornalisti e l’Usigrai hanno depositato l’opposizione, chiedendo di rivelare la fonte confidenziale che nel 1997 aveva parlato del movente.

Ad oggi sono passati 27 anni da quel tragico giorno in cui furono brutalmente assassinati a Mogadiscio due reporter italiani, liberi ed indipendenti, che erano ad un passo dal rendere pubblica una verità scomoda su uno del più loschi traffici di Stato che l’Italia ricordi. Sono stati 27 anni di depistaggi, di trame oscure e di torbide manovre atte/i ad impedire che si addivenisse a verità e giustizia per Ilaria e Miran.

Per chi ancora, nonostante tutto, nutre la speranza che ciò, prima o poi avvenga, di certo, la nomina di Lamberto Giannini a capo della polizia non è certamente un buon segnale.

21/11/2018

La fiammata di Salvini per conto terzi

È un vero testa-coda l’attuale diatriba sugli inceneritori innescata dal governo del cambiamento in versione salviniana.

Forse aveva un senso, ancorché ampiamente controverso, 25 anni fa, quando il Paese doveva decidere la via per superare la discarica come prevalente meta dei rifiuti urbani e soprattutto il Nord, con capofila la Lombardia, imboccò l’incenerimento come soluzione. In realtà anche quell’orientamento fu tutt’altro che limpido nelle motivazioni: la nostra industria impiantistica si sarebbe ben guardata dal buttarsi in questa impresa, se non fosse stata sussidiata dai provvidenziali finanziamenti pubblici a pioggia, i famigerati Cip6 decisi dall’allora ministro Bersani, che regalarono pacchi di milioni di euro alla lobby dell’incenerimento, con la motivazione pretestuosa, poi smentita dall’Ue, che l’energia prodotta bruciando i rifiuti fosse rinnovabile.

Ma dopo vi è stata la direttiva Ue sui limiti delle PM10 nell’aria, regolarmente disattesi dalla Lombardia coni suoi inutili 13 inceneritori che emettono ossidi di azoto e quindi PM10 a manetta, con conseguenti sanzioni della Corte di giustizia europea; vi sono state le diverse Cop internazionali sui cambiamenti climatici e le evidenze drammatiche degli effetti devastanti anche nei nostri territori (ultimo il tornado che ha colpito diverse aree del Nord e della Lombardia abbattendo centinaia di migliaia di abeti rossi); vi sono state le direttive europee sull’economia circolare che hanno stigmatizzato l’incenerimento dei rifiuti come concorrente sleale del riciclo, incenerimento che quindi va disincentivato anche con penalizzazioni fiscali, invitando alcuni Paesi, compresa l’Italia, a ridurre il numero degli impianti già esistenti (e la Lombardia è ovviamente nel mirino).

Cosicché, oggi è fin troppo scontato ribadire che la soluzione per i rifiuti urbani è una politica incentrata sulla riduzione degli stessi (abolizione dell’uso e getta; obbligo del vuoto a rendere...), su una raccolta differenziata di qualità che può raggiungere, se gestita con cura, l’80% e quindi sulla rigenerazione dei materiali per dar vita a nuovi prodotti con il riciclo, la cosiddetta «economia circolare». In questo modo si riducono i consumi di combustibili fossili, si risparmiano materie prime e si abbattono le emissioni globali di gas serra e quelle locali di PM10 e altri inquinanti. Dunque, se c’è una carenza, in particolare al Sud ma non solo, è nell’impiantistica del riciclo, messa in evidenza quest’anno dal blocco deciso dalla Cina all’esportazione di scarti di plastica.

Ma allora perché questa inattesa ed intempestiva fiammata sugli inceneritori?

Il pretesto sarebbe stata l’ennesima emergenza nella «Terra dei fuochi». Ma in quei territori il problema ambientale e sanitario, ormai storico, non ha nulla a che fare con il ciclo dei rifiuti urbani, bensì con lo sversamento incontrollato di scorie e fanghi industriali tossici, transitati illegalmente via camorra, dal Nord verso il Sud. Gli stessi recenti incendi di impianti del riciclo appartengono ad un fenomeno che ormai non riguarda più solo il Sud, ma che si è dislocato sempre più al Nord, in particolare in Lombardia (Milano Brescia, Pavia), come ha certificato l’ultima riunione nella passata legislatura della Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti, del 17 gennaio 2018. I cittadini di Milano hanno ancora nelle narici i miasmi dell’enorme rogo di rifiuti incendio verificatosi in periferia il 15 ottobre scorso.

Ovviamente gli inceneritori non sarebbero comunque la soluzione per queste emergenze, semplicemente perché avrebbero comunque altre finalità, operando in un altro settore, quello dei rifiuti urbani.

Eppure saremmo degli sprovveduti se imputassimo tanta bagarre ad un banale svarione salviniano.

Una logica deve esserci e forse la si può scoprire se diamo uno sguardo al contesto. I primi mesi di questo «strano» governo hanno fatto esplodere gli appetiti di quell’economia parassitaria, sussidiata dallo Stato, che è tanta parte del macilento sistema italiano.

La vicenda delle concessioni autostradali, emersa con violenza dopo il crollo del Ponte Morandi, quell’altra paradigmatica del Tav Torino Lione con «madamine» al seguito e ora quella degli inceneritori sembra ascriversi allo stesso tema, antico come l’Italia: mungere soldi pubblici per fare business garantito ed al riparo dal mercato, a prescindere dall’interesse collettivo.

Nel business plan, si diceva anni fa, della lobby dell’incenerimento vi era la previsione di un inceneritore per ogni provincia, e qualcuno aveva dato garanzie, probabilmente, se ne ritroviamo oggi eco nelle dichiarazioni di Salvini. Poi l’affare si è arenato ed ora i signori degli inceneritori tornano a farsi sentire, vogliono riscuotere, trovando nello strano governo, fatto di maggioranza ed opposizione, interlocutori sensibili.

Ma il cambiamento di cui ha bisogno il Paese è ben altra cosa.

Fonte

10/06/2018

Soumayla ucciso per nascondere un traffico di rifiuti tossici?

“Ci sono dei passaggi in questa vicenda che non mi convincono. Si spara a uno che va a prendere lamiere abbandonate? Probabilmente lì c’era qualcosa che non si voleva che si scoprisse”. Ad affermarlo non è la redazione di Contropiano (che questo dubbio lo ha espresso da subito), ma il procuratore di Cosenza, Mario Spagnuolo, che ha condotto l’inchiesta sulla Fornace Tranquilla, il luogo dove sabato è stato ucciso Sacko Soumayla, bracciante e attivista sindacale dell’Usb, mentre insieme ad altri due braccianti stava cercando di recuperare un po’ di lamiere per farne il tetto di una baracca nella vicina favelas di San Ferdinando.

Per il suo omicidio c’è stato un arresto, quello di Antonio Pontoriero, agricoltore della zona ma anche parente dei proprietari di quella fornace abbandonata diventata una discarica illegale di rifiuti tossici al centro di una inchiesta che rischia di finire in prescrizione.

L’inchiesta sui rifiuti tossici nascosti e stoccati dentro la Fornace Tranquilla, aveva due destinatari, “il titolare della fornace e soprattutto i vertici dell’Enel che avevano messo in piedi tutto il ‘giochetto’ dello smaltimento di quella robaccia” dice ancora il procuratore Spagnuolo in una intervista su L’Avvenire. In quella fornace abbandonata c’è il più grosso deposito di vanadio d’Europa. Il vanadio è cancerogeno, e c’erano tante altre sostanze pericolose. Si tratta in gran parte di rifiuti delle centrali Enel della Puglia e della Sicilia. Ma chi sono i proprietari della Fornace Tranquilla che qualcuno ha pensato di difendere a fucilate ammazzando Soumayla? “Intanto precisiamo che non lo sono più perché la società è fallita” afferma il dott. Spagnuolo, “Noi non li avevamo inquadrati come mafiosi. Non erano segnalati, ma tenga presente che San Calogero è una zona ad altissima densità mafiosa. Clan Mancuso, ma non solo loro. Purtroppo ci sono più consorterie mafiose che cristiani”.

L’omicidio di Soumayla infatti non è il primo morto intorno alla vicenda della Fornace Tranquilla. Un altro elemento da chiarire è quello legato alla morte di Antonio Romeo, proprietario della fornace in questione. Romeo era stato trovato cadavere in circostanze che gli inquirenti hanno ritenuto “a dir poco misteriose” all’interno della propria macchina.

Secondo gli investigatori, il mezzo sarebbe stato fatto precipitare volutamente dalla strada provinciale per Nicotera nella zona di Coccorino. Un omicidio più che un incidente. Quando venne trovato il cadavere di Antonio Romeo, l’uomo risultava svestito ma con la maglia che gli copriva la testa. Secondo il rapporto della Guardia di Finanza che indagava sui rifiuti tossici nella fornace, sarebbe il segnale usato dalle ‘ndrine per punire chi “ha visto troppo e non doveva vedere”.

Dopo la morte di Antonio Romeo l’azienda era passata nelle mani di Giuseppe Romeo e del figlio Stefano. Il primo venne tratto in arresto nel novembre 2009 perché, secondo gli inquirenti, aveva attestato falsamente, insieme con altre persone, il recupero mai avvenuto dei rifiuti pericolosi che, di volta in volta, venivano inviati a San Calogero a ridosso di coltivazioni ad agrumi dove venivano interrati. Le indagini hanno consentito di individuare specifiche responsabilità dei membri dell’associazione a delinquere dedita al traffico e allo smaltimento di rifiuti tossici accertando il contestuale coinvolgimento di varie società, calabresi e pugliesi, che si erano aggiudicate contratti per il trasporto, il recupero e lo smaltimento di fanghi “altamente inquinanti e pericolosi”, di derivazione industriale (risultati essere composti da alte percentuali di nichel–vanadio) per importi di svariati milioni di euro, stipulati con una società nazionale leader nella produzione di energia elettrica, ossia l’Enel.

Sembra che Antonio Pontoriero, l’accusato dell’omicidio di Soumayla Sacko, nutrisse l’aspirazione a ridiventare proprietario della fornace sequestrata dal 2011 nel quadro dell’operazione “Poison” (veleno) delle procure di Vibo Valentia e di Brindisi. Soprattutto contando sulla prescrizione in cui stanno andando i reati che riguardano il traffico di rifiuti tossici intorno alla Fornace Tranquilla. Un posto che, al di là del nome, sembra essere uno di quei luoghi “proibiti” in cui non bisogna mettere il naso, neanche per recuperare un po’ di materiale di scarto.

Ma questi “non luoghi” da rendere invisibili, sono anche le baraccopoli in cui sono costretti a vivere i braccianti, in gran parte migranti, e le loro condizioni di lavoro che rasentano la schiavitù. Tutti sanno ma nessuno sa, tutti vedono ma nessuno interviene. Solo il sindacato, in questo caso l’Usb, si è posto il problema di organizzare e dare dignità e visibilità ai dannati della terra che sono alla base dello sfruttamento nella filiera della grande distribuzione che arriva poi sulla nostre tavole come nelle nostre case (vedi l’inchiesta sullo sfruttamento dei lavoratori nelle cooperative della logistica per la Leroy Merlin, anche loro immigrati). Impossibile dimenticare che questo affronto aperto contro sfruttamento e neoschiavismo sul lavoro, in particolare dei lavoratori immigrati, ha già visto un altro sindacalista ucciso e proprio nel settore della logistica, del tutto speculare e connesso alla filiera della grande distribuzione: Abd el Salam, insegnante ma operaio immigrato dall’Egitto e delegato sindacale dell’Usb.

E’ questa realtà nascosta, omessa, strumentalizzata, agevolata, voluta che va portata alla luce in tutta la sua pienezza. “Prima gli sfruttati!”, è questo il grido di verità e giustizia che verrà portato in piazza a Roma il 16 giugno e nelle campagne calabresi il 22 giugno.

Fonte

06/06/2018

L’assassinio di Soumayla Sacko. C’è un indagato e un contesto che va chiarito


C’è un indagato per l’assassinio di Soumayla Sacko ucciso a colpi di fucile sabato sera. Si tratta di un quarantenne italiano, residente a San Calogero. I carabinieri però gli hanno notificato solo un “avviso della persona indagata” e contestuale “notifica di accertamenti tecnici non ripetibili” emesso dalla Procura della Repubblica di Vibo Valentia. Sulla sua identità viene mantenuto uno stretto riserbo. Da fonti vicine alle indagini si afferma che allo stato non risulterebbe un movente razzista o legato alla ‘ndrangheta, ma su quest’ultimo aspetto, come scriviamo più avanti, alcuni elementi ci portano a dire di non condividere la versione finora fornita dagli investigatori.

Nel frattempo è stato conferito l’incarico per l’autopsia sul corpo di Soumayla, proprio per consentire all’indagato di nominare i propri periti è stato emesso l’avviso. L’uomo, secondo quanto si è appreso, dovrebbe essere sottoposto allo stub, l’esame per accertare la presenza di residui di polvere da sparo su mani e vestiti. Anche in questa vicenda emergono alcuni e pertinenti interrogativi. Per il reato di omicidio, è la prima volta che vediamo procedere con tutta questa prudenza. Come noto, l’entità del reato prevede non l’avviso ma quantomeno il fermo giudiziario obbligatorio, soprattutto in presenza di testimoni del delitto, in particolare per evitare l’inquinamento delle prove o la fuga. Una procedura attuata anche nel caso di omicidio stradale ma che questa volta invece non è stata adottata.

Si tratta di un italiano di 43 anni. All’indagato gli investigatori sono risaliti già nell’immediatezza del fatto. All’uomo sono stati sequestrati l’auto Fiat Panda bianca ed i vestiti e sarebbe anche già stato sottoposto alla prova dello stub i cui risultati saranno noti agli inquirenti nei prossimi giorni.

L’uomo sarebbe il nipote di uno dei soci della società proprietaria della ex Fornace Tranquilla in cui è avvenuto il delitto. Un impianto abbandonato dopo essere stato sequestrato una decina di anni fa nell’ambito di un’inchiesta condotta dalla Guardia di finanza sullo smaltimento e lo stoccaggio di rifiuti industriali tossici e pericolosi. Secondo l’accusa, infatti, nei terreni della società “Fornace Tranquilla”, nel corso degli anni sarebbero state stoccate oltre 135 mila tonnellate di rifiuti pericolosi e tossici.


Attorno alla Fornace abbandonata, riferiva il quotidiano locale Mediacalabria.it, aleggiano le inquietanti ipotesi riguardanti le pesanti ingerenze della ndrangheta sulla “Fornace Tranquilla srl” di San Calogero. Un sito da anni sotto sequestro ad opera della Guardia di Finanza e sul quale sarebbe stata realizzata una vera e propria discarica di veleni al cui interno sarebbero finiti fanghi ritenuti fortemente inquinanti e pericolosi perché di derivazione industriale. Si stima, infatti, che dentro la vecchia fornace di laterizi siano stati “sepolti” all’incirca 130 mila tonnellate di rifiuti provenienti soprattutto dalle centrali termoelettriche a carbone Enel di Brindisi, Priolo Gargano (Siracusa) e Termini Imerese (Palermo).

Una vicenda dietro la quale ancora oggi aleggia la morte di Antonio Romeo, di Taurianova, fino a quel momento alla guida della fornace di laterizi. L’uomo nel 2017 era stato rinvenuto cadavere in circostanze a dir poco “misteriose” all’interno della propria autovettura. Secondo ipotesi investigative il mezzo sarebbe stato fatto precipitare volutamente dal costone della provinciale per Nicotera nella zona di Coccorino (frazione di Joppolo). Un omicidio a tutti gli effetti sul quale le indagini non hanno portato a nulla. Tant’è che i reati e gli imputati nell’inchiesta sui rifiuti tossici nella Fornace Tranquilla sono finiti in prescrizione.

L’anno scorso era stata anche presentata una interrogazione parlamentare da parte del M5S indirizzata ai ministri dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare, e della Salute. Il deputato pentastellato Paolo Parentela ricordava, in premessa all’interrogazione, che “il reato contestato e prescritto a carico di quattordici imputati nel processo sui rifiuti pericolosi è quello di “disastro ambientale colposo”; che “dopo cinque anni di rinvii, tra scioperi degli avvocati e mancanza di giudici, non è stato possibile nemmeno dichiarare l’intervenuta prescrizione per mancanza del giudice titolare; in località “Tranquilla” non è mai stata avviata la bonifica”. Insomma un posto a cui non avvicinarsi troppo, neanche per motivi del tutto avulsi dalla curiosità o da una inchiesta giornalistica, come quello di trovare qualche lamiera per fare un tetto alle baracche in cui sono costretti a vivere i braccianti nelle campagne del vibonese.

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26/01/2018

Devastano e avvelenano il territorio: chi è Stato?

Cosa ci dice il continuo aumento dei pedaggi autostradali? Ci dice e ci conferma che le “grandi opere” alla fine si rivelano un affare vantaggioso solo per i privati e un danno per la gente e il territorio.

Con lo “Sblocca Italia” e la “Legge Obiettivo”, il PD, la Lega e FI, hanno creato le condizioni per dare avvio alle più nere azioni contro la salute e il territorio: i nostri mari disseminati di trivelle, le nostre terre cementate e asfaltate, la nostra aria inquinata dalle diossine degli inceneritori. Inoltre, abbiamo tante “terre dei fuochi” in giro per l’Italia e tanti depositi pericolosi di sostanze plastiche e rifiuti speciali che senza le dovute precauzioni di sicurezza e controlli, prendono fuoco.

Come è stato possibile tutto questo?

I Governi che si sono succeduti, nessuno escluso, hanno risposto servizievolmente sempre e solo agli interessi privati dei grandi gruppi prenditori di appalti, che si sono riempiti le tasche per miliardi di euro pubblici.

A ognuno il suo!

Agli avvoltoi come Salini-Impregilo, con il Consorzio Sis, Gavio, Astaldi e Pizzarotti, hanno dato la gestione delle grandi opere inutili autostradali; agli sciacalli come Sorgenia e Cerroni le discariche e gli inceneritori; alle sanguisughe come Total e ENI, le trivellazioni per il petrolio.

Parliamo di decine di miliardi di euro che hanno danneggiato drasticamente i territori e il paesaggio a discapito di tante piccole opere utili. Briciole o nessun investimento per la messa in sicurezza delle strade e delle scuole, per la prevenzione sismica e la tutela dai dissesti idrogeologici.

Se prendiamo ad esempio il Basso Lazio, e il sud pontino, la situazione è inquietante per l’infiltrazione della criminalità e il connubio con il traffico illecito di rifiuti tossici, il ciclo illegale dei rifiuti, le discariche abusive e le agromafie. A Borgo Montello, zona ad alta concentrazione di industrie chimico-farmaceutiche, fin dagli anni ’70 sono stati creati numerosi invasi. Dopo le dichiarazione del pentito di camorra, Schiavone, nel 1993 l’ Enea ha verificato la sua testimonianza sui traffici illeciti verso la discarica di Borgo Montello, confermando la presenza di sostanze pericolose. La bonifica della centrale nucleare di Borgo Sabotino va a rilento e c’è incertezza sul futuro delle scorie. Mentre, nel frattempo, la Regione Lazio e il Governo hanno approvato diversi siti per biogassificatori e biomasse, altrettanto inquinanti. Nel pontino, negli ultimi anni, sono accaduti due grandi incidenti. Il primo alla centrale turbogas di Aprilia con lo sversamento di duemila litri di olio dielettrico dispersi nei terreni circostanti che hanno inquinato le sorgenti di acqua sottostanti. Il secondo, l’incendio a Pomezia nella ditta EcoX specializzata in stoccaggio di rifiuti industriali, dalla plastica al ferro fino alla carta, disperdendo nell’aria la pericolosa diossina. Le alternative sostenibili sono la raccolta differenziata spinta porta a porta e le fonti energetiche rinnovabili.

Una nota di rilievo dobbiamo farla alla multinazionale del Gruppo Benetton. Non andando troppo lontano, come in Argentina dove ha espropriato le terre ancestrali dei mapuche, ma rimanendo nell’area metropolitana di Roma, questo Gruppo, dopo aver comprato 1.200 ettari di terra della Maccarese, sta cercando di speculare con la richiesta del raddoppio dell’aeroporto di Fiumicino, ma anche, essendo proprietario della Soc. “Grandi Stazioni”, sta già costruendo una mega piastra per oltre 1.200 posti macchina e un centro commerciale, sopra i binari della stazione Termini.

Però la gallina dalle uova d’oro resta sempre la Soc. “Autostrade per l’Italia”. Infatti ogni anno aumentano vertiginosamente i pedaggi di tutte le tratte per tutti i gestori privati. Il rialzo medio dei pedaggi sulla rete autostradale per il 2018 è stato del 2,74%, con incrementi fino al 52,69%. Avere rincari del 13,91%, come per la Milano Serravalle, vuol dire dissanguare i bilanci di quei pendolari costretti a prendere quella tratta. Per questi motivi è arrivata l’ora di chiedere a gran voce la nazionalizzazione delle autostrade!

Nonostante tutto questo, il Ministro delle Infrastrutture e i Presidenti della Regione Lazio, nessuno escluso, da 15 anni tentano di far partire la costruzione dell’autostrada A12-Roma-Latina e della Bretella Cisterna-Valmontone. Solo l’eco-resistenza dei Comitati Nocorridoio/Nobretella, fino ad oggi ha impedito la sua realizzazione. La regia è sempre la stessa, non si informano le comunità e i cittadini non si fanno partecipare alle scelte che li riguardano. I ricorsi al TAR non vengono discussi, rimanendo in un cassetto da ormai 4 anni. Eppure perfino l’UE, con il suo libro bianco sulla mobilità e i trasporti, indica di non andare verso la costruzione di nuove autostrade, ma di adeguare in sicurezza le strade esistenti e di investire sul ferro. Difatti, i movimenti civici chiedono, nelle loro proposte alternative, proprio questo. Nel progetto approvato nel 2013, si parla di salato pedaggio che, per i pendolari che dovranno percorrere l’autostrada da Latina a Roma sarà di almeno 13 euro/giorno a/r, ma questo è un calcolo in forte difetto visto che sono passati 5 anni e ci vorranno almeno 7 anni per la messa in esercizio. Oltre il salasso anche la beffa. Difatti l’eterno problema dell’intasamento dell’ingresso a Roma, rimarrà com’è adesso e si continueranno a fare file interminabili. Questo mostro di cemento e asfalto porterà conseguenze distruttive irreversibili. Decine di abitazioni abbattute, 52 aziende agricole biologiche e d’eccellenza espropriate con la contestuale perdita del lavoro di 4.500 posti nel settore. La Riserva Naturale di Decima-Malafede e la Riserva Naturale Statale del Litorale Romano compromesse per sempre.

Contro chi devasta e avvelena la nostra terra e la nostra vita, la vendetta sarà il voto alla lista Potere al Popolo, che ha ben chiaro nel suo programma un altro modello ambientale, rispettoso della terra e di chi ci abita. Ora e sempre eco-resistenza!

di Gualtiero Alunni esponente storico del movimento No Corridoio Roma-Latina, candidato di Potere al Popolo

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09/10/2016

SA: "Terra dei Fuochi anche Toscana?"

Fanghi di depurazione delle acque reflue urbane e industriali, rifiuti pericolosi, verrebbero smaltiti da anni a Peccioli, Palaia, Chianni, Laiatico, Pontedera, Crespina, Lorenzana, Fauglia, Montaione, interrati in campi coltivati a grano; scarti di lavorazione provenienti dal ciclo produttivo della carta che avrebbero dovuto essere trattati per un legittimo impiego come materie prime da conferire in discarica, contenenti invece sostanze tossiche molto nocive per la salute.
Su questo e non solo, è in atto una maxi inchiesta: 80 mila tonnellate di rifiuti tossici interrati e "un mondo" coinvolto.

Non in Campania, non nella “Terra dei fuochi” controllata dalla camorra, ma nella “civilissima” e “democratica” Toscana di Renzi e Verdini, della Boschi e della famiglia Manzione, del “socialista” Enrico Rossi, delle Amministrazioni egemonizzate dal PD, delle partecipate guidate dal solito “personale di giro” sempre targato PD che, senza soluzione di continuità, passa allegramente dalle amministrazioni locali, alle segreterie dei sindacati, ai vertici di imprese private e non.

Nell'affare, aziende private – si legge anche in odor di mafia -, piccoli proprietari di aziende agricole conniventi che percepivano ingenti somme di denaro a titolo di “indennizzo”, aziende partecipate – REA, ASA, GEAL, Amministrazioni Provinciali – Firenze, Lucca, Livorno, Pisa.

L'impatto è enorme e totale il silenzio della politica e delle istituzioni: chissà, forse l'indignazione popolare si placherà fino a spegnersi nella risacca dell'iter giudiziario come spesso accaduto in passato per gravissimi crimini ambientali come l'esplosione del reattore chimico a Seveso (1976), l'esplosione del serbatoio Rogor della Farmoplant (1988) a Massa che seguiva di solo un anno il referendum che chiedeva la chiusura della fabbrica – il boato di Cernobyl aveva scosso il mondo intero ed aveva risvegliato il ricordo di Seveso.

Con quel referendum, nel 1987 il 71,69% dei cittadini di Massa, Carrara e Montignoso si espresse perché la fabbrica fosse chiusa – dall'anno della sua apertura si contavano ben quaranta incidenti – e il sindaco di allora emise un'ordinanza che vietava la produzione di Rogol e Cidial, ordinanza che in realtà non fu mai trasmessa all'USL. L'allora ministro dell'ambiente Giorgio Ruffolo dichiarò che la produzione industriale non poteva essere oggetto di referendum, Sergio Cofferati allora segretario dei chimici CGIL si schierò in favore della Farmaplant e tutto continuò come se il referendum non ci fosse stato fino all'esplosione del serbatoio l'anno dopo.

L'Osservatorio nazionale amianto intanto, a proposito di Livorno, segnala un picco di mortalità riguardante tumori e malattie degenerative superiore alla media regionale – il picco a Rosignano M.mo dove dal 2001 al 2010 si sono registrati 245 morti in più rispetto al resto della Toscana –

CHI PAGHERA' PER TUTTO QUESTO?

Chi pagherà per la bonifica del terreno dove dovrebbe sorgere il sottopasso fra le Sorgenti e la Cigna in area ex DRASS dove sono stati trovati interrati 2.856 metri cubi di rifiuti da smaltire in discariche speciali autorizzate? RFI dice l'Amministrazione comunale!!! Ma scherziamo? Che paghino coloro che hanno inquinato, coloro che hanno deciso le linee strategiche che interessano la salute, le risorse idriche, il lavoro, la qualità dell'ambiente secondo una mercificazione che si piega all'interesse di pochi e che hanno messo e continuano a mettere a repentaglio la nostra salute e la nostra vita. In molti sostengono che sì, sai com'è, così vanno le cose “...abbiamo sempre privilegiato il lavoro...” a riproporre lì sul piatto la vecchia contrapposizione rispetto per l'ambiente e lavoro. Ci hanno venduti per un piatto di lenticchie con il ricatto del lavoro, dell'occupazione.

Noi riteniamo che tutto questo – compreso il silenzio o meglio l'auto omertà (la paura di incidere negativamente sulla rappresentazione pubblica della toscana) – facciano emergere con forza la necessità di cambiare.

Cambiare interrogando prima di tutto i nostri bisogni ORIENTANDO PRODUZIONE, SCAMBIO e CONSUMO in virtù della loro UTILITA' SOCIALE E AMBIENTALE. Possibile che per il profitto di pochi si continuino invece a violentare proprio questi bisogni?

C'è un'indagine in itinere ma, al di là delle responsabilità individuali che sono emerse ed emergeranno, QUI CI SONO RESPONSABILITA' POLITICHE ENORMI di chi ha governato pensando che lo smaltimento dei rifiuti potesse essere un AFFARE: puntualmente così è stato trattato e questo è il risultato.

Sinistra Anticapitalista Livorno Ottobre 2016

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19/03/2015

Livorno - Bidoni tossici: dopo 3 anni TUTTI ASSOLTI

La sentenza del giudice Del Forno è un incentivo al principio per cui il profitto viene prima della salute e dell'ambiente.

Nel numero scorso di Senza Soste, il 101 in distribuzione fino alla scorsa settimana, abbiamo dedicato una pagina intera alla Procura di Livorno facendo una carrellata di episodi che dimostrano come in questa città, ricchi e potenti sono storicamente immuni da sentenze avverse. Anche in questo caso non è stato immune da questo principio il processo per il disastro causato del cargo Venezia il 17 dicembre 2011 quando furono dispersi in mare, a causa di una violenta tempesta, 226 bidoni contenenti catalizzatori al nichel e al molibdeno di proprietà della raffineria Isab di Priolo Gargallo (Siracusa). Una parte di questi furono recuperati, ma in mare ne sono rimasti 71 e una trentina sono stati trovati aperti. Che il processo non sarebbe stato "inquisitorio" si è visto dall'inizio quando fu subito escluso l'armatore, la potente società Grimaldi, che nel frattempo si è presa anche un pezzo di banchine del porto di Livorno. Proponiamo di seguito l'articolo uscito nel nostro cartaceo n. 99 in occasione dell'anniversario dei 3 anni da quel fatidico giorno in cui iniziò la vicenda dei bidoni tossici.

Redazione - 18 marzo 2015

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Il terzo “compleanno dei bidoni”

17 dicembre 2011: il disastro del cargo Venezia. In questi giorni si è tenuta un’altra udienza del processo, ma si teme un finale all’italiana.

La sera del 16 dicembre 2011 il cargo Venezia della compagnia Grimaldi salpa da Catania per Genova nonostante previsioni meteorologiche proibitive. In coperta ci sono due semirimorchi con 226 bidoni che contengono catalizzatori al nichel e al molibdeno di proprietà della raffineria Isab di Priolo Gargallo (Siracusa). Si tratta di materiali usati nell’industria petrolchimica come “spugne” per rimuovere lo zolfo dal gasolio. Dopo un certo periodo d’uso devono essere rigenerati e proprio per questo vengono inviati in Lussemburgo. Nelle prime ore del mattino, con un vento di 120 chilometri all’ora e onde alte nove metri, il Venezia arriva nelle acque della Gorgona. Il comandante, Pietro Colotto, è costretto a una brusca manovra per evitare la collisione con il cargo Cragside. La nave si inclina di 39°, le catene si rompono e 198 bidoni, con circa 34 tonnellate di sostanze tossiche, finiscono in mare. Alle 7,30 il Venezia arriva a Genova e Colotto dà l’allarme.

Inizia il pasticciaccio
La Capitaneria di Porto di Livorno invia subito un fax a tutti gli enti interessati, e specifica che i bidoni contenevano sostanze “soggette ad accensione spontanea entro 5 minuti dal contatto con l’aria”. Ma nessuno, né il Comune, né la Provincia, né il Ministero dell’Ambiente, né le Prefetture di Livorno e Pisa, ritiene di dover prendere provvedimenti o di avvisare la popolazione. La vicenda diventa di dominio pubblico solo il 29 dicembre, quando la Capitaneria avvisa anche la Guardia Costiera e i Comuni di Cecina e Bibbona e la notizia compare sulla stampa. Il Comune di Livorno cerca di scaricare le responsabilità della mancata informazione sulla Capitaneria di Porto, che a quel punto rende pubblico il fax smentendo clamorosamente il sindaco Cosimi e l’assessore all’ambiente Grassi. L’Arpat, dal canto suo, effettuerà la prima ispezione sui fusti rimasti a bordo ben 35 giorni dopo l’incidente. Solo allora si scoprirà che le schede di carico - dove si parlava di cobalto - erano sbagliate.

Caccia ai bidoni
Le ricerche iniziano il 6 febbraio ad opera della nave Minerva Uno. Il 14 vengono individuati i due semirimorchi e 96 bidoni, di cui una trentina già aperti; le fotografie mostrano le sostanze fuoriuscite già depositate sul fondo marino. Il 1° marzo la Minerva interrompe le operazioni, che vengono riprese il 21 maggio dalla nave Sentinel. Intorno alla metà di giugno vengono localizzati altri 30 bidoni, e uno rimane impigliato nella rete di un peschereccio, per cui ne rimangono dispersi 71. La Capitaneria multa la Grimaldi di 1000 euro per i ritardi nelle operazioni: a tutt’oggi è l’unica sanzione imposta all’armatore. Ma la Grimaldi interrompe definitivamente le ricerche, che riprendono in agosto con la nave Magnaghi della Marina Militare, a spese della collettività. Ma senza esito.

Il processo
In un paese in cui le indiscrezioni sui processi sono all’ordine del giorno è sorprendente come in questo caso si sia osservato il più rigido segreto istruttorio e nulla sia mai trapelato fino a quando, nel dicembre 2013, il Pm Masini ha chiesto il rinvio a giudizio del comandante del Venezia, del capo magazzino della Isab e dello spedizioniere. Nei mesi precedenti numerosi cittadini e associazioni ambientaliste avevano presentato un esposto molto dettagliato nel quale si chiedeva di valutare anche le responsabilità degli enti pubblici per il mancato avviso alla popolazione, dell’Arpat per il ritardo nelle analisi e soprattutto della Grimaldi in quanto compagnia armatrice. Per illustrare l’esposto era stato chiesto un incontro a Masini ma il Pm non lo aveva ritenuto opportuno. La prima udienza si è svolta il 24 gennaio 2014, la successiva a marzo. Il giudice Trovato aveva deciso di astenersi per una questione di incompatibilità ed è stato sostituito dal giudice Del Forno. Il processo è ripreso il 4 dicembre scorso, e in quest’ultima udienza sono stati ammessi come parti civili le associazioni Ecomondo, Anpana, Lipu e Wwf, mentre non sono state accolte le richieste di singoli cittadini in quanto non sarebbe dimostrato il danno da loro subito. Il dibattimento è ancora nelle fasi preliminari, ma si ha l’impressione che il disastro verrà interpretato come il risultato di errori individuali - le manovre del comandante, le modalità di carico ecc. - lasciando fuori i ”pesci grossi”. Gli imputati intanto hanno chiesto il rito abbreviato, che in caso di condanna garantirebbe la riduzione di un terzo della pena. Inoltre, secondo Il Tirreno, qualora le analisi dell’Arpat non dimostrassero livelli di inquinamento significativi, potrebbe cadere anche l’accusa di disastro ambientale, così sarebbe servita la soluzione “tarallucci e vino” e tutti tornerebbero a casa felici e contenti. A questo proposito sorge spontanea una domanda: quando mai l’Arpat ha accertato livelli di inquinamento significativi? Ricordiamo a questo proposito le mitiche “diossine non tossiche” sprigionatesi dall’incendio della ditta Galletti, una scoperta scientifica di portata epocale. La presenza delle associazioni quindi sarà utile per tenere alta l’attenzione, far emergere aspetti che nelle indagini possono essere stati sottovalutati ed evitare un clima da “volemose bene” che sembra già apparecchiato. La prossima udienza è fissata per il 22 gennaio. Noi ci saremo.

Ciro Bilardi

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08/03/2015

Abruzzo. La Terra dei Fuochi è anche qui

La recente scomparsa di Carmine Schiavone, il “pentito” della “Terra dei fuochi”, ha riacceso per alcune ore i riflettori mediatici su una delle vicende più terribili e disumane della storia italiana: la rete di traffici e sversamenti di rifiuti di ogni tipo da parte della Camorra. E’ una vicenda su cui la luce si è tentata di accendere già negli Anni Novanta, proprio quando Schiavone fu ascoltato dalla Commissione Parlamentare Bicamerale “d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso connesse”. Dichiarazioni rimaste però per anni nei cassetti fino alla loro desecretazione, avvenuta solo in questi ultimi anni.

Ma sulla “Terra dei fuochi” non c’è ancora piena luce. C’è chi sta cercando di imporre una narrazione riduzionistica, parziale, che vuol far credere che molto semplicemente i camorristi hanno “gettato” dei rifiuti in alcune limitate zone della Campania, riducendo solo a questa regione (e condendola con i peggiori luoghi comuni contro i napoletani…) quanto accaduto. Non è così: la “Terra dei fuochi” avvolge nella sua rete di morte varie altre regioni, del centro come del nord Italia. Perché la stragrande maggioranza dei rifiuti son partiti da aziende dell’industrioso nord. E non sono finiti solo in Campania. Tra le regioni di transito e destinazione c’era anche l’Abruzzo. La “Terra dei fuochi” è anche qui. In questi anni pochissimi hanno avuto il coraggio di denunciarlo, documentarlo, ricordarlo. C’è un’incredibile, assurda reticenza e silenzio su questo, ma l’Abruzzo era al centro della “rotta adriatica” della camorra.

In varie zone della Regione ancora oggi giacciono vere e proprie bombe ecologiche (tra le più famose l’ex fornace di Tollo e l’ex discarica di Scurcola Marsicana) che rappresentano una quotidiana e incombente minaccia. Negli anni in cui Carmine Schiavone fu ascoltato in Parlamento, almeno 15 comuni letteralmente appaltarono lo smaltimento dei rifiuti urbani a Gaetano Vassallo, allora imprenditore dei rifiuti legato al clan dei Casalesi e successivamente collaboratore di giustizia (cercando sul web notizie di questa gravissima vicenda praticamente negli anni scorsi solo Angelo Venti di Libera l’ha ricordata e denunciata!), sulla Trignina, a non molta distanza dal confine molisano con l’Abruzzo (e ricordiamo che proprio il fiume Trigno divide le due Regioni), un vero e proprio “triangolo della morte” è stato alimentato dalla Camorra. Abbiamo raccolto (le alleghiamo a questo comunicato) gli stralci e le pagine dei rapporti della Commissione Parlamentare sull’Abruzzo. Probabilmente qualcosa è sfuggito, ma sono ben 12 le pagine riempite. Pagine fitte di atti, fatti, nomi, circostanze, inchieste, sversamenti illegali che avvelenano e deturpano la terra d’Abruzzo.

E non si pensi siano tutte vicende superate, ormai legate ad un remoto passato. Perché le “bombe ecologiche” sono lì e, negli anni, la Rifiuti SpA ha continuato nei suoi sporchi traffici. Nel settembre 2011 presentammo un corposo dossier sulle inchieste e sui traffici illeciti dei rifiuti in Abruzzo. La stragrandissima maggioranza non erano di 10 o 15 anni prima ma molto più recenti. E moltissime erano di quei mesi e anni. Ma la “Terra dei fuochi”, come già scritto, non è soltanto la storia di alcuni reati in serie. E’ molto di più. La Rifiuti SpA è stata, ed è ancora, il braccio armato e venefico di un coacervo di interessi che legano a doppio filo organizzazioni criminali, politica, istituzioni infedeli, imprenditoria, massoneria, corruzione. Di tutto questo non abbiamo ancora riflessione, analisi, totale conoscenza. Ancor di più in Abruzzo. Una regione dove le mafie, come abbiamo ricordato anche recentemente, agiscono da decenni (gli omicidi Maisto, Ferretti e Fabrizi son ormai di più di vent’anni fa!). Dove la massoneria “deviata” compare improvvisamente nelle cronache, per poi “inabissarsi” nuovamente. Cercando sul web si trova qualcuno che sembra voler denunciare una sua presunta influenza. Ma mai si è riusciti ad andare fino in fondo, a fare piena e totale luce. La Procura Nazionale Antimafia ha recentemente illustrato il suo annuale rapporto. Si legge nel rapporto, dopo la meticolosa ricostruzione delle piovre che agiscono soprattutto nel traffico di stupefacenti, prostituzione, ricostruzione aquilana, caporalato e sfruttamento del lavoro nero, che “si è avuto modo di comprendere la stretta connessione rilevabile tra infiltrazioni della criminalità organizzata e corruzione”. E’ un passaggio riferito alla ricostruzione post terremoto ma che getta inquietanti ombre sulla gestione della “cosa pubblica” in Abruzzo. 

Le 12 pagine relative all’Abruzzo della Commissione Parlamentare, i traffici anche successivi a quegli anni e cronologicamente molto più vicini, la presenza di temibili “bombe ecologiche”, il coacervo di interessi criminali che sono a capo della Rifiuti SpA, andrebbero analizzati, studiati, diffusi, conosciuti. Ma purtroppo non è ancora così. Come già scritto nelle righe precedenti, sono ben poche le voci che si son levate. Deve far riflettere ogni coscienza civile, ogni “schiena dritta”, ogni persona libera e innamorata del territorio in cui viviamo. Una delle inchieste più approfondite e con conoscenza dei fatti è venuta  da Antonio Musella di Fanpage.it (disponibile a questo link). Antonio merita un ringraziamento pubblico, dalla Campania è giunto in Abruzzo ed ha studiato quel che è accaduto, riportandolo in una sua video inchiesta. Sarebbe importante per questa Regione che tanti altri riescano a seguire il suo esempio e a fare la stessa cosa. La “Terra dei fuochi” è anche qui. E non è facendo finta del contrario che la eliminiamo...

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04/07/2014

Bologna: 1500 tonnellate di rifiuti tossici sepolti sotto agli uffici di Hera?



Un brillante esempio di disastro ambientale e sociale sta venendo a galla nel centro di Bologna.

Sotto la sede storica di Hera, in viale Berti Pichat, un pacchetto completo di 1500 tonnellate di rifiuti tossici pericolosi, probabile suolo e falda fortemente inquinati è stato venduto a un costruttore ferrarese lo scorso maggio, per meno di 40 milioni di euro, dalla multiutility Hera, a cui tre milioni di persone si affidano per la fornitura di acqua e gas, e per lo smaltimento rifiuti.
Talmente efficiente, Hera, che è riuscita a chiudere con bilanci in attivo anche in tempi di crisi, aumentando anche il numero di dipendenti. Talmente efficiente che negli ultimi 10 anni, dopo il ritrovamento di due vasche piene di cianuri, sofocianuri, catrami e naftalene usati un tempo per lavare il carbon fossile, sono riusciti a tenere il segreto con la complicità delle varie amministrazioni, magistrature e servizi di vigilanza, fino a sbarazzarsene con un atto di compravendita a buon mercato.

Li ci sono «due vasche non previste… dove c’è della robaccia»… «diversa rispetto a quello che abbiamo fino ad adesso», che trovano di solito, dice uno di loro. I funzionari parlano di «roba nera molto densa» e di «blocchi di materiale argilloso blu» che «puzzano terribilmente… c’hanno un mucchio di problemi», al punto che non possono aprire le vasche. Perché il puzzo anche con un «incenerimento in discarica» si sentirebbe a distanza di chilometri, sintetizza la Finanza.
A parte il fatto che i rifiuti tossici, in quanto tali, sono soggetti a specifiche procedure di smaltimento e che non possono essere semplicemente inceneriti (soprattutto quelli che liberano sostanze volatili pericolose e cancerogeni!), la malsana strategia di vendere la patata bollente a qualche privato è una delle cose moralmente e socialmente infami di questa storia.


La storia è presto detta: nel 2008 erano state ritrovate nell'area in questione (una vecchia officina che distillava carbon fossile per la produzione di gas), alcune vasche di residui usati nella lavorazione. Il tentativo di sbarazzarsene senza affrontare i costi della bonifica, ne quelli dello smaltimento è finito sotto inchiesta. Il tempo intanto passa, e dopo 3 anni, il giudice archivia e dichiara il “non luogo a procedere”. I rifiuti tossici restano quindi dove sono.

Oggi una nuova inchiesta si apre, perché la vendita del terreno di Hera a C. Sallustrio, imprenditore ferrarese, sa di “frode e truffa aggravata”. Questi, avrebbe dovuto costruire, col consenso del comune di Bologna, che non poteva essere ignaro di quanto avveniva, la nuova sede direzionale della multiutility, nonché uno studentato per giovani aspiranti laureati (menti fresche, e ancora sane!), e un parco giochi per bambini (il che sembra un diabolico progetto di controllo demografico peraltro non necessario!).
E invece Sallustrio si trova inguaiato con la prescrizione della Conferenza dei servizi di Bologna di una bonifica ingente ed estesa a tutta l’area almeno fino al 2017.  Ovviamente per ora non è dato sapere se queste vasche siano ancora in Berti Pichat, se siano sparite e dove siano sparite, e ovviamente la Regione non ha ancora avuto il tempo di rispondere con la verifica della pericolosità dell’area. Il cianuro persiste nel suolo? O può volatilizzare in aria? O può forse essere lisciviato in falda ed essere trasportato allegramente nella ricca campagna bolognese? E il naftalene? Molto verosimilmente e scientificamente, questo avviene. Di certo questi siti possono essere bonificati, ma è ancora più certo che se le “buone amministrazioni” democratiche preferiscono incassare in silenzio e con la truffa, piuttosto che la salute pubblica, servirà ben altro che un articolo su questo giornale per ripristinare il diritto alla salute di chi lavora oggi in quella zona, di chi ci abita, di chi potrebbe abitarci e di chi potrebbe andarci a giocare.

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13/01/2014

Golfo tossico, una storia italiana.

di Liliana Adamo

“Ci sono temi sui quali la giustizia è nelle mani di pochi coraggiosi, uno di questi ha pagato con la vita…”. Così Sondra Coggio, giornalista per il Secolo XIX (redazione di La Spezia), ripercorrendo le linee guida del suo libro - inchiesta, “Il Golfo dei Veleni” (Cut - up Edizioni), appena pubblicato. L’incipit introduce una data, il 13 dicembre 1995, giorno in cui il capitano di corvetta Natale De Grazia, che indagava sulle navi dei veleni e sui traffici illeciti dei rifiuti nel porto di La Spezia, si ritrovò a morire per strada, a torso nudo sotto la pioggia, dopo aver consumato un pasto in un autogrill della Salerno - Reggio Calabria. Per diciotto anni, si è parlato di “morte naturale” fino alla desecretazione degli atti che ne attesta, invece, l’omicidio; il libro si chiude, quindi, con l’auspicio di un proseguimento d’indagini per la magistratura spezzina.

Nondimeno, è da tutte le istituzioni cittadine che si attende una risposta, un input d’orgoglio civile, perché sono tanti i testi (fra tutti, “Trafficanti” di Andrea Palladino), o le inchieste giornalistiche (L’Espresso) sui tavoli delle procure di mezza Italia, storie agghiaccianti incentrate sugli occultamenti o inabissamenti di materiali radioattivi e sempre, la città di La Spezia, appare coimputata, crocevia indiscusso per queste attività illegali. Se in trent’anni, le procure disseminate nel belpaese non sono riuscite a spingersi oltre l’archiviazione per “mancanza di prove oggettive”, al medesimo risultato potrebbe attenersi anche la magistratura spezzina, a meno di un ultimo, sferzante exploit probatorio che, dopo tante reticenze e ingiustizie, possa finalmente riannodare i fili attraverso una discernibile realtà processuale dei fatti.

E di fatti nuovi ce ne sono, come spiega la stessa Coggio: per esempio, la testimonianza (1997) del pentito Schiavone, anche questa desecretata, le prove inconfutabili che il capitano De Grazia fu avvelenato mentre si apprestava a raggiungere La Spezia “dove non arriverà mai e dove avrebbe acquisito l’ultimo tassello (quello definitivo) del suo puzzle…”. Perché, è certo, che le navi “a perdere”, la Rigel, la Latvia, la Rosso (ex Jolly Rosso), fatte debitamente “naufragare” o incagliate lungo le rotte del Mediterraneo, parcheggiarono e mollarono gli ormeggi nel e dal porto di La Spezia. E sempre a La Spezia c’è chi teneva i fili tra la supervisione portuale e la criminalità organizzata, chi assicurava un lasciapassare ai mercantili, spesso in pessimo stato, raggirando passaggi importanti, verifiche e controllo dei carichi.

Già, La Spezia: moli appartati, installazioni militari, fabbriche d’armi, crocevia di servizi segreti deviati e uomini d’affari. Una città portuale senza spiaggia, ultima chance per alzare il velo di silenzio e omertà cui, in parte, è complice quella politica che paventa le verità con omissis, riserbo, decretazioni: il lato più oscuro del nostro paese.

Dopo quattro anni di nuove indagini, a seguito di un riscontro fortissimamente voluto da Legambiente (tramite un esposto presentato nel 2009), la magistratura spezzina si ripresenta con un’archiviazione e “nessuna notizia di reato”. Gli ambientalisti si oppongono, chiedendo al Gip d’andare avanti ora che ci sono simmetrie e prove concrete: “Elementi tali da far ritenere che a La Spezia, come in Italia, il capitolo navi dei veleni connesso al tema dei rifiuti tossici, sia ancora attuale; tanto in base alle dichiarazioni di collaboratori di giustizia, quanto alla nuova perizia sulle cause del decesso del capitano De Grazia, che stabilisce la morte non naturale dell'investigatore…”.
Il riesame, rinviato al prossimo 22 gennaio, in virtù, appunto, di una nuova documentazione presentata dalla dr.ssa Valentina Antonini, legale di Legambiente, si evince “in un quadro indiziario emerso dall’audizione di fonti testimoniali nell’ambito delle commissioni parlamentari d’inchiesta…”.

A nulla sono valse le dichiarazioni di Francesco Fonti (nel 2009), cui è scaturito l’esposto. Il pentito di 'ndrangheta (deceduto nel 2012), parlò di una nave carica di rifiuti tossici, intenzionalmente “affondata” nel golfo di La Spezia, a quattrocento miglia dalla costa, con il placet della criminalità organizzata i cui target di scarico/rifiuti erano, secondo Fonti, anche paesi africani come Kenya, Somalia, Zaire, oltre ai fondali dei nostri mari: una deposizione reboante quanto inattendibile, secondo la magistratura.

Tutto questo mentre la procura di Nocera Inferiore, riapriva le indagini sulla strana dipartita del trentanovenne capitano Natale De Grazia, ravvisando elementi utili nel formulare l’ipotesi d’omicidio per avvelenamento, poiché, come scrisse Antonino Greco, capo del nucleo operativo provinciale dei Carabinieri a Reggio Calabria: “Si attivarono forze occulte di non facile identificazione” a seguire i movimenti dell’investigatore in procinto di chiudere le sue indagini. A De Grazia, infatti, mancavano i dati inerenti 180 imbarcazioni affondate, e fu eliminato durante il viaggio in macchina verso La Spezia, nel cui porto era stata ormeggiata, nel frattempo, l’ennesima carretta del mare, la Latvia.

Si presume che la morte del capitano e la presenza della Latvia siano due elementi irrimediabilmente connessi; tant’è che due giorni dopo la nave prese il largo con il suo carico misterioso. C’è voluto un intervallo lunghissimo per smentire la “verità ufficiale” di un “attacco di cuore improvviso”, accertare, invece, che De Grazia morì per “cause tossiche”, avvalorando la tesi dell’intrigo internazionale, a riprova di quanto sostiene anche la relazione conclusiva della Commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti.

Uno scenario accuratamente ricostruito nei “Trafficanti” di Andrea Palladino, un testo che, se non fosse tragicamente autentico, si potrebbe definire come la trama di una narrazione noir: nella notte del 10 settembre 1983, sul confine di Ventimiglia, un trasporto speciale pervenuto da Seveso, con quarantuno bidoni di diossina, passa di mano in mano, da un senatore italiano a un trafficante marsigliese, ex paracadutista. S’intraprende così una caccia in tutta Europa: dov’è finito il carico mortale, zeppo di scorie dell’Icmesa? E’ da quel giallo internazionale che ha origine il traffico dei rifiuti.
Dalle navi dei veleni e dal porto di La Spezia si arrivò a eliminare un investigatore integerrimo e scomodo come Natale De Grazia, all’esecuzione della giornalista del TG1, Ilaria Alpi e del suo operatore, Miran Hrovatin, in Somalia (dietro il duplice omicidio, transazioni d’armi e rifiuti tossici), fino al veneficio sistematico della Terra dei Fuochi nel Casertano, dove, come afferma Schiavone, “moriranno di cancro, nel giro di vent’anni…”.

Il sottobosco dei “trafficanti” è nel cosiddetto “mondo degli affari”, con persone prive di scrupoli che eludono le leggi vigenti sullo smaltimento, economizzando con la “sparizione”, l’inabissamento o l’interramento. Al loro servizio si offrono “professionisti” e “consulenti” come l’ingegner Giorgio Comerio, esperto di mine marine, che aveva progettato un vettore capace d’affondare nelle acque del Mediterraneo le scorie radioattive. O insospettabili manager al servizio di una società finanziaria svizzera che recapitavano alle aziende chimiche europee vere e proprie “circolari”, annunciando la possibilità di far sparire i rifiuti tossici nei paesi africani.

Tutti s’incontravano, si scambiavano “favori”, intrecciando legami con la malavita, dividendosi i mercati e le contabilità “in nero” delle tangenti. Un sistema molto ben congegnato, una geografia complessa che l’autore traccia anche attraverso fonti e rivelazioni inedite di “collaboratori” che tutt’oggi vivono sotto copertura.

Quando Palladino scrive che “la discarica Pitelli e La Spezia sono il simbolo vivo dell’Italia dei veleni”, ricordiamoci che per vent’anni, dai settanta ai novanta, nell’immondezzaio spezzino, un sito, tra l’altro, definito d’alto valore paesaggistico, sono finiti rifiuti nocivi al massimo grado (scorie nucleari, diossina di Seveso, scarti tossici sbarcati dalle prime navi dei veleni), mentre il processo per “disastro ambientale” terminato nel 2011, ha visto assolti tutti gli imputati per “inconsistenza dei fatti”.
A La Spezia, in quel “golfo dei poeti” tra Liguria e Toscana che Napoleone definì “il più bello del mondo”, dove soggiornò D.H. Lawrence decantandone le meraviglie e Richard Wagner ne fu tal punto ispirato che vi compose il preludio all’Oro del Reno, il crocevia internazionale dei veleni si inaugurò nel 1997. Il primo mercantile fu Lorna I, svanito nel nulla nel Mar Nero assieme al suo equipaggio, come pure dall’inchiesta sul traffico d’armi intrapresa alla procura di Trento dal giudice Carlo Palermo.
Seguì la motonave Nikos I, partita alla volta di Lomè in Togo, mai arrivata a destinazione, sparita in circostanze nebulose. Toccò poi alla Panayota, partita da La Spezia il 2 febbraio 1986, affondata l’11 marzo nei pressi dell’isola di Pianosa, dove testimonianze dell’epoca (raccolte da Legambiente), riferirono di un non meglio identificato “fango nauseabondo con vaste zone schiumose in evidente stato di putrefazione…”.

Al largo di Capo Spartivento scomparvero la Rigel e il suo carico ritenuto “sospetto” dalla procura di Reggio Calabria. Nel 1989, la Jolly Rosso, fu inviata in Libano dal governo italiano per il recupero di 2mila tonnellate in rifiuti tossici scaricati in precedenza da una società lombarda. Il mercantile, rinominato Rosso, prese il largo dal porto di La Spezia il 4 dicembre 1990 per incagliarsi a ridosso di Amantea, piccolo comune sulla costa calabra. Ufficialmente, il carico trasportava innocui generi di consumo, ma erano note agli inquirenti le attività illecite intorno al suo andirivieni; anche l’ultima delle tre inchieste (2009), sul caso Amantea, si è chiusa con un nulla di fatto.

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Bell'articolo, però cari giornalisti (anche "contro") finitela di chiamarli "servizi segreti deviati" e smettete di descrivere queste congreghe di disgraziati come anomalie del sistema perché non lo sono, si tratta invece delle avanguardie più spinte dell'accumulazione capitalistica, quelle per cui il profitto è l'unico comandamento, a scapito di ogni altra considerazione, ambiente e salute inclusi.

05/11/2013

Biocidio in Campania: cittadini condannati, politici assolti

Non ha avuto il clamore mediatico che necessitava l’assoluzione “perché il fatto non sussiste” a carico di tutti gli imputati per il processo sul disastro causato in Campania dalla gestione governativa e regionale del ciclo dei rifiuti.

Dopo una vicenda giudiziaria durata 10 anni risultano assolti, tra gli altri, l’ex governatore Antonio Bassolino, l’ex vicecommissario alla bonifiche, Vanoli, l’ex manager di Impregilo, Piergiorigio Romiti ed altri top manager di imprese e consorzi attinenti alla filiera finanziaria ed industriale del ciclo dei rifiuti.

Magicamente non esistono responsabili dello stupro consumato ai danni della Campania per decenni, non esistono entità imprenditoriali o politiche a cui chiedere conto degli spaventosi danni causati all’insieme delle forme di vita in questa regione.

Magicamente, quindi, tutto ciò che è accaduto viene scaricato sulle responsabilità di una non meglio criminalità organizzata la quale risulta l’unica colpevole del biocidio in atto mentre il sistema politico e quello imprenditoriale ritrovano – almeno nelle aule della cosiddetta giustizia – una loro verginità.

Quanto accaduto ieri nelle aule del Tribunale di Napoli grida vendetta.

Una vendetta che già sta iniziando a palesarsi nelle mobilitazioni di quanti, in questi ultimi mesi, stanno riscoprendo il protagonismo sociale contro un uso antisociale della cosiddetta emergenza rifiuti, contro l’autentico dispositivo di produzione di morte incarnato dal biocidio in corso e che troverà nel fiume in piena del prossimo 16 novembre un momento di rappresentazione organizzata di questa nuova consapevolezza popolare.

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03/11/2013

La logica della "libera impresa" nella Terra dei Veleni


Impagabili, i media italiani. Dopo mesi di mobilitazione della popolazione, ora hanno “scoperto” che esiste un problema micidiale di sopravvivenza nella “terra dei fuochi”, quella landa avvelenata tra Napoli e Caserta dove la camorra ha per decenni “smaltito” rifiuti tossici di ogni genere. E lo fa soltanto quando la magistratura, con opportune “segnalazioni alla stampa”, ha ritenuto di dover desecretare – ovvero render pubblici – i verbali del pentito Carmine Schiavone. Il quale va dicendo da anni le stesse cose in diverse interviste che non avevano ricevuto altrettanta attenzione.

Solo oggi, insomma, si può parlare della condanna a morte di massa pronunciata dal clan dei casalesi nei confronti della propria stessa “cittadinanza” e della incapacità dello Stato di far fronte alle conseguenze. Ovvero di farsi carico della protezione della salute in un'area certo vasta, ma non immensa.

Anzi i giornali mainstream si preoccupano ora soprattutto di “assolvere” gli organi dello Stato in base al fatto che nei verbali desecretati non risulta alcuna complicità particolare di parti della politica o degli organi pubblici nel “cogestire” l'affare insieme alla camorra. Si vede che anche loro se l'aspettavano...

Ma la storia della “terra dei veleni” e ora anche “dei fuochi” insegna davvero molte cose. La camorra, come ogni mafia, è in fondo un'”impresa” allo stadio dell'”accumulazione originaria” capitalistica, tipica insomma della fase di rapina esplicita per disporre poi del capitale necessario a fare “impresa perbene”. Camorra e mafia, dunque, ragionano allo stesso modo del capitalista normale, ma operano in un campo extralegale, fuori dal recinto del business ammesso.

L'”affare” dello smaltimento rifiuti del resto dimostra che “impresa normale” (tutte quelle industrie tedesche o del nord Italia che affidavano ai casalesi la loro “merce” sapevano con chi avevano a che fare, perché il prezzo pattuito era “fuori mercato” e di certo la fatturazione non poteva essere “regolare”) e impresa malavitosa convivono tranquillamente e con reciproco profitto.

Dimostra anche che la logica dell'impresa, lungi dall'assumersi qualsiasi “responsabilità sociale” opera scientemente contro la società, contro le popolazioni. I Riva, con l'Ilva, non hanno proceduto in modo molto diverso dagli Schiavone. Hanno corrotto funzionari pubblici e amministratori locali (c'è un rinvio a giudizio deciso proprio in questi giorni), e lo hanno fatto per coprire o negare i danni irreparabili che provocavano all'ambiente prima, alle persone di conseguenza.

C'è infatti consapevolezza della mostruosità che si va realizzando persino in un “incolto” camorrista come Carmine Schiavone, cui viene attribuita la frase agghiacciante “qui tra vent'anni saranno tutti morti”. Non sappiamo se anche i Riva se l'erano detto, ma è assolutamente impossibile che questi ben istruiti esemplari del capitale nazionale non sapessero cosa comportava evitare per decenni qualsiasi investimento mirato a ridurre i fattori inquinanti della produzione.

Ma la vicenda dimostra anche come questo “Stato”, ridotto ad accompagnatore servizievole della “libera impresa”, sia incapace di assolvere altra funzione che non sia quella dell'uso della polizia contro i movimenti d'opposizione. E' rimasto a guardare l'imponente flusso di rifiuti tossici da mezza Europa alla “terra dei veleni” - possibile che la stradale non avesse mai fermato un camion sospetto, mai segnalato le modalità con cui avveniva il traffico, nessun magistrato ne aveva sentito l'odore, ecc? - per poi, a “rivelazioni” avvenute, oltre 16 anni fa, certificare che “non ci sono soldi per bonificare”. Complice di genocidio (o “biocidio”, come si è preso a dire per questa vicenda specifica), miserabile finanche nelle argomentazioni.

Da ultimo. Questa vicenda dimostra che in una società complessa qualsiasi “autoregolazione locale” - e la mafie sono anche questo, in determinati territori – è alle prese con problemi che travalicano di gran lunga le capacità di conoscenza, previsione, gestione espresse localmente. Vale oggi per una vicenda infame come questa, ma è un criterio generale - “scientifico” - che non deve sfuggire a quanti, questo mondo, voglio rovesciarlo per rimetterlo in piedi.

I verbali desecretati.

Un paio di esempi dalla stampa mainstream, per capire meglio la logica del capitale. E anche quella dei suoi servitori.

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Schiavone: rifiuti tossici in Campania, Puglia, Calabria e Sicilia. Scorie nei laghi. Fanghi nucleari e una nave nel Tirreno

di Simone Di Meo


Resterà deluso chi sperava di trovare nel verbale desecretato di Carmine Schiavone i misteri inconfessabili della sciagurata stagione in cui sono state avvelenate, coi rifiuti tossici, le province di Napoli e Caserta. Non c'è traccia degli accordi sottobanco tra politica, imprese e camorra ma c'è, invece, la ricostruzione esecutiva di un modello criminale che, fa venire i brividi dirlo ma è così, ha fatto scuola nel resto d'Italia.

Il resoconto dell'audizione del pentito casalese davanti alla commisione d'inchiesta parlamentare sui rifiuti, risalente al 7 ottobre 1997 ma reso pubblico solo ieri su decisione dell'ufficio di presidenza della Camera dei deputati, conferma insomma che non c'è stato alcun tentativo di insabbiamento dello scandalo e che, da quasi due decenni, il tema è all'attenzione degli organi giudiziari. I risultati raggiunti sono pochini, è vero, ma questo è da imputare probabilmente più a una carenza di strumenti legislativi adeguati che a una presunta incapacità dello Stato di far fronte all'emergenza.

In una cinquantina di pagine, Schiavone spiega con dovizia di dettagli com'è che l'industria dell'ambiente è improvvisamente entrata nell'orizzonte criminale dei Casalesi e grazie a quali personaggi si è affermata come una delle più ricche del bilancio della camorra spa. Vaticinando pure una catastrofe sanitaria.

La cresta del boss. Il pentito racconta che, in origine, furono i boss Francesco Schiavone Sandokan e Francesco Bidognetti a gestire direttamente il traffico di rifiuti a Caserta, trattandolo come affare privato, personale. E trattenendo la quasi totalità del fiume di denaro che il nuovo affare aveva iniziato a garantire alla cosca. "All'epoca – si legge nel verbale – tenevo ancora il relativo registro (la cassa del clan, ndr) in cui figurava che per l'immondizia entravano 100 milioni al mese, mentre poi mi sono reso conto che in realtà il profitto era di almeno 600/700 milioni al mese". In totale, secondo Schiavone, le casse dell'organizzazione si sarebbero riempite di circa 3 miliardi. Poco, troppo poco. Tant'è che, ammette: "C'è qualche latitante che ha ancora le valigie piene di soldi, le ho viste io stesso; sono soldi fatti con i rifiuti e con altre attività, di nascosto".

I fanghi nucleari. Nelle discariche della camorra ci finiva di tutto. "Dalla Germania arrivavano camion che trasportavano fanghi nuclerari", dice Schiavone. Ma non solo. "Vi erano fusti che contenevano tuolene, ovvero rifiuti provenienti da fabbriche della zona di Arezzo: si trattava di residui di pitture". I camion "venivano anche da Massa Carrara, da Genova, da La Spezia, da Milano". A procacciare i fornitori erano manager in doppiopetto che si muovevano in Lombardia, soprattutto, ben introdotti in "circoli culturali" che servivano come copertura per spregiudicate operazioni finanziarie e imprenditoriali. "So che a Milano c'erano delle grosse società che raccoglievan rifiuti, anche dall'estero, rifiuti che poi venivano smaltiti al Sud".

Le tombe imbottite. Tutto finiva nelle viscere della terra. Per nascondere i rifiuti, i "tecnici" del clan scavavano da un minimo di "un metro e mezzo" a un massimo di "30-40 metri", utilizzando anche le vasche ittiche e i laghi. Era un sistema che conveniva a tutti, pure alle discariche autorizzate che se ne servivano senza troppi scrupoli. Affidare i rifiuti ai camorristi consentiva agli imprenditori (apparentemente) puliti di guadagnare due volte: incassando dalle Amministrazioni comunali più di quanto pagato alla cosca e allungando la vita delle discariche autorizzate che si riempivano a un ritmo assolutamente inferiore rispetto a quello che sarebbe stato logico attendersi. D'altronde, i costi di questo genere di operazioni erano tutt'altro che proibitivi: i titolari delle ditte "pagavano 500mila lire a fusto" alla camorra a fronte dei "2 milioni e mezzo" che sarebbero stati necessari.

Il Mezzogiorno contaminato. Rapidi accenni, Schiavone, li riserva anche alle altre regioni meridionali dove la criminalità organizzata avrebbe allestito simili traffici. "Il sistema era unico, dalla Sicilia alla Campania. Anche in Calabria era lo stesso: non è che lì rifiutassero i soldi. Che poteva importargli, a loro, se la gente moriva o non moriva? L'essenziale era il business". Il collaboratore di giustizia è più specifico: "So per esperienza che, fino al 1991, per la zona del Sud, fino alle Puglie, era tutta infettata da rifiuti tossici provenienti da tutta Europa e non solo dall'Italia". E, più in particolare, questo sistema sarebbe stato adottato "nel Salento, ma sentivo anche parlare delle province di Bari e di Foggia".

La nave dei veleni. I ricordi di Schiavone, nel 1997, sono tutt'altro che nitidi. Tant'è che, spesso, alle domande più ficcanti dei commissari il pentito si difende richiamandosi al tempo che passa. "So che c'erano navi e che qualcuna è stata affondata nel Mediterraneo […] Ricordo che una volta si parlò di una nave che portava rifiuti speciali e tossici, scorie nucleari, che venne affondata sulle coste tra la Calabria e la Campania".

L'ombra della massoneria. L'audizione venne secretata perché, in contemporanea, erano in corso indagini da parte della Procura di Santa Maria Capua Vetere e di Napoli e non, come pure erroneamente è stato detto in questi mesi, perché fosse stato opposto il segreto di Stato. Anzi, il contenuto delle dichiarazioni di Schiavone si ritrova, pari pari, in alcune delle inchieste sul business delle ecomafie condotte dalla Dda partenopea.

A cominciare dalla storia del camionista che diventa cieco perché avrebbe trasportato a Villaricca, in provincia di Napoli, fusti tossici e da quella che voleva Licio Gelli e una parte della massoneria deviata interessata alla gestione, in collaborazione con la camorra, delle discariche abusive. Ipotesi questa che spuntò anche nelle carte della madre di tutte le inchieste sull'ecomafia campana, ribattezzata Adelphi: un filone investigativo gigantesco (116 indagati, centinaia di migliaia di pagine di atti giudiziari) azzoppato da prescrizioni e assoluzioni: quasi nessuno è stato condannato. E, da allora, niente è cambiato.

Oggi, l'emergenza ambientale è resa ancor più acuta dai fumi tossici della Terra dei fuochi, la cerniera che unisce le province di Napoli e di Caserta dove, ogni giorno, vengono date alle fiamme cataste di rifiuti speciali che ammorbano l'aria rendendola irrespirabile. I casi di tumori sono in vertiginoso aumento, ma la politica locale sembra ancora lontana dalla percezione reale del problema.

Tant'è che, pochi giorni fa, la Regione Campania ha stanziato 5 milioni di euro per contrastare questo fenomeno. Inutile goccia d'acqua nel deserto. Non fosse altro perché, già nel 1997, proprio Schiavone aveva detto chiaro e tondo che, per bonificare le aree avvelenate dalla camorra, sarebbero serviti tutti i soldi incassati dallo Stato in un anno.

Dal Sole24Ore

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Caccia alle discariche segrete di Gomorra
“Viviamo su 800 mila tonnellate di veleni”

CONCHITA SANNINO


CASAL DI PRINCIPE — Lo vedevano in tanti. Lo sapeva lo Stato. Da vent’anni. E ora che il segreto su quei verbali è finito, e si dissolve la cortina intorno alle parole di uno dei primi boss dei rifiuti, l’imprenditore del clan dei casalesi Carmine Schiavone, saltino gli alibi. Oltre 300 chilometri di terra avvelenata, non solo Campania, ma anche Basso Lazio e Molise, per decenni imbottita di scorie secondo il racconto dei pentiti. Sotto, riempita con tonnellate di scarti di ogni provenienza industriale o tossica. Sopra, malata e in attesa: ma senza diagnosi certa. Ora che, per decisione della Camera, sono accessibili a tutti i verbali del 1997, in cui Schiavone affida alla Commissione bicamerale sulle ecomafie il racconto shock del business miliardario del traffico dei rifiuti pericolosi, si muovono i sindaci, la Coldiretti, le associazioni, i comitati di cittadini sul piede di guerra.

A Casal di Principe, dove le ruspe di Stato sono tornate di recente, il giorno dopo, regna un grande silenzio. Che nasconde rabbia e vergogna. La rabbia di chi vuole certezze su quel che è stato sepolto nei terreni, la vergogna di chi ha venduto la salute dei propri suoli in cambio di 200mila lire dell’epoca, chiudendo un occhio di fronte all’arrivo dei camion con carichi di immondizia “vietata”. I carabinieri e i vigili con gli specialisti dell’Arpac sono arrivati a scavare fino a 12 metri appena qualche giorno fa, hanno trovato fanghi industriali e frammenti di metalli, residui di fusti passati subito dalla procura antimafia di Napoli all’esame degli specialisti dell’Arpa regionale. Una madre, ai bordi del paese diventato sinonimo di Gomorra,
ora si interroga e fa spallucce. «Li ho visti scavare un’altra volta, a via Sondrio, a via Isonzo. Ma li avremo mai i risultati, ce li daranno? Sapremo quali rischi corrono i miei figli?». Angela Cristiano si gira e trascina i ragazzini verso il cortile interno. Alla periferia di Casale, dove il giorno di festa spegne le strade e tiene le famiglie chiuse nei saloni delle masserie, c’è persino un’area della Curia attualmente sotto sequestro per sospetti interramenti di rifiuti gestiti dalla camorra. E nessuno se n’è meravigliato. Renato Natale, l’ex sindaco dell’antimafia, un simbolo per Casale, però attacca: «Hanno lasciato la vecchia immondizia anche intorno agli scavi. Ci sono tante discariche a cielo aperto. Lo abbiamo segnalato, inutilmente».

Arrivavano fino a 30 metri per seppellire i rifiuti industriali, racconta Schiavone. «A Villaricca e Qualiano», nel napoletano, ad esempio furono sotterrati 520 fusti pericolosi. Nel 1991, primo campanello d’allarme: Michele Tamburrino, autista argentino di origini campane, fu costretto a lasciare il camion in strada e a farsi portare in ospedale, aveva i polmoni avvelenati e la vista annebbiata dai vapori dei bidoni appena trasportati per conto dei casalesi. Poco dopo, sarebbe esploso il blitz di
Adelphi: la prima inchiesta su logge massoniche, mafie e politica intrecciate intorno al traffico d’oro dei rifiuti, in arrivo dal Settentrione delle nostre industrie e dal nord Europa. Ma Schiavone tocca decine di luoghi. Molte province. Compresa quella di Latina, e il Molise. Una “striscia del rischio” che mette i brividi: carichi da milioni di tonnellate, 800mila quelle sospette. Già da tempo l’Ires (Istituto di ricerche economiche e sociali) calcolava: da fine anni Novanta a oggi i clan della camorra hanno sversato, solo nei 30 chilometri del litorale domizio «341mila tonnellate di rifiuti speciali pericolosi, 160mila di rifiuti speciali non pericolosi e altre 305mila di immondizia solida urbana».

Schiavone dice: «A Castel Volturno, i veleni li interravamo nei laghetti ». Racconta che negli anni Ottanta toglievano sabbia dal litorale domitio per realizzare il calcestruzzo e poi i “laghetti”, «venivano imbottiti di rifiuti». Ma ogni buco era buono per colmarlo a peso d’oro: anche sotto le vasche per l’allevamento di pesci. Neanche le acque si salvavano. Sarebbero stati tombati fanghi a ridosso dei laghi di Lucrino e d’Averno: luoghi per eccellenza del mito, l’Averno era porta d’ingresso dell’Ade, ora l’agonia dell’ambiente. Così il sindaco di Pozzuoli, Vincenzo Figliolia annuncia «una task force per i controlli », anche nella zona flegrea dei laghi. Anche i cittadini della “Terra dei fuochi” dove solo ieri i vigili del fuoco hanno spento oltre quindici incendi, premono per le bonifiche, annunciano una grande manifestazione di piazza a Napoli per sabato 16. «L’abbiamo sempre detto che ci hanno avvelenato da anni». Sì, lo sapevano tutti. Specie i colletti bianchi, ingegneri delle discariche lecite e illecite, e pezzi di Stato deviato che hanno partecipato alla pioggia di miliardi dei commissariamenti sui rifiuti in Campania. E lo raccontavano i pentiti. Non solo Schiavone. Ma anche Gaetano Vassallo, autentico imprenditore dei rifiuti, che ha “rovinato” padrini e politici di spicco, come Nicola Cosentino. E lo sta ripetendo, da qualche mese, il più recente dei collaboratori di giustizia: Luigi D’Ambrosio, alias Uccellino.

Uno che comincia così i suoi verbali. «Sono quello che spostava la terra e guidava i camion con i rifiuti. Solo io ho visto calare giù una ventina di furgoni. Io sono l’escavatorista».

Da Repubblica

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15/09/2013

Il Biocidio agisce anche in Piemonte

Qualche mese fa, è stato reso noto che è il Piemonte la regione italiana più esposta al pericolo di radiazioni, sia per i depositi di scorie radioattive che per gli scarichi di origine nucleare nelle acque e nell’aria. La conferma era arrivata dai dati contenuti in un dossier dell’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale.

L’elenco dei veleni indicati dal rapporto è sterminato: il Piemonte “ospita” il 96% delle tipologie di sostanze radioattive. Se si considerano soltanto i rifiuti radioattivi, aveva denunciato la rivista “Obiettivo Ambiente”,  il Piemonte è costretto a subire la presenza di oltre il 72% delle scorie italiane: anziché trasferirli, si prevede di mantenere molto a lungo questi residui, «grazie alla realizzazione di nuovi depositi nucleari collocati negli attuali siti di Saluggia, Trino Vercellese e Bosco Marengo. C’è poi il capitolo degli scarichi: gli impianti nucleari, anche solo per le attività di mantenimento in sicurezza, scaricano in aria e in acqua rifiuti radioattivi in modo sistematico e “autorizzato”, nonostante il fatto che sostanze come il trizio allo stato gassoso sia altamente radioattivo e responsabile dell’alterazione delle condizioni ambientali di Trino Vercellese. Il trizio inoltre, aggiunge la rivista, viene tranquillamente scaricato – nel Lago Maggiore – dal centro nucleare Erautom, in provincia di Varese.

Un altro grido di allarme contro il Biocidio – quello piemontese – che dunque non investe  solo la Campania. Proprio in questi giorni è stata resa nota l'allarmante e disarmata resa dell’Istituto Superare di Sanità sul territorio di Giugliano , terza città della regione Campania, dove oltre 220 ettari di territorio sono risultati zeppi di veleni e senza possibilità di bonifica. Il primo studio dell’Istituto Superiore di Sanità ha affermato testualmente che l’inquinamento è senza rimedio. La stessa falda acquifera risulta contaminata da sostanze cancerogene volatili anche nei 2mila ettari circostanti. “Realisticamente la bonifica appare impossibile – ha ammesso al Il Mattino il commissario di governo, Mario De Biase – Per legge, infatti, bisognerebbe raccogliere tutti i materiali, rimuoverli e trasportarli altrove. Stesso discorso vale per le acque. Un’impresa proibitiva”. Il Biocidio continua a compiersi, dal Meridione al Nord, risultato di un criminale connubio tra interessi di “prenditori” privati (o meglio privi di scrupoli), interessi strategici dello Stato (scorie nucleari nazionali e di altri paesi stoccate per anni) con quelli dell’economia criminale che, quando è servito, ha messo a disposizione la sua logistica e la sua capacità di controllo del territorio. E' lo stesso connubio di interessi che vuole fare a tutti i costi la Tav in Val di Susa. E magari scoprire tra quindici anni che l’amianto contenuto nelle montagne sventrate con la Tav ha avvelenato la gente e il territorio.

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