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21/03/2021

Le biografie dei “migliori”. Lamberto Giannini

Nel 1998 il neo capo della Polizia – direttore generale della pubblica sicurezza ebbe un ruolo centrale nell’arresto e nell’incriminazione di Hashi Omar Hassan, il cittadino somalo accusato ingiustamente dell’omicidio della giornalista di Rai3 Ilaria Alpi e del fotografo e operatore di ripresa Miran Hrovatin trucidati nel maggio del 1994 a Mogadiscio.

Hassan fu tenuto in carcere per 17 anni sulla base di testimonianze anomale per poi essere assolto dalla seconda sezione della Corte d’Assise di Roma.

Il caso venne riaperto in seguito ad una puntata della trasmissione televisiva Chi l’ha visto? in cui venne trasmessa una dichiarazione del testimone chiave delle accuse mosse a Hassan, indicato come uno dei componenti del commando che assassinò gli inviati del Tg3. Ahmed Ali Rage, detto “Gelle”, aveva testimoniato contro Hassan e solo sulla base di quella testimonianza Hassan venne condannato a 26 anni di carcere dalla corte di assise di appello di Roma.

“Gelle”, rintracciato da Chi l’ha visto, ammise di aver dichiarato il falso, ossia che non si trovava sul luogo del duplice omicidio e di aver accusato Hassan in quanto «gli italiani avevano fretta di chiudere il caso» e che, a lui, era stato promesso un aiuto a lasciare il Paese.

I giudici del tribunale di Perugia che, nel 2016, hanno deciso di indennizzare Hassan, per la lunga ed ingiusta detenzione, nelle motivazioni della sentenza scrissero che si trattava di “un depistaggio di ampia portata“.

Hassan, pochi giorni prima della sentenza di assoluzione raccontò a Fanpage.it come fosse stato incastrato dall’ex ambasciatore italiano in Somalia, Giuseppe Cassini, dall’intermediario somalo Ahmed Washington e da Ali Ahmed Rage, detto “Gelle”, il quale venne pagato, come lui stesso ammise molti anni dopo, per accusare Hassan di essere un membro del commando che uccise Ilaria Alpi e Miran Hrovatin.

Nel 1998, Hassan, dopo essere stato chiamato a testimoniare presso la commissione parlamentare sui crimini dei soldati italiani in Somalia, fu fermato dalla Digos di Roma che all’epoca era diretta proprio da Lamberto Giannini. Su quella circostanza riferì Hassan: “La Digos mi portò in un ufficio insieme a quello che era stato l’autista di Ilaria Alpi in Somalia, subito dopo mi dissero che ero accusato dell’omicidio dei giornalisti a condurre l’interrogatorio fu il Dottor Giannini“.

E fu ancora Lamberto Giannini a raccogliere anche la testimonianza di Sid Abdi, l’autista di Alpi e Hrovatin. Come si legge anche nella sentenza del Tribunale di Perugia, Abdi in un primo momento disse di non riconoscere in Hashi Omar Hassan uno degli uomini del commando che uccise i giornalisti ma poi Abdi cambiò clamorosamente versione accusando Hassan di essere autore dell’omicidio.

Fu proprio Giannini a raccogliere l’anomala accusa nei confronti di Hassan.

Come ebbe a raccontare lo stesso Hassan a Fanpage.it nel 2016 “L’autista restò in Italia fino a quando il mio processo non divenne definitivo, poi è tornato in Somalia e misteriosamente dopo 8 giorni è morto”. Prima però riuscì a parlare con dei giornalisti locali: “Disse che avevano pagato anche lui per accusarmi, per questo lo avevano portato in Italia“.

L’altro grande accusatore, “Gelle”, subito dopo la deposizione alla Digos di Roma diretta da Giannini, fuggì all’estero, in Inghilterra, dove poi fu trovato nel 2016 dai giornalisti di Chi l’ha visto? ed ammise di essere stato pagato per accusare Hassan.

Ad opporsi fermamente contro l’archiviazione delle indagini sul duplice omicidio sono sempre stati i genitori di Ilaria Alpi: Giorgio Alpi, morto l’11 luglio del 2010, e la madre, Luciana Alpi, scomparsa nel 2018. Anche dopo la morte di Giorgio, Luciana ha continuato la sua battaglia contro il muro di gomma che circondava la vicenda dell’assassinio dei due reporter.

Nonostante la stanchezza e i malanni che l’hanno afflitta nell’ultimo decennio di vita, Luciana non si era mai rassegnata alla morte di sua figlia Ilaria e non aveva mai sposato la versione ufficiale: troppe contraddizioni, troppe buchi nelle testimonianze offerte, troppe omissioni da parte degli stessi inquirenti.

Lo aveva capito sin da quando negarono a lei e Giorgio l’autopsia sul corpo di Ilaria mentre il referto dell’esame autoptico era già sparito dall’incartamento ufficiale per riapparire, poi, tra le carte di un trafficante internazionale di armi. E poi le tantissime bugie che si susseguivano, i depistaggi, le tesi precostituite, le conclusioni contraddittorie e stravaganti delle due Commissioni parlamentari d’indagine.

Luciana e Giorgio Alpi avevano compreso che il duplice omicidio di Ilaria e Miran era connesso ad un’inchiesta che i due reporter stavano conducendo sull’ambiguo mondo della cooperazione internazionale che aveva fatto da copertura ad un gigantesco scambio di rifiuti tossici e forniture di armi tra il governo italiano dell’epoca e la Somalia.

Mogadiscio nel 1994 era in piena guerra civile. La parte Nord era sotto il controllo di Ali Madhi e la parte sud del clan avversario di Aidid. Nel 1991 c’era stata la guerra civile dopo una dittatura durata anni da parte di Siad Barre. Per questo motivo l’Onu nel 1992 decide la missione di pace “Restore Hope”. Il 20 marzo 1994 i soldati italiani si preparano a lasciare la città.

L’ ultimo viaggio in Somalia di Ilaria e Miran è stato ricostruito dalla Commissione d’inchiesta presieduta da Carlo Taormina attraverso le immagini – ritrovate – girate da Ilaria e Miran stessi. Una ricostruzione piena di “buchi”: non si vede mai chi accompagna Ilaria e Miran, quale macchina usano, né chi incontrano a Gardo e nulla si deduce sulla motivazione di quel viaggio. Nei dieci giorni trascorsi in Somalia Ilaria e Miran passano per Mogadiscio, Balad, Merca, Johar, Bosaso, Gardo, Bosaso e, infine, di nuovo a Mogadiscio.

Il 14 marzo 1994 Ilaria e Miran si recano a Bosaso presso il compound di Africa ’70 dove i giornalisti vanno appena arrivati e dove trovano solo personale somalo. Tutti gli italiani si trovano infatti a Gibuti (rientreranno il 16 marzo), dove hanno dovuto riparare in seguito ad accuse e minacce da parte di una fazione dell’SSDF, il partito del nordest della Somalia. Ilaria e Miran si recano in ospedale per registrare le immagini dei malati di colera che sono ricoverati: donne, giovani, bambini. Poi, quasi al tramonto, raggiungono il porto.

Il giorno dopo, quasi all’alba, ancora al porto, Miran riprende le attività di carico e scarico con una lunga carrellata su navi e banchina. Poi Ilaria intervista il dottor Kamal, un medico proprietario del compound e delle auto utilizzate da Africa ’70, il quale fornisce le cifre dell’epidemia di colera: 26 morti, 635 persone ricoverate e almeno il triplo rimaste nella propria casa. Nel corso delle riprese, si sente una voce fuori campo chiedere ai giornalisti, in italiano, se sono della Rai.

Nel pomeriggio Ilaria intervista il sultano di Bosaso, Abdullahi Moussa Bogor. L’intervista dura tre ore. La telecamera viene spenta e riaccesa due volte: tra una pausa e l’altra, si sente Ilaria chiedere al sultano di Mugne, della nave sequestrata, degli scandali della cooperazione italo-somala, delle armi, dei rifiuti tossici seppelliti lungo la strada Garoe-Bosaso.

Alle ore 15 del 20 marzo 1994, un dispaccio dell’Ansa riportava la tragica notizia della uccisione dei due giornalisti italiani a Mogadiscio in cui si precisava anche la fonte: “Giancarlo Marocchino, un autotrasportatore italiano che vive a Mogadiscio da dieci anni».

Giancarlo Marocchino, potentissimo imprenditore di Mogadiscio, è l’uomo che per primo arrivò sul luogo dell’esecuzione di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Mai indagato dalla procura di Roma per l’omicidio, si prodigò per portare in Italia l’automobile coinvolta nell’agguato su incarico della commissione Taormina. O meglio, quella che si riteneva essere l’automobile della giornalista uccisa. Ma il sangue rimasto sui sedili non era compatibile con il Dna di Ilaria e Miran, come accerterà una perizia della Procura di Roma nel 2008. Dunque, Marocchino aveva tentato di depistare le indagini.

Decine di annotazioni, rapporti, messaggi rinvenute e declassificate dal SISMI indicano Marocchino come uno dei principali trafficanti di armi verso i signori della guerra somali. Nel 1993 i suoi traffici hanno come destinatario principale Aidid, inviso dagli Usa, tanto che verrà espulso dalla Somalia. Tuttavia, il governo italiano riuscirà a farlo rientrare pochi mesi dopo. Ma di cosa si occupava Marocchino? Oltre che di logistica, per il Sismi “Avrebbe ripreso a trafficare in armi e rifiuti tossici e radioattivi”, dopo aver costruito un nuovo porto ad El Maan, cento chilometri da Mogadiscio.

Dal quel 20 marzo di 27 anni fa si sono susseguiti depistaggi, false dichiarazioni, ritrattazioni. Ci sono stati tre processi e una commissione parlamentare d’inchiesta. Due le tesi: quella della Commissione d’inchiesta, secondo la quale Ilaria e Miran sono stati uccisi per un tentativo di rapina finito male; l’altra è invece del Gip della Procura di Roma del 2007, che ha respinto la richiesta di archiviazione avanzata dal pm Ionta perché, secondo il gip, è stato un omicidio su commissione per impedire che Ilaria e Miran portassero a conoscenza dell’opinione pubblica le loro inchieste in Somalia. In mezzo, decine di depistaggi, false piste, false dichiarazioni, ritrattazioni e omissioni

Ad ottobre del 2014, inoltre, sono emersi i depistaggi ad opera dei servizi segreti. Sono emerse diverse informative che venivano trasmesse da Mogadiscio a Roma, che facevano riferimento al duplice omicidio e che poi venivano cancellate. Si tratta di informative scritte a mano da un uomo del Sismi, Alfredo Tedesco, presente a Mogadiscio, cancellate e non riportate nei rapporti del Sismi.

Tra gli appunti di Ilaria pervenuti in Italia, si legge in un block-note: SHIFCO/MUGNE/1400 MILIARDI FAI/ DOVE È FINITA QUESTA INGENTE MOLE DI DENARO?

17 aprile 2018 durante l’udienza preliminare sono emersi nuovi documenti trasmessi dalla procura di Firenze a quella di Roma. Si tratterebbe di intercettazioni che risalirebbero al 2012 tra cittadini somali che parlano dell’omicidio della giornalista e del suo operatore. Tuttavia, a Giugno, la procura di Roma ha chiesto di nuovo l’archiviazione del caso perché giudica irrilevanti le intercettazioni trasmesse dalla procura di Firenze a quella di Roma ed emerse nel corso dell’udienza preliminare il 17 aprile scorso.

Ma il gip Andrea Fanelli, a giugno, ha dato alla Procura di Roma l’incarico di proseguire l’indagine per altri sei mesi. A quel punto la FNSI e l’ordine dei giornalisti e i giornalisti Rai si sono costituiti parti offese.

Ad ottobre del 2019 i legali della famiglia Alpi hanno presentato l’atto di opposizione all’archiviazione dell’indagine citando, tra gli altri, la sentenza di primo grado legata all’uccisione di Mauro Rostagno, l’audizione del generale Mario Mori in Commissione parlamentare, la sentenza di Palermo sulla cosiddetta trattativa Stato-Mafia e ad alcuni appunti della stessa giornalista e di atti desecretati nel 2014.

Anche la Federazione della Stampa, l’Ordine dei giornalisti e l’Usigrai hanno depositato l’opposizione, chiedendo di rivelare la fonte confidenziale che nel 1997 aveva parlato del movente.

Ad oggi sono passati 27 anni da quel tragico giorno in cui furono brutalmente assassinati a Mogadiscio due reporter italiani, liberi ed indipendenti, che erano ad un passo dal rendere pubblica una verità scomoda su uno del più loschi traffici di Stato che l’Italia ricordi. Sono stati 27 anni di depistaggi, di trame oscure e di torbide manovre atte/i ad impedire che si addivenisse a verità e giustizia per Ilaria e Miran.

Per chi ancora, nonostante tutto, nutre la speranza che ciò, prima o poi avvenga, di certo, la nomina di Lamberto Giannini a capo della polizia non è certamente un buon segnale.

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