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19/03/2021

Viva la Comune!


da Marx a Lenin a Brecht a oggi.

Il 18 marzo 1871, esattamente centocinquantanni fa a Parigi la Guardia Nazionale e le municipalità elette dal popolo, prendevano il potere, scacciando dalla città le truppe e il governo reazionario di Thiers.

Nasceva La Comune, il primo autogoverno socialista della storia, che avrebbe governato la città fino al 28 maggio, quando le truppe governative, con il sostegno di tutti i poteri europei, riconquistarono Parigi massacrando decine di migliaia di insorti, in gran parte operaie e operai.

La restaurazione fu feroce ed implacabile, ma il primo esperimento socialista dell’umanità era nato e, anche se soffocato nel sangue, avrebbe continuato a diffondere il suo messaggio ed i suoi insegnamenti.

Si narra che verso la fine del gennaio del 1918, una sera Lenin scendesse in strada a Pietrogrado e improvvisasse un festeggiamento: perché il governo rivoluzionario dei soviet, dopo poche settimane già assediato da tutto il mondo imperialista, aveva superato la durata della Comune di Parigi.

La rivoluzione sovietica fu una Comune che riuscì a sconfiggere la reazione armata, non meno feroce in Russia di quella che in Francia sterminò i comunardi. Perché nessun cambio di società è mai indolore e la vendetta e la rabbia dei poteri offesi dall’insorgere degli oppressi è sempre terribile, quando può realizzarsi.

Per questo la Comune parla anche dei giorni nostri, nei quali un capitalismo feroce domina gran parte del mondo, accompagnando le sue stragi con l’accusa di violenza ai suoi avversari.

Karl Marx nel 1871 colse subito il valore e l’importanza della Comune per tutta l’umanità, anche se non c’erano “marxisti” tra i militanti delle varie anime socialiste e gli anarchici che guidarono quella esperienza.

Nel suo scritto La Guerra Civile in Francia Marx esaltò ed assunse gli insegnamenti della rivoluzione parigina, a partire dal primo, cioè che lo Stato degli oppressi non poteva essere lo stesso di quello degli oppressori, ma che l’intera macchina del potere andava rovesciata e ricostruita.

La Comune superava i confini del vecchio conflitto tra repubblica borghese liberale e monarchia feudale, tra destra e sinistra finta, e costruiva la prima repubblica sociale, cioè poneva la condizione degli oppressi alla base del nuovo stato, con grande orrore di ricchi e padroni.
“La Comune, essi esclamano, vuole abolire la proprietà, la base di ogni civiltà! Sì, o signori, la Comune voleva abolire quella proprietà di classe che fa del lavoro di molti la ricchezza di pochi. Essa voleva l’espropriazione degli espropriatori. Voleva fare della proprietà individuale una realtà, trasformando i mezzi di produzione, la terra e il capitale, che ora sono essenzialmente mezzi di asservimento e di sfruttamento del lavoro, in semplici strumenti di lavoro libero e associato…

...Se la Comune era dunque la vera rappresentante di tutti gli elementi sani della società francese, e quindi il vero governo nazionale, era in pari tempo un governo internazionale in tutto il senso della parola, poichè era governo di operai e campione audace della emancipazione del lavoro...

...La grande misura sociale della Comune fu la sua stessa esistenza operante. Le misure particolari da essa approvate potevano soltanto presagire la tendenza a un governo del popolo per opera del popolo. Tali furono l’abolizione del lavoro notturno dei panettieri; la proibizione, pena sanzioni, della pratica degli imprenditori di ridurre i salari imponendo ai loro operai multe coi pretesti più diversi, procedimento nel quale l’imprenditore unisce nella sua persona le funzioni di legislatore, giudice ed esecutore, e per di più ruba denaro. Altra misura di questo genere fu quella di consegnare alle associazioni operaie, sotto riserva d’indennizzo, tutte le fabbriche e i laboratori chiusi, tanto se i rispettivi capitalisti s’erano nascosti, quanto se avevano preferito sospendere il lavoro...”
La Comune fu un vero governo del popolo per il popolo, denso di misure concrete per gli oppressi e gli sfruttati e per questo suscitò la ferocia incontenibile degli oppressori, che fecero strage degli insorti, ma che, grazie al totale controllo dell’informazione, riuscirono a far passare per violenti assassini le loro stesse vittime.

I comunardi combatterono e furono accusati di tutto, ma Marx non si nascose dietro le parole e difese tutti gli atti dei rivoluzionari, anche la fucilazione degli ostaggi.
“La vita degli ostaggi era stata condannata più di una volta dalle continue uccisioni di prigionieri perpetrate dai versigliesi. Come potevano essere risparmiati più a lungo dopo il massacro con cui i pretoriani di Mac Mahon celebrarono il loro ingresso a Parigi? Si doveva dunque far diventare una semplice burla anche la presa degli ostaggi, ultima garanzia contro la ferocia senza scrupoli dei governi borghesi? Il vero assassino dell’arcivescovo Darboy è Thiers...”
A volte per costruire il bene si deve usare parte del male che si vuole eliminare e non sono certo coloro che su quel male fondano il proprio potere, che possono fornire lezioni morali.

Questo era chiaro a Marx e venne ripreso da par suo da Bertolt Brecht nella “Risoluzione dei comunardi” del suo dramma “I giorni della Comune”:
“Abbiamo visto
che ascoltate la voce del cannone:
un’altra lingua voi non la capite.
E allora non ci resta –
a male estremo, estrema soluzione –
che puntarvi il cannone sulla testa.“
Io credo che nel mondo feroce ed ingiusto di oggi la Comune non rappresenti tanto una sconfitta del passato, ma una speranza per il futuro perché il suo modello di giustizia sociale ed autogoverno popolare è la sola vera alternativa alla barbarie che dilaga.

VIVA LA COMUNE!

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