Quando si pensa di collegare Marx all'idea di "comune", spesso si fa riferimento a quella di Parigi nel 1871 e all’analisi politica che espresse in La guerra civile in Francia. Vita comunitaria/comune/comunità: il filosofo tedesco sembra avervi visto un potente strumento di lotta contro il capitale. Pubblichiamo, in merito, l'intervista di Hoël Le Moal (storico e membro del PCF) a John Bellamy Foster.
Hoël Le Moal: Sembra che Marx sia stato segnato, per tutta la vita, dalla questione della proprietà comunitaria. Nell'articolo Marx e la società comunitaria, pubblicato nel numero di luglio-agosto 2025 di Monthly Review, lei cita Marx che, nei Grundrisse, afferma che «in quanto membro della comune, il singolo è proprietario privato» di un «particolare terreno». Cosa intendeva Marx per "comune" nelle società precapitalistiche? Era sinonimo di "comunità"?
John Bellamy Foster: La cosa importante da capire è che Marx non identificava la proprietà esclusivamente con la proprietà privata, che era solo una delle forme di proprietà che divenne dominante solo sotto il capitalismo. Le forme di proprietà comunitaria o collettiva avevano predominato per quasi tutta la storia umana. Inoltre, secondo Marx, tutti gli individui, in tutte le culture, possiedono una proprietà, poiché il concetto stesso di proprietà (come in pensatori precedenti come Locke e Hegel) si identifica con l'appropriazione della natura come base della sussistenza. La proprietà comunitaria assume un'ampia varietà di forme nelle società precapitalistiche, a seconda delle condizioni naturali e sociali.
Il passaggio dei Grundrisse che lei cita aveva a che fare con l'interpretazione di Marx della "marca germanica" [sistema di proprietà comune e produzione collettiva della terra. N.d.t.]. Secondo Marx ed Engels, la marca, come descritta da Tacito, era uno sviluppo successivo della proprietà comunitaria, rispetto a quanto Cesare aveva spiegato nel suo La guerra gallica, più di un secolo prima, in cui veniva descritta una forma più "pura" di società comunitaria. Nella marca, l'organizzazione comunitaria della proprietà esisteva ancora, ma assumeva la forma di una periodica ridistribuzione delle terre comuni a dei "proprietari privati" che non possedevano la terra ma la lavoravano secondo il principio dell'usufrutto. Questa è solo una forma di proprietà collettiva. Essa combinava la responsabilità individuale/familiare con un'organizzazione comunitaria complessiva. A questo proposito, consiglio la lettura di La marca, un articolo scritto da Engels nel 1882, che Marx condivideva.
Se non erro, in relazione alla Comune di Parigi Engels disse che potremmo semplicemente usare il termine comunità. Credo che questo sia importante, in un certo senso, come la distinzione di Ferdinand Tönnies tra Gemeinschaft (comunità) e Gesellschaft (società). Ma il termine comunitario ha ovviamente connotazioni diverse, più olistiche, legate alla proprietà collettiva e allo scambio di valori d'uso, che si inseriscono in un profondo dibattito storico e in una lunga serie di lotte di classe.
HLM: Fino alla fine del Medioevo, la nozione di società comunitaria sembra essere sempre stata legata alla questione della struttura di comando della società e a quella della proprietà: la comune è un'organizzazione politica o economica, o entrambe allo stesso tempo?
JBF: Direi entrambe le cose contemporaneamente. Tutte le società hanno strutture di comando politico di un tipo o dell'altro, non necessariamente ciò che chiamiamo Stato. Tutte queste forme di organizzazione sono orientate innanzitutto all'organizzazione dei rapporti di proprietà e della produzione, che si tratti di proprietà comunitaria o di proprietà privata.
HLM: Secondo Marx, l'esperienza della Comune di Parigi del 1871 rappresentò non la costruzione di un nuovo potere statale, ma la negazione del duplice rapporto tra Stato e società civile. Lei ricorda che Marx, in La guerra civile in Francia, scrisse che la Comune «voleva l’espropriazione degli espropriatori»: in che modo?
JBF: La Comune di Parigi del 1871 prese naturalmente il nome da quella del 1789, ma rappresentò un fenomeno molto diverso, in questo caso non era una rivoluzione borghese, bensì una rivoluzione contro la borghesia. Ricordo che alla fine del primo libro del Capitale Marx fa riferimento all'"espropriazione degli espropriatori", che egli vede come la negazione della negazione. Il capitale espropriò la proprietà di innumerevoli popoli sia in Europa che in tutto il mondo attraverso le enclosures* e l'espropriazione coloniale delle proprietà dei popoli indigeni (che Marx considerava collegate ai processi di "sterminio" ed "estirpazione"). La Comune di Parigi mirava principalmente al rovesciamento dei rapporti di proprietà privata capitalistici e all'istituzione di rapporti di produzione più comunitari o collettivi. Fu quindi una manifestazione di quella stessa "espropriazione degli espropriatori" che Marx ne Il Capitale aveva indicato come il necessario sviluppo storico.
HLM: Le "comuni" esistono oggi nelle società capitaliste: in che modo sono eredi di questo passato comunitario e in che modo lo hanno forse distorto?
JBF: È difficile dirlo, dato che esistono in così tante forme diverse. Consiglierei di studiare le società postrivoluzionarie, o società di transizione, in questo senso. Il mio articolo è apparso nel numero speciale di luglio-agosto 2025 di Monthly Review, curato da Chris Gilbert e Cira Pascual Marquina, intitolato "Communes in Socialist Construction". Esamina come la lotta per la società comunitaria si sia sviluppata in modi diversi in Cina, Venezuela, Brasile, URSS, Ungheria e nelle lotte contadine a livello globale, persino in relazione alla cooperativa Cooperation Jackson negli Stati Uniti. Non potrei nemmeno iniziare a riassumere le ricche analisi contenute e consiglio semplicemente a chiunque sia interessato di iniziare a leggere il numero speciale.
HLM: Lei fa una bellissima affermazione secondo cui, per Marx, «il passato mediava tra il presente e il futuro». Come può una forma di organizzazione antica come la comune rappresentare un futuro auspicabile? Lei vede nel mondo sistemi che le assomigliano? (in Cina, in Venezuela, ecc.)
JBF: La citazione che riporta qui è una espressione che io stesso ho usato in alcune occasioni e che deriva dalla mia comprensione della dialettica storica di Marx, o dialettica di continuità e cambiamento. Una prospettiva materialista storica ci aiuta a comprendere che il "passato" non è mai semplicemente passato, morto e sepolto, ma che rinasce costantemente sotto forma di lotte che rappresentano l'incompiutezza del cambiamento storico, contraddizioni ancora irrisolte e persino acuite, e un futuro ancora da costruire. La comprensione marxiana del cambiamento rivoluzionario si basava costantemente sul passato come mediatore tra presente e futuro.
Ho appena terminato un libro intitolato Breaking the Bonds of Fate: Epicurus and Marx (Monthly Review Press, 2025), che spiega in che misura la concezione materialistica di Marx e la sua idea della libertà umana si siano evolute a partire dal suo incontro con Epicuro durante la stesura della sua tesi di dottorato, e come ciò abbia influenzato la sua concezione della società comunitaria/collettiva e dello sviluppo degli individui sociali. Sebbene abbiamo sperimentato enormi cambiamenti tecnologici nel corso dei millenni, esiste una continuità (ma anche un cambiamento) nella lunga lotta storica sui rapporti sociali di produzione, rappresentata dal conflitto secolare tra società comunitaria e società basata sullo sfruttamento di classe.
È chiaro che ci sono aspetti dell'organizzazione comunitaria odierna, in Cina, in Venezuela e altrove, che attingono e persino, in qualche modo, approfondiscono molte delle relazioni comunitarie storiche di cui si occupavano Marx ed Engels, associate alle società precapitalistiche. Non posso commentare ulteriormente questo argomento in questo spazio limitato, se non per ribadire che il numero speciale di Monthly Review sopra menzionato contiene una grande quantità di dettagli al riguardo. C'è anche un meraviglioso libro di Chris Gilbert pubblicato da Monthly Review Press nel 2023 intitolato: Comune or Nothing! Venezuela's Communal Movement and Its Socialist Project.
Nota
* N.d.T. Con il termine enclosures, J. B. Foster si riferisce soprattutto alla recinzione dei terreni comuni effettuata in Inghilterra, a partire dal XVI secolo, dai proprietari terrieri della piccola nobiltà e della borghesia mercantile al fine di appropriarsi unilateralmente di terre comuni, e alla violenta espulsione di interi villaggi dalla terra che le loro famiglie avevano lavorato per secoli.
Fonte
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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22/03/2021
La Comune e noi
La Rete dei Comunisti Roma lo scorso giovedì 18 marzo ha ospitato un dibattito sulla propria pagina Facebook sulla Comune di Parigi e il valore di quell’evento per il mondo moderno – intitolato proprio La Comune e il mondo moderno – nell’occasione del 150° anniversario dalla presa del potere da parte della Parigi operaia.
Il ricco incontro ha avuto la possibilità di spaziare tra molti argomenti, dalle cause storiche che hanno portato all’insurrezione, alle specificità della rivolta urbana e i possibili parallelismi con la situazione odierna, alla questione dello Stato, della presa del potere, della democrazia e molto altro.
Gli interventi di Cristiano Armati per la Red Star Press e di E. Vertius per Unité Communiste, con un video inviato direttamente dalla Francia, hanno impreziosito l’ora e mezza di dibattito, aperto da Danilo Ruggeri, introdotto e moderato da Chiara De Marchis e concluso da Alessandro Perri.
In vista di una possibile pubblicazione degli atti e di altri scritti che saranno raccolti nei prossimi giorni, aggiungiamo un contributo a firma di Massimiliano Piccolo.
Buona lettura.
Il ricco incontro ha avuto la possibilità di spaziare tra molti argomenti, dalle cause storiche che hanno portato all’insurrezione, alle specificità della rivolta urbana e i possibili parallelismi con la situazione odierna, alla questione dello Stato, della presa del potere, della democrazia e molto altro.
Gli interventi di Cristiano Armati per la Red Star Press e di E. Vertius per Unité Communiste, con un video inviato direttamente dalla Francia, hanno impreziosito l’ora e mezza di dibattito, aperto da Danilo Ruggeri, introdotto e moderato da Chiara De Marchis e concluso da Alessandro Perri.
In vista di una possibile pubblicazione degli atti e di altri scritti che saranno raccolti nei prossimi giorni, aggiungiamo un contributo a firma di Massimiliano Piccolo.
Buona lettura.
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“Il filisteo socialdemocratico recentemente si è sentito preso da un salutare terrore sentendo l’espressione: dittatura del proletariato. Ebbene, signori, volete sapere com’è questa dittatura? Guardate la Comune di Parigi. Questa era la dittatura del proletariato”.
Friedrich Engels, nel ventesimo anniversario della Comune di Parigi
Dopo decenni di riflusso – successivo alla grande stagione di lotte che tra i Sessanta e i Settanta (del Novecento) ha animato le piazze di quasi tutto il mondo – una ricorrenza, come quella del centocinquantesimo dalla fondazione della Comune di Parigi, ci offre parecchi spunti di riflessione sull’organizzazione delle forze rivoluzionarie e sulle sue forme, sulla nozione di fallimento, sulle tappe che un’idea rivoluzionaria necessariamente attraversa, sulle rotture con la sinistra e la tradizione capitalista/parlamentare, sui rapporti di forza e anche sul nostro presente e futuro.
Di più: un’occasione come la ricorrenza della Comune parigina non può ridursi a una commemorazione, a una celebrazione liturgica; essa deve costituire la rappresentazione della possibilità dell’inversione storica. Non bisogna relegare – cioè – la giusta analisi dei rapporti tra le forze in campo a un determinismo (il cui eventuale sbocco rivoluzionario sarebbe quasi messianico) che, partendo dalla constatazione della presunta insussistenza delle condizioni (sussistenza delle condizioni che sarebbe, invece, il prodotto di una linea del tempo semplice, “la fila indiana del prima e del poi”, progressiva e tesa, perché sempre piena di avanzamenti), rimandi sempre il momento della responsabilità dell’accoglimento di una prospettiva rivoluzionaria. Una siffatta filosofia della storia sarebbe incapace di cogliere l’irruzione di un evento, di qualcosa, cioè, irriducibile a un ordine precostituito.
Diamo per acquisita la ricostruzione dei fatti, dal conflitto franco-prussiano alle dinamiche storiche interne al tessuto sociale francese (e anche le principali analisi – classiche e meno classiche – che sono state prodotte dal movimento operaio e comunista) e spingiamoci verso l’analisi di ciò che questi hanno sedimentato nella nostra consapevolezza e nell’oggettività dei processi.
L’insegnamento principale, che possiamo trarre dalla Comune – e che mi sembra invece di poter anticipare come conclusione ma anche come ipotesi da verificare – è la possibilità di assegnare un’identità (sfuggevole sì ma sempre determinata) ai grandi eventi interni alla trama rivoluzionaria, quelli, cioè, capaci di generare delle conseguenze e che, nel caso dell’azione dei comunardi, potrebbe essere l’aver creato un insieme di valori universali seppur nati in un contesto determinato: essa fu, leggendo Marx, il vero governo nazionale, perché rappresentante di tutti gli elementi sani della società francese, ma allo stesso tempo un governo internazionale, “modello per l’emancipazione del lavoro”.
Marx, a proposito della durata della Comune, cioè della storia delle sue conseguenze, aveva già le idee chiare: “Essa non può venir sradicata da nessun massacro, per quanto grande. Per sradicarla, i governi dovrebbero sradicare il dispotismo del capitale sul lavoro, condizione della loro stessa esistenza di parassiti. Parigi operaia, con la sua Comune, sarà celebrata in eterno, come l’araldo glorioso di una nuova società”[1]. Quindi modello può anche essere letto così: come un evento capace di generare conseguenze che durano nel tempo, andando oltre il suo essere circoscritto alle contingenze che lo fotografano.
Lo stesso Marx, già un ventennio prima, analizzando i fatti di febbraio e giugno del 1848 a Parigi, indicava la prospettiva futura: “il progresso rivoluzionario” non si compie, infatti, attraverso le sue conquiste immediate, per cui se maledetto dev’essere giugno, al contrario – e solo in modo apparentemente paradossale – febbraio non fu la disfatta della rivoluzione ma degli ostacoli prerivoluzionari, tant’è che l’aristocratico Lamartine “era la rivoluzione di febbraio stessa, l’insurrezione di tutti, con le sue illusioni, la sua poesia, il suo contenuto chimerico e le sue frasi”[2]. Sarà il proletariato a imporre la Repubblica al governo provvisorio, conquistando un nuovo terreno di lotta per l’emancipazione.
Ma la Repubblica diventò presto la restaurazione dell’ordine borghese – che proprio nel 1848 in Francia esauriva la sua parabola rivoluzionaria – e agli operai non rimase che rispondere “il 22 giugno con la terribile insurrezione in cui venne combattuta la prima grande battaglia tra le due classi in cui è divisa la società moderna”[3]. Comincia a operare, così, seppure in modo ancora surrettizio, quella rottura tra la Repubblica e il proletariato che diverrà manifesta, oltre un ventennio dopo, il 28 gennaio del 1871 con la firma dell’armistizio fra Jules Favre e Bismarck e che determinò la capitolazione di Parigi. Fu una rottura con la borghesia e non con la forma politica della Repubblica (che in quel momento ne era strumento); così come a Campo di Marte, nel luglio del 1791, la rottura fu con una fazione della borghesia stessa e, come fosse una faglia sopra la monarchia di Luigi XVI, il proletariato fu accompagnato da una delle due parti nel suo spostamento.
Ma la Comune segna pure una frattura rispetto alla Rivoluzione dell’Ottantanove, allo schema del suo manifestarsi: nella prima fase – quella monarchico costituzionale – il Terzo Stato o, potremmo dire con Soboul, la borghesia costituente, attraverso la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino prima e la Costituzione del 1791 dopo, aveva assicurato “il dominio delle classi possidenti”[4]. La vera rivoluzione avrà inizio tra il 1792 e il 1793 nella sua fase democratica e popolare: qui il popolo riconosce ancora alla borghesia (a quella parte di essa che lo stava accompagnando nel suo spostamento) una funzione, fin quando questa, tra il luglio del 1794 e il maggio del 1795 non restaura l’ordine borghese e liberale. Segni di disaffezione tra il governo rivoluzionario e il movimento popolare si erano già avvertiti ad aprile del 1794: “la rivoluzione è congelata”, notava Saint Just. L’esercizio ancora indiretto e mediato del potere, da parte delle classi popolari, rimandava l’acquisizione consapevole della necessità dello strappo, della rottura.
Con Babeuf, tra il 1795 e il 1796, si superano, per la prima volta, le contraddizioni in cui era caduta la Rivoluzione nel momento in cui voleva difendere gli interessi popolari e la proprietà privata; ma, oltre a sfuggirgli l’importanza della concentrazione capitalistica e dello sviluppo della produzione industriale, il comunismo gli appariva ancora come un ideale. Infatti, la sua “Congiura degli uguali costituì il primo tentativo d’introdurre il comunismo nella realtà”[5]. Su questo scarto tra reale e ideale torneremo tra poco.
Marx, nella Guerra civile in Francia, descrivendo minuziosamente fatti e personaggi riguardanti la Comune, opera continui rimandi alle vicende del 1848 francese (e non solo); la Francia era considerata, infatti, la “terra classica delle lotte di classe”, dove in quarant’anni (dal 1830 al 1870) i giovani repubblicani e gli operai avevano fatto cadere due monarchie e un impero. Gli operai in armi – va aggiunto – perché come notava sempre Marx, “Parigi armata era l’unico ostacolo serio sulla via del complotto controrivoluzionario”[6]. In questo modo, gli usurpatori del 4 settembre 1870, quelli che dopo il rovesciamento dell’impero a seguito di poderose manifestazioni popolari e la presa dell’Hotel de ville, dirottarono il contenuto politico della Repubblica verso il governo di difesa nazionale, avevano ormai le ore contate.
Nella storia delle battaglie del movimento operaio sono frequenti i casi in cui le circostanze dei tempi sono utilizzate – a destra da chi fa il proprio mestiere, a sinistra da chi si autoproclama soggetto del cambiamento – come pretesti per blindare, irreggimentare, il divenire del processo storico; in Francia, come in Italia (la cosiddetta solidarietà nazionale dopo il decennio rosso del lungo sessantotto italiano), allora come oggi.
Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte ci consegna la famosa immagine in cui Marx, parafrasando Hegel, nota come tutti i grandi fatti e i grandi personaggi della storia universale si presentano due volte: la prima come tragedia, la seconda come farsa e, gli stessi moti del 1848, appaiono una parodia del 1789 o del biennio rivoluzionario 1793-95. I moti del 1848 possono essere considerati, allora, ancora all’interno della durata delle conseguenze dell’Ottantanove. La Comune, invece, è un assoluto cominciamento, un inizio. Una nuova generazione di operai e rivoluzionari, in gran parte sconosciuti ai vecchi repubblicani, emerge nella nuova scena delle lotte di classe in Francia.
Quindi, come dirà poi Mao: “lotta, fallimento, nuova lotta, nuovo fallimento, nuova lotta ancora, e così fino alla vittoria”.
Cos’è, dunque, un fallimento? Prendiamo spunto da quella che Badiou ha chiamato l’ipotesi comunista e dall’analogia – da lui istituita – col problema scientifico posto dal teorema di Fermat, che ha impiegato tre secoli prima di giungere alla definitiva dimostrazione per opera del matematico Wiles; un periodo lungo e pieno di tentativi per dimostrarlo che ha generato anche nuove e importanti scoperte. Così Badiou: “La fecondità di questa serie di fallimenti, della loro disamina, delle loro conseguenze, ha animato la vita matematica. In questo senso il fallimento, a condizione che non si ceda sull’ipotesi, non è altro che la storia della giustificazione di quest’ultima”[7].
A condizione che non si ceda sull’ipotesi – mi sembra – che sia per noi la proposizione su cui porre l’accento. Appare oggi del tutto evidente, infatti, la necessità del cambiamento di questo mondo e non – come invece fino a qualche tempo fa sosteneva la sinistra (quella cosiddetta radicale che quando può va al governo) – che un altro mondo è possibile. Ciò di cui la realtà ci parla è l’insostenibilità di questo mondo, esigenza ben più stringente della velleitaria e moralistica rivendicazione di una possibilità altra nella storia.
Qual è, allora, l’identità, il ruolo, la funzione, che la Comune parigina assume su di sé all’interno di questo percorso? Potremmo dire la sua forza o la sua capacità di generare conseguenze all’interno della storia dell’inveramento delle ragioni del comunismo? In altre parole: con la Comune ci si confronta con l’immanenza di una verità politica all’interno dell’infinito processo storico del suo farsi. La Comune, quindi, come evento creatore di senso e pregno di conseguenze, che rompe con la tradizione rivoluzionaria repubblicana delle precedenti lotte di classe in Francia e che, assumendo un valore universale, postula l’esistenza di una figura dell’emancipazione che empiricamente diviene sì il partito rivoluzionario, ma come strumento transeunte del socialismo e del comunismo.
La riflessione leninista sul partito, la pratica politica concreta del partito rivoluzionario che vuole superare la contraddizione tra la critica allo Stato e il farsi poi esso stesso Stato, le precauzioni di Mao sulle contraddizioni in seno al popolo e sulla lotta di classe interna allo stesso partito, sono tutte, infatti, conseguenze aperte dalla Comune. Domande che, in particolar modo quelle sulle forme adeguate dell’organizzazione rivoluzionaria, non hanno ancora esaurito tutta la loro carica euristica.
Quindi se “il comunismo non è uno stato di cose che debba essere instaurato, un ideale al quale la realtà dovrà conformarsi, [...] ma il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente”[8], anche la Comune, allora, fu un Moderno Principe (Gramsci); perché come Lenin e il partito bolscevico, non ha tentato – come cavaliere della virtù (Hegel) – di uniformare il reale all’ideale, di “invertire l’invertito corso del mondo”, ma, essendone la grammatica, l’ha abitato come un frammento della verità in via di realizzazione. Per un marxista, infatti, il comunismo non è un semplice ideale regolativo (lo stesso che aveva animato Babeuf, come abbiamo visto).
La Comune, così, realizzando l’inversione storica attraverso la capacità prometeica di mettere in atto ciò che la realtà è in potenza, districandosi nell’infinità di variabili costituite dalle determinazioni storiche, è riuscita, sotto l’ingiunzione del caso, a imbrigliare le forze nella direzione dell’inveramento dell’ipotesi comunista. Questo aveva spinto Gramsci a definire “moderno principe” il partito di Lenin: riuscire a mettere in atto ciò che la Russia del tempo chiedeva. Infondere nuovo significato alla storia è una grandezza, sia consentito, incommensurabile rispetto a tanti altri esempi; o, almeno, stabilisce un’inconfutabile priorità dalla quale non si può prescindere. All’apprendista stregone borghese ha risposto il prometeo proletario.
Una leggenda narra che Lenin si sia messo a ballare una volta che il potere bolscevico ebbe a superare i settantadue giorni complessivi di durata della Comune (dal 18 marzo al 28 maggio del 1871); mentre non è una leggenda ma storia effettiva – ampiamente documentata – quanto questa sia stata fondamentale per la rivoluzione culturale cinese e pure utilizzata nello scontro politico e ideologico con i dirigenti bolscevichi. Gli effetti della Comune, la sua durata, com’è evidente, trapassano quei settantadue giorni. All’alba del 18 marzo 1871, Parigi ebbe il suo manifesto, la sua dichiarazione della Comune: “I proletari di Parigi […] hanno compreso che è loro imperioso dovere e loro diritto assoluto di rendersi padroni dei loro propri destini, impossessandosi del potere governativo”[9].
L’assalto al cielo ha avuto inizio, ma modificare il senso dello Stato, nato in epoca moderna, era un’opera enorme: esercito, polizia, burocrazia, fisco, diplomazia e tutti gli altri gangli vitali dell’amministrazione pubblica con cui la borghesia si era emancipata dal servaggio feudale dopo secoli di lotte di classe, andavano riorientati.
La Comune è, così, non solo un momento della storia del movimento operaio e rivoluzionario, ma un momento del marxismo: essa fu, infatti, chiamata a creare (quasi dal nulla) le risposte politiche alle domande poste dall’urgenza della contingenza, meglio e prima di qualunque pretestuosa filosofia della politica che per sua natura si rivela una modellistica, una precettistica ideologica e, per questo, astratta, separata dall’ordine reale delle cose (e Marx, infatti, si era guardato bene dal farlo in tutta la sua opera). Battaglia delle idee e concreti processi storici non sono, infatti, su piani paralleli: Antonio Labriola scriveva che le idee non sono appese come caciocavalli!
Nell’immediatezza del suo apparire, del suo costituirsi, la Comune, attraverso i membri del Comitato Centrale della Guardia Nazionale, non aveva ancora maturato la scelta di occupare l’Hotel de ville; bisognava rompere la gabbia che le derivava dall’aver introiettato la logica del mandato da parte del governo. Saranno, come sempre accade, le circostanze, ad affrettare tale processo di maturazione e a istituire la possibilità fondante dell’imminente rottura: la fine del vassallaggio nei confronti della sinistra parlamentare è il momento iniziale dell’autocoscienza politica della Comune.
Il suo primo decreto fu la soppressione dell’esercito permanente – che in epoca moderna aveva contribuito in modo decisivo alla centralizzazione e al rafforzamento del potere monarchico (e poi anche borghese) contro l’anarchia feudale – e la sua sostituzione col popolo armato.
La struttura istituzionale della Comune era composta da consiglieri municipali, in maggioranza operai o da essi riconosciuti come rappresentanti, revocabili in qualunque momento. Non era un’istituzione parlamentare in cui alimentare il vizio d’origine della democrazia intesa non come potere al popolo (già dal tempo di Atene nel V secolo a.C.), ma come potere a chi (gli usurpatori del 4 settembre 1870 e tutta una folta schiera di accoliti per i successivi centocinquanta anni) nasconde dietro il vessillo del bene comune, i beni di pochi. Era un organismo esecutivo e legislativo insieme, capace di superare la retorica della mediazione tra le parti che poi, in realtà, si è sempre mostrata mediazione sino a quando un interesse popolare un po’ più tutelato o una prospettiva di cambiamento più generale non abbia fatto scattare la repressione e la sospensione delle cosiddette libertà parlamentari, con buona pace dei sedicenti liberali (il che non vuol dire – per noi – sottovalutare l’eventuale importanza tattica di un’azione parlamentare quando questa abbia, però, anche un orizzonte strategico rivoluzionario che le faccia da cornice).
I preti, poi, tornarono a vivere di elemosina e le scuole furono liberate dalle ingerenze clericali e dello stato. La Comune, insomma, dava di sé un’immagine viva, dinamica, non solo nel momento dell’azione rivoluzionaria, armi in pugno, ma anche nel momento, altrettanto decisivo, della deliberazione politica (ragione sufficiente questa, ad esempio, nella rivoluzione culturale cinese, impegnata contro la sclerotizzazione burocratica della rivoluzione bolscevica successiva alla morte di Stalin, per porre la Comune a modello, come abbiamo già visto nell’intuizione e nell’auspicio di Marx).
Ecco, allora, prendere forma quella funzione nuova, creatrice di senso, che l’evento della Comune portava con sé. Una rottura gravida di conseguenze nella storia del mondo e delle sue rivoluzioni: dalla Russia alla Cina, a Cuba, come anche nella microfisica di tutti i movimenti di lotta e di contropotere che hanno animato per decenni le società dell’Occidente capitalista.
Eppure il tentativo di ammansirla, di addomesticarla, di renderla – cioè – sterile è stato fatto dal pensiero liberale e conservatore tanto quanto da quello della sinistra. Scriveva Marx: “È comunemente destino di tutte le creazioni storiche completamente nuove di essere prese a torto per riproduzioni di vecchie e anche defunte forme di vita sociale, con le quali possono avere una certa rassomiglianza”[10].
Ma essa non era un ritorno al Comune medievale e neanche un’esasperazione della vecchia lotta contro l’eccesso di centralizzazione; essa rappresentava sì la libertà municipale ma non come concessione da parte di uno Stato centrale (ormai inesistente), bensì all’interno di una federazione di Comuni. Spazzava i residui della monarchia e consentiva alla Repubblica vere istituzioni democratiche. Fu il primo governo operaio della storia, ma con una connotazione molto lontana dal descrittivismo sociologico che spesso impera attorno al concetto di operaio.
Come non vedere, ad esempio, in filigrana con i fatti della Parigi comunarda appena evocati, alcuni fra i primi passi della rivoluzione bolscevica dalla notte tra il 24 e il 25 ottobre 1917 e il 18 gennaio 1918? E non cogliere come tanto il popolo russo, quanto quello francese, avessero compreso che l’unica strada per dare seguito concreto alle aspettative di pace, libertà e giustizia sociale, fosse la rottura con la tradizione parlamentare e il governo diretto dei lavoratori. La rivoluzione bolscevica, però, non durò solo settantadue giorni ed ebbe, dunque, modo di segnare ulteriormente e significativamente la storia del mondo. Avrà avuto di certo buone letture Bucharin – e pure qualche buon consigliere – ma avrebbe potuto riflettere meglio sulle pagine che Marx dedicava al rapporto tra la Comune, il governo operaio e i contadini.
Adesso una domanda (meglio, una serie di domande): l’evento Comune ha esaurito di dispiegare nelle conseguenze che ha determinato tutta la sua forza? In altre parole: nel nostro tempo, siamo ancora all’interno del raggio d’azione dei suoi effetti o l’inveramento del comunismo ci attenderà immobile e altrove? Possiamo, forse, formulare l’ipotesi che fintanto che non irrompa una nuova rottura, che continui a operare nel solco della precedente, questa continui a esercitare, magari con minore intensità, la propria forza facendoci permanere all’interno della storia dei suoi effetti e delle sue conseguenze.
D’altra parte, se il comunismo non è un capriccio della storia, un’accidentalità, ma, come si diceva inizialmente, l’immanenza di una verità politica all’interno dell’infinito processo storico del suo farsi (o meglio: la forma politica assunta dalla verità nell’infinito processo storico del suo farsi), il suo spettro si aggira e si aggirerà, la talpa continuerà a scavare. La Comune ha probabilmente prodotto i suoi effetti sino alla fine degli anni Sessanta e agli inizi dei Settanta del Novecento, quando le nuove figure operaie, diverse per composizione sociale e strumenti di lotta, hanno posto domande nuove all’ordine del giorno della realtà; come anche con la Grande rivoluzione culturale proletaria in Cina nel suo rapporto con le masse rurali, l’urbanizzazione e il partito.
La Comune aveva posto con forza l’esigenza di un partito rivoluzionario come organizzazione capace di superare i limiti stessi dell’esperienza comunarda; esigenza raccolta da Lenin e dal partito bolscevico. Oggi essa ci parla per via di quest’assenza e c’impone, così, di riflettere sulle forme di organizzazione funzionali al nostro tempo, di superare (cercando soluzioni nuove) il tradizionale bivio tra partito di massa e partito di quadri; e ci parla ancora della Cina, per comprendere i temi e i tempi della transizione socialista o, anche, di Cuba e della sua Resistenza. Il suo esempio è per noi, oggi, l’invito a non esaurire quella capacità creatività che il marxismo deve mostrare sempre, nelle forme dell’organizzazione come in quelle della lotta.
Per finire, chi sia questo noi cui essa continua a parlare e che qui è stato assunto come soggetto di queste riflessioni, può essere sintetizzato così: gli eredi dell’ultima grande stagione di lotte a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta del Novecento che, nel generale riflusso di cui abbiamo parlato in apertura, non hanno ceduto sull’ipotesi in via di dimostrazione. Viva la Comune.
Note
[1] K. Marx, La guerra civile in Francia.
[2] K. Marx, Le lotte di classe in Francia tra il 1848 e il 1850.
[3] Ibidem.
[4] A. Soboul, La Rivoluzione francese.
[5] Ibidem.
[6] K. Marx, La guerra civile in Francia.
[7] A. Badiou, L’ipotesi comunista.
[8] K. Marx, L’ideologia tedesca.
[9] K. Marx, La guerra civile in Francia.
[10] Ibidem.
Fonte
19/03/2021
Viva la Comune!
da Marx a Lenin a Brecht a oggi.
Il 18 marzo 1871, esattamente centocinquantanni fa a Parigi la Guardia Nazionale e le municipalità elette dal popolo, prendevano il potere, scacciando dalla città le truppe e il governo reazionario di Thiers.
Nasceva La Comune, il primo autogoverno socialista della storia, che avrebbe governato la città fino al 28 maggio, quando le truppe governative, con il sostegno di tutti i poteri europei, riconquistarono Parigi massacrando decine di migliaia di insorti, in gran parte operaie e operai.
La restaurazione fu feroce ed implacabile, ma il primo esperimento socialista dell’umanità era nato e, anche se soffocato nel sangue, avrebbe continuato a diffondere il suo messaggio ed i suoi insegnamenti.
Si narra che verso la fine del gennaio del 1918, una sera Lenin scendesse in strada a Pietrogrado e improvvisasse un festeggiamento: perché il governo rivoluzionario dei soviet, dopo poche settimane già assediato da tutto il mondo imperialista, aveva superato la durata della Comune di Parigi.
La rivoluzione sovietica fu una Comune che riuscì a sconfiggere la reazione armata, non meno feroce in Russia di quella che in Francia sterminò i comunardi. Perché nessun cambio di società è mai indolore e la vendetta e la rabbia dei poteri offesi dall’insorgere degli oppressi è sempre terribile, quando può realizzarsi.
Per questo la Comune parla anche dei giorni nostri, nei quali un capitalismo feroce domina gran parte del mondo, accompagnando le sue stragi con l’accusa di violenza ai suoi avversari.
Karl Marx nel 1871 colse subito il valore e l’importanza della Comune per tutta l’umanità, anche se non c’erano “marxisti” tra i militanti delle varie anime socialiste e gli anarchici che guidarono quella esperienza.
Nel suo scritto La Guerra Civile in Francia Marx esaltò ed assunse gli insegnamenti della rivoluzione parigina, a partire dal primo, cioè che lo Stato degli oppressi non poteva essere lo stesso di quello degli oppressori, ma che l’intera macchina del potere andava rovesciata e ricostruita.
La Comune superava i confini del vecchio conflitto tra repubblica borghese liberale e monarchia feudale, tra destra e sinistra finta, e costruiva la prima repubblica sociale, cioè poneva la condizione degli oppressi alla base del nuovo stato, con grande orrore di ricchi e padroni.
“La Comune, essi esclamano, vuole abolire la proprietà, la base di ogni civiltà! Sì, o signori, la Comune voleva abolire quella proprietà di classe che fa del lavoro di molti la ricchezza di pochi. Essa voleva l’espropriazione degli espropriatori. Voleva fare della proprietà individuale una realtà, trasformando i mezzi di produzione, la terra e il capitale, che ora sono essenzialmente mezzi di asservimento e di sfruttamento del lavoro, in semplici strumenti di lavoro libero e associato…La Comune fu un vero governo del popolo per il popolo, denso di misure concrete per gli oppressi e gli sfruttati e per questo suscitò la ferocia incontenibile degli oppressori, che fecero strage degli insorti, ma che, grazie al totale controllo dell’informazione, riuscirono a far passare per violenti assassini le loro stesse vittime.
...Se la Comune era dunque la vera rappresentante di tutti gli elementi sani della società francese, e quindi il vero governo nazionale, era in pari tempo un governo internazionale in tutto il senso della parola, poichè era governo di operai e campione audace della emancipazione del lavoro...
...La grande misura sociale della Comune fu la sua stessa esistenza operante. Le misure particolari da essa approvate potevano soltanto presagire la tendenza a un governo del popolo per opera del popolo. Tali furono l’abolizione del lavoro notturno dei panettieri; la proibizione, pena sanzioni, della pratica degli imprenditori di ridurre i salari imponendo ai loro operai multe coi pretesti più diversi, procedimento nel quale l’imprenditore unisce nella sua persona le funzioni di legislatore, giudice ed esecutore, e per di più ruba denaro. Altra misura di questo genere fu quella di consegnare alle associazioni operaie, sotto riserva d’indennizzo, tutte le fabbriche e i laboratori chiusi, tanto se i rispettivi capitalisti s’erano nascosti, quanto se avevano preferito sospendere il lavoro...”
I comunardi combatterono e furono accusati di tutto, ma Marx non si nascose dietro le parole e difese tutti gli atti dei rivoluzionari, anche la fucilazione degli ostaggi.
“La vita degli ostaggi era stata condannata più di una volta dalle continue uccisioni di prigionieri perpetrate dai versigliesi. Come potevano essere risparmiati più a lungo dopo il massacro con cui i pretoriani di Mac Mahon celebrarono il loro ingresso a Parigi? Si doveva dunque far diventare una semplice burla anche la presa degli ostaggi, ultima garanzia contro la ferocia senza scrupoli dei governi borghesi? Il vero assassino dell’arcivescovo Darboy è Thiers...”A volte per costruire il bene si deve usare parte del male che si vuole eliminare e non sono certo coloro che su quel male fondano il proprio potere, che possono fornire lezioni morali.
Questo era chiaro a Marx e venne ripreso da par suo da Bertolt Brecht nella “Risoluzione dei comunardi” del suo dramma “I giorni della Comune”:
“Abbiamo vistoIo credo che nel mondo feroce ed ingiusto di oggi la Comune non rappresenti tanto una sconfitta del passato, ma una speranza per il futuro perché il suo modello di giustizia sociale ed autogoverno popolare è la sola vera alternativa alla barbarie che dilaga.
che ascoltate la voce del cannone:
un’altra lingua voi non la capite.
E allora non ci resta –
a male estremo, estrema soluzione –
che puntarvi il cannone sulla testa.“
VIVA LA COMUNE!
Fonte
19/03/2016
Parigi, marzo 1871: l’assalto al cielo
La Comune di Parigi è un avvenimento raramente citato nei libri di testo, ma che può essere considerato un distillato di esperienza rivoluzionaria per le rivendicazioni che ha prodotto e i limiti contro cui si è scontrata. Il nostro percorso di lettura non aspira ad essere l’ennesimo prodotto degli accademici del marxismo: studiare la nascita, lo sviluppo e la sconfitta della Comune di Parigi ha senso solo se ci permette di meglio calibrare strumenti e parole d’ordine future.
Il termine “Comune” non deve trarre in inganno. Pur essendo ripreso dalla tradizione contadina medievale, si tratta del primo esperimento di governo della classe operaia. La Comune non fu un organismo di tipo parlamentare come lo immaginiamo oggi, in cui la democrazia viene falsamente esercitata attraverso un voto espresso ogni cinque anni, scegliendo tra esponenti politici che in ultima analisi difendono lo status quo. I cittadini della Comune, pur appartenendo a correnti politiche differenti, eleggevano delegati che percepivano salari operai e che potevano essere rimossi in qualsiasi momento. Fin dai primi giorni, la Comune varò leggi e misure in difesa dei lavoratori. Questi provvedimenti, che emergeranno nel dettaglio lungo il percorso di lettura che pubblichiamo, mantengono un’attualità sconcertante se pensiamo che vennero adottati oltre un secolo fa.
La mancanza di una forza politica chiaramente rivoluzionaria causò un ritardo nell’insurrezione parigina; nel frattempo, i tentativi rivoluzionari promossi a Lione, Marsiglia e Tolosa vennero repressi, lasciando la capitale nel totale isolamento. Nonostante la confusione e l’incertezza che dominavano le varie correnti politiche parigine, la Comune riuscì a proclamare alcune delle riforme prestabilite. Purtroppo l’assedio condotto dall’esercito prussiano e da quello di Versailles ne resero difficile l’attuazione. Va però segnalato che il governo rivoluzionario commise il fatidico errore di non prendere mai il controllo della Banca di Francia, che finanziando Thiers e la controrivoluzione di fatto consentì la repressione della stessa Comune.
Da questo elemento emerge forse la lezione principale che ci proviene da questa esperienza: la rivoluzione non può semplicemente impadronirsi della macchina statale mantenendone la struttura, ma deve costruire uno stato radicalmente nuovo, con una propria organizzazione politica ed economica. Il Comitato Centrale della Guardia Nazionale era ancora molto lontano da questa idea. Marx ed Engels ebbero modo di approfondirne l’elaborazione proprio durante l’esperienza della Comune, mettendo alla prova anche l’intuizione contenuta nel Manifesto del Partito Comunista a proposito della “dittatura del proletariato”. Questi temi verranno successivamente sviluppati dallo stesso Marx ne La guerra civile in Francia e da Lenin in Stato e Rivoluzione, due scritti che abbiamo appositamente inserito nel percorso di lettura.
Per adempiere al compito di costruire un nuovo stato che ponga le basi per la sua stessa estinzione, le classi sfruttate devono imporsi sui vecchi sfruttatori. Si tratta dunque della dittatura della maggioranza su un’esigua minoranza: cos’è questa se non la massima espressione della democrazia in una società ancora divisa in classi?
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Cronologia della Comune di Parigi
Pur essendo strutturali, le contraddizioni su cui si fonda il capitalismo abitualmente restano sotto la superficie. Mascherate dall’ideologia dominante, emergono di rado, ma quando si palesano l’esplosione sociale è inevitabile. La presa di coscienza determina una rottura con il sistema vigente e le sue regole. La consapevolezza di potersi affidare unicamente alle proprie forze spinge la classe a divenire protagonista del cambiamento. Si tratta del primo passo mosso dalla rivoluzione, a cui ne devono seguire molti altri in termini di organizzazione e proposta politica; ma come si giunge a questo punto?
Per comprendere le ragioni che conducono ad un salto qualitativo, sia esso una spinta rivoluzionaria o un arretramento della lotta di classe, è necessario analizzare le condizioni materiali pregresse.
Iniziamo dunque la pubblicazione del percorso di lettura con una cronologia degli eventi che anticiparono e caratterizzarono la Comune di Parigi. Avere una panoramica storica del periodo consentirà una lettura più approfondita del tracciato che ha condotto all’insurrezione e, d’altra parte, fornirà le basi per comprenderne anche la sconfitta.
2 settembre 1870: Napoleone III viene sconfitto nella battaglia di Sedan e si arrende ai prussiani. I costi della guerra sono stati scaricati sul proletariato e la resa rischia di aggiungerne altri. La consapevolezza del tradimento di Napoleone III inizia a diffondersi tra la popolazione.
4 settembre 1970: A Parigi i repubblicani si mobilitano per ottenere riforme sociali e proseguire la guerra. Viene proclamata la Terza Repubblica e instaurato un governo provvisorio con Leon Gambetta Ministro dell’Interno.
18 settembre 1870: Le armate prussiane arrivano alle porte di Parigi. Ha inizio l’assedio che durerà 138 giorni. Un terzo del territorio francese è occupato dai prussiani.
7 ottobre 1870: Gambetta lascia Parigi in mongolfiera e si reca in Provenza, per riorganizzare la difesa nazionale e formare movimenti di guerriglia nei territori occupati. Esponente dei repubblicani radicali, è contrario all’armistizio con i prussiani, a differenza del Governo di Difesa Nazionale.
31 ottobre 1870: Manifestazione radicale a Parigi sotto la guida di Flourens, insegnante ateo, materialista e antibonapartista. Occupato l’Hotel de Ville per un giorno.
3-7 novembre 1870: Elezioni a Parigi, i monarchici-conservatori prevalgono con 321mila voti contro i 52mila repubblicani. Nelle 20 municipalità di quartiere (Arrondissements), invece, il risultato è ribaltato.
5 gennaio 1871: Inizia il bombardamento di Parigi, già stremata dalla fame e dal freddo.
22 gennaio 1871: Nuova manifestazione radicale davanti all’Hotel de Ville. Muore il contestatore Sapia.
26 gennaio 1871: Armistizio firmato. Le ostilità vengono sospese per 21 giorni e i fortini consegnati ai tedeschi.
8 febbraio 1871: Elezione dell’Assemblea Nazionale. Dopo la fuga di Napoleone III non è chiaro chi governi legittimamente la Francia e abbia potere di negoziare la pace. Il governo appena eletto non riesce a formare una maggioranza stabile. Nei territori non occupati prevale nettamente la destra monarchica, decisa a restaurare l’Impero e a firmare la pace. A Parigi, invece, 36 deputati su 43 sono repubblicani e ostili a firmare l’armistizio. Tra questi ci sono: Leon Gambetta, Victor Hugo e Giuseppe Garibaldi. La Guardia Nazionale è dalla loro parte.
12 febbraio 1871: Prima seduta dell’Assemblea Nazionale a Bordeaux. Si va nella direzione di un trattato di pace umiliante e del ritorno della monarchia.
17 febbraio 1871: Il conservatore Adolphe Thiers viene designato capo dell’esecutivo del nuovo governo da parte dell’Assemblea Nazionale.
24 febbraio 1871: Continuano le manifestazioni, questa volta sotto la Bastiglia. Parigi si trova in una situazione semi-insurrezionale. I Municipi degli Arrondissements si sono resi indipendenti dal potere centrale e vengono gestiti in autonomia dai Comitati Popolari di Quartiere. Al Casino di Vauxhall si tiene un’assemblea di 2mila delegati della Guardia Nazionale che dà vita alla Federazione della Guardia Nazionale per il presidio e la sicurezza degli Arrondissements.
26 febbraio 1871: Firma dei preliminari di pace a Versailles, ratificati dall’Assemblea Nazionale il 1° marzo. La Guardia Nazionale raduna 400 cannoni fabbricati grazie ai fondi di sottoscrizione raccolti da Victor Hugo. Il giorno successivo sfilano sotto la Bastiglia cantando la marsigliese per ricordare la II Repubblica del 1848.
1-2 marzo 1871: L’Assemblea Nazionale approva i preliminari di pace e i prussiani occupano simbolicamente Parigi per tre giorni. Il Comitato Centrale della Guardia Nazionale invita tutti i cittadini alla calma per evitare un massacro. La città si copre di bandiere nere a lutto.
3 marzo 1871: La Federazione Repubblicana della Guardia Nazionale è ufficialmente costituita con lo scopo di difendere la Repubblica come unica forma di governo possibile. Può contare su 400 cannoni e 180mila fucili. La I Internazionale Socialista partecipa alla Federazione con i delegati Varlin, Pindy e Bouit. Per contrastare questa iniziativa, l’Assemblea Nazionale nomina De Paladines nuovo comandante della Guardia Nazionale. Si tratta di una provocazione aperta, essendo un’antica prerogativa degli ufficiali quella di eleggere il proprio superiore.
10 marzo 1871: L’Assemblea Nazionale si trasferisce a Versailles, esautorando Parigi dal ruolo di capitale. Vengono varate una serie di misure, tra cui la revoca della sospensione degli affitti e delle scadenze commerciali, causando un’ondata di fallimenti di esercizi commerciali. E’ il caos. Il giorno seguente il generale Vinoy ordina la soppressione di 6 giornali rivoluzionari e la chiusura dei circoli politici di Parigi.
15 marzo 1871: La Federazione Repubblicana della Guardia Nazionale elegge il Comitato Centrale. Il giorno successivo Thiers entra a Parigi per “pacificare la città” e riunire il Consiglio dei Ministri. Il vero obiettivo è quello di requisire i cannoni ai repubblicani. Blanqui, esponente della sinistra rivoluzionaria, viene arrestato. Resterà in carcere fino al 1877.
18 marzo 1871: Fallisce il primo tentativo di Thiers di impossessarsi dei cannoni. Ha pianificato un colpo a sorpresa per la notte tra venerdì e sabato, ma sbaglia i calcoli. Il popolo parigino risponde con l’insurrezione e la costruzione di barricate in città. Alcuni soldati dell’Assemblea Nazionale fraternizzano con i rivoluzionari e si uniscono a loro. Thiers è costretto a fuggire da Parigi. Due generali governativi, Lecomte e Thomas, vengono fucilati. Quest’ultimo era stato il mandante di una dura repressione operaia nel 1848. In serata vengono occupate caserme e prefetture, ormai evacuate.
19 marzo 1871: A Parigi si instaura il governo rivoluzionario a carattere socialista, presieduto provvisoriamente dal Comitato Centrale della Guardia Nazionale, installatosi all’Hotel de Ville. I primi provvedimenti presi dal governo sono: ripristino del blocco degli affitti e delle scadenze commerciali, abolizioni delle norme restrittive imposte durante lo stato di assedio, liberazione dei detenuti politici, soppressione dell’esercito regolare – ormai fuggito – e armamento dei cittadini nella Guiardia Nazionale.
20-25 marzo 1871: Versailles è ufficialmente capitale di Francia, la maggioranza degli impiegati statali vi si trasferisce lasciando Parigi in uno stato di abbandono amministrativo. La Guardia Nazionale e i cittadini armati occupano tutti i fortini della città. L’Assemblea Nazionale non riconosce la legittimità del governo rivoluzionario.
26 marzo 1871: Elezioni del consiglio municipale, noto con il nome di “Comune di Parigi”. La componente socialista supera quella borghese repubblicana, favorevole ad un accordo con Thiers. Si instaura il primo governo proletario della storia, anche se l’assedio di Thiers non permetterà alla Comune di attuare tutti i punti del proprio programma. Deputati e consiglieri parigini eletti sono distinguibili con una fascia rossa e a disposizione dei cittadini. Ne fanno parte 33 operai, 15 professionisti (avvocati, medici), 14 impiegati, 12 giornalisti, 5 piccoli imprenditori.
28 marzo 1871: Proclamazione della Comune sulla piazza dell’Hotel de Ville davanti ad una folla di 100mila persone. Il nuovo governo delinea i propri intenti: separazione dello Stato dalla Chiesa, istruzione laica e gratuita, salario operaio per chi detiene cariche pubbliche, elezione e revocabilità dei magistrati, promozione e sostegno delle associazioni dei lavoratori.
29 marzo 1871: L’Assemblea Comunale procede alla costituzione di nove commissioni per affrontare le problematiche più urgenti. Viene poi eletta una Commissione Esecutiva, composta da un delegato per ogni commissione, con il compito di coordinare tutto. L’organo di governo supremo della Comune resto comunque l’Assemblea Comunale. A differenza delle funzioni amministrative così regolate, le attività finanziarie rimangono in mano alla Banca di Francia, che mantenne la propria autonomia, in equilibrio tra la Comune e il Governo di Versailles. Questo fu uno dei principali motivi di fallimento della Comune di Parigi.
31 marzo 1871: L’Assemblea della Comune nomina il delegato Puidy governatore del palazzo dell’Hotel de la Ville con il compito di garantirne il funzionamento e predisporre i mezzi per una eventuale defisa dell’edificio.
1 aprile 1871: Viene proclamato il decreto di separazione tra Comune (Stato) e Chiesa, con conseguente soppressione dei finanziamenti al clero. I beni delle congregazioni religiose vengono confiscati, ma rimane libertà di culto. Nel frattempo Thiers ha costituito un esercito per schiacciare la Comune nel sangue e inizia l’assedio alla città. Nonostante qualche tentativo di blocco, i rifornimenti e la posta arrivano regolarmente. La Borsa funziona normalmente e la Banca di Francia mantiene i propri sportelli aperti.
2-10 aprile 1871: Ha inizio la guerra civile. Da Versailles organizzano bombardamenti e riescono a catturare alcuni militanti fondamentali della Comune, tra cui Flourens e Duval, entrambi assassinati. Per tutelarsi contro le infiltrazioni di Versailles, la Comune emette il Decreto Ostaggi, con cui ordina l’arresto di tutti i collaboratori del Governo e la fucilazione di tre ostaggi ogni comunardo arrestato.
11 aprile 1871: Costituzione dell’Unione delle Donne per la difesa di Parigi e la cura dei feriti. La partecipazione femminile alla Comune è molto attiva attraverso vivandiere, cantiniere, infermiere e addette alle ambulanze.
17-22 aprile 1871: Elezione del Comitato della Federazione degli Artisti promossa e curata dal pittore Gustave Courbet, alla quale aderiscono anche Manet e altri artisti illustri. Il Comitato ha l’obiettivo di garantire la libera espressione delle arti svincolata da qualsiasi condizionamento o privilegio accademico. Courbet farà riaprire i musei del Louvre, di Storia Naturale e i saloni delle Tuileries. Appello alla solidarietà del popolo rurale e creazione delle macellerie municipali per calmierare il prezzo della carne. I verbali delle sedute dell’Assemblea sono pubblicati sul Journal Officiel. Vengono costruite delle mongolfiere per inviare in provincia i documenti e contrastare le calunnie di Versailles.
27-30 aprile 1871: Vengono soppresse Les Ammendes, ritenute salariali e multe applicate indiscriminatamente dai datori di lavoro. Viene proibito il lavoro notturno ai panettieri e riformati gli orari di lavoro perché siano meno stressanti. Istituzione del Comitato di Salute Pubblica. Nel frattempo i comunardi chiedono la fine dell’assedio da parte di Thiers, più volte respinto.
8-9 maggio 1871: Ultimatum di Thiers e nuova avanzata di Versailles nella periferia parigina.
10 maggio 1871: Firma del Trattato di Francoforte. L’Alsazia e la maggior parte della Lorenza vengono cedute alla Germania. I francesi dovranno pagare un’indennità di guerra pari a 5 miliardi di franchi.
12-15 maggio 1871: Proposta di riforma dell’istruzione, che prevede l’estromissione del clero (52% degli insegnanti), il raddoppio dei salari e la parità di trattamento per uomini e donne, la soppressione di dogmi e la promozione di una cultura generale affiancata all’insegnamento professionale. Divisione sulle sorti del Comitato di Salute Pubblica. Pubblicazione di un manifesto della minoranza. I controrivoluzionari continuano la riconquista di Parigi.
16 maggio 1871: Abbattimento della Colonna Vendome, statua simbolo di guerra e militarismo contro la fratellanza. Lo stesso giorno viene emanato il Decreto di requisizione delle officine abbandonate dai padroni scappati a Versailles. Gli operai iniziano la gestione autonoma delle fabbriche.
17 maggio 1871: Decreto sulle pensioni, con conseguenza soppressione delle differenze tra figli legittimi/naturali e donne sposate/conviventi.
21-27 maggio 1871: Dopo circa un mese di assedio, le truppe guidate dal Thiers entrano a Parigi, dando inizio alla drammatica “settimana di sangue”. 130mila uomini guidati dal comandante Mac-Mahon operano con crudeltà inaudita per reprimere la Comune. Vengono utilizzate anche le “nuove” bombe al petrolio, in grado di provocare vasti incendi. Il fuoco viene utilizzato anche dai comunardi per ritardare l’avanzata di Versailles, le cui fila sono ingrossate anche da delinquenti reclutati per continuare il massacro e le esecuzioni sommarie.
28 maggio 1871: L’esperienza della Comune di Parigi si conclude definitivamente, ma saccheggi e fucilazioni indiscriminate continueranno per mesi. Il bilancio è di oltre 30mila comunardi uccisi – contro gli 877 morti di Versailles – e oltre 43mila tra arrestati e deportati. Nelle elezioni di luglio i repubblicani sono ancora 99 su 114, di cui 17 su 21 eletti nella città di Parigi.
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