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27/03/2021

Dove l’austerità non morde il capitale ha già vinto: la manovra espansiva negli Stati Uniti

È ormai passato più di un anno dallo scoppio della tragica pandemia da Covid-19. L’epidemia ha comportato una serie di drammatici colpi alle condizioni di vita dei cittadini di praticamente tutti i Paesi. Se nell’immediato gli effetti più evidenti sono stati quelli legati all’aspetto sanitario, i successivi lockdown resisi via via necessari hanno avuto un nefasto impatto anche sull’economia globale. In questi mesi ci siamo infatti tristemente abituati alle statistiche su nuovi contagi e decessi, ma anche ai sempre più preoccupanti dati provenienti dal mondo del lavoro e della produzione di beni e servizi. Se da una parte medici e scienziati hanno immediatamente fatto partire una rincorsa a livello globale alla ricerca del vaccino e delle migliori cure, lo stesso non si può dire per quanto concerne le risposte politiche alla crisi economica scatenata dai provvedimenti di contenimento dell’emergenza sanitaria.

In maniera non troppo dissimile da quanto accadde nel post-Grande Recessione del 2008-09, sulle due sponde dell’Atlantico possiamo trovare dei piani di azione radicalmente differenti tra loro. Ciò che sperimentiamo più direttamente all’interno dell’Unione Europea è infatti l’ennesima, sconcertante ritrosia a pianificare e porre in essere un cospicuo, coordinato e convincente piano di intervento pubblico a sostegno delle economie che hanno sperimentato una enorme caduta della produzione e sono ancora alle prese con le secche dovute al protrarsi delle necessarie chiusure. Ad oggi, infatti, il famoso Recovery Fund resta ancora un miraggio, all’interno del quale si nascondono le pressanti insidie dovute alle condizionalità annesse all’eventuale implementazione del piano di aiuti. Condizionalità che, come sappiamo, possono anche essere imposte per interposta persona, come nel caso dell’attuale premier nostrano. E, anche qualora il piano di aiuti arrivasse puntuale, esso consisterebbe di una cifra assolutamente inadeguata. Come anche il Financial Times non tarda a riconoscere, un eventuale piano da 750 miliardi di euro (di cui peraltro soltanto una minima parte entrerebbe nell’effettiva disponibilità di ciascun paese) impallidirebbe a fronte dei 1900 miliardi di dollari messi in campo dalla attuale amministrazione Biden negli USA, a maggior ragione tenendo conto della differenza di popolazione tra USA e UE (328 contro 446 milioni di abitanti). Questa enorme differenza, spiega il giornale anglosassone, è tra le più importanti cause di divergenza nelle prestazioni economiche delle due aree economiche. Nel piano made in USA, infatti, troviamo svariate misure, tra cui molte a sostegno dei redditi delle famiglie. Tra queste, ci sono a titolo di esempio trasferimenti di 1.400 dollari ai cittadini con reddito annuo sotto i 75.000 dollari; aiuti di questo tipo ammontano ad un totale di 410 miliardi di dollari. Troviamo anche la proroga fino a settembre 2021 del sussidio di disoccupazione da 300 dollari a settimana approvato sul finire dello scorso anno e una vasta gamma di detrazioni fiscali per famiglie con figli a carico. A completare il quadro ci sono vari pacchetti di sostegno e potenziamento allo sforzo di vaccinazione, cura e monitoraggio della popolazione.

A questo punto verrebbe spontaneo lanciarsi all’attacco delle esiziali decisioni prese dai rappresentanti politici dell’Unione Europa, i quali, non paghi delle scellerate scelte passate dettate dal desiderio di imporre austerità, tornano a commettere l’errore di non spendere abbastanza. Gli USA invece, lontani dai dettami della Commissione Europea, possono prodigarsi, beati loro, in regimi che qui da noi i media non tarderebbero a definire spendaccioni e sprovveduti. Se il pacchetto di aiuti alle famiglie di Biden è sicuramente significativo in quanto ad ammontare e composizione, non bisogna però lasciarsi fuorviare dal confronto tra le due situazioni. L’origine della possibilità per gli USA di spendere molto di più di quanto noi facciamo non è un segnale di una maggiore capacità di comprensione da parte delle élite statunitensi di quelle che sono le leve della politica fiscale. Insomma, le scelte compiute da oltre un decennio in Europa, le quali sembrano non essere scalfite neanche da una pandemia di portata storica, non derivano dal non aver studiato abbastanza. I competenti sono tali sia in Europa sia negli Stati Uniti. 

La differenza giace invece nel differente patto sociale che regola i rapporti di forza tra classi sociali, e che trova nella mediazione politica una differente conformazione. Se infatti negli Stati Uniti è possibile spendere fortemente a sostegno di famiglie e occupazione, è perché il lascito delle riforme spezza sindacati che Reagan ha imposto a fine anni ’80 e che tutte le amministrazioni democratiche e repubblicane hanno rafforzato negli anni ’90 e ’00 ha esercitato un enorme effetto di depotenziamento della capacità contrattuale dei lavoratori americani. Per rendersene conto si può guardare agli ultimi 10 anni, dove a fronte di un calo costante della disoccupazione che (a parte lo shock da Covid-19) ha portato il relativo tasso a toccare percentuali vicine ai minimi storici, l’incremento dei salari reali (dei lavoratori della manifattura con compiti non di supervisione) è stato modesto e si è perlopiù concentrato negli ultimi periodi.

Nota: per salario reale si intende il salario nominale orario deflazionato usando l’indice dei prezzi al consumo statunitense.

Tuttavia, si potrebbe argomentare, un miglioramento nelle condizioni di vita dei lavoratori si è avuto, e la situazione potrebbe non apparire poi così drammatica. Diventa quindi ancora più importante far notare rispetto a quale ordine di grandezza complessivo tale incremento si sia avuto, ed è guardando all’andamento dei salari reali negli ultimi decenni che abbiamo una visione più chiara.

Risulta qui molto più chiaro capire che la leggera spinta in alto degli ultimi anni è avvenuta a fronte di una precedente caduta drammatica dei salari reali, la quale è partita sul finire degli anni ’70 ed è avanzata a ritmi impressionanti al punto tale che nel 1993 si era tornati ai livelli della seconda metà degli anni ’60, per poi iniziare una ripresa dalla seconda metà degli anni ’90 e infine una stabilizzazione dai primi anni 2000 con andamento altalenante. È evidente come negli USA ancora oggi i salari reali siano ben distanti dai fasti di un tempo. Un grafico non può sostituire una complessa descrizione degli innumerevoli fattori in gioco, ma può darci l’indicazione di come negli USA le classi più elevate non fatichino ad accettare temporanei pacchetti di stimolo e aiuto. Non è un caso: non c’è timore che i lavoratori, schiacciati e fiaccati da decenni di precarietà totale e disfatta sul mercato del lavoro, possano avere il coraggio di cambiare i rapporti di forza se gli viene elargito qualche aiuto in tempi di pandemia. 

In Europa invece, nonostante ormai gli attacchi al lavoro si facciano sempre più violenti e sostenuti, ancora rimangono residuali, ma significative, protezioni e reti sociali che negli Stati Uniti hanno ormai lasciato uno sbiadito ricordo. L’austerità resta oggi ancora fondamentale per le élite europee perché costituisce il più potente ed efficace strumento attraverso il quale aggredire i residui elementi intollerabili di Stato sociale che ancora innervano i nostri assetti istituzionali. Non è quindi un brutto voto all’esame di macroeconomia, né una sorta di irrazionale fanatismo ideologico, quello che fa scegliere ai massimi esponenti politici continentali la strada dell’austerità e della condizionalità. Al contrario, tali scelte sono il portato di un preciso e, quello sì studiato nel dettaglio, disegno politico che vuole la distruzione dello Stato sociale europeo. Il protrarsi continuo delle politiche di austerità dà luogo infatti ad un doppio effetto redistributivo a svantaggio delle classi subalterne: uno immediato consistente nel taglio diretto della spesa sociale; ed uno di medio-lungo periodo per cui protraendo una costante disoccupazione di massa viene indebolita la capacità contrattuale della classe lavoratrice tramite il ricatto della sostituibilità tra lavoratori occupati e disoccupati. Gli Stati Uniti, avendo ristabilito ormai da decenni e in modo duraturo rapporti di forza fortemente sbilanciati a favore dei capitalisti, non hanno bisogno dell’arma dell’austerità come disciplina delle classi sociali subalterne. Cancellando i diritti dei lavoratori, hanno cancellato la necessità politica dell’austerità. 

Ciò che possiamo fare è quindi reclamare a gran voce quanta più spesa possibile a sostegno delle famiglie e dei lavoratori, senza però slegare mai la (si spera) temporanea necessità di intervento pubblico da un discorso più ampio che guardi sempre al contesto nel quale tali decisioni vengono prese. Senza questo sforzo si rischia di prendere come esempio un Paese dove si può intervenire liberamente nei periodi più drammatici perché nel corso dei decenni il lavorio di disgregazione del potere contrattuale dei lavoratori è assurto ai suoi successi più grandi.

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