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25/03/2021

La Cina tiene in piedi la produzione italiana, ma il governo vaneggia

Visto che non ci facciamo mancare niente, ci voleva pure che il Ministero degli Esteri italiano convocasse l’Ambasciatore cinese per le diatribe Usa-Cina e Ue-Cina.

Intanto parlano i numeri, cioè i fatti. A febbraio le esportazioni italiane verso la Cina sono aumentate, su base annua del 54,2%. Ora, qualcuno potrebbe dire che lo scorso anno c’era il lockdown anche in Cina.

Ebbene, le esportazioni italiane in Cina a febbraio 2020 crollarono effettivamente del 21,6%. Nei primi due mesi dello scorso anno del 16,8%.

Ma nei primi due mesi di quest’anno sono cresciute del 41,1%. Dunque, non solo hanno recuperato, rispetto a blasonati paesi come Usa, Germania, Opec e altro, ma hanno aggiunto circa 10 punti percentuali rispetto al 2019. Se la manifattura italiana ha retto l’urto, insomma, una bella parte di merito va alla domanda cinese, che intanto ha preso a correre a livelli impossibili per l’intero Occidente.

Il peso della crescita dell’export verso Pechino è ancora più rimarchevole se si tiene conto che, complessivamente, le esportazioni nello stesso periodo sono comunque calate (-0,7%), “grazie” al tracollo degli ordinativi da Usa (-21%), paesi Opec (-20,2%).

La quota Cina sul totale delle esportazioni italiane passa dal 2,7 al 3%, ma a questo bisogna aggiungere le triangolazioni con Svizzera (farmaceutica e pelletteria) e Belgio (farmaceutica), come subfortniture per produzioni che vanno in Cina. Perché l’effetto-traino vale per tutta Europa, ovviamente, non solo per l’Italia.

C’è chi, come Michele Geraci, si è fatto i conti: se aggiungiamo queste triangolazioni con altri paesi, già oggi la Cina è il quarto partner dell’export italiano.

Nel comunicato, la stessa Istat rimarca il dato di oggi, considerando la crescita “molto sostenuta”.

È allora da considerare vergognosa la campagna dei media contro la Cina nel mentre i loro industriali – spesso proprietari dei media stessi – fanno affari d’oro con Pechino.

I numeri spingono a dire che, almeno in questo lasso di tempo, si va profilando un disaccoppiamento di parte della manifattura italiana rispetto agli antichi rapporti e legami. Con la Cina la dinamica è ora positiva e molto sostenuta, mentre con gli Usa ancora deve riprendere il ritmo che era tenuto, dal lato dell’import, nel 2019.

La Cina sta contribuendo a che l’economia italiana non sprofondi del tutto, ma – visti i chiari di luna e il comportamento politicamente indecente – a questo punto i cinesi potrebbero mandare a quel paese gli industriali italiani.

Un esempio concreto viene proprio in queste ore dalla multinazionale svedese H&M (abbigliamento pret-a-porter). Dopo che la società aveva tagliato le ordinazioni di cotone coltivato nel Xinjang – obbedendo alle pressioni Usa sulla questione degli Uiguri, popolazione di religione musulmana – H&M è stata cancellata da tutte le piattaforme di vendita online (Taobao, Tmall, JD.com, Pinduoduo, ecc). La app della multinazionale è sparita dai download permesse da Huawei e altri marchi di telefonia cinesi. Il suo marchio è sparito dagli stream di diverse “celebrità” della tv o della rete (anche i cinesi hanno i loro ferragnez...).

Praticamente ora H&M è fuori da un mercato potenziale di 1,4 miliardi di consumatori.

Chi vuol fare la stessa fine per assecondare le mattane euroatlantiche è avvisato.

Anche nei rapporti ufficiali con lo lo Stato italiano, si conferma la volontà cinese di rispettare gli accordi del Memorandum firmati nel 2019, a differenza degli sbruffoni italiani, pronti a cambiar bandiera – come di Maio – appena il padrone estero lo rimprovera.

L’ignavia delle “classi dirigenti” nostrane sta diventando un pericolo grave

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