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29/03/2021

Type O Negative - 1991 - Slow, Deep And Hard

Per anni ho vissuto nella convinzione che l'"heavy-metal" non avesse granché da dire. Dio, i Metallica, gli Slayer, gli Iron Maiden e compagnia bella non mi dispiacevano affatto, ma poi compresi, poco alla volta, che, in fondo, non c'era spazio nel mio cuore per il "metallo pesante" (figurarsi, poi, per tutti i suoi sottogeneri ultra-violenti e ultra-inutili...). Ma, come spesso succede, avevo tralasciato qualche particolare... O meglio: non avevo fatto i conti con la band di Peter Steele, un ex-poliziotto newyorkese con la "passione" per le degenerazioni del sesso, le scorciatoie del cervello e l'heavy-metal più truce e scomposto. In un primo momento restai spiazzato: "Ma come – pensavo- quest'uomo inneggia all'odio, alla violenza, alla misoginia... È un pazzo!". Niente di più sbagliato. Quest'uomo è solo un realista; anzi: un "iperrealista".

Quest'uomo, a volerla dire tutta, è un genio. Perché solo un genio può riuscire a spargere colate di ironia su tematiche così pericolose. Il problema è capire dove finisce l'ironia e dove incominciano i suoi problemi. Difficile dirlo con certezza. Non che me ne importi molto, a dire il vero. L'unica cosa certa è che "Slow, Deep And Hard" è un capolavoro. Forse, "il" capolavoro dell'heavy-metal tutto.

Ora, prima di dare vita ai Type O Negative, Steele si era fatto le ossa nei micidiali Carnivore, di cui almeno "Retaliation" va ascoltato con attenzione, forte della sua allucinante commistione tra doom, progressive, hardcore e gotico. L'ascolto è quasi obbligatorio, almeno se si vuole capire bene in che modo sia stato preparato un disco come "Slow, Deep And Hard". I Carnivore durarono poco, pochissimo. Due dischi è tutto quello che ci hanno lasciato.

Steele ricominciò a bazzicare i bassifondi della sua New York, in preda a una profonda depressione. Ma non aveva dimenticato la musica. I Type O Negative, infatti, sono il segno di una passione inesauribile. Ma qualcosa andava cambiato. Innanzitutto, con l'assunzione di un tastierista, tale Josh Silver, ebreo (giusto per far tacere le malelingue su di un suo possibile antisemitismo...). Poi con una rivisitazione (che era anche, e soprattutto, una rivalutazione) di quella commistione di generi, mediante l'adozione di una scrittura più nitida e meno dispersiva; e, poi, con l'inserimento nel tessuto musicale di elementi "industrial", che non fanno mai male. E, per concludere, non più violenza gratuita e pose da macellai di provincia. Giustificare il tutto con un'opera completa, straordinaria, inarrivabile: questa la nuova parola d'ordine di Steele.

E la giustificazione arrivò puntuale, e fu tutt'altro che piacevole; almeno per l'ortodossia metal. "Slow, Deep And Hard" è diviso in 7 brani, uno dei quali, "The Misenterpretation Of Silence And Its Disastrous Consequences" funge da pausa (1' 04") tra il penultimo e l'ultimo brano. Un altro pezzo "eccentrico" è "Glass Walls Of Limbo (Dance Mix)", una messa nera delle più impenetrabili e abissali. Un coacervo di cori d'oltretomba, paesaggi spettrali, lamenti di peccatori e una mestizia senza fine.

I restanti 5 brani, invece, vanno a costituire uno dei momenti più efferati, violenti, folli e senza compromessi del rock. È qui che ho ritrovato la fiducia un tempo smarrita. Solo profondo rispetto e stupore senza fine. Soprattutto per quel suono di basso; un suono infernale, terribile: come una increspatura di angoscia ribollente sulla pelle. Senza dubbio: "il suono" di Peter Steele.

L'inizio è in crescendo, sibilante. L'esplosione imperiosa di "Unsuccessfully Coping With The Natural Beauty Of Infidelity" è una mazzata devastante, un pugno nello stomaco, uno sputo in faccia... ("Trust and you will be trusted says the liar to the fool…" (...) "Do you believe in forever? I don't even believe in tomorrow..."). La progressione è impareggiabile. Steele mostra una indignazione molto, molto pericolosa. E siamo solo all'inizio. Giusto il tempo di un intermezzo perverso di chitarra acustica e voce lasciva, ed ecco ripresentarsi la dirompente carica iniziale, preludio all'incredibile melodia tastieristica di "I Know You're Fucking Someone Else" (ricordiamo che, essendo suddivisi in varie parti, questi brani rappresentano delle vere e proprie "suite"); una melodia condotta in maniera vertiginosa lungo direttive dalla forte impronta "progressive". "Der Untermensch" (chiaro il titolo, no?) è "il" brano dei Type O Negative: intro distorto di basso, battiti meccanici, thrash-metal al fulmicotone, pause, esplosioni, e, poi, quell'impareggiabile seconda parte che scarica odio su odio dentro le viscere, e declina asprezze, tormenti e risentimento senza limiti. L'heavy-metal al suo massimo grado, certo. Ma siamo ancora in territori, tutto sommato, "ortodossi". Un ulteriore passo in avanti viene effettuato con la successiva "Xero Tolerance", che assembla un intro di speed-metal, un intermezzo d'organo memore di Bach, rumori di onde schiumanti, e una cavalcata esagitata a ritmo di slam-dance, con tanto di promesse omicide di Steele... Una sorta di collage abnorme di immagini immonde e bislacche, impreziosito nel finale da una chitarra classicheggiante.

"Prelude To Agony" giunge ancora una volta dalle tenebre, mischiata ai sospiri inquieti di Steele. La "teatralità" della band tocca in questi 12 minuti il suo vertice indiscusso. Tematiche? Sempre le solite: amore, morte, misoginia. Pow-wow schiacciasassi e cori oltremondani; equilibri melodici dissolti, stasi tormentate che puzzano di slow-core marcio; rintocchi apocalittici di campane suonate a morto. Rimette tutto sulla retta (!) via "Jackhammerape", ancora speed-metal allucinato, prima della catastrofe finale, che è la catastrofe della psiche, il caos che annebbia la mente e che conduce all'omicidio, alla violenza sessuale più abietta e meschina.

Ciò che resta è "Gravitational Constant: G="6.67x10-8cm3gm-1sec-2"" (sic!), il punto di non ritorno di Steele, qui intento a rivelare i suoi problemi (o presunti tali...): "I've got no more reason to live and I've got no more love to give...". La struttura del brano è ormai quella "classicamente non ortodossa": tasselli su tasselli di emozioni che trovano corrispettivi sonori dei più disparati. Le parti più importanti di tutto il brano sono "Acceleration: due to gravity" (dove il "suono" sembra precipitare in un vortice profondissimo fatto di riverberi psichici) e "Requiem for a souless man" (dove lo strazio del vocalist è fin troppo tangibile, e viene accompagnato verso l'ultima risoluzione – "suicide is self expression" – in un clima che ricorda ancora alcune soluzioni di matrice "religiosa" tanto care al gotico).

Cosa ci sia dietro questo disco è spiegato nell'apposita scheda sui Type O Negative. Oggi, più di ieri, resto dell'avviso che questo sia il punto più alto del metal (di ieri e di oggi). O, almeno, questo è quanto pensa uno che di metal non ha mai amato niente, almeno fino a quando quel sibilo iniziale non gli ha svelato l'arcano irrisolto di Peter Steele. Perciò, ai fondamentalisti del genere lascio le loro idee. Io mi tengo le mie.

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