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30/03/2021

Cina e Iran sulla Via della Seta

Il grado di efficacia delle politiche americane di “massima pressione” sull’Iran e di “contenimento” della Cina si è potuto ancora una volta osservare nel fine settimana a Teheran. Nella capitale della Repubblica Islamica, i ministri degli Esteri dei due paesi – Mohammad Javad Zarif e Wang Yi – hanno infatti finalizzato un importante accordo di “cooperazione strategica” che dovrebbe coprire il prossimo quarto di secolo e muovere potenzialmente risorse per ben 400 miliardi di dollari.

L’intesa era stata annunciata a inizio 2016 in occasione della visita a Teheran del presidente cinese, Xi Jinping, e la “road map” pubblicata allora elencava una ventina di argomenti che le trattative sulla “cooperazione” sino-iraniana sarebbero andate a toccare. Gli ambiti inclusi nell’accordo non erano solo quelli più ovvi delle infrastrutture e dell’energia, ma anche altri di più ampio respiro, dal “politico” al “culturale”, dal “tecnologico” fino alla “difesa e sicurezza”.

La fetta più importante riguarderà senza dubbio gli investimenti cinesi in Iran nei settori chiave per lo sviluppo di quest’ultimo paese e, in particolare, per la sua integrazione nei piani della “Nuova Via della Seta” o “Belt and Road Initiative” (BRI) di Pechino. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Saeed Khatibzadeh, ha parlato di un documento che getta le basi per la cooperazione “commerciale, economica e dei trasporti”, con un “focus particolare sui settori privati dei due paesi”. L’ambasciatore iraniano a Pechino, Mohammad Keshavarz-Zadeh, ha invece messo l’accento sui settori “tecnologico, industriale ed energetico”.

Il rilievo dato da entrambe le parti all’accordo è difficile da sovrastimare. Nelle dichiarazioni ufficiali si sono sprecati i riferimenti alla natura “definitiva” e “strategica” della partnership bilaterale, secondo il ministro Wang “per nulla condizionata dall’attuale situazione” internazionale. Il messaggio agli Stati Uniti e ai loro alleati in Europa e in Medio Oriente non potrebbe essere più chiaro. Per quanto Washington intenda cercare di isolare Teheran o, tutt’al più, di estorcere condizioni aggiuntive in cambio della riesumazione dell’accordo sul nucleare (JCPOA), la strada della collaborazione tra Cina e Iran è tracciata e non ci saranno ripensamenti.

Inoltre, prima dell’evento pubblico con il ministro Zarif, Wang si era intrattenuto con il presidente, Hassan Rouhani, e, a conferma del coinvolgimento dei massimi livelli della Repubblica Islamica, aveva definito i dettagli finali dell’accordo con Ali Larijani, consigliere della guida suprema, Ali Khamenei, nonché incaricato della gestione dei “rapporti strategici” con la Cina.

Oltre che per l’importanza strategica in sé, l’accordo firmato sabato a Teheran spicca anche per il contesto in cu si inserisce, quello appunto del continuo intensificarsi dello scontro tra Stati Uniti e Cina. In questo senso rappresenta una delle più significative risposte di Pechino all’offensiva americana, accelerata da Trump e riproposta da Biden, ma iniziata già durante l’amministrazione Obama. Nello specifico, il suggello formale alla partnership sino-iraniana arriva poco dopo l’accesissimo incontro tra rappresentanti di Washington e di Pechino in Alaska, dove gli inviati cinesi avevano messo in chiaro la fermezza delle posizioni del loro paese e l’ineluttabilità delle scelte strategiche di fronte alle pressioni USA.

In precedenza, le intenzioni della Casa Bianca erano emerse nuovamente dal primo vertice dell’era Biden del cosiddetto “QUAD”, il meccanismo militare anti-cinese nell’area estremo-orientale che, oltre agli Stati Uniti, include India, Giappone e Australia. L’evento di Teheran si sovrappone in pratica anche alla recente visita del ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, in Cina per riaffermare un’altra partnership strategica cruciale per Pechino e che ha avuto al centro proprio il coordinamento delle rispettive azioni per neutralizzare le iniziative americane, a cominciare dall’abbandono del dollaro nelle transazioni bilaterali.

In una parola e indipendentemente dagli ostacoli, l’accordo tra Cina e Iran, così come e ancora di più tra Cina e Russia, è un altro tassello dell’inevitabile movimento verso un sistema multipolare, nonostante gli sforzi degli Stati Uniti per impedire queste dinamiche. I progetti di collaborazione con Teheran offrono inoltre alla Cina un altro punto di appoggio in Medio Oriente, tanto più in relazione a un paese che per posizione geografica, popolazione, risorse e ricchezza culturale è uno snodo semplicemente cruciale delle rotte euroasiatiche che segneranno sempre più il ventunesimo secolo.

I vantaggi potenziali per l’Iran sono ancora più lampanti. Nell’immediato, la quasi alleanza con la Cina garantisce un mercato al proprio export petrolifero strozzato dalle sanzioni americane e l’afflusso di investimenti di cui il paese ha disperatamente bisogno. Nel medio periodo, invece, la possibilità di svolgere il ruolo di vero e proprio ponte tra i due continenti, con tutto ciò che comporta in termini di sviluppo infrastrutturale e tecnologico, negato dalle sanzioni occidentali e dal fallimento dell’accordo di Vienna (JCPOA).

Le politiche sempre più aggressive degli Stati Uniti per contrastare le minacce alla propria declinante posizione internazionale, in definitiva, continuano a produrre l’effetto contrario a quello desiderato. Ben lontani dal piegarsi e dal rinunciare alla propria indipendenza strategica, i paesi nel mirino di Washington, primo fra tutti la Cina, continuano a costruire rapporti basati sulla reciprocità e sul rispetto delle peculiarità nazionali, preferendo di gran lunga la promozione di progetti di sviluppo, neanche lontanamente avvicinabili dagli USA, rispetto alla coercizione, alle pressioni e alle partnership incentrate sull’elemento bellico e militare.

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