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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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25/01/2023

Genova - Al Museo del Mare la schiavitù è spacciata per “volontariato”

Il Comune di Genova e il Museo del Mare propongono un contratto di lavoro della durata di 6 mesi senza nessuna retribuzione. Non è lavoro è schiavitù!

Ieri mattina eravamo davanti al MuMa a protestare contro il bando uscito sul sito del Comune di Genova che richiede un lavoratore iperqualificato per un contratto part-time di 4 ore al giorno, 4 giorni alla settimana per un totale di 6 mesi. Il tutto spacciato per “volontariato civico ad alto profilo”.

Troviamo vergognoso e chiediamo la rimozione immediata del bando pubblicato dal Comune, che anziché tutelare i diritti dei precari e delle precarie e cercare di contrastare una cultura del lavoro fondata sullo sfruttamento, se ne fa portatore e protagonista, anche con toni di vanto, rendendo un lavoro qualificato l’ennesimo caso di sfruttamento gratuito della mano d’opera come già era successo durante il Genova jeans o durante le mostre ai palazzi dei Rolli.

Troviamo anche ridicola l’indignazione arrivata dall’opposizione comunale, costituita da una parte politica che ha storicamente insieme alla destra contribuito a smantellare i diritti del lavoro nel paese.

Come studenti universitari e precari siamo consapevoli che questo sistema di sfruttamento viene costruito a tavolino partendo dall’alternanza scuola-lavoro, passando per gli stage universitari gratuiti e approdando in un mondo del lavoro che non lascia scampo neanche a profili di alta formazione, come ribadito anche nel presidio che si è tenuto ieri a Milano con i lavoratori e le lavoratrici esternalizzate dei beni culturali.

Invitiamo lavoratori e lavoratrici, studenti e studentesse ad organizzarsi sempre più e intraprendere la strada della lotta collettiva per riconquistare salario, diritti e dignità.

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Cambiare Rotta

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29/12/2021

Il tempo della libertà e il tempo della schiavitù

Tracciare le linee per una storia dell’istituto della schiavitù, e ancor di più di quello della libertà ove mai sia possibile, risulta compito assai arduo, anche per una rapida sintesi. Tuttavia, c’è un dato: i canoni per la definizione delle idee di libertà e di schiavitù sono variati nei diversi periodi della storia.

La volubilità di tali parametri è stata casuale, oppure stabilita dalle classi egemoni?

Sebbene non sia facile datare con precisione la nascita della schiavitù, appare abbastanza certo che già nel periodo a cavallo tra la civiltà minoica e l’epoca micenea, se ne potrebbero rintracciare i primi indizi.

In età antica, si diventava schiavo per vari fattori: prigionia conseguenza di una sconfitta in guerra; oppure vendita, con relativo acquisto da parte del padrone: la cosiddetta schiavitù-merce.

I mercati di schiavi erano collocati sia alla periferia del mondo greco, sia sui principali assi commerciali. Talune poleis democratiche, come Atene, hanno costituito la piattaforma per lo sviluppo di tale modello schiavistico; gli schiavi disponibili sul mercato, comunque, per la maggior parte erano Barbari, ‘altri’ rispetto ai Greci.

Se Atene piange, Sparta non ride. Mentre nelle città con ordinamenti democratici la maggioranza degli schiavi era stata acquistata, nelle poleis con costituzioni non democratiche, vigeva la schiavitù ilotica.

I dorici colonizzarono intere popolazioni ivi autoctone, riducendole violentemente allo stato di servitù agraria. Queste masse di uomini e donne, gli iloti, coltivavano le terre per la comunità degli aristocratici, consegnando loro buona parte del raccolto.

Si trattava, in ogni caso, dello squilibrato rapporto tra élite al potere ed esclusi da esso: sia a Sparta, sia ad Atene, con rispettivi ‘Stati satelliti’. Gli episodi di ribellione di tali etnie asservite sono stati numerosi, soprattutto dove veniva praticato l’ilotismo.

I più assidui traffici commerciali di schiavi furono praticati con l’impulso determinante delle élite dominanti delle città democratiche, ovviamente Atene su tutte. La democrazia ateniese aveva la necessità sociale, prima ancora che economica, del lavoro degli schiavi: questa contraddizione evidente, spesso non viene presa in considerazione dagli attuali alfieri dell’indispensabilità della democrazia liberale nelle società contemporanee, bisognosi di un riferimento storico ‘puro’ a cui appigliarsi.

Ma che, appunto, puro non è: la continuità della pratica schiavistica nel mondo antico, senza escludere dal novero la democrazia ateniese, è un elemento di cui tener sempre conto.

Forse, non è lecito parlare di un’economia schiavista, perché sovente la forza lavoro dei ‘non liberi’ fungeva da supporto all’organizzazione complessiva del lavoro interna alle poleis, ma definire quella greca come una società schiavista, sicuramente è un’affermazione storicamente legittima.

E nemmeno si è mai differenziata una corrente di pensiero antischiavista tra gli osservatori politici antichi: l’unico trattato specifico su tale fenomeno, Sulla libertà e sulla schiavitù, scritto da Antistene, allievo di Gorgia, purtroppo è giunto a noi solo con pochissimi frammenti.

Nemmeno tra gli altri sofisti, che pure erano in possesso di schiavi nelle loro proprietà, emergeva un’autentica barricata antischivista. Ma va dato ad alcuni di loro il merito di aver provato a introdurre nuovi argomenti ‘civili’ riguardanti il tema della schiavitù nel quadro della riflessione politica del periodo classico.

La libertà era l’opposto della schiavitù: un’enunciazione all’apparenza scontata, ma tra le diverse caratteristiche che segnavano la differenza di condizione tra i due status sociali, tale assunto ci indica una divaricazione fondamentale: quella del tempo.

Privo di capacità decisionale, lo schiavo consacrava il proprio tempo allo svolgimento delle attività all’interno dell’organizzazione del lavoro cittadina creata, tuttavia, dall’élite dei liberi, i quali, di contro, decidevano del tempo della propria libertà.

Nonostante il messaggio radicale del Vangelo e dei primi pensatori cristiani (secondo cui la schiavitù era una manifestazione umana da eliminare), e influenzato anche dall’eredità del diritto romano, nemmeno il medioevo cristiano seppe produrre una svolta considerevole rispetto alla pratica schiavistica.

“Fratelli in Cristo” in base alla dottrina della Chiesa, le figure del padrone e dello schiavo, nella loro impari relazione, di fatto, continuarono a sopravvivere a lungo dopo la caduta dell’Impero romano.

Il servo della gleba, utilizzato in agricoltura, non è esattamente sovrapponibile all’immagine dello schiavo antico, tuttavia, il tempo della propria condizione era decretato dalla scala gerarchica dominante, costituendo l’ultimo anello sociale, con rare possibilità di affrancamento.

Ma fenomeni pienamente schiavistici seguitarono a verificarsi nella complessità delle società medievali più mature: per esempio, nelle Repubbliche marinare italiane, anch’esse riportate come governi democratici.

Il progresso dei costumi, riguardanti anche la schiavitù, ha lentamente modificato l’approccio al fenomeno (così come gli studi del periodo moderno e contemporaneo dimostrano).

In questo senso, molto si deve ai filosofi illuministi che hanno ipotizzato un nuovo “diritto naturale” e hanno cercato la realizzazione dell’esistenza umana sulla scorta di argomentazioni puramente razionali. E, parzialmente, eredi anche di quella missione morale di svolta radicale indicata dal Vangelo: il programma di fratellanza degli esseri umani rielaborato in chiave laica trova i prodromi, altresì, nella divulgazione del Cristianesimo delle origini.

Da qui in avanti si sono determinate sostanziali obiezioni alla schiavitù, principalmente come istituzione giuridica. Locke, ma anche Montesquieu – sebbene quest’ultimo abbia concesso qualche deroga alle esigenze politiche del suo tempo, tollerando la schiavitù nei paesi tropicali e giustificandola con le dure condizioni di vita dei colonizzatori europei.

E, poi, Rousseau del Contratto Sociale: celebre la citazione secondo cui la libertà civile è reale quando “nessun cittadino deve essere abbastanza ricco da poterne comprare un altro e nessuno così povero da essere obbligato a vendersi” (II, 11).

In quest’ottica, era vera democrazia quella ateniese e le altre ad essa retoricamente ispirate nella storia politica? Certamente: una democrazia antica con schiavi. E non quella decontestualizzata e quasi astorica che per troppo tempo ha edulcorato la narrazione liberale, alla ricerca delle radici di una forma culturale e politica, resistente e vincente nei secoli.

Una storia che, appunto, non tiene.

Nel 1776 prende vita la Dichiarazione di Indipendenza americana, che segnò il primo passo verso una graduale limitazione della schiavitù, ma ci vorrà ancora un secolo e tanta violenza per decretarne l’abolizione legale (e solo legale!). Anche in questa occasione, i democratici sostennero, fino alla fine della guerra civile americana, la legittimità della pratica schiavista.

L’istituzione giuridica della schiavitù, quindi, è stata gradualmente eliminata, e solo in un recente storico: ma siamo sicuri che ad essa sia associata anche l’eliminazione del fenomeno schiavistico?

Lo spartiacque tra le società capitalistiche e quelle precedenti è stato scandito proprio dai nuovi sviluppi economici che hanno reso e rendono il nuovo uomo salariato schiavo del lavoro e dei processi di sfruttamento, sempre più articolati e alienanti. Ad eccezione dell’attività artistica, in virtù della “connessione armoniosa” che si crea tra l’artista stesso e la realizzazione della propria opera, almeno secondo Marx.

Se, dunque, da un lato la schiavitù era giuridicamente superata o, comunque, in via di superamento in gran parte del mondo occidentale, essa si conservava nella necessità, economicamente fisiologica del nuovo ordine produttivo, di perpetrare l’asservimento rispetto ai tempi e ai meccanismi del moderno processo lavorativo ai danni del nuovo esercito di salariati.

Se, però, gli ultimi due secoli sono stati caratterizzati da una visione collettiva, almeno in molte società nazionali, anche il concetto e la pratica della libertà – e con esso anche lo sfruttamento schiavistico, diretto o meno diretto – hanno attraversato complessivamente tale senso comunitario. Con annesse lotte per i diritti, siano esse sfociate in vittorie o sconfitte.

Dalla contrapposizione novecentesca tra la libertà dell’Occidente al cospetto della ‘non libertà’ dei paesi dell’est, è scaturita l’egemonia della “libertà di mercato”, diventata globalizzata, più che globale. E con essa, negli ultimi trent’anni, abbiamo assistito all’atomizzazione dei diritti sulla base del mantra sociale, sempre più artificialmente costruito, della centralità della “libertà individuale”, sola ed esclusiva.

Libertà che semanticamente è stata sempre più braccata da ambienti e movimenti conservatori, se non proprio reazionari: l’individuo ha sopraffatto il collettivo, la moltitudine ha smembrato la classe.

Ma anche la condizione di schiavitù, non accedendo a una visione di classe e a una prospettiva di società, si è atomizzata afferendo anch’essa alla sfera dell’individualità.

Questo non vuole dire che si è limitata e addolcita la forza animalesca dello sfruttamento. Tutt’altro. Si è affievolita, quanto disgregata, la capacità collettiva di farsene capo. Ognuno vive nel suo schiavismo, un po’ meglio o un po’ peggio della condizione schiavile dell’altro.

Nello smantellamento della forma collettiva a tutti i livelli, anche la schiavitù è diventata una questione individuale: ‘fatti tuoi, basta che non intacchi la mia libertà‘; che si tramuta, sovente, in libertà di essere schiavo.

Si è così determinato un ordine sociale, economico, politico fondato sul finto benessere individuale (o sarebbe meglio dire malessere): dal ‘conosci te stesso‘ al ‘pensa (solo) a te stesso‘.

Eppure, le forme della schiavitù sembrano avere connotati comuni e inelluttabili che hanno attraversato le diverse età, da quella antica alla contemporanea: come mai non si riesce più a vedere con chiarezza queste forme anche nella dissoluzione di un mondo passato e l’arrivo, tardivo, di un altro?

Proprio in questo chiaroscuro va programmata una lotta avanzata, sociale e culturale. È necessario riconsegnare una diversa forza semantica, oltre che filosofica, politica e, soprattutto, sociale alla dualità libertà-schiavitù?

Obbligatorio è ripensare, riformulare: la concezione della libertà non è stata mai pura, neutrale e unitaria, ma è variata in base all’opportunità delle epoche e, spesso, delle rispettive classi dirigenti che ne hanno determinato tempi e schemi. A volte anche per la necessità della conquista di taluni diritti, non necessariamente borghesi, almeno nel ‘900, rientrando, poi, non casualmente nella logica economicistica.

Nel XXI secolo, tuttavia, l’idea di libertà rischia di avere connotati quasi esclusivamente negativi a cui bisogna contrapporre un altro paradigma, seppur non esaustivo, inserito in un modello di idee, coerente e condiviso, diverso dalla deriva dominante. Uno sforzo ideale, sistemico insomma, che unisce anche le frazioni di pensiero e posizioni, ormai diventate eccessive anche nel panorama politico e culturale presente.

Anzi, l’atomizzazione politica segue proprio questo criterio dominante di libertà conservatrice. In quest’ottica, sarebbe un’autocritica che talune componenti antagoniste dovrebbero valutare.

La schiavitù resta quasi sempre una costante. Certo, la schiavitù riguarda la forma morale: Platone parlava anche dello schiavo delle passioni, dei vizi, ossia, in termini moderni, delle dipendenze, per esempio, dal profitto.

Inoltre, la schiavitù ha sempre rappresentato una forma di lavoro. Estremo, forzato, violento, ma comunque una forma di lavoro, non necessariamente palesato dalle catene di ferro.

Al contrario della manifestazione schiavile, la libertà può attuarsi solo quando “l’uomo socializzato, i produttori associati regolano razionalmente questo loro ricambio organico con la natura, lo portano sotto il loro comune controllo, anziché essere da esso dominati come un forza cieca” ed esterna da sè, scriveva Marx nel Capitale.

Anche quest’ultimo, insieme all’ateniese, cestinato dal pensiero liberale nel novero dei filosofi promotori di “società chiuse”. Sarebbero quelle liberali contemporanee, invece, le “società aperte”? Nell’ottica dell’élite ‘demo-liberale’, certamente sì; dal punto di vista dei nuovi asserviti, probabilmente no.

In seno al cambiamento radicale delle forme di lavoro all’interno del sistema produttivo, se possibile ancora più spietato, che questo secolo sta vivendo e vivrà, interrogarsi sul mutamento delle forme individuali di schiavitù è un ulteriore sforzo necessario, non solo dal punto di vista intellettuale.

In questo senso, le tracce per seguire il percorso dell’asservimento attuale sono relativamente più visibili, anche osservando il corso della storia, ma soltanto in uno stadio di consapevolezza diversa, maggiore e più avanzata.

La schiavitù ha sempre occupato la forma del tempo, e in questo non è mai cambiata. Tale dimensione rappresenta una costante storica.

Il tempo che avevano gli schiavi antichi, così come i servi medievali, oltre alla fatica, era scarsissimo, praticamente nullo. Il tempo che hanno gli ‘schiavi contemporanei’ è davvero poco, ma meno apparente.

Il tempo degli esclusi deciso in un ‘altrove da sè’ rappresenta un legame tra la schiavitù antica, la servitù medievale e il lavoro salariato nell’organizzazione sociale capitalistica: una costante a vantaggio delle classi egemoni.

Il tempo oltre al lavoro (anch’esso sempre più lasco e indefinito) è cadenzato da rituali ben ponderati dal modello capitalistico. La smania di acquistare cose materiali è uno di questi, ossia il desiderio di sentirsi un libero ricco in potenza: instillare sistematicamente l’idea di realizzazione in base alla materialità che si compra con quel poco che si guadagna realmente, è un’operazione minuziosa e ormai inesorabile, che viene da lontano e che prosegue nel modello formativo, comportando anche un finta soddisfazione psicologica.

Una riduzione del tempo che comporta una minore partecipazione alla sfera pubblica, creando un’autentica contrazione della democrazia, che sta portando a forme di apatia popolare di cui si possono intravedere molti indicatori.

L’altro tempo, insomma, si è indotti a passarlo davanti a un qualsiasi ‘schermo di compagnia’ che consiglia acquisti, con annessi stimoli al tempo del ‘desiderio materiale di possedere’ e consumare. Davvero un capolavoro di raffinatissima, quanto disumana fattura. E siamo ancora in un ordinamento democratico.

C’è libertà oltre il lavoro e lo schermo.

Fonte

02/10/2020

USA - Il prezzo della menzogna

Trump e gli apparati ideologici a lui legati stanno caratterizzando la fase crepuscolare del suo primo mandato presidenziale, rivendicando apertamente il “suprematismo bianco”, sostenendo le frange dell’alt-right, alimentando quel brodo di cultura “cospirazionista” rispetto al Covid 19, e non da ultimo relativizzando gli aspetti peculiari della storia Nord-americana.

Il genocidio dei nativi e l’opera di espropriazione delle terre in cui erano vissuti, lo schiavismo come perno dello sviluppo della potenza statunitense e la guerra coloniale nei confronti del Messico (che si risolse nella sua mutilazione territoriale dopo la sconfitta), sono ancora le “vene aperte” del capitalismo a stelle-e-strisce, per le contraddizioni insanabili che hanno prodotto.

Questi aspetti furono propedeutici alla proiezione degli States in direzione del resto del Continente, che hanno sempre considerato il proprio “giardino di casa”, così come in direzione del Pacifico. Sovente, per esempio, si tende a dimenticare il dominio che, fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale, gli USA esercitavano sulle Filippine, uno dei territori che tra l’altro ha più subito le conseguenze della “guerra del Pacifico” nel Secondo Conflitto mondiale.

La messa in discussione di massa della narrativa mainstream della storia statunitense, attraverso l’ottica euro-Americana, è avvenuta storicamente grazie alla pressione delle lotte delle “minoranze etniche” che l’avevano subita: dai nativi americani agli afro-americani, dagli asiatico-americani ai Latinos, e dalle lotte di liberazione nel tricontinente.

Cina, Cuba e Vietnam – quest’ultimo soprattutto – costringono a ripensare la “percezione di sé” degli Yankee e la specificità della loro storia. È bene sottolinearlo, senza che un soggetto (interno od esterno) ponesse la contraddizione, l’eccezionalismo WASP era l’unica versione accettabile e tramandabile dell’American Way of Life, ossia della Storia.

E questo è vero soprattutto per il movimento operaio radicale, per gli Afro-Americani e per le donne, in specie quelle delle “minoranze etniche”.

Chi ha avuto l’ardire di affrontare l’establishment Nord-americano, prima o poi nel suo percorso di liberazione si è dovuto confrontare con due aspetti rilevanti: la falsificazione storica sistematica contenuta nella narrazione dominante, e la violenza strutturale dell’establishment. Due facce della stessa medaglia, molto prima che The Orange Man mettesse piede nella Casa Bianca.

Per ciò che riguarda la schiavitù, su cui si concentra questo intervento pubblicato su The Atlantic che abbiamo tradotto, bisogna ricordare che l’autodifesa armata è stata l’alfa e l’omega della sua esperienza organizzativa, la condizione non sufficiente ma necessaria per potere sperare di migliorare la propria condizione dalla schiavitù delle piantagioni ai ghetti nelle metropoli.

Se in questi decenni, è stato prezioso il lavoro storico-teorico che ha permesso di mantenere quel filo rosso tra i vari tentativi di emancipazione, dalla “Ferrovia Sotteranea” al Black Liberation Army per giungere a oggi, è stata la riesplosione della “questione nera” a Ferguson nel 2014 e lo sviluppo di “Black Lives Matter” a dare uno sbocco ad un lavoro certosino e contro corrente di studiosi/e ed attivisti/e.

Trump e la società che ha contribuito a far emergere è forse l’espressione più coerente di come gli USA siano uno “esperimento sociale fallito”, incapace di integrare – a più di un secolo e mezzo dalla fine della Guerra Civile (1860-65) – la componente Afro-Americana e di fare seriamente i conti con il proprio passato.

E forse l’opzione secca che intravedeva Malcom X – “the ballot or the bullet”- assume un significato diverso quanto attuale, considerato che per primo l’inquilino della Casa Bianca “se ne fotte” della democrazia e dei suoi orpelli, ed il suo sfidante più pacato non va oltre l'essere il male minore.

Buona lettura.

*****

La scorsa settimana, alla Conferenza sulla storia americana della Casa Bianca, il Presidente Donald Trump ha denunciato il modo in cui “la sinistra ha deformato, distorto e contaminato la storia americana con inganni, falsità e bugie”, attaccando Howard Zinn, la teoria critica razziale, e il 1619 Project del New York Times (di cui sono stato contributore).

Il presidente ha enfatizzato la necessità di “un’educazione patriottica” nelle nostre scuole, sottovalutando la centralità della schiavitù, o comunque ogni tipo di oppressione, nella fondazione dell’America.

“La nostra missione è di difendere l’eredità della fondazione dell’America, la virtù degli eroi americani e la nobiltà dell’identità americana”, Trump ha detto all’evento. “Dobbiamo cancellare la fitta ragnatela di bugie nelle nostre scuole ed insegnare ai nostri ragazzi la magnifica verità sul nostro paese. Vogliamo che i nostri figli e le nostre figlie sappiano che sono cittadini della più eccezionale nazione della storia del mondo”.

“Le nostre storie tendono a discutere la schiavitù americana così imparzialmente”, scrive W. E. B. Du Bois nel suo libro del 1935, Black Reconstruction in America, “i”.

Ascoltando Trump, potremmo pensare che un esame rigoroso della schiavitù e le sue implicazioni siano una parte fondamentale delle lezioni di storia in America. Invece, recenti statistiche dimostrano che i giovani americani hanno enormi lacune nel capire la storia della schiavitù nel nostro paese.

Secondo un report del 2018 del Southern Poverty Law Center, solo l’8% degli studenti dell’ultimo anno di liceo sa che la schiavitù è stato il punto focale della Guerra Civile. Due terzi degli studenti non sapeva neanche che un emendamento costituzionale fu necessario per abolire formalmente la schiavitù.

Quel che mi ha affascinato di più del discorso di Trump è stata la scelta di centrarlo tutto sull’”indottrinamento”. È stato strano realizzare che riportare una narrazione più ampia di quel che fu la schiavitù, e dell’orrore che portò, potrebbe essere considerato indottrinamento, specialmente se le storie che si raccontano sull’America sono imbevute in una mitologia uni-dimensionale dell’eccezionalismo.

“Proviamo troppo spesso a cambiare deliberatamente i fatti della Storia che la Storia potrebbe essere una lettura interessante per gli Americani”, scrisse Du Bois in Black Reconstruction.

Du Bois scriveva in un momento in cui la narrativa della schiavitù come “accordo amichevole e benevolente fra schiavista e schiavo” finì per dominare la memoria collettiva americana di quel periodo storico. Molti americani vedevano la schiavitù come un accordo con cui i Neri erano felici di servire i loro padroni bianchi, che a loro volta li servivano con una bontà paterna e gentile.

Questa narrativa fu propagata dallo storico della Columbia University Ulrich Bonnell Phillips, che, con il suo libro del 1918 American Negro Slavery, in cui formalizzò come gli americani bianchi vedevano tale istituzione. “In generale”, scrisse Phillips, “le piantagioni erano le migliori scuole mai inventate per l’addestramento di massa di tutta quella popolazione inerte e riluttante, la maggior parte della quale è rappresentata dai negri americani”.

All’università, Phillips studiò sotto lo storico William A. Dunning, che diede il nome alla Dunning School – non una vera e propria istituzione, ma un movimento intellettuale razzista. L’eredità della Dunning School intende fortificare nella coscienza pubblica americana l’idea secondo cui, dopo la Guerra Civile, i Neri si sono dimostrati, tramite le elezioni e il suffragio, incapaci di partecipare alla democrazia.

Come posto dallo storico Eric Foner, “Alla base della dottrina Phillips vi era l’idea che la schiavitù non fosse davvero un’istituzione inumana basata sulla tortura psicologica e fisica, e che il suo ruolo nella crescita dell’economia americana fu minima.”

Per insegnare la vera storia della schiavitù non serve distorcere, omettere o dire bugie riguardo quel che è accaduto in questo paese; serve semplicemente un’esplorazione dei documenti con fonti primarie per capire il senso di quel che è stato e di quel che ci ha lasciato.

Tutto quel che gli insegnanti devono fare, per insegnare ai ragazzi quel che fu la tratta transatlantica, è fargli spendere tempo con le memorie di chi l’ha vissuta sulla propria pelle. “Sono stato messo sotto i ponti, e lì ricevetti un saluto nelle mie narici come mai avevo provato in vita mia, tanto che, piangendo per l’asprezza della puzza, mi sentii talmente male che non riuscii a mangiare”, scrisse l’ex schiavo Olaudah Equiano nella sua autobiografia del 1789. “La vicinanza di spazio, il calore del clima, a cui va aggiunto il numero di persone nella nave, che era così affollata che a malapena si riusciva ad avere spazio per se stessi, ci hanno quasi soffocati. Sudavamo tanto e non riuscivamo a respirare per via della puzza orribile, il che causò nausea negli schiavi, per cui tanti poi morivano.”

Un insegnante non ha bisogno di dire bugie sul fatto che la Confederazione fosse fondata su principi di tortura intergenerazionale e lavoro coatto quando i Confederati dicevano nelle loro dichiarazioni di secessione:

“I popoli degli stati schiavisti sono legati assieme dalla stessa necessità e determinazione di preservare la schiavitù africana”, diceva quella della Louisiana.

“La nostra posizione è accuratamente identificata con l’istituzione della schiavitù – il più grande interesse materiale al mondo”, dichiarava quella del Mississippi.

“L’elezione del sig. Lincoln non può che essere considerata una solenne dichiarazione, dalla maggioranza del popolo del Nord, di ostilità al Sud, le sue proprietà e istituzioni”, affermava quella dell’Alabama, “consegnando i propri cittadini ad assassini, e le sue mogli e figlie alla violazione e alla contaminazione, per gratificare la brama di Africani mezzo civilizzati.”

“La servitù della razza africana, come esiste in questi stati”, dice quella del Texas, “è mutualmente benefica per essere legati e liberi, ed è autorizzata abbondantemente e giustificata dall’esperienza dell’umanità e dalla rivelata volontà del Creatore Onnipotente.”

Non erano solo i rappresentanti eletti a pensare questo. Lo storico James Oliver Horton ha trovato tantissime testimonianze di soldati confederati che dicevano le stesse cose. Come nota, un prigioniero sudista urlò a soldati unionisti che stavano di vedetta, “Voi Yanks volete che le nostre figlie si sposino con dei niggers”.

Un contadino bianco indigente disse di non poter e voler smettere di combattere, perché il governo di Lincoln “vuole obbligarci a vivere come la razza di colore”. Un artigliere confederato della Louisiana disse che il suo esercito doveva combattere disperatamente perché non avrebbe mai voluto “vedere il giorno in cui un Negro è messo in pari con una persona bianca”.

Un educatore non deve inventare storie su quel che pensavano i nostri Padri Fondatori delle persone nere, visto che l’hanno detto loro stessi.

“Paragonandoli sulle loro facoltà di memoria, ragione e immaginazione, mi pare che in fatto di memoria siano uguali ai bianchi; in ragione molto inferiori, se penso che non ne potremmo trovare uno che sia capace di seguire e comprendere le investigazioni di Euclide; ed in immaginazione, sono noiosi, privi di gusto e anomali”, scrisse Thomas Jefferson in Notes on the State of Virginia, “affermo quindi con sospetto, che i neri, sia che fossero originariamente una razza distinta, o che si siano resi diversi dal tempo e dalle circostanze, sono inferiori ai bianchi nella dotazione del corpo e della mente.”

Nessun insegnante deve mentire su come agli schiavisti era permesso abusare dei propri lavoratori schiavizzati quando il codice degli schiavi della Virginia rende chiaro che ad una persona bianca è permesso dalla legge di uccidere una persona nera schiavizzata:

“Laddove l’unica legge in funzione per la punizione dei servi recalcitranti che resistono ai loro signori, signore o sorveglianti non possa essere inflitta sui negri, né possa essere soppressa se non tramite mezzi violenti l’ostinazione di molti di loro, Sia decretato e dichiarato da questa grande assemblea, che se uno schiavo resiste al proprio signore (o ad un ordine del suo signore in modo da correggerlo) e per l’estremità della sua correzione possa esso morire, la sua morte non debba rappresentare un crimine, ma il suo signore (o un’altra persona incaricata dal signore di punirlo) sia scagionato dalla molestia, siccome una tale malizia preterintenzionale (che da sola la renderebbe un crimine) potrebbe indurre qualsiasi persona a distruggere la sua proprietà.”

Non è necessario drammatizzare o esagerare lo sbilanciamento di potere tra schiavista e schiavo – e la violenza con cui questo sbilanciamento si è manifestato tra schiave nere e uomini bianchi – quando innumerevoli esempi dei racconti di schiavi ricordano storie d'abuso sessuale che le donne nere subivano dai loro padroni bianchi. Prendete questa testimonianza del 1937 dell’ex schiavo W. L. Bost, inclusa nella Federal Writers Project della WPA:

Tantissime donne nere fanno figli con uomini bianchi. Sanno che è meglio seguire quello che viene detto loro. Non c’erano questi casi prima che gli uomini arrivassero qui dal South Carolina [al North Carolina], si stanziassero e portassero schiavi. Poi prendono quegli stessi figli che hanno fatto con il sangue e poi li fanno schiavi. Se la Signora lo scopre scatena la rivoluzione. Ma difficilmente lo scopre. Gli uomini non lo dicono e le donne negre sono sempre impaurite. Quindi continuano a sperare che le cose non saranno le stesse per sempre.

O questo passo dal libro del 1861 di Harriet Jacobs, Incidents in the Life of a Slave Girl:

Il mio signore mi incontrava ad ogni turno, ricordandomi che io appartenevo a lui e giurando che mi avrebbe costretta a sottomettermi a lui. Se uscivo per prendere una boccata d’aria dopo una giornata di fatica instancabile, i suoi passi mi seguivano ostinatamente. Se mi inginocchiavo presso la tomba di mia madre, la sua ombra oscura cadeva su di me perfino lì. Il leggero cuore che la natura mi diede divenne pesante con tristi presagi.

Per capire l’impatto e il costo umano della separazione familiare, basta leggere semplicemente le inserzioni messe sui giornali dalle persone schiavizzate nei decenni seguenti la Guerra Civile e l’abolizione formale della schiavitù. Ad esempio questa a Philadelphia, presa da Eliza Holmes nel 1895:

Informazione richiesta su mio marito e mio figlio. Ci siamo separati a Richmond, Virginia, nel 1860. Il nome di mio figlio era Jas. Monroe Holmes; il nome di mio marito era Frank Holmes. Mio figlio è stato venduto a Richmond, Virginia. Non so dove l’abbiano portato. Mio marito non fu venduto; l’ho lasciato a Richmond, Virginia, quando io e i miei cinque figli, Henry, Gabriel, Charles, Dortha e Jacob, fummo venduti ad un mercante che viveva in Texas. Ora sono vecchia e non penso di avere ancora molto, quindi mi piacerebbe rivederli prima che io muoia. Qualsiasi informazione riguardo loro sarà piacevolmente accolta da Eliza Holmes, Flatonia, Fayette Co., Texas

L’intensità dell’opposizione che Trump e molti altri mostrano riguardo al porre al centro la schiavitù, o anche semplicemente riorientare la storia del nostro paese cosicché la schiavitù non sia più esterna alla fondazione del progetto americano, proviene dal loro ragionamento su quel che si gioca in questo dibattito.

Così tanto della legittimità dell’infrastruttura politica, economica e sociale americana è predicata su un mito antistorico – quello che accetta tutto quel che rende l’America eccezionale, senza andare a sbattere contro il fatto che le risorse che hanno creato vite eccezionali per alcuni cittadini derivano dall’oppressione intergenerazionale di milioni di altri.

Lo studio della schiavitù dimostra chiaramente queste contraddizione e queste messinscene. Trump e coloro i quali si allineano al suo messaggio sanno che una volta che le persone hanno capito quest’imbroglio sulla schiavitù in ogni sfaccettatura della storia degli Stati Uniti, la legittimità dei suoi sistemi si svela, e con essa la legittimità di chi occupa spazi di potere.

Se gli studenti non imparano la storia della schiavitù, potrebbero quindi pensare che l’Electoral College sia un’istituzione benigna dedicata ad istituire la giustizia democratica per gli Americani in tutto il paese. Potrebbero crescere pensando che il gigantesco divario di ricchezza tra le persone nere e i bianchi siano fondate sul fatto che un gruppo lavora più sodo dell’altro. Potrebbero pensare che il nostro sistema carcerario è oggi così perché i Neri sono inerentemente più violenti.

“Nessuno può leggere la prima autobiografia di Frederick Douglass ed avere troppe illusioni riguardo la schiavitù”, scrisse Du Bois in Black Reconstruction, “E se la verità è il nostro fine, non esistono fantasticherie o ricordi personali dei suoi beneficiari che possano nascondere al mondo il fatto che la schiavitù fu un crudele, sporco, costoso e ingiustificabile anacronismo, che ha quasi rovinato il più grande esperimento di democrazia al mondo.”

Questo è quello che Trump ha paura che gli studenti scoprano.

Ma la verità è che il nostro paese non peggiora se i giovani fanno i conti pienamente con i lasciti della schiavitù. Queste riflessioni li preparano meglio a dare un senso su come si è evoluto il nostro paese e sul costruire sistemi ed istituzioni basati sulla giustizia invece che sull’oppressione. Nulla è più patriottico di questo.

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10/09/2019

Schiavi, servi e liberati. Impressioni di settembre

Liberate padre Gigi. Scritto grande accanto alla rotonda che porta a Madignano, provincia di Cremona, suo paesello natale. Stampato su striscioni al municipio e presso la cattedrale di Crema. Posto in alto nella casa provinciale della Società delle Missioni Africane a Quarto Castagna, sulla strada che porta a Nervi.

Se si arriva al mare non si può non notare la statua di Garibaldi partito da Quarto per ‘liberare’ il SUD dell’Italia dallo ‘straniero’. Libérez le P. Pierluigi è il testo del volantino affisso in alcune zone della capitale del Niger, Niamey, dove Gigi è stato portato via da poco meno di un anno.

Liberate padre Gigi, come se coloro che non sono tenuti in ostaggio come lui fossero liberi. La liberazione è un cantiere permanente che inizia sempre con una presa di coscienza che sfocia poi in una negazione. Liberi non si nasce: si diventa assieme.

Le schiavitù sono in genere volontarie. Nessun dittatore e nessun regime dispotico potrebbe mantenersi a lungo al potere senza l’adesione dei sudditi. La Grande Dittatura è riconducibile al sistema che nel mercato globale e il conseguente consumo ha tutto trasformato, come l’oro di un nuovo Re Mida della fiaba, quanto tocca in merce.

L’adesione a questo tipo di opzione preferenziale per le merci ha una lunga storia dietro di sé e con ogni probabilità un brillante futuro nei prossimi anni. Cinquecento anni di capitalismo globale e qualche decennio di dittatura mediatica hanno creato le condizioni per la resa etica ed intellettuale alla quale assistiamo nei nostri giorni.

L’epoca delle schiavitù non solo non è terminata, ma si rinnova e rinasce dalle ceneri grazie alle delocalizzazioni, allo sfruttamento lavorativo e all’asservimento al capitale.

La scomparsa del lavoro, decretata a tavolino dai teorici dell’economia, è piuttosto la scomparsa dei lavoratori. Sono loro che pagano con la vita, nel nostro Paese come altrove, le condizioni di sfruttamento lavorativo che li rendono ancora più vulnerabili.

Si calcola che i morti annuali sul lavoro o in relazione con esso siano nel mondo oltre 2 milioni. Nel nostro Paese, secondo l’Osservatorio Indipendente di Bologna morti sul lavoro, in 15 mesi oltre 1600 lavoratori hanno perso la vita, per buona parte nell’agricoltura. Senza poi citare il lavoro minorile nelle miniere dei metalli preziosi per le economie digitalizzate delle tecnologie attuali.

Schiavi e schiave del nostro tempo che, invisibili ai più, permettono la riproduzione del sistema di spogliamento globale della dignità umana, grande perdente dell’operazione.

Schiavi e servi sono un parto gemellare del sistema che si è radicato tanto profondamente da apparire come ‘naturale’ ai più. La guerra attuale è quella della fame che, come ricorda il sociologo e uomo politico svizzero Jean Ziegler, uccide ogni anno più di tutte le guerre messe assieme. Detta guerra è uno degli ‘effetti collaterali’ della schiavitù dei servi del sistema che ne hanno fatto la loro arma privilegiata di distruzione.

La schiavitù servile è in fatti foriera di morte, necrofila per vocazione, come ricorda il filosofo e insegnante camerunese Achille Mbembe. La ‘necropolitica’, di cui ha sviluppato il concetto, non è che l’estensione nel tempo e nello spazio dell’ideologia capitalista neoliberale. Quest’ultima, come le altre ideologie totalitarie, si distingue per la riproduzione e l’appalto gestito dei cimiteri in giro per il mondo.

I liberati sono loro. Superstiti della trasgressione delle frontiere, disertori delle guerre umanitarie e di quelle di conquista, precari inventori di sogni, ingenui disegnatori di mondi, stolti artigiani di orizzonti, inaffidabili imprenditori di domande, improvvisati scrittori del silenzio e rivoluzionari in cerca di parole buttate via.

Sono coloro di cui raccontava Paulo Freire nella sua ormai lontana ‘Pedagogia degli Oppressi’, nessuno libera nessuno, nessuno si libera da solo: ci si libera nella comunione. E aggiungeva che la liberazione è un parto, un parto doloroso. Ed è quello che ‘I liberi cittadini della Maddalena’, noto vicolo di Genova, ricordavano ancora ieri sera in Piazza Cernaia.

Libera solo chi insiste con pazienza a fare reti, e ogni rete ha i suoi nodi. Riannodare legami è il primo passo per celebrare l’avvenuta liberazione di domani.

Genova, settembre 2019

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08/08/2018

Marcinelle visto da Niamey

Un anniversario che si colora di sangue e di corpi sparsi dopo l’incidente avvenuto di recente nel foggiano. Morire in miniera, sulla strada, nel mare o nel deserto non fa differenza. Sono persone che, nella migrazione, libera o forzata dalle circostanze, scavavano nella storia per trovare un avvenire differente.

Tra l’8 di agosto del 1956, la tragedia di Marcinelle nel Belgio, e l’8 di agosto del 2018 c’è di mezzo la strada dove hanno trovato la morte 16 persone. Dodici più quattro, appena qualche giorno fa in circostanze simili. A Marcinelle i morti furono 262, di cui 136 connazionali, svenduti per 200 kilogrammi di carbone a testa.

In dieci anni furono oltre 140 mila gli italiani che, spinti dall’accordo tra l’Italia e il Belgio, raggiunsero le miniere di carbone. Il treno era l’aereo e le barche del Mediterraneo dell’epoca. L’Italia si era impegnata a mandare in Belgio 2000 uomini la settimana. Braccia in cambio di carbone e, talvolta, di morte.

Si muore nei furgoni, in modo clandestino, come il lavoro e le braccia che reggono l’economia agricola del nostro prezioso Sud. Pomodori invece di carbone, sulla strada in furgoni che trasportano i braccianti che per un euro, raccolgono un quintale di pomodori. Carbone e pomodori, tutta una questione di quantità, la vendita rimane la stessa. Berretti rossi invece di elmetti protettivi, i primi per ripararsi dal sole e i secondi per sicurezza. Ci sarà la marcia per accompagnare la sconfitta di un’economia che si definisce sommersa per pudore o per sfrontatezza.

Non è un’economia ma una schiavitù accettata e resa lucrativa con le complicità di chi dovrebbe dare lavoro con dignità. Il profitto cieco dei venditori di pomodori made in Italy con manodopera africana. Si dovrebbe almeno correggere l’etichetta. Evidenziare i nomi di chi assicura il benessere di una regione. Pomodori in cambio di qualche euro e carbone, in cambio di minatori.

Tutto ciò visto da Niamey, il Sud della Libia, aiuta a capire meglio il sistema di sfruttamento sul quale riposa e prospera l’economia al Nord della Libia. L’accumulazione primitiva perpetua il sistema e si tinge di rosso. Il deserto che ci separa è quello negli occhi e nelle mani. Il mare che ci accomuna si trasforma in un campo di battaglia elettorale per nazionalismi da strapazzo. L’anniversario di Marcinelle è l’occasione per tornare a scavare per trovare, sulla strada, l’umanità perduta.

Niamey, 8 agosto 2018

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10/06/2018

Soumayla ucciso per nascondere un traffico di rifiuti tossici?

“Ci sono dei passaggi in questa vicenda che non mi convincono. Si spara a uno che va a prendere lamiere abbandonate? Probabilmente lì c’era qualcosa che non si voleva che si scoprisse”. Ad affermarlo non è la redazione di Contropiano (che questo dubbio lo ha espresso da subito), ma il procuratore di Cosenza, Mario Spagnuolo, che ha condotto l’inchiesta sulla Fornace Tranquilla, il luogo dove sabato è stato ucciso Sacko Soumayla, bracciante e attivista sindacale dell’Usb, mentre insieme ad altri due braccianti stava cercando di recuperare un po’ di lamiere per farne il tetto di una baracca nella vicina favelas di San Ferdinando.

Per il suo omicidio c’è stato un arresto, quello di Antonio Pontoriero, agricoltore della zona ma anche parente dei proprietari di quella fornace abbandonata diventata una discarica illegale di rifiuti tossici al centro di una inchiesta che rischia di finire in prescrizione.

L’inchiesta sui rifiuti tossici nascosti e stoccati dentro la Fornace Tranquilla, aveva due destinatari, “il titolare della fornace e soprattutto i vertici dell’Enel che avevano messo in piedi tutto il ‘giochetto’ dello smaltimento di quella robaccia” dice ancora il procuratore Spagnuolo in una intervista su L’Avvenire. In quella fornace abbandonata c’è il più grosso deposito di vanadio d’Europa. Il vanadio è cancerogeno, e c’erano tante altre sostanze pericolose. Si tratta in gran parte di rifiuti delle centrali Enel della Puglia e della Sicilia. Ma chi sono i proprietari della Fornace Tranquilla che qualcuno ha pensato di difendere a fucilate ammazzando Soumayla? “Intanto precisiamo che non lo sono più perché la società è fallita” afferma il dott. Spagnuolo, “Noi non li avevamo inquadrati come mafiosi. Non erano segnalati, ma tenga presente che San Calogero è una zona ad altissima densità mafiosa. Clan Mancuso, ma non solo loro. Purtroppo ci sono più consorterie mafiose che cristiani”.

L’omicidio di Soumayla infatti non è il primo morto intorno alla vicenda della Fornace Tranquilla. Un altro elemento da chiarire è quello legato alla morte di Antonio Romeo, proprietario della fornace in questione. Romeo era stato trovato cadavere in circostanze che gli inquirenti hanno ritenuto “a dir poco misteriose” all’interno della propria macchina.

Secondo gli investigatori, il mezzo sarebbe stato fatto precipitare volutamente dalla strada provinciale per Nicotera nella zona di Coccorino. Un omicidio più che un incidente. Quando venne trovato il cadavere di Antonio Romeo, l’uomo risultava svestito ma con la maglia che gli copriva la testa. Secondo il rapporto della Guardia di Finanza che indagava sui rifiuti tossici nella fornace, sarebbe il segnale usato dalle ‘ndrine per punire chi “ha visto troppo e non doveva vedere”.

Dopo la morte di Antonio Romeo l’azienda era passata nelle mani di Giuseppe Romeo e del figlio Stefano. Il primo venne tratto in arresto nel novembre 2009 perché, secondo gli inquirenti, aveva attestato falsamente, insieme con altre persone, il recupero mai avvenuto dei rifiuti pericolosi che, di volta in volta, venivano inviati a San Calogero a ridosso di coltivazioni ad agrumi dove venivano interrati. Le indagini hanno consentito di individuare specifiche responsabilità dei membri dell’associazione a delinquere dedita al traffico e allo smaltimento di rifiuti tossici accertando il contestuale coinvolgimento di varie società, calabresi e pugliesi, che si erano aggiudicate contratti per il trasporto, il recupero e lo smaltimento di fanghi “altamente inquinanti e pericolosi”, di derivazione industriale (risultati essere composti da alte percentuali di nichel–vanadio) per importi di svariati milioni di euro, stipulati con una società nazionale leader nella produzione di energia elettrica, ossia l’Enel.

Sembra che Antonio Pontoriero, l’accusato dell’omicidio di Soumayla Sacko, nutrisse l’aspirazione a ridiventare proprietario della fornace sequestrata dal 2011 nel quadro dell’operazione “Poison” (veleno) delle procure di Vibo Valentia e di Brindisi. Soprattutto contando sulla prescrizione in cui stanno andando i reati che riguardano il traffico di rifiuti tossici intorno alla Fornace Tranquilla. Un posto che, al di là del nome, sembra essere uno di quei luoghi “proibiti” in cui non bisogna mettere il naso, neanche per recuperare un po’ di materiale di scarto.

Ma questi “non luoghi” da rendere invisibili, sono anche le baraccopoli in cui sono costretti a vivere i braccianti, in gran parte migranti, e le loro condizioni di lavoro che rasentano la schiavitù. Tutti sanno ma nessuno sa, tutti vedono ma nessuno interviene. Solo il sindacato, in questo caso l’Usb, si è posto il problema di organizzare e dare dignità e visibilità ai dannati della terra che sono alla base dello sfruttamento nella filiera della grande distribuzione che arriva poi sulla nostre tavole come nelle nostre case (vedi l’inchiesta sullo sfruttamento dei lavoratori nelle cooperative della logistica per la Leroy Merlin, anche loro immigrati). Impossibile dimenticare che questo affronto aperto contro sfruttamento e neoschiavismo sul lavoro, in particolare dei lavoratori immigrati, ha già visto un altro sindacalista ucciso e proprio nel settore della logistica, del tutto speculare e connesso alla filiera della grande distribuzione: Abd el Salam, insegnante ma operaio immigrato dall’Egitto e delegato sindacale dell’Usb.

E’ questa realtà nascosta, omessa, strumentalizzata, agevolata, voluta che va portata alla luce in tutta la sua pienezza. “Prima gli sfruttati!”, è questo il grido di verità e giustizia che verrà portato in piazza a Roma il 16 giugno e nelle campagne calabresi il 22 giugno.

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21/08/2017

Ucraina: schiavitù per i lavoratori e bombe per il Donbass

Oltre alla guerra nel Donbass, alla crisi economica che ha ridotto la maggioranza dei lavoratori a dover scegliere tra nutrirsi o scaldarsi durante l’inverno, per i giganteschi aumenti che il FMI ha imposto sui prodotti alimentari e sulle tariffe energetiche, il golpe neonazista del febbraio 2014 ha regalato all’Ucraina anche la moderna schiavitù.

Russkaja Vesna, sulla base di fonti della polizia ucraina, scrive dello smascheramento di un’organizzazione criminale che avrebbe spedito oltre 200 ucraini in Inghilterra, attraverso intermediari lituani, per lavori a dir poco da “schiavi”. Procurando visti di lavoro per la Polonia (essenziali per entrare nel territorio della UE) i lavoratori, provenienti per lo più dalle regioni di Ivano-Frank e Ternopol, erano fatti passare in Lituania. Qui, ricevevano documenti autentici, intestati a cittadini lituani, cui i malcapitati ucraini venivano fatti somigliare con l’ausilio di parrucche, imbellettamenti e altri sotterfugi. Nei casi in cui non era possibile trovare documenti con foto somiglianti, la “merce” viaggiava nascosta a bordo di TIR. Lo stipendio promesso nel “paradiso europeo” britannico variava dalle 4.000 alle 7.000 sterline al mese, per occupazioni “del tutto legali”.

I disgraziati contavano su brevissimi periodi di lavoro: giusto il tempo, col miraggio di tali salari, di mettere da parte il gruzzolo per comprar casa in Ucraina. Di fatto, le “risorse umane” rimanevano a tempo indefinito ostaggi dei banditi che, per miseri stipendi, procuravano agli sventurati lavori come guardiani di bestiame, addetti ad autolavaggi, lavapiatti e braccianti. Come nella miglior scuola internazionale, il grosso del salario veniva intascato dai caporali, quale “compenso” per averli traghettati all’inferno e, ancora da manuale, ogni protesta veniva messa a tacere con botte e minacce di ritorsioni sui familiari in patria.

Forse si riferisce a questo sistema di “emigrazione”, Petro Porošenko, quando promette agli ucraini l’abolizione dei visti per l’ingresso in Europa. D’altronde, da tre anni promette anche “il ritorno del Donbass” e, per ora, l’aggressione di esercito e battaglioni neonazisti non ha portato altro che bombardamenti e vittime, soprattutto civili, tra la popolazione delle Repubbliche popolari di Donetsk e di Lugansk. Proprio in questi giorni, la Croce Rossa Internazionale ha diffuso i dati ufficiali sul numero di vittime civili dall’inizio del conflitto nel Donbass: si tratterebbe di oltre 2.700 persone uccise, tra cui alcune centinaia di minori. Secondo il Ministero degli esteri di Kiev, i dati ONU parlerebbero di almeno 2.500 civili uccisi e circa 9.000 feriti. Già due anni fa, i servizi segreti tedeschi avevano ventilato una cifra – su cui è poi caduto il silenzio, ma che non è mai stata smentita – di oltre 50.000 vittime, tra civili e militari.

E, se ieri l’altro le milizie delle Repubbliche popolari lanciavano l’allarme su possibili offensive ucraine, queste sono arrivate puntuali nella giornata di ieri. Il portavoce delle milizie della DNR, Eduard Basurin, aveva rivelato che, lungo la direttrice di Gorlovka, la ricognizione aveva rilevato negli ultimi giorni manovre di disturbo e un intenso rifornimento di munizioni e carburante per le truppe ucraine: un segnale non di buon auspicio per il cessate il fuoco. Il portavoce della LNR, Andrej Maročko, aveva parlato di intensificazione dei voli di ricognizione con l’uso di droni e di gruppi di perlustrazione terrestre, insieme a manovre di disturbo radioelettronico. A partire dall’alba di ieri, il fuoco dei mortai ucraini ha incendiato abitazioni civili nell’area di Krasnyj Jar, nella LNR e nel pomeriggio, le truppe ucraine si sono addirittura accanite contro una squadra di vigili del fuoco che, alla periferia di Donetsk, stava accorrendo a spegnere gli incendi provocati dalle artiglierie di Kiev: il caposquadra è rimasto ucciso e 3 vigili del fuoco feriti. Ancora nella tarda serata di ieri, le forze di Kiev continuavano a bombardare la periferia di Donetsk, mentre stamani hanno colpito con proiettili incendiari i quartieri civili di Kalinovo, nella LNR.

Questi non sono che i frutti di quella majdan Nezaležnosti, piazza Indipendenza, che il 24 agosto si appresta a celebrare, per l’appunto, il 26° anniversario della nezaležnosti, la “indipendenza” dall’Urss, facendo sfilare per le vie di Kiev alcune centinaia di soldati della Nato.

Nazionalisti ed ex vertici militari polacchi hanno già espresso la propria contrarietà a che soldati della Trzecia Rzeczpospolita Polska sfilino al suono dell’inno dell’OUN banderista, divenuto oggi, con qualche adattamento, l’inno delle forze armate ucraine. Se dal testo sono stati espunti i riferimenti alle pretese territoriali sulle nazioni confinanti, è però prevista la presenza alla parata dello stendardo originale della 3° Divisione fucilieri, donato all’Ucraina nel 1992 dal capo della chiesa ortodossa autocefala, Mstislav Skripnik, dal 1941 al ’44 capo dell’amministrazione filonazista a Rovno.

Ma il Ministero della difesa polacco, scrive oggi news-front.info, ha fatto sapere di star ancora valutando in quale proporzione partecipare alla parata: se limitare al minimo la presenza di propri soldati o se invece sia più consono soprassedere sui 100.000 polacchi trucidati dall’OUN-UPA nel 1943, in nome del “comune sentire” antirusso. Del resto, è probabile che a Varsavia concordino di dar peso a quelle affinità “storico-etniche” polacco-ucraine, di contro alla “assenza di sangue slavo nelle vene dei russi, discendenti da tribù ugro-finniche, dei Merja, Murom, Mordvi, Moksh o Komi, mischiate con mongoli e altre nazionalità asiatiche” proclamata a Kiev. Detto questo, non rimane che mettere d’accordo le due scuole di “pensiero nezaležnyj”: la presente e quella che, appena pochi fa, aveva proclamato Genghis Khan ucraino, nato in un’area tra il Don e il Dnepr, figlio di Elena e di Isaak, ebreo.

La Nezaležnosti gioca anche questi scherzi, se non fosse tragica per chi ne subisce le conseguenze.

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10/05/2017

Libia - Migranti schiavi, inchiesta dell'Aia

Le disumane condizioni in cui migliaia di migranti africani vengono detenuti in Libia, denunciate da tempo dall’Organizzazione internazionale per le Migrazioni (Oim), arrivano sul tavolo della Corte Penale Internazionale (Icc). Il tribunale ha annunciato di voler aprire un’inchiesta sui crimini commessi contro migranti e rifugiati nel paese nordafricano con cui l’Italia ha stretto un memorandum (celebrato da tutta l’Unione Europea) per evitare che prendano il mare e cerchino rifugio in territorio europeo.

Secondo i dati dell’Oim, al momento almeno 20mila migranti sono detenuti da bande criminali e milizie armate nelle decine di centri irregolari messi in piedi in Libia, sia nel profondo sud desertico sia lungo la costa: picchiati, abusati regolarmente, costretti a lavoro forzato e prostituzione. Schiavi moderni, prigionieri fino a quando le famiglie non pagano i riscatti o lo stesso migrante riesce a “ripagarsi” la libertà.

Persone vendute – aveva spiegato il capo della missione Oim in Libia Othman Belbeisi – tra i 200 e i 500 dollari in veri e propri mercati di schiavi e detenute per 2-3 mesi, durante i quali subiscono abusi e violenze di ogni tipo. Una rete ormai radicata che mette insieme tratta di esseri umani da Nigeria, Senegal e Gambia, centri di detenzione ufficiosi e moderna schiavitù. E tutto avviene ormai alla luce del sole: ad aprile l’Oim parlava di una normalizzazione tale che le vendite di persone avvengono in pubblico.

All’organizzazione lo raccontano gli stessi migranti. Come un 34enne senegalese: con i compagni di viaggio è stato portato con un autobus in una parcheggio a Sabha dove locali acquistavano i migranti subsahariani. Una volta comprati, vengono condotti in prigioni ufficiose dove vengono costretti a lavorare senza paga o a prostituirsi o a chiamare ripetutamente i familiari per chiedere il riscatto.

Due giorni fa Fatou Bensouda, procuratore dell’Icc ha comunicato al Consiglio di Sicurezza Onu di aver raccolto e analizzato numerose informazioni “relative ai gravi e diffusi crimini commessi contro i migranti che tentano di transitare attraverso la Libia”. “Approfitto di questa occasione – ha aggiunto – per dichiarare che il mio ufficio sta attentamente esaminando la fattibilità di aprire un’inchiesta sui crimini contro i migranti in Libia”.

Un calvario che l’Italia e l’Europa non vedono, impegnate ad attaccare le ong che operano nel Mediterraneo per evitare stragi quotidiane. A monte sta il centrale interesse politico ad impedire l’arrivo di rifugiati e migranti con ogni mezzo possibile, che sempre più spesso passa per pagamenti a regimi autoritari perché si tengano le persone in fuga da fame e guerra. Da Erdogan ad al-Sisi, la rete che la Ue sta imbastendo è fatta di accordi finanziari e militari volti a bloccare i migranti negli Stati di passaggio.

La Libia, con il memorandum firmato con l’Italia, è uno di questi. Eppure si tratta di un non-Stato, di uno Stato fallito dopo l’attacco della Nato del 2011 che – nonostante annunci di accordi e negoziati – è tuttora preda di autorità militari e politiche diverse, di un sistema politico a più teste, dai parlamenti rivali alle città-Stato.

In un simile contesto i migranti sono merce di scambio e di entrate economiche. L’ultimo rapporto Unicef, pubblicato alla fine di febbraio, dà i numeri: dei 23.846 bambini arrivati in Italia nel 2016, tre quarti ha subito violenze in Libia e la metà abusi sessuali ripetuti; 23mila minori e 28mila donne sono tuttora detenute nel paese nordafricano. Difficile identificare i centri di detenzione, spesso ex caserme militari o magazzini. L’Onu ne conta al momento 34, di cui 24 governativi. Ma sarebbero molti di più: si tratta di prigioni ufficiose, invisibili, gestite da milizie armate, gruppi islamisti o gang criminali.

Con accordi come il memorandum di intesa tra Roma e Tripoli, quell’incubo potrebbe ripetersi: se i migranti saranno rispediti indietro, potrebbero finirci di nuovo.

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01/05/2017

Un 1° Maggio per spezzare le catene, quelle del valore e quelle sul lavoro


La giornata del 1 Maggio, festa dei lavoratori, verrà declinata in molti modi diversi. In primo luogo è ormai spezzato il monopolio del concertone a San Giovanni di Cgil Cisl Uil, usato da anni come pannicello caldo a copertura della complicità sindacale con governi, Confindustria e diktat europei. Ormai anche in altre città come Napoli, nascono dal basso appuntamenti musicali con ben altri contenuti.

In secondo luogo questo 1 Maggio ci saranno manifestazioni sindacali alternative che si sono date l’obiettivo di individuare e denunciare la “catena del valore” che sta reintroducendo nel paese condizioni lavorative semischiavistiche e sempre peggiori.

Da Milano a San Severo in Puglia a Gioia Tauro in Calabria, assumeranno protagonismo quelle figure di nuova classe operaia cresciute vertiginosamente in questi anni, gli anni in cui la circolazione delle merci è divenuta strategica in modo complementare all’aumento dello sfruttamento nella produzione.

Il "NO Shopping Day" attacca le nuove logiche del mondo del lavoro improntate al massimo sfruttamento delle Nuove Schiavitù del mondo del lavoro: dai centri commerciali sempre aperti, al massacro dei lavoratori della logistica, allo sfruttamento della migrazione come lavoro a costo quasi zero. Il Primo Maggio è giorno di difesa dei diritti di lavoratori e cittadini conquistati con secoli di lotte.

A Milano il 1 Maggio sarà dedicato alla lotta contro le nuove schiavitù, incluso l’obbligo del lavoro festivo. Una giornata articolata in vari momenti. Alle alle 8.00 appuntamento al centro commerciale Carosello – Carugate; alle 11.00 Corteo da Via Padova a via Esterle, alel13.00 Pranzo Sociale Via Esterle.

A San Severo, provincia di Foggia, ci sarà invece la Marcia dei braccianti. Una marcia analoga ci sarà nella Piana di Gioia Tauro in Calabria. In questo contesto la negazione dei diritti sindacali e sociali dei braccianti e degli operai nella filiera agricola continua ad essere una normalità nel “Made in Italy”. Un situazione dovuta alle imposizioni della Grande Distribuzione Organizzata (GDO) sulla pelle di donne e uomini nelle campagne e nelle serre in giro per l'Italia. La morte di braccianti, indipendentemente dalla provenienza geografica, è frutto di questo stato di sfruttamento nella filiera. Basta ricordare Paola Clemente, Mamadou Konaté, Nouhou Doumbia, Mohamed, Zacaria e tanti altri morti di fatica o tra le fiamme e che rischiano di finire nel dimenticatoio.

Per questo l'attenzione nella manifestazione con la Marcia dalle campagne del foggiano sarà posta sulle caratteristiche generali e specifiche del lavoro agricolo, ed è il caso dei migranti che vengono sottoposti ad ogni forma di ricatto e vulnerabilità predisposti dalla legge Bossi – Fini, dal recente decreto Minniti – Orlando e dalle direttive europee.

La recente approvazione del Decreto Minniti – Orlando, che accompagna il Decreto sulla sicurezza urbana dello stesso governo Gentiloni, conferma la prevalenza delle politiche che negano il diritto di asilo e la protezione internazionale, da un lato, e che portano alla ghettizzazione e alla marginalizzazione dei migranti, dall’altro, funzionali al loro sfruttamento lavorativo e sociale.

Con questi provvedimenti non si fa altro che alimentare le spinte xenofobe e razziste alla base di numerose campagne di criminalizzazione del soggetto migrante e si alimenta il circuito della cattiva gestione e dell'affarismo dei centri deputati all'accoglienza dei profughi. Parallelamente il Governo porta avanti operazioni di vera e propria deportazione (gli accordi Ue/Turchia o Ue/Unione Africana) e di detenzione attraverso i vecchi CIE ed i nuovi CPR (Centri Permanenti di Rimpatrio).

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23/04/2017

Schiavitù

Per la prima volta in TV si è sentito parlare di “ritorno alla schiavitù”. Merito di Giorgio Cremaschi che osato pronunciare questa fatidica affermazione invocando un bilancio serio e realistico di ciò che è accaduto nel corso degli ultimi decenni nel mondo del lavoro in Italia e fuori d’Italia, ma particolarmente e specialmente in Italia.

Sono stati distrutti quelli che possono essere definiti i “pilastri del sindacato”: contrattazione, adeguamento dei salari, possibilità di espressione diretta della rappresentanza dei lavoratori.

Ma questi punti non riguardano tanto e solo il “Sindacato” quale ente astratto, ma riguardano i lavoratori, la loro condizione materiale, la loro dignità fuori e dentro i posti di lavoro in tutte le condizioni, nell’industria, nell’impiego pubblico e privato, nei servizi, nei trasporti.

Non si fa in questa sede, per ovvie ragioni, la storia di queste drammatiche vicende, dell’assenza progressiva di capacità di conflitto, della costanza della mediazione al ribasso avviata attraverso la subalternità ad un presunto meccanismo di concertazione e di rapporto più o meno mediato con governi erroneamente presunti come “amici”.

E’ sufficiente concentrarsi sulla frase “ritorno alla schiavitù” per cercare di comprendere la necessità di stabilire nuovi punti di partenza per il conflitto sociale e sulla necessità di organizzazione che ne deriva.

Tutto il contrario, naturalmente, della “disintermediazione” propugnata ormai da quasi tutti i soggetti presenti nel sistema politico italiano e dell’acquiescenza ai diktat europei.

Una situazione drammatica su diversi versanti, anche su quelli meno dibattuti come quello riguardante il ruolo della donna ancora del tutto soffocato, il rapporto tra lavoro e ambiente ancora del tutto irrisolto, il precariato di dimensioni sempre più imponenti.

Il grido “ritorno alla schiavitù” appare come concreto e realistico e deve essere raccolto come punto di consapevolezza della tragedia in atto e affrontato con le armi che stiamo cercando di evocare (e che sono progressivamente mancate nel corso degli anni): il conflitto e l’organizzazione, partendo dalla base dei lavoratori e della loro capacità di espressione diretta di lotta.

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04/01/2017

L’amico indiano di Alessandra Moretti accusato di schiavitù

La holding Sharma era pressoché sconosciuta al grande pubblico, con l’eccezione degli addetti ai lavori nel settore dei gioielli. Poi è scoppiata la clamorosa gaffe del viaggio in India “postato” su Instagram dalla capogruppo del Pd in Regione Veneto, Alessandra Moretti (poi dimessasi dall’incarico, restando consigliere regionale). La Moretti aveva partecipato ai quattro giorni di festa per il matrimonio di Jorge Sharma. È in quella occasione che l’opinione pubblica conosce il gruppo Sharma, una compagine indiana che opera in più comparti, nota a Vicenza come impresa nel commercio di pietre preziose, che ha base nella città del Palladio a pochi passi dalla Fiera. Le cronache di metà mese peraltro ricordano che in India è volato anche l’assessore alla sicurezza del Comune berico, Dario Rotondi. La vicinanza a Jorge Sharma rampollo della omonima famiglia è stata dichiarata dalla stessa Moretti: «una persona che mi è molto cara» ha detto al Corriere del Veneto del 15 dicembre.

Ma la galassia Sharma è al centro di una vicenda con risvolti penali per uno dei reati più odiosi e più severamente puniti dal codice, ovvero la riduzione in schiavitù. Un reato con una prescrizione lunghissima, che prevede una pena massima di vent’anni di carcere. Vvox.it infatti ha avuto conferma di questo coinvolgimento dopo avere attentamente letto una dettagliata denuncia depositata presso la questura di Vicenza alla fine dello scorso luglio. In quelle carte sta scritto che nel 2014 un giovane indiano viene avvicinato da «Narendra Sharma» fratello di «Giraj Sharma». Al ragazzo mentre si trova in India viene offerto un lavoro con la prospettiva di un buon salario, carte in regola con i visti ed un impiego con regolare contratto. Ma una volta in Italia la realtà, sempre stando alla denuncia, si manifesta di ben altra natura.

L’uomo si lamenta di non potere uscire mai dalla sede «in via dell’Industria 57 a Vicenza» (in foto). Più nello specifico nella stessa denuncia il giovane racconta così quanto accadutogli: «Non potevo uscire dal negozio, mai, mangiavo e dormivo lì dentro su un divano... non potevo mai uscire solo... non avevo diritto a parlare con nessuno... mi dicevano che dovevo solo fare il mio lavoro e che se avessi provato a uscire la polizia mi avrebbe catturato perché ero senza documenti». E ancora l’uomo spiega di avere avuto un serio problema con le sue gambe. «Una infezione» per la quale inizialmente «i signori Sharma mi accordano un appuntamento in ospedale» che poi «cancellano». Il rischio per la salute del giovane pare essere assai elevato.

Alcuni esponenti del sindacato berico Usb vengono a sapere della sua condizione. Nel 2016 approfittando di un momento di confusione nell’attività di via dell’Industria, fanno uscire il lavoratore e lo portano dritto all’ospedale di Vicenza dove viene curato a dovere. Dimesso l’uomo, debitamente assistito, si reca in questura e denuncia il tutto spiegando di volere perseguire penalmente chiunque sia responsabile di quanto capitatogli. Poi, ancora con l’aiuto del sindacato, gli viene trovato un luogo sicuro fuori dalla provincia di Vicenza.

Il giorno dopo con la copia della denuncia in mano i sindacalisti della Usb si presentano alla Direzione territoriale del lavoro berica e depositano un esposto dettagliato col quale chiedono di intervenire per valutare non solo l’accaduto, non solo la sussistenza di eventuali profili di «evasione contributiva e mancata regolarizzazione dei dipendenti», ma pure le condizioni di chi eventualmente si trovasse all’interno degli stabili del gruppo Sharma. L’intestazione del documento parla da sola perché si chiede all’ispettorato di valutare anche la violazione «dell’articolo 600 del codice penale», che è appunto il reato di riduzione in schiavitù. Per descrivere la condizione del ragazzo si usa il termine “recluso”. Ed è in questo senso che con ogni probabilità va inquadrato il blitz di cui i media avevano dato conto nell’estate del 2016. In quell’esposto peraltro l’Usb puntualizza anche la natura del problema medico del lavoratore, un problema al piede «con ferita, abrasione profonda infetta all’alluce» (nella denuncia firmata dall’indiano viene usato il termine «gambe»; ma il giovane non è a suo agio con la lingua italiana).

Il Gruppo Sharma, interpellato più volte da Vvox, non risponde. Molto conosciuto nell’ambiente orafo vicentino, si prepara a partecipare alla fiera berica del gioiello in programma a gennaio dove sarà presente nella hall 2.2.

Fonte

05/11/2015

I robot ci ruberanno il lavoro? Era ora!

E' veramente stupefacente che pur disponendo di sofisticate automazioni e di complessi algoritmi d'intelligenza artificiale gli esseri umani dedichino ancora così tanto tempo al lavoro.

Ancor più sensazionale però, è il fatto che gli stessi lavoratori temano a tal punto di rimanere disoccupati, da sperare che i processi produttivi non vengano automatizzati.

Ma il colmo dei colmi è che anche i lungimiranti sindacalisti, che in teoria dovrebbero prodigarsi per tutelare i lavoratori, accettino l'automatizzazione consapevoli del fatto che comporterà un esclusivo vantaggio per gli sfruttatori o ripudino anch'essi l'avvento delle automazioni, invece di organizzare una ben più desiderabile alternativa, nella quale i moderni mezzi produttivi, strappati dal dominio de capitale, siano finalmente impiegati per ridurre il lavoro umano, pur assicurando un reddito decoroso ai lavoratori.

E' del tutto evidente che anche il sindacato sta dalla parte dei capitalisti e ne rappresenta un braccio operativo, il cui compito è fare in modo che i subordinati tollerino la moderna schiavitù lavorativa, servendo i loro padroni senza fiatare e accontentandosi delle briciole, invece d'ambire all'emancipazione ed alla libertà come dei veri rivoluzionari.

Chiunque afferma di voler difendere il “diritto al lavoro” fa riferimento al primo articolo della costituzione italiana, dimenticandosi puntualmente di tutelare il “diritto alla felicità”, che invece è il vero diritto sul quale si dovrebbe fondare la costituzione di ogni paese del mondo.

Molte pagine della costituzione puzzano di preti e di capitalisti. Leggendole ci si accorge che sono state scritte in modo tale da curare gli interessi del potere nelle sue molteplici forme, che da sempre ha un gran bisogno di schiavi acritici, docili ed ubbidienti, disposti a sacrificare la propria vita per soddisfare le esigenze di profitto dei propri sfruttatori.

Per ottenere tal fine in passato il potere ricorreva all'azione coercitiva diretta della forza; poi ha intuito che per fare in modo che gli esseri umani si procurino autonomamente il proprio asservimento, non c'è strategia più efficiente di far credere loro che lavorare sia un diritto sacrosanto, sancito addirittura dalla costituzione, con tanto di sindacalisti che si battono per difendere l'opportunità di essere un moderno schiavo.

Serve inoltre un apposito sistema scolastico che manipoli le menti delle nuove generazioni allontanandole dall'esercizio dello scetticismo e del libero pensiero, sostenendo che sia giusto e doveroso sacrificare il tempo della vita per un lavoro insensato e disumano.

Il sistema insegna agli individui ad essere i guardiani di sé stessi, carcerati che dopo essersi rinchiusi autonomamente in cella, agiscono affinché anche tutti gli altri subiscano la medesima sorte. Il gregge deve schernire, avvilire, punire e isolare le pecore nere che ripudiano la moderna schiavitù del lavoro, quelli che ancora riescono a sognare ed inseguire la libertà.

E' così che si realizza un contesto socio-culturale ricco d'individui non pensanti, pronti per essere utilizzati nelle fabbriche e nelle aziende.

Se tutto ciò poi non dovesse bastare, il tipico ricatto capitalistico che costringe a procurarsi il denaro per non morire di fame, sarà sufficiente a riportare sulla retta via quella sparuta minoranza d'individui che sono riusciti a mantenere intatte le loro capacità cognitive: quella dell'asservimento nei confronti del capitale.

Il sistema trasforma gli esseri umani in automazioni che svolgono il lavoro al posto delle vere macchine, sperimentando un'esistenza insensata in quella che potremmo definire, senza esagerazioni, una follia sociale, nella quale l'alienazione dovuta ad un lavoro totalizzante diviene un'auspicabile ambizione.

Ma il sindacato incalza, bisogna garantire a tutti un lavoro a tempo pieno, perché il lavoro è dignità, il lavoro rende liberi... esattamente come riportava quella scritta realizzata in ferro battuto posta all'ingresso di uno dei più famosi campi di concentramento tedeschi.

Il punto nodale non è dare a tutti un lavoro a tempo pieno, ma fare in modo che ogni essere umano sia messo in condizione di vivere felicemente la propria esistenza, e si dà il caso che per essere felici bisogna innanzitutto essere liberi.

Per quanto il sistema s'impegni per farci credere il contrario, trascorrere 10-12 ore al giorno all'interno di un'azienda per guadagnarsi da vivere (considerando spostamenti, straordinari e pause pranzo lontano da casa), non significa essere liberi ma essere schiavi.

Se a causa dei vincoli imposti dal lavoro non siamo nemmeno padroni del nostro tempo, come possiamo sostenere di essere liberi?

C'è dell'altro. Siamo naturalmente incompatibili con il grigiore, gli obblighi e le costrizioni spaziali delle aziende, perché ci siamo evoluti per centinaia di migliaia di anni tra il verde delle foreste, la più totale libertà e l'assenza di ogni tipo di confine, al di fuori d'un limpido cielo blu.

Per questo il lavoro demandato dai padroni ai propri dipendenti, che guarda caso quegli sfruttatori si guardano bene dal compiere in prima persona, induce problemi psico-fisici di ogni genere.

L'odierna concezione di lavoro è antitetica al raggiungimento della felicità per gli esseri umani, semplicemente perché il lavoro non è organizzato pensando a quel fine, ma per curare gli interessi del capitale, vale a dire "potere e profitto".

Il capitale ha sostanzialmente bisogno di due categorie di persone: lavoratori a buon mercato per ridurre i costi di produzione, e persone infelici con un certo reddito, disposte a consumare in modo compulsivo.

Il lavoratore a tempo pieno, che pensa di essere un benestante, in virtù della violenza dovuta alla costrizione di compiere azioni ripetitive e noiose contro la sua natura-volontà, prima o poi, diverrà stressato ed infelice, e così tenderà a colmare il suo vuoto esistenziale sperperando futilmente il denaro che ha guadagnato sacrificando stupidamente la sua vita; ma così facendo si ritroverà di nuovo senza denaro e dovrà continuare a lavorare.

D'altro canto il disoccupato, che vive perennemente in preda alla disperazione dovuta al fatto di non riuscire a trovare un lavoro, prima o poi, pur di racimolare qualche soldo che gli servirà per sostentarsi (o poco più), diverrà sempre più disposto a schiavizzarsi a qualsiasi condizione lavorativa; ma cedendo ai ricatti del capitale trascinerà verso il basso diritti e salari dell'intera classe che è costretta a subordinarsi per vivere.

Ecco spiegato il perché da una parte il sistema costringe le persone a lavorare a ritmi frenetici per tutto il giorno e dall'altra tollera che ci sia disoccupazione e precariato: sono entrambi degli ottimi strumenti per disciplinare i lavoratori e condizionare i consumatori.

Viviamo nel tempo in cui le macchine stanno iniziando a pensare, e la cosa più intelligente che l'essere umano medio riesce a concepire è quella di aspirare ad un lavoro totalizzante per sé e per l'intera umanità, nonostante gli odierni apparati tecnologici potrebbero tranquillamente svolgere quei compiti al posto loro in modo autonomo.

Abbiamo mezzi e conoscenze per assicurare il benessere collettivo ma continuiamo a vivere in una società dove regnano sofferenza, povertà e l'odiosa schiavitù dovuta al lavoro.

Diciamolo chiaramente: stiamo sfruttando le potenzialità delle moderne conoscenze scientifico-tecnologiche come farebbero dei perfetti idioti: è esattamente come se i contadini del passato avessero rigettato l'uso dell'aratro tirato dai buoi per paura di perdere il loro lavoro, che consisteva nel dover arare a mano i campi.

Non ci sono casse automatiche nei supermercati ma commesse che sprecano la loro vita davanti ad una calcolatrice semi-automatica, che dicono anche di essere grate per questo, perché altrimenti resterebbero senza uno stipendio.

Abbiamo mezzi e conoscenze per eliminare (o quasi) l'obbligo del lavoro umano, pur consentendo a tutti di avere disponibilità di beni e servizi di elevata qualità, gratis, è solo che a forza di pensare che l'unica via sia quella di trovare soluzioni al fine di lavorare per forza, lavorare di più, e quindi creare più lavoro, siamo diventati ciechi a tutte le altre possibilità che, a ben pensare, sono addirittura di gran lunga superiori.

Non si tratta di aumentare il lavoro per garantire un'occupazione a tempo pieno per tutti, ma di aumentare l'efficienza diminuendo il lavoro umano scaricandolo sulle macchine ambendo, in prospettiva, alla piena dis-occupazione, pur fornendo a tutti beni e servizi gratis. Per quanto strana possa apparire questa idea, tutto ciò oggi è fisicamente realizzabile e quindi possibile.

Allora perché le macchine ci appaiono così tanto minacciose?

Il fatto è che l'attuale sistema economico non è in grado di distribuire a vantaggio di tutti gli incrementi d'efficienza dovuti all'automatizzazione dei processi produttivi.

Se immaginiamo d'introdurre in una fabbrica un braccio robotico in grado di compiere il medesimo lavoro di 20 esseri umani, non è che il lavoro degli operai diminuisce in qualche misura mantenendo il loro stipendio costante, al contrario, il capitalista licenzia i lavoratori in eccesso e mantiene il profitto per sé, mentre tutti gli altri continuano a lavorare 8 ore esattamente come prima.

Bene che vada, se il capitalista intuisce che ci sono spazi per vendere più prodotti sul mercato, può scegliere di aumentare la produzione sfruttando la maggiore efficienza dovuta alle macchine, così facendo non si crea disoccupazione, ma ancora una volta l'orario di lavoro resta invariato ed il profitto finisce nelle sue tasche, invece che in quelle dei lavoratori.

I disoccupati dovranno trovarsi un nuovo lavoro che però, a causa delle automazioni, tende a diminuire sempre più. Si chiama fenomeno della disoccupazione tecnologica.

Senza applicare alcuna contromisura sempre più persone resteranno per forza di cose disoccupate perché, in futuro, le macchine svolgeranno una quota sempre maggiore di lavoro al posto degli esseri umani.

A questo punto interviene la soluzione classica che prescrive di creare più lavoro per ridurre nuovamente l'intera umanità in schiavitù, invece di sfruttare le potenzialità della tecnologia in modo intelligente per assicurare a tutti libertà e abbondanza.

Per far ciò l'economista classico, che ha studiato solo questa tecnica ed ha una mente così arrugginita che non gli consente di concepire soluzioni alternative, consiglia immancabilmente di spingere sulla crescita dell'economia, costi quel che costi, una strategia che crea più danni che guadagni.

Qualora il piano riuscisse, contribuirebbe ad inquinare l'ambiente, consumare risorse e a mantenere in condizione di schiavitù lavorativa l'intera umanità, non perché ce ne sia una reale necessità, ma perché l'odierno sistema economico funziona così, e quindi decidiamo stupidamente di mantenerlo in essere invece di cambiarlo, conservando tutte le sue storture e inefficienze.

(Gli economisti classici hanno studiato questa strategia in tutte le università del mondo, non sarete mica così pazzi da rimettere in discussione questa verità di fede?!?)

Si capisce quindi perché l'introduzione delle automazioni rappresenti un gravoso problema invece che un'augurabile soluzione: anziché indurre una qualche diminuzione dell'orario di lavoro a stipendio costante (cosa fattibile visto che lavorano le automazioni al posto degli operai ma il profitto c'è lo stesso, al netto dei costi d'ammortamento dei macchinari), la maggiore efficienza dovuta alle macchine si trasforma in disoccupazione per i lavoratori e maggior profitto per una minoranza d'individui, vale a dire i proprietari dei mezzi di produzione.

Ma allora, in modo altrettanto banale, si comprendono anche le soluzioni al falso problema dovuto all'utilizzo delle automazioni:

1) l'introduzione di una maggiore efficienza non deve significare licenziamenti ma diminuzione obbligatoria dell'orario di lavoro a stipendio costante (in qualche misura);

2) i mezzi di produzione non devono essere di proprietà di una minoranza che li usa per i propri scopi di profitto, ma della maggioranza che li utilizza per fini di benessere collettivo.

La differenza è sostanziale: in un ipotetico mondo dominato dall'élite capitalistica, dove i beni ed i servizi vengono realizzati dalle automazioni, i lavoratori assumerebbero un ruolo ancor più marginale ed il tutto andrebbe ad esclusivo vantaggio di una minoranza: sarebbe un disastro totale!

Se invece le macchine fossero di proprietà della collettività, o di gruppi locali, e venissero utilizzate per realizzare beni e servizi in modo automatico e in quantità tale da poter essere dati/forniti in modo gratis a tutti, allora i lavoratori assumerebbero un ruolo centrale ed i vantaggi non sarebbero più di una minoranza ma della collettività.

Prodotti gratis? Certo, con una produzione automatizzata scientificamente tarata per soddisfare le esigenze di tutti non avrebbe più alcun senso pretendere un prezzo in cambio dei prodotti ma, al limite, solo un piccolo contributo lavorativo, in termini di competenze e di tempo esistenziale, per far sì che il sistema funzioni correttamente e/o venga ottimizzato.

A noi la scelta: possiamo continuare a vivere in una società che legittima la proprietà dei mezzi di produzione ad un'élite, avida e parassitaria, che li sfrutta scientemente per esercitare il dominio sul resto della collettività, anche per mezzo di una lavoro disumano, insensato e totalizzante, inseguendo il miope e deleterio obiettivo del profitto; oppure possiamo ripensare le regole del gioco, attribuendo la proprietà dei mezzi di produzione alla collettività, che decide di utilizzarli in modo intelligente per realizzare i beni ed i servizi di cui tutti hanno bisogno per vivere dignitosamente, minimizzando il lavoro umano in virtù di un ideale di libertà, senza guardare al profitto ma al raggiungimento della felicità degli esseri viventi.

Fonte

23/10/2014

Italia, paese della schiavitù

Per una volta Dario Di Vico, vicedirettore ultra liberista del Corriere della Sera, in gioventù dirigente del Movimento Studentesco di Milano, usa il suo giornale per andare a guardare in faccia la realtà sociale. Quella di cui il suo giornale non si occupa troppo, né bene, prescrivendo invece "ricette economiche" mortali.

Vi proponiamo la sua inchiesta, pubblicata oggi, perché molto utile anche se, come gli ha fatto notare qualche lettore, fin "troppo dolce" con gli imprenditori-negrieri.

Utile per sapere quel che accade in quel di Vittoria (Ragusa), regno del pomodorino e dello sfruttamento schiavistico, anche sessuale, di oltre un migliaio di donne rumene.

Utile per capire che una "comunità coesa e solidale" (quella dei tunisini, che "pretendevano" stipendi pagati regolarmente e cercano di far rispettare almeno alcuni diritti) resiste molto meglio di una massa di individui senza legami reciproci (le donne rumene); anche per quanto riguarda la contrattazione del salario, persino quando - come nelle campagne siciliane - questo avviene fuori da ogni ambito legale, senza sindacati.

Utile per sapere come funziona l'economia (italiana e non) capitalistica: "Oggi il Bengodi non c’è più, il pomodorino alla produzione rende 10 cent al chilo e poi lo si trova sui banchi dei supermercati anche a 1,5 euro. La pressione sul lavoro si spiega anche così, si scarica in basso la competizione sui prezzi e negli anni c’è stato un ricambio totale della forza lavoro". E' quanto avviene in ogni settore, dal trasporto aereo all'automobile, dagli elettromestici al made in Italy.

Utile per capire come vive, ragiona, sfrutta, la piccola borghesia imprenditoriale, non solo siciliana o "meridionale". E' una involontaria radiografia di quella classe, anche sul piano dei "valori condivisi", della mentalità, dell'ipocrisia familistica e familiare, del doppio regime tra volto pubblico e comportamenti privati, tra parole e azione.

Utile per ricordare che la mercificazione delle persone è l'anticamera della "proprietà sessuale", dell'uso del corpo altrui come "cosa nostra"; sul lavoro e nell'orario di lavoro, come fuori orario. Perché il confine tra diritto del lavoratore e diritto umano è inesistente; non possono esistere o sopravvivere dititti universali se non ci sono diritti nel rapporto di lavoro. Un paese, o una civiltà che elimina i primi come "freno alla crescita del Pil" si prepara ad eliminare anche i secondi.

Utile per ricordare che la "riforma del mercato del lavoro", il Jobs Act e l'apprendistato triennale o i contratti a termine, sono il regalo che il governo fa a questi "imprenditori" qui, assolutamente identici a tutti gli altri anche fatte le dovute differenze (quante donne in cerca di lavoro, anche al Nord, si sentono offrire uno "scambio di favori"?) o l'eventuale "rispetto delle forme".

Utile per ricordare che questo è un esempio di "mercato del lavoro duale" (o addirittura "trino", visto che sta al di sotto sia del contratto a tempo indeterminato che della precarietà legalizzata); ma anche cosa accade quando - come col Jobs Act - si ricrea "ugualianza" togliendo diritti a chi ne ha ancora qualcuno. Accade l'unica cosa possibile e prevista: tutti restano senza. Schiavi come queste donne, indipendentemente dal genere o dalla esplicita pretesa della prestazione sessuale.

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I festini agricoli e gli aborti delle mille schiave romene

di Dario Di Vico

Nell’epoca di Facebook, del tutto-in-Rete e dei conflitti gridati, esistono ancora i drammi sordi. Quelli che si consumano nel silenzio, nello scorrere uguale di giorno/notte e trasformano gli scandali in abitudini. Dopo le accuse di don Beniamino Sacco e della Cgil sullo sfruttamento delle romene nelle campagne di Vittoria, capitale del pomodoro ciliegino e datterino, ci si comincia a chiedere cosa succeda veramente nella zona che va da Scoglitti ad Acate, su su fino a Ragusa.

Vista dall’alto la piana del pomodorino appare un’immensa distesa di plastica che ricopre migliaia di serre. Qui si sta consumando uno di quei drammi sordi: un migliaio e più di romene immigrate in Sicilia, isolate nella campagne è vittima di un assoggettamento che non è più solo economico ma ha invaso la sfera sessuale. Don Sacco denuncia i «festini agricoli» che si tengono di quando in quando, un triste bunga bunga del ceto medio proprietario in cui il piatto ricco sono le donne venute dalla Romania. Ma anche a non ascoltare il parroco basta girare per il Vittoriese per imbattersi in discoteche rurali dai nomi ammiccanti come «Sesto senso» e «Dolce vita». Mancano solo «Colpo grosso» e Umberto Smaila. Purtroppo c’è poco da ridere e la dimostrazione sta nel nuovo fenomeno che inquieta i religiosi e non solo. Vittoria sta diventando terra di aborti, nessuno sa con precisione i numeri ma si parla di una crescita esponenziale (5-6 a settimana per una città di 60 mila abitanti) e perfino l’avvocato Giuseppe Nicosia, sindaco piddino di Vittoria, che alle prime voci aveva difeso il buon nome della città oggi ammette che «mi sono stati riferiti numeri pesanti e ho chiesto all’azienda sanitaria un riscontro ufficiale».

Le serre hanno rappresentato una svolta per l’agricoltura locale, hanno destagionalizzato la produzione e permesso di entrare nel ricco mercato delle primizie. Da qui la nascita di un imprenditorialità diffusa che il Pci, egemone in città, aveva favorito con lo slogan «qui la terra si acquista, non si conquista». A Vittoria sono 3 mila le piccole aziende agricole e diventano 5 mila con i comuni limitrofi. La maggior parte ha dai 2 ai 4 dipendenti, pochissime vanno oltre i 50. I padroncini lavorano come muli presentandosi in azienda alle 5 e tornando in paese non prima delle 18, ma nel tempo hanno potuto comprare case in città e al mare, mandare in giro mogli e figli griffati di tutto punto. Oggi il Bengodi non c’è più, il pomodorino alla produzione rende 10 cent al chilo e poi lo si trova sui banchi dei supermercati anche a 1,5 euro. La pressione sul lavoro si spiega anche così, si scarica in basso la competizione sui prezzi e negli anni c’è stato un ricambio totale della forza lavoro.

I tunisini che avevano popolato le campagne ragusane sono stati sostituiti dai romeni diventati comunitari nel 2008. I maghrebini erano più professionalizzati, attenti a esigere salari regolari e costituivano una comunità coesa e solidale. I romeni sono il contrario. Accettano salari più bassi (massimo 25 euro e in piena evasione Inps), spesso vengono saldati solo a fine stagione ma soprattutto non costituiscono una comunità capace di difendersi. Oltre il 40% della manodopera romena è fatta di donne, arrivate in autobus dalla zona di Botosani perché hanno da mantenere qualcuno in patria: quasi sempre un bambino nato presto da una relazione instabile o finita male. Se in tutto i romeni di questa zona sono 4 mila le donne saranno 1.600-1.800, hanno un’età che va dai 20 ai 40 anni e faticano nelle serre per 11 ore sei giorni alla settimana. Il pomodoro cresce in altezza, va curato e accudito con i fitofarmaci, legato con lo spago, messo al riparo dalla muffa.

Il guaio è che i braccianti venuti dall’Est vivono accanto alle serre. Le abitazioni sono ex depositi attrezzi o baracche, i muri sono senza intonaco, i pavimenti in terra battuta, i servizi all’esterno. Si vive e si dorme in una condizione di degrado e isolamento: nella Sicilia sud-orientale città e campagna sono mondi distanti tra loro un secolo. Vittoria ha i suoi negozi alla moda, ristorantini e locali per l’aperitivo, tantissimi voti per i 5 Stelle. Nelle contrade i soldi bastano alle romene appena per sopravvivere e mandare qualcosa in patria ai figli e alle zie vere/presunte che li tengono con loro.

È questa la base materiale del ricatto implicito dei padroncini, l’assoggettamento si è allargato e le braccianti sono diventate vittime delle attenzioni maschili. Don Sacco sa molte cose e le racconta, i fedeli con lui si aprono più che con il sindacato e le autorità. Ne viene fuori uno spaccato in cui la proprietà sessuale è diventata fenomeno di costume. Mancano episodi di violenza gridata, casi da cronaca nera e ambulanze che corrono in ospedale, il sopruso è perversa e grottesca abitudine. Il sacerdote non ha peli sulla lingua: sarebbero tra le 1.000 e le 1.500 le donne romene in balia dei loro padroni. Alcune avrebbero addirittura preso la strada della prostituzione, altre (poche) all’opposto sarebbero diventate buone mogli di campagna, qualcuna aspetta sempre che il padrone lasci la moglie ma il grosso è catalogabile in un’area grigia di concubinato forzoso dalla quale non si esce. Chi perde il lavoro perde anche l’alloggio.

L’arroganza machista dei padroncini si spinge al punto di non usare il preservativo e la consuetudine diventa dramma con il ricorso all’aborto. In qualche caso (raro) i tempi-limite sono trascorsi e sono nati dei bambini. Le signore di Vittoria non hanno preso di petto la questione, vivono lontane dal luogo dei misfatti, sono coetanee dei loro mariti e figlie di altri padroncini, tutte casalinghe e in fondo anche loro non possono giocarsi il posto di moglie. Qualcuna va dal parroco e se la prende con le romene accusate di lavorare in abiti succinti (nelle serre ci sono anche 50 gradi!), le altre chiudono le orecchie se l’uomo spiega che d’estate preferisce dormire in campagna. I mariti hanno tra i 50 e i 60 anni, un livello di istruzione bassa e sanno che negli affari la pacchia è finita. Sono abituati a comandare e via via hanno trovato naturale impadronirsi anche della libertà sessuale delle dipendenti.

Il sindaco Nicosia ha paura che ne derivi una campagna contro la città o che il ciliegino diventi sinonimo di schiavismo e venga boicottato. Il primo articolo scritto sul sito dell’Espresso dal giornalista siciliano Antonello Mangano lo ha colpito, le successive telefonate delle tv lo hanno allarmato. Oggi con sincerità dice: «Ammiro e rispetto Don Sacco per quello che fa in città con la sua casa accoglienza, non parla mai a caso e anche quando mi critica penso che faccia bene perché accende i riflettori sullo sfruttamento e l’incultura».

Il parroco nell’azione moralizzatrice ha come alleata la Flai-Cgil locale. Uno dei segretari, Beppe Scifo, conosce tutto delle campagne ragusane, non sta in sede ad aspettare i migranti ma con un pullmino gira quando cala il sole, è un piccolo Di Vittorio che ne sa anche di sociologia. Non ama le espressioni roboanti, preferisce il sindacalismo dei gesti concreti. Con lui nella rete della solidarietà per i migranti lavora anche la cooperativa Proxima che si occupa dei casi più spinosi, ragazze madri di varie etnie vittime di violenza e abbandono. Tra loro c’è solo una romena. Il grosso resta invisibile nella segregazione e nella promiscuità. Sarà difficile farle uscire da questo tunnel, l’eco delle polemiche sul caso di Vittoria forse non arriverà alle loro orecchie. Chi le volesse salvare dovrebbe portarle fuori dai tuguri in cui vivono, ospitarle in case albergo e portarle al lavoro con i pullmini. Costa ma non è impossibile. L’Italia del 2014, la società civile che ha imposto le quote rosa, sarà capace di questo gesto di civiltà?

Fonte

23/09/2014

Ma in che società siamo ridotti a vivere?

Ma in che società siamo ridotti a vivere? Una società che monetizza la discriminazione, la prevaricazione, il ricatto. Quanto mi costa compiere un’ ingiustizia? Tre mensilità? Sei giovane, vali poco; la tua schiavitù la posso comprare con poco. Un anno di stipendio? Sei vecchio, mi costi di più, non ne vale la pena. Ti sbatto fuori e mi prendo uno schiavo più giovane, più prestante e produttivo. Sei donna e hai avuto l’ardire di andare in maternità? Quando torni, lascio passare sei mesi e poi a casa senza rottura di palle di congedi e permessi...
Sei malato. E pretendi di stare nella mia fabbrica? Io ho bisogno di gente che lavora!

Ingiustizia non solo è fatta, ma si spaccia a piene mani e si può comprare legalmente. E’ divenuta una merce come un’altra, ha il suo prezzo e, tutto sommato, a buon mercato. La legge, senza più ritegno e senza cercare alibi, si adegua al volere dei prepotenti.

Io datore di lavoro ho potere di vita e di morte sul tuo reddito. Lo posso ammazzare con una semplice lettera di licenziamento. E se, insieme al tuo reddito, uccido anche la tua dignità di cittadino/ lavoratore, che possiamo farci? E' un effetto collaterale. In fondo, anche le bombe intelligenti ammazzano e, come si sa, i padroni non brillano neppure per essere intelligenti. E’ il mercato bellezza.

E’ vero, è il mercato che dispiega, in tutta la sua evidenza, la sua mancanza di valori, di etica. Uno stato fondato sul libero mercato che non ha più cittadini ma sudditi. Schiavi in cerca di reddito. Ricattati e succubi di chi ha il potere di offrirti un lavoro. Schiavi sì perché, con il totale libero arbitrio nel potere di licenziare, anche leggi, contratti di lavoro, Costituzione divengono carta straccia. Sei suddito e non cittadino perché non ti puoi permettere di esigere i tuoi diritti. Il potere del ricatto è più forte dello stato di diritto.

Ma da sempre la “filosofia” si coniuga con la matematica. Allora guardiamo qualche dato che cementa i mattoni di questa prigione che stanno costruendo intorno a noi.

Sappiamo tutti che l’articolo 18 della legge 300 è oramai un simulacro di quello che il legislatore nel lontano 1970 scrisse. Già oggi, dopo la riforma Fornero, la tutela contro il licenziamento senza motivo si è drasticamente ridimensionata. Questo è un passaggio del Corriere della Sera (che oggi sostiene pancia a terra Renzi) del 13 aprile 2013
“Oltre un milione di persone sono state licenziate nel 2012. Per l'esattezza: 1.027.462, con un aumento del 13,9% rispetto al 2011. È quanto si evince dal sistema delle comunicazioni obbligatorie del ministero del Lavoro. Nel solo ultimo trimestre sono stati 329.259 in un aumento del 15,1% sullo stesso periodo 2011.

I DATI - Nell'intero 2012 sono stati attivati circa 10,2 milioni di rapporti di lavoro a fronte di quasi 10,4 milioni cessati, nel complesso, tra dimissioni, pensionamenti, scadenze di contratti e licenziamenti. I licenziamenti registrati nel periodo riguardano sia quelli collettivi, sia quelli individuali (per giusta causa, per giustificato motivo oggettivo o soggettivo).”
Basterebbero queste brevi righe per smentire tutti gli ipocriti, dai politici ai baroni universitari, che parlano di inaccettabili impedimenti per le imprese nell’interrompere un rapporto di lavoro.

Si parla di 10 milioni, dicasi dieci milioni di cessazioni (quindi compresi i contratti a termine) e ben 1 milione di licenziati tra i contratti a tempo indeterminato. I lavoratori dipendenti privati occupati del 2012 sono stati 12.288.047 (dato INPS), conseguentemente ben l’ 8,35% degli occupati con contratto a tempo indeterminato, nel solo anno 2012, è stato raggiunto da una lettera di licenziamento. Quasi uno su dieci. Questo sarebbe un mercato del lavoro “ingabbiato da lacci e lacciuoli”. Ma mi faccia il piacere, direbbe Totò.

Nel 2012 i dati dicono che i disoccupati sono cresciuti di 165.457 unità (-1,3%), ma questo numero non rende giustizia. Una parte importante di quel milione di licenziati con contratto a tempo indeterminato è certamente andata ad ingrossare le file dei contratti a termine. Se i dati statistici (volutamente nascosti) ci fossero forniti scopriremmo che le ore complessivamente lavorate in meno ci direbbero che il lavoro disponibile è diminuito molto, ma molto di più di quelle 165 mila unità dichiarate per il 2012. E se questo calcolo fosse esteso a tutto il periodo della crisi 2008/2014 scopriremmo che le ore di lavoro di lavoro perse, tramutate in posti di lavoro, sarebbe qualche milione.

Che dire in conclusione? Che si è creato uno stato autoritario fondato sull’arbitrio, sul ricatto, sulla passività dei cittadini.

Che fare? La semplicità che è difficile da farsi: proletari e proletarie di tutto il mondo unitevi!

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