Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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08/08/2018

Da Marcinelle a Foggia. Depistano sui caporali per coprire gli imprenditori schiavisti


Dopo la strage di sedici di loro, domani 8 agosto i braccianti scioperano con la USB e manifestano dal ghetto di Rignano a Foggia.

Per una terribile coincidenza di date, domani è anche l’anniversario della strage di Marcinelle, in Belgio. L’8 agosto 1956, 136 migranti italiani morirono assieme a tanti altri minatori belgi e di tutta Europa, nell’incendio di una miniera. Fu contemporaneamente una tragedia del lavoro e della emigrazione, a cui tanti italiani erano costretti dalle spaventose condizioni di miseria e disoccupazione del nostro paese.


Oggi un pezzo di Marcinelle è a Foggia, mentre centinaia di migliaia di giovani hanno ripreso ad emigrare dal Mezzogiorno dove dilagano povertà e disoccupazione. È lo sfruttamento del lavoro che è tornato a governare il mondo come e più di sessant’anni fa. E il dominio dello sfruttamento colpisce sia chi per lavoro lascia il nostro paese, sia chi per lavoro viene qui a morire.

I 16 braccianti uccisi a Foggia sono vittime di un incidente sul lavoro “in itinere”. È questo il termine con cui formalmente si definiscono gli incidenti e le morti che colpiscono chi sta raggiungendo o lasciando il posto di lavoro. Per questa ragione i morti sul lavoro, che nelle statistiche immediate arrivano a 800 persone all’anno, poi raddoppiano nel conto ufficiale. Si aggiungono ai morti dentro i posti di lavoro coloro che vengono uccisi mentre ci arrivano o li stanno lasciando.

I 16 braccianti di Puglia dovrebbero essere considerati morti sul lavoro “in itinere”. Dovrebbero, ma non lo sono. Perché per essere riconosciuti come tali si dovrebbe essere assicurati all’Inail, fruire di trasporti concordati con l’impresa che ti assume e naturalmente avere un contratto regolare e rispettato. Se i braccianti avessero visti riconosciuti tutti questi loro diritti di legge, assieme anche a quello di una abitazione dignitosa, molto probabilmente sarebbero ancora tutti vivi. Ma anche se – per il disastro e la colpevole incuria pubblica nella quale sono lasciate le nostre strade come l’esplosione di Bologna contemporaneamente dimostra – se fossero stati egualmente vittime di un incidente stradale al ritorno dal lavoro, quei braccianti e loro famiglie si vedrebbero riconosciuto un risarcimento ora negato.

Che c’entra tutto questo con la denuncia ipocrita che oggi tutto il regime politico mediatico fa della piaga del caporalato? I caporali sono solo l’ultimo anello della lunga catena dello sfruttamento e possono operare solo perché all’altro capo di quella catena c’è chi li usa per aumentare i propri guadagni.
Se i braccianti lavorassero secondo le condizioni della legge e della dignità umana, i caporali non avrebbero nulla da fare. Ma siccome gli imprenditori, agricoli, dell’industria alimentare, della distribuzione commerciale ignorano legge e dignità, e spendono per i braccianti un quinto di ciò che dovrebbero, allora i caporali trovano il loro ruolo.

Il caporalato è un effetto, non una causa, se si vuole colpire lo sfruttamento e distruzione della vita nei campi di Puglia, come di tante parti d’Italia, bisogna guardare in alto, a ricchi imprenditori italiani che stanno in Confagricoltura, Confindustria e nelle associazioni della grande distribuzione. Altrimenti si fa depistaggio, gli schiavisti in doppiopetto restano impuniti e i loro profitti di sangue prosperano.

Ora le autorità parlano di rafforzare i controlli di polizia nelle strade, quando si dovrebbero mandare ispettori nei campi e guardia di finanza negli uffici. Così lo stato è complice del caporalato e protettore degli sfruttatori.

I pomodori che arrivano nelle nostre tavole sono intrisi di sudore e sangue, come il carbone che negli anni 50 giungeva dal Belgio per scaldare le nostre case. Ora come allora, solo la lotta contro gli sfruttatori che stanno in alto può cambiare le cose.

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Marcinelle visto da Niamey

Un anniversario che si colora di sangue e di corpi sparsi dopo l’incidente avvenuto di recente nel foggiano. Morire in miniera, sulla strada, nel mare o nel deserto non fa differenza. Sono persone che, nella migrazione, libera o forzata dalle circostanze, scavavano nella storia per trovare un avvenire differente.

Tra l’8 di agosto del 1956, la tragedia di Marcinelle nel Belgio, e l’8 di agosto del 2018 c’è di mezzo la strada dove hanno trovato la morte 16 persone. Dodici più quattro, appena qualche giorno fa in circostanze simili. A Marcinelle i morti furono 262, di cui 136 connazionali, svenduti per 200 kilogrammi di carbone a testa.

In dieci anni furono oltre 140 mila gli italiani che, spinti dall’accordo tra l’Italia e il Belgio, raggiunsero le miniere di carbone. Il treno era l’aereo e le barche del Mediterraneo dell’epoca. L’Italia si era impegnata a mandare in Belgio 2000 uomini la settimana. Braccia in cambio di carbone e, talvolta, di morte.

Si muore nei furgoni, in modo clandestino, come il lavoro e le braccia che reggono l’economia agricola del nostro prezioso Sud. Pomodori invece di carbone, sulla strada in furgoni che trasportano i braccianti che per un euro, raccolgono un quintale di pomodori. Carbone e pomodori, tutta una questione di quantità, la vendita rimane la stessa. Berretti rossi invece di elmetti protettivi, i primi per ripararsi dal sole e i secondi per sicurezza. Ci sarà la marcia per accompagnare la sconfitta di un’economia che si definisce sommersa per pudore o per sfrontatezza.

Non è un’economia ma una schiavitù accettata e resa lucrativa con le complicità di chi dovrebbe dare lavoro con dignità. Il profitto cieco dei venditori di pomodori made in Italy con manodopera africana. Si dovrebbe almeno correggere l’etichetta. Evidenziare i nomi di chi assicura il benessere di una regione. Pomodori in cambio di qualche euro e carbone, in cambio di minatori.

Tutto ciò visto da Niamey, il Sud della Libia, aiuta a capire meglio il sistema di sfruttamento sul quale riposa e prospera l’economia al Nord della Libia. L’accumulazione primitiva perpetua il sistema e si tinge di rosso. Il deserto che ci separa è quello negli occhi e nelle mani. Il mare che ci accomuna si trasforma in un campo di battaglia elettorale per nazionalismi da strapazzo. L’anniversario di Marcinelle è l’occasione per tornare a scavare per trovare, sulla strada, l’umanità perduta.

Niamey, 8 agosto 2018

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08/08/2017

8 agosto 1956, la strage di minatori a Marcinelle


Continuiamo a ricordare, come a ogni anniversario, quella tragedia avvenuta in Belgio in un giorno d’agosto di sessantuno anni fa.

Una tragedia del lavoro da intendersi ancora quale esempio assolutamente indicativo delle condizioni di sfruttamento in atto allora e vigenti ancora adesso quale logica espressione del dominio capitalistico.

Condizioni di sfruttamento che ignoravano e ignorano la realtà concreta della condizione umana assoggettandola alla logica del profitto indiscriminato.

Non ci sono concesse pause o illusorie tregue sia nell’esprimere ciò che la memoria ci indica quale necessità del ricordo storico, sia nell’attualità della lotta quotidiana per la difesa delle condizioni materiali dei ceti più deboli in tutto il mondo, espressione di un internazionalismo che rimane necessario nell’avanzarsi concreto della lotta di classe.

Torniamo a quei tragici fatti.

L’8 agosto del 1956 136 minatori italiani trovarono la morte nella miniera di carbone Bois du Cazier, in Belgio, insieme a 95 belgi, 8 polacchi, 6 greci, 5 tedeschi, 5 francesi, 3 ungheresi, un inglese, un olandese, un russo e un ucraino. In totale, morirono 262 minatori su un totale di 274 presenti: 12 lavoratori vennero tirati su il primo giorno, mentre i famigliari degli altri dovettero aspettare fino al 22 agosto, tra angoscia e speranza, quando i soccorritori dichiararono: “Tutti cadaveri”. L’incidente – il terzo più grave per gli italiani all’estero dopo quello di Monongah, in Virginia, dove morirono 171 connazionali, e di Dawson, nel Nuovo Messico, dove ne morirono 146 – avvenne alle 8:11 del mattino, quando un errore di manovra agli ascensori al livello 975 provocò un massacro.

La tragedia di Marcinelle, rievoca anni bui della storia italiana. Alla fine della Seconda guerra mondiale, la necessità di una ricostruzione industriale porta il governo belga a lanciare la ‘battaglia del carbone’. La prima volontà delle autorità è quella di evitare di ricorrere alla manodopera straniera, ma ben presto si comprende che l’obiettivo non potrà mai essere raggiunto contando unicamente sulla manodopera belga. Si rende così obbligatorio il ricorso all’immigrazione massiccia degli stranieri e poiché l’Europa dell’Est e, in particolare, la Polonia non sembra più una potenziale riserva di manodopera, il Belgio si rivolge all’Italia, che esce esangue dalla II guerra mondiale dopo 20 anni di fascismo. Il protocollo di intesa italo-belga del 23 giugno 1946 prevede l’invio di 50.000 lavoratori italiani in cambio della fornitura annuale di un quantitativo di carbone, a prezzo preferenziale, compreso tra due e tre milioni di tonnellate.

Per convincere gli uomini a lavorare nelle miniere belghe, si affiggono in tutta Italia manifesti che presentano unicamente gli aspetti allettanti di questo lavoro (salari elevati, carbone e viaggi in ferrovia gratuiti, assegni familiari, ferie pagate, pensionamento anticipato). In realtà, le condizioni di vita e di lavoro sono veramente dure. All’arrivo a Bruxelles, comincia lo smistamento verso le differenti miniere, dopodiché i lavoratori vengono accompagnati nei loro ‘alloggi’, le famose ‘cantines‘: baracche, insomma, o ‘hangar’, gelidi d’inverno e cocenti d’estate, veri e propri campi di concentramento dove pochi anni prima erano stati sistemati i prigionieri di guerra. La mancanza di alloggi decenti, previsti peraltro dall’accordo italo – belga, impedisce alla maggior parte dei minatori il ricongiungimento con la propria famiglia. Trovare un alloggio in affitto è infatti quasi impossibile all’epoca. Senza contare la discriminazione. Spesso sulle porte delle case da affittare, i proprietari scrivono a chiare lettere ‘ni animaux, ni etranger‘ (né animali, né stranieri).

Un’integrazione difficile, dunque, cui si sommano le condizioni di lavoro particolarmente dure e insalubri, nonché le scarse misure di igiene e sicurezza. Tra il 1946 e il 1955, quasi 500 operai italiani trovarono così la morte nelle miniere belghe, senza contare il lento flagello delle malattie d’origine professionale, tra cui la silicosi. Una mostra con le immagini dei minatori di oggi nel mondo è aperta fino a dicembre al Bois du Cazier, il sito a sud di Charleroi diventato un museo del ricordo e che dal 2012 è diventato Patrimonio dell’umanità dell’Unesco.

Già la grande emigrazione transoceanica del periodo a cavallo del secolo tra l’800 e il ‘900 aveva interessato milioni di persone nelle regioni meridionali, portando a drastica riduzione della popolazione di moltissimi paesi del mezzogiorno (cfr. F.P. Cerase “Sotto il dominio dei borghesi sottosviluppo ed emigrazione nell’Italia meridionale” Roma 1975).

Si può ben affermare che le condizioni di miseria nelle quali versavano in quel periodo larghe parti del nostro Paese rimanessero sostanzialmente immutate anche nelle situazioni di vita che gli emigranti incontravano nei loro paesi di destinazione (non soltanto il Belgio, ma anche la Germania e la Svizzera) unite alle difficoltà d’integrazione.

L’emigrazione veniva individuata come un espediente delle forze governative per ridurre le tensioni sociali e per ottenere i vantaggi economici delle rimesse.

In sostanza il discorso sull’emigrazione può essere ancora riassunto in un passaggio del documento della FILEF (Federazione italiana lavoratori emigrati e famiglie) stilato nel 1973 che al punto 2 recitava: “L’emigrazione non è stata e non è una libera scelta, ma dipende da processi abnormi di ineguale sviluppo, di impoverimento di vaste aree dalle quali partono masse di lavoratori spinti dalla disoccupazione” (cfr. p. Cinanni, Emigrazione e unità operaia, Milano 1974).

Una lezione per l’oggi che proviene direttamente dalla memoria del passato: memoria da coltivare con cura.

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08/08/2016

8 agosto 1956: 60 anni fa la strage di Marcinelle

Al termine della seconda guerra mondiale il Belgio aveva mantenuto quasi intatta la sua infrastruttura industriale ma non aveva la quantità di manodopera che gli sarebbe stata necessaria. Inizialmente il governo belga pensò di utilizzare i prigionieri di guerra tedeschi o i profughi interni, poi incentivò l’immigrazione di lavoratori dall’estero. In Italia la situazione era del tutto opposta: c’era la necessità di una totale ricostruzione delle fabbriche e un alto tasso di disoccupazione.

Nel 1946 i due paesi conclusero quindi un trattato (chiamato “uomo-carbone”) secondo il quale l’Italia si impegnava a inviare in Belgio 50mila minatori (2mila ogni settimana) e il Belgio a vendere all’Italia un minimo di 2.500 tonnellate di carbone mensili ogni 1.000 lavoratori immigrati. In Italia ci fu una campagna pubblicitaria martellante per invogliare i disoccupati ad andare in Belgio: accattivanti manifesti rosa parlavano di salari molto buoni, contributi, assegni familiari... I candidati dovevano avere al massimo 35 anni e godere di buona salute.

Gli aspiranti minatori erano concentrati alla stazione centrale di Milano e di lì partivano in treno: un viaggio che poteva durare tre giorni e tre notti.

I belgi non volevano piantagrane e c’era una rigida selezione politica: nei paesi erano i parroci a “raccomandare” i lavoratori, e durante il viaggio questi erano spiati da agenti in incognito incaricati di individuare i potenziali agitatori. All’inizio c’erano dei forti pregiudizi sui meridionali, ma poi i belgi si resero conto che i lavoratori provenienti dall’agricoltura o da ex regioni minerarie, come la Sicilia, la Sardegna e le Marche, si adattavano di più rispetto a molti settentrionali che avevano avuto esperienze nell’industria. Una volta arrivati in Belgio, gli emigranti venivano alloggiati nelle baracche che avevano ospitato i prigionieri di guerra e il giorno dopo venivano portati alla miniera. Quando si rendevano conto delle condizioni di lavoro, molti si rifiutavano di scendere nei pozzi, oppure dopo la prima volta rinunciavano (quasi il 50%). Ma il contratto che avevano firmato prevedeva l’arresto in caso di mancato rispetto dell’impegno assunto. Non ricevevano alcuna formazione e i salari erano molto inferiori a quelli promessi perché quasi nessuno era un operaio qualificato. Con tutto ciò, dieci anni dopo la firma dell’accordo del 1946, su 142mila minatori presenti in Belgio 44mila erano italiani.

L’8 agosto di quell’anno, alle 8:10 del mattino, nella miniera di carbone Bois du Cazier di Marcinelle, presso Charleroi, un errore nella manovra di un montacarichi provoca un terribile incidente: vengono tranciati i cavi telefonici ed elettrici, e la scintilla incendia l’olio fuoriuscito da una condotta. Il fumo invade immediatamente i condotti dell’aria e 262 minatori su 274 che si trovano nei pozzi muoiono soffocati. 136 sono italiani, 95 belgi, gli altri di dieci diverse nazionalità. Fu solo dopo quella tragedia che nelle miniere belghe venne introdotto l’uso della maschera antigas.

Nel 1959 al processo gli amministratori e i dirigenti vennero assolti, vi fu solo una condanna a sei mesi per il progettista della galleria. La vicenda destò enorme impressione in Italia e l’emigrazione verso il Belgio rallentò. I belgi attinsero allora da altre nazioni povere, prima Spagna e Grecia, poi Marocco e Turchia, ma il settore minerario ormai si reggeva solo sulle sovvenzioni statali ed era privo di ogni competitività. Alla fine degli anni ’50, quando il prezzo del carbone crollò sul mercato internazionale, entrò in una crisi profonda. Fu un ulteriore dramma per le decine di migliaia di lavoratori che erano arrivati dall’estero. La miniera di Marcinelle, che aveva riaperto l’anno dopo l’incidente, chiuse definitivamente nel 1967.

Nello Gradirà

Pubblicato sul numero 117 (luglio-agosto 2016) dell'edizione cartacea di Senza Soste

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8 agosto. Marcinelle, sessant’anni e non dimenticare

A sessant’anni da Marcinelle assistiamo, oggi come sempre, alla realtà del senso disumano dello sfruttamento del lavoro e – ancora – si considera chi lotta per una società giusta come un sovversivo dell’ordine costituito, un perturbatore dei tranquilli ozi delle classi agiate.

Oggi come allora.

Dalle classi dominanti non arriva mai un segnale di comprensione della vastità dei delitti da esse commesse nella grandezza e nella complessità del procedere storico: anzi verifichiamo una intensificazione, un accanimento, che i Governi agevolano e i possessori dell’informazione non solo giustificano ma anzi esaltano in un crescendo di ignobile mistificazione.

Oggi qualcuno farà finta di piangere lacrime di coccodrillo.

Marcinelle però non ci richiama semplicemente al lutto e al dolore.

Marcinelle richiama all’eternità insuperabile della lotta di classe, all’insopprimibile realtà dello sfruttamento e alla necessità della lotta per sovvertirne il corso soffocatore di tutte le istanze di libertà e di dignità umana.

“PROLETARI DI TUTTI I PAESI UNITEVI !” 

L’8 agosto del 1956 136 minatori italiani trovarono la morte nella miniera di carbone Bois du Cazier, in Belgio, insieme a 95 belgi, 8 polacchi, 6 greci, 5 tedeschi, 5 francesi, 3 ungheresi, un inglese, un olandese, un russo e un ucraino. In totale, morirono 262 minatori su un totale di 274 presenti: 12 lavoratori vennero tirati su il primo giorno, mentre i famigliari degli altri dovettero aspettare fino al 22 agosto, tra angoscia e speranza, quando i soccorritori dichiararono: “Tutti cadaveri“.

L’incidente – il terzo più grave per gli italiani all’estero dopo quello di Monongah, in Virginia, dove morirono 171 connazionali, e di Dawson, nel Nuovo Messico, dove ne morirono 146 – avvenne alle 8:11 del mattino, quando un errore di manovra agli ascensori al livello 975 provocò un massacro.

La tragedia di Marcinelle, rievoca anni bui della storia italiana. Alla fine della Seconda guerra mondiale, la necessità di una ricostruzione industriale porta il governo belga a lanciare la ‘battaglia del carbone’. La prima volontà delle autorità è quella di evitare di ricorrere alla manodopera straniera, ma ben presto si comprende che l’obiettivo non potrà mai essere raggiunto contando unicamente sulla manodopera belga. Si rende così obbligatorio il ricorso all’immigrazione massiccia degli stranieri e poiché l’Europa dell’Est e, più in particolare la Polonia, non sembra più una potenziale riserva di manodopera, il Belgio si rivolge all’Italia, che esce esangue dalla II guerra mondiale dopo 20 anni di fascismo.

Il protocollo d'intesa italo-belga del 23 giugno 1946 prevede l’invio di 50.000 lavoratori italiani in cambio della fornitura annuale di un quantitativo di carbone, a prezzo preferenziale, compreso tra due e tre milioni di tonnellate. Per convincere gli uomini a lavorare nelle miniere belghe, si affiggono in tutta Italia manifesti che presentano unicamente gli aspetti allettanti di questo lavoro (salari elevati, carbone e viaggi in ferrovia gratuiti, assegni familiari, ferie pagate, pensionamento anticipato). In realtà, le condizioni di vita e di lavoro sono veramente dure.

All’arrivo a Bruxelles, comincia lo smistamento verso le differenti miniere, dopodiché i lavoratori vengono accompagnati nei loro ‘alloggi’, le famose ‘cantines‘: baracche, insomma, o ‘hangar’, gelidi d’inverno e cocenti d’estate, veri e propri campi di concentramento dove pochi anni prima erano stati sistemati i prigionieri di guerra. La mancanza di alloggi decenti, previsti peraltro dall’accordo italo-belga, impedisce alla maggior parte dei minatori il ricongiungimento con la propria famiglia. Trovare un alloggio in affitto è infatti quasi impossibile all’epoca.

Senza contare la discriminazione. Spesso sulle porte delle case da affittare, i proprietari scrivono a chiare lettere ‘ni animaux, ni etranger‘ (né animali, né stranieri). Un’integrazione difficile, dunque, a cui si sommano le condizioni di lavoro particolarmente dure e insalubri, nonché le scarse misure di igiene e sicurezza. Tra il 1946 e il 1955, quasi 500 operai italiani trovarono così la morte nelle miniere belghe, senza contare il lento flagello delle malattie d’origine professionale, tra cui la silicosi. Una mostra con le immagini dei minatori di oggi nel mondo è aperta fino a dicembre al Bois du Cazier, il sito a sud di Charleroi diventato un museo del ricordo e che dal 2012 è diventato Patrimonio dell’umanità dell’Unesco.

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11/08/2015

Marcinelle e gli anni della memoria

In Italia c'erano ancora le macerie della seconda guerra. Assieme a loro c'erano braccia liberate dalla disoccupazione e dalle politiche del paese. Braccia disponibili per le ricostruzioni dell'Europa distrutta dai bombardamenti e lotte fratricide. Era il 1956 e non sono passati nemmeno sessant'anni da quel giorno. Era l'8 agosto di quell'anno e il peggiore incidente delle miniere belghe era consumato in pochi momenti. Ci furono 262 morti di cui 136 erano connazionali.

Erano gli anni in cui si 'svendeva' la migrazione come si vendono i prodotti commerciali di consumo. Anche i manifesti lo dicevano con chiarezza promettendo prosperità a coloro che si sarebbero avventurati nelle miniere. E l'Italia poteva contare su riduzioni mirate del prezzo del carbone in proporzione al numero di migranti. Alcide De Gasperi lo aveva affermato senza problemi di etica. Alla Camera dei deputati del 3 dicembre del 1949 si ricordava quanto aveva detto in un discorso agli operai. Che ‘bisogna che imparino le lingue straniere ed emigrino nel vasto mondo’.

Gli italiani l’hanno preso in parola. A migliaia hanno varcato confini e frontiere. Molti erano considerati clandestini e contribuirono alla fortuna economica dei paesi che li ospitarono. La storia accade e torna indietro. Eravamo noi a percorrere a piedi le Alpi e a imbarcarci a Genova o Napoli stivati sui ponti. E all’arrivo c’erano le visite mediche e le detenzioni. Negli Stati Uniti gli italiani erano una dubbia razza intermedia e certamente non bianca. Poco raccomandabili e con un grado di civiltà inferiore. Cattolici per conseguenza e dunque di un’altra categoria.

Le morti bianche e quelle nelle miniere. Marcinelle l’abbiamo dimenticato da anni. Ci volevano i duecento annegati di qualche giorno fa nel Mediterraneo per ricordare. Il mare è esattamente come una miniera. Basta poco per perdere la vita. Come sul lavoro che le morti sono bianche. Dall’inizio dell’anno nell’Italia patria si sono registrati 384 decessi sul campo di lavoro. Con quelli in itinere si superano i 760 morti con un aumento del 4 per cento rispetto all’anno scorso. Morti bianche perché invisibili ai più e parte dei danni collaterali del sistema. Quello che ha creato i cottimi di Marcinelle.

Le dimenticanze sono pericolose. Il libro biblico del Deuteronomio raccomanda al popolo d’Israele di ricordare l’accaduto. Il popolo che era schiavo doveva imparare a trattare gli stranieri con umanità. Non dimenticare che un giorno era ciò che ora vede nell’altro. E allora l’umano si nutre di memoria che inventa il futuro per non ripetere l’accaduto. Marcinelle era l’8 agosto del 1956 in Belgio. La peggiore delle tragedie nel mare di fuoco delle miniere. Gli stessi naufraghi di sempre che muoiono varie volte. 140 mila migranti italiani nel Belgio di quegli anni.

Bastavano solo 18 ore di treno per arrivare. 136 non sono mai tornati. Contro il grisù i minatori portavano in tasca i topolini e portavano a centinaia di metri i canarini. Canarini e topi sarebbero morti prima di loro. A causa del gas. Fungevano da segnali mortali. I minatori sono morti alla profondità di 975 metri. L’altro Mediterraneo delle morti bianche.

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11/08/2013

Marcinelle. 8 agosto 1956, morti 136 minatori italiani

L'8 agosto del 1956, alle 8,10 del mattino, nella miniera di carbone di Marcinelle, in Belgio, una gabbia parte dal punto d'invio 975 del pozzo d'estrazione con un vagoncino male agganciato. Ha inizio così la tragedia che vedrà la morte di 262 minatori su 274 presenti, 136 dei quali italiani, 95 belgi, 8 polacchi, 6 greci, 5 tedeschi, 5 francesi, 3 ungheresi, un inglese, un olandese, un russo e un ucraino.

Soltanto 13 superstiti vengono tirati fuori il primo giorno. L'interminabile attesa dei familiari continua in ogni modo fino al 22 agosto, quando i soccorritori pronunciano le fatidiche parole "Tutti cadaveri".

La tragedia di Marcinelle, di cui ricorre il 57mo anniversario, rievoca anni bui della storia.

Dopo la Liberazione, la necessità di una ricostruzione industriale porta il governo belga a lanciare la 'battaglia del carbone'. Le autorità non vorrebbero manodopera straniera, ma ben presto si comprende che l'obiettivo non potrà mai essere raggiunto contando unicamente sulla manodopera belga.

Si rende così obbligatorio il ricorso all'immigrazione massiccia degli stranieri, alle loro braccia, il Belgio si rivolge all'Italia, che esce esangue dalla II guerra mondiale dopo 20 anni di fascismo. Una immigrazione sancita da un protocollo, il protocollo di intesa italo-belga del 23 giugno 1946 prevede l'invio di 50.000 lavoratori italiani in cambio della fornitura annuale di un quantitativo di carbone, a prezzo preferenziale, compreso tra due e tre milioni di tonnellate. Per convincere gli uomini a lavorare nelle miniere belghe, si affiggono in tutta Italia manifesti che presentano unicamente gli aspetti allettanti di questo lavoro (salari elevati, carbone e viaggi in ferrovia gratuiti, assegni familiari, ferie pagate, pensionamento anticipato).

In realtà, le condizioni di vita e di lavoro sono veramente dure. Sembra una storia così attuale! All'arrivo a Bruxelles, comincia lo smistamento verso le differenti miniere, i lavoratori vengono accompagnati nei loro 'alloggi', le famose 'cantines': baracche, insomma, o 'hangar', gelidi d'inverno e cocenti d'estate, in realtà veri e propri campi di concentramento dove pochi anni prima erano stati sistemati i prigionieri di guerra.

La mancanza di alloggi convenienti, previsti peraltro dall'accordo italo-belga, impedisce alla maggior parte dei minatori il ricongiungimento con la propria famiglia.

Trovare un alloggio in affitto è infatti quasi impossibile all'epoca. Senza contare la discriminazione. Spesso sulle porte delle case da affittare, i proprietari scrivono a chiare lettere 'ni animaux, ni etranger' (ne' animali, ne' stranieri).

Un'integrazione difficile, dunque, a cui si sommano le condizioni di lavoro particolarmente dure e insalubri e le scarse misure di igiene e sicurezza.

Tra il 1946 e il 1955, quasi 500 operai italiani trovano così la morte nelle miniere belghe, senza contare il lento flagello delle malattie d'origine professionale.

La più pericolosa di queste è la silicosi, causata dalle polveri della miniera che, depositandosi nei polmoni, crea insufficienze respiratorie.

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