Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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16/08/2022

La zolfara nel sangue

di Gioacchino Toni

Michele Rondelli, Testimoni sepolti, Ianieri edizioni, Silvi Marina (TE), 2022, pp. 308, € 19.00

La mattina del 4 luglio del 1916, quando si udì la prima esplosione, all’interno delle miniere di Cozzo Disi e Serralonga di Casteltermini, in provincia di Agrigento, si trovavano più di cinquecento operai. A quel primo boato ne seguirono diversi altri, quasi a cadenzare la trasformazione delle solfare in un vero e proprio inferno velenoso destinato a prendersi la vita di 89 esseri umani e distruggere l’esistenza di un’intera comunità.

Dopo l’inchiesta e il dibattimento in cui vennero sentiti imputati, testi, ispettori ed esperti nominati dal tribunale, così si dava conto dell’accaduto nella sentenza:

verso le ore 13 e trenta, mentre gli operai – in numero di oltre cinquecento – delle due miniere di Cozzo Disi e Serralonga di Casteltermini lavoravano si udì un primo formidabile boato con un violento colpo d’aria, contemporaneo sviluppo di idrogeno solforato (agro) e di grisou (antinomio) il quale a contatto delle lampade a fiamma libera degli operai diede luogo a ripetute esplosioni. Gli operai che lavoravano al primo e al terzo livello della Cozzo Disi, spaventati fuggirono; molti di essi riuscirono a mettersi in salvo per la via di sicurezza e gli altri che presero vie diverse vennero fuori per lo più ustionati dal grisou. Gli operai che lavoravano nella sezione Giambrone, in numero di 66 perirono, com’è da ritenere, per ustioni, per asfissia, per avvelenamento prodotto dall’idrogeno solforato e per traumi. Gli operai che, in numero di ventitré, lavoravano nella vicinante e comunicante miniera di Serralunga, al primo fragore della Cozzo Disi, fuggirono pel piano inclinato e percorsi appena 90 metri incontrarono il grisou dal quale furono investiti e perirono”1.

Nessun responsabile sarà individuato dal tribunale per gli 89 morti e per le decine di feriti. Tutto si risolse con un nulla di fatto. Il direttore della solfara, gli esercenti della miniera ed i capimastro, accusati a vario titolo, furono assolti per insufficienza di prove in quanto, si disse, risultava impossibile ricostruire le condizioni della miniera prima del disastro: «gli elementi del processo non sono sufficienti a far ritenere che il disastro della Cozzo Disi sia da attribuire ad imperizia, negligenza ed inosservanza di regolamenti da parte di alcuni degli imputati nella sfera delle rispettive mansioni direttive e di vigilanza»2.

È attorno a questi tragici accadimenti che Michele Rondelli costruisce il suo romanzo Testimoni sepolti ove, miscelando realtà e fantasia, nel paese che nel racconto diviene Calarmena, lo scrittore siciliano ambientata la sua storia.

Il romanzo prende il via con l’invio nel paesino agrigentino di Calarmena del cronista Ruggero De Robertis per raccontare di alcuni “ammazzamenti” avvenuti in quella località di minatori, lontana dalla Palermo in cui viveva e lavorava, anche se, a dire il vero, più che per dare copertura dell’accaduto, vi era stato spedito soprattutto affinché distogliesse la sua attenzione da “certe persone” – e queste si scordassero di lui – a cui, incautamente, aveva fatto riferimento in alcuni suoi articoli a proposito dell’uccisione del sindaco socialista di Corleone.

A Calarmena, ove si trovava a vivere anche un suo vecchio compagno di ginnasio, il cronista si troverà a fare i conti con il difficile e violento mondo delle miniere, un mondo non facilmente comprensibile agli occhi di chi non vi era cresciuto ed era abituato alla vita di città.

Ad un anno da quella sua prima trasferta che aveva introdotto De Robertis, e noi con lui, all’universo di Calarmena, il cronista si troverà a farvi ritorno. Stavolta, però, vi sarà inviato non per tenersi lontano da qualche affare di cui si era impicciato ma per dar conto di un’immane tragedia avvenuta in miniera. Erano infatti crollate alcune gallerie entro le quali erano restati intrappolati numerosi lavoratori. Al suo arrivo all’indomani dell’accaduto, il numero dei morti aumentava di ora in ora; dalle prime stime, che parlavano di una cinquantina di vittime, si arrivò presto a contare 89 morti.

Mettendo il naso nei fatti accaduti il cronista si renderà presto conto che non di una semplice “disgrazia” si era trattato. Quel crollo aveva a che fare con un sistema di lavoro disumano costruito attorno ai “carusi”, sfruttati nelle miniere di zolfo, giovanissimi impiegati secondo la logica del “soccorso morto”. Comprati alle famiglie attraverso il versamento di un misero anticipo in denaro corrisposto dai “picconieri”, questi giovanissimi erano costretti a lavorare alle loro dipendenze fino all’estinzione del debito. La frequente cessione dei ragazzini e la loro deportazione di miniera in miniera prolungava spesso tale tipo di rapporto di lavoro ben oltre il periodo previsto per l’estinzione del debito.

Quello degli zolfatari era un mondo da cui era quasi impossibile emanciparsi e quando la morte prematura non avveniva a causa di qualche incidente sul lavoro, spesso arriva per malattia e stenti derivati dalla vita in miniera. Una delle poche strade percorribili per provare a sottrarsi dalla condanna alle miniere, come si racconta nel romanzo, era quella del seminario, magari in attesa di abbandonarlo per farsi una famiglia lontano dalle gallerie e dallo zolfo.

Particolarmente toccanti sono le pagine del romanzo che raccontano di come si iniziassero i bambini al destino della vita in miniera.

I surfarara, cioè quelli che lavorano in miniera, quando finiscono il turno si rivestono, perché al lavoro stanno quasi nudi dato che sotto terra c’è un caldo asfissiante, poi prendono le loro cose, tra queste un contenitore, la camella, nella quale lasciano di solito un pezzettino di pane e a volte anche un po’ di formaggio, e dopo risalgono in paese. [...] Quel pane lasciato nella camella in realtà serve a fare ’ncarnare i bambini, abituarli all’odore del surfaro, dello zolfo. I padri fanno questo perché i figli, spinti dalla fame, che da queste parti non manca mai, lo mangiano con gusto. È così che la zolfara a poco a poco gli entra nel sangue.

Il romanzo procede attraverso la narrazione del cronista che, nel cercare di capire meglio l’accaduto, si imbatte in un fitta ragnatela di segreti e di manipolazioni ordite dai potenti e in una realtà sociale che sembra aver assorbito l’abitudine allo sfruttamento insieme a quella allo zolfo.

L’inchiesta portata avanti dal protagonista svelerà intrecci insospettabili, mentre il giovane, Vincenzo, sopravvissuto una dozzina di giorni sottoterra, sognava di sposarsi, il proprietario della miniera aspirava a trasferirsi in America ed i suoi figli si facevano la guerra l’uno contro l’altro.

Una vicenda intricata, ben raccontata, che, oltre ad appassionare e rimandare ai fatti reali di quella maledetta estate agrigentina del 1916, immerge chi legge all’interno di un universo in cui le tragedie, le morti e gli ammazzamenti fanno da punteggiatura ad una quotidianità dolente su cui ha prosperato, imperterrito, un sistema di sfruttamento che, proprio in quegli anni, mandava al macello tanti suoi giovani nelle trincee, tutto sommato, non così dissimili dalle gallerie in cui i carusi morivano come mosche.

Note

  1. Manoscritto depositato presso l’Archivio di Stato di Agrigento, inventario 9, fascicolo 53, fondo tribunale di Agrigento. Sentenze penali, anno 1919. 

  2. Ibidem.

Fonte

12/11/2019

Quel che ci insegna la Bolivia

Le pessime notizie che arrivano dalla Bolivia ci mettono di fronte alla brutale realtà della lotta di classe, dei suoi risultati e delle sue contraddizioni.

Cominciamo dagli ultimi fatti. Stiamo assistendo ad una feroce caccia all’uomo contro i dirigenti e i militanti del Movimento Al Socialismo e gli esponenti del governo di Evo Morales. Nell’“opposizione” boliviana hanno prevalso sin da subito non i “moderati” di Garcia Meza, ma i falangisti di Camacho e di “quelli di Santa Cruz”.

Si tratta di brutta, bruttissima gente. Molto spesso eredi di ex nazisti fuggiti in Bolivia, che erano abituati a dominare – anche con sistemi semi-schiavisti – latifondi, miniere e pozzi petroliferi e dal 2006, con il governo di Evo Morales, hanno dovuto ingoiare amaro. Latifondi espropriati e consegnati agli indios che li lavoravano, nazionalizzazione delle risorse naturali, maggiore distribuzione della ricchezza del paese che ha consentito l’aumento del benessere della popolazione (teorizzato con il progetto del “bien vivir”), crescita dell’economia nel suo complesso.

Un dato, questo, riconosciuto da tutti.

È dal 2009 che nelle oligarchie di Santa Cruz incubavano i tentativi di rovesciamento di Evo Morales. Si era parlato addirittura di una secessione della Media Luna (l’area bianca, mestiza e più ricca del paese). E poi nel 2011 tra gli ambienti di Santa Cruz viene ordito il tentativo di assassinio (sventato) dello stesso Evo Morales.

Erano poi emerse contraddizioni e scontri nelle zone minerarie. “I minatori insorgono contro Morales”, provarono a descrivere quello che invece era uno scontro tra differenti figure di minatori: da una parte i padroncini delle cooperative di minatori e dall’altra i lavoratori salariati nelle miniere.

Negli scontri un viceministro inviato dal governo nel 2016 venne linciato dai minatori che si sentivano più padroncini che lavoratori.

La violenza sociale e politica in Bolivia è alta, altissima, da sempre. Lo stesso Che Guevara, tra le ragioni per cui aveva individuato la Bolivia come potenziale “fuoco guerrigliero”, sottolineava l’abitudine all’uso della violenza nelle manifestazioni e nello scontro politico da parte di settori popolari come i minatori (che spesso usano la dinamite nei loro cortei come deterrente verso polizia e militari).

Ma l’indiscutibile sviluppo economico e sociale del paese, soprattutto tra gli indios ferocemente marginalizzati e discriminati fino al 2006, ha via via prodotto un’altra contraddizione sociale: la nascita di una sorta di classe media india, che si è separata e in parte contrapposta a quella che invece era rimasta più un basso. Una sorta di kulaki nella Bolivia del XXI Secolo.

Spinte centrifughe, feroce voglia di rivalsa delle oligarchie, nascita di classi medie in un paese prima fortemente polarizzato e disuguale, hanno via via indebolito il consenso elettorale verso la leadership di Evo Morales.

Il processo progressista incarnato dal Movimento Al Socialismo in Bolivia si è realizzato attraverso il meccanismo democratico ed elettorale. Ed in questo risiede il suo punto di forza e quello di debolezza.

Un processo elettorale si basa sui voti e questi, dopo 13 anni possono cambiare di senso, e il processo logorarsi. È indubbio che su questo terreno la borghesia ha più storia, capacità, strumenti di rivincita.

Se a fianco e contro le istituzioni borghesi non nascono strumenti di potere paralleli e per molti aspetti contrapposti, il rovesciamento è prevedibile. Il golpe del Cile di Allende (che guidava un governo legittimo, popolare ma di minoranza) è lì a ricordarcelo.

Più recente, è il caso del Brasile, dove le istituzioni borghesi sono servite sia a far vincere Lula sia a portarlo arbitrariamente in prigione, spianando la strada ad un ex militare fascista come Bolsonaro.

Da qui il tentativo di Evo Morales di mantenere il governo politico senza però avere in mano il potere politico reale, quello che consente di rafforzare le strutture di governo popolare e di indebolire quelle delle classi sociali che si oppongono ad un radicale cambiamento politico e sociale.

Il vantaggio di Cuba fu che durante e dopo la Rivoluzione, la borghesia se ne scappò a Miami, meditando la vendetta, ma levandosi di torno. Gli istituti del potere rivoluzionario le hanno impedito fino ad oggi di ritornare al potere.

Ma raggiungere buoni risultati socio-economici non determina di per sé l’affermazione di elementi di potere delle classi popolari sul governo dell’economia. I processi anche lenti e contraddittori di transizione verso il socialismo hanno sempre le loro determinanti anche sul campo del controllo politico. Per questo, una volta vinte le elezioni, diventa necessario costruire forme di democrazia di base e organismi di massa rivoluzionari che superino le regole della democrazia liberal borghese e avanzino sul terreno della presa del potere politico. Rinunciare o ritardare rischia di vanificare il progetto della transizione anticapitalista.

Di questa situazione sono apparsi più consapevoli i militanti del Mas e i movimenti sociali che ieri nelle strade gridavano “Evo sì, guerra civil”, piuttosto che la leadership del governo boliviano. Meglio difendere con la forza quello che si è conquistato che cedere alla violenta pressione della destra e dell’oligarchia.



Ma la decisione di Evo Morales di smobilitare i blocchi e la mobilitazione popolare a difesa del governo per indire nuove elezioni e mettere fine agli scontri, se certamente ha evitato un più grande bagno di sangue, ha anche tagliato le gambe ad una possibile resistenza popolare contro il golpe. Lasciando così le strade in mano alla violenza dei gruppi fascisti e della polizia golpista, che si stanno scatenando contro i militanti della sinistra, le loro abitazioni, le sedi, le ambasciate dei paesi amici.

Scene che mettono rabbia e tristezza, ma che ricordano a tutti quanto la controrivoluzione possa essere spietata.

Noi sentiamo il dovere di rivendicare i risultati e il processo avviato da Evo Morales e dal Movimento Al Socialismo in Bolivia. È stata la più alta sfida per l’emancipazione degli ultimi che quel paese abbia mai vissuto.

Ma il nemico di classe, e l’ingombrante ipoteca dell’imperialismo USA sul suo “cortile di casa”, hanno operato per rovesciare questa esperienza così come hanno provato a farlo, senza riuscirci, a Cuba e in Venezuela.

Lo scontro di classe in America Latina si va facendo feroce, lo dimostrano le manifestazioni popolari in Cile, la sconfitta di Macrì in Argentina, il ritorno alla guerriglia di una parte delle FARC in Colombia.

Della ferocia di questo scontro occorre essere consapevoli anche in questa parte del mondo, dove troppo spesso – a “sinistra” – prevale una subalternità culturale ai miti della democrazia borghese e il ripudio effettivo dell’esperienza del movimento operaio.

La lotta di classe procede per salti e rotture, con avanzamenti e arretramenti. E il prezzo che il nemico di classe fa pagare per ogni sconfitta è sempre pesantissimo, ma mai definitivo.

“Tornerò e sarò milioni”, gridò Tupac Katari mentre gli apparati delle oligarchie dell’epoca lo stavano uccidendo. Evo Morales e l’esperimento boliviano, nonostante gli errori commessi, meritano il nostro rispetto e la nostra solidarietà.

Fonte

21/10/2019

Cile - “Un’Assemblea Costituente per il nuovo Cile”. Sciopero generale dei minatori

“La crisi si produce quando il vecchio è morto e il nuovo non può nascere”.

La dimensione e la profondità della crisi sociale e politica che sta vivendo il Cile non sarà risolta dal calo delle tariffe del trasporto pubblico, come pretendono il governo e quasi tutta la “classe politica”.

La crisi è molto più profonda e riguarda ampi settori sociali. Si tratta di una ribellione contro l’oligarchia e i suoi privilegi. Il paese modello del neoliberismo in America Latina sta naufragando.

Il detonatore è stato l’aumento del biglietto della Metro di Santiago. Gli studenti delle secondarie – come altre volte nella nostra storia – si sono messi a capo del rifiuto a questo abuso contro i miserabili salari delle famiglie lavoratrici.

Il gesto degli studenti ha risvegliato un vulcano sociale la cui furia – a volte cieca e terribile – si è scatenata nel paese. Quello che sta succedendo in città, paesi e quartieri popolari – dove nemmeno c’è la Metro – non ha niente a che vedere con il problema originale. Va molto più in là e include rivendicazioni sociali e politiche rimandate per quasi mezzo secolo.

Quello che succede ha tutte le caratteristiche di un’insurrezione popolare, spontanea e senza direzione. Il sollevamento si è esteso sfidando il coprifuoco e la repressione brutale dei Carabineros e delle Forze Armate. Dimostra la profondità insospettata raggiunta dall’odio per i privilegi di una minoranza che si trincera nelle istituzioni ereditate dalla dittatura.

Il superamento della crisi non consiste solo nell’impedire l’aumento delle tariffe del trasporto pubblico e nell’ottenere la promessa di alcune concessioni in materia di salute, previdenza e istruzione, che per lo più sono impossibili da soddisfare nel quadro della camicia di forza costituzionale che impone il modello instaurato dalla dittatura.

Questo è, per certo, il punto d’origine della crisi: la dittatura delle forze armate e della grande imprenditoria nazionale e straniera, che ha distrutto il patrimonio democratico che le lotte del popolo avevano accumulato fino al 1973.

Questa crisi sociale e politica si viene incrementando dal 1990. Il ritorno a una democrazia mediatizzata, e di giustizia “nella misura del possibile”, ha accumulato frustrazioni che sono alla base dell’ira che si esprime nelle strade.

Il popolo ha lanciato una lotta eroica di resistenza contro la tirannia. I suoi partiti, sindacati e organizzazioni sociali si sono giocati la vita per abbattere la dittatura e porre fine al terrorismo di stato. Senza dubbio, manovre tra le quinte patrocinate dal Dipartimento di Stato e dal Vaticano, hanno frustrato quell’obiettivo e hanno permesso solo una democrazia di paccottiglia.

I partiti della Concertación, che avevano promesso l’Assemblea Costituente e la fine del modello dell’economia di mercato, arrivati al governo hanno fatto solo dei rammendi alla Costituzione illegittima. E subito dopo sono diventati gli scudieri del modello imposto con la forza dall’oligarchia.

Ormai è troppo tardi perché partiti che hanno guidato il paese durante questi anni promettano di abbandonare il cammino del tradimento. La paura di essere cancellati dalla mappa dall’indignazione del popolo li porta a promettere cambiamenti che neanche hanno provato a fare in trent’anni.

L’indignazione per la disuguaglianza sociale si è andata accumulando lentamente e anche se aveva dato alcuni segnali in mobilitazioni per istruzione, salute, salari, previdenza sociale, ambiente, diritti delle donne, del popolo Mapuche, nell’astensionismo elettorale, ecc., non sono state prese in considerazione dai politici trincerati nella Moneda e nel Congresso. L’indignazione del popolo, senza canali democratici per risolvere i suoi problemi, è esplosa con una furia che ha preso di sorpresa i politici di tutti i colori e le autorità di tutti i livelli.

È illusorio pensare che il paese possa tornare alla “normalità” che imperava fino a una settimana fa. Piuttosto questo ottobre può passare alla storia del Cile come una grande giornata di lotta popolare. Indubbiamente i suoi risultati si stanno vedendo nella natura spontanea e carente di guida del sollevamento.

La vecchia politica con il suo carico di corruzione e demagogia deve essere sostituita fa forze politiche e sociali non compromesse con il sistema.

Non sono “molliche sociali” quelle che possono aprire un canale per superare questa crisi. Il Cile necessita di un cambiamento istituzionale profondo, richiede di dare inizio a una nuova epoca retta da principi in cui solidarietà e uguaglianza siano le regole d’oro della convivenza cittadina.

È più urgente che mai convocare un’Assemblea Costituente, eletta dal popolo, per elaborare una nuova Costituzione Politica che sia approvata in un plebiscito libero e sovrano.

Bisogna agire con energia per abbattere gli ostacoli legali che rendono difficile la sua convocazione.

Si tratta di una questione di vita o di morte per la democrazia. Se non si agisce in questo modo, resterà libero il passo per un’alternativa di estrema destra. Il sollevamento popolare, che oggi mira verso una direzione positiva domandando giustizia sociale, può frustrarsi e convertirsi in argilla malleabile del fascismo.

Siamo nel momento preciso per impedire una manovra di quel tipo e di far diventare questa insurrezione popolare una grande vittoria della democrazia.

Ottobre, 2019

https://www.puntofinalblog.cl/blog/asamblea-constituyente-para-un-nuevo-chile

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«Paralizziamo, miniere e minatori, paralizziamo tutta l’industria mineraria del Cile insieme agli altri settori produttivi»

del Sindacato Nº1 dei Lavoratori della Miniera Escondida

Pubblicato il 20 ottobre, 2019 , in Declaraciones

Compagne e compagni. Oggi il paese sta passando per momenti difficili e critici, c’è stata un’esplosione sociale e legittima, un’accumulazione di rabbia ricolma di soprusi, disuguaglianze, mancanza di speranza e incertezza per il futuro. Noi lavoratrici e lavoratori siamo parte integrante di questa società e inoltre siamo l’asse centrale della classe lavoratrice e davanti ai gravi fatti accaduti non possiamo restare in silenzio e non possiamo rimanere immobili di fronte al nostro popolo che sta lottando.

Questa rabbia contenuta voi la conoscete bene e la vivete ogni giorno, alcuni più di altri, però è lì viva, latente in ciascuna delle nostre famiglie, vicini e amici. Questa esplosione di rabbia non è stata per l’aumento del biglietto del sistema di trasporto della metro, che è stato solo l’innesco di questo cancro di ingiustizie che viviamo noi lavoratori quotidianamente. È importante vedere chiaramente come questo sistema di governo e capitalista ci opprime. A volte non siamo capaci di vederlo perché siamo abituati al giogo politico e imprenditoriale e mascheriamo le nostre evidenti necessità con l’indebitamento familiare.

Abbiamo un sistema di AFP [n.d.t: fondi pensionistici] che è un furto; i loro soldi li sfruttano le banche e le imprese e poi voi li dovete chiedere in prestito con alti interessi, i guadagni li ricevono le AFP e i loro padroni, però le perdite sono a carico di noi lavoratori che, quando siamo vecchi, stanchi e malati riceveremo pensioni da miseria.

Sanno perfettamente che la salute ha un prezzo e chi non ha soldi muore. Pagano mensilmente importanti cifre di denaro in quote ed assicurazioni, e malgrado ciò quando si ammalano devono pagare. Guardatevi intorno, compagne e compagni, rompete la vostra bolla individuale e vedete chiaramente quanti dei vostri genitori, figli, fratelli, nipoti, zii, nonni e amici sono indebitati perché non hanno come potersi curare; quanti sono morti in ospedali miserabili per non avere come pagarsi da vivere.

Compagne e compagni, voi pensate a che educazione e che eredità state lasciando ai vostri figli. I vostri figli e familiari studiano in un sistema educativo mediocre che li prepara ad essere mano d’opera a basso costo. Voi pagate per istruire i vostri figli, però i figli dei ricchi e potenti studiano in collegi migliori, irraggiungibili per le vostre tasche, e per di più con i vantaggi che gli danno le imprese. I figli dei ricchi e potenti vanno nelle migliori università del Cile, quelle stesse che i nostri padri lavoratori e operai hanno costruito con i loro sforzi e lavoro e che oggi sono appannaggio di altri e non dei figli degli operai e degli umili.

Compagne e compagni all’origine di questi problemi del paese non c’è la mancanza di risorse, al contrario, avanzano risorse, e il problema è che sono rubate dalle grandi compagnie transnazionali come BHP. Un esempio: delle risorse minerarie del Cile solo il 25% dei guadagni rimane nel paese e il resto è “rubato legalmente” da grandi compagnie transnazionali che approfittano della legislazione favorevole alle imprese e lo fanno sfacciatamente da anni. Lì, in quelle risorse stanno le nostre pensioni, le operazioni e le risorse mediche affinché non muoia la nostra gente e lì è l’istruzione gratuita e di qualità che i vostri figli meritano ed alla quale voi non avete avuto accesso.

Vista questa cruda realtà Che faremo compagne e compagni? Chiuderemo gli occhi. Quanti dei nostri figli sono in queste manifestazioni sociali e nella strada, quanti dei nostri genitori stanno lottando, nostre mogli o mariti, nostri nipoti, nostri fratelli ecc… vediamo chiaramente quello che sta succedendo. Purtroppo voi conoscete molto bene la storia e cosa significa che le forze armate siano nelle strade.

Prenderemo coscienza solo quando uccidano qualcuno che ci sta vicino, e allora ce ne pentiremo e capiremo l’importanza di lottare uniti per un futuro migliore. Esiste un solo potere che nessuno può toglierci, che nessuno può costringere e che nessuno può eguagliare, e questo è il potere di produrre. Non si genera alcun guadagno, non sei muove una sola macchina e non si semina o raccoglie alcun alimento se non per mano delle lavoratrici e dei lavoratori. Questo potere è il più forte di tutti, è sicuro, pacifico, protettore, classista e di fratellanza per il nostro popolo.

Questo Sindacato ha una responsabilità sociale perché è il Sindacato più grande dell’industria mineraria privata e perché fa produrre la miniera più grande del mondo, della transnazionale più poderosa del pianeta. Abbiamo una storia di lotta e lealtà da ricordare e oggi è necessario dare l’esempio all’industria mineraria nazionale, privata e statale. Dobbiamo paralizzare le nostre operazioni per la sicurezza della nostra gente delle regioni che deve viaggiare, dobbiamo paralizzare per l’insopportabile preoccupazione di quello che sta succedendo nel nostro paese, in cui i nostri familiari sono parte attiva di questi movimenti sociali, tutto questo protetti dalle garanzie costituzionali dell’articolo 184 del Codice del Lavoro. Però la cosa più importante e di maggior valore, è che dobbiamo creare la paralisi perché facciamo parte di questa classe lavoratrice ch sta soffrendo. Questo è cominciato a Santiago e il popolo intero, da Arica a Punta Arenas è uscito a difendere il popolo intero. Non possiamo continuare a lavorare e a far funzionare queste imprese potenti come se non succedesse nulla, sapendo che sono colluse con questo governo che oggi ci attacca ed opprime. Non possiamo non paralizzare, perché la storia ci condannerà come vigliacchi e complici di questi soprusi alla classe lavoratrice, e la questione più intima e sentita è che non possiamo non paralizzare perché non saremmo più capaci di guardare in faccia la nostra famiglia e soprattutto i nostri figli che oggi sono in questa lotta, senza sentire che non abbiamo fatto nulla per appoggiarli e difenderli, sapendo che quel potere e capacità è nelle nostre mani.

Paralizziamo, miniere e minatori, paralizziamo tutta l’industria mineraria del Cile e tutti gli altri settori produttivi, fino a quando non ritirino le forze militari e d’oppressione dalle strade e fino a quando le autorità di governo non siano disponibili a sedersi a dialogare da pari a pari con questo popolo che grida e lotta per uguaglianza, giustizia, opportunità, lavoro e una vita degna per la nostra gente.

Saluti fraterni.

Direzione Sindacato Nº1 dei Lavoratori di Miniera Escondida

http://piensachile.com/2019/10/sindicato-n1-trabajadores-escondida-a-paralizar-mineras-y-mineros-a-paralizar-toda-la-mineria-de-chile-junto-a-otros-sectores-productivos/

Fonte

01/09/2019

Quando gli Usa si auto-bombardarono

Quiz: quante volte sono stati attaccati gli Stati Uniti sul loro territorio? Contate e rispondete entro i canonici 30 secondi.

1, 2, 3...

...29 e 30.

Risposte?

Certo l’11 settembre 2001. Pearl Harbour? Macché, non era territorio statunitense. Gli inglesi? Beh, ma gli Usa erano ancora colonie. I messicani forse? Se non sto prendendo uno svarione è successo sempre il contrario: cioè i gringos hanno invaso e bombardato il Paese del quale infatti si dice «troppo lontano da dio e troppo vicino agli Usa»

Però nel 1921 la nascente aeronautica militare statunitense era pronta a bombardare Blair Mountain che separa le contee di Mingo e di Logan (insomma monti Appalacchi, le zone più povere del Paese). Non fecero in tempo gli aerei stelle-strisce perché le bombe erano già state sganciate da aerei privati. Sono quasi certo che sia stato l’unico attacco subìto in casa dagli Usa prima di Bin Laden.

Chi legge forse si sta chiedendo: ma nel 1921 c’erano ancora nativi da “domare”? Siete fuori strada: la «soluzione finale» del “problema indiano” risale al trentennio 1860-1890. Nel 1921 sotto i bombardamenti non c’erano pellerossa ma pellenera (e forse qualche cuorerosso) per via del carbone. Erano i minatori ribelli, chiedevano di avere un sindacato per non morire come mosche. In diecimila (fra loro anche due migranti italiani, Giacomo Diana e Nicola Aiello) furono costretti ad armarsi per resistere agli eserciti privati delle compagnie minerarie. Fu una lunga lotta. Finì, il 1 settembre 1921, nel sangue. I morti sparirono. A essere incriminati non furono i padroni e le loro milizie ma “il leader” dei minatori, Frank Keeney, con 550 suoi compagni: accuse di omicidio e di «tradimento». Allora i giornali la chiamarono «la guerra del West Virginia» ma oggi nei libri di storia – persino negli Usa – non c’è un rigo.

Quasi tutte le notizie che finora ho riassunto le devo ad articoli e libri di Sandro Portelli (sempre sia lodato per il suo sapere ma ancor più per la fatica che gli costa rendere semplice il complesso). Proprio quella Blair Mountain dove ci fu l’assalto aereo del 1921 ora verrà fatta saltare in aria perché una compagnia mineraria ha avuto il permesso di cercare altro carbone: su «il manifesto» anni fa Portelli ha raccontato la nuova resistenza che lì si organizza mentre riaffiora la memoria dei minatori bombardati nel 1921.

Non c’è stato (e non c’è) solo questo nei profondi Appalacchi. È uscito, da Donzelli, il nuovo libro di Portelli: «America profonda» (540 pagine per 35 euro) con il sottotitolo «Due secoli raccontati da Harlan County, Kentucky». Lavoro e scioperi, tragedie e vittorie, canzoni e tumori, rivolte e repressioni: vite così dure che sembrano gli episodi di una lunga guerra civile (più corretto sarebbe dire guerra sociale). Quasi nulla ne sappiamo in Italia perché ben poco conosciamo gli Stati Uniti al di là dell’agiografia e del gossip. Infatti nessuno in Italia si accorse, alla fine degli anni ’70, di uno straordinario documentario (un successo clamoroso in mezzo mondo): era di Barbara Kopple, vinse un Oscar e si intitolava guarda un po’ «Harlan County, Usa». Parlava di minatori in lotta.

Fonte

08/08/2018

Da Marcinelle a Foggia. Depistano sui caporali per coprire gli imprenditori schiavisti


Dopo la strage di sedici di loro, domani 8 agosto i braccianti scioperano con la USB e manifestano dal ghetto di Rignano a Foggia.

Per una terribile coincidenza di date, domani è anche l’anniversario della strage di Marcinelle, in Belgio. L’8 agosto 1956, 136 migranti italiani morirono assieme a tanti altri minatori belgi e di tutta Europa, nell’incendio di una miniera. Fu contemporaneamente una tragedia del lavoro e della emigrazione, a cui tanti italiani erano costretti dalle spaventose condizioni di miseria e disoccupazione del nostro paese.


Oggi un pezzo di Marcinelle è a Foggia, mentre centinaia di migliaia di giovani hanno ripreso ad emigrare dal Mezzogiorno dove dilagano povertà e disoccupazione. È lo sfruttamento del lavoro che è tornato a governare il mondo come e più di sessant’anni fa. E il dominio dello sfruttamento colpisce sia chi per lavoro lascia il nostro paese, sia chi per lavoro viene qui a morire.

I 16 braccianti uccisi a Foggia sono vittime di un incidente sul lavoro “in itinere”. È questo il termine con cui formalmente si definiscono gli incidenti e le morti che colpiscono chi sta raggiungendo o lasciando il posto di lavoro. Per questa ragione i morti sul lavoro, che nelle statistiche immediate arrivano a 800 persone all’anno, poi raddoppiano nel conto ufficiale. Si aggiungono ai morti dentro i posti di lavoro coloro che vengono uccisi mentre ci arrivano o li stanno lasciando.

I 16 braccianti di Puglia dovrebbero essere considerati morti sul lavoro “in itinere”. Dovrebbero, ma non lo sono. Perché per essere riconosciuti come tali si dovrebbe essere assicurati all’Inail, fruire di trasporti concordati con l’impresa che ti assume e naturalmente avere un contratto regolare e rispettato. Se i braccianti avessero visti riconosciuti tutti questi loro diritti di legge, assieme anche a quello di una abitazione dignitosa, molto probabilmente sarebbero ancora tutti vivi. Ma anche se – per il disastro e la colpevole incuria pubblica nella quale sono lasciate le nostre strade come l’esplosione di Bologna contemporaneamente dimostra – se fossero stati egualmente vittime di un incidente stradale al ritorno dal lavoro, quei braccianti e loro famiglie si vedrebbero riconosciuto un risarcimento ora negato.

Che c’entra tutto questo con la denuncia ipocrita che oggi tutto il regime politico mediatico fa della piaga del caporalato? I caporali sono solo l’ultimo anello della lunga catena dello sfruttamento e possono operare solo perché all’altro capo di quella catena c’è chi li usa per aumentare i propri guadagni.
Se i braccianti lavorassero secondo le condizioni della legge e della dignità umana, i caporali non avrebbero nulla da fare. Ma siccome gli imprenditori, agricoli, dell’industria alimentare, della distribuzione commerciale ignorano legge e dignità, e spendono per i braccianti un quinto di ciò che dovrebbero, allora i caporali trovano il loro ruolo.

Il caporalato è un effetto, non una causa, se si vuole colpire lo sfruttamento e distruzione della vita nei campi di Puglia, come di tante parti d’Italia, bisogna guardare in alto, a ricchi imprenditori italiani che stanno in Confagricoltura, Confindustria e nelle associazioni della grande distribuzione. Altrimenti si fa depistaggio, gli schiavisti in doppiopetto restano impuniti e i loro profitti di sangue prosperano.

Ora le autorità parlano di rafforzare i controlli di polizia nelle strade, quando si dovrebbero mandare ispettori nei campi e guardia di finanza negli uffici. Così lo stato è complice del caporalato e protettore degli sfruttatori.

I pomodori che arrivano nelle nostre tavole sono intrisi di sudore e sangue, come il carbone che negli anni 50 giungeva dal Belgio per scaldare le nostre case. Ora come allora, solo la lotta contro gli sfruttatori che stanno in alto può cambiare le cose.

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23/11/2016

Il massacro di Columbine. Operai e capitale negli Usa

Massacro della Miniera di Columbine: 500 minatori in sciopero, massacrati con le mitragliatrice.

Il Massacro della miniera di Columbine è un tragico evento che accadde il 21 novembre 1927, quando alcuni minatori scioperanti vennero attaccati a colpi di mitragliatrice. Lo sciopero era stato proclamato dal sindacato IWW (International Workers of the World, cioè lavoratori internazionali del mondo).

Il contesto

La città aziendale di Serene era la sede della miniera Columbine, scavata sul fianco di una delle colline del Colorado. Lo sciopero durava da cinque giorni, e gli scioperanti organizzavano ogni mattina picchetti e cortei interni, perché la Columbine era una delle poche miniere di carbone dello Stato che non avesse fermato la produzione. Il 21 novembre 1927 circa cinquecento minatori, alcuni con moglie e figli, arrivarono alla porta Nord appena prima dell'alba, portando con loro con tre bandiere americane.

Nei giorni precedenti, per disposizione di Josephine Roche, figlia dell'appena scomparso proprietario della compagnia Rocky Mountain Fuel agli operai dei picchetti erano stati serviti caffè e biscotti. Ma quel mattino gli scioperanti trovarono ad aspettarli la appena ricostituita polizia di stato del Colorado, i cui membri erano anche chiamati rangers, che sbarrò loro il passo. I minatori rimasero sorpresi nel vedere uomini in borghese armati di pistole automatiche, fucili antisommossa e gas lacrimogeni. Guardie della compagnia armate di fucili, posizionate in cima alla miniera coprivano i rangers il cui capo, Louis Scherf, chiese gridando agli scioperanti chi fossero i loro capi. "Siamo tutti capi!", risposero. Scherf disse loro che non gli sarebbe stato concesso di entrare in città, e per un po' gli operai esitarono, indecisi sul da farsi, Ci fu una discussione, e molti sostennero che fosse loro diritto ad andare avanti. Dopotutto, Serene avava un ufficio postale pubblico, e alcuni dei loro bambini frequentavano le scuole, lì.

Fu riferito che uno dei poliziotti provocò gli operai, dicendo loro di venire pure avanti, se volevano, tanto li avrebbero ributtati fuori. Il capo dello sciopero Adam Bell si fece avanti, e chiese che il portone venisse aperto. Appena vi poggiò la mano, venne colpito da uno dei rangers con una mazza. Un sedicenne gli stava di fianco, portando una delle bandiere, che gli fu strappata di mano, Nel parapiglia che seguì, l'asta della bandiera fu rotta contro la palizzata. I minatori si lanciarono allora contro il portone, e i rangers lanciarono le granate lacrimogene. Una colpì alla schiena la signora Kubic, che stava scappando. Altri rilanciarono i lacrimogeni contro la polizia.

Spinti dall'esempio di Adam Bell, i primi minatori cominciarono ad arrampicarsi sul portone della palizzata, per scavalcarlo. Bell fu tirato giù da tre poliziotti, che lo colpirono violentemente alla testa con delle mazze. La signora Elizabeth Beranek, madre di 16 figli e portatrice di una delle bandiere cercò di proteggerlo scagliando la bandiera contro i poliziotti, che reagirono picchiandola duramente, e prendendosi la bandiera.

La polizia ammise di aver usato mazze nei tafferugli. Come disse Scherf, "li stendevamo appena scavalcavano la cancellata". I minatori dichiararono che le mazze erano pezzi di tubi del gas. Un minatore ruppe il naso ad un ranger, e un altro ne ferì uno alla mano con un coltello a serramanico, mentre altri ancora bersagliavano di pietre i poliziotti fino a colpirne uno, che cominciò a sanguinare da un taglio sotto l'occhio. Alla fine la polizia arretrò.

Il massacro

Imbaldanziti, gli scioperanti forzarono il portone in legno. Jerry Davis afferrò una delle bandiere mentre i minatori sciamavano attraverso il varco. Altri scalarono la palizzata ad Est del portone. Louis Scherf sparò due colpi della sua 45 sopra le teste dei minatori.

I suoi uomini fecero fuoco direttamente sulla folla. Nella fioca luce dell'alba gli scioperanti si sparpagliarono sotto una pioggia di piombo. Dodici rimasero sul terreno, alcuni stecchiti, altri in agonia. Almeno due, e forse tre mitragliatrici erano a disposizione nella miniera e i minatori successivamente dichiararono di essere stati decimati da fuoco incrociato proveniente dal capanno, una struttura che serviva a caricare il carbone nei carrelli, e da un camion parcheggiato sotto la cisterna dell'acqua.

John Eastenes, 34enne di Lafayette, sposato con sei figli morì all'istante. Nick Spanudakhis, anche lui 34enne e di Lafayette, gli sopravvisse qualche minuto. Frank Kovich di Erie, Rene Jacques, 26enne di Louisville, e il 21enne Jerry Davis morirono qualche ora dopo all'ospedale. La bandiera di Davis, ricamata con 17 buchi di pallottole, era sporca di sangue. Il 35enne Mike Vidovich di Erie morì dopo una settimana per le ferite riportate.

Successivamente, la polizia testimoniò di non aver usato mitragliatrici nello scontro. Alcuni testimoni identificarono una guardia della miniera che si era inerpicata sul capanno e avrebbe potuto azionare la mitragliatrice intallatavi sopra, fornendo una possibile spiegazione della discrepanza tra le testimonianze. Comunque, venne affermato che quella vicina alla cisterna fosse azionata da uno degli uomini di Scherf.

Continuarono ad esserci scontri violenti durante lo sciopero. Per tutti, citiamo la morte di due scioperanti a Walsenburg. Una giovane donna ricevette attenzione dai media nazionali. Indossava un vestito rosso fiamma e guidava i cortei degli scioperanti nelle miniere del sud, dopo che sua sorella Santa Benash era già stata arrestata per lo stesso motivo. Divenne famosa come 'la ragazza fiammeggiante', ma si chiamava Amelia Milka Sablich. Aveva diciannove anni.

Dopo la bancarotta della Colorado Fuel and Iron (CF&I), nuovo nome della compagnia del Colorado di John D. Rockefeller, Jr. è emerso che la compagnia aveva sistematicamente spiato, danneggiato e diffamato il sindacato durante lo sciopero del 1927.

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08/08/2016

8 agosto 1956: 60 anni fa la strage di Marcinelle

Al termine della seconda guerra mondiale il Belgio aveva mantenuto quasi intatta la sua infrastruttura industriale ma non aveva la quantità di manodopera che gli sarebbe stata necessaria. Inizialmente il governo belga pensò di utilizzare i prigionieri di guerra tedeschi o i profughi interni, poi incentivò l’immigrazione di lavoratori dall’estero. In Italia la situazione era del tutto opposta: c’era la necessità di una totale ricostruzione delle fabbriche e un alto tasso di disoccupazione.

Nel 1946 i due paesi conclusero quindi un trattato (chiamato “uomo-carbone”) secondo il quale l’Italia si impegnava a inviare in Belgio 50mila minatori (2mila ogni settimana) e il Belgio a vendere all’Italia un minimo di 2.500 tonnellate di carbone mensili ogni 1.000 lavoratori immigrati. In Italia ci fu una campagna pubblicitaria martellante per invogliare i disoccupati ad andare in Belgio: accattivanti manifesti rosa parlavano di salari molto buoni, contributi, assegni familiari... I candidati dovevano avere al massimo 35 anni e godere di buona salute.

Gli aspiranti minatori erano concentrati alla stazione centrale di Milano e di lì partivano in treno: un viaggio che poteva durare tre giorni e tre notti.

I belgi non volevano piantagrane e c’era una rigida selezione politica: nei paesi erano i parroci a “raccomandare” i lavoratori, e durante il viaggio questi erano spiati da agenti in incognito incaricati di individuare i potenziali agitatori. All’inizio c’erano dei forti pregiudizi sui meridionali, ma poi i belgi si resero conto che i lavoratori provenienti dall’agricoltura o da ex regioni minerarie, come la Sicilia, la Sardegna e le Marche, si adattavano di più rispetto a molti settentrionali che avevano avuto esperienze nell’industria. Una volta arrivati in Belgio, gli emigranti venivano alloggiati nelle baracche che avevano ospitato i prigionieri di guerra e il giorno dopo venivano portati alla miniera. Quando si rendevano conto delle condizioni di lavoro, molti si rifiutavano di scendere nei pozzi, oppure dopo la prima volta rinunciavano (quasi il 50%). Ma il contratto che avevano firmato prevedeva l’arresto in caso di mancato rispetto dell’impegno assunto. Non ricevevano alcuna formazione e i salari erano molto inferiori a quelli promessi perché quasi nessuno era un operaio qualificato. Con tutto ciò, dieci anni dopo la firma dell’accordo del 1946, su 142mila minatori presenti in Belgio 44mila erano italiani.

L’8 agosto di quell’anno, alle 8:10 del mattino, nella miniera di carbone Bois du Cazier di Marcinelle, presso Charleroi, un errore nella manovra di un montacarichi provoca un terribile incidente: vengono tranciati i cavi telefonici ed elettrici, e la scintilla incendia l’olio fuoriuscito da una condotta. Il fumo invade immediatamente i condotti dell’aria e 262 minatori su 274 che si trovano nei pozzi muoiono soffocati. 136 sono italiani, 95 belgi, gli altri di dieci diverse nazionalità. Fu solo dopo quella tragedia che nelle miniere belghe venne introdotto l’uso della maschera antigas.

Nel 1959 al processo gli amministratori e i dirigenti vennero assolti, vi fu solo una condanna a sei mesi per il progettista della galleria. La vicenda destò enorme impressione in Italia e l’emigrazione verso il Belgio rallentò. I belgi attinsero allora da altre nazioni povere, prima Spagna e Grecia, poi Marocco e Turchia, ma il settore minerario ormai si reggeva solo sulle sovvenzioni statali ed era privo di ogni competitività. Alla fine degli anni ’50, quando il prezzo del carbone crollò sul mercato internazionale, entrò in una crisi profonda. Fu un ulteriore dramma per le decine di migliaia di lavoratori che erano arrivati dall’estero. La miniera di Marcinelle, che aveva riaperto l’anno dopo l’incidente, chiuse definitivamente nel 1967.

Nello Gradirà

Pubblicato sul numero 117 (luglio-agosto 2016) dell'edizione cartacea di Senza Soste

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8 agosto. Marcinelle, sessant’anni e non dimenticare

A sessant’anni da Marcinelle assistiamo, oggi come sempre, alla realtà del senso disumano dello sfruttamento del lavoro e – ancora – si considera chi lotta per una società giusta come un sovversivo dell’ordine costituito, un perturbatore dei tranquilli ozi delle classi agiate.

Oggi come allora.

Dalle classi dominanti non arriva mai un segnale di comprensione della vastità dei delitti da esse commesse nella grandezza e nella complessità del procedere storico: anzi verifichiamo una intensificazione, un accanimento, che i Governi agevolano e i possessori dell’informazione non solo giustificano ma anzi esaltano in un crescendo di ignobile mistificazione.

Oggi qualcuno farà finta di piangere lacrime di coccodrillo.

Marcinelle però non ci richiama semplicemente al lutto e al dolore.

Marcinelle richiama all’eternità insuperabile della lotta di classe, all’insopprimibile realtà dello sfruttamento e alla necessità della lotta per sovvertirne il corso soffocatore di tutte le istanze di libertà e di dignità umana.

“PROLETARI DI TUTTI I PAESI UNITEVI !” 

L’8 agosto del 1956 136 minatori italiani trovarono la morte nella miniera di carbone Bois du Cazier, in Belgio, insieme a 95 belgi, 8 polacchi, 6 greci, 5 tedeschi, 5 francesi, 3 ungheresi, un inglese, un olandese, un russo e un ucraino. In totale, morirono 262 minatori su un totale di 274 presenti: 12 lavoratori vennero tirati su il primo giorno, mentre i famigliari degli altri dovettero aspettare fino al 22 agosto, tra angoscia e speranza, quando i soccorritori dichiararono: “Tutti cadaveri“.

L’incidente – il terzo più grave per gli italiani all’estero dopo quello di Monongah, in Virginia, dove morirono 171 connazionali, e di Dawson, nel Nuovo Messico, dove ne morirono 146 – avvenne alle 8:11 del mattino, quando un errore di manovra agli ascensori al livello 975 provocò un massacro.

La tragedia di Marcinelle, rievoca anni bui della storia italiana. Alla fine della Seconda guerra mondiale, la necessità di una ricostruzione industriale porta il governo belga a lanciare la ‘battaglia del carbone’. La prima volontà delle autorità è quella di evitare di ricorrere alla manodopera straniera, ma ben presto si comprende che l’obiettivo non potrà mai essere raggiunto contando unicamente sulla manodopera belga. Si rende così obbligatorio il ricorso all’immigrazione massiccia degli stranieri e poiché l’Europa dell’Est e, più in particolare la Polonia, non sembra più una potenziale riserva di manodopera, il Belgio si rivolge all’Italia, che esce esangue dalla II guerra mondiale dopo 20 anni di fascismo.

Il protocollo d'intesa italo-belga del 23 giugno 1946 prevede l’invio di 50.000 lavoratori italiani in cambio della fornitura annuale di un quantitativo di carbone, a prezzo preferenziale, compreso tra due e tre milioni di tonnellate. Per convincere gli uomini a lavorare nelle miniere belghe, si affiggono in tutta Italia manifesti che presentano unicamente gli aspetti allettanti di questo lavoro (salari elevati, carbone e viaggi in ferrovia gratuiti, assegni familiari, ferie pagate, pensionamento anticipato). In realtà, le condizioni di vita e di lavoro sono veramente dure.

All’arrivo a Bruxelles, comincia lo smistamento verso le differenti miniere, dopodiché i lavoratori vengono accompagnati nei loro ‘alloggi’, le famose ‘cantines‘: baracche, insomma, o ‘hangar’, gelidi d’inverno e cocenti d’estate, veri e propri campi di concentramento dove pochi anni prima erano stati sistemati i prigionieri di guerra. La mancanza di alloggi decenti, previsti peraltro dall’accordo italo-belga, impedisce alla maggior parte dei minatori il ricongiungimento con la propria famiglia. Trovare un alloggio in affitto è infatti quasi impossibile all’epoca.

Senza contare la discriminazione. Spesso sulle porte delle case da affittare, i proprietari scrivono a chiare lettere ‘ni animaux, ni etranger‘ (né animali, né stranieri). Un’integrazione difficile, dunque, a cui si sommano le condizioni di lavoro particolarmente dure e insalubri, nonché le scarse misure di igiene e sicurezza. Tra il 1946 e il 1955, quasi 500 operai italiani trovarono così la morte nelle miniere belghe, senza contare il lento flagello delle malattie d’origine professionale, tra cui la silicosi. Una mostra con le immagini dei minatori di oggi nel mondo è aperta fino a dicembre al Bois du Cazier, il sito a sud di Charleroi diventato un museo del ricordo e che dal 2012 è diventato Patrimonio dell’umanità dell’Unesco.

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29/04/2015

Kiev: "Usa verso intervento militare diretto". I minatori ancora in piazza


Mentre il Presidente ucraino Petro Poroshenko dichiara che la guerra nel Donbass potrebbe esplodere da un momento all'altro con rinnovata intensità, dagli Stati Uniti i mezzi d'informazione scrivono che, se e quando ciò avverrà, gli attuali seicento “consiglieri militari” americani, canadesi e britannici oggi già al lavoro in Ucraina per addestrare la Guardia nazionale potrebbero essere raggiunti da interi reparti di truppe regolari. Secondo quanto riportato dalla agenzia Tass, l'esperto internazionale e giornalista Finian Cunningham osserva che Washington, con una ben orchestrata campagna di disinformazione da parte del Dipartimento di Stato e nei più diversi modi sta tentando di provocare Mosca ad azioni a cui gli Stati Uniti dovrebbero dare una risposta immediata, tale da comportare l'intervento diretto statunitense in Ucraina. Un esempio è quello della recente pubblicazione su twitter, da parte dell'ambasciatore USA a Kiev, Jeffrey Pajetta, di una foto del complesso missilistico “Buk-M2”, accompagnata dal commento su una presunta “alta concentrazione di sistemi antiaerei russi in Ucraina”. Ma la foto, a quanto sembra, risalirebbe a due anni fa, scattata al salone avio-cosmo internazionale “Maks” a Mosca.

Intanto a Kiev si attendono nuove proteste da parte dei minatori, dopo quelle della scorsa settimana. Il Sindacato indipendente dei minatori ucraini (NPGU) sta organizzando assemblee fuori dell'edificio del Ministero per l'energia, dopo che gli è stato rifiutato il permesso di riunione all'interno del palazzo, anche se l'assemblea riguardava solo i rappresentanti del sindacato e non la massa degli iscritti, che erano confluiti a Kiev la settimana scorsa e che poi si erano allontanati dalla capitale. Non sembra infondato il sospetto che si vogliano trattenere i sindacalisti all'esterno del palazzo, per consentire un più agevole intervento della polizia – che intanto ha già iniziato i primi arresti di minatori in sciopero per “attentato all'integrità territoriale dell'Ucraina”! – quando non direttamente dei battaglioni nazionalisti che venerdì scorso, alla maniera fascista, avevano aggredito i singoli minatori quando già le assemblee si erano sciolte e i lavoratori si stavano allontanando individualmente dalla piazza di Kiev antistante la Rada.

Mentre il sindacato dei minatori lamenta il rifiuto del dialogo da parte di Governo, Ministero e Presidente - "Ci siamo avvicinati, abbiamo organizzato picchetti, chiesto incontri e infine abbiamo preteso. Ma finora non sappiamo come essi pensino di sviluppare l'economia e il settore energetico" dicono i sindacati - dal Ministero degli interni e dal Consiglio di sicurezza nazionale si dichiara che le misure di polizia sono dettate dal fatto che si sarebbero accertati "tentativi di malintenzionati di trasformare le azioni di protesta in mezzi per fare pressione sul potere e quindi destabilizzarlo. In particolare, si è accertato che è stato assicurato l'arrivo nella capitale di provocatori pagati" dall'ex premier dell'epoca di Janukovič, Mykola Azarov. Il Consiglio di sicurezza, secondo quanto riportato dal sito VZ.ru, parla anche di perquisizioni, interrogatori e arresti, in base alle direttive emanate la settimana scorsa dal presidente Poroshenko. Il quale, parla ancora una volta (nemmeno troppo a mezza voce) di oligarchi a lui concorrenti che starebbero dietro alle proteste dei minatori e che avrebbero pagato quelli che lui definisce “pseudominatori” per unirsi ai lavoratori in piazza. Ciò, a dispetto del fatto che parte dei manifestanti si sarebbe radunata anche di fronte al palazzo della compagnia DTEK, di proprietà del magnate Rinat Akhmetov, reputato il più ricco d'Ucraina e da sempre considerato avverso al duo Poroshenko-Jatsenjuk. Il presidente del sindacato NPGU, Mikhail Volynets, ha respinto le affermazioni di Poroshenko: "è stato il potere stesso a unirci, con la sua inazione e la sua piena irresponsabilità", ha detto, ricordando come gli operai non ricevano da mesi il salario e lottino anche contro la chiusura di molte miniere nell'Ucraina settentrionale e occidentale, chiedendo le dimissioni del Ministro per l'energia Vladimir Demčishin.

D'altronde, come rilevano gli stessi politologi ucraini, non è questa la prima volta che il governo ricorre direttamente agli arresti dei manifestanti: prima dei minatori, era toccato ai pensionati, agli insegnanti, ai medici.

Tra l'altro, le proteste dei minatori si inseriscono nella cornice delle critiche mosse alla politica economica del governo anche dal partito “Patria” della ex “pasionaria” Julja Timoshenko, che chiede il dimezzamento delle tariffe comunali (peraltro imposte dal FMI quale condizione per la concessione di crediti), mentre l'Unione Černobyl di Ucraina lamenta che il governo ha escluso circa un milione di suoi associati dalle categorie di cittadini che possono ancora godere di tariffe agevolate. Ancora VZ.ru rammenta che, dallo scorso 1 aprile, le tariffe del gas in Ucraina sono cresciute in media di 3,3 volte; quelle per il riscaldamento del 72%; è iniziata la corsa delle tariffe sull'elettricità, che entro due anni dovranno crescere di 3,5 volte, mentre dal 1 maggio raddoppieranno le tariffe dell'acqua.

A questo punto, è lecito interrogarsi sulle maggiori probabilità che ha il potere golpista di essere sbalzato di sella: se dalla guerra nel sudest del paese o dalla crisi sociale e politica interna. Per quanto riguarda la prima variante, sembra purtroppo che le armi americane debbano prolungare ancora per molto i massacri di civili nel Donbass. Sul secondo versante, il ricorso del potere ai metodi polizieschi o apertamente squadristi nei confronti delle proteste della popolazione, potrebbe forse indurre alcuni degli attuali padrini europei di Kiev a rivede un po' le proprie posizioni.

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01/10/2014

1 ottobre 1984: lo sciopero dei minatori britannici

Dopo l'elezione di Margaret Thatcher nel 1979 in tutto il Regno Unito si andò accentuando la politica liberista volta alla distruzione dello stato sociale e alla liberalizzazione delle aziende di proprietà dello stato.

La strategia delineata fu quella di intraprendere un vasto programma di chiusura di unità produttive in taluni settori, come la siderurgia, le ferrovie e il carbone, di privatizzare e intaccare il monopolio statale nei settori in espansione come le telecomunicazioni, e di stabilire un sistema misto pubblico-privato nella sanità, tra ospedali, municipalità e ditte private.

Uno dei primi obbiettivi del governo, dopo i lavoratori pubblici e i ferrovieri, fu l'industria del carbone, una delle più grosse d'Europa, e nel quale esisteva probabilmente il più combattivo e compatto sindacato inglese il National Union of Mineworkers.
A seguito della decisione dell'Ufficio Nazionale del Carbone di avviare un piano di ristrutturazione del settore che avrebbe portato alla chiusura di venti pozzi e al conseguente licenziamento di decine di migliaia di lavoratori,il 12 marzo 1984, iniziò lo sciopero.
Entro la fine di marzo la produzione di carbone nel Regno Unito fu quasi totalmente ferma.

Un ruolo determinante in questa lotta lo giocarono i picchetti volanti, ai quali parteciparono molti giovani lavoratori che per la prima volta si trovano coinvolti in un conflitto sociale su scala nazionale.
Protagoniste durante tutta la durata dello sciopero furono le donne che non accettarono più il loro ruolo di subordinazione che le vedeva ad organizzare le attività di sostegno agli scioperanti ma anzi furono sempre in prima linea nelle assemblee, nei picchetti, nei cortei e negli scontri con la polizia.

Per fermare i picchetti il governo inviò circa diecimila poliziotti nei bacini carboniferi che si scatenarono in cariche feroci sui lavoratori. Una delle principali operazioni della polizia fu quella di intercettare i picchettatori per impedire che arrivassero alle miniere.

L'azione dello stato non si limitò alla repressione poliziesca: multe e confische di beni colpirono le organizzazioni sindacali che organizzarono o appoggiarono i picchetti in altre regioni, addirittura il NUM ricevette una multa di 200 mila sterline per aver organizzato i picchetti e quando il sindacato si rifiutò di pagarla tutti i suoi fondi vennero sequestrati dal tribunale di Londra.

Contemporaneamente ai minatori scesero in sciopero i ferrovieri e i portuali per evitare che il carbone venisse importato dall'estero e per dimostrare il loro sostegno ai minatori. Così facendo riuscirono a portare all'esaurimento la maggior parte delle scorte di carbone e a costringere allo stop la produzione in altri settori chiave dell'economia britannica, come le acciaierie.

La reazione del Governo fu durissima: vennero intensificati i processi, le cariche ai cortei dei lavoratori e per disperdere i picchetti, si iniziò ad intaccare gli stessi diritti sindacali con alcuni tribunali che dichiaravano illegali gli scioperi.

Il 1 ottobre 1984 il segretario del NUM viene citato in giudizio per aver difeso la pratica dei picchetti e aver contraddetto pubblicamente un tribunale che aveva dichiarato illegale lo sciopero nello Yorkshire.
I parlamentari laburisti si dissociarono dalle pratiche messe in campo dai lavoratori in lotta arrivando fino a condannare lo sciopero che stava proseguendo da mesi; di fatto associandosi alla campagna diffamatoria messa in campo dal governo e dai giornali borghesi contro l'intera categoria.

Questa campagna unita alla dura repressione (due lavoratori uccisi dalla polizia; 710 licenziati, circa 10.000 delegati e militanti di base arrestati e in attesa di processo) e all'azione legale da parte del governo contro il NUM portò una strettissima maggioranza del congresso del sindacato a decretare la fine dello sciopero il 3 marzo 1985 che comunque, soprattutto in Scozia e nel Kent, durò ancora diversi giorni.

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25/06/2014

Sudafrica: finisce con una vittoria lo sciopero dei minatori

Si é concluso il lunghissimo e duro braccio di ferro tra migliaia di minatori sudafricani e le multinazionali, alla fine ieri dopo cinque mesi di blocco della produzione è stato trovato un accordo sugli aumenti dei salari chiesti dai lavoratori. A confermarlo anche i dirigenti del sindacato che ha promosso uno degli scioperi più lunghi nella storia del Sudafrica, costato dallo scorso gennaio circa 24 miliardi di rand, circa un miliardo e 650 milioni di euro, di mancati profitti per le aziende e quasi 11 miliardi di rand in stipendi non ricevuti dai minatori.

Secondo Joseph Mathunjwa, responsabile di Association of Mineworkers and Construction Union (Amcu), l’intesa ha valore triennale e prevede incrementi salariali compresi tra il 7,5 e il 13%. L'accordo prevede per i prossimi tre anni una forte rivalutazione degli stipendi mensili dei minatori meno qualificati, che riceveranno ogni anno da 950 a 1.000 rand in più al mese (circa 70 euro), mentre gli altri riceveranno un primo aumento dell'8% e del 7,5% nei successivi due anni.
A sottoscrivere l’accordo alcune delle maggiori multinazionali straniere che gestiscono in Sudafrica le miniere di platino: la Anglo American Platinum, la Impala Platinum e la Lonmin.

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18/05/2014

Strage di Soma: 301 morti e 18 arresti, repressione selvaggia contro le proteste


Nelle ultime ore le squadre di calcio di Istanbul hanno voluto rendere omaggio nei campi di gioco alle vittime della tragedia di Soma, cittadina a 120 chilometri da Izmir dove martedì un’esplosione ha causato 301 morti (almeno questo è il bilancio ufficiale definitivo fornito alla stampa dal ministro dell’Energia del governo Erdogan, Taner Yildiz).

Se i giocatori del Galatasaray sono entrati in campo indossando i caschetti da minatore, quelli del Besiktas reggevano uno striscione che recitava “Minatore, le tue lacrime, il tuo sudore, i tuoi stivali sporchi sono il nostro onore”.


Intanto il regime tenta di utilizzare il solito binomio del bastone e della carota per tentare di trarsi d’impaccio dopo le moltitudinarie proteste e l’ondata di indignazione generale che hanno investito Erdogan e il suo partito liberal-islamista accusati di negligenza e di aver chiuso un occhio di fronte alle evidenti carenze nella sicurezza degli impianti della minera di lignite per permettere ai proprietari, affini all’Akp, di accumulare enormi ricchezze ed abbattere il costo del lavoro; e non sono mancate le accuse al premier per aver minimizzato le responsabilità delle autorità, per i ritardi nei soccorsi e per l’atteggiamento incredibilmente cinico e aggressivo nei confronti dei parenti delle vittime e dei sopravvissuti.

Di oggi la notizia che ventiquattro persone sono state arrestate - ma sei sono state poi subito rilasciate - in conseguenza delle prime indagini realizzate dal pool di 28 magistrati istituito nei giorni scorsi dal Consiglio Superiore della Magistratura turco. Tra gli arrestati anche dirigenti e impiegati della Soma Komur, la compagnia mineraria privata proprietaria dell’impianto, compresi - sembra - anche alcuni pezzi grossi che, all'indomani della tragedia, durante una tesa conferenza con decine di giornalisti, avevano dato la colpa della strage agli stessi operai affermando che se l'incidente fosse avvenuto tra tre mesi non sarebbe morto nessuno visto che i container di sicurezza da sistemare nelle gallerie sarebbero in arrivo. Per tutti l'accusa sarebbe di negligenza mentre solo per tre a questo capo di imputazione si aggiungerebbe quello di omicidio plurimo colposo.

Ma anche ieri la polizia è intervenuta duramente, così come era avvenuto il giorno prima, contro alcune migliaia di minatori, parenti e studenti arrivati a Soma anche dalle città circostanti per denunciare le condizioni di lavoro semi-schiavistiche applicate nelle miniere anche grazie ad una legge di deregolamentazione approvata alcuni anni fa dalla maggioranza parlamentare liberal-islamista. Secondo quanto riferito dal sito del quotidiano "Hurriyet", gli scontri sarebbero scoppiati nella cittadina dopo che gli agenti hanno cercato di arrestare un bambino di 10 anni durante la protesta fino a quel momento pacifica, scatenando l'ira della folla.
Nei giorni scorsi ad Istanbul un gruppo di studenti ha occupato alcune facoltà dell’Università Tecnica (İTÜ) denunciando i legami tra l’ateneo e l’azienda che gestisce la miniera dove è avvenuta la strage, la Soma Holding. Gli studenti, tra le altre cose, hanno scritto i nomi delle 300 vittime sui muri dell’università, hanno chiesto che sia interrotta ogni relazione tra l’ateneo e l’impresa e le dimissione dei dirigenti della İTÜ che durante una trasmissione televisiva avevano affermato, a proposito delle vittime di Soma, che in fondo quella causata dal monossido di carbonio è una “morte dolce”.


Ieri il governatore della provincia di Manisa aveva proibito ogni forma di manifestazione nell’area di Soma, completamente circondata dalle forze di polizia che hanno piazzato tre diversi posti di blocco attraverso i quali dovevano passare tutti coloro che volevano entrare nella cittadina. Otto legali appartenenti all’Associazione degli Avvocati Progressisti (ÇHD), diretti a Soma per prestare assistenza legale ai sopravvissuti alla strage e ai parenti delle vittime, sono stati arrestati dalla Polizia, malmenati e portati nel campo sportivo dove sono stati lasciati per un certo tempo ammanettati prima di essere rilasciati, tra loro il presidente dell’associazione Selçuk Kozağaçlı. Ieri secondo alcuni media sarebbero stati decine gli arresti realizzati dalla polizia per impedire che a Soma e nelle aree circostanti montasse la protesta contro il governo in corrispondenza dei funerali delle vittime.

Se dopo l’esplosione della protesta della scorsa estate e ancora più recentemente, in occasione delle proteste contro gli scandali che hanno investito il governo, Erdogan aveva puntato il dito contro un complotto straniero prima vagamente evocato e poi esplicitamente identificato con l’imprenditore/predicatore Fetullah Gulen, ora non c’è un nemico occulto che il ‘sultano’ possa agitare per placare l’indignazione popolare generata dalla strage di Soma. La vittoria netta alle recenti elezioni amministrative, vinte con circa il 45% dei voti grazie ai brogli ma anche grazie al sostegno di una maggioranza silenziosa ancora molto compatta, sembra in questi giorni assai lontana.
Erdogan, commentando a caldo la tragedia appena avvenuta nelle gallerie della minera di carbone, aveva affermato che ‘sono cose che succedono’. Ma i dati e i numeri parlano da soli.
Ankara non ha mai firmato la Convenzione sulla Sicurezza e la Salute nelle Miniere dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro e la Turchia, secondo un documento della stessa Oil risalente al 2012, occupa un affatto invidiabile terzo posto nella classifica mondiale degli incidenti sul lavoro per numero di abitanti. Ed il settore minerario, insieme a quello edilizio, è un vero e proprio buco nero. Tra il 1991 e il 2008, dicono le statistiche fornite dall’Istituto Tepav, ben 2500 minatori hanno perso la vita e addirittura 13 mila sono rimasti invalidi a causa di incidenti o malattie legate all’attività dell’estrazione del carbone. All’inizio di quest’anno la Camera degli Architetti e degli Ingegneri aveva segnalato i gravissimi deficit di sicurezza delle miniere di Soma, e ad aprile i partiti di opposizione avevano presentato in Parlamento una mozione affinché si aprisse una inchiesta ufficiale su una serie di incidenti occorsi nella miniera dove martedì scorso si è poi verificata la tragedia. Ma tutti gli allarmi, neanche a dirlo, sono stati negati dal governo.

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16/05/2014

Turchia: scontri attorno alla miniera di Soma, Erdogan nella bufera


Gas lacrimogeni, proiettili di gomma, idranti, pietre, vari feriti e fermati. Polizia e manifestanti turchi si sono affrontati anche oggi con violenza, dopo che gli agenti hanno cercato di disperdere una protesta a Soma, la località della Turchia dove martedì un’esplosione ha causato la morte di centinaia di minatori rimasti intrappolati nelle gallerie. Come era avvenuto già da mercoledì mattina e poi ieri nel corso dello sciopero generale convocato dai sindacati, anche a Soma la folla, circa 10mila persone, urlava: "Governo, dimissioni" e "Non dormire Soma, non dimenticarti dei minatori".


Dopo esser stato preso di mira direttamente dalla contestazione dei parenti delle vittime e dai sopravvissuti al disastro, in queste ore il premier turco Erdogan è sempre più nella bufera. Ripreso in un video mentre si avventa contro un contestatore a Soma, assediato da migliaia di contestatori e costretto a rifugiarsi in un supermercato, l’uomo forte di Ankara avrebbe rivolto all’uomo una sfilza di insulti. Poco dopo il malcapitato è stato duramente picchiato dalle sue guardie del corpo e preso a calci, mentre era già a terra immobilizzato, da uno dei consiglieri del premier, che si è giustificato affermando di aver agito per ‘autodifesa’.

Ad aumentare la rabbia dei residenti ieri pomeriggio ci ha pensato anche il presidente Abdullah Gul, arrivato nel luogo della strage in un clima da assedio con la polizia che ha bloccato le strade per diversi chilometri, perquisendo ogni auto in transito.

Intanto sono partite oggi, con le prime deposizioni di sopravvissuti e testimoni, le indagini sul massacro il cui bilancio è fermo a poco meno di 300 morti, anche se secondo le stime nelle gallerie potrebbero esserci ancora altri cadaveri e anche qualche minatore ancora vivo, che a questo punto è ormai impossibile salvare. L’inchiesta sarà condotta, presso la procura della Repubblica di Akhisar da un pool di ben 28 diversi magistrati incaricati dall'Alto consiglio dei giudici e i pubblici ministeri (Hysk), il Csm turco posto recentemente sotto il controllo dell’esecutivo dal partito di governo nel tentativo di frenare le inchieste per corruzione a carico di Erdogan e del suo entourage politico ed economico. Secondo i dati ufficiali forniti dal contestatissimo ministro dell’Energia Taner Yildiz, oltre alle vittime ci sarebbero ancora 18 dispersi, 363 lavoratori estratti vivi dalle macerie e 122 feriti che hanno avuto bisogno del ricovero in ospedale.

Questa mattina, nel corso di un'animata conferenza stampa i vertici della Soma Holding, proprietaria della miniera dove è avvenuta la strage, hanno escluso negligenze nell'applicazione delle norme di sicurezza. Non sarebbe stato un cortocircuito del sistema elettrico a causare l'incendio che ha ucciso i lavoratori, hanno dichiarato i rappresentanti dell'azienda, che però non sono stati in grado di fornire informazioni chiare sulla causa del massacro. Le risposte elusive dei dirigenti ai giornalisti, che hanno più volte chiesto se fossero presenti o meno camere di sicurezza, aree con bombole d'ossigeno e cibo dove i minatori possono rifugiarsi sopravvivendo per giorni in caso di incidenti, hanno fatto salire la tensione alle stelle. "In quel momento non era presente una camera di sicurezza nella miniera - ha ammesso alla fine il direttore del settore minerario Ramazan Dogru spiegando, tuttavia, che era in corso la costruzione di una struttura di questo tipo: "Se questo incidente fosse avvenuto tra tre o quattro mesi, questo persone si sarebbero salvate per la presenza di una camera di sicurezza" ha aggiunto Gurkan con una buona dose di ipocrisia e di cinismo che non sono sfuggiti ai giornalisti.

Intanto la stampa si sofferma sulle strazianti testimonianze dei sopravvissuti e dei soccorritori, alcuni dei quali hanno raccontato storie di suicidi o di tentativi di suicidio tra i minatori bloccati nelle gallerie. Particolarmente impressionante la versione di Hasan Ozdil, che ha raccontato al quotidiano Hurriyet di avere visto un compagno tentare di strangolarsi con la cintura per sfuggire al monossido di carbonio che aveva invaso le gallerie intrappolando i minatori e soffocandoli. Altri, ha aggiunto, "picchiavano la testa contro le pareti della miniera". "Le loro maschere antigas non funzionavano", ha riferito ancora il minatore, "avrebbero dovuto essere controllate ogni sei mesi, ma nessuno lo ha mai fatto".

I giornali turchi riportano anche la storia di Hasan, minatore di 43 anni, e del figlio 19enne Ferhat che lavoravano nella stessa squadra. Hasan si era allontanato per fare rapporto al telefono, quando la galleria all'improvviso si è riempita di fiamme. Tutti i minatori si sono messi a correre verso l'uscita. Voltando le spalle alla via di salvezza, Hasan si è lanciato in senso opposto verso il fondo della miniera per cercare di salvare Ferhat e i compagni. Le squadre di soccorso hanno ritrovato padre e figlio morti e abbracciati.
Il quotidiano Hurriyet poi racconta la storia dei 14 minatori che, bloccati a più di un chilometro dall'uscita, hanno cercato rifugio nell'unica 'camera sicura' della miniera, che conteneva qualche bombola di ossigeno. Hanno respirato a turno qualche sorso di ossigeno, con la disperata speranza di essere raggiunti dai soccorritori prima che fosse troppo tardi. Ma non ce l’hanno fatta e sono tutti morti soffocati.

Ed intanto i media, almeno quelli più indipendenti dal governo, continuano ad accusare che la tragedia di Soma non è stata affatto una tragica fatalità. Il governo attuale, e del resto anche alcuni di quelli precedenti, non hanno mai firmato "l’Accordo numero 176 sulla Sicurezza e Salute nelle Miniere” dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) che prevede maggiori responsabilità per gli esecutivi e i datori di lavoro.
In particolare, la miniera di lignite era stata citata in un rapporto di quattro anni fa stilato dalla Camera degli architetti e degli ingegneri (TMMOB) turca, che aveva denunciato enormi carenze nella sicurezza. Nel rapporto di 152 pagine si spiegava che il carbone del bacino di Soma presenta un alto livello di metano, il che lo rende suscettibile a ogni errore. "Nessuna produzione andrebbe fatta, prima che venga completata la necessaria ricerca. Realizzare la produzione, senza esperienza, potrebbe portare al disastro", avvertiva il rapporto completamente ignorato da governo e direzione. Nel documento si chiariva che mancavano vie alternative di fuga e di aerazione, il che avrebbe reso il salvataggio dei lavoratori, in caso di disastro, pressoché impossibile. Esattamente quello che è avvenuto.

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Yusuf e Recep, i picchiatori del pensiero

La politica internazionale, quella in giacca e cravatta, doveva ancora incrociare un addetto alla comunicazione che si comporta in maniera più violenta d’una guardia del corpo, che solitamente ad alti livelli previene e comunque se picchia non lo fa in maniera plateale. Il governo Erdoğan riesce a sorprendere anche su questo terreno offrendo un uno-due degno del peggior autoritarismo golpista che la Turchia ha purtroppo conosciuto. Ha iniziato Yusuf Yerkel, aitante consigliere del premier a cui gli anni di studi e la laurea presso la londinese Soas University non hanno insegnato misura, sobrietà e buone maniere. Incurante della folla che certamente ringhiava addosso all’auto sua, del capo e dell’intero corteo automobilistico giunto nella cittadina mineraria martoriata da una disgrazia in svolgimento e le riempiva d’improperi, sputi e calci, è saltato fuori dalla vettura. In verità l’ha fatto quando due agenti avevano agguantato un abitante infuriato immobilizzandolo a terra. In quell’istante l’odio di Yusuf è stato ampiamente superiore nello sferrare, zelante e protervo, calcioni all’uomo a terra. Non si curava di sguardi, flash, telecamere puntate sulla sua repressione “fai da te” che sembra essere la nuova linea offerta da un governo che non sa più ammantarsi di alcuna moderazione.

Il capo, sostengono alcuni testimoni, da parte sua attuava un’altra punizione esemplare. Questa celata nel piccolo supermarket dove le guardie del corpo, quelle vere, gli avevano consigliato d’infilarsi per sfuggire alle urla rabbiose, agli insulti, e non solo, che volavano sulla sua testa. Lì si trovava anche Taner Kuruca, il quale davanti al negozio aveva manifestato il personale dissenso a un premier che poche ore prima, incurante della tragedia e del dramma delle famiglie, aveva sparso sale sulle ferite sanguinanti parlando dell’ineluttabilità di simili sciagure appartenenti alla storia del lavoro minerario. Storia passata che però,  sull’onda del liberismo propugnato dall’Esecutivo, vede molti imprenditori del settore - fra cui Ali Gürkan, guida della Holding della Soma Kömür İşletmeleri - accaparrare appalti e miniere non occupandosi delle misure di sicurezza. Fra esse le camere dotate di bombole d’ossigeno, dove i minatori possono riparare in caso d’incendio in attesa dei soccorsi, assenti nel sottosuolo di Soma. Le vittime finora contate, e quelle che purtroppo potranno aggiungersi, dipendono anche da tali gravissime inosservanze. Queste erano le contestazioni che la popolazione locale gettava in faccia al sultano, che però, come il suo consigliere muscolare, non ama essere contraddetto. Così ha gettato in faccia al contestatore la sua versione e nella concitazione è partito un qualcosa fra uno schiaffo e un pugno. Lo stesso colpito parla di casualità; la stampa turca, certamente d’opposizione (quella kemalista dell’Hürriyet e quella interna del gülenista Zaman) pensano più a una punizione. 

Casuale o meno, l’intolleranza di Erdoğan è sensibilmente cresciuta e poco s’adatta a un personaggio che oscillando fra il consenso dell’urna e l’odio della piazza punta a essere il nuovo Atatürk. E’ bastato ascoltare alcuni dei suoi discorsi durante la recente campagna elettorale delle amministrative, peraltro positiva sul versante del voto, per constatare la carica di violenza verbale contro taluni settori che gli creano problemi nella gestione politica interna. Sicuramente i giovani delle realtà urbane di Istanbul e Ankara, gli scontenti di tanto lavoro precario che anche il mercato della tigre anatolica registra. E settori, come quello minerario, totalmente deregolarizzati dal liberismo imperante. Poi ci sono i kurdi, con cui va avanti da tre anni un balletto d’incontro-scontro che passa per i colloqui col detenuto storico Öcalan. Tanti nemici, molto onore è stato detto. Ma il motto non porta fortuna. Come altre figure di primo piano della sua stessa area dell’Islam politico suggerivano la pacatezza d’idee e maniere doveva essere il biglietto da visita con cui cercare alleanza e benevolenza. Quei consigli, quella linea non piace al premier che punta a essere, presenziare, ingombrare con ogni mezzo. E le sue scelte politiche interne e internazionali sono diventate sempre più battaglie finali da far passare a tutti i costi, forza compresa. Il suo Islam moderato perde quest’aggettivo e c’è chi giura inizierà a perdere anche sostenitori-fedeli.

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Il consenso erdoğaniano nel buio di rabbia e dolore - Strage di Soma, l’altra faccia del ‘miracolo’ liberista

I salvati dalle viscere più buie di pece e fuoco, chi può respirare ma egualmente piange perché non si dà pace per i compagni sepolti in quel posto di lavoro che toglie la vita, in genere tacciono. Troppo tristi, troppo infuocato è l’animo nonostante i corpi sembrino robusti e ancora resistenti  allo scavo della silicosi. Però gli estrattori scampati dal turno maledetto non trattengono la rabbia e quel che covano da anni. Urlano, insultano i padroni della compagnìa del carbone che mascherava ispezioni e controlli. Inveiscono contro il partito del premier che gli concedeva quel lavoro. Rivelano che da Ankara burocrati compiacenti telefonavano all’azienda per annunciare le verifiche di sicurezza e solo in quella settimana certi protocolli venivano rispettati. Usciti gli ispettori dalla Coal Mining Company di Soma tutto tornava come prima. Come alla Thyssenkrupp e all’Ilva dei Riva, come nelle statal-private aziende dei magnati cinesi, nelle fabbriche che restano in Occidente e in quelle che abbondano a Oriente. Ovunque il lodato liberismo magnifichi il suo sistema, distribuendo salari di fame e assicurando prematura morte. Si dice che l’azienda turca dell’area di Manisa avesse ridotto le spese estrattive per tonnellate di carbone da 140 a 30 dollari. Un risparmio notevolissimo evidentemente giocato sulla sicurezza e sulla pelle di chi sputava sangue nelle gallerie.

E’ il liberismo che ha donato per oltre un quindicennio un Pil turbo alla crescita turca. L’elargitore di scalate sociali che migliora la vita di ciascuno purché si trasformi in consensuale macinatore di consumi capaci d’arricchire l’esistenza di pochi. Meccanismo noto da due secoli, ma sempre reiterato e proposto da chi azzera tutele per incrementare profitti. Nel caso anatolico sposati col disegno di Erdoğan, creatore e difensore ormai d’un regime. Personalistico. Che s’avvale di bugie diffuse dalla tivù di Stato o da agenzie ufficiali come l’Anadolu, ieri intenta a citare le misure di sicurezza “rispettate” dalla compagnia mineraria. Invece neppure un mese fa quell’azienda era al centro di un’interrogazione parlamentare dell’opposizione per verificare l’effettiva regolarità e i parametri ambientali. Un analista turco offre questo scorcio di quel dibattito: mentre il deputato interrogante si rivolgeva ad alcuni ministri dell’attuale governo costoro facevano capannello - colloquiando probabilmente d’altro - e qualcuno sorrideva. Anche questa è un’immagine globale, che si può notare in altre arroganti incarnazioni d’un ruolo che dovrebbe porsi al servizio della comunità e invece si serve di essa per i propri affari. Ma nel reiterare bugie, imbrogli, calunnie, diffamazioni il premier che vuole diventare presidente d’una propria Turchia, sembra non accorgersi delle crepe della sua creatura.

La logica del consenso, elettoralmente tuttora elevato, può venir meno se il giocattolo della magnificenza nazionale interclassista che deve accontentare tutti s’inceppa. L’esempio dei capitalisti investitori nei settori più vari che devono addolcire il sistema erdoğaniano con contropartite in tangenti, offrendo in dono sacrificale propri media e giornali al grande accentratore (è accaduto a Kanaltürk, Bugün Tv, Habertürk e altri)  comincia a star stretto anche ai fruitori del businness. Se i manager dell’azienda di Soma si troveranno soli sui banchi degli imputati inizieranno a cantare tirandosi dietro il manipolo dei ministri ridanciani e assistenti picchiatori come Yusuf Yerkel. Un’ipotesi politicamente suicida per il governo sarebbe affossare inchieste e responsabilità. In quel caso l’ira che già circola fra la gente, mica solo i familiari delle vittime, monterebbe ancora. Già tanti attendono che l’anniversario di Gezi Park sollevi proteste ancora più tracimanti, perché nei dodici mesi trascorsi di cose ne sono accadute parecchie. Ma la breccia maggiore che deve preoccupare il sultano sono le riflessioni e ammissioni dei minatori stessi, che scoprono un’ovvietà peraltro diffusa: il voto di scambio. Lavoro in cambio d’una croce sulla scheda che gli uomini dell’Akp ricercavano anche sulle colline non distanti neppure 40 km dalla magnifica e storica Pergamo. Se quest’accordo, che dura da un decennio e ha portato il partito della Giustizia e Sviluppo a una maggioranza quasi assoluta, vede smarriti i due virtuosi riferimenti della denominazione i minatori, i loro padroni e le mille categorie arcaiche o ipertecnologiche del blocco sociale erdoğaniano abbandoneranno il presuntuoso leader al suo destino.

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Turchia, le miniere e le piazze

di Mario Lombardo

Il più grave incidente della storia della Turchia in un luogo di lavoro, avvenuto a inizio settimana in una miniera nella città di Soma, ha fatto riesplodere le proteste popolari in tutto il paese contro il governo islamista del premier Recep Tayyip Erdogan. Se i motivi immediati delle nuove manifestazioni sono legati alla natura del tutto evitabile del disastro, l’ennesima manifestazione di rabbia su scala nazionale contro le autorità conferma la crescente avversione nei confronti dell’esecutivo guidato dal Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (AKP).

Come è ormai noto, a determinare l’esplosione nella miniera della compagnia Soma Kumur è stata un fuga di metano che ha messo fuori uso i sistemi di ventilazione e gli altri impianti per la sicurezza che avrebbero potuto salvare i minatori.

Nella giornata di giovedì il bilancio si è avvicinato alle 300 vittime, con un altro centinaio di minatori ancora intrappolato sottoterra e quasi nessuna speranza di individuare superstiti. L’incidente di martedì ha già superato il numero di decessi provocati da quello ritenuto fino ad ora come il più grave in Turchia, avvenuto nel 1992 in una miniera nella località di Zonguldak, sul Mar Nero, che fece 263 morti.

A suscitare lo sdegno in tutto il paese sono state le rivelazioni immediatamente emerse sui media in relazione alle responsabilità della compagnia proprietaria della miniera e dello stesso governo, entrambi impegnati a mettere il profitto davanti alle vite dei lavoratori. Se la prima ha deliberatamente mancato di prendere le misure necessarie a garantire la sicurezza dei minatori, il secondo è stato complice nel nascondere e ignorare le reali condizioni di lavoro a Soma.

A partire dalla privatizzazione delle miniere della Turchia nel 2005, come aveva ostentato in una vecchia intervista il proprietario di Soma Kumur, Alp Gurkan, la sua compagnia è stata in grado di ridurre il costo dell’estrazione di carbone da 140 a 23,8 dollari per tonnellata. Nemmeno una parte del denaro così risparmiato, tuttavia, è stata investita in efficaci sistemi di sicurezza, in particolare quelli pure esistenti per prevenire il pericolosissimo accumulo di metano nelle miniere.

L’intero settore estrattivo turco, peraltro, risulta quello con il maggior numero di incidenti mortali nel mondo in proporzione alle dimensioni. Se in termini assoluti è la Cina a fare segnare il record di decessi nelle miniere, il dato relativo al numero di minatori morti per quantità di carbone estratto in Turchia è di quasi sei volte superiore a quello cinese. A conferma della pericolosità della situazione, mercoledì c’è stato un altro decesso in una miniera turca, ancora a Zonguldak in seguito ad un crollo improvviso.

Che il governo di Ankara consideri l’adozione di misure di sicurezza moderne come un ostacolo ai profitti delle compagnie private è confermato ad esempio dal fatto che la Turchia non ha mai firmato la convenzione dell’Organizzazione Internazionale per il Lavoro (ILO) sulla sicurezza nelle miniere. Quest’ultima, stabilita nel 1995, delega le responsabilità relative alla sicurezza e alla salute dei lavoratori di questo ambito sia ai governi che ai proprietari delle miniere e richiede provvedimenti specifici per abbattere i rischi.

Secondo quanto riportato dalla stampa turca, inoltre, il partito di governo aveva respinto solo due settimane fa una mozione presentata lo scorso ottobre in Parlamento dall’opposizione del Partito Popolare Repubblicano (CHP) proprio per indagare sui numerosi incidenti avvenuti nelle miniere di carbone di Soma.

Nel discutere la proposta, un deputato dell’opposizione aveva affermato che nel solo 2013 il distretto di Soma aveva registrato 5 mila incidenti sul lavoro, di cui il 90% nelle miniere. Un parlamentare dell’AKP, invece, aveva sostenuto che le miniere di Soma erano le più sicure della Turchia e i proprietari avevano preso tutte le misure di sicurezza necessarie.

Lo stesso compagno di partito di Erdogan aveva poi affermato che gli incidenti fatali che coinvolgono i minatori continuano ad accadere a causa della “natura della loro professione”, senza che vi siano specifiche responsabilità. Una tesi simile l’ha offerta ai famigliari delle vittime del più recente disastro anche il primo ministro, accolto da una folla tutt’altro che ospitale durante la sua apparizione di mercoledì a Soma.

Poco prima di essere costretto a riparare in un supermercato sotto la protezione della sua scorta, Erdogan aveva provocato la folla dicendo che gli eventi mortali nelle miniere sono “normali”, portando ad esempio vari incidenti con centinaia di morti avvenuti in Gran Bretagna e negli Stati Uniti nel XIX e a inizio del XX secolo, quando non esistevano la tecnologia e i sistemi odierni per evitare le stragi di lavoratori.

Al termine del discorso, la folla di Soma ha accerchiato il primo ministro chiedendone le dimissioni e chiamandolo “assassino”, mentre altri gruppi di abitanti della città hanno assaltato la sede locale del suo partito. Giovedì, poi, la stessa accoglienza riservata a Erdogan è toccata anche al presidente turco, nonché membro dell’AKP, Abdullah Gül.

Le proteste di piazza, in ogni caso, si sono diffuse a molte altre città della Turchia, soprattutto dopo l’apparizione sui social media di immagini nelle quali si vede il consigliere di Erdogan, Yusuf Yerkel, prendere a calci un manifestante immobilizzato a terra da agenti delle forze speciali.

Secondo quanto riferito dai testimoni, il giovane era stato fermato dopo avere sferrato dei colpi ad un’auto del convoglio del premier a Soma. A quel punto, Yerkel ha abbandonato il mezzo a lui destinato per correre verso il manifestante e prenderlo a calci ripetutamente.

La risposta della polizia alle proteste è stata particolarmente dura a Istanbul e ad Ankara. Nella metropoli sul Bosforo, centinaia di manifestanti si sono radunati nella piazza Taksim, centro nevralgico delle proteste dello scorso anno nate per contrastare un progetto edilizio speculativo promosso dal governo e ben presto allargatesi a tutto il paese.

Giovedì, inoltre, i sindacati turchi hanno indetto uno sciopero di 24 ore e gli scontri più gravi con la polizia si sono avuti nella città occidentale di Izmir, dove è stato segnalato l’uso di gas lacrimogeni e cannoni ad acqua contro più di 20 mila manifestanti.

Le esplosioni di protesta che si registrano in Turchia ad ogni occasione e la risposta brutale delle forze di sicurezza rivelano dunque tensioni sociali crescenti nel paese euro-asiatico. Nonostante il partito al potere abbia ottenuto una netta vittoria nelle recenti elezioni amministrative, la società turca continua a mostrare una profonda inquietudine ed un’ostilità diffusa nei confronti di un Erdogan sempre più impopolare.

Lo è per una lunga serie di motivi che vanno, ad esempio, dai numerosi scandali giudiziari scoppiati negli ultimi mesi al coinvolgimento nel conflitto in Siria, dalla regolare elargizione di favori ad una ristretta élite gravitante attorno alla cerchia di potere dell’AKP alla costante erosione dei diritti democratici nel paese.

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