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12/11/2019

Quel che ci insegna la Bolivia

Le pessime notizie che arrivano dalla Bolivia ci mettono di fronte alla brutale realtà della lotta di classe, dei suoi risultati e delle sue contraddizioni.

Cominciamo dagli ultimi fatti. Stiamo assistendo ad una feroce caccia all’uomo contro i dirigenti e i militanti del Movimento Al Socialismo e gli esponenti del governo di Evo Morales. Nell’“opposizione” boliviana hanno prevalso sin da subito non i “moderati” di Garcia Meza, ma i falangisti di Camacho e di “quelli di Santa Cruz”.

Si tratta di brutta, bruttissima gente. Molto spesso eredi di ex nazisti fuggiti in Bolivia, che erano abituati a dominare – anche con sistemi semi-schiavisti – latifondi, miniere e pozzi petroliferi e dal 2006, con il governo di Evo Morales, hanno dovuto ingoiare amaro. Latifondi espropriati e consegnati agli indios che li lavoravano, nazionalizzazione delle risorse naturali, maggiore distribuzione della ricchezza del paese che ha consentito l’aumento del benessere della popolazione (teorizzato con il progetto del “bien vivir”), crescita dell’economia nel suo complesso.

Un dato, questo, riconosciuto da tutti.

È dal 2009 che nelle oligarchie di Santa Cruz incubavano i tentativi di rovesciamento di Evo Morales. Si era parlato addirittura di una secessione della Media Luna (l’area bianca, mestiza e più ricca del paese). E poi nel 2011 tra gli ambienti di Santa Cruz viene ordito il tentativo di assassinio (sventato) dello stesso Evo Morales.

Erano poi emerse contraddizioni e scontri nelle zone minerarie. “I minatori insorgono contro Morales”, provarono a descrivere quello che invece era uno scontro tra differenti figure di minatori: da una parte i padroncini delle cooperative di minatori e dall’altra i lavoratori salariati nelle miniere.

Negli scontri un viceministro inviato dal governo nel 2016 venne linciato dai minatori che si sentivano più padroncini che lavoratori.

La violenza sociale e politica in Bolivia è alta, altissima, da sempre. Lo stesso Che Guevara, tra le ragioni per cui aveva individuato la Bolivia come potenziale “fuoco guerrigliero”, sottolineava l’abitudine all’uso della violenza nelle manifestazioni e nello scontro politico da parte di settori popolari come i minatori (che spesso usano la dinamite nei loro cortei come deterrente verso polizia e militari).

Ma l’indiscutibile sviluppo economico e sociale del paese, soprattutto tra gli indios ferocemente marginalizzati e discriminati fino al 2006, ha via via prodotto un’altra contraddizione sociale: la nascita di una sorta di classe media india, che si è separata e in parte contrapposta a quella che invece era rimasta più un basso. Una sorta di kulaki nella Bolivia del XXI Secolo.

Spinte centrifughe, feroce voglia di rivalsa delle oligarchie, nascita di classi medie in un paese prima fortemente polarizzato e disuguale, hanno via via indebolito il consenso elettorale verso la leadership di Evo Morales.

Il processo progressista incarnato dal Movimento Al Socialismo in Bolivia si è realizzato attraverso il meccanismo democratico ed elettorale. Ed in questo risiede il suo punto di forza e quello di debolezza.

Un processo elettorale si basa sui voti e questi, dopo 13 anni possono cambiare di senso, e il processo logorarsi. È indubbio che su questo terreno la borghesia ha più storia, capacità, strumenti di rivincita.

Se a fianco e contro le istituzioni borghesi non nascono strumenti di potere paralleli e per molti aspetti contrapposti, il rovesciamento è prevedibile. Il golpe del Cile di Allende (che guidava un governo legittimo, popolare ma di minoranza) è lì a ricordarcelo.

Più recente, è il caso del Brasile, dove le istituzioni borghesi sono servite sia a far vincere Lula sia a portarlo arbitrariamente in prigione, spianando la strada ad un ex militare fascista come Bolsonaro.

Da qui il tentativo di Evo Morales di mantenere il governo politico senza però avere in mano il potere politico reale, quello che consente di rafforzare le strutture di governo popolare e di indebolire quelle delle classi sociali che si oppongono ad un radicale cambiamento politico e sociale.

Il vantaggio di Cuba fu che durante e dopo la Rivoluzione, la borghesia se ne scappò a Miami, meditando la vendetta, ma levandosi di torno. Gli istituti del potere rivoluzionario le hanno impedito fino ad oggi di ritornare al potere.

Ma raggiungere buoni risultati socio-economici non determina di per sé l’affermazione di elementi di potere delle classi popolari sul governo dell’economia. I processi anche lenti e contraddittori di transizione verso il socialismo hanno sempre le loro determinanti anche sul campo del controllo politico. Per questo, una volta vinte le elezioni, diventa necessario costruire forme di democrazia di base e organismi di massa rivoluzionari che superino le regole della democrazia liberal borghese e avanzino sul terreno della presa del potere politico. Rinunciare o ritardare rischia di vanificare il progetto della transizione anticapitalista.

Di questa situazione sono apparsi più consapevoli i militanti del Mas e i movimenti sociali che ieri nelle strade gridavano “Evo sì, guerra civil”, piuttosto che la leadership del governo boliviano. Meglio difendere con la forza quello che si è conquistato che cedere alla violenta pressione della destra e dell’oligarchia.



Ma la decisione di Evo Morales di smobilitare i blocchi e la mobilitazione popolare a difesa del governo per indire nuove elezioni e mettere fine agli scontri, se certamente ha evitato un più grande bagno di sangue, ha anche tagliato le gambe ad una possibile resistenza popolare contro il golpe. Lasciando così le strade in mano alla violenza dei gruppi fascisti e della polizia golpista, che si stanno scatenando contro i militanti della sinistra, le loro abitazioni, le sedi, le ambasciate dei paesi amici.

Scene che mettono rabbia e tristezza, ma che ricordano a tutti quanto la controrivoluzione possa essere spietata.

Noi sentiamo il dovere di rivendicare i risultati e il processo avviato da Evo Morales e dal Movimento Al Socialismo in Bolivia. È stata la più alta sfida per l’emancipazione degli ultimi che quel paese abbia mai vissuto.

Ma il nemico di classe, e l’ingombrante ipoteca dell’imperialismo USA sul suo “cortile di casa”, hanno operato per rovesciare questa esperienza così come hanno provato a farlo, senza riuscirci, a Cuba e in Venezuela.

Lo scontro di classe in America Latina si va facendo feroce, lo dimostrano le manifestazioni popolari in Cile, la sconfitta di Macrì in Argentina, il ritorno alla guerriglia di una parte delle FARC in Colombia.

Della ferocia di questo scontro occorre essere consapevoli anche in questa parte del mondo, dove troppo spesso – a “sinistra” – prevale una subalternità culturale ai miti della democrazia borghese e il ripudio effettivo dell’esperienza del movimento operaio.

La lotta di classe procede per salti e rotture, con avanzamenti e arretramenti. E il prezzo che il nemico di classe fa pagare per ogni sconfitta è sempre pesantissimo, ma mai definitivo.

“Tornerò e sarò milioni”, gridò Tupac Katari mentre gli apparati delle oligarchie dell’epoca lo stavano uccidendo. Evo Morales e l’esperimento boliviano, nonostante gli errori commessi, meritano il nostro rispetto e la nostra solidarietà.

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