Il cinema di guerra, da sempre, è uno strumento di rappresentazione dell’evoluzione tecnologica e della dimensione simbolica del conflitto. I film non raccontano solo l’esperienza della violenza militare ma utilizzano il linguaggio visivo e sonoro per costruire significato attorno alla dimensione tecnologica della guerra. Warfare (2025) di Ray Mendoza e Alex Garland e Best in Hell (2022) di Andrey Batov, mostrano come l’evoluzione tecnologica della guerra abbia generato un salto epistemologico nella rappresentazione del conflitto, passando da un’esperienza caotica e viscerale, radicata nella memoria e nella soggettività del combattente, a un’operazione mediata dai grafici e dai dati, che intreccia la ferocia della guerra con l’estetica di un videogioco.
Il paradosso è che la guerra di oggi è ritenuta dai veterani persino più feroce di quella in Afghanistan ed Iraq così la dimensione del combattimento governato da un videogioco, invece che un processo di sterilizzazione della violenza, assume i caratteri di una serialità così brutale da farsi persino indicibile. Warfare, rappresenta qui la guerra dei primi anni 2000 narrata come un’esperienza liminale, di trauma e fratellanza, mentre quella degli anni ’20, di Best in Hell, sembra un problema di logistica e strategia, entro un sistema operativo con input e output ben definiti.
Warfare, scritto e diretto da Ray Mendoza e Alex Garland, è un’opera atipica nel panorama cinematografico bellico che racchiude l’esperienza bellica non in un campo aperto ma praticamente dentro una casa a due piani, quella di una famiglia irachena, occupata dagli americani. Ambientato il 19 novembre 2006, durante un’operazione di sorveglianza successiva alla battaglia di Ramadi in Iraq, il film si costruisce, con metodo etnografico, attorno all’esperienza diretta di Ray Mendoza, ex U.S. Navy SEAL, e sulla memoria di altri militari che furono coinvolti in quell’evento. La narrazione non segue un tradizionale arco drammatico ma si propone come una ricostruzione fedele, quasi in tempo reale, di un combattimento andato storto nel centro di Ramadi. La guerra in Warfare non è un conflitto eroico, ma una somma di esperienze personali, di memoria e di trauma. La mancanza di personaggi definiti con dei retroscena o dei percorsi emotivi completi è costruita in modo che il protagonista del film non sia un singolo soldato, ma l’intera unità, un corpo unico che agisce e reagisce al caos e al rischio di morte immediata.
Nel 2006, la tecnologia di guerra rifletteva un’epoca di transizione, in cui l’informazione non era ancora un flusso costante e onnisciente. Questo si manifesta in modo lampante nella logistica e nelle comunicazioni del film. Il primo aspetto da considerare riguarda le comunicazioni radio. La radio è l’unico canale di comunicazione tra i vari team militari e la catena di comando. La sua rappresentazione è un elemento cruciale. Invece di offrire chiarezza, la radio in Warfare è una fonte di frammentazione e di confusione. Le voci che si sovrappongono, il rumore statico e l’urgenza dei comandi contribuiscono a creare un’esperienza sonora vertiginosa e sovraccaricante che posiziona lo spettatore direttamente nella testa del soldato. Le comunicazioni sono spesso interrotte, i comandi sono ambigui o vengono negati, costringendo i soldati a improvvisare e a prendere decisioni che, in un sistema più controllato, sarebbero state impensabili. La radio diviene un linguaggio a sé stante, fatto di segnali e ritmi, che i soldati devono istintivamente decifrare in mezzo al caos.
Rispetto alla guerra dei nostri giorni va evidenziata la visione limitata della sorveglianza aerea: la sorveglianza aerea è mostrata come una presenza distaccata e imperfetta. Il film rappresenta una visuale aerea da un aereo che rende ogni persona un semplice pixel su uno schermo ma, si nota subito, sono pixel in bianco e nero, una vera e propria preistoria della rappresentazione della battaglia. Questa rappresentazione ricorda che, a differenza delle tecnologie più recenti, la sorveglianza nel 2006 non offriva un’analisi dettagliata o un flusso di dati in tempo reale per la gestione tattica. La limitazione era coerente con le tecnologie satellitari dell’epoca, come quelle basate su pellicola fotografica che doveva essere fisicamente recuperata per l’analisi (come nel caso dei sistemi HEXAGON KH-9 del periodo precedente), o con immagini satellitari che, pur digitali, non erano ancora integrate in un sistema di mappatura dinamico e in tempo reale per le operazioni sul campo. Questo tipo di sorveglianza imperfetta rafforza l’idea che la drammatica esperienza del soldato a terra fosse supportata da un’informazione incostante e una visione a tunnel del campo di battaglia, non da una prospettiva onnisciente.
L’antropologia visuale di Warfare è intrinsecamente legata alle limitazioni tecnologiche dell’epoca raccontata. Le scelte estetiche non sono arbitrarie, ma sono il risultato diretto del tentativo di ricreare la “verità” della memoria. Consideriamo riprese e montaggio: Il film si avvale di uno stile di ripresa e montaggio che è stato descritto come staccato e aritmico, senza una compressione temporale significativa. La macchina da presa rimane costantemente vicina ai soldati , quasi claustrofobica, limitando la prospettiva dello spettatore a ciò che i personaggi possono vedere e percepire in un ambiente caotico. Questa scelta estetica non solo serve a immergere il pubblico nell’esperienza sensoriale del combattimento, ma riflette anche la natura disorientante del trauma dei reduci. Non vi è una narrazione lineare, e la mancanza di una colonna sonora, sostituita da un design del suono meticoloso e avvolgente amplifica l’effetto del rumore, sangue e caos. L’estetica come sempre crea simbolismo e la vera dimensione simbolica del film risiede nel tipo di capacità di esplorare la guerra come un’esperienza viscerale. L’assenza di un nemico realmente visibile e la scelta di mostrare il conflitto unicamente dal punto di vista americano suggeriscono non il simbolico di una propaganda patriottica ma quello di un’esperienza di isolamento e confusione, dove la minaccia è onnipresente ma sfuggente. Si impone la dimensione del simbolico del terrore, dell’esplorazione del caos e del punto di vista limitato e impaurito del combattente. Pur essendo stato descritto come emotivamente freddo per la sua mancanza di archi narrativi convenzionali, il film ottiene un effetto opposto: il suo crudo realismo costringe lo spettatore a confrontarsi con l’orrore e il sacrificio senza la consolazione di una trama tradizionale o di una musica che ne sterilizzi il significato. L’obiettivo di Garland, infatti, è esprimere il trauma, la dimensione liminale e la fratellanza di chi sta rischiando di morire attraverso l’esperienza sensoriale, non attraverso una narrativa emotiva convenzionale spesso pedagogica.
Best in Hell si posiziona all’estremo opposto dello spettro cinematografico occupato da Garland, soprattutto perché offre una rappresentazione del conflitto modellata dalle tecnologie belliche degli anni ’20. Il film, ambientato nel conflitto in Ucraina, è stato prodotto dal disciolto Gruppo Wagner, conferendogli una dimensione immediata di propaganda mentre, guardando nel profondo, il prodotto finale è molto più complesso. La sua origine e il suo scopo sono intrinsecamente legati alla sua estetica, che riflette una visione del conflitto come un processo tecnologico misurabile e gestibile ma anche così feroce da non lasciare praticamente nessuno sul campo, alla fine della battaglia. Il film rappresenta un salto epistemologico fondamentale, nel quale l’esperienza del combattimento non è più mediata primariamente dalla percezione sensoriale umana, ma da un apparato tecnologico onnipresente che offre una visione distaccata e strategica.
L’esperienza del conflitto qui si incontra immediatamente con la percezione di droni e intelligenza artificiale (AI): l’uso dei droni è un elemento centrale e ricorrente, non solo come armi d’attacco, ma, in modo più cruciale, come “occhio”, quasi divino, sopra il campo di battaglia. A differenza della sporadica e limitata visuale aerea di Warfare, i droni di Best in Hell offrono un flusso costante di informazioni, una sorveglianza ad alta risoluzione che guida ogni mossa. L’intelligenza artificiale, pur non esplicitamente discussa in relazione al film stesso, e un elemento centrale del videogioco basato sul film, è un’estensione diretta della narrazione. Questo suggerisce una concezione della guerra dove l’automazione e l’analisi dei dati, non solo la manodopera umana, sono al centro del processo decisionale, trasformando i soldati in attori di un sistema più vasto.
La presenza della AI come attante tecnologico, dei droni con una capacità di rappresentazione del terreno e di analisi dati impensabili nel 2006, garantisce un salto epistemologico anche nei livelli di ferocia presenti nel combattimento: l’intelligenza artificiale ottimizza talmente le perdite del nemico che in Best in Hell, tra ucraini e russi, sopravviverà solo una persona. La mappatura digitale e le infografiche: il film utilizza in modo massiccio le infografiche per spiegare le tattiche, i movimenti delle truppe e le capacità dei diversi equipaggiamenti militari. Il campo di battaglia è trasformato in una mappa di battaglia digitale, dove le posizioni dei soldati e del nemico sono tracciate, le traiettorie dell’artiglieria sono illustrate e le azioni sono descritte in termini logistici. L’analogia con le “battle maps” utilizzate nei giochi di ruolo come Dungeons and Dragons non è casuale; il film presenta la guerra come una scacchiera strategica in cui le “miniatures” si muovono secondo un piano ottimizzato, talmente ottimizzato da non far rimanere quasi nessuno sul campo tra i due combattenti.
L’antropologia visuale di Best in Hell è definita da questa estetica della presenza tecnologica e della gamification del conflitto. Le riprese e il montaggio si basano su un’alternanza metodica tra la prospettiva soggettiva a spalla dei soldati a terra e la prospettiva distaccata e aerea fornita dai droni e dalle infografiche. Il montaggio serve a collegare il “micro” del combattimento ravvicinato, fatto di urla e spari, al “macro” della strategia, nella quale, mentre i soldati muoiono, la stessa azione si riduce a un’icona che si sposta su una mappa digitale. La violenza non è vista solo attraverso gli occhi di chi la subisce, ma anche attraverso una lente oggettiva e analitica, che la decontestualizza dal suo orrore viscerale: il cielo della rappresentazione digitale avviene a livello macro, il massacro è lì sul micro, in basso.
Ecco quindi il simbolismo di Best in Hell tra guerra e videogame: mostra la brutalità della guerra, estesa e ottimizzata rispetto anche al recente passato e, allo stesso tempo, ne celebra l’efficienza e la chiarezza strategica attraverso il suo stile visivo. L’estetica delle infografiche e la visione onnisciente conferiscono un’aura da videogioco allo scontro mentre la guerra viene mostrata per come è : un “lavoro duro, senza fronzoli” dal quale però non si è destinati a uscire. Questo crea una profonda tensione simbolica: il film dichiara di voler mostrare l’inutilità del conflitto, l’inevitabilità dell’inferno per chi vi combatte, ma la sua rappresentazione della tecnologia suggerisce una visione della guerra come un’operazione logica, precisa e, in ultima analisi, utile e controllabile persino eroica nell’intreccio tra digitale e martirio.
Il confronto tra i due film, war movie entrambi ma con approcci molto diversi tra loro, rivela un’evoluzione nella rappresentazione cinematografica delle tecnologie e nel simbolismo ad essa correlato. La principale distanza simbolica tra i due film risiede nel loro approccio alla “verità” della guerra. Warfare presenta il rapporto tra ferocia e verità viscerale, radicata nell’esperienza sensoriale e nel trauma. La tecnologia della guerra (la radio che crepita, l’aereo che passa) è un mezzo imperfetto che enfatizza i limiti e la soggettività della percezione umana. Il film celebra la memoria, il caos e la dimensione liminale di gruppo come unici punti di riferimento in un ambiente senza senso. Best in Hell propone una il rapporto tra ferocia della guerra e verità algoritmica, dove il numero dei morti cresce, effetto dell’ottimizzazione AI del conflitto, ma è solo un problema di logistica risolvibile con i dati. La tecnologia (droni, infografiche) è uno strumento di controllo e oggettivazione che riduce la violenza a un processo da ottimizzare portato ad un alto livello di “produzione”. I soldati diventano dati su una mappa, e il conflitto, nonostante la sua continua brutalità, assume una dimensione intellettuale e strategica. La dimensione del caos e quella liminale di gruppo sul campo vengono letteralmente dominate dalla presenza eal graduato che, nella sala di comando, dirige le operazioni. L’eroe all’inferno, quello sul campo, è guidato verso il sacrificio dal cielo, dallo svolgersi dell’analisi dell’intelligenza artificiale. Qui non c’è nessuna estetica della sparizione dei corpi, c’è quella della rappresentazione digitale della sparizione della vita umana.
L’antropologia visuale della guerra è mutata profondamente in poco più di quindici anni. Warfare offre un ritratto dell’uomo in guerra, un’indagine sul suo corpo, sulla sua mente, sul gruppo e sulla sua memoria. È un film che si concentra sull’individuo e sulla sua incapacità di comprendere pienamente il quadro generale e sulla sopravvivenza possibile solo facendo gruppo. Best in Hell, al contrario, sposta il focus dall’individuo al sistema operativo. La guerra è un massacro unito ad una rappresentazione visiva su uno schermo, la strage è trasformata in problema di dati da gestire dall’alto. L’analisi comparativa di Warfare e Best in Hell rivela una trasformazione fondamentale nella rappresentazione cinematografica del conflitto moderno. Il passaggio dalla narrazione basata sulla memoria personale e soggettiva all’estetica guidata dai dati e dalla tecnologia non è semplicemente un’evoluzione stilistica, ma un profondo mutamento antropologico.
Warfare ci invita a “sentire” la guerra attraverso il rumore assordante, la confusione delle comunicazioni e la claustrofobia. La sua forza risiede nella capacità di mostrare la guerra come un’esperienza viscerale e traumatica, dove la tecnologia è un mezzo imperfetto che rafforza il senso di caos e isolamento. Best in Hell, al contrario, ci chiede di “vedere” il massacro attraverso la chiarezza dei dati, la visione onnisciente dei droni e la didascalica utilità delle infografiche. La strage è il prodotto finale di un problema di logistica e strategia, e la violenza diviene parte di un processo ottimizzabile.
L’esperienza collettiva della seconda guerra mondiale, una guerra giusta, di liberazione dal nazismo, con infinite storie di eroismo e solidarietà collettiva ci dice poco in questo genere di conflitti. Piuttosto, l’esperienza più vicina a Warfare e Best in Hell è quella della prima guerra mondiale che, secondo Walter Benjamin, lasciava i reduci senza nemmeno la forza di raccontare quello che era accaduto al fronte. Mentre la guerra reale si evolve con l’integrazione sempre maggiore tra massacri, intelligenza artificiale, droni autonomi e mappatura digitale, Best in Hell si dimostra un vero episodio pilota della rappresentazione della tecnologia e del simbolismo dei conflitti presenti e a venire. Warfare si presenta come la guerra prima che si aprisse l’inferno, fatto di integrazione tra massacri, intelligenza, artificiale, droni, lontano e sterilizzato dalla rappresentazione mediale della guerra costruita solo su rapporti diplomatici, dichiarazioni pubbliche, polemiche senza fine e senso.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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13/09/2025
09/12/2024
C’era una volta la Guerra Fredda
“Quell’anno, solo nella regione del Gyeongbuk, sono stati uccisi circa diecimila membri della Lega Bodo. E in tutta la Corea i morti sono stati almeno centomila, lo sai, vero?”
Annuisco, dicendomi: “Non erano di più?”
Conosco quell’organizzazione. Dopo la costituzione del governo, nel 1948, chiunque fosse stato schedato come simpatizzante di sinistra veniva iscritto alla Lega Bodo per essere “rieducato”.
Bastava che chiunque avesse anche solo assistito a un raduno politico, perché tutti i membri della sua famiglia finissero nelle liste.
C’erano anche molte persone iscritte arbitrariamente dai rappresentanti di quartiere o di villaggio per rispettare le quote stabilite dal governo, e altre che entravano a far parte di propria volontà dietro la promessa di riso e fertilizzanti.
Venivano registrati interi nuclei familiari per volta, inclusi donne, anziani e bambini.
Quando era scoppiata la guerra, nell’estate del 1950, sulla base di quelle liste erano state messe agli arresti preventivi e poi giustiziate innumerevoli persone.
Si stima che in tutto il paese ne fossero state uccise e seppellite in gran segreto tra le duecentomila e le trecentomila. [...]
Non è una coincidenza che trentamila persone siano state massacrate a Jeju quell’inverno, e altre duecentomila nel resto del paese l’estate successiva.
C’era un ordine ben preciso del governo militare americano: bisognava fermare l’avanzata del comunismo, anche a costo di uccidere tutti e trecentomila gli abitanti dell’isola (di Jeju, ndr).
E quell’ordine aveva trovato i suoi volenterosi esecutori nella Gioventù del Nord-Ovest, associazione dei giovani estremisti di destra formata dai transfughi nordcoreani, mossi da un pesante carico di rancore e ostilità.
Dopo due settimane di addestramento, erano sbarcati qui con indosso un’uniforme dell’esercito o della polizia. Poi era stato bloccato ogni accesso alla costa e messo il bavaglio alla stampa; la follia di puntare un’arma alla testa di un neonato era stata non solo autorizzata ma premiata, tanto che millecinquecento bambini sotto i dieci anni erano stati uccisi in questo modo; e, prima ancora che il sangue seccasse sulle loro nefandezze, era scoppiata la guerra e lo stesso modello applicato sull’isola era stato ripetuto altrove.
Duecentomila persone erano state rastrellate in città e villaggi di tutto il paese, caricate sui camion, imprigionate, fucilate e seppellite in fosse comuni, e anche in seguito era stato proibito a chiunque di reclamare o recuperare le spoglie.
Perché la guerra non era finita, c’era stato solo un armistizio. Perché avevano ancora un nemico oltre il trentottesimo parallelo. Perché nessuno parlava, né le famiglie delle vittime, già bollate, né gli altri che sarebbero stati etichettati come simpatizzanti del nemico se avessero aperto bocca.
Sono dovuti passare decenni per poter riesumare quei piccoli teschi con un foro di proiettile e le montagne di biglie – nelle valli, nella miniera, sotto la pista di atterraggio. E ancora oggi ci sono ossa seppellite, mischiate fra loro.
da Han Kang, premio Nobel 2024 per la letteratura, “Non dico addio”, Adelphi – segnalato da Marco Ferri, in Beh Buona Giornata
Fonte
Annuisco, dicendomi: “Non erano di più?”
Conosco quell’organizzazione. Dopo la costituzione del governo, nel 1948, chiunque fosse stato schedato come simpatizzante di sinistra veniva iscritto alla Lega Bodo per essere “rieducato”.
Bastava che chiunque avesse anche solo assistito a un raduno politico, perché tutti i membri della sua famiglia finissero nelle liste.
C’erano anche molte persone iscritte arbitrariamente dai rappresentanti di quartiere o di villaggio per rispettare le quote stabilite dal governo, e altre che entravano a far parte di propria volontà dietro la promessa di riso e fertilizzanti.
Venivano registrati interi nuclei familiari per volta, inclusi donne, anziani e bambini.
Quando era scoppiata la guerra, nell’estate del 1950, sulla base di quelle liste erano state messe agli arresti preventivi e poi giustiziate innumerevoli persone.
Si stima che in tutto il paese ne fossero state uccise e seppellite in gran segreto tra le duecentomila e le trecentomila. [...]
Non è una coincidenza che trentamila persone siano state massacrate a Jeju quell’inverno, e altre duecentomila nel resto del paese l’estate successiva.
C’era un ordine ben preciso del governo militare americano: bisognava fermare l’avanzata del comunismo, anche a costo di uccidere tutti e trecentomila gli abitanti dell’isola (di Jeju, ndr).
E quell’ordine aveva trovato i suoi volenterosi esecutori nella Gioventù del Nord-Ovest, associazione dei giovani estremisti di destra formata dai transfughi nordcoreani, mossi da un pesante carico di rancore e ostilità.
Dopo due settimane di addestramento, erano sbarcati qui con indosso un’uniforme dell’esercito o della polizia. Poi era stato bloccato ogni accesso alla costa e messo il bavaglio alla stampa; la follia di puntare un’arma alla testa di un neonato era stata non solo autorizzata ma premiata, tanto che millecinquecento bambini sotto i dieci anni erano stati uccisi in questo modo; e, prima ancora che il sangue seccasse sulle loro nefandezze, era scoppiata la guerra e lo stesso modello applicato sull’isola era stato ripetuto altrove.
Duecentomila persone erano state rastrellate in città e villaggi di tutto il paese, caricate sui camion, imprigionate, fucilate e seppellite in fosse comuni, e anche in seguito era stato proibito a chiunque di reclamare o recuperare le spoglie.
Perché la guerra non era finita, c’era stato solo un armistizio. Perché avevano ancora un nemico oltre il trentottesimo parallelo. Perché nessuno parlava, né le famiglie delle vittime, già bollate, né gli altri che sarebbero stati etichettati come simpatizzanti del nemico se avessero aperto bocca.
Sono dovuti passare decenni per poter riesumare quei piccoli teschi con un foro di proiettile e le montagne di biglie – nelle valli, nella miniera, sotto la pista di atterraggio. E ancora oggi ci sono ossa seppellite, mischiate fra loro.
da Han Kang, premio Nobel 2024 per la letteratura, “Non dico addio”, Adelphi – segnalato da Marco Ferri, in Beh Buona Giornata
Fonte
03/09/2022
Congo - Crimini di Stato in Nord-Kivu. Il silenzio dei lupi e il sangue dei civili
Tra il 27 e il 29 agosto, 17 civili sono stati uccisi e 7 rapiti nei villaggi Beu-Manyama e Mutueyi Siro del territorio di Beni nel Nord-Kivu, a Est della Repubblica democratica del Congo (RDC). La strage è stata attribuita alle fantomatiche ADF (Allied democtatic forces), sigla di comodo che in realtà nasconde un conglomerato di gruppuscoli tribali, che quasi più nulla hanno a che vedere con le « ADF » originali, una formazione di origine ugandese presente nella zona tra il 1995 e l’inizio del 2014.
Nella provincia vicina dell’Ituri, tra sabato 27 e domenica 28, 14 persone – di cui 2 soldati dell’esercito regolare (FARDC) – sono stati assassinati a Lodjo, località del territorio di Djugu, dalla CODECO, una banda armata i cui membri, appartenenti alla comunità Lendu, sono soliti attaccare gli Hema, un’altra comunità, storicamente mal vista dal regime.
Dopo la proclamazione a maggio 2021 dello Stato d’assedio nelle due provincie orientali, il sangue delle popolazioni continua ad essere versato con un’intensità senza precedenti dopo l’inizio di una lunga catena di crimini di massa a ottobre 2014.
44 sono i civili vittime delle «ADF» in soli 4 giorni tra il 25 e il 29 di agosto, mese che ha fatto registrare un totale di 83 persone uccise dalla CODECO in Ituri, la cui ‘società civile’ ha criticato aspramente le operazioni congiunte Shuja condotte dalle FARDC e dall’esercito ugandese (UPDF), che avrebbero dovuto metter fine alle atrocità.
La dissimulazione delle «operazioni militari»
Malgrado le manovre militari comuni, che han preso l’avvio a novembre 2021, la situazione, invece di migliorare, è peggiorata. «Queste operazioni non sono mai cominciate in effetti. Nessuno è mai riuscito a localizzarle nei territori di Beni, Djugu e Irumu, dove le ‘ADF’ circolano liberamente e ammazzano ogni giorno dei Congolesi», ha dichiarato il 27 agosto scorso alla stampa locale il deputato provinciale del Nord-Kivu Alain Siwako.
Un altro deputato provinciale, Jean-Paul Ngahangondi, eletto nel territorio di Beni, ha rilasciato lo stesso giorno delle dichiarazioni analoghe durante una trasmissione della rubrica «Coup de Pioche» della televisione provinciale, affermando che, contrariamente alla propaganda delle FARDC, l’esercito non fa alcuna operazione militare per proteggere la popolazione dagli attacchi delle bande criminali: “La situazione era diversa nel periodo precedente il ciclo dei massacri cominciato a ottobre 2014. L’esercito, dopo aver recuperato i villaggi occupati dai ribelli delle vere ADF, agiva alla luce del sole facendovi ritornare gli abitanti. Nulla di tutto questo succede oggi, e da ormai 8 anni”.
Cosicché quelle annunciate dal servizio Informazioni delle FARDC (SCIFA / FARDC) sono delle operazioni fittizie, esistenti sul piano della comunicazione in un contesto in cui dissimulazione e opacità regnano sovrane.
Ngahangondi ha pagato con mesi di prigione le sue denunce sistematiche delle palesi incongruenze che mal celano la mano del potere politico e militare dietro le stragi dei civili che datano da 8 anni.
Tra i fatti salienti del mese d’agosto, l’evasione dalla prigione di Kakwangura a Butembo, centro commerciale non lontano da Beni, avvenuta il giorno 10, è durata più di 3 ore. Malgrado la vicinanza delle caserme delle FARDC e dei Caschi blu, un commando ha potuto agire indisturbato e liberare 800 prigionieri.
L’iniziativa è stata probabilmente decisa nelle alte sfere dell’esercito, che si è servito di elementi manipolati per fornire truppe fresche ai gruppi armati sotto il suo controllo. L’arresto del membro principale del commando due settimane dopo i fatti, e di cui la redazione del Faro è stata informata da una fonte locale, è ancor oggi tenuto segreto e testimonierebbe di un mancato rispetto degli accordi presi coi suoi «superiori» da parte del capo miliziano.
La stessa fonte ci ha confermato che il responsabile della «casa militare» del presidente Tshisekedi, il generale François Ntumba, è l’eminenza grigia che tira i fili dei protagonisti di questo torbido intrigo di complicità inconfessabili.
Numerosi sono infatti i fattori che attestano l’implicazione diretta del potere nei tragici avvenimenti di Beni e dell’Ituri.
Un crimine di Stato
Tutti questi elementi convergono nell’evidenziare una strategia precisa, concepita a monte di fatti che si caratterizzano come un vero e proprio processo di sterminio di alcuni strati della popolazione civile. Un crimine di Stato inenarrabile, perpetrato all’ombra di un consenso ignobile da parte di quella che, nel mondo unipolare, è ancora chiamata «comunità internazionale».
Mette conto infatti sottolineare l’aumento esponenziale degli attacchi e del numero delle vittime nell’area Beni-Ituri a partire da ottobre 2014 e, nello stesso tempo, il suo essere direttamente proporzionale alla progressione della militarizzazione del territorio da parte dei poteri costituiti, militarizzazione che si è concretizzata finora in tre atti fondamentali.
Il 31 ottobre 2019, il governo della RDC e lo Stato maggiore delle FARDC proclamano le «Operazioni di ampie dimensioni» per «sradicare il fenomeno ADF». A tal fine, l’esercito si dota di un ufficio propaganda per pubblicizzare i presunti successi quotidiani dei militari.
Poi, il 6 maggio 2021, vista la persistenza del «fenomeno ADF», il presidente della Repubblica Félix Tshisekedi promulga lo stato d’assedio nelle due provincie dell’Ituri e del Nord-Kivu. Terzo, come abbiamo visto, le operazioni congiunte degli eserciti congolase e ugandese sono stabilite a novembre 2021.
Il bilancio, allo stato attuale, di tutto questo movimento di uomini in uniforme, è tragico ed ugualmente grottesco. Prendiamo ad esempio i dati consegnati ad un rapporto di due deputati della maggioranza. Le cifre attestano 2695 vittime nel 2020 e 4428 nel 2021, con un aumento sostanziale di anno in anno. Per quello che riguarda lo stato d’assedio, un anno dopo la sua promulgazione, cioè tra il 6 maggio ‘21 e il 6 maggio ‘22, il numero dei morti ammonta a 2563, più del doppio di quelli registrati tra il 6 maggio ‘21 e il 6 maggio ‘20!
Il tutto considerando che nei primi anni del ciclo infernale dei massacri, ad esempio tra il 2014 e il 2016, il conto delle vittime si fermava a qualche centinaio all’anno. E tenendo presente che i dati citati convergono grosso modo con quelli emanati da tutti gli altri istituti e organismi di ricerca.
Una guerra contro i civili
Per arrivare alla conclusione più ovvia, cioè che la militarizzazione è funzionale allo sviluppo della guerra contro i civili e non al suo contrario, che sarebbe la protezione della popolazione, basta fare ricorso ad un’ampia letteratura, ufficiale e non: numerosi rapporti delle Nazioni unite (NU), di esperti ed analisti, a parte altre pubblicazioni e testimonianze, provano la partecipazione più o meno diretta di alti ufficiali delle FARDC nella formazione delle bande armate criminali, poi nella progettazione ed esecuzione degli eccidi.
Per quello che riguarda le NU, ci limitiamo a citare i tre rapporti seguenti: Rapport du Bureau conjoint des NU aux Droits de l’homme (BCNUDH), maggio 2015, Rapport du Groupe d’Experts des NU du 16/10/2015 (S / 2015 / 797), Lettre du 23 / 05 / 2016 adressée au Président du Conseil de sécurité des Nations unies par le Groupe d’experts sur la RDC.
Ora, nell’era della comunicazione globale, è la mediatizzazione a oltranza che crea la narrazione ufficiale e questo tipo di rapporti ne è escluso, la sua circolazione restando limitata al circuito degli «specialisti». Il che fa pensare alla contraddizione lampante tra le NU che sanno e denunciano, guardandosi bene da una divulgazione massiccia dei fatti evidenziati, e le NU che sanno e nascondono: quelle che, sotto bandiera della Missione di stabilizzazione (MONUSCO), operano nello scenario congolese in appoggio ad un esercito che, secondo i loro colleghi, agisce in collusione coi gruppi responsabili dei crimini di massa.
È chiaro che solo l’ingenuità potrebbe far credere che queste iniziative delle FARDC, dallo stato d’assedio alle operazioni congiunte, possano eliminare la violenza contro i civili, dato che l’origine di questa violenza si trova nelle stesse FARDC.
Due fatti son così acquisiti. Primo, sono le FARDC le responsabili principali dei massacri, di questo lungo processo di sterminio iniziato ai primi d’ottobre 2014 a Beni e 3 anni dopo in Ituri. Secondo, le NU, l’Unione europea (UE), le grandi potenze e le potenze regionali africane ne sono perfettamente al corrente e preferiscono tacere.
A condizione beninteso che lo Stato congolese faccia prova di disponibilità nel garantire ai suoi partner internazionali e regionali l’accesso alle sue inestimabili riserve di materie prime strategiche. Condizione già data e che nulla augura di buono alle popolazioni dell’Est della RDC, terrorizzate dalla serie incessante dei lutti.
Seminare il panico e provocare il caos
Perché è il terrore, forma suprema di controllo delle popolazioni secondo le dottrine militari della guerra moderna, l’obiettivo di questa dinamica senza fine che fa scorrere fiumi di sangue, creare decine di migliaia di sfollati, allineare le bare, riempire i cimiteri, edificare gli orfanatrofi.
Un documento dell’Ufficio dei diritti dell’uomo delle NU (BDHNU), pubblicato ad agosto di 2 anni fa, cita dei funzionari delle ambasciate occidentali ed africane a Kinshasa che evocano “una strategia del terrore messa in atto dal regime congolese, la cui finalità sarebbe di tenere sotto controllo le provincie orientali da dove, storicamente, son partite tutte le ribellioni”.
Parere condiviso dall’Alto-Commissariato per i rifugiati (HCR), secondo il quale, in un comunicato del 16 febbraio 2021, le atrocità “s’iscrivono nel quadro di un approccio sistematico tendente a perturbare la vita dei civili, a seminare il panico e a provocare il caos”.
Beni è una tragedia contemporanea. Tragedia della guerra moderna, che è prima di tutto guerra contro i civili. Il suo essere possibile ed inverarsi nella realtà è dato da un vasto e sofisticato processo di disinformazione, senza il quale nessuna «opinione pubblica» potrebbe rassegnarsi ad accettare che l’esercito di un paese faccia la guerra ai propri cittadini. La fiction di una falsa ribellione che non si riesce a smantellare diventa allora necessaria... con tante narrative a supporto, di cui una delle più quotate accredita le bande chiamate “ADF” come filiazione dello Stato Islamico.
La storia dell’umanità è piena di tanti massacri. Ma ci si chiede se quello di Beni non occupi un posto speciale nel museo degli orrori. Primo, per la durata, per questo suo ripetersi apparentemente all’infinito, come qualcosa d’ineluttabile, a cui ci si deve abituare. Poi, per la cospirazione del silenzio, dove i cani che abbaiano altrove, qui tacciono. Come lupi avidi di risorse in una competizione esasperata dai disegni folli di dominazione dell’asse euro-atlantico.
Disarticolare la comunicazione deviante
Il silenzio s’accompagna alla diversione. Si creano le condizioni di un’altra guerra, completamente inutile, contro la ribellione dell’M23, movimento politico-militare congolese che si limita a chiedere l’applicazione d’accordi passati e la restaurazione della pace all’Est. E si accusa, senza prove, il Rwanda di appoggiare questa ribellione, malgrado che questo sostegno sia escluso dai fatti e dagli Stati dell’East African Community e della Conferenza internazionale della regione dei Grandi laghi.
“La RDC è vittima di un’aggressione barbara e brutale da parte del Rwanda”, ha dichiarato Félix Tshisekedi davanti ai suoi pari, i capi di Stato della South African Development Community che lo ascoltavano ammutoliti. E mentre i suoi concittadini continuavano a cadere, vittime di un’aggressione, questa sì barbara e brutale, da parte di un esercito teoricamente ai suoi ordini e la cui funzione sarebbe quella di proteggere le popolazioni.
Arrestare i massacri a Beni e in Ituri è oggi la priorità nella RDC. Non assumerla in quanto tale, è farsi complici della diversione. Assumerla vuol dire impegnarsi prima di tutto nella battaglia contro il terrorismo comunicazionale che supporta il terrorismo vero e proprio delle bande omicide e delle FARDC che le teleguidano.
Per farlo, bisogna svelare le realtà fattuali e la loro meccanica, attuare convergenze, costruire strutture comuni dell’informazione per disarticolare la narrazione imperiale. Un’informazione di pace contro la comunicazione deviante, guerra disinformazionale per eccellenza. Non c’è altra strada.
Fonte
Nella provincia vicina dell’Ituri, tra sabato 27 e domenica 28, 14 persone – di cui 2 soldati dell’esercito regolare (FARDC) – sono stati assassinati a Lodjo, località del territorio di Djugu, dalla CODECO, una banda armata i cui membri, appartenenti alla comunità Lendu, sono soliti attaccare gli Hema, un’altra comunità, storicamente mal vista dal regime.
Dopo la proclamazione a maggio 2021 dello Stato d’assedio nelle due provincie orientali, il sangue delle popolazioni continua ad essere versato con un’intensità senza precedenti dopo l’inizio di una lunga catena di crimini di massa a ottobre 2014.
44 sono i civili vittime delle «ADF» in soli 4 giorni tra il 25 e il 29 di agosto, mese che ha fatto registrare un totale di 83 persone uccise dalla CODECO in Ituri, la cui ‘società civile’ ha criticato aspramente le operazioni congiunte Shuja condotte dalle FARDC e dall’esercito ugandese (UPDF), che avrebbero dovuto metter fine alle atrocità.
La dissimulazione delle «operazioni militari»
Malgrado le manovre militari comuni, che han preso l’avvio a novembre 2021, la situazione, invece di migliorare, è peggiorata. «Queste operazioni non sono mai cominciate in effetti. Nessuno è mai riuscito a localizzarle nei territori di Beni, Djugu e Irumu, dove le ‘ADF’ circolano liberamente e ammazzano ogni giorno dei Congolesi», ha dichiarato il 27 agosto scorso alla stampa locale il deputato provinciale del Nord-Kivu Alain Siwako.
Un altro deputato provinciale, Jean-Paul Ngahangondi, eletto nel territorio di Beni, ha rilasciato lo stesso giorno delle dichiarazioni analoghe durante una trasmissione della rubrica «Coup de Pioche» della televisione provinciale, affermando che, contrariamente alla propaganda delle FARDC, l’esercito non fa alcuna operazione militare per proteggere la popolazione dagli attacchi delle bande criminali: “La situazione era diversa nel periodo precedente il ciclo dei massacri cominciato a ottobre 2014. L’esercito, dopo aver recuperato i villaggi occupati dai ribelli delle vere ADF, agiva alla luce del sole facendovi ritornare gli abitanti. Nulla di tutto questo succede oggi, e da ormai 8 anni”.
Cosicché quelle annunciate dal servizio Informazioni delle FARDC (SCIFA / FARDC) sono delle operazioni fittizie, esistenti sul piano della comunicazione in un contesto in cui dissimulazione e opacità regnano sovrane.
Ngahangondi ha pagato con mesi di prigione le sue denunce sistematiche delle palesi incongruenze che mal celano la mano del potere politico e militare dietro le stragi dei civili che datano da 8 anni.
Tra i fatti salienti del mese d’agosto, l’evasione dalla prigione di Kakwangura a Butembo, centro commerciale non lontano da Beni, avvenuta il giorno 10, è durata più di 3 ore. Malgrado la vicinanza delle caserme delle FARDC e dei Caschi blu, un commando ha potuto agire indisturbato e liberare 800 prigionieri.
L’iniziativa è stata probabilmente decisa nelle alte sfere dell’esercito, che si è servito di elementi manipolati per fornire truppe fresche ai gruppi armati sotto il suo controllo. L’arresto del membro principale del commando due settimane dopo i fatti, e di cui la redazione del Faro è stata informata da una fonte locale, è ancor oggi tenuto segreto e testimonierebbe di un mancato rispetto degli accordi presi coi suoi «superiori» da parte del capo miliziano.
La stessa fonte ci ha confermato che il responsabile della «casa militare» del presidente Tshisekedi, il generale François Ntumba, è l’eminenza grigia che tira i fili dei protagonisti di questo torbido intrigo di complicità inconfessabili.
Numerosi sono infatti i fattori che attestano l’implicazione diretta del potere nei tragici avvenimenti di Beni e dell’Ituri.
Un crimine di Stato
Tutti questi elementi convergono nell’evidenziare una strategia precisa, concepita a monte di fatti che si caratterizzano come un vero e proprio processo di sterminio di alcuni strati della popolazione civile. Un crimine di Stato inenarrabile, perpetrato all’ombra di un consenso ignobile da parte di quella che, nel mondo unipolare, è ancora chiamata «comunità internazionale».
Mette conto infatti sottolineare l’aumento esponenziale degli attacchi e del numero delle vittime nell’area Beni-Ituri a partire da ottobre 2014 e, nello stesso tempo, il suo essere direttamente proporzionale alla progressione della militarizzazione del territorio da parte dei poteri costituiti, militarizzazione che si è concretizzata finora in tre atti fondamentali.
Il 31 ottobre 2019, il governo della RDC e lo Stato maggiore delle FARDC proclamano le «Operazioni di ampie dimensioni» per «sradicare il fenomeno ADF». A tal fine, l’esercito si dota di un ufficio propaganda per pubblicizzare i presunti successi quotidiani dei militari.
Poi, il 6 maggio 2021, vista la persistenza del «fenomeno ADF», il presidente della Repubblica Félix Tshisekedi promulga lo stato d’assedio nelle due provincie dell’Ituri e del Nord-Kivu. Terzo, come abbiamo visto, le operazioni congiunte degli eserciti congolase e ugandese sono stabilite a novembre 2021.
Il bilancio, allo stato attuale, di tutto questo movimento di uomini in uniforme, è tragico ed ugualmente grottesco. Prendiamo ad esempio i dati consegnati ad un rapporto di due deputati della maggioranza. Le cifre attestano 2695 vittime nel 2020 e 4428 nel 2021, con un aumento sostanziale di anno in anno. Per quello che riguarda lo stato d’assedio, un anno dopo la sua promulgazione, cioè tra il 6 maggio ‘21 e il 6 maggio ‘22, il numero dei morti ammonta a 2563, più del doppio di quelli registrati tra il 6 maggio ‘21 e il 6 maggio ‘20!
Il tutto considerando che nei primi anni del ciclo infernale dei massacri, ad esempio tra il 2014 e il 2016, il conto delle vittime si fermava a qualche centinaio all’anno. E tenendo presente che i dati citati convergono grosso modo con quelli emanati da tutti gli altri istituti e organismi di ricerca.
Una guerra contro i civili
Per arrivare alla conclusione più ovvia, cioè che la militarizzazione è funzionale allo sviluppo della guerra contro i civili e non al suo contrario, che sarebbe la protezione della popolazione, basta fare ricorso ad un’ampia letteratura, ufficiale e non: numerosi rapporti delle Nazioni unite (NU), di esperti ed analisti, a parte altre pubblicazioni e testimonianze, provano la partecipazione più o meno diretta di alti ufficiali delle FARDC nella formazione delle bande armate criminali, poi nella progettazione ed esecuzione degli eccidi.
Per quello che riguarda le NU, ci limitiamo a citare i tre rapporti seguenti: Rapport du Bureau conjoint des NU aux Droits de l’homme (BCNUDH), maggio 2015, Rapport du Groupe d’Experts des NU du 16/10/2015 (S / 2015 / 797), Lettre du 23 / 05 / 2016 adressée au Président du Conseil de sécurité des Nations unies par le Groupe d’experts sur la RDC.
Ora, nell’era della comunicazione globale, è la mediatizzazione a oltranza che crea la narrazione ufficiale e questo tipo di rapporti ne è escluso, la sua circolazione restando limitata al circuito degli «specialisti». Il che fa pensare alla contraddizione lampante tra le NU che sanno e denunciano, guardandosi bene da una divulgazione massiccia dei fatti evidenziati, e le NU che sanno e nascondono: quelle che, sotto bandiera della Missione di stabilizzazione (MONUSCO), operano nello scenario congolese in appoggio ad un esercito che, secondo i loro colleghi, agisce in collusione coi gruppi responsabili dei crimini di massa.
È chiaro che solo l’ingenuità potrebbe far credere che queste iniziative delle FARDC, dallo stato d’assedio alle operazioni congiunte, possano eliminare la violenza contro i civili, dato che l’origine di questa violenza si trova nelle stesse FARDC.
Due fatti son così acquisiti. Primo, sono le FARDC le responsabili principali dei massacri, di questo lungo processo di sterminio iniziato ai primi d’ottobre 2014 a Beni e 3 anni dopo in Ituri. Secondo, le NU, l’Unione europea (UE), le grandi potenze e le potenze regionali africane ne sono perfettamente al corrente e preferiscono tacere.
A condizione beninteso che lo Stato congolese faccia prova di disponibilità nel garantire ai suoi partner internazionali e regionali l’accesso alle sue inestimabili riserve di materie prime strategiche. Condizione già data e che nulla augura di buono alle popolazioni dell’Est della RDC, terrorizzate dalla serie incessante dei lutti.
Seminare il panico e provocare il caos
Perché è il terrore, forma suprema di controllo delle popolazioni secondo le dottrine militari della guerra moderna, l’obiettivo di questa dinamica senza fine che fa scorrere fiumi di sangue, creare decine di migliaia di sfollati, allineare le bare, riempire i cimiteri, edificare gli orfanatrofi.
Un documento dell’Ufficio dei diritti dell’uomo delle NU (BDHNU), pubblicato ad agosto di 2 anni fa, cita dei funzionari delle ambasciate occidentali ed africane a Kinshasa che evocano “una strategia del terrore messa in atto dal regime congolese, la cui finalità sarebbe di tenere sotto controllo le provincie orientali da dove, storicamente, son partite tutte le ribellioni”.
Parere condiviso dall’Alto-Commissariato per i rifugiati (HCR), secondo il quale, in un comunicato del 16 febbraio 2021, le atrocità “s’iscrivono nel quadro di un approccio sistematico tendente a perturbare la vita dei civili, a seminare il panico e a provocare il caos”.
Beni è una tragedia contemporanea. Tragedia della guerra moderna, che è prima di tutto guerra contro i civili. Il suo essere possibile ed inverarsi nella realtà è dato da un vasto e sofisticato processo di disinformazione, senza il quale nessuna «opinione pubblica» potrebbe rassegnarsi ad accettare che l’esercito di un paese faccia la guerra ai propri cittadini. La fiction di una falsa ribellione che non si riesce a smantellare diventa allora necessaria... con tante narrative a supporto, di cui una delle più quotate accredita le bande chiamate “ADF” come filiazione dello Stato Islamico.
La storia dell’umanità è piena di tanti massacri. Ma ci si chiede se quello di Beni non occupi un posto speciale nel museo degli orrori. Primo, per la durata, per questo suo ripetersi apparentemente all’infinito, come qualcosa d’ineluttabile, a cui ci si deve abituare. Poi, per la cospirazione del silenzio, dove i cani che abbaiano altrove, qui tacciono. Come lupi avidi di risorse in una competizione esasperata dai disegni folli di dominazione dell’asse euro-atlantico.
Disarticolare la comunicazione deviante
Il silenzio s’accompagna alla diversione. Si creano le condizioni di un’altra guerra, completamente inutile, contro la ribellione dell’M23, movimento politico-militare congolese che si limita a chiedere l’applicazione d’accordi passati e la restaurazione della pace all’Est. E si accusa, senza prove, il Rwanda di appoggiare questa ribellione, malgrado che questo sostegno sia escluso dai fatti e dagli Stati dell’East African Community e della Conferenza internazionale della regione dei Grandi laghi.
“La RDC è vittima di un’aggressione barbara e brutale da parte del Rwanda”, ha dichiarato Félix Tshisekedi davanti ai suoi pari, i capi di Stato della South African Development Community che lo ascoltavano ammutoliti. E mentre i suoi concittadini continuavano a cadere, vittime di un’aggressione, questa sì barbara e brutale, da parte di un esercito teoricamente ai suoi ordini e la cui funzione sarebbe quella di proteggere le popolazioni.
Arrestare i massacri a Beni e in Ituri è oggi la priorità nella RDC. Non assumerla in quanto tale, è farsi complici della diversione. Assumerla vuol dire impegnarsi prima di tutto nella battaglia contro il terrorismo comunicazionale che supporta il terrorismo vero e proprio delle bande omicide e delle FARDC che le teleguidano.
Per farlo, bisogna svelare le realtà fattuali e la loro meccanica, attuare convergenze, costruire strutture comuni dell’informazione per disarticolare la narrazione imperiale. Un’informazione di pace contro la comunicazione deviante, guerra disinformazionale per eccellenza. Non c’è altra strada.
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21/09/2019
Israele - Gantz, nemico di Netanyahu, non delle sue politiche
di Michele Giorgio
Benyamin “Benny” Gantz in politica interna prenderà, in parte, le distanze dalla linea di Benyamin Netanyahu e promuoverà la «serenità sociale» tra ebrei laici e religiosi. Ma non farà alcuna rivoluzione nei rapporti tra gli israeliani ebrei e i cittadini di serie B, gli arabi, i palestinesi d’Israele. E in politica estera non marcherà una differenza sostanziale da quella svolta dal leader del Likud. Userà il pugno di ferro, come Netanyahu, con l’Iran e i suoi alleati – che alla Conferenza di sicurezza di Monaco dello scorso febbraio ha indicato Tehran come una delle principali sfide all’Occidente – e non rinuncerà all’abbraccio di Donald Trump. Il presidente Usa mercoledì sera ha segnalato che lui ha rapporti non solo con Netanyahu ma con tutto lo Stato di Israele. Se Netanyahu è, come sembra, avviato sul viale del tramonto, ciò non vuole dire che la fine della sua lunga era politica genererà una svolta.
Nato 60 anni fa, sposato, quattro figli, una vita trascorsa nelle forze armate, conclusa con il grado di generale e l’incarico di capo di stato maggiore, Gantz solo in apparenza è un uomo di centro. Il programma del suo partito “Resilienza” – che ha fondato lo scorso dicembre e ha poi unito ad altre formazioni dando vita a “Blu e Bianco” – si avvicina molto a quello della destra quando sul tavolo ci sono questioni come l’Iran, il mondo arabo e i territori palestinesi occupati. Gantz non rientra nel solco del sionismo religioso, che ha ispirato Netanyahu e ora domina nella società israeliana, ma non è riconducibile ideologicamente neppure al sionismo di marca laburista (tramontato da tempo). Semplicemente è un sionista laico fautore delle politiche israeliane di sicurezza e di mantenimento dell’occupazione.
In questa campagna elettorale, e in quella per il voto del 9 aprile, l’ex capo di stato maggiore non ha fatto mai riferimento alla soluzione a “Due Stati”, Israele e Palestina. Il sito progressista, +972, sostiene che a Gantz piace lo status quo, l’occupazione, con Israele che controlla tutto il territorio della Palestina storica senza però annettere ufficialmente la Cisgiordania come vorrebbe fare Netanyahu. Gantz si era recato a fine luglio nella Valle del Giordano dichiarando che quel territorio palestinese rimarrà sotto Israele in qualsiasi futuro accordo. Pochi giorni dopo, il 6 agosto, si presentò nelle comunità israeliane di confine di Gaza promettendo «azioni incisive per abbattere i leader di Hamas». In pratica una nuova guerra. D’altronde da comandante delle forze armate ha guidato due offensive contro Gaza, nel 2012 e nel 2014, che hanno provocato oltre duemila morti palestinesi, migliaia di feriti e distruzioni immense. La scorsa primavera Gantz, per recuperare voti a destra, si vantava di aver ridotto in macerie Gaza.
Fonte
Benyamin “Benny” Gantz in politica interna prenderà, in parte, le distanze dalla linea di Benyamin Netanyahu e promuoverà la «serenità sociale» tra ebrei laici e religiosi. Ma non farà alcuna rivoluzione nei rapporti tra gli israeliani ebrei e i cittadini di serie B, gli arabi, i palestinesi d’Israele. E in politica estera non marcherà una differenza sostanziale da quella svolta dal leader del Likud. Userà il pugno di ferro, come Netanyahu, con l’Iran e i suoi alleati – che alla Conferenza di sicurezza di Monaco dello scorso febbraio ha indicato Tehran come una delle principali sfide all’Occidente – e non rinuncerà all’abbraccio di Donald Trump. Il presidente Usa mercoledì sera ha segnalato che lui ha rapporti non solo con Netanyahu ma con tutto lo Stato di Israele. Se Netanyahu è, come sembra, avviato sul viale del tramonto, ciò non vuole dire che la fine della sua lunga era politica genererà una svolta.
Nato 60 anni fa, sposato, quattro figli, una vita trascorsa nelle forze armate, conclusa con il grado di generale e l’incarico di capo di stato maggiore, Gantz solo in apparenza è un uomo di centro. Il programma del suo partito “Resilienza” – che ha fondato lo scorso dicembre e ha poi unito ad altre formazioni dando vita a “Blu e Bianco” – si avvicina molto a quello della destra quando sul tavolo ci sono questioni come l’Iran, il mondo arabo e i territori palestinesi occupati. Gantz non rientra nel solco del sionismo religioso, che ha ispirato Netanyahu e ora domina nella società israeliana, ma non è riconducibile ideologicamente neppure al sionismo di marca laburista (tramontato da tempo). Semplicemente è un sionista laico fautore delle politiche israeliane di sicurezza e di mantenimento dell’occupazione.
In questa campagna elettorale, e in quella per il voto del 9 aprile, l’ex capo di stato maggiore non ha fatto mai riferimento alla soluzione a “Due Stati”, Israele e Palestina. Il sito progressista, +972, sostiene che a Gantz piace lo status quo, l’occupazione, con Israele che controlla tutto il territorio della Palestina storica senza però annettere ufficialmente la Cisgiordania come vorrebbe fare Netanyahu. Gantz si era recato a fine luglio nella Valle del Giordano dichiarando che quel territorio palestinese rimarrà sotto Israele in qualsiasi futuro accordo. Pochi giorni dopo, il 6 agosto, si presentò nelle comunità israeliane di confine di Gaza promettendo «azioni incisive per abbattere i leader di Hamas». In pratica una nuova guerra. D’altronde da comandante delle forze armate ha guidato due offensive contro Gaza, nel 2012 e nel 2014, che hanno provocato oltre duemila morti palestinesi, migliaia di feriti e distruzioni immense. La scorsa primavera Gantz, per recuperare voti a destra, si vantava di aver ridotto in macerie Gaza.
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22/07/2018
Messico - Si cerca di insabbiare l’indagine sui 43 studenti “scomparsi” ad Ayotzinapa
Prima che il giudice Sabino Perez Garcia ammetta la “impossibilità legale” di riconoscere quanto denunciato dalla Commissione d’inchiesta per la giustizia e la verità circa la scomparsa dei 43 studenti a Ayotzinapa, la direttrice per le Americhe di Amnesty International, Erika Guevara Rosas ha dichiarato che “esiste una decisione politica per nascondere la verità sulla sorte dei 43 studenti”.
Erika Guevara ha spiegato che “il governo ha intrapreso più di 100 diverse azioni legali dinanzi ai giudici per evitare che questa decisione del tribunale potesse essere soddisfatta”, che da inizio giugno ha avvisato che la Commissione agirà per ricostituire l’indagine sulla scomparsa degli studenti tenendo conto dei vizi e delle irregolarità commesse dal Procuratore Generale della Repubblica (PGR), il quale aveva dichiarato di avere “impossibilità legale” di adempiere alla sentenza.
“Il governo deve smettere di opporsi alla commissione speciale di indagine e dedicare le sue risorse e gli sforzi per conformarsi adeguatamente a questa misura”, ha detto Guevara. “Il governo federale ha fatto tutto il possibile per ostacolare la creazione di una commissione investigativa speciale per indagare sul caso Ayotzinapa, ordinato da un tribunale federale. La corte ha ritenuto che fosse l’unico modo per salvare un’indagine afflitta da irregolarità e prove fabbricate”.
Mercoledì scorso, il Terzo Tribunale presieduto dal giudice Sabino Perez Garcia, ha pubblicato un documento che considerava “fondata l’impossibilità legale sostenuta dal Procuratore Generale della Repubblica” dopo la presentazione di più di 100 ricorsi da parte dell’ex presidente Enrique Peña Nieto, dell’ufficio legale, del Ministero dell’Interno, del Ministero delle Finanze, del Ministero della Salute, del Ministero della Difesa nazionale, della Marina, del Procuratore Generale della Repubblica, della Commissione esecutiva di attenzione alle vittime, della polizia federale e anche della Camera dei Deputati.
A causa di tutti questi ricorsi la Commissione della Verità per Ayotzinapa deve essere sospesa, e solo la Corte Suprema di Giustizia (SCJ) potrà decidere il corso finale della sentenza a favore della ripresa delle indagini.
Fonte
24/05/2018
1915: l’Italia (ri)va in guerra
Stanno per compiersi i 100 anni della “Vittoria Mutilata” e sicuramente ci si appresta a ricordare, con grande sfoggio di retorica, “L’Italia di Vittorio Veneto”.
In questi giorni, invece,ricorrono i 103 anni dalle “radiose giornate di maggio” e dell’ingresso dell’Italia nella “inutile strage” come la definì Benedetto XV.
In 3 anni e mezzo circa di guerra su di un fronte di 420 km all’Italia sacrificarono la vita 650.000 soldati e 1.000.000 furono feriti: la più grande concentrazione di spargimento di sangue tra tutti i fronti del conflitto.
Un massacro determinato, prima di tutto, dalla tattica del Comando Italiano che considerava i soldati di fanteria, asserragliati in una assurda guerra di trincea e in gran parte contadini meridionali analfabeti, come pura carne da macello.
Questi fatti debbono essere ricordati, così come devono essere tenute sempre presenti le incancellabili responsabilità di Casa Savoia che poi si macchierà anche dei crimini del fascismo e della responsabilità di aver condotto l’Italia in un altro conflitto mondiale in alleanza con il nazismo e nel quale furono coinvolte come mai prima d’allora le popolazioni civili e il suolo italiano fu invaso da eserciti di invasione.
Inoltre deve essere sottolineato sempre come la scelta di trascinare il nostro popolo nella tragedia fu attuata attraverso un colpo di stato che vide protagonista all’epoca quella che si autodefiniva “classe politica liberale”.
Dunque il 24 Maggio 1915: “mormorò il Piave” e gli italiani furono gettati, grazie ad un vero colpo di stato militar-monarchico, nella fornace divoratrice della prima guerra mondiale.
L’Italia non era obbligata a entrare in guerra dagli stessi trattati internazionali sottoscritti fin dal 1882 con la Triplice Alleanza.
Infatti il fatto che l’Austria non avesse consultata l’Italia prima di dichiarare guerra alla Serbia alla fine del luglio 1914 aveva significato che a rigore l’Italia era sciolta dai suoi obblighi.
Così mentre l’Europa mobilitava i suoi eserciti e nel corso dell’Agosto 1914 prese a scivolare verso la catastrofe, l’Italia annunciò la sua neutralità.
E molti, compresi Giolitti e una maggioranza di deputati, pensavano dovesse rimanere neutrale. Erano convinti che il Paese fosse economicamente troppo fragile per sopportare un conflitto di grandi dimensioni, tanto più a così breve distanza dall’invasione della Libia (1911).
Giolitti suggerì che l’Italia aveva da guadagnare “parecchio” contrattando con entrambe le parti la sua rinuncia a combattere.
Ma il Presidente del Consiglio del momento, Salandra, e il suo ministro degli Esteri, Sonnino, condussero negoziati segretissimi con i governi di Londra e Parigi da un lato e di Vienna e Berlino dall’altro (nello spirito di quello che Salandra chiamò “sacro egoismo”) con l’intenzione di accertare quale prezzo l’Italia poteva spuntare per il suo intervento nel conflitto.
Gli interventisti costituivano un fascio di forze eterogenee che agivano per motivazioni diverse.
C’era una minoranza di idealisti liberali. C’era il Re, che aveva ricevuto un’educazione militare e che voleva ridurre l’influenza di Giolitti, così come suo nonno aveva tentato di liberarsi di quella di Cavour.
La maggior parte dei massoni e degli studenti universitari dotati di più viva coscienza politica erano interventisti, e gli irredentisti naturalmente lo erano “in toto”.
Il partito nazionalista, non appena cominciò a svanire la sua originaria speranza di una guerra contro la Francia, fece fronte comune contro la Germania, dato che per esso una guerra qualsiasi era meglio che nessuna guerra.
I futuristi pure erano decisamente per la guerra, vista come un rapido ed eroico mezzo per raggiungere potenza e ricchezza nazionale: nel settembre del 1914 interruppero a Roma un’opera di Puccini per bruciare sul palcoscenico una bandiera austriaca.
Marinetti dichiarò che i futuristi avevano sempre considerato la guerra come l’unica fonte di ispirazione artistica e di purificazione morale e che essa avrebbe ringiovanito l’Italia, l’avrebbe arricchita di uomini d’azione e l’avrebbe infine costretta a non vivere più del suo passato, delle sue rovine e del suo clima.
Strani compagni di viaggio di questi elementi d’avanguardia erano i conservatori che continuavano la tradizione francofila di Visconti Venosta e di Bonghi, ma anche Salvemini e i socialisti riformisti, i quali volevano una guerra condotta con generoso idealismo, nel nome della libertà e della democrazia, contro la Germania che aveva invaso il Belgio violandone la neutralità.
I socialisti rivoluzionari con a capo Mussolini furono sorpresi di essersi venuti a trovare nello stesso campo neutralista in compagnia dei loro tre principali nemici, Giolitti, Turati e il Papa.
Ma nell’ottobre 1914 Mussolini modificò il suo atteggiamento in “neutralità condizionata” per abbracciare infine nel novembre la tesi opposta dell’interventismo dichiarato.
Può darsi che questo sconcertante cambiamento fosse dovuto al denaro francese, ma senza dubbio influì su Mussolini la convinzione che la guerra avrebbe potuto preparare il terreno alla rivoluzione e abituare le masse alla violenza e alle armi.
De Ambris, Corridoni e gli altri superstiti del sindacalismo rivoluzionario aderirono a questa visione.
Arrivarono poi, nella primavera del 1915, quelle poi definite “le radiose giornate di maggio”: il contributo offerto in quei giorni da D’Annunzio con i suoi infiammati discorsi di Genova e di Roma e da De Ambris e Corridoni con le agitazioni suscitate in quel centro nevralgico che era Milano risultavano decisive per il colpo pensato dalla minoranza interventista.
Per la propaganda il governo fece ricorso ai fondi segreti, e la polizia aveva da lungo tempo imparato sotto Giolitti l’arte di organizzare “manifestazioni popolari spontanee”.
Come poi osservò Salandra, queste manifestazioni erano guidate in massima parte da studenti universitari che, poi, nell’immediato dopoguerra tornati dal fronte come ufficiali avrebbero formato il nucleo più importante degli Arditi e delle squadre d’azione fasciste, educati come erano stati nella violenza e nell’idea della sopraffazione dei subalterni che aveva rappresentato la caratteristica più evidente dei rapporti gerarchici vigenti nell’esercito italiano dove si erano verificati fenomeni di decimazione della truppa in caso di insubordinazione.
D’Annunzio, tornato dalla Francia dove si era nascosto per sfuggire ai creditori, fu informato preventivamente del Trattato di Londra e adeguatamente retribuito per la sua opera di propaganda concluse i suoi discorsi di Genova (4 Maggio, allo scoglio di Quarto) e di Roma (12 e 13 Maggio) con questa proclamazione:
“O compagni, questa guerra che sembra opera di distruzione e di abominazione, è la più feconda matrice di bellezza e di virtù apparsa sulla terra”.
Tale fu la carica emotiva di quel maggio 1915 che alcuni guardarono poi a esso come a un momento di rigenerazione, il momento nel quale l’Italia aveva deciso di combattere per la giustizia e di vincere per la democrazia.
Un abbaglio colossale.
Il 20 maggio la Camera concesse al Governo i pieni poteri con una maggioranza di 407 voti contro 74 (Giolitti era già rientrato in Piemonte).
Il Partito Socialista votò contro, diventando l’unico partito europeo di estrema sinistra fuori dalla Russia a non dare il suo appoggio al conflitto. Una posizione originale, di grande coraggio, rispetto al cedimento che, nell’estate precedente, aveva caratterizzato la posizione della socialdemocrazia tedesca e del partito socialista francese che avevano votato i crediti di guerra cedendo di fatto alla spinta nazionalista.
Il Partito Socialista italiano poi fu l’unico partito socialista occidentale a partecipare ufficialmente alle conferenze di Zimmerwald (1915) e Kienthal (1916), dove si cercò di trovare una posizione comune dei socialisti europei riguardo la guerra. A Zimmerwald passò come risoluzione un documento di Trockij per una pace senza annessioni. Non vi furono conseguenze organizzative rilevanti, ma l’ala bolscevica poté farsi conoscere e riconoscere a livello internazionale portando una posizione di intreccio tra pace e rivoluzione che poi avrebbe rappresentato la base della rivoluzione in Russia.
Tornando a riprendere il filo del nostro discorso non rimane che da rammentare che il 24 Maggio 1915 l’Italia aveva dichiarato guerra all’Austria.
Una nazione lacerata nel suo tessuto morale si apprestava a sostenere uno scontro che sarebbe durato più di 3 anni lasciando, come abbiamo già ricordato, sul terreno 650.000 morti e un milione di feriti.
I fanti, che presto si sarebbero trovati a morire nelle trincee, non avrebbero certo potuto non sentire tutta la brutalità e tutto il cinismo di chi li aveva trascinati alla guerra attraverso una simile mistificante retorica.
Così come nel Paese si sviluppò un sentimento di vera e propria “estraneità” e di rivendicazione culminata nelle eroiche giornate della “rivolta del pane” dell’agosto 1917 in cui furono protagoniste soprattutto le donne.
Una lezione della storia, da non dimenticare mai.
Le porte ad una delle più grandi tragedie della storia erano ormai aperte e, alla fine, in fondo al tunnel di un tumultuoso dopoguerra mentre stava cambiando la mappa politica del mondo, la resistenza delle masse operaie e popolari sarebbe stata travolta e si sarebbe aperta la via alla dittatura fascista.
Fonte
In questi giorni, invece,ricorrono i 103 anni dalle “radiose giornate di maggio” e dell’ingresso dell’Italia nella “inutile strage” come la definì Benedetto XV.
In 3 anni e mezzo circa di guerra su di un fronte di 420 km all’Italia sacrificarono la vita 650.000 soldati e 1.000.000 furono feriti: la più grande concentrazione di spargimento di sangue tra tutti i fronti del conflitto.
Un massacro determinato, prima di tutto, dalla tattica del Comando Italiano che considerava i soldati di fanteria, asserragliati in una assurda guerra di trincea e in gran parte contadini meridionali analfabeti, come pura carne da macello.
Questi fatti debbono essere ricordati, così come devono essere tenute sempre presenti le incancellabili responsabilità di Casa Savoia che poi si macchierà anche dei crimini del fascismo e della responsabilità di aver condotto l’Italia in un altro conflitto mondiale in alleanza con il nazismo e nel quale furono coinvolte come mai prima d’allora le popolazioni civili e il suolo italiano fu invaso da eserciti di invasione.
Inoltre deve essere sottolineato sempre come la scelta di trascinare il nostro popolo nella tragedia fu attuata attraverso un colpo di stato che vide protagonista all’epoca quella che si autodefiniva “classe politica liberale”.
Dunque il 24 Maggio 1915: “mormorò il Piave” e gli italiani furono gettati, grazie ad un vero colpo di stato militar-monarchico, nella fornace divoratrice della prima guerra mondiale.
L’Italia non era obbligata a entrare in guerra dagli stessi trattati internazionali sottoscritti fin dal 1882 con la Triplice Alleanza.
Infatti il fatto che l’Austria non avesse consultata l’Italia prima di dichiarare guerra alla Serbia alla fine del luglio 1914 aveva significato che a rigore l’Italia era sciolta dai suoi obblighi.
Così mentre l’Europa mobilitava i suoi eserciti e nel corso dell’Agosto 1914 prese a scivolare verso la catastrofe, l’Italia annunciò la sua neutralità.
E molti, compresi Giolitti e una maggioranza di deputati, pensavano dovesse rimanere neutrale. Erano convinti che il Paese fosse economicamente troppo fragile per sopportare un conflitto di grandi dimensioni, tanto più a così breve distanza dall’invasione della Libia (1911).
Giolitti suggerì che l’Italia aveva da guadagnare “parecchio” contrattando con entrambe le parti la sua rinuncia a combattere.
Ma il Presidente del Consiglio del momento, Salandra, e il suo ministro degli Esteri, Sonnino, condussero negoziati segretissimi con i governi di Londra e Parigi da un lato e di Vienna e Berlino dall’altro (nello spirito di quello che Salandra chiamò “sacro egoismo”) con l’intenzione di accertare quale prezzo l’Italia poteva spuntare per il suo intervento nel conflitto.
Gli interventisti costituivano un fascio di forze eterogenee che agivano per motivazioni diverse.
C’era una minoranza di idealisti liberali. C’era il Re, che aveva ricevuto un’educazione militare e che voleva ridurre l’influenza di Giolitti, così come suo nonno aveva tentato di liberarsi di quella di Cavour.
La maggior parte dei massoni e degli studenti universitari dotati di più viva coscienza politica erano interventisti, e gli irredentisti naturalmente lo erano “in toto”.
Il partito nazionalista, non appena cominciò a svanire la sua originaria speranza di una guerra contro la Francia, fece fronte comune contro la Germania, dato che per esso una guerra qualsiasi era meglio che nessuna guerra.
I futuristi pure erano decisamente per la guerra, vista come un rapido ed eroico mezzo per raggiungere potenza e ricchezza nazionale: nel settembre del 1914 interruppero a Roma un’opera di Puccini per bruciare sul palcoscenico una bandiera austriaca.
Marinetti dichiarò che i futuristi avevano sempre considerato la guerra come l’unica fonte di ispirazione artistica e di purificazione morale e che essa avrebbe ringiovanito l’Italia, l’avrebbe arricchita di uomini d’azione e l’avrebbe infine costretta a non vivere più del suo passato, delle sue rovine e del suo clima.
Strani compagni di viaggio di questi elementi d’avanguardia erano i conservatori che continuavano la tradizione francofila di Visconti Venosta e di Bonghi, ma anche Salvemini e i socialisti riformisti, i quali volevano una guerra condotta con generoso idealismo, nel nome della libertà e della democrazia, contro la Germania che aveva invaso il Belgio violandone la neutralità.
I socialisti rivoluzionari con a capo Mussolini furono sorpresi di essersi venuti a trovare nello stesso campo neutralista in compagnia dei loro tre principali nemici, Giolitti, Turati e il Papa.
Ma nell’ottobre 1914 Mussolini modificò il suo atteggiamento in “neutralità condizionata” per abbracciare infine nel novembre la tesi opposta dell’interventismo dichiarato.
Può darsi che questo sconcertante cambiamento fosse dovuto al denaro francese, ma senza dubbio influì su Mussolini la convinzione che la guerra avrebbe potuto preparare il terreno alla rivoluzione e abituare le masse alla violenza e alle armi.
De Ambris, Corridoni e gli altri superstiti del sindacalismo rivoluzionario aderirono a questa visione.
Arrivarono poi, nella primavera del 1915, quelle poi definite “le radiose giornate di maggio”: il contributo offerto in quei giorni da D’Annunzio con i suoi infiammati discorsi di Genova e di Roma e da De Ambris e Corridoni con le agitazioni suscitate in quel centro nevralgico che era Milano risultavano decisive per il colpo pensato dalla minoranza interventista.
Per la propaganda il governo fece ricorso ai fondi segreti, e la polizia aveva da lungo tempo imparato sotto Giolitti l’arte di organizzare “manifestazioni popolari spontanee”.
Come poi osservò Salandra, queste manifestazioni erano guidate in massima parte da studenti universitari che, poi, nell’immediato dopoguerra tornati dal fronte come ufficiali avrebbero formato il nucleo più importante degli Arditi e delle squadre d’azione fasciste, educati come erano stati nella violenza e nell’idea della sopraffazione dei subalterni che aveva rappresentato la caratteristica più evidente dei rapporti gerarchici vigenti nell’esercito italiano dove si erano verificati fenomeni di decimazione della truppa in caso di insubordinazione.
D’Annunzio, tornato dalla Francia dove si era nascosto per sfuggire ai creditori, fu informato preventivamente del Trattato di Londra e adeguatamente retribuito per la sua opera di propaganda concluse i suoi discorsi di Genova (4 Maggio, allo scoglio di Quarto) e di Roma (12 e 13 Maggio) con questa proclamazione:
“O compagni, questa guerra che sembra opera di distruzione e di abominazione, è la più feconda matrice di bellezza e di virtù apparsa sulla terra”.
Tale fu la carica emotiva di quel maggio 1915 che alcuni guardarono poi a esso come a un momento di rigenerazione, il momento nel quale l’Italia aveva deciso di combattere per la giustizia e di vincere per la democrazia.
Un abbaglio colossale.
Il 20 maggio la Camera concesse al Governo i pieni poteri con una maggioranza di 407 voti contro 74 (Giolitti era già rientrato in Piemonte).
Il Partito Socialista votò contro, diventando l’unico partito europeo di estrema sinistra fuori dalla Russia a non dare il suo appoggio al conflitto. Una posizione originale, di grande coraggio, rispetto al cedimento che, nell’estate precedente, aveva caratterizzato la posizione della socialdemocrazia tedesca e del partito socialista francese che avevano votato i crediti di guerra cedendo di fatto alla spinta nazionalista.
Il Partito Socialista italiano poi fu l’unico partito socialista occidentale a partecipare ufficialmente alle conferenze di Zimmerwald (1915) e Kienthal (1916), dove si cercò di trovare una posizione comune dei socialisti europei riguardo la guerra. A Zimmerwald passò come risoluzione un documento di Trockij per una pace senza annessioni. Non vi furono conseguenze organizzative rilevanti, ma l’ala bolscevica poté farsi conoscere e riconoscere a livello internazionale portando una posizione di intreccio tra pace e rivoluzione che poi avrebbe rappresentato la base della rivoluzione in Russia.
Tornando a riprendere il filo del nostro discorso non rimane che da rammentare che il 24 Maggio 1915 l’Italia aveva dichiarato guerra all’Austria.
Una nazione lacerata nel suo tessuto morale si apprestava a sostenere uno scontro che sarebbe durato più di 3 anni lasciando, come abbiamo già ricordato, sul terreno 650.000 morti e un milione di feriti.
I fanti, che presto si sarebbero trovati a morire nelle trincee, non avrebbero certo potuto non sentire tutta la brutalità e tutto il cinismo di chi li aveva trascinati alla guerra attraverso una simile mistificante retorica.
Così come nel Paese si sviluppò un sentimento di vera e propria “estraneità” e di rivendicazione culminata nelle eroiche giornate della “rivolta del pane” dell’agosto 1917 in cui furono protagoniste soprattutto le donne.
Una lezione della storia, da non dimenticare mai.
Le porte ad una delle più grandi tragedie della storia erano ormai aperte e, alla fine, in fondo al tunnel di un tumultuoso dopoguerra mentre stava cambiando la mappa politica del mondo, la resistenza delle masse operaie e popolari sarebbe stata travolta e si sarebbe aperta la via alla dittatura fascista.
Fonte
30/12/2017
Il ritorno coloniale dell’Italia in Africa. La vergogna di un italiano nel Niger
Confesso che sento vergogna a passeggiare sulle strade di Niamey. Proverò vergogna a parlare del mio paese di origine, quello che ho lasciato con una certa irregolarità in questi ultimi 25 anni. La Costa d’Avorio, la Liberia della guerra civile e il Niger da sette anni. In mezzo a tutto ciò l’Argentina e il Centro Storico di Genova, ecco la fortuna che mi ha accompagnato in tutti questi anni fino ad oggi. La fortuna di ‘sguardare’ il mondo dal SUD che poi è un altro mondo, un mondo che apre gli occhi sulla realtà che ci avviluppa. E’ solamente dal punto di vista dei poveri si può scoprire la verità delle cose e della storia.
Vivere al SUD di Lampedusa, l’isola diventata il simbolo della frontiera tra l’Italia e l’Africa, mi ha insegnato tante cose. Una di queste è la scoperta che la frontiera dell’Italia mi ha seguito, si trova nel Niger, ad Agadez. Questa città, un tempo crocevia di carovane si è trasformata in un fortino di difesa del movimento migratorio verso l’Algeria, la Libia e... l’Italia.
Avrò vergogna, venendo da un Paese che all’articolo 11 della carta costituzionale, ...ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie..., per il prossimo tradimento di questo principio che dovrebbe guidare l’etica delle relazioni internazionali dell’Italia. D’altra parte non sarebbe la prima volta, siamo già recidivi! Basterebbe ricordare l’invasione della Libia, della Somalia, dell’Etiopia e la creazione dell’Eritrea. In questi paesi sono stati perpetrati dei massacri, sia durante il Regno che durante il ventennio fascista di Mussolini. Un caso per tutti è il massacro di Addis-Abeba nel febbraio del 1937. Secondo Ian Campbell, autore di un recente libro sull’argomento, tra il 19 e il 21 febbraio sono state uccise circa 20.000 persone. Questo massacro è sempre stato riconosciuto in Etiopia ma dissimulato dal governo britannico alla comunità internazionale.
La vergogna che anche il popolo italiano avrebbe dovuto provare è stata per decenni coperta dal diniego dei fatti per la versione di un’Italia ‘brava gente’ durante l’epopea coloniale italiana. Nulla di più lontano dalla realtà. L’autore citato ricorda che la violenza fascista in Etiopia è stata il precursore della violenza nazista in Europa. Ciò è vero per le tecniche quali i massicci bombardamenti aerei di civili, la guerra chimica e i lancia-fiamme, così per le operazioni di contro-insurrezione sotto forma di repressioni esemplari come l’esecuzione di ostaggi e l’uso dei campi di concentramento. Non è dunque per caso che l’autore ponga questo titolo al libro citato: Il massacro di Addis-Abeba.Una vergogna nazionale italiana. Certo, il fascismo è stato vinto e così il nazismo tedesco, ma non i ricordi dei fatti che ancora permangono. Chi non impara dagli errori (e orrori) della storia è destinato a ripeterli nel tempo.
Avrò vergogna dei poveri, dei migranti che incontro dal mio arrivo a Niamey, della Chiesa del Niger, dei contadini e degli amici della società civile coi quali lavoriamo assieme per scoprire la dignità nascosta nella sabbia della politica del Paese. Avrò vergogna di passare davanti alla nuova ambasciata del mio Paese di origine, perché le missioni di pace sono condotte da militari, con mezzi e armi. Chi scrive ha scelto di arrivare in questo Paese con le mani nude e col desiderio di camminare assieme a questo popolo che non dovrebbe essere tradito una volta di più. Sappiamo quanto contino gli interessi legati alla mobilità delle persone e in specie il piano di ritagliarsi un posto nella geopolitica del Sahel. Ciò l’ha bene ricordato il Presidente della Repubblica italiana nel presentare l’invio del contingente militare. L’Africa è al cuore dei nostri interessi strategici. Strategie militari e colonialismo sono dei sinonimi. Ecco quanto una persona mi ha scritto... Rimpiango tutto ciò e ho vergogna di essere italiana... Sapevo bene che non sarei stato il solo.
Niamey, dicembre, 017
Fonte
Vivere al SUD di Lampedusa, l’isola diventata il simbolo della frontiera tra l’Italia e l’Africa, mi ha insegnato tante cose. Una di queste è la scoperta che la frontiera dell’Italia mi ha seguito, si trova nel Niger, ad Agadez. Questa città, un tempo crocevia di carovane si è trasformata in un fortino di difesa del movimento migratorio verso l’Algeria, la Libia e... l’Italia.
Avrò vergogna, venendo da un Paese che all’articolo 11 della carta costituzionale, ...ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie..., per il prossimo tradimento di questo principio che dovrebbe guidare l’etica delle relazioni internazionali dell’Italia. D’altra parte non sarebbe la prima volta, siamo già recidivi! Basterebbe ricordare l’invasione della Libia, della Somalia, dell’Etiopia e la creazione dell’Eritrea. In questi paesi sono stati perpetrati dei massacri, sia durante il Regno che durante il ventennio fascista di Mussolini. Un caso per tutti è il massacro di Addis-Abeba nel febbraio del 1937. Secondo Ian Campbell, autore di un recente libro sull’argomento, tra il 19 e il 21 febbraio sono state uccise circa 20.000 persone. Questo massacro è sempre stato riconosciuto in Etiopia ma dissimulato dal governo britannico alla comunità internazionale.
La vergogna che anche il popolo italiano avrebbe dovuto provare è stata per decenni coperta dal diniego dei fatti per la versione di un’Italia ‘brava gente’ durante l’epopea coloniale italiana. Nulla di più lontano dalla realtà. L’autore citato ricorda che la violenza fascista in Etiopia è stata il precursore della violenza nazista in Europa. Ciò è vero per le tecniche quali i massicci bombardamenti aerei di civili, la guerra chimica e i lancia-fiamme, così per le operazioni di contro-insurrezione sotto forma di repressioni esemplari come l’esecuzione di ostaggi e l’uso dei campi di concentramento. Non è dunque per caso che l’autore ponga questo titolo al libro citato: Il massacro di Addis-Abeba.Una vergogna nazionale italiana. Certo, il fascismo è stato vinto e così il nazismo tedesco, ma non i ricordi dei fatti che ancora permangono. Chi non impara dagli errori (e orrori) della storia è destinato a ripeterli nel tempo.
Avrò vergogna dei poveri, dei migranti che incontro dal mio arrivo a Niamey, della Chiesa del Niger, dei contadini e degli amici della società civile coi quali lavoriamo assieme per scoprire la dignità nascosta nella sabbia della politica del Paese. Avrò vergogna di passare davanti alla nuova ambasciata del mio Paese di origine, perché le missioni di pace sono condotte da militari, con mezzi e armi. Chi scrive ha scelto di arrivare in questo Paese con le mani nude e col desiderio di camminare assieme a questo popolo che non dovrebbe essere tradito una volta di più. Sappiamo quanto contino gli interessi legati alla mobilità delle persone e in specie il piano di ritagliarsi un posto nella geopolitica del Sahel. Ciò l’ha bene ricordato il Presidente della Repubblica italiana nel presentare l’invio del contingente militare. L’Africa è al cuore dei nostri interessi strategici. Strategie militari e colonialismo sono dei sinonimi. Ecco quanto una persona mi ha scritto... Rimpiango tutto ciò e ho vergogna di essere italiana... Sapevo bene che non sarei stato il solo.
Niamey, dicembre, 017
Fonte
11/10/2017
Le verità nascoste dello scrittore Mario Vargas Llosa
So di dare un dispiacere ai miei tanti amici estimatori dell’autore de “La Casa Verde”, di “La zia Julia e lo scribacchino” , della “Guerra della fine del mondo” o della “La festa del caprone”, ma sono convinto che un piccolo esercizio di memoria farà sicuramente bene anche a loro.
Lo scrittore, drammaturgo e politico peruviano, naturalizzato spagnolo, grande amico di Berlusconi ed Aznar, membro della Trilateral Commission e nuovo faro del rinascente nazionalismo spagnolo, Mario Vargas Llosa ha, nel suo armadio, parecchi scheletri, anche se non ha mai fatto mancare la sue aspre critiche “liberali” ai “dittatori” Fidel Castro ed Hugo Chavéz.
Il 26 gennaio 1983, otto giornalisti e una guida andina furono brutalmente massacrati, ad Uchuraccay (Ayacucho, Perù), da contadini addestrati e diretti dalla Marina militare a combattere contro i guerriglieri Maoisti di “Sendero Luminoso”.
Il massacro degli otto giornalisti avvenne durante il governo di Fernando Belaúnde Terry (1980-1985), un personaggio di Azione Popolare(AP), partito di destra che negli anni novanta collaborò strettamente con il regime di Alberto Fujimori. I giornalisti si erano recati ad Uchuraccay per indagare sull’assassinio di alcuni presunti membri del Partito comunista del Perù, tra i quali, anche alcuni minori. A quel tempo le forze armate peruviane usavano la tattica di organizzare alcune comunità contadine contro la guerriglia così come gli statunitensi avevano già fatto in Vietnam, Guatemala, El Salvador e Colombia.
I giornalisti vennero trucidati a colpi di bastone, pietre ed asce. Dopo il massacro venne istituita una commissione d’inchiesta presieduta dallo scrittore Mario Vargas Llosa la quale stabilì che i comuneros di Uchuraccay avevano creduto che i giornalisti fossero membri di Sendero Luminoso e che li massacrarono perché confusero le loro macchine fotografiche con dei fucili.
La Commissione d’inchiesta di Vargas Llosa, con ineffabile tono letterario, stabilì che il massacro era stato il prodotto dell’esistenza di “differenze culturali tra i contadini quechua e i giornalisti provenienti da un mondo urbano” e che le “Forze armate non avevano alcuna responsabilità nel fatto”. “Siamo tutti colpevoli”, concluse, lapidario, Vargas Llosa nella sua relazione finale. Dunque, tutti colpevoli e nessun colpevole.
Quella relazione e quelle conclusioni ignorarono sistematicamente tutte le prove. Era nota, in quel periodo, la circostanza che la Marina peruviana aveva il controllo pressoché assoluto della zona di Uchuraccay. Inoltre, quasi tutti i contadini di quella località avevano fatto il servizio militare obbligatorio e non avrebbero mai potuto confondere un fucile con una macchina fotografica. Tuttavia la Commissione d’inchiesta di Mario Vargas Llosa decise di coprire le responsabiltà del Governo e delle forze armate peruviane per quell’orrendo massacro fornendo, oggettivamente, un prezioso ed autorevole supporto a tutta la politica di violazione sistematica dei diritti umani in atto nel Perù di quel tempo.
Fonte
Lo scrittore, drammaturgo e politico peruviano, naturalizzato spagnolo, grande amico di Berlusconi ed Aznar, membro della Trilateral Commission e nuovo faro del rinascente nazionalismo spagnolo, Mario Vargas Llosa ha, nel suo armadio, parecchi scheletri, anche se non ha mai fatto mancare la sue aspre critiche “liberali” ai “dittatori” Fidel Castro ed Hugo Chavéz.
Il 26 gennaio 1983, otto giornalisti e una guida andina furono brutalmente massacrati, ad Uchuraccay (Ayacucho, Perù), da contadini addestrati e diretti dalla Marina militare a combattere contro i guerriglieri Maoisti di “Sendero Luminoso”.
Il massacro degli otto giornalisti avvenne durante il governo di Fernando Belaúnde Terry (1980-1985), un personaggio di Azione Popolare(AP), partito di destra che negli anni novanta collaborò strettamente con il regime di Alberto Fujimori. I giornalisti si erano recati ad Uchuraccay per indagare sull’assassinio di alcuni presunti membri del Partito comunista del Perù, tra i quali, anche alcuni minori. A quel tempo le forze armate peruviane usavano la tattica di organizzare alcune comunità contadine contro la guerriglia così come gli statunitensi avevano già fatto in Vietnam, Guatemala, El Salvador e Colombia.
I giornalisti vennero trucidati a colpi di bastone, pietre ed asce. Dopo il massacro venne istituita una commissione d’inchiesta presieduta dallo scrittore Mario Vargas Llosa la quale stabilì che i comuneros di Uchuraccay avevano creduto che i giornalisti fossero membri di Sendero Luminoso e che li massacrarono perché confusero le loro macchine fotografiche con dei fucili.
La Commissione d’inchiesta di Vargas Llosa, con ineffabile tono letterario, stabilì che il massacro era stato il prodotto dell’esistenza di “differenze culturali tra i contadini quechua e i giornalisti provenienti da un mondo urbano” e che le “Forze armate non avevano alcuna responsabilità nel fatto”. “Siamo tutti colpevoli”, concluse, lapidario, Vargas Llosa nella sua relazione finale. Dunque, tutti colpevoli e nessun colpevole.
Quella relazione e quelle conclusioni ignorarono sistematicamente tutte le prove. Era nota, in quel periodo, la circostanza che la Marina peruviana aveva il controllo pressoché assoluto della zona di Uchuraccay. Inoltre, quasi tutti i contadini di quella località avevano fatto il servizio militare obbligatorio e non avrebbero mai potuto confondere un fucile con una macchina fotografica. Tuttavia la Commissione d’inchiesta di Mario Vargas Llosa decise di coprire le responsabiltà del Governo e delle forze armate peruviane per quell’orrendo massacro fornendo, oggettivamente, un prezioso ed autorevole supporto a tutta la politica di violazione sistematica dei diritti umani in atto nel Perù di quel tempo.
Fonte
04/09/2017
«Le guardie libiche ci uccidono e ci gettano in una buca»
Se si vuol dare un giudizio minimamente serio sulla “gestione dei flussi migratori” adottata dal duo Minniti-Gentiloni, approvata entusiasticamente dagli altri tre partner più rilevanti dell’Unione Europea (Merkel, Macron, Rajoy), bisogna almeno leggere il pezzo che segue.
Che ci racconta poche cose, ma terribilmente serie.
a) il traffico di migranti, opportunamente “ridotto” per dar modo ai governi europei di farsi vedere “efficaci” agli occhi di un’opinione pubblica in preda alle allucinazioni indotte, prosegue proprio a partire dalle poche zone costiere controllate dal “governo libico” del fantoccio Al Serraj. Per il momento, infatti, un altro accordo con le milizie di Sabrata, ha fermato la direttrice principale.
b) Paghiamo – noi europei, tutti, compreso chi scrive – con le nostre tasse una piccola squadriglia di tagliagole abituati a pretendere un prezzo per il passaggio da una sponda all’altra; con il loro buon cuore, sono capaci di prendere un “pizzo” supplementare per tenerseli lì, dopo averli spogliati di ogni avere. Un pizzo pagato direttamente dal governo italiano, per ora, con la scusa di “combattere i trafficanti”. In realtà, solo per impedire che altri migranti arrivino sulle nostre coste (senza nemmeno la penosa distinzione tra “rifugiati” ed “economici”, che li ammazzino tutti...).
c) Quei tagliagole non sanno ovviamente cosa farsene di gente ormai senza più nulla, che dovrebbe dunque essere nutrita per restare in vita. Un po’ li tengono come eventuale arma di pressione, se i governi europei non dovessero pagare quanto promesso nei tempi concordati; gli altri...
Quando un tribunale internazionale aprirà finalmente un processo per crimini contro l’umanità, a Minniti e Gentiloni dovrebbe esser riservato un posto di prima fila...
da Vita
Terrificante racconto di un giovane camerunense, raccolto da una volontaria dell’ong Sos Mediterranée dopo il salvataggio suo e di altre di 250 persone domenica 27 agosto, concordato con la Guardia costiera e le altre ong presenti in mare. “Ascoltiamo queste testimonianze prima che sia troppo tardi”, chiede ai governi la vicepresidente dell’organizzazione
“I libici ci hanno picchiato tutto il tempo, senza motivo. Ci hanno messo in prigione, sempre senza motivo. Le guardie carcerarie uccidono la gente e la gettano in una buca. Chiudono la buca soltanto quando è piena di corpi”. E’ talmente sconvolgente da sembrare appartenente al mondo irreale degli incubi la testimonianza di un giovane camerunense raccolta da una volontaria della Aquarius, la nave di salvataggio dell’organizzazione umanitaria italo-franco-tedesca Sos Mediterranée, gestita in partnership con Msf, Medici senza frontiere, che domenica 27 agosto 2017 ha tratto in salvo due imbarcazioni in acque internazionali ad est di Tripoli. In totale 251 persone – tra cui 26 donne, 5 bambini sotto i 5 anni e 29 minori non accompagnati – sono state salvate e condotte al sicuro a bordo della nave.
“La frusta, mattina, pomeriggio e sera: questo è il nostro pasto. Ho assistito a una scena di tortura in cui guardie libiche hanno colpito la testa di un prigioniero appeso a testa in giù, come una palla“, ha raccontato il ragazzo africano, che ha spiegato di avere trascorso 6 mesi in stato di detenzione in Libia. “Abbiamo tutti sofferto così tanto. Tutte le persone che vedete qui sono passate attraverso tante prove, sono morte dentro da molto tempo, anche le loro famiglie devono credere che siano morti. Oggi è come una resurrezione”.
Narrazioni agghiaccianti di fronte a cui Sophie Beau, vicepresidente di Sos Mediterranée, chiede di non rimanere indifferenti: “La prima cosa che raccontano i naufraghi quando arrivano a bordo non è il trauma del viaggio in mare. Quello che evocano, prima di tutto, è quello che chiamano ‘l’inferno libico’: sequestri di persona, stupri, estorsioni di riscatto sotto tortura, abusi e umiliazioni, il lavoro forzato, i mercati di schiavi”, rimarca Beau.
“I migranti sono in balia di un traffico di esseri umani su larga scala. Invitiamo gli Stati europei e mediterranei ad ascoltare queste storie terrificanti prima che sia troppo tardi e che altre persone muoiano in mare mentre cercano di fuggire dalla Libia, o vengano respinte e rimandate nelle mani dei loro carnefici”.
Appello che arriva proprio nel momento in cui i leader europei stanno invece elogiando le ultime mosse del governo italiano che ha stretto accordi con le autorità libiche per pattugliare le proprie coste per non fare partire le imbarcazioni.
Secondo i racconti delle persone soccorse, le imbarcazioni sarebbero partite da Al Khums, ad est della capitale. “Le due operazioni di salvataggio di domenica hanno avuto luogo in acque internazionali ad est di Tripoli, mentre la maggior parte dei salvataggi dall’inizio dell’anno si erano svolti ad ovest, al largo di Sabratha”, ha detto Nicola Stalla, il coordinatore dei soccorsi di Sos Mediterranée a bordo della nave Aquarius.
Alle 6.30 di domenica mattina, il Centro di coordinamento del soccorso marittimo di Roma (Mrcc) ha chiesto alla nave Aquarius di ricercare attivamente una imbarcazione in difficoltà segnalata a 20 miglia nautiche dalla costa libica, facendo presente che anche la guardia costiera libica, avvertita della presenza di questa imbarcazione, sarebbe potuta intervenire. Dopo aver individuato l’imbarcazione in difficoltà a 24 miglia nautiche dalle coste e in assenza di altre unità navali della zona, ivi comprese quelle delle Guardia Costiera Libica, i soccorritori della nave Aquarius hanno prestato la prima assistenza alla imbarcazione in difficoltà distribuendo giubbotti salvagente alle 116 persone che erano a bordo del gommone.
Il Mrcc di Roma ha poco dopo autorizzato il trasferimento delle 116 persone a bordo della nave Aquarius, dove i naufraghi sono stati presi in carico dal personale medico di Msf, anche nella considerazione dell’urgenza derivante da una importante perdita di carburante al fondo del gommone, che rischiava di causare gravi ustioni alle persone sedute al centro dell’imbarcazione.
Completata questa prima operazione di salvataggio, il Mrcc ha poi segnalato alle navi delle ong presenti nella zona ad est di Tripoli la presenza di una seconda imbarcazione in pericolo. La nave Open Arms, della Ong Proactiva, ha individuato poco dopo il gommone e avviato la distribuzione di giubbotti di salvataggio, collaborando poi al trasferimento, in accordo con il Mrcc, delle 135 persone a bordo della nave Aquarius.
Fonte
Che ci racconta poche cose, ma terribilmente serie.
a) il traffico di migranti, opportunamente “ridotto” per dar modo ai governi europei di farsi vedere “efficaci” agli occhi di un’opinione pubblica in preda alle allucinazioni indotte, prosegue proprio a partire dalle poche zone costiere controllate dal “governo libico” del fantoccio Al Serraj. Per il momento, infatti, un altro accordo con le milizie di Sabrata, ha fermato la direttrice principale.
b) Paghiamo – noi europei, tutti, compreso chi scrive – con le nostre tasse una piccola squadriglia di tagliagole abituati a pretendere un prezzo per il passaggio da una sponda all’altra; con il loro buon cuore, sono capaci di prendere un “pizzo” supplementare per tenerseli lì, dopo averli spogliati di ogni avere. Un pizzo pagato direttamente dal governo italiano, per ora, con la scusa di “combattere i trafficanti”. In realtà, solo per impedire che altri migranti arrivino sulle nostre coste (senza nemmeno la penosa distinzione tra “rifugiati” ed “economici”, che li ammazzino tutti...).
c) Quei tagliagole non sanno ovviamente cosa farsene di gente ormai senza più nulla, che dovrebbe dunque essere nutrita per restare in vita. Un po’ li tengono come eventuale arma di pressione, se i governi europei non dovessero pagare quanto promesso nei tempi concordati; gli altri...
Quando un tribunale internazionale aprirà finalmente un processo per crimini contro l’umanità, a Minniti e Gentiloni dovrebbe esser riservato un posto di prima fila...
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«Le guardie libiche ci uccidono e ci gettano in una buca»
da Vita
Terrificante racconto di un giovane camerunense, raccolto da una volontaria dell’ong Sos Mediterranée dopo il salvataggio suo e di altre di 250 persone domenica 27 agosto, concordato con la Guardia costiera e le altre ong presenti in mare. “Ascoltiamo queste testimonianze prima che sia troppo tardi”, chiede ai governi la vicepresidente dell’organizzazione
“I libici ci hanno picchiato tutto il tempo, senza motivo. Ci hanno messo in prigione, sempre senza motivo. Le guardie carcerarie uccidono la gente e la gettano in una buca. Chiudono la buca soltanto quando è piena di corpi”. E’ talmente sconvolgente da sembrare appartenente al mondo irreale degli incubi la testimonianza di un giovane camerunense raccolta da una volontaria della Aquarius, la nave di salvataggio dell’organizzazione umanitaria italo-franco-tedesca Sos Mediterranée, gestita in partnership con Msf, Medici senza frontiere, che domenica 27 agosto 2017 ha tratto in salvo due imbarcazioni in acque internazionali ad est di Tripoli. In totale 251 persone – tra cui 26 donne, 5 bambini sotto i 5 anni e 29 minori non accompagnati – sono state salvate e condotte al sicuro a bordo della nave.
“La frusta, mattina, pomeriggio e sera: questo è il nostro pasto. Ho assistito a una scena di tortura in cui guardie libiche hanno colpito la testa di un prigioniero appeso a testa in giù, come una palla“, ha raccontato il ragazzo africano, che ha spiegato di avere trascorso 6 mesi in stato di detenzione in Libia. “Abbiamo tutti sofferto così tanto. Tutte le persone che vedete qui sono passate attraverso tante prove, sono morte dentro da molto tempo, anche le loro famiglie devono credere che siano morti. Oggi è come una resurrezione”.
Narrazioni agghiaccianti di fronte a cui Sophie Beau, vicepresidente di Sos Mediterranée, chiede di non rimanere indifferenti: “La prima cosa che raccontano i naufraghi quando arrivano a bordo non è il trauma del viaggio in mare. Quello che evocano, prima di tutto, è quello che chiamano ‘l’inferno libico’: sequestri di persona, stupri, estorsioni di riscatto sotto tortura, abusi e umiliazioni, il lavoro forzato, i mercati di schiavi”, rimarca Beau.
“I migranti sono in balia di un traffico di esseri umani su larga scala. Invitiamo gli Stati europei e mediterranei ad ascoltare queste storie terrificanti prima che sia troppo tardi e che altre persone muoiano in mare mentre cercano di fuggire dalla Libia, o vengano respinte e rimandate nelle mani dei loro carnefici”.
Appello che arriva proprio nel momento in cui i leader europei stanno invece elogiando le ultime mosse del governo italiano che ha stretto accordi con le autorità libiche per pattugliare le proprie coste per non fare partire le imbarcazioni.
Secondo i racconti delle persone soccorse, le imbarcazioni sarebbero partite da Al Khums, ad est della capitale. “Le due operazioni di salvataggio di domenica hanno avuto luogo in acque internazionali ad est di Tripoli, mentre la maggior parte dei salvataggi dall’inizio dell’anno si erano svolti ad ovest, al largo di Sabratha”, ha detto Nicola Stalla, il coordinatore dei soccorsi di Sos Mediterranée a bordo della nave Aquarius.
Alle 6.30 di domenica mattina, il Centro di coordinamento del soccorso marittimo di Roma (Mrcc) ha chiesto alla nave Aquarius di ricercare attivamente una imbarcazione in difficoltà segnalata a 20 miglia nautiche dalla costa libica, facendo presente che anche la guardia costiera libica, avvertita della presenza di questa imbarcazione, sarebbe potuta intervenire. Dopo aver individuato l’imbarcazione in difficoltà a 24 miglia nautiche dalle coste e in assenza di altre unità navali della zona, ivi comprese quelle delle Guardia Costiera Libica, i soccorritori della nave Aquarius hanno prestato la prima assistenza alla imbarcazione in difficoltà distribuendo giubbotti salvagente alle 116 persone che erano a bordo del gommone.
Il Mrcc di Roma ha poco dopo autorizzato il trasferimento delle 116 persone a bordo della nave Aquarius, dove i naufraghi sono stati presi in carico dal personale medico di Msf, anche nella considerazione dell’urgenza derivante da una importante perdita di carburante al fondo del gommone, che rischiava di causare gravi ustioni alle persone sedute al centro dell’imbarcazione.
Completata questa prima operazione di salvataggio, il Mrcc ha poi segnalato alle navi delle ong presenti nella zona ad est di Tripoli la presenza di una seconda imbarcazione in pericolo. La nave Open Arms, della Ong Proactiva, ha individuato poco dopo il gommone e avviato la distribuzione di giubbotti di salvataggio, collaborando poi al trasferimento, in accordo con il Mrcc, delle 135 persone a bordo della nave Aquarius.
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21/12/2016
Ambasciatore porta pena, se la guerra è alle porte
L'uccisione di un ambasciatore nell'ultimo secolo, avrebbe provocato reazioni ben più pesanti di quello a cui stiamo assistendo dopo l'omicidio in diretta dell'ambasciatore russo in Turchia. La memoria remota va all'Arciduca assassinato a Sarajevo nel 1914, quella più recente va alla prima invasione israeliana del Libano nel 1982, che usò come casus belli il ferimento dell'ambasciatore israeliano a Londra. La ridda di ipotesi sul mandante o le motivazioni dell'uccisione dell'ambasciatore russo alimenteranno per mesi una discussione che diventerebbe sterile se non venisse messa in connessione con il contesto in cui questo attentato è avvenuto.
Il tir omicida di Berlino non ha invece scelto nessun obiettivo mirato, "accontentandosi" di far vivere l'esperienza della guerra in casa anche a chi la vede solo in televisione senza più provare neppure il brivido dell'orrore, e soprattutto senza chiedersi dove siano e cosa stiano facendo i "nostri ragazzi in missione all'estero". Anche qui ci si potrebbe facilmente perdere in ricostruzioni dietrologiche all'infinito, ma "il contesto" – oltre che la coincidenza temporale – lega Ankara e Berlino così strettamente da sconsigliare ogni bla bla.
La guerra in Siria, in corso ormai dal 2011, non è la causa o almeno non è la sola. Il Sole 24 Ore ci ricorda come all'inizio di quella guerra, altri due ambasciatori – quello statunitense e quello francese – passeggiassero per le strade di Hama insieme ai "ribelli anti-Assad". Un segnale inequivocabile di schieramento e corresponsabilità in quello che è accaduto negli ultimi cinque anni in quel paese. In Libia nel 2012 venne ucciso l'ambasciatore Usa che aveva sostenuto apertamente i ribelli anti-Gheddafi e spianato la strada all'intervento militare dei paesi Nato nel 2011, che ha frantumato in mille pezzi il paese.
Trasformare i conflitti interni in operazioni strategiche di rovesciamento di regimi, governi, mappa geopolitica, tracciati delle pipelines energetiche, è la costante alla quale hanno lavorato per anni le maggiori potenze imperialiste del mondo. In Africa ancora prima che in Medio Oriente passando per l'Europa dell'est. In troppi hanno già dimenticato ad esempio il carattere “costituente” dello smembramento e della guerra nella ex Jugoslavia. Non solo venne coniato l'ossimoro della “guerra umanitaria”, ma venne sancito il diritto di riscrivere la mappa del mondo e la sorte dei popoli sulla base di interessi superiori, in larga parte coincidente con quelli delle maggiori potenze economiche e militari e dei loro alleati regionali.
E' in questo buco nero della storia che sono state alimentate le ambizioni che hanno via via attratto altre potenze, “solo” regionali, nella frenesia di prendersi parte del bottino. Non solo Israele, ma anche Turchia, Arabia Saudita, Iran, stanno giocando la loro partita in Siria, Iraq, Libano, Libia etc. Le alleanze sono spesso temporanee, con bruschi rovesciamenti che si ripercuotono sui gruppi di riferimento nei vari paesi, spesso rappresentati da gruppi etnici, clan tribali o religiosi. Il protettore di ieri si trasforma così nel macellaio di oggi, dando vita ad una coda di massacri, vendette, recriminazioni.
Un gioco sporco che le potenze regionali hanno imparato da quelle più grandi, quelle che prima hanno disegnato e imposto i confini del Medio Oriente e dell'Africa nell'epoca coloniale (Gran Bretagna, Francia, Italia, Belgio) e poi si sono viste imporre una nuova gerarchia dalla potenza imperialista egemone dalla metà del XX Secolo: gli Stati Uniti.
Ma, come dice Kissinger, l'ordine mondiale che abbiamo conosciuto negli ultimi decenni è entrato in una crisi irreversibile, e gli Usa – l'unica superpotenza di ieri – non hanno più l'egemonia. Possono giocare solo la carta della supremazia militare. Un fattore talmente evidente che stiamo assistendo al boom delle spese militari in tutto il mondo, inclusa l'Unione Europea.
Ma se questa è la tendenza, possiamo continuare a sottovalutare il rischio di guerra? Allontaniamo per un attimo l'idea di un conflitto generalizzato tra grandi potenze. L'esistenza e la diffusione delle armi nucleari (in quantità rilevanti o comunque “dissuasive”) pone tale prospettiva sulla via della “rovina comune delle classi in lotta”, che Marx non elimina ma inquadra come barbarie estrema, la cui sola alternativa è il socialismo. Parliamo invece delle “cento guerre” che abbiamo di fronte. Quelle dei massacri in Medio Oriente o in Africa, che spingono milioni di persone a fuggire, a cercare protezione in altri paesi, perché il proprio è ridotto a macerie e scannatoio.
La saga delle ipocrisie è indecente. Vedere i governi di Stati Uniti e Francia indignarsi per Aleppo dopo aver taciuto sui massacri statunitensi a Falluja, su quelli israeliani a Gaza (o sui bombardamenti evidentemente “petalosi” su Mosul) è qualcosa di assai più fetido di un doppio standard.
La divisione oggi non passa tra chi si commuove per Aleppo e chi no. Troppo cinico e troppo falso. La divisione passa tra chi sta maturando la consapevolezza della fase storica in cui siamo entrati ed agisce affinché non si trasformi in carneficina e chi pensa che il proprio statu quo vada difeso a tutti i costi, anche istigando al massacro o lasciando massacrare la gente. Purché fuori dalla porta di casa propria...
Fonte
Il tir omicida di Berlino non ha invece scelto nessun obiettivo mirato, "accontentandosi" di far vivere l'esperienza della guerra in casa anche a chi la vede solo in televisione senza più provare neppure il brivido dell'orrore, e soprattutto senza chiedersi dove siano e cosa stiano facendo i "nostri ragazzi in missione all'estero". Anche qui ci si potrebbe facilmente perdere in ricostruzioni dietrologiche all'infinito, ma "il contesto" – oltre che la coincidenza temporale – lega Ankara e Berlino così strettamente da sconsigliare ogni bla bla.
La guerra in Siria, in corso ormai dal 2011, non è la causa o almeno non è la sola. Il Sole 24 Ore ci ricorda come all'inizio di quella guerra, altri due ambasciatori – quello statunitense e quello francese – passeggiassero per le strade di Hama insieme ai "ribelli anti-Assad". Un segnale inequivocabile di schieramento e corresponsabilità in quello che è accaduto negli ultimi cinque anni in quel paese. In Libia nel 2012 venne ucciso l'ambasciatore Usa che aveva sostenuto apertamente i ribelli anti-Gheddafi e spianato la strada all'intervento militare dei paesi Nato nel 2011, che ha frantumato in mille pezzi il paese.
Trasformare i conflitti interni in operazioni strategiche di rovesciamento di regimi, governi, mappa geopolitica, tracciati delle pipelines energetiche, è la costante alla quale hanno lavorato per anni le maggiori potenze imperialiste del mondo. In Africa ancora prima che in Medio Oriente passando per l'Europa dell'est. In troppi hanno già dimenticato ad esempio il carattere “costituente” dello smembramento e della guerra nella ex Jugoslavia. Non solo venne coniato l'ossimoro della “guerra umanitaria”, ma venne sancito il diritto di riscrivere la mappa del mondo e la sorte dei popoli sulla base di interessi superiori, in larga parte coincidente con quelli delle maggiori potenze economiche e militari e dei loro alleati regionali.
E' in questo buco nero della storia che sono state alimentate le ambizioni che hanno via via attratto altre potenze, “solo” regionali, nella frenesia di prendersi parte del bottino. Non solo Israele, ma anche Turchia, Arabia Saudita, Iran, stanno giocando la loro partita in Siria, Iraq, Libano, Libia etc. Le alleanze sono spesso temporanee, con bruschi rovesciamenti che si ripercuotono sui gruppi di riferimento nei vari paesi, spesso rappresentati da gruppi etnici, clan tribali o religiosi. Il protettore di ieri si trasforma così nel macellaio di oggi, dando vita ad una coda di massacri, vendette, recriminazioni.
Un gioco sporco che le potenze regionali hanno imparato da quelle più grandi, quelle che prima hanno disegnato e imposto i confini del Medio Oriente e dell'Africa nell'epoca coloniale (Gran Bretagna, Francia, Italia, Belgio) e poi si sono viste imporre una nuova gerarchia dalla potenza imperialista egemone dalla metà del XX Secolo: gli Stati Uniti.
Ma, come dice Kissinger, l'ordine mondiale che abbiamo conosciuto negli ultimi decenni è entrato in una crisi irreversibile, e gli Usa – l'unica superpotenza di ieri – non hanno più l'egemonia. Possono giocare solo la carta della supremazia militare. Un fattore talmente evidente che stiamo assistendo al boom delle spese militari in tutto il mondo, inclusa l'Unione Europea.
Ma se questa è la tendenza, possiamo continuare a sottovalutare il rischio di guerra? Allontaniamo per un attimo l'idea di un conflitto generalizzato tra grandi potenze. L'esistenza e la diffusione delle armi nucleari (in quantità rilevanti o comunque “dissuasive”) pone tale prospettiva sulla via della “rovina comune delle classi in lotta”, che Marx non elimina ma inquadra come barbarie estrema, la cui sola alternativa è il socialismo. Parliamo invece delle “cento guerre” che abbiamo di fronte. Quelle dei massacri in Medio Oriente o in Africa, che spingono milioni di persone a fuggire, a cercare protezione in altri paesi, perché il proprio è ridotto a macerie e scannatoio.
La saga delle ipocrisie è indecente. Vedere i governi di Stati Uniti e Francia indignarsi per Aleppo dopo aver taciuto sui massacri statunitensi a Falluja, su quelli israeliani a Gaza (o sui bombardamenti evidentemente “petalosi” su Mosul) è qualcosa di assai più fetido di un doppio standard.
La divisione oggi non passa tra chi si commuove per Aleppo e chi no. Troppo cinico e troppo falso. La divisione passa tra chi sta maturando la consapevolezza della fase storica in cui siamo entrati ed agisce affinché non si trasformi in carneficina e chi pensa che il proprio statu quo vada difeso a tutti i costi, anche istigando al massacro o lasciando massacrare la gente. Purché fuori dalla porta di casa propria...
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23/11/2016
Il massacro di Columbine. Operai e capitale negli Usa
Massacro della Miniera di Columbine: 500 minatori in sciopero, massacrati con le mitragliatrice.
Il Massacro della miniera di Columbine è un tragico evento che accadde il 21 novembre 1927, quando alcuni minatori scioperanti vennero attaccati a colpi di mitragliatrice. Lo sciopero era stato proclamato dal sindacato IWW (International Workers of the World, cioè lavoratori internazionali del mondo).
Il contesto
La città aziendale di Serene era la sede della miniera Columbine, scavata sul fianco di una delle colline del Colorado. Lo sciopero durava da cinque giorni, e gli scioperanti organizzavano ogni mattina picchetti e cortei interni, perché la Columbine era una delle poche miniere di carbone dello Stato che non avesse fermato la produzione. Il 21 novembre 1927 circa cinquecento minatori, alcuni con moglie e figli, arrivarono alla porta Nord appena prima dell'alba, portando con loro con tre bandiere americane.
Nei giorni precedenti, per disposizione di Josephine Roche, figlia dell'appena scomparso proprietario della compagnia Rocky Mountain Fuel agli operai dei picchetti erano stati serviti caffè e biscotti. Ma quel mattino gli scioperanti trovarono ad aspettarli la appena ricostituita polizia di stato del Colorado, i cui membri erano anche chiamati rangers, che sbarrò loro il passo. I minatori rimasero sorpresi nel vedere uomini in borghese armati di pistole automatiche, fucili antisommossa e gas lacrimogeni. Guardie della compagnia armate di fucili, posizionate in cima alla miniera coprivano i rangers il cui capo, Louis Scherf, chiese gridando agli scioperanti chi fossero i loro capi. "Siamo tutti capi!", risposero. Scherf disse loro che non gli sarebbe stato concesso di entrare in città, e per un po' gli operai esitarono, indecisi sul da farsi, Ci fu una discussione, e molti sostennero che fosse loro diritto ad andare avanti. Dopotutto, Serene avava un ufficio postale pubblico, e alcuni dei loro bambini frequentavano le scuole, lì.
Fu riferito che uno dei poliziotti provocò gli operai, dicendo loro di venire pure avanti, se volevano, tanto li avrebbero ributtati fuori. Il capo dello sciopero Adam Bell si fece avanti, e chiese che il portone venisse aperto. Appena vi poggiò la mano, venne colpito da uno dei rangers con una mazza. Un sedicenne gli stava di fianco, portando una delle bandiere, che gli fu strappata di mano, Nel parapiglia che seguì, l'asta della bandiera fu rotta contro la palizzata. I minatori si lanciarono allora contro il portone, e i rangers lanciarono le granate lacrimogene. Una colpì alla schiena la signora Kubic, che stava scappando. Altri rilanciarono i lacrimogeni contro la polizia.
Spinti dall'esempio di Adam Bell, i primi minatori cominciarono ad arrampicarsi sul portone della palizzata, per scavalcarlo. Bell fu tirato giù da tre poliziotti, che lo colpirono violentemente alla testa con delle mazze. La signora Elizabeth Beranek, madre di 16 figli e portatrice di una delle bandiere cercò di proteggerlo scagliando la bandiera contro i poliziotti, che reagirono picchiandola duramente, e prendendosi la bandiera.
La polizia ammise di aver usato mazze nei tafferugli. Come disse Scherf, "li stendevamo appena scavalcavano la cancellata". I minatori dichiararono che le mazze erano pezzi di tubi del gas. Un minatore ruppe il naso ad un ranger, e un altro ne ferì uno alla mano con un coltello a serramanico, mentre altri ancora bersagliavano di pietre i poliziotti fino a colpirne uno, che cominciò a sanguinare da un taglio sotto l'occhio. Alla fine la polizia arretrò.
Il massacro
Imbaldanziti, gli scioperanti forzarono il portone in legno. Jerry Davis afferrò una delle bandiere mentre i minatori sciamavano attraverso il varco. Altri scalarono la palizzata ad Est del portone. Louis Scherf sparò due colpi della sua 45 sopra le teste dei minatori.
I suoi uomini fecero fuoco direttamente sulla folla. Nella fioca luce dell'alba gli scioperanti si sparpagliarono sotto una pioggia di piombo. Dodici rimasero sul terreno, alcuni stecchiti, altri in agonia. Almeno due, e forse tre mitragliatrici erano a disposizione nella miniera e i minatori successivamente dichiararono di essere stati decimati da fuoco incrociato proveniente dal capanno, una struttura che serviva a caricare il carbone nei carrelli, e da un camion parcheggiato sotto la cisterna dell'acqua.
John Eastenes, 34enne di Lafayette, sposato con sei figli morì all'istante. Nick Spanudakhis, anche lui 34enne e di Lafayette, gli sopravvisse qualche minuto. Frank Kovich di Erie, Rene Jacques, 26enne di Louisville, e il 21enne Jerry Davis morirono qualche ora dopo all'ospedale. La bandiera di Davis, ricamata con 17 buchi di pallottole, era sporca di sangue. Il 35enne Mike Vidovich di Erie morì dopo una settimana per le ferite riportate.
Successivamente, la polizia testimoniò di non aver usato mitragliatrici nello scontro. Alcuni testimoni identificarono una guardia della miniera che si era inerpicata sul capanno e avrebbe potuto azionare la mitragliatrice intallatavi sopra, fornendo una possibile spiegazione della discrepanza tra le testimonianze. Comunque, venne affermato che quella vicina alla cisterna fosse azionata da uno degli uomini di Scherf.
Continuarono ad esserci scontri violenti durante lo sciopero. Per tutti, citiamo la morte di due scioperanti a Walsenburg. Una giovane donna ricevette attenzione dai media nazionali. Indossava un vestito rosso fiamma e guidava i cortei degli scioperanti nelle miniere del sud, dopo che sua sorella Santa Benash era già stata arrestata per lo stesso motivo. Divenne famosa come 'la ragazza fiammeggiante', ma si chiamava Amelia Milka Sablich. Aveva diciannove anni.
Dopo la bancarotta della Colorado Fuel and Iron (CF&I), nuovo nome della compagnia del Colorado di John D. Rockefeller, Jr. è emerso che la compagnia aveva sistematicamente spiato, danneggiato e diffamato il sindacato durante lo sciopero del 1927.
Fonte
Il Massacro della miniera di Columbine è un tragico evento che accadde il 21 novembre 1927, quando alcuni minatori scioperanti vennero attaccati a colpi di mitragliatrice. Lo sciopero era stato proclamato dal sindacato IWW (International Workers of the World, cioè lavoratori internazionali del mondo).
Il contesto
La città aziendale di Serene era la sede della miniera Columbine, scavata sul fianco di una delle colline del Colorado. Lo sciopero durava da cinque giorni, e gli scioperanti organizzavano ogni mattina picchetti e cortei interni, perché la Columbine era una delle poche miniere di carbone dello Stato che non avesse fermato la produzione. Il 21 novembre 1927 circa cinquecento minatori, alcuni con moglie e figli, arrivarono alla porta Nord appena prima dell'alba, portando con loro con tre bandiere americane.
Nei giorni precedenti, per disposizione di Josephine Roche, figlia dell'appena scomparso proprietario della compagnia Rocky Mountain Fuel agli operai dei picchetti erano stati serviti caffè e biscotti. Ma quel mattino gli scioperanti trovarono ad aspettarli la appena ricostituita polizia di stato del Colorado, i cui membri erano anche chiamati rangers, che sbarrò loro il passo. I minatori rimasero sorpresi nel vedere uomini in borghese armati di pistole automatiche, fucili antisommossa e gas lacrimogeni. Guardie della compagnia armate di fucili, posizionate in cima alla miniera coprivano i rangers il cui capo, Louis Scherf, chiese gridando agli scioperanti chi fossero i loro capi. "Siamo tutti capi!", risposero. Scherf disse loro che non gli sarebbe stato concesso di entrare in città, e per un po' gli operai esitarono, indecisi sul da farsi, Ci fu una discussione, e molti sostennero che fosse loro diritto ad andare avanti. Dopotutto, Serene avava un ufficio postale pubblico, e alcuni dei loro bambini frequentavano le scuole, lì.
Fu riferito che uno dei poliziotti provocò gli operai, dicendo loro di venire pure avanti, se volevano, tanto li avrebbero ributtati fuori. Il capo dello sciopero Adam Bell si fece avanti, e chiese che il portone venisse aperto. Appena vi poggiò la mano, venne colpito da uno dei rangers con una mazza. Un sedicenne gli stava di fianco, portando una delle bandiere, che gli fu strappata di mano, Nel parapiglia che seguì, l'asta della bandiera fu rotta contro la palizzata. I minatori si lanciarono allora contro il portone, e i rangers lanciarono le granate lacrimogene. Una colpì alla schiena la signora Kubic, che stava scappando. Altri rilanciarono i lacrimogeni contro la polizia.
Spinti dall'esempio di Adam Bell, i primi minatori cominciarono ad arrampicarsi sul portone della palizzata, per scavalcarlo. Bell fu tirato giù da tre poliziotti, che lo colpirono violentemente alla testa con delle mazze. La signora Elizabeth Beranek, madre di 16 figli e portatrice di una delle bandiere cercò di proteggerlo scagliando la bandiera contro i poliziotti, che reagirono picchiandola duramente, e prendendosi la bandiera.
La polizia ammise di aver usato mazze nei tafferugli. Come disse Scherf, "li stendevamo appena scavalcavano la cancellata". I minatori dichiararono che le mazze erano pezzi di tubi del gas. Un minatore ruppe il naso ad un ranger, e un altro ne ferì uno alla mano con un coltello a serramanico, mentre altri ancora bersagliavano di pietre i poliziotti fino a colpirne uno, che cominciò a sanguinare da un taglio sotto l'occhio. Alla fine la polizia arretrò.
Il massacro
Imbaldanziti, gli scioperanti forzarono il portone in legno. Jerry Davis afferrò una delle bandiere mentre i minatori sciamavano attraverso il varco. Altri scalarono la palizzata ad Est del portone. Louis Scherf sparò due colpi della sua 45 sopra le teste dei minatori.
I suoi uomini fecero fuoco direttamente sulla folla. Nella fioca luce dell'alba gli scioperanti si sparpagliarono sotto una pioggia di piombo. Dodici rimasero sul terreno, alcuni stecchiti, altri in agonia. Almeno due, e forse tre mitragliatrici erano a disposizione nella miniera e i minatori successivamente dichiararono di essere stati decimati da fuoco incrociato proveniente dal capanno, una struttura che serviva a caricare il carbone nei carrelli, e da un camion parcheggiato sotto la cisterna dell'acqua.
John Eastenes, 34enne di Lafayette, sposato con sei figli morì all'istante. Nick Spanudakhis, anche lui 34enne e di Lafayette, gli sopravvisse qualche minuto. Frank Kovich di Erie, Rene Jacques, 26enne di Louisville, e il 21enne Jerry Davis morirono qualche ora dopo all'ospedale. La bandiera di Davis, ricamata con 17 buchi di pallottole, era sporca di sangue. Il 35enne Mike Vidovich di Erie morì dopo una settimana per le ferite riportate.
Successivamente, la polizia testimoniò di non aver usato mitragliatrici nello scontro. Alcuni testimoni identificarono una guardia della miniera che si era inerpicata sul capanno e avrebbe potuto azionare la mitragliatrice intallatavi sopra, fornendo una possibile spiegazione della discrepanza tra le testimonianze. Comunque, venne affermato che quella vicina alla cisterna fosse azionata da uno degli uomini di Scherf.
Continuarono ad esserci scontri violenti durante lo sciopero. Per tutti, citiamo la morte di due scioperanti a Walsenburg. Una giovane donna ricevette attenzione dai media nazionali. Indossava un vestito rosso fiamma e guidava i cortei degli scioperanti nelle miniere del sud, dopo che sua sorella Santa Benash era già stata arrestata per lo stesso motivo. Divenne famosa come 'la ragazza fiammeggiante', ma si chiamava Amelia Milka Sablich. Aveva diciannove anni.
Dopo la bancarotta della Colorado Fuel and Iron (CF&I), nuovo nome della compagnia del Colorado di John D. Rockefeller, Jr. è emerso che la compagnia aveva sistematicamente spiato, danneggiato e diffamato il sindacato durante lo sciopero del 1927.
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29/05/2016
Piano Condor: storica sentenza in Argentina contro gli aguzzini
Un tribunale di Buenos Aires ha inflitto ieri pene comprese tra gli 8 e i 25 anni di reclusione a 15 dei 17 imputati, giudicati colpevoli di aver messo in atto un piano concordato tra le dittature del Sud America per sopprimere gli oppositori. Al momento della lettura della sentenza, durata più di un’ora, l’aula del tribunale era gremita di sopravvissuti alle torture e di familiari delle vittime, molti arrivati anche da altri Paesi latinoamericani. Quando i giudici hanno finito di leggere, il pubblico ha urlato «Presente!».
Si tratta di una sentenza storica. Per la prima volta il verdetto di un tribunale certifica l’esistenza del piano Condor, il progetto criminale messo in atto negli anni settanta nei Paesi del Cono Sur per eliminare fisicamente e con ferocia chiunque si opponesse al fascismo come sistema politico e al neo-liberismo come dogma economico. “Mai prima ci furono condanne così nette e quindi non importa che molti degli imputati siano morti nel frattempo”, afferma alle agenzie di stampa Nora Cortinas, 88 anni, madre de Plaza de Mayo linea fundadora, che dal 30 aprile del ’77 non ha saputo più nulla di suo figlio Carlos Gustavo, inghiottito dal regime militare argentino.
A Buenos Aires, Nora con tanti altri familiari di desaparecidos e associazioni per i diritti umani, ha ascoltato in un’aula silenziosa il lungo elenco dei nomi dei 15 condannati e i reati commessi: gli ex ufficiali Santiago Riveros, Manuel Cordero Piacentini e l’agente della Side Miguel Ángel Furci a 25 anni di prigione, e l’ultimo capo della giunta militare argentina, di origine italiana, Reynaldo Bignone, a 20 anni di carcere. Venticinque anni anche per l’ex colonnello uruguayano Manuel Cordero, responsabile, tra l’altro, della sparizione di Maria Claudia Garcia, nuora incinta del poeta argentino Juan Gelman, che ha cercato instancabilmente sua nipote, strappata al seno della vera madre rapita, torturata e uccisa e cresciuta da un militare e da sua moglie.
“E’ il primo uruguayano condannato per la vicenda di mia mamma, per me è molto significativo”, ha detto a caldo Macarena Gelmans. La sentenza sul Piano Condor è “molto importante per sottolineare che prima del Mercosur economico c’è stato un Mercosur del terrore. La rete repressiva tentava di non lasciare opportunità a quelli che volevano opporsi al terrorismo di Stato”, spiega il ministro plenipotenziario all’ambasciata argentina a Roma, Carlos Cherniak, il quale ritiene che questo verdetto possa costituire un “punto di riferimento per la memoria di quegli anni in tutta la regione, anche in quei Paesi che non hanno potuto fare giustizia”.
Furci, l’unico imputato presente in aula al momento della lettura della sentenza, è stato dichiarato colpevole di 67 sequestri di persona e 62 casi di tortura, per le azioni commesse nella prigione illegale chiamata «Automotores Orletti». Sono stati invece assolti gli ex direttori del liceo militare General Espejo de Mendoza, Carlos Horacio Tragant e Juan Avelino Rodríguez.
La Corte ha proceduto per reati specifici verso persone specifiche che vanno dalla privazione della libertà alle torture ma la novità è che i giudici hanno condannato la maggior parte degli imputati per “associazione illecita nell’ambito del Plan Condor che è consistito materialmente – ha letto il giudice – nel reato di privazione della libertà commesso” da parte di militari che hanno abusato della loro funzione e “reiterato” l’orribile crimine di aver fatto sparire, torturare e uccidere decine e decine di persone tra Argentina, Cile, Uruguay, Paraguay, Bolivia, Brasile, Perù.
Quando il processo è iniziato tre anni fa, nel febbraio 2013, gli accusati erano 25. Solo 17, però, sono rimasti in vita: otto sono deceduti e tra questi il dittatore argentino Jorge Videla (nella foto insieme a Pinochet). L’inchiesta che ha portato al processo è iniziata quando, nel 1992 in Paraguay, furono scoperti quasi per caso gli archivi dettagliati del Piano Condor.
Finora, nonostante i più di 30 anni trascorsi dalla firma del criminale patto, siglato il 28 dicembre del 1975 a Santiago del Cile e trovato appunto in quello che è stato ribattezzato “l’Archivio del Terrore”, nessuna sentenza giudiziaria aveva riconosciuto l’esistenza di questa ‘associazione a delinquere’ formata da tutti i regimi di estrema destra dell’America Latina.
La causa è stata istruita con un lavoro lunghissimo: sono stati ascoltate centinaia di testimonianze di persone appartenenti a tutte le nazionalità dei Paesi coinvolti nel Piano Condor; c’è stato il contributo attivo di associazioni di diritti umani e di organizzazioni internazionali; sono stati esaminati 423 fascicoli della commissione nazionale sulla sparizione di persone; centinaia di documenti delle Forze armate; decine di migliaia di documenti declassificati del Dipartimento di Stato americano, ricorda il Cels (Centro de estudios legales y sociales). D’altronde il Piano Condor fu pensato e attuato grazie al fondamentale sostegno degli Stati Uniti e dei suoi apparati militari e di intelligence, interessati a sostenere regimi fascisti e liberisti in linea con le esigenze politiche e gli interessi economici di Washington.
Le motivazioni della sentenza saranno rese pubbliche il 9 agosto di quest’anno, ha precisato il giudice. “Tra le carte degli archivi del terrore che ho scoperto nel 1992 in Paraguay – racconta il premio Nobel alternativo 2002 e membro dell’associazione dei giuristi americani, Martin Almada, nella prefazione di un libro di Federico Tulli sui “figli rubati” italiani – c’era un documento fondamentale”, datato 25 novembre 1975, e “c’era scritto che si trattava di un’operazione militare organizzata in collaborazione tra le polizie dei sette Paesi del Cono Sur con lo scopo di salvare la civiltà cristiana e occidentale dalla morsa del comunismo”. Un’operazione, ricorda Almada, che si è svolta “sotto l’ala protettrice della Cia statunitense” e che tra “il 1975 e il 1985 portò alla morte per omicidio almeno 100mila persone, l’intera classe pensante dell’America latina”.
La sentenza di ieri in Argentina, sperano in molti, potrebbe avere un effetto domino sul resto del continente dove finora l’impunità per gli aguzzini dei regimi militari degli anni ’70 e ’80 è stata quasi assoluta. In Brasile, ad esempio, dove una legge impedisce ai tribunali di processare i responsabili dei crimini commessi durante la dittatura (1964-1985). Un altro processo contro gli aguzzini del Piano Condor è in corso a Roma, e coinvolge 30 ex militari e civili di Bolivia, Cile, Perù e Uruguay, accusati della sparizione e della morte di 43 oppositori, tra i quali molti di origine italiana.
Fonte
Si tratta di una sentenza storica. Per la prima volta il verdetto di un tribunale certifica l’esistenza del piano Condor, il progetto criminale messo in atto negli anni settanta nei Paesi del Cono Sur per eliminare fisicamente e con ferocia chiunque si opponesse al fascismo come sistema politico e al neo-liberismo come dogma economico. “Mai prima ci furono condanne così nette e quindi non importa che molti degli imputati siano morti nel frattempo”, afferma alle agenzie di stampa Nora Cortinas, 88 anni, madre de Plaza de Mayo linea fundadora, che dal 30 aprile del ’77 non ha saputo più nulla di suo figlio Carlos Gustavo, inghiottito dal regime militare argentino.
A Buenos Aires, Nora con tanti altri familiari di desaparecidos e associazioni per i diritti umani, ha ascoltato in un’aula silenziosa il lungo elenco dei nomi dei 15 condannati e i reati commessi: gli ex ufficiali Santiago Riveros, Manuel Cordero Piacentini e l’agente della Side Miguel Ángel Furci a 25 anni di prigione, e l’ultimo capo della giunta militare argentina, di origine italiana, Reynaldo Bignone, a 20 anni di carcere. Venticinque anni anche per l’ex colonnello uruguayano Manuel Cordero, responsabile, tra l’altro, della sparizione di Maria Claudia Garcia, nuora incinta del poeta argentino Juan Gelman, che ha cercato instancabilmente sua nipote, strappata al seno della vera madre rapita, torturata e uccisa e cresciuta da un militare e da sua moglie.
“E’ il primo uruguayano condannato per la vicenda di mia mamma, per me è molto significativo”, ha detto a caldo Macarena Gelmans. La sentenza sul Piano Condor è “molto importante per sottolineare che prima del Mercosur economico c’è stato un Mercosur del terrore. La rete repressiva tentava di non lasciare opportunità a quelli che volevano opporsi al terrorismo di Stato”, spiega il ministro plenipotenziario all’ambasciata argentina a Roma, Carlos Cherniak, il quale ritiene che questo verdetto possa costituire un “punto di riferimento per la memoria di quegli anni in tutta la regione, anche in quei Paesi che non hanno potuto fare giustizia”.
Furci, l’unico imputato presente in aula al momento della lettura della sentenza, è stato dichiarato colpevole di 67 sequestri di persona e 62 casi di tortura, per le azioni commesse nella prigione illegale chiamata «Automotores Orletti». Sono stati invece assolti gli ex direttori del liceo militare General Espejo de Mendoza, Carlos Horacio Tragant e Juan Avelino Rodríguez.
La Corte ha proceduto per reati specifici verso persone specifiche che vanno dalla privazione della libertà alle torture ma la novità è che i giudici hanno condannato la maggior parte degli imputati per “associazione illecita nell’ambito del Plan Condor che è consistito materialmente – ha letto il giudice – nel reato di privazione della libertà commesso” da parte di militari che hanno abusato della loro funzione e “reiterato” l’orribile crimine di aver fatto sparire, torturare e uccidere decine e decine di persone tra Argentina, Cile, Uruguay, Paraguay, Bolivia, Brasile, Perù.
Quando il processo è iniziato tre anni fa, nel febbraio 2013, gli accusati erano 25. Solo 17, però, sono rimasti in vita: otto sono deceduti e tra questi il dittatore argentino Jorge Videla (nella foto insieme a Pinochet). L’inchiesta che ha portato al processo è iniziata quando, nel 1992 in Paraguay, furono scoperti quasi per caso gli archivi dettagliati del Piano Condor.
Finora, nonostante i più di 30 anni trascorsi dalla firma del criminale patto, siglato il 28 dicembre del 1975 a Santiago del Cile e trovato appunto in quello che è stato ribattezzato “l’Archivio del Terrore”, nessuna sentenza giudiziaria aveva riconosciuto l’esistenza di questa ‘associazione a delinquere’ formata da tutti i regimi di estrema destra dell’America Latina.
La causa è stata istruita con un lavoro lunghissimo: sono stati ascoltate centinaia di testimonianze di persone appartenenti a tutte le nazionalità dei Paesi coinvolti nel Piano Condor; c’è stato il contributo attivo di associazioni di diritti umani e di organizzazioni internazionali; sono stati esaminati 423 fascicoli della commissione nazionale sulla sparizione di persone; centinaia di documenti delle Forze armate; decine di migliaia di documenti declassificati del Dipartimento di Stato americano, ricorda il Cels (Centro de estudios legales y sociales). D’altronde il Piano Condor fu pensato e attuato grazie al fondamentale sostegno degli Stati Uniti e dei suoi apparati militari e di intelligence, interessati a sostenere regimi fascisti e liberisti in linea con le esigenze politiche e gli interessi economici di Washington.
Le motivazioni della sentenza saranno rese pubbliche il 9 agosto di quest’anno, ha precisato il giudice. “Tra le carte degli archivi del terrore che ho scoperto nel 1992 in Paraguay – racconta il premio Nobel alternativo 2002 e membro dell’associazione dei giuristi americani, Martin Almada, nella prefazione di un libro di Federico Tulli sui “figli rubati” italiani – c’era un documento fondamentale”, datato 25 novembre 1975, e “c’era scritto che si trattava di un’operazione militare organizzata in collaborazione tra le polizie dei sette Paesi del Cono Sur con lo scopo di salvare la civiltà cristiana e occidentale dalla morsa del comunismo”. Un’operazione, ricorda Almada, che si è svolta “sotto l’ala protettrice della Cia statunitense” e che tra “il 1975 e il 1985 portò alla morte per omicidio almeno 100mila persone, l’intera classe pensante dell’America latina”.
La sentenza di ieri in Argentina, sperano in molti, potrebbe avere un effetto domino sul resto del continente dove finora l’impunità per gli aguzzini dei regimi militari degli anni ’70 e ’80 è stata quasi assoluta. In Brasile, ad esempio, dove una legge impedisce ai tribunali di processare i responsabili dei crimini commessi durante la dittatura (1964-1985). Un altro processo contro gli aguzzini del Piano Condor è in corso a Roma, e coinvolge 30 ex militari e civili di Bolivia, Cile, Perù e Uruguay, accusati della sparizione e della morte di 43 oppositori, tra i quali molti di origine italiana.
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17/11/2014
La guerra, il coraggio, i prati
E’ stata Guerra ed è stata Grande, così l’hanno definita per i numeri: fra i sedici e i venti milioni di morti. Ammazzati e crepati. Nove di qua, sette di là e tre milioni che non si sa di chi fossero. Alla fine della conta non importava più, tanto di nomi con cui infarcire lapidi ce n’era un’infinità. E degli sconosciuti uno valeva per tutti, consacrato in un mausoleo nazionale. Ogni Patria ebbe il suo Milite Ignoto. Fra i cadaveri anche sette milioni di civili, che per uno scontro da campi di battaglia e senza le enormi stragi dal cielo è un bel record. Record, come nello sport, che però fermava la neonata passerella olimpica piegandosi alla contesa armata, diversamente da quanto accadeva nell’antico mondo. Ventidue nazioni partecipanti sui due fronti. Partecipanti, come fosse una gara. La corsa alla morte certa, che i teorici di classismo, autoritarismo e dominio definivano purificatrice. Loro, più folli dei tiranni Cecco Beppe e Zar Nicola. Loro, intellettuali cinici, cullati nel ventre delle democrazie borghesi nutrite dalla linfa coloniale. Bramavano un aiuto “igienico” più potente di quanto la natura già dispensava di suo con la febbre spagnola.
Numeri e carni da macello, lacerati com’erano i soldati-contadini di ogni landa spediti dietro a un vessillo a scannarsi per prendere una valle, un monte, allargare il confine su un crinale. Su un angolo d’una cima (venti, quaranta metri orizzontali?) c’è il manipolo di eroi dipinto da Ermanno Olmi che su carni straziate e capitani di ventura già s’era cimentato col semi biografico ed estetizzante “Il mestiere delle armi”. Ma non c’è arma più potente del ricordo con cui il regista ricompone i racconti del padre ex soldato, scampato per sua fortuna al possibile castigo della guerra. Riempita poi di festeggiamenti e orgoglio. Di Patria risorta, Risorgimento compiuto, riscatto morale, ma anche di rancori per chi, fuori d’ogni realismo, voleva tutto e cercava altre imprese e sciagurate battaglie, vaneggiando di “vittoria mutilata”. La Storia dell’ultima pellicola olmiana, è semplice e vera come la radice buona che la terra nutre e fa fruttare. E’ piena dell’essenza rurale ch’egli conosce e rimpiange. Narra dell’eroismo naturale del contadino e montanaro in divisa, capaci di stare per mesi sotto quattro metri di neve. Sottoterra.
Febbricitante e malnutrito, pronto a morire (Patria o no) a ogni battere di ciglia, di scemenza tattica dei propri comandi, di mortaio nemico, di assalto alla baionetta inferto o subìto. L’ungarettiana “Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie” aveva poetizzato la straziante condizione, l’attesa, rassegnata o meno, non fa differenza. Esserci e condividere odore del sangue e ordinarie paure, pustole e pulci, missive e sogni, desiderio di vita e canzonette, ben lontani dalle aberrazioni guerrafondaie di grandi penne della narrazione, invasate dalle categorie delle proprie ossessioni combattentistiche trasformate in missione e lavacro (“Coraggio significa farsi inchiodare, da soli, alla croce della propria missione, significa professare fede in quel che si pensa, per ciò in cui si è combattuto e caduto, anche esalando l’ultimo respiro con ultimo guizzo nervoso…”. Da Ernst Jünger, “La battaglia come esperienza interiore”, Piano B, traduzione di Simone Buttazzi). L’animo afflitto del montanaro-soldato, che non vedrà più il verde dei prati, né il familiare abito d’oro del larice, attende il suo turno di vita o di morte fuori dalla retorica e dal fanatismo, con la saggezza d’un istintivo rapporto esistenziale. Il suo coraggio è molto più grande di qualsiasi missione, patriottica o vitalistica. E’ il coraggio di essere uomini che affrontano il destino.
Fonte
Numeri e carni da macello, lacerati com’erano i soldati-contadini di ogni landa spediti dietro a un vessillo a scannarsi per prendere una valle, un monte, allargare il confine su un crinale. Su un angolo d’una cima (venti, quaranta metri orizzontali?) c’è il manipolo di eroi dipinto da Ermanno Olmi che su carni straziate e capitani di ventura già s’era cimentato col semi biografico ed estetizzante “Il mestiere delle armi”. Ma non c’è arma più potente del ricordo con cui il regista ricompone i racconti del padre ex soldato, scampato per sua fortuna al possibile castigo della guerra. Riempita poi di festeggiamenti e orgoglio. Di Patria risorta, Risorgimento compiuto, riscatto morale, ma anche di rancori per chi, fuori d’ogni realismo, voleva tutto e cercava altre imprese e sciagurate battaglie, vaneggiando di “vittoria mutilata”. La Storia dell’ultima pellicola olmiana, è semplice e vera come la radice buona che la terra nutre e fa fruttare. E’ piena dell’essenza rurale ch’egli conosce e rimpiange. Narra dell’eroismo naturale del contadino e montanaro in divisa, capaci di stare per mesi sotto quattro metri di neve. Sottoterra.
Febbricitante e malnutrito, pronto a morire (Patria o no) a ogni battere di ciglia, di scemenza tattica dei propri comandi, di mortaio nemico, di assalto alla baionetta inferto o subìto. L’ungarettiana “Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie” aveva poetizzato la straziante condizione, l’attesa, rassegnata o meno, non fa differenza. Esserci e condividere odore del sangue e ordinarie paure, pustole e pulci, missive e sogni, desiderio di vita e canzonette, ben lontani dalle aberrazioni guerrafondaie di grandi penne della narrazione, invasate dalle categorie delle proprie ossessioni combattentistiche trasformate in missione e lavacro (“Coraggio significa farsi inchiodare, da soli, alla croce della propria missione, significa professare fede in quel che si pensa, per ciò in cui si è combattuto e caduto, anche esalando l’ultimo respiro con ultimo guizzo nervoso…”. Da Ernst Jünger, “La battaglia come esperienza interiore”, Piano B, traduzione di Simone Buttazzi). L’animo afflitto del montanaro-soldato, che non vedrà più il verde dei prati, né il familiare abito d’oro del larice, attende il suo turno di vita o di morte fuori dalla retorica e dal fanatismo, con la saggezza d’un istintivo rapporto esistenziale. Il suo coraggio è molto più grande di qualsiasi missione, patriottica o vitalistica. E’ il coraggio di essere uomini che affrontano il destino.
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06/10/2014
Guerrero: studenti rapiti dalla polizia, scoperte fosse comuni
Sembrano esser stati confermati i timori di quanti, di fronte alla sparizione di decine di studenti della cittadina di Iguala nel Guerrero, avevano da subito pensato al peggio.
Dopo giorni di manifestazioni, petizioni, scioperi e scontri nello stato ed in altri territori del Messico, sabato alcune fosse comuni sono state scoperte nelle campagne, in un luogo isolato, ad alcuni chilometri dalla località dove dieci giorni fa la polizia e i pistoleros al soldo dell’oligarchia locale hanno attaccato circa 100 studenti della scuola magistrale ‘Normal’ di Ayotzinapa a colpi di arma da fuoco, uccidendo in totale sei persone.
Da quel momento erano spariti nel nulla 57 studenti; dopo qualche ora 14 di loro erano tornati alle loro case, raccontando di una tremenda caccia all’uomo da parte degli agenti di polizia e dei sicari che avevano sparato contro gli autobus sui quali i giovani erano saliti per recarsi ad una manifestazione e, non contenti, avevano torturato e ucciso alcuni di loro, oltre ad alcuni passanti. Degli altri 43 però nessuna traccia, fino appunto al ritrovamento delle fosse comuni nelle quali, finora, sarebbero stati rinvenuti 28 cadaveri.
Le buche sono state da subito blindate da centinaia di uomini dell’Esercito, della Marina e della Polizia Federale messicani che hanno impedito l’accesso a giornalisti e familiari, piazzando alcuni check point intorno alla località per operare un ulteriore filtro. Solo a sei ispettori della Commissione Nazionale per i Diritti Umani è stato permesso l’accesso al sito, ore dopo l’inizio dell’esumazione dei corpi. Secondo le indiscrezioni raccontate alla stampa da un agente della Polizia federale, è impossibile a vista stabilire l’identità dei corpi, che sono stati bruciati non è ancora chiaro se prima o dopo che le vittime sono state uccise.
Spetterà alle autopsie e agli esami del Dna stabilire l’identità delle vittime e la modalità della loro uccisione. Ma ci vorranno, per avere i risultati, dalle due settimane ai due mesi, almeno stando a quanto affermato dal procuratore capo dello stato del Guerrero, Iñaki Blanco. Per ora gli inquirenti non ammettono neanche che i corpi possano essere quelli degli studenti scomparsi lo scorso 26 di settembre.
L’unica cosa che Blanco si è azzardato a dire è che ci sono prove del coinvolgimento della malavita organizzata nella strage, in particolare della banda di narcos denominata ‘Guerrieri uniti’, della quale fanno parte alcuni dei 30 poliziotti e sicari arrestati all’indomani della strage di Iguala mentre il sindaco della città, Josè Luis Abarca, è tuttora latitante.
Ma il procuratore ha anche esplicitamente attaccato le organizzazioni politiche e sindacali che negli ultimi giorni si sono mobilitate per chiedere le dimissioni immediate delle autorità locali e statali che hanno permesso e coperto il massacro, la restituzione alle loro famiglie dei ‘desaparecidos’ e il blocco alla riforma degli istituti politecnici. Secondo Blanco sarebbe da condannare chi “strumentalizzando” i fatti tenta ora di ottenere un vantaggio politico.
Ma alcune delle più recenti dichiarazioni del procuratore capo dello Stato del Guerrero non lasciano dubbi sulla dinamica del massacro. "Li abbiamo uccisi noi" avrebbero confessato infatti due componenti della gang dei Guerreros Unidos catturati nei giorni scorsi. "I detenuti - ha spiegato lo stesso Blanco - hanno detto chiaramente di essere stati inviati sul luogo della strage dal capo della Polizia municipale di Iguala mentre l'ordine di uccidere i ragazzi è stato dato dal leader dei gruppo criminale 'Guerreros Unidos', soprannominato El Chucky".
Poche ore dopo il rinvenimento dei cadaveri nel Pueblo Viejo di Iguala, la sera di sabato, alcune centinaia di studenti, abitanti della cittadina e contadini sono andati a manifestare fin sotto la residenza del governatore dello stato del Guerrero, l’esponente del partito di centrosinistra (Prd) Angel Aguirre, per chiedere informazioni certe sul rinvenimento delle fosse comuni. Non ottenendo risposta, i manifestanti hanno lanciato pietre, bottiglie molotov e razzi contro la casa, mentre altri rovesciavano un’automobile e distruggevano la telecamera collocata all’esterno della residenza.
Poi di nuovo ieri un folto gruppo di manifestanti, composto da studenti e familiari degli scomparsi, ha protestato a Chilpancingo, capoluogo dello Stato di Guerrero, bloccando per l'ennesima volta l'autostrada che collega Città del Messico ad Acapulco.
I familiari dei desaparecidos e le organizzazioni popolari del Guerrero hanno lanciato per mercoledì 8 ottobre una giornata nazionale di lotta, mentre il gruppo guerrigliero di sinistra Erp (Esercito Rivoluzionario del Popolo) ha accusato il governatore dello stato di essere tra i principali responsabili del massacro di Iguala.
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24/08/2014
Massacro a Gaza: scampati alla Shoah condannano Israele e chiedono boicottaggio
Alcuni di loro sono sopravvissuti alla ‘soluzione finale’ nazista durante la Seconda Guerra Mondiale, molti altri sono parenti di sopravvissuti o di chi, invece, non ce l’ha fatta.
Sta rimbalzando sui media internazionali come un cazzotto nello stomaco di Israele e della sua strumentale propaganda – quella secondo cui Israele sarebbe l’anima, il rifugio e il futuro di tutti gli ebrei sparsi nel pianeta – un appello firmato ormai da più di trecento persone che condanna senza mezzi termini quello che giustamente definisce “il massacro di palestinesi a Gaza” e che chiede un boicottaggio totale di Israele. La durissima presa di posizione era già circolata nei giorni scorsi con le prime decine di firme, ma ora gli ebrei scampati all’Olocausto e i loro parenti che hanno aderito all’appello sono diventati circa 330 e sabato il documento è stato pubblicato sul quotidiano statunitense ‘New York Times’.
"Come ebrei sopravvissuti e discendenti delle vittime del genocidio nazista, condanniamo senza riserve il massacro di palestinesi a Gaza e l’occupazione e la colonizzazione dei territori storici palestinesi” recita la lettera che costituisce uno dei più duri atti d’accusa contro la classe politica israeliana degli ultimi anni. Una presa di posizione stimolata da un intervento di tutt’altro segno di Elie Wiesel, scrittore ebreo ungherese, premio Nobel e sopravvissuto ai campi di concentramento e che fu pubblicato dal britannico Guardian, nel quale si accusava Hamas di ‘sacrificare i bambini’ e si accostava la resistenza palestinese ai nazisti.
“Siamo indignati e disgustati dall’abuso della nostra storia da parte di Elie Wiesel, che ha cercato di giustificare ciò che non è giustificabile: i tentativi israeliani di distruggere Gaza e l’assassinio di più di 2000 palestinesi, compresi centinaia di bambini. Nulla può giustificare i bombardamenti dei rifugi dell’Onu, delle case, degli ospedali e delle università. Nulla può giustificare il taglio dell’acqua e dell’elettricità” recita il testo pubblicato dal NYT in risposta allo scrittore ebreo ungherese.
“Siamo preoccupati dalla de-umanizzazione dei palestinesi nella società israeliana, che ha raggiunto ormai livelli estremi. In Israele i politici e gli opinionisti nei media hanno realizzato commenti favorevoli al genocidio in corso. Inoltre gli israeliani di estrema destra stanno adottando simboli nazisti” denuncia ancora la lettera che condanna esplicitamente anche gli Stati Uniti e i paesi occidentali per il loro sostegno a Tel Aviv e alla sua politica genocida.
“Condanniamo inoltre gli Stati Uniti per il loro finanziamento di Israele affinché possa continuare a condurre gli attacchi e i paesi occidentali in generale che usano la diplomazia per proteggere Israele. Il genocidio inizia dal silenzio del mondo” accusano i 327 ebrei firmatari del documento che si conclude con un appello all’immediato cessate il fuoco a Gaza e chiede il “boicottaggio economico, culturale e accademico di Israele”.
Inequivocabile il messaggio finale della lettera sostenuta dall'International Jewish Anti-Zionist Network: “Mai più deve significare ‘mai più per tutti’”.
Fonte
Sta rimbalzando sui media internazionali come un cazzotto nello stomaco di Israele e della sua strumentale propaganda – quella secondo cui Israele sarebbe l’anima, il rifugio e il futuro di tutti gli ebrei sparsi nel pianeta – un appello firmato ormai da più di trecento persone che condanna senza mezzi termini quello che giustamente definisce “il massacro di palestinesi a Gaza” e che chiede un boicottaggio totale di Israele. La durissima presa di posizione era già circolata nei giorni scorsi con le prime decine di firme, ma ora gli ebrei scampati all’Olocausto e i loro parenti che hanno aderito all’appello sono diventati circa 330 e sabato il documento è stato pubblicato sul quotidiano statunitense ‘New York Times’.
"Come ebrei sopravvissuti e discendenti delle vittime del genocidio nazista, condanniamo senza riserve il massacro di palestinesi a Gaza e l’occupazione e la colonizzazione dei territori storici palestinesi” recita la lettera che costituisce uno dei più duri atti d’accusa contro la classe politica israeliana degli ultimi anni. Una presa di posizione stimolata da un intervento di tutt’altro segno di Elie Wiesel, scrittore ebreo ungherese, premio Nobel e sopravvissuto ai campi di concentramento e che fu pubblicato dal britannico Guardian, nel quale si accusava Hamas di ‘sacrificare i bambini’ e si accostava la resistenza palestinese ai nazisti.
“Siamo indignati e disgustati dall’abuso della nostra storia da parte di Elie Wiesel, che ha cercato di giustificare ciò che non è giustificabile: i tentativi israeliani di distruggere Gaza e l’assassinio di più di 2000 palestinesi, compresi centinaia di bambini. Nulla può giustificare i bombardamenti dei rifugi dell’Onu, delle case, degli ospedali e delle università. Nulla può giustificare il taglio dell’acqua e dell’elettricità” recita il testo pubblicato dal NYT in risposta allo scrittore ebreo ungherese.
“Siamo preoccupati dalla de-umanizzazione dei palestinesi nella società israeliana, che ha raggiunto ormai livelli estremi. In Israele i politici e gli opinionisti nei media hanno realizzato commenti favorevoli al genocidio in corso. Inoltre gli israeliani di estrema destra stanno adottando simboli nazisti” denuncia ancora la lettera che condanna esplicitamente anche gli Stati Uniti e i paesi occidentali per il loro sostegno a Tel Aviv e alla sua politica genocida.
“Condanniamo inoltre gli Stati Uniti per il loro finanziamento di Israele affinché possa continuare a condurre gli attacchi e i paesi occidentali in generale che usano la diplomazia per proteggere Israele. Il genocidio inizia dal silenzio del mondo” accusano i 327 ebrei firmatari del documento che si conclude con un appello all’immediato cessate il fuoco a Gaza e chiede il “boicottaggio economico, culturale e accademico di Israele”.
Inequivocabile il messaggio finale della lettera sostenuta dall'International Jewish Anti-Zionist Network: “Mai più deve significare ‘mai più per tutti’”.
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06/08/2014
Le soglie dell'orrore
Adesso sembra che dopo l'orgia di bombe, droni, cannonate, missili e quant'altro si sia raggiunta la tregua. Molti si augurano che regga, troppo pochi si augurano che la fine delle ostilità non rappresenti altro che il ripristino della intollerabile situazione pre-esistente a Gaza: una prigione a cielo aperto dalla quale non si può fuggire neanche sotto i bombardamenti. Che prima o poi torneranno a fare strage di innocenti.
Quanto avvenuto a Gaza e in Palestina in questi decenni svela una parte significativa delle contraddizioni inaccettabili delle attuali relazioni internazionali, ma abbiamo l'impressione che l'ultimo mattatoio a Gaza riveli anche qualcosa di più ed estremamente preoccupante.
In questi anni la realtà dei “due pesi e due misure” ha agito sistematicamente nella trattazione della vicenda dei rapporti tra Stato di Israele e palestinesi. Al primo è stato consentito tutto quello che non è stato consentito ad altri Stati. “Perché il mondo permette ad Israele di fare quello che fa?” si interrogava sei anni fa Ilan Pappe.
Per molto meno di quello che le autorità e le forze armate israeliane hanno fatto nel 2009, nel 2012 ed ora a Gaza, altri stati sono sottoposti a embarghi, sanzioni e addirittura ad interventi militari punitivi. Proprio in queste settimane USA e UE continuano l'escalation delle sanzioni contro la Russia adducendo responsabilità di Mosca in Ucraina (alcune vere, altre presunte) enormemente inferiori rispetto a quelle di Israele nei confronti dei palestinesi. Leader di governo sono stati uccisi o sono finiti davanti alla Corte Penale Internazionale dell’Aia per responsabilità enormemente inferiori rispetto a quelle di Netanyahu, dei suoi ministri, dei suoi generali e finanche di alcuni parlamentari israeliani.
Ma il doppio standard che agisce ancora nelle relazioni internazionali, seppure odioso e intollerabile, non è ancora il fondo del vaso di Pandora che si va schiudendo.
La realtà ci mette simultaneamente davanti alla storia recente e al futuro. Si è accettato infatti come soglia del dolore invalicabile solo quella generata dal nazismo con lo sterminio dei cittadini di origine ebraica in Europa. Dunque tutto il dolore e l'orrore generati al di sotto di quella soglia sono diventati in qualche modo accettabili, giustificabili, silenziabili, tranne evocarli in modo strumentale quando si tratta di legittimare qualche ‘guerra umanitaria’ contro l'ostacolo di turno sulla strada dell’affermazione dei propri interessi.
Eppure non sfugge che la disperata resistenza della popolazione palestinese di Gaza contro le truppe israeliane sia quanto di più simile alla rivolta del Ghetto di Varsavia contro l'occupazione nazista. Meglio morire combattendo una guerra del tutto impossibile sul piano delle forze in campo, che morire lentamente, strangolati da un assedio sempre più micidiale che ti chiude in una gabbia e ti uccide senza clamore. Ma il grido di Gaza è stato ritenuto dalle potenze decisive della comunità internazionale al di sotto di una soglia del dolore e dell'orrore tale da spingere ad atti concreti per fermare il massacro.
Paradossalmente oggi vengono attuate sanzioni crescenti contro la Russia per l'Ucraina (in un contesto in cui sono stati Washington e Bruxelles a far deflagrare la crisi) mentre nulla venne fatto contro la Russia di Eltsin e del primo Putin che radevano al suolo la città di Grozny per debellare i secessionisti ceceni alla fine degli anni Novanta. Il fatto che la Russia di quindici anni fa fosse considerata ormai “parte” integrante dell'occidente permise allora una netta crescita della soglia dell'orrore e del dolore accettabili. Al contrario oggi, per molto, molto meno, scatta un meccanismo punitivo e aggressivo – pericoloso oltre ogni razionalità – platealmente funzionale agli interessi strategici statunitensi al quale si prestano volonterosamente anche i governi dell'Unione Europea.
La Libia, l'Iraq, la Siria, la Serbia, l'Iran e poi lo Zimbabwe e il Sudan sono stati sanzionati, bombardati, aggrediti, destabilizzati fino a diventare in alcuni casi “terre di nessuno” in mano a milizie armate e bande tribali, ma nessuna punizione è stata mai presa in considerazione nel caso di Israele. Ci stanno pensando, fortunatamente, i segmenti di società civile che attuano la campagna di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni verso Israele a praticare quello che dovrebbero fare – e non fanno – i governi e le stesse istituzioni internazionali. Anzi, questi ultimi, come nel caso italiano, continuano a vendergli armi, tecnologie e a commercializzarne i prodotti.
Ma, come dice giustamente l'appello “Noi accusiamo” lanciato dallo storico Angelo D'Orsi, “non basta la pur importante e lodevole campagna BDS... riteniamo che si debba portare lo Stato di Israele davanti a un Tribunale speciale internazionale per la distruzione della Palestina”. L'appello propone la pertinenza di una sorta di processo di Norimberga nei confronti dello Stato di Israele e delle sue responsabilità collettive. Potrebbe essere il primo passo per rompere il monopolio dell'orrore e del dolore e sotterrare un inaccettabile doppio standard che è durato fin troppo.
E' importante farlo ora, perché il nuovo corso delle relazioni internazionali sta facendo girare a ritroso la ruota della storia e per farlo non può che alzare le soglie del dolore e dell'orrore “civilmente accettabili”, perché ad esse e intorno ad esse puntano per costruire il consenso nei paesi occidentali in una crisi che può diventare guerra e orrore diffuso in tempi non più remoti.
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